# Food & leisure

[...]

09.10.2018

Chiunque deve poter accedere alla qualità. Lo chef Nicola Dinato ha esattamente questa idea e la trasforma in alta cucina ogni volta che apre la porta di Feva, il ristorante che ha aperto insieme alla moglie Elodie Duboisson e che dal 2014 vanta una stella Michelin. Feva si trova a due passi dalle mura di Castelfranco Veneto, la cittadina natale di Dinato nel cuore della marca trevigiana. Da lì era partito a vent’anni, nel 2001, per imparare alla corte dei più grandi maestri della cucina internazionale come Ducasse, Roux e, forse più di tutti, Ferran Adrià. Lavorò, infatti, per una stagione a El Bulli, il leggendario ristorante di Adrià in Costa Brava, nel momento di massima notorietà della cucina molecolare, così vicina alla scienza per metodo e precisione e per questo estremamente legata alle caratteristiche proprie di ciascun ingrediente. Feva è il luogo dove l’alta cucina, così concettuale nella scuola di Adrià, torna a farsi comprensibile senza perdere in rigore e ricerca. Lo fa grazie a un prezzo volutamente contenuto, alla trasparenza nella preparazione dei piatti grazie alla cucina a vista, a una scansione dei gusti che rispetta il senso originario di ogni singola componente. È l’idea di “cucina madre” che accoglie tutti i frutti del mondo e della terra rispettandone l’essenza e restituendola sotto forma di esperienza di gusto ed emozione. Feva è anche una famiglia, intesa come comunità di persone che condividono lo stesso spazio e lo stesso obiettivo. Il territorio, la terra fertile dell’alto Veneto, è presente con le sue materie prime e con le sue tradizioni. Fin dal nome, Nicola Dinato rivendica le sue radici: Feva è infatti una menda,un “sopracognome” che veniva dato a un ramo particolare di una famiglia per distinguerlo dagli altri, una tradizione veneta che qui rinasce.  Dinamicità e creatività sono le modalità con cui il passato rinasce nella cucina di Feva: senza concessioni alla nostalgia e con la libertà creativa di produrre variazioni di alcuni piatti tipici della tradizione, come il riso o le carni, forti di una eccezionale competenza. Il risultato di questo pensiero sulla cucina è un’esperienza sensoriale che gioca spesso sullo scarto fra l’aspetto e la realtà, con presentazioni che simulano ingredienti di tutt’altra natura rispetto a quelli effettivi. In “come un’impepata di cozze”, ad esempio, i ravioli ripieni riprendono in tutto l’aspetto del guscio. Così, nulla è come sembra in questo angolo di provincia veneta che riesce sorprendentemente a offrire un’esperienza gastronomica all’avanguardia trasformando ingredienti semplici in piatti complessi e ricercati. 

[...]

27.09.2018

A partire dal grande boom del cocktail noto come Highball, la versione giapponese del whisky & soda, il consumo di whisky in Giappone è cresciuto vertiginosamente (dai 75 milioni di litri del 2008 ai 135 milioni nel 2015). Allo stesso modo, nel 2017 le vendite di whisky giapponese all’estero hanno raggiunto la cifra record di 5.49 milioni di litri, quintuplicando rispetto a dieci anni fa. Al contempo, la carenza di whisky di malto ha cominciato a farsi sentire. Naturalmente, si possono maltizzare anche mais, grano o segale, ottenendo il cosiddetto “whisky di cereali”, ma il whisky più ricercato al momento è il single malt, ottenuto dal malto d’orzo. A causa delle differenze nel processo di produzione, le distillerie tendono a esaurire più facilmente il whisky single malt, che non si può produrre in massa come i whisky di cereali. Il whisky single maltdi Suntory, con i suoi sottomarchi Yamazaki, HibikieHakushu,ha vinto numerosipremi all’International Spirits Challenge, divenendo famoso in tutto il mondo.Suntory è la più antica distilleria di whisky single maltdel Giappone e si trova a sud-ovest di Kyoto, ai piedi delTennozan. La storia del whisky giapponese è cominciata proprio a Yamazaki nel1923, dove per la produzione del whisky si utilizza l’acqua della fonte naturale Rikyūno Mizu (“acqua della villa imperialee il clima è particolarmente propizio grazie all’umidità generata dall’intersezione dei fiumiKatsura, Uji e Kizu. La distilleria Suntory di Yamazaki offer tour guidati degli impianti di produzionee ha un museo del whisky dove si racconta nel dettaglio la storia del single maltdi Yamazaki dalla fondazione fino a oggi, un bancone per degustazioni e un negozio. La Whisky Library al primo pianoèuna bellissima collezione che raccoglie migliaia di whisky diversi. 

[...]

14.09.2018

L’estate, il caldo, l’aria condizionata e i continui cambi di temperatura: tutto questo può rivelarsi particolarmente stressante per la salute fisica e psicologica. Per arrivare in forma agli impegni autunnali e alla ripresa del lavoro, i giapponesi amano concedersi un bagno rilassante e un massaggio alla spa on in un centro termale e magari un bel pasto sano ed equilibrato direttamente sul posto. Ecco dove è possible trovare tutto questo nel bel mezzo del caos e del traffico di Tokyo.  Odaiba: Hilton HotelLa An Spa dell’Hilton è un indirizzo di pregio per rilassarsi con vista sulla Tokyo Tower e il Rainbow Bridge. Oltre alle piscine e alle vasche interne, tutte realizzate integrando materiali naturali, sono disponibili diversi trattamenti e spazi dedicati al fitness. Shinjuku: Thermae YuIdeale per rimettersi in sesto dopo un giorno di lavoro o una serata impegnativa, questa bella spa ha una vasca all’aperto con acqua termale di Izu(trasportata fresca ogni giorno) dagli effetti benefici su nevralgie, dolori muscolari, affaticamento, distorsioni e ferite. C’è anche una vasca interna ad alta concentrazione di anidride carbonica dove stare a mollo per alleviare la fatica.  Ryōgoku: EdoyuEdoyu è una spa in stlile giapponese modern dove si respirano le atmosphere del periodo Edo, circondati da splendidi murali con riproduzioni di alcune famose opere di Hokusai. Ci sono vasche termali, una sauna finlandese, una sauna Loess a temperatura bassa, bani freddi, doccia nebulizzata, massaggi e scrub.  Sugamo: Tokyo Somei Onsen SakuraBasta varcare la soglia per immergersi in uno splendido giardino giapponese e dimenticare il caos della città, fra servizi di alto livello, tre tipi di sauna e 11 tipi di bagni rilassantiall’interno e all’esterno, fra cui quello in acqua termale naturale ricca di minerali. Imperdibile la vasca in pietra naturale con raggi FIR (raggi infrarossi a bassa frequenza) e ioni negativi per stimolare il metabolismo, rilassare e disintossicare.  Ogikubo: Nagomi no YuAd appena un minuto dalla stazione di Ogikubo, qui si possono provare diversi tipi di bagni termali in base alla stagione, compreso quello con acqua ricca di cloruro di sodio trasportata daMusashino e molto rara in città. Ci sono anche saune finlandesi, a base di aria calda e con ionizzazione negativa dell’aria. 

[...]

13.09.2018

In Spagna, fra le secolari foreste di querce della Navarra, si può dormire sugli alberi nel massimo del comfort e letteralmente immersi nella natura. Lo chiamano “lusso a piedi scalzi” ed è l’idea da cui è nato Basoa Suites, un boutique hotel sugli albericomposto da sei suite in legno lavorato a mano e studiate per preservare nel tempo la bellezza dell’ecosistema che le avvolge, sorprendente fonte di benessere per ogni ospite.  Basoa Suites si trova a Lizaso, fra Pamplona e San Sebastian, nel cuore della Amati Oak Forestnella valle di Ultzama, gioiello naturale protetto caratterizzato per la varietà di uccelli e la ricchezza di funghi.  Le suite, ognuna diversa dall’altra, sono studiate in ogni dettaglio, tecnico e estetico, per minimizzare l’impatto e massimizzare la creazione di un circolo virtuoso di bellezza e benessere fra uomo e natura. Il legno è lavorato con tecniche tradizionali rigorosamente artigianali: ogni elemento in legno di Basoa Suites, dalle strutture agli oggetti, è realizzato a mano. La shou sugi bangiapponese, ad esempio, chiude i pori del legno attraverso un’attenta bruciatura della superficie che impedisce all’acqua di penetrare e regala al legno un particolare colore brunito e una resistenza eccezionale al tempo e alla pioggia. La lavorazione a scandole, italiana, trasforma il legno in assicelle sottili con una speciale modalità di taglio.  Tutte le soluzioni nascono per unire raffinatezza, comfort e sostenibilità: i bagni di ciascuna suite hanno trattamenti a secco per evitare tubature e scarichi, i percorsi per accedere alle strutture sono costruiti su passerelle in modo da non interferire con il suolo. E la colazione e la cena? Arrivano direttamente in camera dentro cestini trasportati da carrucole.  Cosa ancor più interessante, l’obiettivo dei fondatori è portare l’esperienza di Basoa Suites in Italia. Il progetto si chiama Tree Suitese vi partecipano Mikel Leyun Perez, tecnico e artigiano delle costruzioni e della lavorazione del legno, Claudia Marchesotti, architetto per il Politecnico di Milano, Inaki Iroz Zalba, attuale gestore di Basoa Suites, e la geologa Leire Iribarren.  Tree Suites, come Basoa, nasce dal desiderio di diffondere il piacere di soggiornare immersi nella natura attraverso l’impiego di design innovativo e materiali naturali. La domotica entrerà, a sorpresa, per ridurre al minimo i consumi con un sistema open source specifico messo a punto internamente. Il tutto nascerà avvalendosi della collaborazione di realtà locali del territorio che condivideranno valori e obiettivi del progetto. Una nuova meta dove respirare il profumo del legno guardando la natura vivere fra gli alberi, per dimenticare la frenesia del tempo e godersi un angolo di paradiso, a piedi scalzi. Incrociamo le dita. 

[...]

03.09.2018

Nel vigneto delle Vinazze della Tenuta San Michele, a pochi chilometri da Siracusa, c’è una pietra miliare che ricorda una data e un fatto che hanno cambiato la storia: l’armistizio fra Regno d’Italia e l’esercito degli Alleati del 3 settembre 1943, seguito allo sbarco degli Alleati in terra di Sicilia avvenuto il 10 luglio e prologo all’annuncio del Maresciallo Badoglio dell’8 settembre. In quella data, la Sicilia divenne ancora una volta il centro del Mediterraneoe della storia italiana e lo fece nel cuore di una grande proprietà legata da secoli alla stessa famiglia: la famiglia Grande. Aristocrazia, gusto e apertura al mondo si fondono infatti da generazioni in questo buen retiroestivo degli intellettuali, nobili e notabili delle vicine Siracusa, Noto, Modica. Fra le personalità più brillanti c’è quella di Coraly Grande Sinatra, donna capace di attraversare il Novecento con l’autonomia e il fascino della sua brillante personalità, viaggiando, dedicandosi all’arte e prodigandosi a favore dei diritti delle donne.Il suo nome e la sua storia intrisa di stile, eleganza e intelligenza sono oggi espressi dal resort Donna Coraly, riportato al suo splendore al contempo rustico e aristocratico dalla nipote di Coraly Grande Sinatra, Lucia Pascarelli. Le cinque suite sono incastonate nella villa gentilizia inserita in un’antica masseria del 1400, protetta da un fossato e dalle mura come era tipico delle architetture rurali del tempo, e sono un fiorire di maioliche, pietra lavica, mobili d’epoca e opere d’arte moderna e contemporanea. Da ciascuna si accede direttamente al bio-laghetto, alla piscina e al giardino botanico. Lucia Pascarelli ha scelto di far crescere il suo resort nella migliore armonia possibile con la natura che lo circonda. Il grande giardino di oltre 5.000 metri quadri ospita una grande varietà di piante mediterranee punteggiate da specie esotiche e tropicali. Un grande carrubo indica la strada per l’Hortus Conclusus dove si coltivano piante aromatiche, verdura e frutta che diventano parte dei piatti serviti agli ospiti. I dintorni offrono una lunga serie di luoghi unici al mondo. Le aree marine protette di Cavagrande, del Plemmirio e di Vindicari offrono paesaggi eccezionali così come le grandi spiagge di Fontane Bianche e San Lorenzo. Le meraviglie barocche di Noto, l’isola di Ortigia e Siracusa, con la sua arte e la magnificenza del Teatro Greco, sono solo alcune delle possibili mete a poco più di 15 minuti dal resort, per vivere le tante sfumature della Sicilia attraverso lo spessore della sua storia, l’eleganza della sua ospitalità e la forza della sua natura. 

[...]

24.08.2018

Questo non è un ristorante. Ci vuole il surrealismo di Magritte per raccontare Vespertine, la nuova idea di Jordan Kahn, best new chefdel 2017 secondo Food&Wine. Una cena al Vespertine supera l’inflazionata definizione di “esperienza” e si trasforma in un evento, uno spazio e un tempo in cui accade qualcosa difficile da dimenticare. Per cominciare, lo spazio: Vespertine nasce dentro un edificio senza muri, un involucro ondulato in vetro rivestito da una griglia di acciaio che gli è valso il soprannome di “The Waffle”. L’architetto è Eric Owen Moss, a cui si devono tutti gli edifici più innovativi di Culver City, il sobborgo di Los Angeles dove si trova Vespertine, opere architettoniche inconfondibili per originalità e sperimentazione, frutto del suo ingegno e della committenza visionaria di Frederick e Laurie Samitaur-Smith. Moss arrivò in una Culver City diventata città fantasma dopo l’ondata di chiusura degli studios negli anni ’70 e ’80, in particolare della Metro Goldwin Mayers che qui aveva il suo centro principale di produzione fin dagli anni ’20. Dagli anni ’90, per questa e altre iniziative analoghe, la città ha cominciato a popolarsi di artisti, creativi e start-up, i nuovi pionieri. Intorno a loro e al loro gusto hanno cominciato a nascere luoghi legati al mondo della ristorazione, fino all’approdo di Jordan Kahn nel 2014, anno in cui è partito il progetto Vespertine.  Lo spazio è una girandola di suggestioni: dalle sculture appese nel grande foyer all’ascensore, fino ai tavoli di acciaio con piano acrilico trasparente della sala da 22 coperti. La musica, elemento fondamentale nella messa in scena di Jordan Kahn, scandisce il tempo e cambia a seconda dello spazio: l’accesso al foyer è volutamente marcato da suoni a volte addirittura cacofonici, perché l’ingresso dia un’immediata sensazione di sollievo, di approdo in un altrove piacevole. L’ascensore è l’unico luogo completamente silenzioso, lo spazio del passaggio che porta prima al tetto, dove gli ospiti sono invitati a gustare i primi snack, e quindi alla sala.La cena ha una liturgia precisa di 18 portatedifficili da identificare al primo sguardo, dai sapori imprevedibili e precisi. Ogni cosa lavora per trasportare gli ospiti in un’altra dimensione, dove tutto sa di lontano e di nuovo. Chi sceglie Vespertine sceglie di osare, di perdere i punti cardinali delle tendenze della gastronomia contemporanea, prima fra tutte il chilometro zero, e abbandonarsi a una sequenza di gesti che attivano tutti e cinque i sensi. Il cibo diventa filo conduttore di una storia vissuta da ciascuno in modo diverso, accompagnata da personale di servizio altrettanto alieno, con divise disegnate  dal designer newyorchese Jona Sees. Nel mondo di Jordan Kahn ci si muove per sperimentare chi saremmo se fossimo immersi in un altro mondo: che sia questa l’anima più autentica che può vestire il cibo nella città degli Angeli e del cinema? 

[...]

16.08.2018

Insalata, avocado, uova, caffè e Vegemite, non necessariamente in quest’ordine: ecco le prove che la colazione che avete davanti viene dall’Australia, e che state per assaggiare un mix di sapori che, piano piano, sta conquistando i gourmet di tutto il mondo.  L’aussie breakfast è la soluzione per gli amanti traditi dal brunch causa eccessiva inflazione dopo l’hype di inizio millennio: un pasto sano, gustoso e bellissimoperché si sa che, nell’era di instagram, l’occhio più che mai vuole la sua parte. Del resto, per lo stile di vita australiano la colazione è fondamentale: nella terra dei canguri ci si alza presto, si cercano cibi leggeri e nutrienti per poter fare sport magari prima del lavoro, si portano nel piatto i colori e la forza dirompente dell’Oceano.  La natura è il contesto, la fonte, l’ispirazione di una cucina che racconta le sue radici: ci sono le uova della colazione anglosassone, il pesce, l’avocado e i sapori dell’Oceano Pacifico e dell’Asia, le insalate e le verdure di stagione legate alle forti comunità arrivate in Australia dal Mediterraneo, italiane e greche su tutte.  L’avocado è il re: servito in forma di salsa, a fette, a cubetti, in insalata o sul pane tostato non può mai mancare. Le uova, soprattutto in camicia, sono regine, con qualche concessione allo scrambled. Frutta e verdura di stagione creano insalate colorate e ricche, mescolate con quinoa o cereali. Tutto artigianale, tutto fresco, tutto recuperato il più vicino possibile. Le frittelle, magari di mais, sono il sapore di casa, il tocco familiare che accompagna tutti i bambini australiani e che ritorna nei menù di New York e Londra per incuriosire i neofiti e regalare qualche momento di sana nostalgia agli expat. Il caffè è un altro punto fisso, magari sotto forma di ‘flat white’, un caffè nero con aggiunta di schiuma di latte, vera passione locale così come il Vegemite, crema spalmabile salata a base di lieviti, che può essere solo assaggiata e difficilmente descritta.  Lo stile dei bistrot e café australiani in giro per il mondo è altrettanto invitante perché ricrea, nell’interior design e nell’atmosfera, il clima rilassato e sorridente della vita di spiaggia di fronte all’Oceano e lo porta nel caos di New York o nella pioggerella di Londra.  Last but not least, la colazione australiana è un pasto proposto e consumato a qualsiasi ora del giorno, perfetto per i ritmi imprevedibili delle città contemporanee. L’importante è che sia tutto fresco, sano, colorato e mescolato: un terreno di sperimentazione e scoperta perfetto per gli chef visionari del terzo millennio. 

[...]

13.08.2018

Leggenda vuole che l’estate in città sia un problema, soprattutto quando si è troppo lontani dal mare per distrarsi dal caldo e dalla noia delle città svuotate. Ma è veramente così? Fra partenze intelligenti e smart working, le estati in città sono oggi una tendenza, perfetta per riscoprire con ritmi più blandi i percorsi quotidiani, ma anche per godere di nuovi spazi che ricreano l’atmosfera della spiaggia lungo fiumi, laghi e parchi e offrono spazi per giocare e rilassarsi di giorno ed eventi e musica la sera. Ecco l’elenco delle spiagge che non ci si aspetta nel cuore dell’Europa. Paris Plages, ParigiDal 2002, per un mese ogni estate lungo la Senna appare una vera e propria spiaggia.Sulla Rive Droite, fra il Louvre e Pont de Sully, fra luglio e agosto si può camminare sulla sabbia, rilassarsi, gustare un drink o un gelato, giocare e godersi un supplemento di estate sotto i grandi ombrelloni e/o seguendo il cartellone di eventi serali.  AFK Canary Wharf, LondraSiamo a East London, in una delle anse del Tamigi, in mezzo ai grattacieli che hanno cambiato lo skyline della capitale inglese a cavallo del millennio e c’è una spiaggia. Vera. Sabbia dove rilassarsi ma anche campi da beach volley dove sfogare la voglia di sport estivi. Il Kerb Food Market offre la possibilità di uno spuntino o di un lunchbreak a qualsiasi ora e, del resto, pochi sono bravi come gli inglesi a sfruttare ogni singolo raggio di sole. Amburgo Siamo nel secondo porto d’Europa, ma le spiagge che si possono trovare lungo il fiume Elba sono davvero una sorpresa. Con le prime giornate di sole della primavera vengono portate tonnellate di sabbia che creano un vero e proprio litorale artificiale pieno di sdraio dove fermarsi a sorseggiare un drink. Si può scegliere l’atmosfera più congeniale: lo spazio più pop di Strand Paulio l’aria più ricercata dell’Hamburg City Beach ClubVarsavia Ci sono poco meno di 300 chilometri fra Varsavia e il mare ma per fortuna nel mezzo della città scorre il fiume Vistola con le sue insenature naturali trasformate nel tempo in spiagge. Qui le nottate sono a base di musica e dj set, eventi ormai cult per la città, mentre di giorno non è raro prendere il sole (quando disponibile) in compagnia di cervi, alci e cinghiali che si lasciano intravvedere fra i boschi che costeggiano la spiaggia e il fiume.  Vienna Parte del sistema di protezione dalle piene del fiume, la Donauinsel, l’isola di 21 chilometri creata sul tratto urbano del Danubio è diventata la meta ideale di chi vuole fuggire per qualche ora dalla città e rilassarsi nella natura. Spiagge di ghiaia e di sabbia, lunghe piste ciclabili, bellissime passeggiate e zone barbecue per gli amanti del genere sono a disposizione dei cittadini a una manciata di minuti dai loro uffici.  PragaSono ben tre le spiagge artificiali di Praga. Vltava Beachè la più vicina al centro: famosa per la presenza di cigni e anatre, è un buon punto per nuotare o partire per un giro in barca sul fiume, il tutto con vista sul Ponte San Carlo, uno dei simboli della città. Sempre sul fiume Moldava si trova Smìchov Beach: 700 tonnellate di sabbia garantiscono ampio spazio per rilassarsi e godere di ogni singolo raggio di sole, approfittando dei campi da volley, basket e badmington di giorno e dei tanti eventi in programma la sera. Il lago artificiale Lhotaè a pochi chilometri dalla città: per amanti della natura e della quiete.  Blijburg Aan Zee, AmsterdamBIiijburg, nella zona sud-est della città, è uno degli ultimi quartieri creati ad Amsterdam, dove le case sono su isole artificiali o direttamente sull’acqua dell’Ijmeer. L’atmosfera giovane e bohemiénne è la stessa che si respira sulla spiaggia di sabbia creata per offrire agli abitanti un luogo di svago, aperto a tutti e vivace come è nello stile della città.  Vicenza Tutto in proporzione: in questa piccola città-gioiello dell’architettura, plasmata nel ‘500 dalla mente di Andrea Palladio, il fiume Bacchiglionesi fa largo fra i palazzi antichi e i ponti dal sapore veneziano. In una delle anse più ampie una piccola spiaggia di sabbia, con bar, sdraio e playground per i bambiniè l’occasione per una sosta e per godere di un mix non scontato di relax balneare e bellezza urbana dall’origine antica. Arena Badeschiff, BerlinoUna grande piattaforma di oltre 1.400 metri quadrati ormeggiata sulla Sprea diventa la spiaggia preferita dei berlinesi: piscina riscaldata, solarium, bar e piccoli ristoranti. La cornice è la vista sul ponte Oberbaum, eretto nel 1724, a lungo il ponte più lungo di Berlino, che collega Kreuzberg e Friedrichshain, rispettivamente nella parte est e ovest della città, e sulla celebre torre della televisione.  Ginevra Anche lo spazio più informale a Ginevra ha un’allure elegante. È il caso dei celebri Bains de Paquis, sulle rive del lago che dà il nome alla città: uno stabilimento balneare urbano creato nel 1872, ristrutturato in stile Art Déco negli anni ’30 e oggi area di svago e refrigerio per la popolazione urbana e i turisti, a un prezzo tra l’altro assai popolare. I frangiflutti sono un ottimo rifugio in caso di affollamento.  

[...]

06.08.2018

Era solo questione di tempo. Il poké hawaiiano, piatto a base di pesce crudo marinato, era destinato a diventare un inarrestabile food trend e a trasformarsi da cibo tradizionale e quotidiano per i natividell’arcipelago del Pacifico in oggetto del desiderio per i foodie di tutti i continenti. Facciamo un po' d’ordine, partendo dalla pronuncia: il provvidenziale accento serve a ricordare che si dice poh-kay, cioè “tagliato a tocchi”, e si riferisce al pesce crudo protagonista della versione originale del piatto, la cui origine si perde nella storia e risale a ben prima che gli occidentali approdassero alle Hawaii. Il primo poké prevedeva infatti semplice pesce crudo pescato lungo la scogliera e marinato con olio di sesamo e shoyu(salsa di soia). L’influsso della cucina giapponese, coreana e cinese è evidente e testimonia gli scambi continui da quel lato del Pacifico.  La successiva versione, l’ahi shoyu poké, è, in questo senso, la perfetta fotografia dell’incontro fra tradizione occidentale e cultura locale avvenuto alla fine del ’700. Grazie alle nuove flotte navali, il pesce diventa ahi, il tonno pinne gialle pescato nei mari più profondi, lontano dalla costa. Cipolla e chili entrano nei possibili condimenti accanto alle alghe e alle nociinamonatostate e tritate, ricche di sali minerali e oli e originarie dell’arcipelago filippino delle Molucche.  L’evoluzione contemporanea del pokénasce dal contatto con il gusto delle tribù metropolitane di tutto il mondo: da Los Angeles a Parigi, da Milano a Londra, non c’è capitale del lifestyle che non veda proliferare nei suoi menù le poké bowl, capaci di soddisfare le esigenze del momento: esperienza di gusto, immersione nella tendenza e ricerca di cibo salutare e fresco. I possibili mix da sperimentare nella propria bowl si sono moltiplicati, sia nei tipi di pesce, sia nelle marinature che nella presenza costante di riso e verdure di stagioneche trasforma il poké in un ricco piatto unico. Per andare all’origine del trend, gli indirizzi sono Sons of Thunderdi James King a New York, con le sue speciali marinature, e lo SweetFin Pokédi Los Angeles, che varia le bowlcon ingredienti supplementari provenienti da tutta l’area del Pacifico. A Milano ile poké bowlsi possono assaggiare sulle altalene di Pokeia, confidando nella fantasia dello chef Vincenzo Mignuolo e magari assaggiando uno dei cocktail proposti dal mixologistFlavio Angiolillo.  AhiPoké Londonsi è ormai diffuso in tutta la città, portando l’abitudine delle bowlda Fitzrovia a Spitafields, passando per Victoria. A Parigi c’è Natives, nella nuova culla delle tendenze – il quartiere intorno a Canal St.Martin, con cinque proposte di menù da accompagnare con succhi e centrifugati, seguendo le good vibecaliforniane. Se si chiede agli hawaiiani, però, l’unico posto al mondo dove gustare il vero pokésono le loro isole, dove è facile imbattersi nel più delizioso dei pokéin un convenience storeo in un minuscolo chiosco lungo la strada, come insegna la storia di questo cibo la cui conquista del mondo è partita dal supermercato Tamashiro di Honolulu negli anni ’70. 

[...]

03.08.2018

The Clifton è un hotel di charme realizzato all’interno di un complesso di ville settecentesche immerse in un’antica tenuta di 100 acri a pochi minuti da Charlottesville, in Virginia. Qui si respira la storia degli Stati Uniti, in particolare quella del suo terzo presidente Thomas Jefferson, filosofo e autore della dichiarazione di Indipendenza. The Clifton occupa infatti la villa che fu costruita per la figlia del Presidente, Martha Jefferson, e il marito Thomas Mann Randolph nel 1799 e altre 4 ville realizzate fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, all’interno delle quali sono state ricavate 20 stanze private. Ogni ambiente e ogni edificio hanno una propria anima, ma tutti sono accomunati da un insieme armonioso di mobili d’epoca e decorazioni moderne, il tutto punteggiato da una selezione accurata di opere d’arte contemporanea.  I grandi candelabri antichi del foyer accompagnano gli ospiti nel maestoso salotto con divani Chesterfield e poltrone Bergéres, dall’eleganza vintage e rilassata, e nella lounge. Il rivestimento in rame dei ripiani in rovere è l’elemento distintivo della zona bar, insieme ai grandi specchi che moltiplicano la luce e fanno vibrare i colori dei velluti, ricordando le atmosfere degli speakeasy degli anni ’30. Un grande patio dalle vetrate che corrono dal soffitto al pavimento permette di godere in ogni stagione della vista delle vicine Blue Ridge Mountains, una parte della catena degli Appalachi che va dalla Pennsylvania alla Georgia, dalle caratteristiche cime aguzze.  La cucina del ristorante 1799 è affidata a Matthew Bousquet, una stella Michelin all’attivo e una fantasia infinita nel seguire e cambiare costantemente i menù di ogni pasto, scegliendo di volta in volta in quale degli spazi condivisi servirli, così da permettere agli ospiti di godere di ogni ambiente, secondo la luce e l’ora del giorno. La cucina interpreta la tradizione dei piatti locali privilegiando prodotti della zona e di stagione, molti provenienti direttamente dall’orto privato che lo stesso Bousquet cura all’interno della tenuta. La cantina ospita vini locali con eccellenze vintage, a cui si aggiungono i cocktail realizzati dai bartender di The Clifton. Sorseggiare un ottimo vino al grande bancone di rovere rivestito in rame del bar è un modo per viaggiare nel tempo e scoprire l’anima più raffinata e discreta degli Stati Uniti

[...]

03.08.2018

L’Awa Dance Festivalè una tradizione iniziata circa 400 anni fa. Awa è infatti il nome antico di Tokushima, a Shikoku.Sulla nascitadel festival non esiste tuttavia una teoria condivisa: secondo alcuni lo si organizzò la prima volta per celebrare il completamento del Castello di Tokushima, secondo altri si tratta di una variazione locale del Bon-odori, la danza tipica dell’O-bon, il festival buddhista giapponese che onora gli spiriti degli antenati. C’è infine una terza teoria secondo cui l’Awa Odori affonderebbe le radici della danza fūryū, da cui deriva il teatro Noh. Nel periodo Edo, il clan feudale di Tokushima proibì le danze per ragioni di ordine pubblico; in particolare, ai samurai era impedito di prendere parte alle celebrazioni pubblicheper evitare che perdessero l’onore ubriacandosi o assumendo comportamenti poco appropriati.  Hachisuka Ichigaku fu arrestato per aver partecipato all’Awa Dance Festival. Tuttavia, questi divieti non spensero l’entusiasmo della gente di Awa per il festival. L’Awa Odori era patrocinato dai ricchi mercanti, i quali avevano un ruolo centrale negli scambi culturali fra Awa e il resto del paese che influenzavano anche la scelta delle musiche e dei canti inseriti nel festival. Esistono due tipi di Awa Odori: l’otoko-odori(danza maschile) è ironica e dinamica, mentre l’onna-odori(danza femminile)è elegante e seduttiva. I danzatori formano squadre chiamaterene si sfidano fra di loro. L’Awa Odori comincia la sera, quando uomini, donne e bambini scendono in strada fra musica, danze e movimento, al ritmo della celebre canzone AwaYoshikono suonata da e dagli shamisen(liuti giapponesi) e dai tamburi taiko. Lo spettacolo principale si svolge ogni sera dalla 18.00 alle 22.00, mentre durante il giorno ci sono esibizioni su diversi palchi sparsi per il centro città. L’11 agosto l’Asty Tokushima Indoor Arena ospita il pre-festival con la partecipazione delle migliori squadre di danzatori. E c’è anche un’area dove turisti e visitatori possono cimentarsi nelle danze imparando i passi base.Ecco un video tratto dall’ultima edizione del festival.  

[...]

26.07.2018

Yoron Island: YurigahamaQuella di Yurigahama è una splendida spiaggia a filo d’acqua che si trova a 1,5 chilometri dalla costa di Ōganeku, nella città di Yoron, prefettura di Kagoshima. Rinominata “la spiaggia fantasma”, questa striscia di sabbia bianchissima affiora soltanto con la bassa marea in estate e in primavera, circondata da unmare verse smeraldo che luccica nel sole. Secondo la leggenda, si avranno anni di fortuna e felicità quanti sono I granelli a forma di stella raccolti sulla spiaggia.  Shikine Island: Tomari BeachTomari Beach si raggiunge con un viaggio di tre ore in battello veloce da Tokyo. Protetta dalle rocce, questa spiaggia bianca si affaccia su un mare così limpido che si vedono i pesci. L’isola diShikine Islandè famosa soprattutto per le sue fonti naturalie per le tre vasche all’aperto aperte 24 ore al giorno. Lo stabilimento più rinomato è il Jinata Onsen, le cui acque sono efficaci contro nevralgie e problemi di circolazione. Le acque dell’Ashitsuki Onsen guariscono tagli, graffi e ferrite, mentre a Matsugashita Miyabiyu ci si può immergere nonostante la marea. Shizuoka: the beaches of ShimodaShimoda è una città della penisola di Izu, nella prefettura di Shizuoka, a tre ore di treno da Tokyo. È famosa per le sue nove splendide spiagge, soprattutto per la bellissima spiaggia bianca di Shirahama.Nagata Beach è una spiaggetta protetta da frangiflutti di pietra, dove è persino concesso accendere un barbecue. Se siete in cerca di acque limpide, onde gentili e tranquillità, il posto per voi è SotouraKujuppama è una spiaggia poco conosciuta e quasi intima, protetta dalle colline che impediscono alle auto di turbarne la pace. Nabetahama Beachè la più vicina a Shimoda, frequantata dalla gente del posto e soprattutto dale famiglie con bambini per via delle acque calme. Tatado Beach è frequentata dai surfisti. Iritahama ricorda una spiaggia tropicale, con le palme di Sago che lambiscono la sabbia. Fra le altre spiagge che meritano a Shimoda ci sono quelle di Kisami Ohama e diTōji. Kōchi: KatsurahamaKatsurahama è una spiaggi a mezzaluna all’interno dell’omonimo parco naturale, che si estende fra i capi di Ryuo e Ryozu. Si tratta di uno dei punti panoramici più spettacolari nella prefettura di Kōchi, con il verde dei pini, il blu del cielo e i sassolini colorati. Accanto alla spiaggia c’è una bellissima statua del samurai Sakamoto Ryōma mentre meritano una visita anche l’acquario e il Sakamoto Ryōma Memorial Museum. Hateruma: NishinohamaNishinohama si trova nell’estremo sud del Giappone, a un’ora di barca dall’isola di Ishigaki Island, a Okinawa. La sua bellezza perfetta sembra quasi creata al computer, tanto che è stata eletta la più bella spiaggia del mondo grazie al suo chilometro di spiaggia soffice e candida affacciata su un mare verde smeraldo.Fino alla barriera il mare è calmo ed è molto piacevole immergersi, mentre oltre la barriera si può fare snorkeling e ammirare lo spettacolo dei coralli e dei pesci colorati. Se invece non amate nuotare, potrete sempre godervi il sole sulla spiaggia. 

[...]

25.07.2018

 L’amore di Tiziana Alamprese per Tokyo arriva da lontano, e nasce ben prima del suo trasferimento definitivo nella capitale giapponese, dodici anni fa, quando ha assunto il ruolo di direttore marketing di Fiat Auto Japan. Nata a Potenza, Tiziana, che oggi in qualità di direttore marketing di Fiat Chrysler Japanricopre un ruolo manageriale di primo rilievo nel mondo dell’automotivein Giappone, ci ha raccontato di essere rimasta folgorata dalla cultura del Sol Levante e dallo zen fin dai tempi del liceo classico, leggendo il dialogo di Heidegger con un discepolo giapponese contenuto nella raccolta di saggi filosofici In cammino verso il linguaggio. Poi sono arrivati la laurea presso l’Istituto Universitario di Lingue Orientali di Napoli con specializzazione in storia, lingua, economia e diritto giapponesi, il master in economia all’Università del Kyushu, a Fukuoka, e la certezza di voler tornare di nuovo, un giorno, in Giappone. Com’è vista e come vive il contesto lavorativo in Giappone una donna europea in un’alta posizione dirigenziale?TA:Come quello italiano, il mondo del lavoro Giapponese può essere difficile per una donna, in particolare per una donna “straniera”. Per emanciparsi occorrono creatività, professionalità, chiarezza di visione e missione, conoscenza della cultura e, possibilmente, anche delle sfumature della lingua. E poi almeno una spalla altrettanto “straniera” a cui appoggiarti per lamentarti e farsi coraggio a vicenda! Non vorrei banalizzare in poche righe il mio percorso di 13 anni, durante i quali ho affrontato molte difficoltà e tante sfide, tuttavia penso di essere riuscita a fare della mia diversità un punto di forza sul lavoroLe succede mai di trovarsi in difficoltà nel seguire le complesse regole dell’etichetta giapponese nei contesti di lavoro e conviviali?TA:Avendo una solida conoscenza della cultura e della lingua sono facilitata nel seguire le regole e i rituali conviviali del Giappone, ma a volte capita anche a me di sbagliare in pieno! Va detto che i Giapponesi perdonano facilmente e anzi si divertono dinanzi alle goffaggini degli occidentali. A volte però si guardano bene dal sottolineare le nostre manchevolezze ed è un peccato, perché non ci aiutano ad imparare dagli errori commessi. In ogni caso, la migliore strategia è sempre scusarsi con un profondo inchino e associarsi con candore alla risata benevola che - si spera – l’errore abbia suscitato. Se invece il Giapponese si offende e non sorride, si consiglia la fuga! Perché, a suo avviso, i giapponesi amano così tanto l’Italia?TA:Ho una teoria un po’ particolare in proposito, credo che i giapponesi siano “Italiani dentro”. Lo si capisce molto bene entrando in un qualsiasi locale in cui amici, colleghi o sconosciuti cantano, ridono, si abbracciano e ballano senza inibizioni. L’alcol è solo il mezzo conduttore di questa espansività, che i Giapponesi amano attribuire al tipico Italiano ma che in realtà sono insite anche nel loro DNA! Insomma, la vera ragione di questo amore per l’Italia non si spiega solo con l’apprezzamento profondo per il cibo, l’eleganza, lo stile, il design, l’arte e la bellezza – tutti elementi che abbondano anche in Giappone - né risiede unicamente nelle evidenti similitudini legate al territorio (i vulcani, i terremoti, le quattro stagioni), ma sta soprattutto inquella stessa “gioia di vivere”che noi Italiani esprimiamo senza reticenze nella quotidianità, e i giapponesi tendono invece a tenere più controllata per ragioni legate alle regole sociali di comportamento.  Che cosa le piace particolarmente della cultura e del carattere giapponese?TA: La curiosità e la capacità di stupirsicome bambini per qualsiasi nuova scoperta, anche piccola, esprimendo tale stupore senza vergogna, a tutte le età e in qualsiasi contesto, anche verso completi sconosciuti. E poi mi colpisce il loro occhio allenato a riconoscere immediatamente quei dettagli che rivelano la vera bellezza, che a volte a noi Italiani sfuggono completamente.    Qual è la sua mappa sentimentale della città?TA:Il quartiere di Hiroo e dintorniè la zona dove ho visto crescere mia figlia dai sei ai diciotto anni, e dunque sono particolarmente affezionata alle nostre passeggiate nel parco Arisugawa, splendido in ogni stagione, e al nostro ristorante di sushi, la sua passione. Le domeniche mattina ad Harajuku percorrendo la famosa Takeshita street con la scusa di comprare vestiti o accessori ispirati alle varie subculture metropolitane per lei adolescente, ma alla fine lo shopping era per me! Le eccezionali mostre di arte contemporanea al Museo Mori, al 52° piano del complesso Roppongi Hills, in abbinamento a una vista mozzafiato di Tokyo che riesce a emozionare ogni volta. E poi le periodiche puntate al bellissimo museo Nezu di arte anticain Minami Aoyama, contemplando il mutare delle stagioni nel suo magico giardino. Le visite per buoni auspici a ogni inizio del nuovo anno all’imponente tempio shintoista Meijioppure al magnifico tempio buddhista Zojo-ji. Trascorrere intere domeniche quando il tempo è uggioso in una delle fantastiche SPA cittadinecon acque termali e ristoranti. E infine la mia Tokyo notturna, che è senza dubbio rappresentata dalle serate trascorse ad esplorare Shinjuku, il quartiere più pulsante di vita, più denso di eccessi e contraddizioni, di neon, di trasgressioni a volte al limite della legalità, di kitsch, di umanità varia, di bellezza e bruttezza mescolate insieme, al pari dei cocktail alcolici che lì scorrono a fiumi. Al top di ogni notte a Shinjuku, un giro nel Golden Gai, un dedalo di vicoletti e di locali minuscoli per ritrovarsi a bere un saké offerto da una simpatica mama-sanche nel suo baretto fa sentire tutti a casa, trasformando dei perfetti sconosciuti in amici.        Può consigliarci alcuni luoghi non turistici da non perdere a Tokyo e dintorni? TA:Io amo la Yamanote, la mitica linea ferroviaria che attraversa tutti i 23 quartieri di Tokyo in maniera circolare, in un loop di circa 35 chilometri, con al centro lo spazio intoccabile, immoto e sacro del Parco Imperiale. Un vero tour di Tokyo dovrebbe svolgersi lungo le sue stazioni e includere l’esplorazione delle sue 23 “città nella città’”. Ogni quartiere ha mantenuto intatta la propria identità, vicoli e stradine, vecchie case e localini gestiti da anziane signore, mercati, templi e tempietti, giardini meravigliosi, specialità gastronomiche e bottiglie di saké rare... tutto dietro gli scintillanti grattacieli che continuano a sorgere e a verticalizzare la metropoli. Ma a Tokyo è anche bellissimo camminare da quartiere a quartiere. Un percorso che raccomando è quello dal parco di Ueno fino a Nippori, attraversando l’antico quartiere di Yanaka, che dà l’impressione di essere a Kyoto! Per chi ama vedere la città dalla prospettiva del fiume, suggerisco d’imbarcarsi sul battello che collega la famosa Asakusa a Odaiba, il moderno quartiere costruito letteralmente dove prima vi era solo mare e di sostare nei giardini di Hamarikyu, oasi di verde zen con i grattacieli di Shiodome sullo sfondo, gustando in tutta lentezza una tazza di matcha (il the verde della cerimonia) nell’antica casa del te nel parco, in perfetto oblio delle noie terrene!      Si percepisce in città il fermento per le Olimpiadi del 2020? Crede che la ricaduta sulla città sarà positiva?TA:C’è già una ricaduta molto positiva in tutti gli ambiti del business, ma l’effetto più interessante si potrebbe avere sugli aspetti sociali, considerando la grande opportunità per il Giappone di adottare politiche più avanzate ad esempio nell’ambito delle pari opportunità e del riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso. In fondo, il tema delle Olimpiadi del 2020 sarà proprio la diversità!  Che rapporto ha con la cucina e la gastronomia giapponesi?TA:Anche dopo 12 anni di vita qui e di intense esplorazioni, Tokyo continua a sorprendermi e mi tiene legata in un incantesimo di continue scoperteda tutti i punti di vista, ma soprattutto da quello gastronomico! Io semplicemente adorola cucina giapponese, che pongo al top della classifica mondiale insieme a quella italiana. Bisogna provare tutto, dal sushi alla soba, dal teppanyaki alla tempura senza sdegnare yakitori, robatayaki, kushiaki e la cucina vegetariana dei templi zen.  

[...]

18.07.2018

Fino a pochi mesi fa, infatti, un cocktail di qualità poteva essere gustato solo fuori casa, a meno di disporre di un esperto mixologist disponibile, dell’attrezzatura e degli ingredienti necessari. NIO è tutto questo: un cofanetto di cartoncino grande come un cd che contiene una busta di plastica alimentare e…un cocktail di qualità, senza conservanti, additivi o agenti chimici, semplicemente da aprire tagliando l’angolo, versare in un tumbler o in un bicchiere pieno di ghiaccio e bere dove, come e con chi si preferisce.  NIO è una ambiziosa start up italiana fondata da Luca Quagliano, spirit lover e imprenditore, insieme ai soci Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri. L’idea è rendere semplice e accessibile il piacere di bere un ottimo cocktail in qualsiasi luogo, eliminando il peso e i rischi legati alle bottiglie in vetro, rendendo facile sia la preparazione che il trasporto e la conservazione: in barca, in spiaggia, in una casa di vacanze, dovunque si abbia voglia di un brindisi.  Il tocco esperto è quello del bartender romano Patrick Pistolesi, bartender di livello internazionale e socio di NIO, che ha selezionato mix e ingredienti d’eccellenza. La confezione, interamente riciclabile, permette di conservare i cocktail a lungo anche a temperatura ambiente senza che subiscano alterazioni.  Tutti made in Italy, Whiskey Sour, Negroni, Manhattan, Daiquiri, Milano-Torino sono solo alcuni dei cocktail disponibili ciascuno in pack monodose, acquistabili on line sul sito di NIO oppure nel primo showroom NIO in via Tortona 15, nel cuore del design district di Milano. Per fare una sorpresa agli amici, in caso di ricorrenze o situazioni più formali, il pack di NIO è completamente personalizzabile, così da risolvere, oltre al problema logistico di bere bene dovunque, anche qualsiasi imbarazzo da compleanno o ospitalità da dare o ricambiare. 

[...]

10.07.2018

“Edamame” è il nome giapponese dei baccelli di soia colti ancora verdi e morbidi, da maggio a fine ottobre, divenuti ormai uno snack popolare in tutto il mondo. La prefettura di Gunma produce all’incirca il 28% della soia giapponese, seguita da quelle di Akita (24%) e di Yamagata (12%). Alcune varietà di soia devono essere mature perché possano essere raccolte, mentre altre possono consumate ancora acerbe. Sono stati sviluppati nuovi tipi di soia per incrementare le dimensioni e la quantità, nonché le proprietà organolettiche dei semi di soia. Si presume che gli edamame fossero già apprezzati nel periodo Nara (710-794) e nel periodo Heian (794-1185). Alcune fonti scritte riportano l’uso in epoca Kamakura (1185-1333) di offrire tributi in edamame. Durante il periodo Edo (1603-1868), d’estate, i venditori ambulanti giravano le strade con baccelli di soia, ancora attaccati al ramoscello, che venivano poi bolliti e salati e consumati come spuntino dai passanti. In origine erano chiamati edazuki mame, che significa letteralmente “legumi su un ramoscello”. Il nome fu in seguito abbreviato nell’attuale forma edamame. Il colore del baccello è essenziale: deve essere preferibilmente verde brillante. La maturazione comporta una riduzione del contenuto di zuccheri (responsabile del sapore e della dolcezza caratteristici degli edamame), di amminoacidi e acido ascorbico. Il modo più comune di cucinare gli edamame è bollirli e salarli. Sono lo snack più comune nei bar giapponesi, specialmente in accompagnamento a birra e alcolici. L’elevato contenuto proteico degli edamame li rende particolarmente adatti per limitare gli effetti dannosi dell’alcol. Nelle prefetture di Miyagi e Yamagata, con gli edamame viene prodotta una confettura, utilizzata nei famosi zunda-mochi, dolcetti di riso al gusto di edamame. Ciò che sorprende degli edamame è il loro elevato valore nutrizionale se consumati bolliti. La bollitura è inoltre il metodo di cottura che li rende più appetitosi. I passaggi sono pochi e semplici. Per prima cosa, pulite gli edamame ed eliminate le estremità del baccello. Procedete quindi a strofinarli con del sale e a gettarli in un recipiente di acqua portata a ebollizione, nel quale li lascerete per circa tre minuti. Una volta cotti, scolateli e cospargeteli di sale grosso. È meglio non utilizzare acqua fredda per evitare di renderli molli e zuppi. Una volta tiepidi, versatevi una birra e godeteveli. 

[...]

09.07.2018

Dal 5 all’11 agosto si celebra negli USA la Farmer’s Market Week: una settimana per parlare e promuovere i vantaggi dei mercati contadini, tradizione secolare ritornata in auge con la nuova attenzione alla sostenibilità e al benessere portata dal nuovo millennio. In tutto il mondo, i mercati dei prodotti freschi, locali, prodotti e venduti da piccole realtà, magari familiari, sono oggi un luogo di scoperta delle abitudini di ogni luogo, secondo il motto “do it like the locals” che promuove un’idea di turismo immersivo e coinvolgente. Ecco una piccola rassegna di 10 farmer’s market selezionati in tutto il mondo, ciascuno specchio fedele della cultura che nutre e della città che lo ospita.  Union Square Green Market (New York)Correva l’anno 1976 quando alcuni contadini e allevatori dai dintorni di New York cominciarono a portare i propri prodotti a Union Square, uno degli spazi aperti e pubblici più grandi della città. Da allora è la crescita è stata continua: oggi fra pescatori, contadini e fornaisi arriva anche a 130 stand, visitati da migliaia di newyorchesi di stanza o in transito, alla ricerca di curiosità e freschezza.  Roppongi Ark Hills (Tokyo)Un po' farmer’s market, un po' luogo di incontro e svago all’aperto con una particolare attenzione per le famiglie che possono approfittare di un ampio spazio giochi per i bambini. Qui arrivano pesce fresco e specialità dai dintorni di Tokyo, insieme a piccoli prodotti di artigianato. Si può fare la spesa o fermarsi a mangiare in uno dei tanti piccoli ristoranti che circondano il mercato. Chi prima arriva… Borough Market (Londra)Di questo mercato si comincia a parlare nel 1014, quando attraversare il Tamigi e arrivare alla sponda sud era un’impresa, a secoli alterni addirittura illegale.La tradizione di crocevia di merci di questo luogo è ripartita di slancio negli anni ’90, quando i primi negozi di specialità alimentari approdarono in quelli che erano magazzini rimasti deserti. L’immediato successo dimostrò al mondo che c’era una nuova voglia di sperimentare gusti e tradizioni, dall’Inghilterra e dal mondo. Oggi è un mercato aperto 6 giorni a settimana, tappa immancabile nella scoperta della british wave contemporanea (anche) a tavola. Cangas De Onis (Spagna)Cangas de Onìs oggi è un piccolo paese fra le montagne ma in passato fu capitale del regno delle Asturie, nel nord della Spagna. Terra di confine e di transito, qui il rito del mercato domenicale inizia già nel Medioevo e continua oggi nella grande piazza fra Palaciu Pintu e la chiesa di Santa Maria. Il risultato è una sintesi in cibo e colori della cultura asturiana e spagnola, con un’attenzione speciale ai formaggi, vera specialità di cui ciascun produttore avrà cura di spiegare caratteristiche e gusto. Dolci, marmellate e le tipiche nocciole locali completano il paesaggio.  Ferry Plaza Farmer’s Market (San Francisco)Compie 25 anni il Ferry Plaza Farmer’s Market di San Francisco, espressione della California pioniera della sostenibilità e del chilometro zero come condizioni del benessere. Gestito dal CUESA (associazione non-profit), è un punto di riferimento per chi ama la cultura del cibo, per rinomati chef e per migliaia di visitatori, soprattutto il sabato. Nato in un punto cruciale del transito dei pendolari della Bay Area, offre frutta e verdura fresca, pesce e specialità da forno. Roma Farmer’s Market (Roma)Il quartiere della Garbatella è uno storico quartiere popolare di Roma. Fra i suoi vecchi palazzi spesso coperti di murales si fa largo il vecchio mercato rionale, ristrutturato di recente, dove è arrivato lo storico mercato del fresco della capitale, prima nella zona di Testaccio. Pizza, pasta, formaggi, salumi, frutta, verdurae ogni prelibatezza si trova fra le decine di banchi disponibili, quasi tutto proveniente dalle campagne laziali. Aperto il sabato e la domenica, se possibile meglio non arrivare in macchina.  Mercato di Piazza delle Erbe (Padova)In ogni città del Veneto c’è Piazza delle Erbe dove, spesso già dal Medioevo, i contadini arrivavano in città per vedere i propri prodotti. La tradizione prosegue e Padova ne è un esempio: nel pieno centro della città, fra palazzi nobiliari che riecheggiano i fasti della Repubblica di Venezia, ogni giorno (tranne la domenica) continuano ad arrivare frutta, verdura e prodotti freschi in oltre 70 standpiù altri che si estendono nell’adiacente Piazza della Frutta. I padovani, i turisti e le migliaia di studenti che affollano la città e la vicina antica Università ringraziano. Marché Bastille (Parigi)Come accade spesso in Francia, al Marché Bastille gli occhi gustano in anticipo la bontà delle infinite varietà di frutta e verdura fresche, carni, pesce, spezie, oliveche arrivano qui, in boulevard Richard Lenoir. L’influenza africana è evidente e arriva fino alle stoffe batik, alle decorazioni, ai gioielli, scenografici e economici. La moltiplicazione dei buongustai ha reso anche questo mercato una meta di appassionati alla ricerca dell’ingrediente segreto, una specie di gentrification gastronomica che suggerisce di fare attenzione ai prezzi. Kaupattori Market (Helsinki)Questo mercato è una delle tante buone ragioni per visitare Helsinki. La piazza che lo ospita offre una vista imperdibile sul Golfo di Finlandia e conclude, o avvia, Esplanade Park, una delle arterie verdi della città. Il pesce è il protagonista, da mangiare direttamente lì (se la temperatura lo consente) o take-away. Le verdure e la frutta locali compaiono a seconda delle stagioni, insieme a souvenir di ogni tipo.  Kowloon City Wet Market (Hong Kong)Il Paese delle megalopoli non poteva che avere un mercato in proporzione: il mercato del fresco di Kowloon City ha oltre 500 stand affastellati in una struttura che, dall’esterno, ricorda un’enorme nave. Il pesce è l’ingrediente di cui si trovano più variazioni sul tema, tutte dalla freschezza proverbiale. Frutti tipici come il longane altri da maneggiare con cautela come il rambutane il duriansi trovano in questo mercato e garantiscono, insieme alle centinaia di altre offerte, un’immersione nei colori e negli aromi della Cina meridionale. 

[...]

02.07.2018

Nel 2013 l’UNESCO ha inserito la cucina tradizionale giapponese, detta washoku, fra I suoi Patrimoni Culturali Tangibili, in quanto sapienza trasmessa di generazione in generazione capace di esprimere il rispetto dei giapponesi per la natura. Le principali caratteristiche della cucina giapponese sono la varietà e la freschezza degli ingredienti, il rispetto per il loro sapore originale, una dieta estremamente salutare e bilanciata, la capacità di riflettere la bellezza naturale e il mutare delle stagioni e lo stretto legame con gli eventi che contraddistinguono il calendario delle festività annuali. Ichijūissaiè la parola utilizzata per esprimere l’equilibrio nutrizionale ideale della dieta giapponese, che si può ritrovare nel classico pasto composto da zuppa, riso e un’altra portata. La combinazione di questi tre piatti è ricca di umami(il “quinto sapore” dei giapponesi), povera di grassi animali e ideale per prevenire l’obesità e promuovere la longevità. Non da ultimo, ordinare un pasto così composto è una scelta economica e allo stesso tempo di soddisfazione. Soprattutto a Tokyo, dove se ne trova una gran varietà.  To-iro (Nakameguro)Da To-iro potrete sedervi a uno degli otto posti al bancone e godervi una zuppa di riso e miso preparata ogni giorno con ingredient diversi. Nutriente e deliziosa.   Chisō Kōjiya (Shirokane-dai)Miso preparato in casa e malto di riso saltato sono alla base dei piatti di questo ristorante, abbinati a verdure freschissime e al pesce del mercato di Tsukiji. In particolare, vi suggeriamo di provare il pollo ruspante di O’oyama condito con il malto di riso (shio koji). Washoku Ando (Akasaka)In questo locale moderno gli ingredienti stagionali la fanno da padroni. Il riso utilizzato è quello della pregiata qualità Koshihikari, originario della prefettura di  Niigata. Nidaime Aoi (Shibuya)Lo chef Yūichirō Satoyoshi saprà trovare senza dubbio il piatto che fa al caso vostro, ma noi vi suggeriamo senza dubbio di provare il dashimaki tamago, la tradizionale omelette giapponese arrotolata preparata con uova e dashi (dado granulare a base di pesce). Sake Square (Kinshichō)Qui la specialità è il pesce fresco, abbinato ai sake proposti dalla sommelier. 

[...]

25.06.2018

La capitale giapponese è una metropoli frenetica, affollata e indaffarata, e sebbene siano proprio queste sue caratteristiche a renderla così vivace e affascinante, a volte la vita in città può diventare stressante, soprattutto quando si è stanchi e si ha bisogno del meritato riposo. Ma dove vanno gli abitanti di Tokyo per rilassarsi e staccare un po’ dal lavoro? A dire il vero, c’è solo l’imbarazzo della scelta: a breve distanza dalla città ci sono molti luoghi dalla bellezza incredibile e varia. Eccone una piccola selezione. Monte FujiLa montagna più fotografata del mondo è in realtà uno stratovulcano attivo e si trova a meno di 100 chilometri a sud-ovest di Tokyo. Stiamo parlando, naturalmente, del monte Fuji, che nei giorni più limpidi si può vedere anche da diversi luoghi in città, in particolare dalle alture e dai grattacieli più alti.Oshino, un piccolo villaggio nella Regione dei Cinque Laghiall’interno della Prefettura di Yamanashi e a 114 chilometri da Tokyo, offre una vista incantevole sul Monte Fuji, soprattutto quando la sua cima innevata compare fra i fiori di ciliegio o sopra il foliage autunnale. Se doveste venire da queste parti, vale anche la pena di visitare Oshino Hakkai, una costellazione di otto laghetti alimentati dalla neve sciolta che arriva dai fianchi del monte, passando attraverso gli strati porosi di lava in un ciclo ventennale: il risultato è un’acqua super filtrata e pulitissima.  Il santuario di Tōshōgu a NikkoCirca due ore a nord di Tokyo sorge uno dei luoghi più mistici di tutto il Giappone, il santuario di Tōshōgu, raggiungibile in due ore a bordo del treno “Kengo” dalla stazione di Akasaka.Questo Patrimonio dell’Umanità sorge sul suolo sacro dei monti Nikko, dove convergono le acque luccicanti dei fiumi Daiya e Inari. L’intera area è ricoperta da una fitta foresta di cedri centenari (che hanno fra i 400 e 800 anni di età)e disseminata di templi.Il tempio di Tokugawa Ieyasu Tōshōgu, è un luogo magnifico e dall’impatto emotivo innegabile. Le parti in legno dell’edificio sono decorate da bassorilievi, fra cui le celebri “tre scimmie sagge” che si coprono rispettivamentegli occhi, le orecchie e la bocca per evitare pensieri cattivi.KanazawaUn viaggio di appena due ore e mezzo a bordo del treno Hokuriku Shinkansen porta da Tokyo fino a Kanazawa, sul Mar del Giappone, una destinazione conosciuta per l’abbondanza di pesce fresco, e in particolare per i granchi e le ricciole. Oltre a provare la cucina locale negli ottimi ristoranti della zona, il suggerimento è quello di fare un giro fra i 180 banchi dell’incredibile mercato coperto di Omicho, dove sono in vendita tutte le specialità di Kanazawa: pesce fresco crudo e cotto, verdure di stagione della zona e sushi lunchbox.   Hakone Open Air Museum90 chilometri a sud di Tokyo, l’Hakone Open-Air Museum è un insolito museo all’aria aperta dove sculture di artisti giapponesi e internazionalisono esposte in mezzo al verde, e sullo sfondo delle valli e delle montagne circostanti. La lista dei grandi artisti rappresentati include nomi di primaria importanza comeJuan Mirò, Auguste Rodin, Henry Spencer Moore, Emile-Antoine Bourdelle e Medardo Rosso. Il museo ha anche diverse parti al chiuso, fra le quali c’è il padiglionePicasso, uno spazio di due piani interamente dedicato all’artista spagnolo, con tele, sculture, ceramiche e fotografie d’epoca che ne ripercorrono la vita. Brancusi, Renoir e Giacometti sono alcuni degli altri artisti le cui opere sono esposte nelle aree al chiuso. Ito, Penisola di Izu 100 chilometri a sud-ovest di Tokyo, la penisola di Izu, facilmente raggiungibile in treno, è la destinazione perfetta per un fine settimana fuori città. Sulla costa orientale si trovano alcune rinomate destinazioni termali, compresa Ito, una delle più amate dagli edochiani, che amano venire qui per rilassarsi e prendersi cura di sé. Circondata da picchi e colline, Ito ha una lunga e rinomata tradizione in termini di ospitalità: fra gli edifici più antichi della città c’è il Tokaikan, un ex-ryokan(un albergo tradizionale giapponese con centro benessere) oggi aperto al pubblico come edificio storico. Oltre a visitare quelle che erano un tempo le camere per gli ospiti, con i classici pavimenti tatami, i letti futon e le decorazioni in legno, si può usufruire dell’area termale e della sala da the, entrambe ancora funzionanti. 

[...]

25.06.2018

La zona di Yamagata è conosciuta per la grande qualità del suo riso. Proprio in questo paesaggio campestre, circondato dalle risaie, sorgerà il primo albergo progettato dal celebre architetto Shigeru Ban, la cui inaugurazione è prevista per l’estate. Il Shōnai Hotel Suiden Terrasseè un complesso di due piani in legnoispirato ai magnifici paesaggi delle risaie di Shonai, uno dei simboli di Yamagata. Gli edifici sono tre in totale: Gassan,Haguroe Yudono(i tre Monti di Dewa), con 143 stanze fra suite e doppie, oltre a qualche stanza per grandi gruppi, tutte con vista sul paesaggio naturale. Ci sono poi un ristorante, un bar e diversi servizi dedicati al turismo business, come sale riunioni e area fitness. Oltre al negozio e alla biblioteca, il vero gioiello dell’hotel è la sua area termaleospitata sotto una magnifica tettoia in legno, dove l’acqua sgorga dal 1.200 metri di profondità. Shigeru Ban, conosciuto in tutto il mondo e vincitore di numerosi riconoscimenti fra cui il Japan Architecture Grand Prize e l’Asahi Award. Nel 2014 è stato insignito del grado di ufficiale dell’ordine Francese delle Arti e delle Lettere, del Pritzker Architecture Prize e del Mother Teresa Memorial Award for Social Justice.  Dopo il grande terremoto di Kobe del 1995 ha fondato il Voluntary Architects’ Network (VAN) e si è occupato della costruzione di abitazioni, chiese e luoghi di ritrovo d’emergenza. Ban è da sempre impegnato nel supporto alle aree colpite da disastri naturali in Giappone e nel mondo. La pre-apertura dell’albergo è prevista per il 1° Agosto, mentre il Grand Opening si svolgerà a metà settembre.  

[...]

22.06.2018

Con 21 anni di storia, oltre 1.200 birrifici e quasi 7.500 birre diverse, il settore della birra artigianale in Italia ha fatto molti passi in avanti dai temi dei brewpubdi metà anni Novanta, i primi a produrre la propria birra.Molti di questi si sono poi trasformati in veri e propri micro birrifici, prendendo la strada dell’imprenditoria e cominciando a vendere in tutta Italia e all’estero, e trasformando quello della birra artigianale in un vero e proprio fenomeno che ha coinvolto anche i grandi produttori. Oggi, dunque, riuscire difficile orientarsi e soprattutto riconoscere i produttori autentici da quelli che semplicemente cavalcano l’onda. Ma nel caso di 32 Via dei Birrai non ci sono molto dubbi: questo micro birrificio trevigiano pone un’attenzione così meticolosa agli ingredienti e alla produzione da essersi aggiudicato la certificazione slowBREWING, che attraverso controlli continui assicura la qualità delle materie prime impiegate attraverso tutte le fasi di produzione, assicurando procedure di fabbricazione tradizionali, igiene e una distribuzione rispettosa dell’ambiente. La storia di 32 comincia nel 2006, quando Loreno Michielin, esperto commerciale, Alessandro Zilli, ingegnere appassionato di homebrewing e Fabiano Toffoli, mastro birraio, uniscono insieme le loro competenze e la loro passione per dare vita a un micro birrificio artigianale con una personalità in grado di distinguersi nel già ricco panorama italiano della birra artigianale.  Ma perché 32 Via dei Birrai? “32 è il numero corrispondente alla classe della birra secondo la classificazione internazionale di Nizza che indica e categorizza prodotti e servizi”, spiega Loreno Michielin, “e via dei Birraifa riferimento a una strada di Bruxelles, rue Des Brasseurs”.  L’accento viene posto fin da subito sul rapporto fra gusto e design: gusti particolari, bottiglie dall’estetica inconfondibile caratterizzate dall’ormai celebre bollone colorato con il numero 32, packaging accattivante. L’altro tema portante è la sostenibilità, sia in fase di produzione, sia in termini di packaging: consumi ridotti, energia certificata da fonti rinnovabili, imballaggi riciclabili e trasformabili in oggetti d’arredo, e persino i tappi che diventano portachiavi. “Naturalmente, per far emergere una birra artigianale occorre lavorare sul consumatore finale, e raggiungere una qualità che sia tangibile, dimostrata”, spiega ancora Michielin. E 32 Via dei Birrai raggiunge la qualità attraverso un processo produttivo caratterizzato da quantità limitate, lavorazione manuale, rifermentazione in bottiglia e tempi rispettosi della materia. Tutte le birre 32 sono non pastorizzate, cioè non trattate termicamente in fase di condizionamento, e ad alta fermentazione. Dall’inizio della produzione alla distribuzione trascorrono sei settimane. Il risultato è una birra non standardizzata, tanto che il consumatore attento riesce a notare la differenza tra lotti della stessa tipologia. "Unica, coerente e costante” sono gli aggettivi che secondo Loreno la definiscono meglio. Fra le tante iniziative collaterali del birrificio, infine, ce n’è una che ci ha colpito particolarmente: 32 via dei Birrai ha creato le birre Braille, con l’etichetta tattile sul vetro della bottiglia, e per ogni bottiglia venduta devolve 3 centesimi a una scuola speciale per bambini non vedenti.  

[...]

15.06.2018

Exit-Gastronomia Urbana è una scommessa: portare l’eccellenza della ristorazione in un antico chiosco fra il Duomo e Porta Romana in Piazza Erculea. L’ideatore è lo chef Matias Perdomo, nome noto della ristorazione milanese e stella Michelin, che ha deciso di portare l’eccellenza della cucina, intesa come ricerca, sperimentazione e gusto, nella più popolare delle cornici, con un menù preciso dove è chiaro il primato della materia prima innovando la tradizione dei chioschi gastronomici di Milano, ricca e antica.  Insieme a Perdomo, lo chef Simon Press e il maître-sommelier Thomas Pirashanno immaginato Exit-Gastronomia Urbanacome un luogo che rompe le abitudini scommettendo sulla riqualificazione di un luogo che è parte integrante del paesaggio urbano cittadino. Il chiosco diventa un ponte fra tradizione e avanguardia, fra anima meneghina e spirito cosmopolita, sempre seguendo due precisi punti cardinali quali semplicità e identità.  La libertà di mangiare a qualsiasi oraè un’ulteriore innovazione: i piatti alla carta possono essere scelti e gustati in qualsiasi ora del giorno, dal mattino a notte fonda, senza vincoli. Dal lunedì al venerdì dalle 8.00 alle 24.00 e il sabato dalle 10.30 alle 16.00, in qualsiasi momento della giornata si può scegliere qualsiasi proposta di cibo o bevanda e accomodarsi in uno dei 30 coperti disponibili, godendo, oltre che del cibo, del costante scambio con le attività e il passaggio della piazza, il tutto qualunque sia il clima o la temperatura grazie a un sistema efficiente di vetrate mobili.  Lo stile degli arredi è in continuità perfetta con la contaminazione di luoghi ed epoche che la cucina e la cantina di Exit esprimono. Protagonisti sono la pietra cosiddetta Ceppo di Gré, base dei palazzi d’epoca milanesi, lavorata con cura per creare oggetti piccoli come i porta-posate, e le Briccole veneziane, il legno dei lunghi pali che si vedono emergere dal mare in laguna, trasformati nel bancone, nei tavolini e in tutti gli elementi lignei degli interni. Fra riscoperta e avanguardia, Exit si candida a diventare un punto di riferimento per i buongustai a Milano, a qualsiasi ora. 

[...]

30.05.2018

Non a passo d’uomo ma a misura d’uomo (e di donna): vedere alcuni fra i paesaggi più interessanti del mondo in sella a una bicicletta cambia la prospettiva e la percezione delle distanze e unisce cuore, polmoni e cervello. Più o meno lento e più o meno sfidante, il turismo in bicicletta può essere un modo inedito per vivere una grande città già nota o di esplorare territori selvaggi. Ecco dieci percorsi per ispirare la vostra voglia di scoprire il mondo sulle due ruote. Dali e LIjang (Cina)La provincia di Yunnan, a sud-est della Cina, è un concentrato di bellezze naturali e piccoli villaggi dalle tradizioni anticheche meritano una visita lenta e ravvicinata come quella che permette il viaggio in bicicletta. I villaggi di Baisha, Xizhou e Shuhe sono l’esempio di una Cina radicalmente alternativa a quella delle megalopolicosì come le cittadine di Dali e Lijang. Visitare la foresta di pietre o costeggiare in bicicletta il lago Erhai è un’esperienza indimenticabile.  Parigi (Francia)Non solo natura. Ormai tutte le capitali prevedono tour in bicicletta alla scoperta delle mete imperdibili fra arte, storia e cultura popolare. Parigi offre numerosi itinerari da fare in gruppo o con guida privataoltre alla possibilità di noleggiare biciclette per muoversi autonomamente e riscoprire la città delle luci da un punto di vista alternativo.  Trossachs and Highland Pertshire (Scozia)Il Loch Lomond and Trossachs National Park abbraccia, subito a nord di Glasgow, abbraccia laghi, montagne e castellidisegnando il paesaggio antico e indomito che rende unica la Scozia nel mondo. Non mancano le antiche distillerie di whiskey, soste immancabili per gli appassionati che punteggiano i tragitti in bicicletta, da gestire in autonomia o seguendo i consigli delle agenzie locali.  Da Hanoi a Ho Chi Minh City (Vietnam)Ci vogliono circa 15 giorni per passare dall’estremo sud all’estremo nord del Vietnamesplorando lentamente il corso del fiume Mekonge la costa del mar della Cina con la celebre baia di Ha long. Alternando la bicicletta alle imbarcazioni tradizionali locali, come le junk-  barche da pesca dalle grandi vele, si può gustare da vicino la bellezza di questa terra dalla straordinaria varietà di natura, paesaggi e cucina e dall’accoglienza proverbiale. Isole Eolie (Italia)Questo arcipelago dichiarato patrimonio dell’umanità UNESCO è perfetto per una vacanza in bicicletta fra aprile e giugno, quando le temperature sono miti e il mare già regala i suoi colori migliori. I percorsi più adatti si trovano a Lipari, Salina e Vulcano, meno aspre delle altre isole dell’arcipelago, dotate di strada perfette per un cicloturismo rilassato ma alternabili anche a percorsi più impervi per chi preferisce mettersi alla prova. Dal Baltico all’Adriatico (Polonia/Slovenia - EuroVelo9)Sono 15 i percorsi Eurovelo delineati all’interno del territorio europeo a oggi e, per quanto non siano ancora del tutto compiuti perché lunghi tratti non sono attrezzati, rappresentano una scelta interessante per gli appassionatiche scelgono la bici per conoscere da vicino l’Europa. Abbiamo scelto il corridoio che dal Mar Baltico arriva all’Adriatico, 1.870 chilometri dalla Polonia alla Slovenialungo l’antica via dell’ambra.  Da Tolosa a Marsiglia (Francia)Il Canal du Midi è la strada d’acqua settecentesca che collega Tolosa al Mediterraneo attraversando l’antica Linguadoca. Lungo oltre 240 chilometriera nato per collegare i corsi d’acqua della regione fino alla Garonna e quindi all’Atlantico, creando un unico grande percorso d’acqua.  Per chi ama le vacanze da assaporare passo passo, il Canal du Midi – patrimonio Unesco – è un compagno di viaggio silenzioso e paziente che accompagna fra gli scorci più belli della Francia meridionale.  MaroccoL’avamposto occidentale dell’Africa del Nord si presta sempre di più ad essere meta per gli amanti delle escursioni in bicicletta, previa verifica delle temperature stagionali. In due settimane è possibile toccare città imperiali come Fes e Marrakeche magari deviare verso Zagora e Merzouga. Chi ama campeggiare in libertà non avrà problemi a trovare spazi adatti, magari contando anche sull’antica tradizione locale di ospitalità.  Capo di Buona Speranza (Sudafrica)La bicicletta permette di raccogliere in un unico itinerario molti degli ottimi motivi per visitare il Sudafrica. Osservare il passaggio delle balene, assaggiare gli ottimi vini locali, attraversare parchi nazionalie percorrere la costa più meridionale del continente, ad esempio. Per godere a pieno del tutto, meglio avere una guida e conoscere gli eventuali livelli di difficoltà dei tragitti, percorribili in bicicletta e/o mountain bike.  Carretera Austral (Cile)Siamo nel regno del cicloturismo, al secolo la strada che da Puerto Montt conduce a Villa O’Higgins attraversando la Patagonia e arrivando quasi alla fine del mondo. Todo cambia: il sentiero, da strada asfaltata a sterrato, l’altitudine, il clima. Quello che non cambia è la bellezza del paesaggio che non cede mai, in nessuno dei 1.240 kmdel percorso, da fare in almeno un mese sapendo che si potrà campeggiare e che ci si dovrà orientare fra la segnaletica quasi assente.  Da Teruel a Valencia (Spagna)La Spagna è attraversata dalle “strade verdi”, percorsi cicloturistici che seguono i tracciati delle vecchie ferrovie in disuso. Il più lungo è detto Ojos Negros, conta 160 km e va da Teruel a Valencia dividendosi in due tronconi con le montagne della Sierra Menera come tappa intermedia.   

[...]

29.05.2018

Sembra che il tofu sia comparso per la prima volta sulla faccia della terra nel II secolo avanti Cristo, in Cina. In Giappone arrivò probabilmente molto più tardi, intorno all’VIII secolo, portato dall’inviato giapponese presso la Dinastia Tang, ma non esistono prove certe. Quel che è certo è che fu nel periodo Edo (1603-1868) che nacque il tofu made in Japan e che questo alimento a base di soia divenne comune su tutte le tavole. Nel 1782 uscìTōfu hyakuchin, un volume con oltre 100 ricette a base di tofu che divenne popolarissimo, tanto che ne furono realizzati ben due “sequel”: Tōfu hyakuchin zokuhen eTōfu hyakuchin yōroku. Nelle cucine dell’estremo oriente il tofu ha sempre rappresentato una delle principali fonti di vitamina. In Giappone ha spesso fatto da complemento alle carni, soprattutto in un’epoca in cui non era comune allevare bestiame e l’unica carne a disposizione era quella dei cervi e dei cinghiali selvatici uccisi dai cacciatori. Con l’introduzione del Buddhismo, mangiare carne divenne tabù, e fu solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che il consumo di carne superò quello del pesce. Nonostante i grandi cambiamenti nell’alimentazione, il tofu resta un alimento di base altamente nutritivo. Il motivo è semplice: è versatile, semplice da produrre e soprattutto sano. Gli acidi linoleiciaiutano a ridurre la pressione sanguigna e i livelli di colesterolo. La lecitinae la beta-conglicininahanno un effetto sorprendente sul metabolismo dei grassi e sul fegato grasso, senza contare che lecitina e colina aiutano a ritardare l’invecchiamento cerebrale e a migliorare la memoria. Le saponinesono molto efficaci nella prevenzione delle malattie, gli isoflavoni riducono il rischio di osteoporosi, cancro e arteriosclerosi femminili. Gli oligosaccaridi favoriscono la crescita del bifidobatterio, fondamentale per la salute dell’intestino. Non da ultimo, il calcio, oltre a rafforzare ossa e denti, è un potente anti-stress. Se si considera poi il bassissimo apporto calorico definitiva, appare evidente come il tofu sia un importante alleato della longevità di chi lo consuma. Ecco perché i giapponesi lo considerano uno degli ingredienti principali della cucina nazionale e lo utilizzano in migliaia di deliziose ricette. 

[...]

28.05.2018

Succede che ci si trovi di fronte a un’impeccabile sushi box, la si apra, si prendano le bacchette, si assaggi il cibo e si scopra che non c’è riso e non c’è pesce ma bensì ottimo gelato artigianale italiano trasformato in uramaki con una combinazione di gusti decisamente curiosa: limone, basilico, zenzero e sesamo nero. Di sicuro siamo vicini a Ilaria Forlani, pastry maker trentenne perfezionatasi alla prestigiosa scuola milanese del celebre Ernst Knam, che ha scelto di unire la tecnica del gelato artigianale al design del cibo, valicando i confini di gusto e abbinamenti del gelato tradizionale. L’ispirazione è nata con l’amore per l’estetica del cibo orientale, scoperta viaggiando fra Australia e sud-est asiatico.  Il risultato di queste suggestioni è Glacé, che è il nome della gelateria di Palazzolo sull’Oglio, fra Brescia e Milano, quartier generale di Ilaria Forlani e del suo team, ma anche e soprattutto un concept che sposa design e ingredienti naturali, l’arte del cibo con l’artetout court, come è proprio delle culture orientali. Con Glacé non ci sono confini fra dolce e salato, né fra caldo e freddo, anzi: gli opposti convivono e si completano per offrire un’esperienza gustativa letteralmente unica. Le abbiamo chiesto da dove viene, come sta crescendo e dove andrà questa idea innovativa di gelato. SJ: Perché ha scelto il gelato come materia prima per disegnare il cibo?IF:Il gelato mi ha sempre affascinato ed è legato ad alcuni tra i momenti piùspensierati della mia infanzia. Nel tempo, ho avuto modo di conoscere il complesso mondo del gelato e le infinite possibilità che questo prodotto apparentemente semplice può regalare a chi - come nel mio caso - parte dalla creatività e dell'ispirazione. SJ: Com’è andata l'idea di unire la tradizione italiana del gelato con l'esteticaorientale del cibo questo connubio? Che ruolo ha la contaminazione nella creatività?IF:Tutto nasce nel corso del mio lungo soggiorno-studio a Sydney, in Australia. I miei amici erano tutti asiatici e questo mi ha permesso di entrare in contatto con culture lontane e differenti dalla mia. Di riflesso, anche il cibo mi è apparso sotto una nuova prospettivae questa continua contaminazione ha certamente influito sulla mia formazione professionale e sulla scelta delle mie mete di viaggio successive. Il Sud-Est asiatico, poi, ha fatto il resto: paesi come la Thailandia mi sono rimasti nel cuore e mi ispirano ancora oggi.       SJ: Quali sono i 'gusti' di gelato più versatili e perché? Ha inventato gustispeciali per dare corpo alle sue creazioni?IF:I classici, sicuramente, anche se io personalmente amo apportare variazioni negli abbinamenti (anche audaci) e nelle forme che possano regalare una vera e propria esperienza a chi prova i miei prodotti. Luoghi, momenti, trend, persone e stati d'animo: tutto influisce nella creazione di un mio dolce o gelato di design. Anche lo scambio di idee ed esperienze con altri chef o ristoratori mi permette di crescere e migliorarmi giorno dopo giorno.  SJ: Glacé è una sorta di tromp-l'oeil gustativo: lo sguardo dice “sushi”, ilpalato dice “gelato”. Che ruolo ha l'estetica nel cibo?IF:Un ruolo fondamentale. La qualità del prodotto e la scelta degli ingredienti sono imprescindibili, ma io punto all'emozione che un design può trasmettere. Prima la vista, poi il palato. È la mia mission. La mia passione. SJ: Che progetti ha per il futuro?IF:Innanzitutto consolidare le nuove partnership trasversali e di valore (turismo, food, ristorazione e moda) che rappresentano il mio bellissimo "oggi" e di cui vado orgogliosa. Il futuro inizierà a settembre, quando vedrà la luce a Milano il mio primo Glacé - Sweet Concept Store. Sogno di aprire una mia Academy, nel frattempo mi alleno condividendo progetti di formazione di noti player del settore e animando un mio spazio sulla rivista di settore GELATO Artigianale.     

[...]

25.05.2018

Osservare un’enorme massa d’acqua cadere da una montagna o aprire una crepa nel terreno genera un’ipnotica vertigine. L’imponenza della natura si svela in tanti modi, ma l’acqua ha l’irresistibile fascino dell’eterno movimentoe trovarsi di fronte a un muro d’acqua di centinaia di metri è un’esperienza particolarmente coinvolgente. Da dove cominciare, dunque? Da queste otto cascate, senza dubbio fra le più affascinanti al mondo. Howick Falls (Sudafrica)Siamo nelle Midlandssudafricane, a est di Città del Capo, e il fiume Umgeni fa un salto di oltre 100 metri nella sua corsa verso l’oceano. La luce e il verde circostante completano lo scenario - senza dimenticare l’effervescenza culturale della zona, che si sta riempiendo di botteghe artigianali tracciando il confine della nuova creatività sudafricana. Iguazù (Brasile-Argentina)Siamo di fronte a una delle 7 meraviglie del mondo, la stessa che fece esclamare poor Niagara! a Eleonor Roosevelt quando la vide per la prima volta. Il fiume Iguazù crea questo immenso fronte d’acqua che segna il confine fra Argentina e Brasile, una sequenza ininterrotta di 275 cascate, fra le quali la più imponente è la cosiddetta “Gola del Diavolo”, profonda 150 metri e lunga 700. Il lato brasiliano è quello con la vista migliore, con la possibilità di esplorare l’intero Parco Nazionale di Iguazù che dalle cascate prende vita.  Victoria Falls (Zambia-Zimbabwe)Ben prima che l’esploratore David Livingstone le incontrasse nel 1855, intitolandole alla Regina Vittoria, le cascate sul fiume Zambesi erano chiamate nella lingua locale Mosi-o-Tunya, “tuono fumante”, perché il fragore e la nuvola d’acqua che alzano si sentono e si vedono da 40 chilometri di distanza. Probabilmente sono le più grandi del mondo, sicuramente un incredibile spettacolo naturale amplificato dalla varietà del suo profilo, con isole che si spingono fino al bordo e angoli di rocce che creano piscine naturali protette. Salto Angel (Venezuela)Non ci sono strade o scorciatoie per raggiungere le cascate del monte Auyantepui, nel remoto stato di Bolivar, nella parte più meridionale del Venezuela e già in piena foresta amazzonica. Ci vogliono almeno due giorni di trekking nel Parco Nazionale di Canaima per osservare questo salto, riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO,che arriva a sfiorare il chilometro di lunghezzanella stagione delle piogge e si trasforma in una nuvola di vapore quando la terra è secca. Mc Way Falls (USA)Siamo nel Big Sur, la fascia costiera fra San Francisco e Los Angeles che sorprende per la simbiosi apparentemente indolore fra uomo e natura, protetta dall’asperità dei suoi tratti rocciosi che si aprono in piccole calette raggiungili solo dalla ricca fauna locale. Il Julia Pfeiffer Burns State Park custodisce questa cascata alta 24 metriche arriva su una piccola spiaggia, visibile solo dall’alto. Fino a metà degli anni ’80 le Mc Way Falls arrivavano direttamente nell’oceano, ma anche oggi questo angolo di California stupisce per la sua potenza e bellezza. Dettifoss (Islanda)Negli sterminati paesaggi dell’Islanda nord-orientale si apre uno squarcio nella terra e lì cade il fiumeJökulsá á Fjöllum,a circa 30 chilometri dalla foce. Il fiume nel suo corso crea tre cascate, Dettifoss è la più spettacolare con una potenza di oltre 200 tonnellate di acqua al secondo. Intorno, la possibilità di accompagnare il fiume scegliendo uno dei percorsi di trekking che costeggiano il canyon.  Niagara Falls (Canada-USA)Un classico, certo. Ma la particolarità di queste cascate sta tutta nel loro apparire in modo quasi improvvisoin un’area decisamente urbanizzata, con un effetto straniante che merita di essere vissuto. Niagara è il nome del fiume che collega gli immensi laghi Ontario e Erie, nonché della cittadina canadese cresciuta intorno alle cascate e trasformata nel tempo in una sorta di Las Vegas locale per il proliferare di alberghi e casinò.  Vinnufossen (Norvegia)Con i suoi 860 metri è la cascata più alta d’Europa, in un’area di fiumi e montagne anche chiamata “vallata delle acque” e distante meno di 300 chilometri dalla citta di Trondheim. Attiva tutto l’anno, è alimentata dal ghiacciaio Vinnubreen sul monte Vinnufjellet, con un picco nei mesi estivi quando la sua potenza e portata crescono grazie alle temperature (più) alte.  

[...]

23.05.2018

Venice is a state of mind, come si dice. Ognuno ha la sua: la Venezia da cartolina, quella delle lenzuola stese, quella dei pescatori o dei vaporetti presi all'alba. Non ne esiste una più autentica di un'altra: quando si alza la nebbia dalla laguna, ogni percorso è possibile fra le sue calli. In Piazza San Marco c’è però luogo dalla nobiltà antica capace di mettere d’accordo tutti: il Gran Caffè Quadri.  Dal 2011, le energie le hanno messe Massimiliano e Raffaele Alajmo: il primo è il più giovane chef al mondo ad aver ricevuto tre stelle Michelin, il secondo è CEO e maître des lieux, ed entrambi coordinano progetti, menù e attività dal loro quartier generale, il  ristorante e laboratorio creativo Le Calandredi Sarmeola di Rubano, in provincia di Padova.  Grazie a loro, l'ottocentesco Gran Caffè Quadri è rinato in triplice veste (Quadrino, Gran Caffè e Ristorante) dopo una lunga opera di restauro capitanata da Philippe Starck, con il supporto di squadre selezionate di artigiani locali. Il recupero degli stucchi ha richiesto attenzioni speciali: i decori delle sale dovevano ritornare allo splendore delle origini, quando raccontavano l'allegria e la leggerezza della Venezia delle feste nei palazzi nobiliari, in bilico fra la terra e il mare.  Dopo un periodo in sordina, Gran Caffè Quadri diventa la vetrina sul mondo della cucina e della bellezza italiana. Come dice lo stesso Starck, “il Gran Caffè era straordinario, ma dormiente. In segno di rispetto, amore e intelligenza, non volevamo cambiare una tale concentrazione di mistero, bellezza, stranezza e poesia. Cercavamo semplicemente le sue meraviglie e abbiamo trovato il paese delle meraviglie”.  Ogni angolo è un racconto che corre fra stucchi, lampadari, tessuti decorati, oggetti e collezioni antichedalle atmosfere vagamente surrealiste, sottolineate dalle scelte di interior di Philippe Starck e dell'architetto (ed ex rettore dell'Università IUAV di Venezia) Marino Folin, interessati a recuperare ogni traccia dell'antico lavoro artigianale che aveva dato anima al locale.  L'acqua alta, in Piazza, è l'ospite imprevedibile e abituale: per onorarlo, i tavoli hanno gambe rivestite in ottone non verniciato, così come il bancone della reception e ogni parte a contatto con il pavimento: che l'acqua alta arrivi, si accomodi e lasci il suo ricordo.  Al piano terra, si trovano il Quadrino e il Gran Caffé Quadri, restaurati da Anna de Spirit e Adriana Spagnol, mentre al primo piano il ristorante porta la firma di Starck e del suo sottile humor nei disegni dei tessuti, dove fra i visi antichi spuntano anche quelli dei committenti Alajmo, insieme ad astronavi e satelliti mescolai a gondole e carrozze.  La cucina è la sintesi contemporanea della tradizione italiana e veneziana del buon cibo, con una ricerca quotidiana di materie prime di stagione selezionate nei mercati locali. Venezia si riflette così negli spazi come nei piatti, promettendo un'esperienza che aggiungerà un’ulteriore sfumatura alle mille identità della città galleggiante.  

[...]

18.05.2018

Un viaggio a Londra è sempre una buona idea: non sarà mai identica alla città che ricordiamo. L’estate 2018 offre una grande quantità di novità per gli appassionati di ogni arte: dalla musica al food passando per la pittura e la moda. A ciascuno il piacere di aggiungere questi nuovi indirizzi ai suoi percorsi. All Points EastD’estate i concerti sono sempre protagonisti della scena londinese, con venue leggendarie come Wembley e Hide Park. Il 2018 segna la definitiva consacrazione di Victoria Park come meta immancabile per gli appassionati grazie all’All Points East Festival che, fra fine maggio e inizio giugno, porta sul palco una sequenza ininterrotta di nomi imperdibili appartenenti ad almeno due generazioni di musica rock, pop e electro: LCD Soundsystem, Björk, Lorde, Yeah Yeah Yeahs, Beck, Catfish and Bottlemen, The National, Nick Cave & The Bad SeedsDesign MuseumInaugurata nel novembre 2016, la nuova sede del Design Museum di Londra in High Street Kensington si trova nell’iconico edificio del Commonwealth Institute, simbolo del modernismo britannico anni Sessanta rivitalizzato dall’intervento dell’architetto John Pawson. L’inconfondibile copertura curva a parabola rende inconfondibile quello che oggi è il più grande museo al mondo interamente dedicato al design con una collezione permanente di oltre mille oggetti del XX e XXI secolo e una delle più grandiose e recenti opere di rinnovamento nel panorama museale londinese.(ph: Ardfern, CC BY-SA 4.0) Fashioned from NatureFino al 29 gennaio 2019, il Victoria & Albert Museum presenta una mostra dedicata alla moda sostenibile con una carrellata di storia dell’abbigliamento e del costume degli ultimi 400 anni, quando gli abiti erano green per mancanza di alternative. Da quell’immenso patrimonio di tessuti e tecniche, tante possibili idee da portare nel presente e nel futuro. CornerstoneLo chef britannico Tom Brown è il padrone di casa del Cornerstone, nuova meta degli appassionati a Hackney Wick. Celebre volto dell’edizione 2017 di The Great British Menu, programma TV dedicato alla cucina made in UK, Tom Brown innova la cucina della sua terra, la Cornovaglia, con un’attenzione speciale ai frutti di mare e al pesce. La cucina al centro del locale ha una cornice con 11 posti per una cena speciale con vista sui segreti dello chef, mentre il tavolo realizzato con il legno recuperato di una quercia di oltre 500 anni è una delle cifre dello stile di Brown per l’interior dei suoi locali. JMW Turner’s homeRiapre al pubblico perfettamente ristrutturata la casa di Joseph Mallord William Turner (1775-1851), pittore inglese celebre per i dipinti di paesaggio. Fu lo stesso artista a immaginare così la casa che lo avrebbe accompagnato negli ultimi anni della sua vita: dopo anni, la villetta di Twickenham riprende a essere un viaggio nel tempo e nella mente di un pittore che ha riassunto con la sua arte la passione tutta britannica per gli umori del cielo. 

[...]

17.05.2018

Kyō no Ondokoroè un luogo molto speciale dove dormire a Kyoto. Di proprietà del produttore di lingerie locale Wacoal, nasce dal progetto di ristrutturazione di una vecchia machi-ya, una dimora tradizionale in legnonon lontana dal castello di Nijō e da Nishijin, il celebre quartiere dei tessitori di Kyoto. Quale posto migliore per immergersi nella cultura della città? Akira Minagawa, fondatore e designer del brand Minä Perhonen, si è occupato della ristrutturazione, dal naming fino al concept e alla creazione del logo, trasformando la machi-yaquasi centenaria in qualcosa di più di una semplice casa di vacanza. Kyō no Ondokoro spira infatti a offrire un’esperienza nel cuore della comunità locale.  Collocata accanto al santuario di Heian, Kyō no Ondokoro è la prima di cinque dimore che apriranno durante il corso di quest’anno a breve distanza da musei e altri luoghi d’interesse.  All’interno troverete una graziosa cucina arricchita con magnifiche stoviglie e mobili ornati di fiori, ma soprattutto la possibilità di vivere una vacanza al vostro ritmo ideale, pur senza il lusso di un albergo o di un ryokan.  Si può prenotare online e fare il check-in al desk di Kyō no Ondokoro, che si trova al piano del Wacoal Shin-Kyoto Building proprio di fronte alla stazione di Hachijō. Che sia la vostra prima volta a Kyoto oppure no, dormire in una machi-yasarà comunque un’esperienza indimenticabile.  

[...]

14.05.2018

Design, cibo e fiori: a New York, in pieno SoHo, esiste uno spazio che unisce tutti gli ingredienti che rendono indimenticabile una casa. Li hanno scelti e, in alcuni casi, creati i designer Robin Standefer e Stephen Alesch che con Guild realizzano il sogno che ha guidato la loro lunga carriera, nata negli studios di Hollywood e proseguita a New York con l’avvio, nel 2002, dello studio Roman e Williams Buildings and Interiors: riunire il meglio degli oggetti da loro immaginati e realizzati negli anni, che significa condensare storie, persone e esperienze e metterle a disposizione. Guild è uno spazio per i sensi che racconta passioni diverse unite dalla voglia di bellezza. La Founding Collection disegnata da Standefer and Alesch è un mix di oggetti di design, mobili, luci e accessori realizzati da artigiani scelti in tutto il mondo. Lo stile del duo creativo contamina ogni elemento con il suo peculiare approccio fatto di eclettismo e irriverenza, uscendo dalle convenzioni nella ricerca costante di ciò che si ama. Come si fa? Si celebra uno stile mettendo l’accento sulle sue contraddizioni. Si esce dall’idea di epoca e tempo individuando riferimenti trasversali e interpretando l’evoluzione dello stile come una ricerca continua di risposte contemporanee a problemi umani eterni. Si mantiene un’unità di fondo declinando in superficie le sue mille manifestazioni estetiche. Tutto questo vale per ogni proposta dentro a Guild. Lo spazio food è La Mercerie Café, affidato alla Chef Marie-Aude Rose: un caffè francese rivisitato fra tradizione e avanguardia e aperto tutto il giorno. I fiori e la natura, altra grande passione di Robin Standefer e Stephen Alesch, vivono nelle composizioni floreali ricercate e selvagge di Emily Thompson, celebrate da un corner dedicato. Chi visita Guild vive quindi un’esperienza che coinvolge e ispira tutti i sensi. L’accento è sulla ricerca di ciò che rende felici nella propria casa: può essere un sapore, un oggetto, un profumo, un colore, un suono. Guild seleziona e presenta il meglio di ciò che negli anni ha costruito la felicità dei suoi fondatori e dei tanti partner accompagnati negli anni alla scoperta dello stile perfetto per un ambiente: a ciascuno il proprio. 

[...]

10.05.2018

A breve The Alchemist, uno dei ristoranti più interessanti di Copenhagen, aprirà nella sua nuova sede: la penisola di Refshaleøen, già scelta da grandi protagonisti della scena gastronomica danese e internazionale come il Noma 2.0 e Amass, vere e proprie icone della cucina New Nordic, che integra ingredienti e tecniche tradizionali con un approccio contemporaneo ottenendo risultati eccellenti. Sebbene l’alta gastronomia sia sempre caratterizzata da una certa dose di sperimentazione, nel caso della cucina New Nordic forse parlare di avanguardia è eccessivo, ma The Alchemist non si limita a sperimentare: il suo approccio agli ingredienti tradizionali è provocatorio, a volte scioccante. Insetti, organi e altre parti di animali normalmente scartate rientrano nel suo menù a sorpresa, ma mai casualmente e come una provocazione fine a se stessa, bensì sempre in base a un progetto sensato e con un approccio raffinato a questi ingredienti apparentemente così truculenti. Un pasto da The Alchemist consiste in 45 pietanze appartenenti a 8 categorie (frutta e verdura, pesce, frutti di mare, interiora, carne, formaggi, dessert e piccola pasticceria). Ma come anticipato, c’è del metodo dietro questa apparente follia: ciascuno dei 45 piatti è ispirato a uno dei 45 elementi che un alchimista utilizzerebbe nel tentativo di produrre oro. Lo Chef Rasmus Munk, esperto di cucina molecolare, sperimenta con ogni genere d’ingrediente che trova interessante, compresi insetti e le parti meno nobili degli animali. Ma sebbene fra questi rientrino porcellini di terra, tarme della farina, zampe di gallina e formiche, la scelta è sempre ragionata. Ed è forse la presentazione, spesso cruda e quasi cruenta, a essere la parte più difficile da “digerire”. Del resto, è proprio questa la parte divertente e stimolate di tutta l’esperienza: quand’è stata l’ultima volta che un pasto ha messo alla prova il vostro palato e la vostra mente? Ovviamente, non tutti i piatti sono così impegnativi dal punto di vista degli ingredienti e della presentazione. Ci sono anche fiori eduli, colori commestibili e una tela per tirare fuori l’artista dentro di voi, verdure fresche, agrumi e (grazie a Dio) cioccolato e mini donut per rilassarsi un po’. Il menù cambia costantemente e utilizza ingredienti classici della cucina nordica come il rombo, gli scampi e il latte crudo danese, solo per citarne alcuni. Rasmus Munk definisce il suo approccio “cucina olistica” perché si concentra su ogni singolo aspetto del pasto, concepito come una sorta di rappresentazione teatrale nella quale ogni categoria è un atto. Così, alla fine, l’etica del pasto supera la dimensione limitata del cibo. Il piatto preferito dallo chef si chiama Ashtray (portacenere) ed ispirato a una ricetta molto amata da sua nonna, una specialità danese il cui nome significa alla lettera “amore bollente”, a base di patate schiacciate, bacon e abbondante burro.  La versione di Rasmus è decisamente più complessa: granchio reale, schiuma di patate e una manciata di altri ingredienti modificati in laboratorio, il tutto trasformato per somigliare alla cenere di sigaretta. Nella parole di Rasmus stesso, “Ashtray somiglia a un portacenere ma sa di amore bollente. È comfort food che t’invita a stare alla larga dalle sigarette” Chiamare tutta questa attenzione ai dettagli amore per la cucina sarebbe riduttivo. Rasmus Munk è convinto che The Alchemist abbia realizzato appena un 10% del suo potenziale nella sua precedente sede nel quartiere di Århusgade. Ma come riuscirà a mantenere il livello di complessità dei suoi piatti nel nuovo spazio di quasi 1.000 metri quadrati? La sua risposta è semplice: “Adoro quello che faccio, e provo un piacere immenso nel regalare ai miei ospiti un’esperienza gastronomica unica e diversa ogni sera”. 
 
1 / 20