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18.10.2017

Berlino è una delle capitali europee is one of Europe’s most vibrant cities, and one of the best cities to get lost in. The capital of Germany has something for everyone, no matter what your interests are. Having a bird’s eye view of the city is one of the best ways we can think of to start or end your trip. It’s great to have a basic understanding of the city before you get lost in it, and alternatively it’s a lovely way to reflect on your experiences before you leave. Here are our favorite places to see the entire city at once. Berlin FernsehturmCostruita negli anni Sessanta su progetto ispirato ai satelliti Sputnik lanciati dall’Unione sovietica negli anni Cinquanta, con i suoi 368 metri, la torre della TV di Berlino ad Alexanderplatz è l’edificio più alto di tutta la Germania. L’osservatorio è a circa 200 metri e si può raggiungere in ascensore alla velocità di 6 metri al secondo. Per evitare la fila, che può essere molto lunga, il suggerimento è di mangiare al ristorante panoramico in cima alla torre, che ogni ora completa una rotazione di 360 gradi consentendo una vista completa sulla città.   La cupola del ReichstagSebbene le audioguide siano spesso noiose, quella offerta durante la visita alla cupola del Parlamento tedesco è davvero interessante. E poi per visitare questo capolavoro architettonico contemporaneo e l’edificio pieno di storia che lo ospita, vale decisamente la pena di prendersi un po’ di tempo. Anche la vista è di tutto rispetto – state solo attenti a reggervi saldamente alla balaustra nel percorrere la salta a spirale, perché l’effetto può essere un po’ spiazzante. Il biglietto si può prenotare sul sito ufficiale. La colonna della vittoriaLa famosa vittoria dorata all’ombra delle cui ali amavano fermarsi a osservare la città gli angeli di Wim Wenders nel Cielo sopra Berlino si raggiunge percorrendo una ripida e angusta scala a chiocciola (con appositi spazi per fermarsi a riposare qualche secondo), ma la vista da lassù compensa la fatica - e in più il biglietto costa appena 3 euro. La rotonda che la circonda, però, può essere piuttosto trafficata e va attraversata con la massima attenzione. PanoramapunktIl famoso grattacielo Kollhoff di Potsdamer Platz nasconde l’ascensore più veloce d’Europa, che percorre ben 24 piani in 20 secondi (esiste anche un 25° piano, raggiungibile a piedi). La piattaforma panoramica all’altezza di 100 metri offre una vista superba e tante informazioni storiche sull’evoluzione architettonica della città. Seppure si trovi 100 metri più in basso della Fernsehturm, raggiungere il Panoramapunkt è un’esperienza imperdibile. Humboldthain Flak TowerQuesto bunker della Seconda Guerra Mondiale non è certo il primo posto che viene in mente quando si pensa a un punto panoramico per osservare lo skyline di Berlino, ma è forse il punto migliore da cui osservare il tramonto in città. Se cercate un luogo un po’ insolito e nascosto, dunque, questa è la destinazione che fa per voi: ci sono diversi tour condotti da guide preparate e piene d’entusiasmo pronte a raccontarvene la storia affascinante, e in più si trova a due passi dalla S-bahn ed è circondato da tavoli da picnic in perfette condizioni. TeufelsbergIl biglietto costa 8 euro, ma questa ex-base americana risalente al periodo della Guerra Fredda è tenuta in piedi con una certa cura dagli artisti che la utilizzano come spazio espositivo. Se amate la street art, questo luogo è interessante al pari della più famosa East Side Gallery, e considerato che, sebbene sia il punto più alto in città, soltanto in pochi lo conoscono, può essere la destinazione ideale per godervi la vista in pace. I graffiti e le opere cambiano costantemente, per cui anche se doveste trovare una brutta giornata o tornare più volte avrete di che passare il tempo. Bonus: Il WeltballonStagione permettendo, osservare la città da una mongolfiera è forse il modo migliore e più avventuroso per imparare a conoscere Berlino, specie se splende il sole e il cielo è limpido. La partenza è dal Checkpoint Charlie: arrivate in anticipo o chiamate per controllare che il servizio sia attivo, soprattutto se è una giornata un po’ ventosa. 

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16.10.2017

Quello di Tom Petty è un nome familiare per chi ama la musica, più che mai in questi giorni che seguono di poco la sua scomparsa. La quantità di successi discografici messi a segno da questo artista è cosa nota, ma lo è forse meno la sua impronta fondamentale sul mondo dell’industria musicale e sul modo in cui la conosciamo oggi. Ecco alcune cose sul rapporto fra Tom Petty e il music business che potrete raccontare alla prossima persona che vi dirà come Tom Petty le ha cambiato la vita - sebbene non ascolti un suo disco più o meno dagli anni Ottanta. L’eterna lotta fra gli artisti e le etichette discograficheNon si sente che parlare di processi legati ai diritti degli artisti – Taylor Swift e la sua battaglia con Spotify vi dicono nulla? E quella ormai storica fra Napster e i Metallica sulla condivisione dei brani in rete? Beh, prima di tuto ciò c’è stata la guerra di Tom Petty contro l’aumento di un dollaro sul prezzo di copertina di un suo album, Hard Promises, impostogli dalla casa discografica. Pur di evitare di vendere l’album a 9,98 dollari anziché a 8,98, petty minacciò di non farlo pubblicare. Alla fine, la casa discografica dovette arrendersi. Prima di quella bagarre,Tom Petty era arrivato persino a dichiarare bancarotta per fare in modo che l’etichetta potesse rompere il contratto e poi ingaggiarlo di nuovo a condizioni migliori. Questo per dire quanto gli stessero a cuore i diritti degli artisti e il loro controllo sulla produzione. Per Tom Petty, mantenere il pieno controllo della propria opera non significava soltanto avere l’ultima parola in sala di registrazione, ma anche ricevere un trattamento adeguato da parte del managementArtisti contro artisti: questioni di plagio e copyrightUn altro fenomeno spiacevole che ci ha tenuto compagnia per anni è quello delle denunce reciproche fra artisti per plagio per infrazione del copyright sui testi o sulle musiche - da John Lennon ai Coldplay dai Radiohead fino a Beyonce e Jay-Z, molti sono gli artisti finiti nei guai per questioni del genere. L’argomento è spinoso, perché in fondo non è così impossibile essere influenzati dalla musica di un altro artista senza nemmeno accorgersene, e finire per scrivere qualcosa di molto simile magari mesi e mesi dopo averla sentita. Tom Petty, su queste cose, era un tipo alla buona: quando qualcuno veniva un po’ troppo “ispirato” dalla sua musica non si lanciava in velenose battaglie legali. Al contrario, a proposito delle notevoli somiglianze fra la sua I Won’t Back Down del 1989 e Stay With Me di Sam Smith, Petty si è limitato a dire “sono cose che succedono”. Inserito in seguito fra gli autori del pezzo di Smith, non gli ha serbato rancore. Come molti rocker degli anni Settanta potrebbero testimoniare (ehm, i Led Zeppelin ad esempio?) “prendere a prestito” o “ispirarsi” a riff composti da altri era normale per chi faceva blues - il genere con cui questi musicisti s’ispiravano: tutti, dai Beatles a Bob Dylan, hanno ammesso di aver attinto a piene mani da Chuck Berry. Forse, dunque, si tratta di una questione generazionale: Tom Petty era cresciuto con il blues, ispirato da band le cui radice affodavano nel blues come i Rolling Stones, perciò non considerava i brani influenzati dalla sua musica come un plagio voluto e calcolato, anche se a volte poteva esserlo. Quando gli Strokes ammisero senza farsi troppi scrupoli di aver preso l’attacco American Girl per la loro canzone Last Nite, Tom Petty scoppiò a ridere. In fondo, erano stati onesti.   

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12.10.2017

Farm to table, dalla fattoria (o azienda agricola) direttamente alla tavola. È questo il nome del movimento globale che promuove una ristorazione a base d’ingredienti locali e che, per quanto possa sembrare strano, impazza a New York. Già, perché nella Grande Mela e nelle zone circostanti le aziende agricole, le cantine i piccoli allevatori non mancano di certo, e sono sempre di più i ristoratori che si rivolgono a loro per offrire ingredienti locali e freschissimi. Ma perché dovrebbe importarci di mangiare piatti a base d’ingredienti locali? Innanzitutto perché i cibi spediti da lontano tendono a perdere il loro sapore originale e le loro proprietà nutritive – frutta e verdura, ad esempio, vengono staccate ancora acerbe per evitare che marciscano durante il trasporto. In secondo luogo perché scegliere ingredienti locali significa sostenere piccole realtà a gestione spesso familiare, dove il rapporto con il produttore è personale e la qualità garantita. E infine perché limitare i trasporti al minimo significa anche ridurre le emissioni di CO2 e l’impatto ambientale di un’attività di ristorazione. Dal punto di vista squisitamente gastronomico, poi, una cucina a base d’ingredienti stagionali è in continua evoluzione creativa, e dunque frequentare un ristorante farm-to-table significa anche poter provare ogni volta piatti diversi. Ecco dunque spiegato perché i newyorchesi siano impazziti per questo tipo di ristorazione. Per provarla, questi sono gli indirizzi da non perdere in città. Blenheim, West VillageBlenheim è una vera chicca, un ristorante stellato che possiede un’azienda agricola nelle Catskill Mountains, su un terreno coltivato fin dal Settecento e successivamante abbandonato, per essere rimesso in uso solo di recente. Oltre ad allevare da sé agnelli islandesi e una pregiata razza di maiali, i proprietari Morten (che arriva dal mondo del design) e Min hanno scelto per il ristorante un arredamento tutto artigianale e fatto a mano, inserito in un’ambientazione ispirata a un vecchio fienile. I piatti a base di verdure dell’orto, proposte in abbinamenti innovativi con le carni autoprodotte, sono naturalmente numerosissimi sul menù, compreso quello ricchissimo del brunch. Blue Hill, Greenwich VillageLo chef stellato e pluri-premiato del Blue Hill, Dan Barber, è stato scelto niente meno che da Obama per il President’s Council on Physical Fitness, Sports and Nutrition, e inserito dal Time nella lista delle 100 persone più influenti del mondo già nel 2009. Il gruppo Blue Hill ha la propria azienda agricola nelle Berkshire Montains, un caffè e due ristoranti, dei quali il principale si trova accanto al Washington Square Park. La specialità è un ricco menù preparato con gli ingredienti freschi della settimana. Il secondo ristorante si trova a Stone Barns (circa 50 chilometri da New York) e non ha un menù vero e proprio: occorre affidarsi allo chef e agli ingredienti che ha a disposizione. Per entrambi, è d’obbligo la prenotazione, ma l’attesa può essere lunga: per il ristorante di New York bisogna prenotare un mese prima, e addirittura due per quello di Stone Barns. In alternativa, potete mettervi in lista d’attesa o passare (sempre su prenotazione) al Cafe and Grain Bar presso lo Stone Barns Center for Food and Agriculture di Pocantico Hills. ABC KitchenABC Kitchen è il nome di uno dei tre ristoranti targati Jean-Georges e legati al gruppo ABC Carpet & Home. Per chi non conoscesse Jean-Georges Vongerichten, si tratta di uno degli chef più famosi del mondo, e forse il più influente sulla scena newyorchese, un vero visionario della cucina, specializzato nel creare ristoranti dove l’architettura, il design e l’atmosfera completano le sue straordinarie creazioni. ABC Kitchen aspira ad essere un’attività sostenibile a 360°, dalla scelta di ingredienti non trattati chimicamente all’utilizzo di vini, spezie e altri prodotti biologici ed equo-solidali, fino agli interni realizzati con materiali riciclati e di recupero. In carta, classici come il confit di  maiale e tonno pescato a lenza ma anche piatti a base di erbe, spezie e agrumi coltivati nell’orto sul terrazzo, il tutto con quel tocco innovativo tipico del rinomato chef francese. Gentleman Farmer, Lower East SideQuesto posticino decisamente grazioso è gestito da una coppia di coniugi appassionati di vino e cucina. Karim si è formato nelle cucine dei ristoranti del nord della Francia, mentre sia moglie Beverly è una sommelier innamorata del proprio mestiere. Lo stile della cucina è d’ispirazione francese, ma ricca di rivisitazioni interessanti: un esempio per tutti è quello delle lumache al curry. Molti anche i piatti a base di cacciagione, definita dai proprietari “più che biologica” perché arriva da fattorie piccole e selezionatissime. Cinghiale, coniglio, persino struzzo. Ma la vera specialità, qui, oltre al servizio impeccabile e agli abbinamenti fra vini e pietanze, è la tartare di bisonte. Considerata la cura estrema di ciascun piatto, i prezzi sono molto ragionevoli. E se arrivate presto potreste anche trovare un tavolo senza prenotare; in alternativa, hanno un altro ristorante a Brooklyn. PRINT, Hell’s KitchenNon sorprende che questo posto sia tanto amato dai newyorchesi: il menù cambia ogni santo giorno (ma per ingannare l’attesa vi verrà immancabilmente servita una deliziosa fetta di pane caldo con ricotta) e hanno persino un esperto di foraging interno – praticamente una persona che si occupa esclusivamente di raccogliere e selezionare erbe spontanee per arricchire i piatti.  Il motto del ristorante è “se cresce in regione, lo mangiamo in stagione”. Dal punto di vista della sostenibilità, l’impegno a concretizzare il significato più autentico del concetto di farm to table è davvero ammirevole. In alcuni momenti dell’anno, PRINT riesce a procurarsi il 90% degli ingredienti da produttori locali, mentre i prodotti che arrivano da più lontano vengono scelti in base alla loro tracciabilità, e il ristorante segue tutta una serie di protocolli e accordi con ciascun produttore per garantire il massimo della qualità. L’elegante sala da pranzo è stata incredibilmente realizzata con materiali di recupero o riconvertiti, e c’è anche un bellissimo terrazzo dove godersi la vista sorseggiando un drink.   

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10.10.2017

C’è uno spazio speciale dedicato all’arte e alla cultura, a Milano, che non è un museo né una galleria. Stiamo parlando del bellissimo Taschen Store di via Meravigli, il primo in Italia, un negozio di 120 metri quadri su due piani a due passi dal Duomo che ha aperto appena un paio d’anni fa.   La cosa speciale di questo posto è che non si tratta di un semplice spazio commerciale dedicato ai libri illustrati Taschen, ma di un luogo che mette in risalto il talento degli artisti e dei designer che hanno contribuito ad arricchirlo, e la cui atmosfera è perfettamente in armonia con lo stile e la filosofia del celebre editore tedesco. I grandi espositori con top in vetro nei quali sono esposte le Collector’s e Art Edition Taschen e le librerie su misura sono stati disegnati da Marc Newson, un designer australiano che da tempo collabora con Taschen e i cui lavori spaziano nei settori più disparati, dall’aeronautica all’arredamento, dalle automobili alla moda, fino alla collaborazione con Apple nel 2014. L’artista americano Jonas Wood ha disegnato i pavimenti ispirati alla flora e alla fauna californiane nei toni del verde, giallo e blu. La scala progettata da Salvatore Licitra collega il piano terra con il primo piano con i caratteristici gradini contraddistinti da una piacevole gradazione di colori e le pareti decorate dai disegni di Graphic Thought Facility. Non manca un omaggio al design italiano per eccellenza, quello degli anni Cinquanta, con diversi pezzi dalla collezione privata di Benedikt Taschen. Un sontuoso lampadario firmato Gio Ponti commissionato dall’Hotel Parco dei Principe adorna il piano terra. Al primo piano, una lampada del 1954 di Flavio Poli per Archimede Seguso illumina lo spazio espositivo, che ospita mostre temporanee di arte e design. 

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Secondo gli studi più recenti, ogni giorno passiamo più di quattro ore in compagnia del nostro smartphone: oltre un giorno intero ogni settimana. L’attività con la quale ci intratteniamo maggiormente è l’utilizzo dei social media, e in particolare la condivisione istantanea di contenuti pubblici e privati. Ma quali rischi si nascondono dietro ai continui log in, alle registrazioni, alla cessione di dati e documenti personali a servizi privati? Sono alcune delle questioni che si sono posti Pietro Calorio e Pietro Jarre, rispettivamente fondatori di Sloweb e eMemory, due realtà che si prefiggono di tutelare gli utenti senza diffondere allarmismi, ma promuovendo invece l’uso responsabile degli strumenti informatici, del web e delle applicazioni Internet. Come? Attraverso una consistente attività di informazione, educazione e lotta agli usi impropri del web e la fornitura di servizi più etici e rispettosi della privacy e del tempo di chi li utilizza. Abbiamo fatto con loro una lunga e interessante chiacchierata. SJ: La tutela della privacy è una delle principali problematiche legate all’uso del web e in particolare dei social network. Come si pone Sloweb nei confronti di questo tema, e quali soluzioni propone?Pietro Calorio: Per diffondere usi della rete rispettosi dei diritti, della libertà e delle dignità dell’individuo, Sloweb organizza e promuove corsi, convegni e pubblicazioni utili a fornire alle persone strumenti per comprendere ciò che accade ai dati e ai contenuti immessi nel web e sui social network. Combatte per la privacy, credendo nel fatto che gli unici veri custodi della nostra privacy siamo noi stessi.Vorremmo andare alla radice della questione incoraggiando le persone a ridurre, proteggere, selezionare e cancellare i propri dati personali, e gestire la propria eredità digitale. Incoraggiamo inoltre comportamenti volti a non moltiplicare, sprecare, ed “espropriare” l’individuo dei dati personali. L’obiettivo è quello di una gestione ecologica dei dati digitali. SJ: Che cosa s'intende per "gestione ecologica dei dati digitali"? Pietro Jarre: L’idea è quella di ridurre l’uso consumistico dei dati digitali verso cui ci sta portando un utilizzo irresponsabile della tecnologia digitale. Il problema, come sempre, non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo – o meglio che siamo indotti a farne dai modelli di business dell’industria dominante.Servirsi di strumenti digitali è diventata ormai una sorta di coercizione: è inconcepibile non possedere e non portare sempre con sé uno smartphone, e quasi disdicevole non saper smanettare su Internet. Allo stesso modo, la massiva diffusione dei social network ha reso la condivisione compulsiva, e addirittura più importante del contenuto che si condivide: nel momento in cui veniamo a contatto con un dato – buono o cattivo che sia – non lo analizziamo, approfondiamo, selezioniamo, ma pensiamo prima a condividerlo. Così facendo, consumiamo il nostro tempo e, in un certo senso, ne “rubiamo” agli altri: l’esperienza digitale finisce dunque per occupare ogni nostro momento, persino le attese e i tempi morti.  SJ: Quali sono le ricadute negative di questo fenomeno?Pietro Jarre: Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: agli strumenti digitali deleghiamo la memoria. Non soltanto quella dei numeri di telefono, ma anche quella dei nostri ricordi personali - immagini, impressioni, sensazioni, appunti e opinioni -  spesso istantaneamente condivisi sui social network con la conseguente perdita dell’intimità e della privacy. Così facendo, non ci concediamo più nemmeno il “tempo del racconto”, quello che ci permette di rielaborare dati e accadimenti e di trovare il modo migliore per condividerli con qualcuno.Lo stesso modello che ci spinge a fare tutto in fretta per indurci a comprare, consumare e accettare, finisce per essere applicato alle nostre vite. Dobbiamo invece riappropriarci del diritto a una mente lenta e riflessiva, che sfrutta una tecnologia veloce anziché esserne sfruttata.Riconquistare il nostro tempo è la vera sfida che il futuro ci pone, e la nostra risposta è nello stimolo alla discussione, nella creazione di uno spazio di riflessione e di un movimento di opinione e di azione.La pratica dell’uso ecologico dei dati porta alla riduzione della massa di dati sterili, all’emergere dei dati fertili, a un miglior uso del nostro tempo e dello spazio digitale.  SJ: Come si traduce tutto ciò in termini pratici?Pietro C:  Sloweb riunisce individui, aziende, professionisti ed organizzazioni che aiutano in concreto l’utente svolgendo iniziative quali corsi di educazione all’uso consapevole del web e di sicurezza informatica, servizi per valorizzare il patrimonio digitale delle persone e delle organizzazioni, soluzioni per migliorare l’accessibilità a Internet, promuovere la chiarezza del contratto di servizio e di trattamento dei dati, la lotta all’uso compulsivo degli strumenti digitali e i comportamenti responsabili e partecipativi nell’utilizzo della rete e nello sviluppo e tutela del software.A breve, ad esempio, partirà presso Escamotages un corso di educazione digitale rivolto a genitori ed educatori che vogliono conoscere approfonditamente le logiche del web e aiutare i nativi digitali a non cadere nelle sue possibili trappole.Naturalmente, i fornitori di servizi digitali che aderiscono a Sloweb si impegnano a rispettare gli stessi principi di tutela dei dati personali degli utenti e massima chiarezza delle condizioni d’uso del servizio stesso. SJ: Resta il fatto che gli strumenti digitali, se utilizzati in modo appropriato, possono essere anche una grande risorsa per conservare la memoria.Pietro J: Certamente, ed è proprio sulla base di questa considerazione che ho creato la piattaforma eMemory, dedicata alla protezione e valorizzazione di ricordi, emozioni, storie personali e collettive. Volevo offrire agli utenti una user experience diversa, in un ambiente più calmo e protetto, un luogo sicuro per costruire e custodire i ricordi della propria vita, della propria famiglia e del proprio lavoro.  SJ: Può raccontarci meglio come funziona?Pietro J: eMemory consente di raccogliere, selezionare e ordinare documenti e dati, di trasformarli in storie da condividere e tramandare o anche solo da conservare. SJ: Dunque la condivisione non è necessariamente un male.Pietro J: Non se nasce da un ragionamento, da un processo meditato. Ogni riga del codice core di eMemory è stata scritta cercando di non spingere l’utente ad avere fretta, di non creargli ansie da competizione. Ciascuna funzionalità lo spinge a fare cose importanti a lungo termine, non incontinenze, eruttazioni moleste. Alcune funzionalità tipiche dei social network sono incluse in eMemory, ma non ne costituiscono la ragione di esistenza. Non è uno strumento per socializzare; è uno strumento con cui si può anche socializzare. Lo stesso invito alla riflessione vale per lo storage: in soffitta puoi metterci tutto quello che possiedi, ma eMemory ti invita all’essenzialità, alla selezione, a quella pulizia mentale che sta alla base di un racconto efficace. E il vantaggio per l’utente è proprio la possibilità di raccontarsi, tante volte e ogni volta in modo diverso, scoprendo la propria ricchezza e complessità. SJ: Quali sono gli aspetti legati alla privacy sui quali avete lavorato per rendere eMemory un servizio più etico?Pietro J: Le volontà di ognuno sono chiare e espresse: il massimo dell’eticità. La proprietà dei contenuti è assoluta, solo nelle mani dell’utente. Il tutto è molto chiaro nelle condizioni espresse nei Terms & Conditions, a cui abbiamo lavorato tantissimo con Pietro Calorio per farne un modello per le aziende Sloweb. Abbiamo persino inventato un gioco – test per l’utente, che può verificare se ha capito davvero che cosa ha sottoscritto. Infine, la proprietà della piattaforma è diffusa, una condizione necessaria, ma non sufficiente, di indipendenza e trasparenza per offrire una base solida in un mondo molto liquido. Per il momento abbiamo 30 soci, ma aspiriamo a 30.000.  

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I nostri oceani ci sono ancora ampiamente sconosciuti – ne abbiamo esplorato meno del 5%. Ma ci sono almeno un paio di cose che sappiamo molto bene: giocano un ruolo fondamentale per la vita così come la conosciamo, e non sono una risorsa infinita. Gli oceani sono importantissimi per il controllo del clima, per l’andamento metereologico e per assorbire CO2. Oltre a fornire al pianeta la metà dell’ossigeno, hanno un valore economico inestimabile (basti pensare alle professioni, al turismo, al cibo, ai medicinali ricavati da risorse marine eccetera...). Rinnegare l’importanza di questo problema sarebbe come sostenere che le mucche non muggiscono e l’erba non è verde. Che cosa sta succedendo?Attualmente ci sono oltre 400 “zone morte” (aree dove i livelli di ossigeno sono così bassi da non poter sostenere la vita). Occasionalmente, questo può succedere naturalmente, ma le più ampie fra le zone morte sono state identificate in corrispondenza di acque contaminate da sostanze chimiche utilizzate dalle industrie agricole.A questo problema se ne aggiunge un altro: negli oceani c’è così tanta plastica che ne sono stati trovati frammenti anche nell’Artico, a meno di 1.600 chilometri dal Polo Nord. Questo tipo d’inquinamento influisce sull’intera catena alimentare, poiché la plastica assorbe le tossine, ed è davvero ovunque, persino nel pesce di cui ci nutriamo. Considerato quanti paesi nel mondo basano la propria dieta sul pesce, dovremmo essere seriamente preoccupati.E non è soltanto la spazzatura che sta distruggendo i nostri oceani: l’incremento delle emissioni di CO2 sta acidificando le acque, e questo avrà un effetto domino sulla vita marina. Ocean Cleanup: schierare barriere contro le microplasticheOne company is trying to clean up our ocean - notably what is known as The Great Pacific Garbage Patch, an area extremely saturated with microplastics. To put this in perspective, the UN recently had its first ever Ocean Conference where it was stated that if nothing is done, plastic could outweigh fish by 2050.The Ocean Cleanup aims to cleanse 50% of the Great Pacific Garbage Patch in 5 years. Founded by 23-year-old Boyan Slat, this project would use energy neutral floating screens to act as a filter as the currents move the debris around. Once the plastic has been trapped, it can be recycled into other products that the company would sell, the goal being that the entire concept will be self-sustaining. The downside? There are 5 garbage patches in the ocean… Is it possible to clean up the entire ocean before it’s too late? I super coralli come difensori degli oceaniDiversi scienziati, fra i quali Ruth Gates alle Hawaii e Verena Schoepf in Australia, stanno lavorando sull’idea dei “super coralli”. Le barriere coralline sostengono il 25% di tutta la vita marina. Il 25% potrebbe sembrare una percentuale un po’ bassa, ma se si pensa che un miliardo di persone dipende dal pesce come principale fonte di approvvigionamento proteico, ci si rende immediatamente conto che le barriere coralline sono fondamentali.Negli ultimi due anni sono stati tre grandi fenomeni di “sbiancamento” dei coralli, sintomo della mancanza di nutrimento per questi organismi, dovuti all’incremento delle temperature dei mari, causato a sua volta dalla crescita delle emissioni di CO2 assorbite dagli oceani. Tuttavia, gli scienziati stanno cercando una soluzione al problema proprio a partire dai coralli sopravvissuti, i cui geni sono apparentemente più forti. L’idea è quella di sperimentare su questi coralli “tenaci” sottoponendoli a temperature dell’acqua differenti e facendoli crescere insieme. Sostanzialmente, gli scienziati stanno cercando di accelerare l’evoluzione per cercare di salvare e far ricrescere i coralli sopravvissuti. Sebbene sia ancora nel suo stadio iniziale,  il progetto sicuramente guarda al futuro; d'altro canto, quella che potrebbe essere comparata a una sorta di modificazione genetica non è certo una cura miracolosa. Le barriere coralline sono di per sé ecosistemi efficienti poiché tutto viene "riciclato" grazie al rapporto simbiotico con la vita che da esse dipende. Per quanto possa sembrare difficile, dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere ciò da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza.  

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06.10.2017

A Meguro, Tokyo, c’è il tranquillo quartiere di Yakumo, il cui nome significa letteramente “otto nuvole” e rappresenta un vero e proprio rifugio dal caos della città. E proprio a Yakumo si trova uno degli indirizzi più interessanti della città, Yakumo Saryō, un ristorante e sala da the senza tempo dove l’impressione è davvero quella di trovarsi in un luogo sospeso fra le nuvole, molto distante dall’atmosfera frenetica della città. L’atmosfera unica di questo luogo combina una certa sontuosità legata alla tradizione autentica a un gradevole minimalismo contemporaneo. L’idea, nata dalla mente creativa del designer Shinichiro Ogata, è quella di regalare un’esperienza gastronomica che tocca tutti i sensi, a cominciare dal gusto. Ecco perché Ogata, con il suo stile inconfondibile, si è occupato di ogni singolo aspetto, dagli arredi interni alle stoviglie. Ecco dunque i menù, che cambiano a seconda dell’ora: colazione, pranzo, the e cena. A colazione si può provare il kayu, il tradizionale porridge di riso, abbinato ad altri ingredienti stagionali, pesce secco, zuppa di miso e l’immancabile riso bianco, il tutto annaffiato da ottimo the. Il pranzo prevede il classico kaiseki giapponese, un pasto completo composto da tanti piccoli assaggi preparati con ingredienti stagionali di alta qualità. Per mantenere quella tranquillità che fa parte integrante dell’esperienza, la cena è soltanto su invito: occorre perciò essere introdotti e presentati per poter prenotare un tavolo. Con il buio, l’atmosfera si fa ancora più suggestiva e la luce calda diffusa dal noren – la tenda appesa all’ingresso – invita a entrare e a godere dell’atmosfera piacevole e rilassante. Un altro pasto da non sottovalutare in alcun modo è il the del pomeriggio, servito nella sala da the arredata in stile tradizionale giapponese, che ospita spesso mostre temporanee di arte e design. Il the è naturalmente accompagnato da tutta una serie di delizie, fra cui pasticcini wagashi a base di frutta secca di stagione, dolci preparati con fagioli azuki e cracker di riso ricoperti di zucchero grezzo. I dolci si possono anche acquistare per fare un regalo speciale. 

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03.10.2017

Il Kangen Matsuri di metà autunno (4 ottobre)Il tempio di Hie ad Akasaka fa da sfondo a svariati concerti tradizionali, fra cui il gagaku (musica cerimoniale), il bugaku (musiche da ballo), e il Sannō-taiko (percussioni), il tutto sotto la luna piena, in un magico viaggio nello spazio e nel tempo verso il mondo descritto dalle poesie raccolte nel Man’yōshū. Umeshu Matsuri (6-9 ottobre)Presso il Santuario di Yushima Tenman-gū, a Tokyo downtown, si può assaggiare l’umeshu, il liquore tradizionale giapponese a base di prugne, proveniente da diverse zone del paese. Le varietà sono tantissime, da quello arricchito dal brandy a quello al sapore di the matcha. L’acquisto del biglietto per il festival dà diritto a ricevere un pass per partecipare alle degustazioni. 18° Tokyo Yosakoi nell’ambito del Fukuro Matsuri (7-8 ottobre)A questo festival sono attese circa 250.000 persone per assistere alle performance di oltre 100 squadre di ballo in gara per Tokyo City Governor’s Prize. Ogni squadra si esibirà in location diverse e con una coreografia originale, e dopo la cerimonia finale di premiazione tuti i partecipanti danzeranno sulle note della “Hifumi”, la canzone ufficiale del Tokyo Yosakoi, come parte del programma speciale per il 50° anniversario del festival di Fukuro. Fra i colori sgargianti dei costumi e i sapori dei cibi venduti da i 30 stand gastronomici, tutti i sensi saranno appagati. Kawagoe Matsuri (14-15 ottobre)La storia del Festival di Kawagoe ebbe inizio quando le tradizioni e la ricercatezza di Edo, l’antica capitale, raggiunsero le terre oltre il fiume Shingashi, a nord est. L’evento comprende in realtà due festival: quello di Reitaisai, che si tiene al tempio di Hikawa, e quello immediatamente successivo di Jinkōsai, con la sfilata dei carri. Il festival di Jinkōsai si tenne per la prima volta nel 1648 su richiesta del signore del clan al tempo al comando di Kawagoe, Nobutsuna Matsudaira Izunokami, che per l’occasione offrì al santuario di Hikawa diversi oggetti religiosi, fra cui un tempietto portatile, una maschera da leone e tamburi taiko.Sia il festival, sia la sfilata sono stati designati dall’UNESCO come importanti “patrimoni culturali immateriali dell’umanità”. 

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02.10.2017

Inquinamento atmosferico, riscaldamento globale, sfruttamento indiscriminato delle risorse idriche, urbanizzazione incontrollata: tutto questo è già sotto i nostri occhi, ma le conseguenze non sono ancora completamente visibili. Ancora per poco, purtroppo, perché secondo le previsioni di esperti e scienziati, nel corso di questo e del prossimo secolo molti luoghi leggendari del nostro pianeta, luoghi che diamo per scontati perché in fondo sono sempre esistiti nella storia recente dell’uomo, rischiano seriamente di scomparire dalla faccia della terra. Volendo trovare un risvolto meno negativo a quest’amara realtà, abbiamo provato a stilare un piccolo elenco dei luoghi da vedere assolutamente prima che sia troppo tardi. La Grande Muraglia CineseEbbene sì: questa meravigliosa e mastodontica opera dell’uomo vecchia oltre 2.00 anni e lunga quasi 7.000 chilometri è in serio pericolo e rischia di svanire nel giro dei prossimi 100 anni. I motivi? L’erosione naturale derivata dalla perenne esposizione ai venti e alle piogge, ma anche le migliaia di turisti che la percorrono ogni giorno e persino la pessima ma apparentemente diffusa abitudine di rubarne i mattoni per costruire case. Le SeychelleFra le principali destinazioni globali per il mercato dei viaggi di nozze, queste bellissime isole nell’Oceano Indiano al largo del Kenya, con le loro acque turchesi e i loro paesaggi esotici da cartolina,  rischiano di affondare di qui a una cinquantina d’anni. La colpa non è delle tante coppie di neo-sposi che ogni anno si crogiolano sulle loro spiagge, ma dei cambiamenti climatici, che provocano la siccità, l’innalzamento del livello del mare con la conseguente erosione delle coste e la progressiva distruzione della barriera corallina. La Grande Barriera Corallina (Australia)​E a proposito di barriera corallina, anche la più grande e bella del mondo, quella australiana, che si estende per 2.300 chilometri al largo delle coste del Queensland, è in buona parte defunta. Questa meraviglia naturale e i suoi abitanti hanno gravemente risentito dell’innalzamento della temperatura delle acque, e sebbene lo sbiancamento dei coralli sia un fenomeno naturale, il riscaldamento globale è considerato colpevole dell’aggravarsi della situazione. La foresta del MadagascarI simpatici lemuri del Madagascar, protagonisti di una celebre serie di film animati, sono fra le vittime della deforestazione che sta distruggendo la rigogliosa vegetazione del Madgascar. Già minacciati dalla caccia illegale e dal bracconaggio, negli ultimi anni gli animali simbolo della biodiversità di questa terra stanno anche perdendo il loro habitat naturale a causa del commercio dei legni pregiati e della trasformazione di ampie zona di foresta in risaie. La stessa foresta del Madagscar rischia di estinguersi in gran parte nel corso dei prossimi 35 anni. Il Mar MortoSembra incredibile dirlo, ma anche il Mar Morto è destinato a scomparire. Famoso per le sue acque salatissime e dalle molte proprietà benefiche, il Mar Morto riceve acqua quasi esclusivamente dal biblico Fiume Giordano. Ma se le acque del fiume continueranno a essere sfruttate come lo sono oggi da Israele e Giordania, il suo livello è destinato a scendere fino al prosciugamento. A questo problema si aggiunge quello dell’evaporazione delle acque, accelerato dai cambiamenti climatici. Le MaldiveSe avete rimandato fino a oggi il tanto agognato viaggio alle Maldive, vi conviene organizzarvi entro il prossimo secolo. Questo stato formato da tante minuscole isolette che emergono di appena un metro e mezzo dall’Oceano sta affrontando diversi problemi: oltre a rischiare di essere sommerso nel giro dei prossimi cento anni, deve fare i conti con montagne di spazzatura e con l’inquinamento derivato dall’uso eccesivo del gasolio per l’illuminazione, nonostante l’abbondanza di sole a disposizione. 

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29.09.2017

Se ancora non vi siete avventurati nella visione dell’ultimo contorto e controverso film di Darren Aronofsky, Mother!, e soprattutto se non avete familiarità con il lavoro di questo regista, ecco alcune cose  che dovreste sapere prima di entrare in sala (state tranquilli: questo articolo non contiene spoiler). 1 Aronofsky si è fatto conoscere dal grande pubblico soprattutto grazie all’appassionato, inquietante e bellissimo Black Swan del 2010, incentrato su una ballerina interpretata da Natalie Portman. Il film fu criticato per alcune scene particolarmente crude, e descritto come un horror – sebbene non certo il genere di horror con assassini armati di ascia. In effetti, le scene più inquietanti possono sortire sullo spettatore lo stesso effetto del rumore di unghie su una lavagna – addirittura amplificato. Lo stesso si può dire per Requiem for a Dream (2000), il secondo film di Aronofsky, che ritrae le vite di un gruppo di eroinomani senza il minimo senso di umanità. Più “facile”, The Wrestler (del 2008 con Mickey Rourke) è altrettanto efficace nel mostrare l’agonia psicologica dei personaggi, seppure meno originale dal punto di vista visivo. 2. Quando si guarda un film di Aronofsky, bisognerebbe sempre immergersi completamente nel suo mondo e lasciarsi guidare nel viaggio di esplorazione emozionale che ne segue.  Per quanto spiazzanti qualcuno possa trovare i suoi lavori, la loro bellezza sta proprio nel modo in cui Aronofsky scompone la psiche dei personaggi, regalando allo spettatore un’immagine precisa dei crudi processi che si consumano all’interno di una mente da lui stesso creata e allo stesso modo distrutta. 3. A volte guardare un film di Aronofsky può essere davvero difficile – e non soltanto per via di alcune scene particolarmente crude. La profonda elaborazione dei personaggi e l’intensità con cui gli attori s’impegnano nel proprio ruolo trascinano letteralmente lo spettatore dentro il mondo rappresentato. I detrattori di Aronofsky sostengono che il regista, in questo estremo tentativo di creare qualcosa di profondo, finisca spesso per dar vita a film eccessivi e poco autentici.Tuttavia, la sua capacità di evocare emozioni profonde nello spettatore è innegabile e impressionante: la coerenza con cui porta avanti questo obiettivo è qualcosa che merita rispetto, indipendentemente dal fatto che si apprezzino o meno i suoi film. 4. Se c’è un filo conduttore che lega tutti i lavori di Aronofsky, è la volontà di spingere i suoi personaggi oltre i propri limiti per diventare il meglio di se stessi. Aronofsky ne ritrae dolorosamente la passione e la follia, ed è proprio in questa sua capacità di trasportarci nella mente alterata di qualcun altro che sta la vera bellezza dei suoi film, al di là del suo grande talento registico e del suo gusto per l’immagine più apprezzati dagli addetti ai lavori. 5. Non lasciatevi spaventare dalle recensioni e godetevi il film!  

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27.09.2017

Quoi, vous ne mangez pas de viande? È il classico ritornello che qualunque vegetariano si è sentito ripetere mille volte nell’atto di ordinare in un ristorante parigino. Ultimamente, però, le cose sembrano essere cambiate, e trovare ottimi piatti senza carne nella città del foie gras e del boeuf bourguigon non è più un’impresa così difficile. Al contrario: la scelta si è allargata così tanto che si può scegliere fra ristoranti sofisticati, piccoli caffè di quartiere e persino fast food, tutti consacrati alla gastronomia vegana, vegetariana e addirittura crudista, e tutti con una notevole ricerca in termini di ingredienti e sapori, tanto da conquistare anche i palati dei carnivori più scettici. Ecco una piccola lista d’indirizzi meat-free da mettere in agenda per la vostra prossima trasferta a Parigi. Gentle GourmetFondato nel 2009 in zona Bastille, Gentle Gourmet è nato con il preciso obiettivo di offrire alta cucina vegana unendo la raffinatezza della gastronomia francese a una dimensione più etica ed ecologica, senza rinunciare al piacere. Se siete curiosi di provare la versione vegan di alcuni piatti e dessert classici francesi, questo è il posto giusto per voi. Le Potager de CharlotteMamma Charlotte e i due figli David e Adrien: ecco la squadra a capo di questo ristorante vegan a gestione familiare non lontano dalla Gare du Nord, che si propone di offrire una cucina saporita e gratificante senza carne, pesce e altri prodotti di origine animale. Missione impossibile? Non proprio. Qui il cibo è creativo, bello da vedere e, soprattutto, delizioso. 42 Degrés42 gradi sono la temperatura massima che si può utilizzare nella cucina crudista per mantenere intatte tutte le proprietà nutritive dei cibi. Da 42 Degrés, in zona Poissonière area, si può assaggiare la versione crudista della “bistronomie”, un mix di ricette da bistró e alta cucina, naturalmente vegana and salutare. Per assaggiare un po’ di tutto e farvi un’idea della cucina “raw” potete provare il brunch a buffet della domenica. SoyaA due passi dal suggestivo Canal St. Martin, questo ristorante in stile post-industriale con tre grandi vetrine e cucina a vista ricavato dagli spazi di un atelier e di una vecchia rubinetteria serve cucina vegetariana (al 90% vegetale) a base di prodotti biologici. Veget’HallesQuesto semplice localino vegetariano senza pretese accanto a Les Halles affianca ricette francesi a piatti internazionali e classici dello street food. Gli ingredienti sono stagionali e i succhi freschi tutti bio. A pranzo si può ordinare il menù completo per provare più pietanze. 

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25.09.2017

Chicago è conosciuta soprattutto per la sua architettura, per la pizza morbida e spessa, per lo sport e per il Magnificent Mile, una delle più lunghe vie dello shopping al mondo stretta fra i grattacieli. Ma la “città ventosa” ha altro da offrire oltre al celebre Navy Pier e agli altri luoghi turistici: il meno conosciuto South Side, ad esempio – sebbene spesso dipinto dai media come un quartiere pericoloso e poco raccomandabile - ha in realtà molti tesori da offrire, specialmente nella zona di Hyde Park. Sede del bellissimo campus della University of Chicago e ricco di storia e cultura, Hyde Park è un quartiere tutto da scoprire. Perciò, se doveste trovarvi in città, prendetevi un po’ di tempo per esplorare questo angolo autentico di città, facilmente raggiungibile dal centro. Colazione da ValoisValois è una vera e propria istituzione del South Side, e non solo perché è il diner preferito da Obama nel quartiere. Sebbene si tratti di un normalissimo diner in stile caffetteria (che accetta solo contanti), il comfort food che serve ha quella meravigliosa capacità di rimetterti al mondo. Preparatevi dunque a mettervi in fila, perché la gente del posto ama questo locale da ben prima che l’ex Presidente ci mettesse piede. Flipper e pulcini al Museo della ScienzaI musei di Chicago sono eccezionali, dall’Art Institute fino al Field Museum e al magnifico acquario. Ma il Museum of Science and Industry di Hyde Park, accanto a Lakeshore Drive e Promontory Point (uno dei punti meno conosciuti per ammirare lo skyline della città), ha qualcosa di ancor più speciale: è interattivo, e non soltanto nelle zone dedicate ai bambini.Fra le esposizioni permanenti, non perdetevi quella dedicata alla schiusa delle uova, dove si possono osservare i pulcini rompere il guscio e nascere, e l’incredibile Swiss Jolly Ball, il flipper più grande del mondo, che riproduce un tipico paesaggio svizzero realizzato con materiale proveniente dai ferrivecchi. 57th StreetNel cuore del campus universitario si può ammirare la famosa Robie House progettata da Frank Lloyd Wright, un mirabile esempio di architettura ispirata alla Prairie School, il primo vero stile architettonico tutto americano. Giusto dietro l’angolo c’è Medici on 57th Street, un ristorante di cucina americana classica molto amato dagli studenti, e famoso per la sua Orzata, un delizioso frappé con aggiunta di sciroppo d’orzata. Poco più in là, ecco un altro indirizzo imperdibile: 57th Street Books, una libreria la cui porticina rossa affacciata sul marciapiedi conduce, qualche scalino più in basso, in uno degli spazi culturali più amati dalla comunità locale. Il pollo fritto di Harold’sImpossibile parlare di South Side Chicago senza citare una delle sue principali specialità gastronomiche: il pollo fritto. Il migliore è a detta di tutti quello di Harold's, una catena nata proprio qui negli anni Cinquanta. La gente di South Side dibatte persino su quale singolo ristorante del gruppo prepari il pollo migliore – a proposito, l’autrice di questo pezzo propende sfacciatamente per quello sulla 53a strada.  

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22.09.2017

“Un uomo che è stanco di Londra è stanco della vita”, recita una famosa frase di Samuel Johnson. Ma forse ogni tanto è bene uscire dai confini della città per ricordare a se stessi quanta bellezza e varietà abbia da offrire il sud dell’Inghilterra, dalle verdi campagne ai paesaggi naturali incontaminati, dai villaggi tradizionali fino ai luoghi d’arte e di cultura. Ecco qualche idea per un weekend o un giorno di relax da trascorrere nei dintorni di Londra. Osea IslandQuest’isola tidale privata nell’estuario del Tamigi in Essex, a circa due ore d’auto da Londra, si è da qualche anno trasformata in un lussuoso buen retiro scelto dai londinesi per il fine settimana, ma la sua storia affascinante ha ben altre tinte. Tradizionalmente, l’isola è stata a lungo una sorta di luogo di recupero per alcolizzati: dall’inizio del Novecento, quando ospitò a prima “casa per ubriachi”, fino a pochi anni fa, quando il locale centro di disintossicazione ospitò fra gli altri Amy Winehouse. Più di recente, a Osea si sono trasferiti diversi studi di registrazione e altrettanti produttori discografici, ma solo da poco l’isola è stata riconvertita in luogo di villeggiatura e location per feste e matrimoni, grazie soprattutto ai suoi bei paesaggi naturali e alle dimore storiche che la rendono speciale. Fra le possibilità di soggiorno ci sono cottage d’epoca, appartamenti e due ville.  Alfriston, East Sussex  Nella valle del fiume Cuckmere, questo grazioso vilaggio di appena 800 anime è famoso soprattutto per la Clergy House, vale a dire la canonica della chiesa di St. Andrew, di proprietà del National Trust, un tipico e ben conservato edificio medievale con la strutura in legno e il tetto di paglia. Ci sono poi tre pub in altrettanti edifici storici, e il classico village green, un grande prato con panchine che circonda la chiesa, dove fermarsi per ammirare il placido paesaggio. The Henry Moore FoundationSe cercate un’esperienza da sindrome di Stendhal, la visione delle monumentali sculture di Henry Moore sullo sfondo delle dolci colline del verde Hertfordshire non vi deluderà certamente. Ad appena un’ora e mezza di auto da Londra, la Henry Moore Foundation è ospitta all’interno dell’atelier e della casa dell’artista e conserva una collezione di 15.000 pezzi fra sculture, maquette, disegni, stampe, tappezzeria e tessuti. St.AlbansQuesta splendida cittadina di origini Romane a 35 chilometri da Londra è una destinazione piuttosto classica per un fine settimana intorno a Londra, ma merita davvero una visita per la sua imponente cattedrale, nella cui struttura si mescolano armoniosamente stili architettonici appartenenti a epoche diverse. Fra le principali attrazioni ci sono anche il museo archeologico che raccoglie i resti dell’antica città Romana di Verulamium, il teatro Romano e il pittoresco mercato tradizionale risalente al IX secolo.  New ForestUn luogo magico ad appena due ore dalla capitale inglese: non ci sono parole migliori per descrivere quest’area verdissima a sud di Londra che fu un tempo la riserva di caccia di Guglielmo il Conquistatore e che ancora oggi appare come un mondo a sé. I suoi paesaggi sono sicuramente fra i più incontaminati nel sud dell’Inghilterra, un mosaico di antichi boschi e foreste ornamentali dove pony selvatici pascolano in libertà, fiumi, valli, acquitrini, coste punteggiate di paludi salmastre, villaggi storici e sorprendenti paesaggi attraversati da sentieri e piste ciclabili.  

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20.09.2017

Fra i molti tesori archeologici della Grecia, quelli macedoni - forse perché non si trovano sulle classiche rotte turistiche - non sono certo i più noti; eppure si tratta di ritrovamenti imperdibili e dal fascino davvero straordinario, che meritano decisamente il viaggio fino a Salonicco e dintorni. Quando, nel 1977, l’archeologo greco Manolis Andronikos si ritrovò di fronte alla tomba di Filippo II di Macedonia e ai suoi tesori perfettamente conservati, fu immediatamente chiaro a tutti che si trattava di una scoperta dal valore inestimabile. Gli scavi nei dintorni del villaggio di Vergina, a 75 chilometri da Salonicco e in corrispondenza dell’antica città di Aigai, capitale del regno di Macedonia, erano cominciati già a fine Ottocento, ma fino a quel momento nulla di così sorprendente era ancora emerso. La tomba di Filippo II, insieme ad altre tombe a camera ipogea con volta a botte e facciata monumentale, furono rinvenute sotto una collinetta artificiale, protette da un ammasso di terra e frammenti di steli funerarie. Ma ciò che colpì all’epoca gli archeologi e che ancora lascia senza parola i visitatori è il loro essere miracolosamente intatte, oltre alla bellezza dei corredi ritrovati al loro interno e oggi esposti nel museo annesso. In particolare, la tomba identificata come quella di Filippo II, figura chiave nella storia della Grecia antica e padre di Alessandro Magno, assassinato nel 336 a.C., custodiva un ricchissimo corredo funebre composto da oggetti in oro, argento e bronzo fra cui magnifiche corone e preziosi diademi, una faretra e uno scudo da parata, oltre ai resti di una corazza e a cinque testine d’avorio probabilmente raffiguranti personaggi della famiglia reale. Cosa ancora più sorprendente, dalla tomba sotterranea emersero anche due urne in oro a sbalzo perfettamente intatte contenenti i resti cremati di un uomo e di una donna, presumibilmente lo stesso Filippo II e la seconda moglie Cleopatra, oppure, secondo un’ipotesi alternativa Filippo III Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno, e sua moglie Euridice. Le tombe reali, insieme al palazzo monumentale – uno dei più sorprendenti edifici di tutta la Grecia classica – al teatro, ai santuari di Eukleia e della Madre degli Dei, alle mura e alla necropoli, fanno dei resti di Aigai uno dei più importanti siti archeologici europei, non a caso designato Patrimonio dell’Umanità UNESCO.  

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Diviso fra Malesia, Indonesia e Brunei e circondato dal Mar Cinese Meridionale, il Borneo è la terza più grande isola del mondo e la più grande di tutta l’Asia, ma soprattutto un grande polmone verde grazie alla sua foresta pluviale, che ha circa 140 milioni di anni e vanta una biodiversità senza eguali.  Eppure, nonostante tutto ciò suggerisca chiaramente quale risorsa inestimabile esso rappresenti per l’intero pianeta, la distruzione della foresta del Borneo è a lungo passata inosservata, e addirittura ignorata dai più. Ma non certo dagli abitanti del Borneo malese, che da molti anni combattono per difendere le foreste, il proprio sostentamento e anche il rispetto dei diritti umani. Le comunità indigene del Sarawak fronteggiano da tempo l’industria del legno che minaccia di togliere loro la terra, l’espansione indiscriminata della coltivazione di palme da olio e le grandi dighe, le miniere e la bracconeria che devastano la loro terra. A fine anni Ottanta, il Sarawak finì sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo per aver opposto resistenza all’industria del legno, colpevole di aver usurpato illegalmente il suo territorio. Gli osservatori internazionali furono testimoni di episodi gravissimi come arresti di massa e l’utilizzo di gas tossici contro i manifestanti. Fra questi c’era anche Joe Lamb, scrittore e attivista di Berkeley, che raggiunse via fiume il villaggio di Uma Bawang per proporre un gemellaggio con Berkeley. Era il primo passo verso un processo che avrebbe dato vita a The Borneo Project, un’organizzazione nata per supportare e portare all’attenzione internazionale le battaglie delle comunità locali, con la convinzione che proteggere la foresta pluviale sia un dovere morale e un atto dovuto per il futuro dell’umanità stessa. Fin dalla sua fondazione, il progetto ha formato decine di attivisti indigeni in materia di mappatura comunitaria del territorio, consentendo alle comunità locali di identificare aree di rivendicazione dei diritti ancestrali sulle terre e di vincere cause legali e negoziazioni. “Al di là della devastazione ambientale”, ci ha spiegato Fiona McAlpine, Communications and Media Manager di The Borneo Project, “la perdita del territorio porta con sé la perdita di un’intera cultura per chi in quel territorio ha sempre vissuto, proteggendo e dipendendo da queste foreste per millenni. Purtroppo, in questi dibattiti si dimentica spesso l’aspetto umano, ed è proprio per questa ragione che combattiamo per amplificare le voci degli indigeni”. Per mettere insieme le risorse necessarie a lanciare le sue campagne internazionali a partire dai villaggi, The Borneo Project mobilita e coinvolge diverse organizzazioni e soggetti nella Bay Area – da diverse figure accademiche dell’università di Berkeley a ex-membri dei Peace Corps che hanno stazionato in Sarawak, fino a esperti di questioni legali legate al cambiamento climatico. “A livello pratico”, continua Fiona, “ascoltiamo con attenzione quelle che sono le necessità locali tenendo aperti tutti i canali di comunicazione e dando voce ai movimenti di base anziché parlare per conto di altri. Diamo l’opportunità ai leader indigeni di partecipare agli incontri internazionali e di stringere alleanze con altri leader di movimenti locali nel mondo”.  Una delle battaglie di maggior successo alla cui vittoria The Borneo Project ha contribuito è stata quella contro la diga di Baram, nel 2016, risultato di una lunga campagna che ha coinvolto diversi movimenti locali. Vista l’esperienza delle due precedenti dighe, che avevano costretto diverse comunità a spostarsi con drammatiche conseguenze a livello sociale e ambientale, la misura era decisamente colma: grazie a una serie di picchetti e di blocchi strategicamente diffusi e ricostruiti non appena venivano rimossi, la popolazione ha resistito fino al ripristino a quando finalmente i progetti per la costruzione della diga sono saltati e il loro diritto al territorio ripristinato.  

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15.09.2017

Dopo un lungo lavoro di ricerca fra collezionisti privati, studi cinematografici e agenzie di produzione e autenticazione oggetto per oggetto, Prop Store, uno dei maggiori venditori di cimeli e oggetti da collezione a tema cinematografico nel mondo con sede a Londra e Los Angeles, ha annunciato una storica asta in programma per il 26 settembre. Sotto i riflettori ci saranno oggetti di scena, costumi e altri memorabilia (600 in tutto) che hanno fatto la storia del cinema e della televisione degli ultimi sessant’anni, un vero scrigno di tesori per tutti i collezionisti e gli appassionati di cinema - purché dotati di una certa disponibilità economica, perché i prezzi sono decisamente di quelli da far impallidire. Fra i pezzi più celebri, le mitiche Nike indossate da Marty McFly in un immaginario 2015 da Ritorno al futuro parte seconda, la leggendaria frusta di Indiana Jones da Indiana Jones e l’ultima crociata, il trench ricoperto di toppe di Data da I Goonies, una degli indimenticabili dolcevita indossati dall’equipaggio della serie televisiva Star Trek negli anni Sessanta, e ancora il costume di Joker dal Batman di Tim Burton (1989)  e la tuta dell’acchiappa fantasmi Venkman interpretato da Bill Murray in Ghostbusters. L’asta si terrà a Londra alle 12 precise del 26 settembre, ma sarà possibile partecipare anche via telefono oppure in modalità online. 

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13.09.2017

Se solo fino a qualche anno poteva suonare ai profani come una forma di stravaganza o eccentricità in cucina, oggi la fermentazione è davvero onnipresente: dalle cucine dei grandi chef, dove sembra ormai aver superato per popolarità sferificazioni, pressurizzazioni e altre tecniche molecolari sulla via del tramonto, fino alle case degli appassionati di cucina e autoproduzione, alle riviste e ai blog di cucina. Insomma, la situazione ci sta decisamente sfuggendo di mano, ma in compenso fra tutte le mode gastronomiche degli ultimi anni quella della fermentazione è senza dubbio la più ragionevole. Innanzitutto perché il cibo fermentato è estremamente salutare: i microorganismi che contiene sono disintossicanti e in grado di riequilibrare la flora intestinale, una virtù che da una parte contribuisce a rafforzare sistema immunitario, e dall’altra migliora l’umore grazie alla produzione di serotonina, “l’ormone del buonumore”, proprio da parte dell’apparato digerente. E poi perché la fermentazione è un processo perfettamente naturale, che l’uomo ha sfruttato da sempre per conservare i cibi e che sta alla base di alimenti essenziali e diffusi in tutto il mondo come pane, formaggi e yogurt ma anche birra e vino. Lo stesso termine “fermentazione” deriva dal latino fervere (ribollire), riferito all’aspetto del mosto durante la preparazione del vino. Ci sono diversi tipi di fermentazione – quella utilizzata per il vino, ad esempio, è quella alcolica, in cui lo zucchero del mosto si trasforma in alcol e anidride carbonica – ma quella più usata in cucina è la fermentazione lattica, che si ottiene immergendo le verdure in acqua e sale o più semplicemente nel proprio liquido estratto attraverso la compressione all’interno di un vaso. Il processo consiste nella trasformazione degli zuccheri e degli amidi vegetali in acido lattico (che conferisce ai cibi fermentati l’inconfondibile sapore acidulo) attraverso l’azione di batteri. E sebbene possa suonare pericoloso, si tratta in realtà di un infallibile sistema di conservazione, perché nel momento in cui l’acidità raggiunge un determinato valore la proliferazione dei batteri si ferma e l’ambiente nel vasetto raggiunge una stabilità che può mantenersi anche per anni. Il kimchi e l’antica arte coreana della conservazione dei cibiUno dei cibi fermentati divenuti un vero cult negli ultimi anni è il kimchi coreano, un piatto tipico a base di foglie di cavolo cinese fermentate in una salamoia di spezie e odori fra cui cipollotti, ravanelli, peperoncino, aglio, zenzero, rafano, pesce secco e salsa di soia.Il kimchi è talmente diffuso e radicato in Corea che ne esistono centinaia di ricette, e ogni località, per non dire ogni famiglia, ne conserva e ne tramanda una particolare. Le sue origini risalgono a circa 3.000 anni fa e affondano le radici nell’antica pratica di conservazione del cibo, e in particolare dei vegetali che scarseggiavano durante l’inverno, con il sale. Con il trascorrere del tempo questa pratica ha dato però vita a una vera e propria specialità grazie all’aggiunta di altri ingredienti e in particolare delle spezie che le conferiscono un sapore del tutto particolare.Ma iI kimchi è l’alimento simbolo della Corea, una sorta di cibo sacro la cui preparazione somiglia un vero e proprio rituale: tradizionalmente, l’intera famiglia si riunisce per prepararlo durante l’autunno attendendo le condizioni atmosferiche più propizie. Il processo dura diversi giorni e si conclude con l’interramento delle giare utilizzate per la conservazione. Sandor Katz e la rinascita della fermentazioneDa quando nel 2003 uscì il suo primo libro, Wild Fermentation, Sandor Katz non ha fatto altro che promuovere la fermentazione e le sue virtù attraverso pubblicazioni, corsi, interviste e seminari. Oggi è una sorta di rockstar della scena gastronomica americana, come l’ha definito il New York Times: autore e creatore di ricette a base di cibi fermentati e attivista dell’autoproduzione, ha una sua storia è decisamente affascinante. Dopo aver lasciato un lavoro d’ufficio a New York nel 1993, si è trasferito nella comunità rurale di Cannon County, Tennessee, dove ha cominciato ad appassionarsi a questa antica tecnica di conservazione grazie a una vecchia giara ritrovata nel fienile di case, dove ha fatto fermentare i suoi primi crauti. Sandor convive con il virus dell’HIV fin dagli anni Ottanta e considera l’assunzione di cibi fermentati un elemento importante per il sostegno della propria salute. 

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13.09.2017

I matsutake sono un ingrediente squisitamente giapponese dal profumo inconfondibile, così radicati nella cultura del Sol Levante da essere citati nelle più celebri antologie di poesia giapponese, il Man’yoshū e il Kokinwakashū. Questi funghi del tutto particolari crescono nelle foreste di pini rossi e conifere, a fine Agosto nelle zone più fredde e verso Novembre dove le temperature sono più basse, come a Kyūshū, e non possono essere coltivati, il che li rende rari e preziosi. La raccolta avviene prima che il cappello si apra completamente, o il profumo e il sapore si dissolveranno.Ecco una lista di ristoranti dove assaggiare questa deliziosa specialità stagionale con un buon bicchiere di saké. Wakuta (Ginza)La specialità dell’autunno da Wakuta è l’anguilla hamo con funghi matsutake, una delizia preparata con le ultime anguille e i primi funghi della stagione, servita in un brodo di ossa d’anguilla e alga konbu e condita con saké e salsa di soia. Mao (Ginza)A solo tre minuti  piedi dalla staione di Ginza, Mao propone cucina giapponese tradizionale preparata con ingredienti freschi dal vicino Tsukiji Market. In questa stagione si possono assaggiare i funghi matsutake cotti al vapore nel coccio (dobinmushi) in un ambiente davvero accogliente e amichevole. Matsukawa (Roppongi)Matsukawa è un localino informale dove si può mangiare al bancone, ma la cucina è di primissima qualità e assolutamente autentica. I matsutake sono proposti in abbinamento alla carne di manzo grigliata, yam di montagna (un tubero simile alla patata) e semi di gingko. Kikunoi (Akasaka)Una catena rinomata per la ricchezza dei suoi ingredienti, in particolare le verdure provenienti da Kyoto, dove si trova la sede principale. Fra le specialità c’è il dobinmushi con matsutake e anguilla hamo dall’isola di Awaji, servito in una delicata zuppa alla maniera di Kyoto. Sedetevi al bancone per ammirare l’abilità degli chef nel preparare staff il meglio della tradizione gastronomica di Kyoto. Gatō (Aoyama)Un ristorante moderno con posti al bancone e ingredienti di altissima qualità, fra cui manzo Kuroge e pesce fresco. La specialità è il dobimushi, preparato con ingredienti stagionali. L’autunno è la stagione della zuppa di matsutake servita in piccoli cocci di terracotta.  

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11.09.2017

Fra le molte tracce lasciate in Sardegna dalla civiltà nuragica, che qui nacque e si sviluppò fra l’Età del Bronzo e il II secolo a.C., non ci sono soltanto le celebri costruzioni megalitiche cui questo antico popolo deve il nome, la cui funzione resta a tutt’oggi incerta. Oltre ai nuraghi, infatti, l’isola è disseminata di resti altrettanto affascinanti e forse ancor più misteriosi, come gli enigmatici templi dell’acqua santa e le statue in arenaria dei giganti. Per scoprire alcuni di questi tesori occorre spingersi oltre le più popolari rotte balnearie che attraversano la Sardegna, verso la parte centro occidentale dell’Isola e in particolare la provincia di Oristano e la penisola del Sinis, dove l’interno è disseminato di siti archeologici eccezionali e le coste riservano baie e spiagge dalla bellezza incontaminata. Il santuario nuragico di Santa CristinaSull’altopiano basaltico di Abbasanta, in provincia di Oristano, a fine Ottocento l’archeologo sardo Giovanni Spano s’imbatté in uno dei primi “pozzi sacri” mai rinvenuti in Sardegna. Costruito intorno all’undicesimo secolo a.C., questo profondo scavo circondato da un recinto e preceduto da un vano trapezoidale è uno degli esempi meglio conservati nel suo genere, giunto fino a noi quasi intatto.La sua funzione originaria non è certa, ma presumibilmente ospitava culti e cerimonie dedicati all’acqua, alla Dea Madre a alla femminilità oppure, secondo una teoria meno diffusa, fungeva da osservatorio astronomico. Resta il fatto che questa costruzione ipogea appare anche agli occhi di un osservatore contemporaneo come qualcosa di straordinario, e ancor più affascinante proprio perché avvolta da un certo mistero. Nei dintorni si trovano anche alcuni nuraghi e la chiesetta campestre di Santa Cristina, che dà il nome al sito. I Giganti di Mont’e PramaCorreva l’anno 1974 quando, nelle campagne alla base del colle di Mont’e Prama, poco distante dallo stagno di Cabras nella penisola del Sinis, alcuni agricoltori s’imbatterono per caso in quella che si sarebbe rivelata la più importante scoperta archeologica di fine XX secolo nel Mediterraneo. Si trattava di una serie di sepolture risalenti all’ottavo secolo a.C.  sopra le quali erano sparsi oltre 5.000 frammenti scultorei in calcare arenaceo che, ricomposti attraverso un lungo processo di restauro, si sono rivelati essere parte di grandi statue orientaleggianti dalle sembianze maschili, alte quasi due metri e ricavate da blocchi unici che potevano pesare fino a 400 chili, provenienti da una cava del luogo. Rimasti sepolti per 2.800 anni, i “giganti” identificati e in parte ricostruiti sono pugili, arcieri e guerrieri, e rappresentano con tutta probabilità le più antiche statue a tutto tondo del bacino del Mediterraneo, parte di un monumento funerario dalla maestosità senza pari in Italia.Mentre gli scavi nel sito continuano regalando ogni giorno nuove sorprese, le statue ricostruite si possono ammirare presso il Civico museo archeologico di Cabras, dove è stata allestita un’apposita sala arricchita da un percorso multimediale, e presso il Museo Archeologico di Cagliari. Le spiagge di sabbia e di quarzoOltre alle affascinanti scoperte archeologiche, questa parte della Sardegna offre anche una manciata di spiagge dalla bellezza naturale a dir poco unica. Sulla costa del Sinis si trovano infatti alcune delle spiagge più belle spiagge di quarzo dell’isola, in particolare Is Arutas, Mari  Ermi e Maimoni, caratterizzate da sassolini levigati simili a chicchi di riso nei toni del bianco, rosa, verde e argento e bagnate da un mare cristallino. Questa particolarità è il risultato di un processo naturale lungo centinaia di milioni di anni, la graduale erosione delle rocce granitiche di cui era formata la costa, delle quali il quarzo rappresenta il cuore. M​ari Ermi è una spiaggia di due chilometri e mezzo lungo la costa di Cabras con un fondale dolcemente digradante. È racchiusa fra le dune e alle sue spalle c’è un grande stagno popolato di fenicotteri rosa, mentre proprio di fronte sorge l’isola di Mal di Ventre, anch’essa punteggiata di magnifiche spiagge.Poco più a sud, la spiaggia “gemella” di Is Arutas ha un fondale profondo, acque limpide e una popolazione marina davvero notevole - una combinazione ideale per lo snorkeling. Proseguendo ancora verso sud s’incontra un’altra spiaggia di quarzo, Maimoni, a due passi dagli scavi archeologici di Tharros, antica città fenicia fondata su un preesistente insediamento nuragico. Raggiungibile percorrendo un lungo sterrato immerso nella macchia mediterranea fino a un piccolo promontorio, Maimoni deve il suo nome al dio sardo e fenicio dell’acqua e della pioggia ed una splendida spiaggia di due chilometri amata dagli appassionati di surf. Fra le altre spiagge celebri della zona ci sono poi quelle di Sa Mesa Longa, a nord della penisola, e quella di San Giovanni di Sinis, a sud. Sa Mesa Longa, “la tavola lunga”, è una grande spiaggia giallo ocra con la battigia rosa e scogli scuri che affiorano di fronte alla riva. San Giovanni di Sinis, a ridosso di Tharros, è una delle spiagge più rinomate della Sardegna; prende il nome dall’omonima chiesa paleocristiana ed è una distesa di sabbia bianca inframmezzata da parti rocciose e sovrastata da una suggestiva torre spagnola. Per ulteriori informazioni: www.sardegnaturismo.it 

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07.09.2017

Jacopo Cinti è un giovane creativo che vive e lavora a Londra e un expat convinto, innamorato della sua città adottiva. Gli abbiamo chiesto di darci la sua visione della capitale inglese e qualche consiglio per scoprirne gli angoli più interessanti. SJ: Raccontaci qualcosa di teJC: Mi chiamo Jacopo Maria e sono un creativo specializzato nel lusso e nella comunicazione di prodotti d’alta gamma. Al momento lavoro come art director presso MR PORTER, il sito di riferimento mondiale per l’abbigliamento e lo stile maschile che ora fa parte del gruppo Yoox Net-A-Porter.Quando mi sono trasferito a Londra, cinque anni fa, mi sono reso conto che nessuno riusciva a pronunciare il mio nome correttamente: mi hanno chiamato davvero in tutti i modi, “Giacobbi”, “Giakolo... così alla fine ho deciso di optare per una versione più semplice, “Jay”. Sono talmente abituato a sentirmi chiamare così che quando torno in Italia e mia madre mi chiama con il mio vero nome ci metto un po’ ad abituarmi! SJ: Perché hai scelto Londra? Lo rifaresti?JC: Ho vissuto in molte città diverse, ma Londra è davvero unica. Adoro il frastuono di questo grande snodo multiculturale, e il fatto che ci si possa trovare cibo di ogni genere, i musei e le gallerie più incredibili da visitare nel weekend. E poi se proprio ti viene un desiderio smisurato di lasagne, in due ore di volo sei in Italia. SJ: Al momento vivi a Old Street, nella zona est della città. Hai seguito l’evoluzione del quartiere? Com’è cambiato negli ultimi 15 anni?JC: Quando ho vissuto a Londra per la prima volta, verso la fine degli anni Novanta, abitavo proprio a Old Street, ma all’epoca era un quartiere molto diverso. Diciamo che quando raccontavo alle persone di vivere a Shoreditch la reazione era molto diversa da quella che ricevo costantemente oggi. Quello che è cambiato è che in tutta questa parte dell’East Side è arrivata la gentrification, e così adesso le strade sono piene di locali e piccoli caffè (a proposito, il mio preferito è il FIX 126 di Curtain Road). Nonostante tutto, però, la zona ha conservato parte del suo spirito autentico, altrimenti non attirerebbe così tanta gente ogni sabato. SJ: In generale, quanto è cambiata la città negli ultimi anni?JC: Come tutte le grandi capitali del mondo, Londra è in continua evoluzione. Così come ogni volta che torno a New York mi stupisco di quanto sia cambiata, credo che lo stesso valga per Londra. Ad esempio ci sono quartieri che fino a qualche anno fa erano off-limits come Dalston, Stoke Newington, New Cross o Crystal Palace e che oggi sono invece ambiti e considerati trendy e stilosi. SJ: Dacci tre motivi per convincerci a trasferirci a Londra domani stesso.JC: Il cibo: c’è n’è una varietà incredibile – anche se il mio ristorante preferito resta ‘La Famiglia’ a Chelsea. L’arte: fatevi un giro al Barbican Centre ci sono sempre delle mostre interessantissime in tema di moda, lifestyle, design e architettura. E poi lo sport: se siete di tipi sportivi, qui potrete praticare qualsiasi disciplina. Personalmente mi sono appassionato al crossfit, il mio club si chiama 3 Aces CrossFitSJ: Puoi suggerirci qualche posticino interessante e insolito in città?JC: Se vi piace andare a caccia di caffè e negozietti indipendenti, non perdetevi Redchurch Street a East London dove troverete una gran quantità di ristoranti, bar e negozi di articoli per la casa e lifestyle.Per un’iniezione di energia suggerirei l’Allpress Espresso Bar, mentre per placare la nostalgia del cibo italiano l’indirizzo giusto è Burro e Salvia, dove si possono trovare ravioli e tortellini freschi da asporto. Se cercate una buona lista d’indirizzi, date un’occhiata anche allo Style Council di MR PORTER, ci trovate i suggerimenti su alberghi, caffè e ristoranti di alcuni degli uomini più eleganti del mondo Illustrazione di Joe McKendry

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SJ: Mobili, tessuti, carta da parati, tappezzeria e sculture: il suo è un talento decisamente multiforme. Ma gli esordi sono pur sempre da studente di arte e design: quali sono i suoi pittori e architetti preferiti? AH: La lista è lunga, lunghissima. Ci sono i grandi eroi del Rinascimento, Francesco di Giorgio Martini, Mantegna, Giulio Romano; poi gli architetti, in particolare Borromini, Vanbrugh, Robert Adam, Ledoux e Sir John Soane; e artisti come Blake, Füssli (il maestro della capigliatura erotica!) Sickert e Vuillard. Ne sono completamente ossessionato – e, devo confessarlo, sono molto più interessato a loro che agli artisti contemporanei, anche se non dovrei dirlo! SJ: Suo padre David è considerato uno dei più importanti interior designer della seconda metà del Novecento. Si è mai sentito sopraffatto da una così grande eredità? AH: Non esattamente sopraffatto, ma di certo la sua è stata sempre una presenza importante nella mia vita, forse soltanto un po’ meno da quando se n’è andato, 19 anni fa. Ho lavorato con lui per un breve periodo ma senza grandi soddisfazioni, e questo non ha migliorato le cose. Da bambino però che mi ha insegnato tanto – a guardare le cose con occhio critico e interessato, a studiare gli stili storici e le origini (nei musei e nelle collezioni d’arte, ma anche in relazione alle correnti architettoniche) e a disegnare. Ricordo distintamente i suoi tentativi d’insegnarmi la prospettiva su un yacht in Grecia, e come disegnare gli alberi in un campo in Inghilterra. Da quando è morto ho fatto di tutto per tenere alta la sua reputazione, e ho valorizzato la sua eredità attraverso le collezioni di carta da parati, stoffe e tappeti David Hicks by Ashley Hicks; allo stesso tempo, ho cercato con determinazione di creare interni e prodotti con il mio stile personale, molto diverso dal suo. A me piace creare ambienti complessi, rilassanti e confortevoli che suggeriscano con discrezione un determinato stato d’animo, mentre le stanze disegnate da mio padre erano tipicamente ardite, formali, grafiche, puri esercizi il cui scopo era quello di rendere un interno perfettamente fotogenico. In altre parole, il mio stile lo avrebbe infastidito, ma resto comunque il primo a riconoscere che era un genio assoluto.SJ: Può parlarci di qualche suo progetto che lo rende particolarmente orgoglioso?AH: In genere apprezzo maggiormente le cose più recenti che ho fatto. Per l’ultima edizione del Fuorisalone a Milano, in collaborazione con la rivista di interior design Cabana Magazine, ho realizzato una serie delle mie sculture ‘Mini-Totem’ in vivaci colori rinascimentali per il soggiorno rivestito della Casa degli Atellani; e anche l’allestimento di una stanza con oggetti in Corian disegnati da me – degli obelischi e uno scrittoio – un finto “collector’s cabinet” (una serie di mie foto di tesori custoditi presso vari musei racchiuse all’interno di una finta vetrina e stampate con sovrimpressione di riflessi di Versailles) e due paravento di tela sui quali ho dipinto degli enormi tulipani a monocromo.  SJ: Che cosa pensa dei grandi designer che collaborano con i brand di mass market?AH: Prendo sempre volentieri in considerazione le collaborazioni, che siano con marchi di livello alto, intermedio o anche basso. Considerare, ovviamente, non significa necessariamente impegnarsi, ma ritengo che nel portfolio di un designer ci sia posto per ogni genere di prodotto, e che la stessa mano possa lavorare a collezioni lussuose così come a collezioni più semplici, senza che le une danneggino le altre. La qualità e il dettaglio della fattura, il valore dei materiali utilizzati e, naturalmente, la quantità prodotta, sono tutti elementi che contribuiscono a differenziare molto chiaramente i prezzi e la distribuzione, facendo in modo che un tipo di produzione non vada a discapito dell’altra. SJ: I cosiddetti “starchitect” (o “archistar”) sono spesso celebrati già in vita, e addirittura santificati dopo la morte, al punto che qualsiasi cosa facciano è ritenuta geniale a priori. Ma esistono davvero queste creature mitologiche?AH: Le differenze principali fra i grandi architetti di oggi e quelli dei secoli passati sono la portata globale dei primi, inevitabile risultato dei mercati e dei media a loro volta globalizzati, e la loro presenza nell’immaginario collettivo.  Per il resto, le archistar non sono poi così diverse da figure storiche come Mansard, James Wyatt, Le Corbusier e Frank Lloyd Wright. Anche questi, a loro tempo, erano visti come pericolosamente innovativi, brillanti e geniali. La gente ha bisogno di credere nella genialità e difficilmente accetta il fatto che esistano delle sottilissime sfumature di talento e capacità capaci di farci distinguere l’ordinario dallo straordinario. Così va il mondo! SJ: È cresciuto nell’Oxfordshire e passa ancora molto tempo da quelle parti. Che cos’ha di così speciale questo angolo d’Inghilterra?AH: Onestamente, una delle cose che apprezzo di più dell’Oxfordshire (a parte il fatto che si tratta di casa mia) è che è vicinissimo a Londra! Si trova a poco più di un’ora dal West End, eppure è “campagna vera” – seppure con un tocco di hinterland! Sono un turista inveterato e adoro visitare qualsiasi luogo in cui mi trovi, persino la chiesetta di Ewelme vicino a casa (con la bellissima tomba in alabastro della Duchessa di Suffolk, nipote dello scrittore Geoffrey Chaucer, scolpita nel 1470 con due diverse effigi della donna – in vita nella parte superiore, e in quella inferiore morta e in putrefazione) o gli splendidi dipinti del ciclo The Briar Rose di Edward Burne-Jones nel salone della tenuta di Buscot Park. O ancora la sbalorditiva grandeur barocca di Blenheim Palace a Woodstock e lo straordinario guazzabuglio di tesori etnografici del misterioso Museo Pitt-Rivers di Oxford.SJ: Da londinese autentico, che cosa ama di più della sua città e quali sono i luoghi ai quali è particolarmente affezionato? AH: Sono eternamente affascinato dalla storia, e Londra ha una così complessa stratificazione di epoche che non poso che essere d’accordo con la celebre frase di Samuel Johnson: “quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita”. Ho ricoperto un’intera parete della mia cucina con una grande mappa della città nel 1862 (a livello di strade è cambiato ben poco, a parte il lungofiume), dove ho segnato la mia casa all’Albany in Piccadilly con un cerchio rosso, in modo da poter decidere quali percorsi fare a piedi – cosa che adoro.  Mi piace andare a zonzo dalla Courtauld Gallery nella Somerset House fino al British Museum passando per il Sir John Soane’s Museum, entrando in tutte le chiese lungo il percorso, oppure spingenrmi fino alla Tate Modern Gallery lungo il fiume, o alla Queen’s Gallery e di lì alla Tate Britain, non senza un passaggio accanto ai complessi residenziali progettati da Lutyens nella zona di Victoria. Adoro le architetture Regency di John Nash e le chiese di Hawksmoor nella City, la grandeur della Caserma delle guardie a cavallo di William Kent e l’insolita atmosfera olandese del complesso ottocentesco di Hans Town a Chelsea, la scintillante modernità del Gherkin di Foster e l’eleganza georgiana di Spitalfields. In poche parole, amo la mia città, amo Londra. 

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05.09.2017

Di solito si tende a considerare Tokyo una metropoli ultramoderna, mentre Kyoto è conosciuta principalmente come la culla dell’arte e dell’artigianato tradizionali giapponesi. Ma la verità è che l’antica capitale ha tutto un suo lato contemporaneo da scoprire - fra le cose più interessanti c’è ad esempio il progetto “Contemporary Art Special Zone – Ultra Kyoto”, che si prefigge di trasformare edifici residenziali pubblici abbandonati nelle zone meno popolate, ex-fabbriche e altri luoghi inutilizzati in spazi espositivi e gallerie d’arte, in collaborazione con gli storici tempi delle diverse zone.Ecco dunque qualche indirizzo dove scoprire il volto contemporaneo di Kyoto. Kō-an, la sala da the tutta vetri Progettata da Tokujin Yoshioka per celebrare il cinquantesimo anniversario del gemellaggio fra Kyoto e Firenze, la Kō-an Glass Tea House è in mostra presso la terrazza panoramica Shogunzuka Seiryuden nel celebre luogo di culto del Shōren-in, un tempio Tendai di altissimo valore culturale dedicato al Fudō Myō-ō blu, una delle tre grandi divinità protettrici del Buddhismo Esoterico. Il progetto di Tokujin Yoshioka integra lo spazio di una sala da the trasparente nella natura circostante. La Kō-an Glass Tea House resterà in esposizione fino al 10 settembre, poi partirà un tour che la porterà in varie città del Giappone e del mondo. Il tempio di Shōju-inLegato al Buddhismo Shingon del Monte Kōya, questo tempio precedente all’anno 800 è principalmente dedicato al culto di Kannon, la dea della compassione dalle undici teste, e conserva una prestigiosa statua di Fudō Myō-ō scolpita da Kaikei nel Periodo Kamakura (1185–1333). Fino al 18 settembre, il tempio ospita un grande festival che ha per protagoniste le tipiche campanelle a vento giapponesi, provenienti dalle 47 prefetture della nazione. Le campanelle sono considerate amuleti contro la sfortuna e si dice che nulla di brutto possa accadere a chi si trova in questo luogo di culto circondato dal loro suono. Il tempio è famoso anche per la sua finestra a forma di cuore e i 160 affreschi sul soffitto che riproducono fiori e paesaggi giapponesi e la rappresentazione stagionale delle danzatrici maiko con le tradizionali allegorie dei quattro punti cardinali: il Dragone Azzurro dell’est, la Tigre Bianca dell’ovest, l’Uccello Vermiglio del sud  la tartaruga nera del nord.  Il tempio di Shōju-in si può raggiungere in autobus dalla stazione di Uji in circa un’ora di viaggio.  Il Forever Museum of Contemporary ArtQuesto nuovo museo ha aperto i battenti lo scorso giugno presso il teatro Gion Kobu Kaburenjō, un importante centro dedicato alla cultura tradizionale, con la mostra Yayoi Kusama: My Soul Forever, focalizzata sui lavori dell’omonima artista le cui opere rappresentano il cuore della collezione permanente (fino al 29 ottobre).Lo Yasaka Club, ossia la parte del teatro all’interno della quale è stato ricavato il museo, risale al 1913 ed è considerato un vero gioiello dell’architettura giapponese. Gli spazi ospitano circa 700 lavori raccolti negli ultimi 30 anni e sono suddivisi con le classiche porte scorrevoli rivestite di carta decorata. Le opere sono esposte a un’altezza inferiore rispetto a quanto avviene negli altri musei, per consentire ai visitatori di ammirarle comodamente seduti sui pavimenti tatami. Infine, anche i colori cangianti del giardino tradizionale giapponese meritano una sosta e contribuiscono al fascino del luogo.  

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04.09.2017

Acqua e terra, strette calli e sontuosi palazzi, architetture antiche e avanguardistiche, isole selvagge e angoli sovraffollati: la bellezza più autentica di Venezia nasce da un incomparabile insieme di equilibri precari e sottili. Per scoprirla occorre però abbandonare i sentieri battuti, allontanarsi dai ponti più fotografati e dalle piazze affollate di turisti, e affidarsi a chi conosce la città come le proprie tasche. Abbiamo chiesto a Daniela Cominotto, Veneziana DOC e guida turistica autorizzata della città di Venezia, di portarci con lei in un viaggio virtuale alla scoperta di alcune delle perle nascoste della città galleggiante. 1. La Basilica di San Giorgio MaggioreIsola di San Giorgio MaggioreSull’omonima isoletta di fronte al bacino di San Marco, questo grande capolavoro di Andrea Palladio merita una visita anche per godere di una prospettiva insolita e spettacolare sulla città, dalla cima del campanile raggiungibile in ascensore. 2. La Basilica di Santa Maria Gloriosa dei FrariCampo dei Frari, San PoloCon la sua mole gotica, la più grande chiesa di Venezia custodisce capolavori inestimabili, fra i quali il famoso Trittico con la Madonna e i Santi di Giovanni Bellini, l’unica statua di Raffaello a Venezia e la pala dell’Assunta di Tiziano nell’altare centrale. 3. La Scuola Grande di San Rocco Campo San Rocco, San PoloNata nel Quattrocento come confraternita di cittadini benestanti dediti a opere benefiche, l’ultima Scuola Grande sopravvissuta alla caduta della Repubblica conserva il celebre e meraviglioso ciclo pittorico del Tintoretto con episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. 4. La Scala Contarini dal BovoloSan MarcoQuesto piccolo tesoro nascosto nel cuore di Venezia, all’interno dell’omonimo edificio tardo gotico, è la più famosa scala a chiocciola della città, alta 26 metri. Dalle sue volte si possono ammirare le più belle cupole di Venezia. 5. Lo Squero Tramontin DorsoduroNello storico cantiere dove dal 1884 si costruiscono gondole si possono scoprire i segreti (ma non tutti) della costruzione di queste tipiche imbarcazioni veneziane, esportate in tutto il mondo e ancora realizzate con tecniche e materiali tradizionali. 

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31.08.2017

Per Todd Selby, il cambiamento è un elemento vitale nella crescita di un artista. Il suo acclamato progetto del 2008, The Selby, che ritraeva una serie di creativi nel proprio ambiente di lavoro con un occhio particolare ai dettagli, è stato solo il punto di partenza di una carriera tutta improntata all’evoluzione continua. Theselby.com è un punto di riferimento per il mondo della fotografia e dell’art direction. Puoi raccontarci brevemente come tutto è cominciato?TS: Originariamente Theselby.com era un mio progetto artistico personale. Era il mio modo per comunicare direttamente con le persone attraverso la fotografia. Prima di aprire il sito lavoravo soltanto con le riviste, per cui dal punto di vista creativo è stato un cambiamento cruciale per me. L’equilibrio fra le persone e lo spazio in cui vivono è uno degli aspetti centrali del tuo lavoro. Ti è mai capitato di ritrarre ambienti e persone separatamente e di notare delle discrepanze?TS: Il mio lavoro è tutto focalizzato sul rapporto fra le persone e lo spazio, per cui è davvero molto raro che io ritragga le persone al di fuori delle loro case, o le case senza le persone che vi abitano. La tua biografia sembra una sorta di divertissement, dove si citano tantissime professioni fra le più disparate, compresa quella di “stilista giapponese”. È tutto vero? TS: Sì, ho fatto molti lavori diversi. Per un po’ mi sono dilettato a disegnare abiti, e ho venduto qualche mia collezione in Giappone, principalmente per United Arrows. Fra queste ricordo una linea di bandana di design e un grande progetto chiamato American Royalty che consisteva in una serie di T-shirt tutte diverse e non lavabili. Ti consideri un soggetto “multipotenziale”, ossia una persona con molti, a volte anche troppi, interessi diversi nella vita privata e lavorativa? TS: Non ho mai sentito questo termine, ma principalmente direi che mi sento una persona fortunata perché ho la possibilità di portare avanti i miei progetti creativi. Credo che per ogni artista cambiare sia un elemento fondamentale per crescere e migliorarsi, pe dunque è naturale che io abbia sfruttato il mio lavoro fotografico per poi estendere i miei interessi alla regia, ai libri e all’illustrazione. Da tutti i tuoi lavori traspare un uso del colore molto particolare. Si tratta di un elemento importante del tuo linguaggio visivo? TS: Credo che il colore sia importantissimo nei miei lavori. Sono sempre stato attratto dagli acquerelli e dai colori pastello più vivaci. Diciamo che non sono esattamente un minimalista! Come gestisci l’equilibrio fra il tuo approccio creativo – il tuo marchio di fabbrica – e le richieste dei clienti per cui lavori? TS: Ho messo a punto un’organizzazione del tempo e del lavoro che mi è molto congeniale. Per la maggior parte del tempo sono impegnato in lavori su commissione, ma non appena finisco m’immergo il più rapidamente possibile nei miei progetti personali. E ho puntualmente una lista infinita di cose che voglio sviluppare, per cui sono sempre molto preso. Qual è la città che t’ispira di più come uomo e come artista?TS: Al momento direi che è Tokyo. Ogni volta che ci vado continua a stupirmi, adoro il modo in cui le persone lavorano e tutte le cose interessanti che succedono in città. Sappiamo che hai una vera e propria passione per la cucina messicana, puoi consigliarci qualche posticino a New York o LA?TS: Sono innamorato di un ristorante messicano di Venice Beach che si chiama Casablanca – si tratta di un ristorante a tema dall’atmosfera unica, ispirato appunto al film Casablanca, zeppo di memorabilia e oggetti da collezione. I margarita del carrello “Tequila Express” e le tortilla fatte in casa sono spettacolari.  A dire il vero non vado mai al ristorante messicano a New York, no sono mai riuscito a trovare un posto che potesse competere con quelli che si possono trovare in California. Quali sono i tuoi progetti più imminenti?TS: Al momento sono super concentrato sulla mia prima personale al Daelim Museum di Seoul, che resterà aperta fino a ottobre. E più in là che cosa hai in programma di fare? TS: Ho tutte le intenzioni di continuare a fare progressi e di cambiare costantemente, per cui... chi può dirlo?  

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29.08.2017

Immaginate di essere a Tokyo per un viaggio d’affari, e di ritrovarvi a un certo punto stanchi e affamati, senza una prenotazione. La cosa migliore da fare è optare per uno dei tanti ristoranti dove si può mangiare direttamente al banco, senza rinunciare a piatti gustosi e raffinati. Katō Beef (Ginza)Specializzato in piatti a base di manzo Yamagata, proveniente da varie zone del Giappone e attentamente selezionato dal proprietario, il signor Katō, questo ristorante ha per specialità la succosa Hamburg steak e una corned beef che si scioglie in bocca. Perfetto per godersi una cena a base di carne al bancone. Tempura Kondō (Ginza)Di proprietà del famoso chef Fumio Kondō, maestro della tempura, propone questo piatto preparato con ingredienti di prima qualità immersi nella pastella e fritti, prestando sempre molta attenzione alla croccantezza e al colore del risultato finale. Tutto accade al bancone, sotto i vostri occhi, e lo chef sarà ben felice di parlarvi della ricetta e dell’origine degli ingredienti.   Vino Hirata (Azabu-jūban)Un ristorante italiano dove si possono gustare pietanze semplici a base d’ingredienti stagionali. Qui potrete mangiare al bancone apparecchiato con tovagliette e concentrarvi sulla bontà delle pietanze mentre chiacchierate con lo staff. Come suggerisce il nome stesso, questo ristorante è famoso per la sua ricca lista dei vini, che comprende ben 150 etichette differentiMasa’s Kitchen (Ebisu)Da Masa potrete assaggiare autentica cucina cinese servita in quantità ragionevole direttamente al bancone su stoviglie di classe, da abbinare al vino di riso Shaoxing invecchiato 10 o 20 anni. E mentre mangiate davanti alla cucina a vista potrete osservare la maestria dello chef nel maneggiare coltelli e tagliare ingredienti. Le Japon (Shibuya)Questo ristorante francese con un tocco di stile giapponese offre la possibilità di assaporare al banco piatti raffinati preparati con ingredienti biologici freschi provenienti dalla sua azienda agricola di proprietà a Mishima, preparati da uno chef che si è formato all’Auberge au Mirador di Hakone. Kuikiri Hirayama (Ginza)Questo stellato che ha aperto i battenti a Shōnan nel 2009 si è da qualche anno trasferito a Ginza, ma il suo motto resta lo stesso: ingredienti freschi recapitati fin qui ogni giorno e un ottimo saké junmai che arriva direttamente dal produttore.  

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28.08.2017

Nei Caraibi, generalmente pranzo e cena si equivalgono, e sono entrambi una faccenda piuttosto seria, con un incredibile mix d’influenze che spazia dall’Africa fino alle Americhe, alla Spagna e alla Francia. Ma anche la colazione non scherza, e addirittura molte delle ricette caraibiche più famose sono nate proprio per il primo pasto del giorno. In particolare, ricette nutrienti e a tratti ipercaloriche come l’ackee & saltfish, le johny cake, il curry e i classici double sono originariamente piatti riservati alla colazione. Ma vediamoli nello specifico. La tipica colazione giamaicana è super saporita e decisamente abbondante. Fra i piatti più celebri comprende appunto l’ackee & salt fish, vero e proprio piatto nazionale. L’ackee è un frutto locale che, una volta cotto, assume una consistenza simile a quella delle uova strapazzate. Il pesce sotto sale (salt fish) si mette a bagno per tutta la notte per eliminare l’eccesso di sapidità, poi viene saltato con l’ackee insieme a cipolla, peperoni, pomodori e spezie. Il piatto è generalmente completato da bacon e può essere accompagnato anche da platano fritto o frittelle di pane dolci chiamate Johnny cake. Sull’altra sponda el Mar dei Caraibi, a Trinidad and Tobago, il primo pasto del giorno è altrettanto ricco e contaminato da culture differenti. Qui, il curry, che di solito è riservato per il pranzo o per la cena, diventa protagonista della colazione. In particolare, non mancano mai i celebri double, simili a sandwich preparati con due baras (frittelle di pane piatte) farcite con curry e ceci. 

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24.08.2017

SJ: Nel tuo programma radiofonico The Urbanist ti occupi di ciò che fa funzionare le città. Puoi citare qualche esempio di città virtuosa in questo senso?AT: Poiché le città competono fra di loro in termini di talento e reputazione internazionale, molte stanno cercando di migliorare la qualità della vita per i propri abitanti. Quale città non vorrebbe più piste ciclabili o più aree verdi? Alcune, però, si stanno muovendo con maggior rapidità, trasformandosi in punti di riferimento per le altre. Copenhagen e le capitali nordiche sono le migliori a far sì che i propri abitanti rinuncino all’automobile, ma allo stesso tempo fanno in modo di sviluppare progetti per il verde e per generare un senso di responsabilità condivisa. Tokyo ha il vantaggio di avere una popolazione che si prende cura in prima persona degli spazi urbani, e un alto livello di fiducia sociale: metti dei bei fiori davanti alla porta del tuo ufficio e nessuno li ruberà. E Vienna sta facendo del suo meglio per salvare i negozi indipendenti e difendere la qualità della vita in città per tutti. SJ: L’impressione che si ha seguendo i media e la politica o ascoltando i discorsi da bar è che il problema principale delle grandi città oggi sia l’immigrazione. Ma è davvero così? AT: Monocle ha la sua sede principale a Londra, una città davvero internazionale che vuole – e deve – restare tale, e che ha votato risolutamente contro la Brexit. È strano, ma spesso nelle grandi città, dove l’immigrazione si fa sentire maggiormente, c’è molta meno preoccupazione in merito alla questione, mentre nei centri più piccoli e meno toccati dall’immigrazione il dibattito è più acceso. È ovvio, dobbiamo fare in modo che gli immigrati diventino parte integrante della vita della città, e questa è una responsabilità reciproca. Ma qui a Londra, ad esempio, a definirti non è il paese da cui provieni, è quello che fai. E ai londinesi questa ricchezza, questa varietà, piace davvero – personalmente adoro arrivare in ufficio ed essere circondato da persone le cui storie sono tanto diverse dalla mia. La cosa davvero bella è vedere come queste persone così differenti riescano a trovare un’unità, che sia per combattere il terrorismo o per divertirsi assieme al parco in un giorno d’estate. SJ: Qual è il tuo primo ricordo di Londra? AT: Sono cresciuto in una cittadina a 50 chilometri dalla capitale e mi ricordo che venivo a Londra da bambino con i miei genitori per andare al museo o vedere le luci di Natale. La città mi appariva così eccitante e piena di fascino. Da adolescente ci venivo per comprare abiti e riviste. Era un sogno. Adesso è casa mia, ma riesce ancora a sorprendermi e a farmi sentire entusiasta di vivere qui. SJ: La mappa dei quartieri emergenti di Londra è cambiata molto negli ultimi vent’anni. Il processo è sempre uguale: quartieri dove gli affitti costano poco attirano una popolazione giovane e cool, diventano zone alla moda, gli affitti salgono e la cosiddetta “gentrification” li trasforma completamente. Come si può fermare o intervenire su questo fenomeno?AT: È un problema molto sentito. Come evitare che i residenti vengano tagliati fuori dal proprio quartiere che cambia? Come fare in modo che il negozietto di ferramenta non venga ucciso dall’aumento degli affitti? Beh, si possono introdurre misure di controllo dei prezzi, e assicurarsi che qualsiasi progetto di edilizia abitativa assicuri almeno una parte di affitti calmierati, ma non si può fermare la gentrification. È una marea troppo forte e l’unica possibilità è quella di riuscire a darle una direzione, di controllare le sue ambizioni più sfrenate. A Londra, negli ultimi vent’anni, la zona est è diventata il luogo in cui si trovano tutti i bar, i locali, i ristoranti più alla moda. Anche i prezzi degli immobili sono saliti alle stelle, ma impedirlo sarebbe stato impossibile. Le città devono cambiare, e credo che molti di questi cambiamenti abbiano reso queste zone migliori per la maggior parte dei residenti. SJ: Quali sono i nuovi quartieri emergenti di Londra? AT: Londra è ancora in piena esplosione, e questo significa che i giovani in cerca di un luogo dove vivere continueranno a cambiare la faccia di ogni zona vagamente abbordabile di Londra, aprendo negozi e posti dove mangiare. Peckham e Brixton, nel sud della città, sono in crescita. A est, Dalston e Hackney continuano a fiorire. Ma la metamorfosi coinvolge anche piccoli angoli del centro – Lamb’s Conduit Street a Bloomsbury, ad esempio, è molto cambiata negli ultimi anni. SJ: The Monocle Guide to Better Living è uno scrigno di cose belle, luoghi e consigli per migliorare la vita a tutti i livelli. Quali sono i segreti e le piccole strategie quotidiane di Andrew Tuck per vivere meglio?AT: Uscire, incontrare persone, prendere tutto il meglio che mi offre il luogo in cui vivo. Ho la fortuna di abitare nel centro di Londra e di poter raggiungere quasi tutto a piedi o in bicicletta. La mia città non mi appare mai come un luogo difficile da navigare. SJ: Quali sono le tue 3 città preferite nel mondo, a parte Londra? AT: Beirut, per le persone e per lo stile di vita che, nei momenti migliori, è piacevolmente spensierato; Rio de Janeiro per l’architettura modernista, il verde e l’abitudine di vivere all’aperto; e Sydney, una città dove la vita quotidiana in un giorno di sole è qualcosa d’imbattibile. 

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21.08.2017

Generalmente risalire alle origini di un alcolico non è semplice, e la vodka non fa eccezione, pur essendo da sempre associata all’Impero Russo. E sebbene i polacchi abbiano più volte reclamato come propria l’invenzione di quest’amatissima acquavite, è innegabile che la parola “vodka” derivi dal russo voda, che significa acqua (la desinenza –ka è un diminutivo, dunque vodka significherebbe alla lettera “acquetta”). E in effetti la vodka, dal classico sapore neutro e versatile, è composta principalmente da acqua ed etanolo, con qualche nota di gusto aggiunta da impurità e aromi. Il processo da cui nasce è la distillazione di sostanze fermentate quali cereali, patate ma anche frutta e zucchero. Oltre a essere ottima bevuta liscia con ghiaccio, la vodka si presta, proprio in virtù di questa sua versatilità, a diventare la base perfetta per molti celebri cocktail – con l’innegabile vantaggio del suo essere inodore, e dunque di garantire a chiunque la beva di non odorare d’alcol.Ecco le ricette di cinque classici cocktail a base di vodka, tutte prese dall’archivio ufficiale dell’IBA.  Moscow Mule Semplice e rinfrescante, è il punto di partenza ideale per esplorare il mondo dei cocktail a base di vodka.Come si prepara:  4.5 cl di vodka12 cl di ginger beer0.5 cl succo di lime fresco1 fettina di limeMescolare la vodka e la ginger beer in un bicchiere highball (cilindrico e alto, tipo tumbler), aggiungere il succo di lime and guarnire con la fettina di lime. Black Russian Nato in tempi di Guerra Fredda, questo coktail dal colore scuro e dalla composizione insolita era quanto mai adatto all’epoca.Come si prepara:  5 cl di vodka2 cl di liquore al caffèVersare gli ingredienti in un bichiere un po’ retró pieno di cubetti di ghiaccio e mescolare delicatamente. Per il White Russian, aggiungere panna fresca e mescolare con cura. Bloody MaryInventato da Fernand Petiot negli anni Venti e battezzato in ricordo della regina Maria I d’Inghilterra, nota per la sua sanguinaria politica religiosa, questo famoso “cocktail del giorno dopo” ottimo per curare i postumi di una sbronza contiene la giusta dose di verdure per riequilibrare lo stomaco, sale per compensare la perdita di elettroliti e alcol per attenuare i dolori del corpo e della testa.Come si prepara:  4.5 cl di vodka9 cl di succo di pomodoro1.5 cl di succo di limone2/3 gocce di salsa WorcestershireTabascoSale di sedanoPepeVersare tutti gli ingredienti in un bicchiere di tipo highball e mescolare delicatamente. Guarnire con un gambo di sedano e una scorza di limone (facoltativo) Screwdriver Ecco uno dei orii cocktail a base di vodka mai inventati. Le sue origini si fanno risalire agli operai americani impegnati nei pozzi petroliferi, i quali aggiungevano con discrezione un po’ di vodka al loro succo d’arancia, mescolando il tutto con un cacciavite in mancanza di cucchiaio.Come si prepara:  5 cl di vodka10 cl di succo d’aranciaVersare gli ingredienti in un bicchiere highball pieno di ghiaccio e mescolare delicatamente. Guarnire con una fetta d’arancia. Sex on the beach La storia di questo cocktail è singolare almeno quanto il suo nome. Negli anni Ottanta, in Florida, durante una gara fra barman a chi riusciva a vendere la maggior quantità di grappa alla pesca, colui che riuscì a conquistare la vittoria con la sua ricetta decise di battezzarla in onore delle due cose più ricercate in loco dai turisti: il sesso e la spiaggia.Come si prepara:    4 cl di vodka2 cl di grappa alla pesca4 cl di succo di mirtillo rosso americano (cranberry) 4 cl di succo d’aranciaVersare gli ingredienti in un bicchiere highball pieno di ghiaccio e guarnire con una fettina d’arancia.  

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18.08.2017

Le piscine aperte la sera sono ormai sempre più diffuse a Tokyo. L’idea di nuotare fra un cocktail e un DJ set a bordo piscina sullo sfondo dello skyline notturno sembra davvero aver conquistato tutti. Ecco qualche indirizzo per una serata diversa dal solito. Tokyo Prince Hotel Garden PoolIl fascino di questo luogo è douto soprattutto alla sua location, con una meravigliosa vista sulla Tokyo Tower. Aperta dalle 10.00 alle 21.00, questa piscina è illuminata con un colore diverso ogni sera. ANA InterContinental Hotel TokyoAl quarto piano dell’ANA InterContinental Hotel di Roppongi, questa piscina all’aperto è un’oasi di città aperta tutto l’anno fino alle 19.00, e fino alle 21.00 in estate. Hotel New OtaniQuando il sole tramonta e il DJ monta in console, l’atmosfera qui si scalda all’istante. Al ristorante affacciato sulla piscina si può mangiare in costume da bagno, ma è anche concesso di godersi semplicemente un cocktail a bordo piscina. Hotel East 21Dalle parti della stazione della metro di Tōyōchō, questo albergo è famoso proprio per la sua lussuosa piscina, progettata per somigliare al giardino di una maestosa dimora. Oltre alla piscina olimpionica ci sono anche una Jacuzzi e un caffè. Chiude presto, alle 18.00, ma vale la pena di farci un salto. Shinagawa Prince HotelLa piscina all’aperto al terzo piano ha tutta l’atmosfera di una località esotica lontana anni luce dalla città. Aperta dalle 10.00 alle 21.00 ha un’area serale che apre i battenti alle 17.00, e si può addirittura noleggiare un costume nel vaso l’abbiate scordato a casa. 

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17.08.2017

La prima cosa che affiora alla mente quando si pensa a Buenos Aires è senza dubbio il tango, il ballo coinvolgente e sensuale che qui è nato e che ancora rappresenta una parte importantissima dell’identità argentina e di quella della capitale in modo particolare. Tuttavia, esistono altri aspetti più sottili della cultura popolare di Buenos Aires che, pur senza la medesima popolarità planetaria, pervadono la città a tal punto da trasformarsi in segnali inconfondibili del fatto che ci si trova proprio là. Fra questi c’è la storica arte del Filete, una tradizione nata all’inizio del XX secolo a opera degli immigrati italiani impiegati nelle fabbriche di carri a trazione. Inizialmente considerato una semplice forma di artigianato, con il tempo il Filete si arricchì e si perfezionò, acquisendo sempre maggiore popolarità e assurgendo a vera e propria icona culturale e democratica, utilizzata sui carri e poi sui vagoni degli autobus in tutta la città.La forte riconoscibilità del Filete è dovuta ad alcuni suoi tratti caratteristici, in particolare la preponderanza di colori primari e brillanti, l’utilizzo di caratteri gotici e molto dettagliati e le cornici dipinte che circondano ciascuna composizione, ispirate a elementi architettonici tipici dell’epoca come i nastri a spirale e arricchite da immagini simboliche come il ferro di cavallo benaugurante. Oggi, il Filete resta parte dell’identità visiva e culturale di Buenos Aires, e con un po’ d’attenzione lo si può ritrovare in ogni angolo, dalle vetrine dei negozi alle facciate dei palazzi e ai mezzi di trasporto, persino nei tatuaggi. Fra i molti artisti che ancora oggi portano avanti quest’arte, magari arricchendola e adattandola al gusto contemporaneo, c’è il fileteador Alfredo Genovese, che ha contribuito in modo decisivo alla risc alla rinnovata popolarità del Filete argentino. Fra i luoghi in città dove ammirare le più interessanti espressioni del Filete storico e contemporaneo le strade di San Telmo, Calle on Jean Juarès e il mercato di San Telmo