# Food & leisure

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16.08.2018

Insalata, avocado, uova, caffè e Vegemite, non necessariamente in quest’ordine: ecco le prove che la colazione che avete davanti viene dall’Australia, e che state per assaggiare un mix di sapori che, piano piano, sta conquistando i gourmet di tutto il mondo.  L’aussie breakfast è la soluzione per gli amanti traditi dal brunch causa eccessiva inflazione dopo l’hype di inizio millennio: un pasto sano, gustoso e bellissimoperché si sa che, nell’era di instagram, l’occhio più che mai vuole la sua parte. Del resto, per lo stile di vita australiano la colazione è fondamentale: nella terra dei canguri ci si alza presto, si cercano cibi leggeri e nutrienti per poter fare sport magari prima del lavoro, si portano nel piatto i colori e la forza dirompente dell’Oceano.  La natura è il contesto, la fonte, l’ispirazione di una cucina che racconta le sue radici: ci sono le uova della colazione anglosassone, il pesce, l’avocado e i sapori dell’Oceano Pacifico e dell’Asia, le insalate e le verdure di stagione legate alle forti comunità arrivate in Australia dal Mediterraneo, italiane e greche su tutte.  L’avocado è il re: servito in forma di salsa, a fette, a cubetti, in insalata o sul pane tostato non può mai mancare. Le uova, soprattutto in camicia, sono regine, con qualche concessione allo scrambled. Frutta e verdura di stagione creano insalate colorate e ricche, mescolate con quinoa o cereali. Tutto artigianale, tutto fresco, tutto recuperato il più vicino possibile. Le frittelle, magari di mais, sono il sapore di casa, il tocco familiare che accompagna tutti i bambini australiani e che ritorna nei menù di New York e Londra per incuriosire i neofiti e regalare qualche momento di sana nostalgia agli expat. Il caffè è un altro punto fisso, magari sotto forma di ‘flat white’, un caffè nero con aggiunta di schiuma di latte, vera passione locale così come il Vegemite, crema spalmabile salata a base di lieviti, che può essere solo assaggiata e difficilmente descritta.  Lo stile dei bistrot e café australiani in giro per il mondo è altrettanto invitante perché ricrea, nell’interior design e nell’atmosfera, il clima rilassato e sorridente della vita di spiaggia di fronte all’Oceano e lo porta nel caos di New York o nella pioggerella di Londra.  Last but not least, la colazione australiana è un pasto proposto e consumato a qualsiasi ora del giorno, perfetto per i ritmi imprevedibili delle città contemporanee. L’importante è che sia tutto fresco, sano, colorato e mescolato: un terreno di sperimentazione e scoperta perfetto per gli chef visionari del terzo millennio. 

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13.08.2018

Leggenda vuole che l’estate in città sia un problema, soprattutto quando si è troppo lontani dal mare per distrarsi dal caldo e dalla noia delle città svuotate. Ma è veramente così? Fra partenze intelligenti e smart working, le estati in città sono oggi una tendenza, perfetta per riscoprire con ritmi più blandi i percorsi quotidiani, ma anche per godere di nuovi spazi che ricreano l’atmosfera della spiaggia lungo fiumi, laghi e parchi e offrono spazi per giocare e rilassarsi di giorno ed eventi e musica la sera. Ecco l’elenco delle spiagge che non ci si aspetta nel cuore dell’Europa. Paris Plages, ParigiDal 2002, per un mese ogni estate lungo la Senna appare una vera e propria spiaggia.Sulla Rive Droite, fra il Louvre e Pont de Sully, fra luglio e agosto si può camminare sulla sabbia, rilassarsi, gustare un drink o un gelato, giocare e godersi un supplemento di estate sotto i grandi ombrelloni e/o seguendo il cartellone di eventi serali.  AFK Canary Wharf, LondraSiamo a East London, in una delle anse del Tamigi, in mezzo ai grattacieli che hanno cambiato lo skyline della capitale inglese a cavallo del millennio e c’è una spiaggia. Vera. Sabbia dove rilassarsi ma anche campi da beach volley dove sfogare la voglia di sport estivi. Il Kerb Food Market offre la possibilità di uno spuntino o di un lunchbreak a qualsiasi ora e, del resto, pochi sono bravi come gli inglesi a sfruttare ogni singolo raggio di sole. Amburgo Siamo nel secondo porto d’Europa, ma le spiagge che si possono trovare lungo il fiume Elba sono davvero una sorpresa. Con le prime giornate di sole della primavera vengono portate tonnellate di sabbia che creano un vero e proprio litorale artificiale pieno di sdraio dove fermarsi a sorseggiare un drink. Si può scegliere l’atmosfera più congeniale: lo spazio più pop di Strand Paulio l’aria più ricercata dell’Hamburg City Beach ClubVarsavia Ci sono poco meno di 300 chilometri fra Varsavia e il mare ma per fortuna nel mezzo della città scorre il fiume Vistola con le sue insenature naturali trasformate nel tempo in spiagge. Qui le nottate sono a base di musica e dj set, eventi ormai cult per la città, mentre di giorno non è raro prendere il sole (quando disponibile) in compagnia di cervi, alci e cinghiali che si lasciano intravvedere fra i boschi che costeggiano la spiaggia e il fiume.  Vienna Parte del sistema di protezione dalle piene del fiume, la Donauinsel, l’isola di 21 chilometri creata sul tratto urbano del Danubio è diventata la meta ideale di chi vuole fuggire per qualche ora dalla città e rilassarsi nella natura. Spiagge di ghiaia e di sabbia, lunghe piste ciclabili, bellissime passeggiate e zone barbecue per gli amanti del genere sono a disposizione dei cittadini a una manciata di minuti dai loro uffici.  PragaSono ben tre le spiagge artificiali di Praga. Vltava Beachè la più vicina al centro: famosa per la presenza di cigni e anatre, è un buon punto per nuotare o partire per un giro in barca sul fiume, il tutto con vista sul Ponte San Carlo, uno dei simboli della città. Sempre sul fiume Moldava si trova Smìchov Beach: 700 tonnellate di sabbia garantiscono ampio spazio per rilassarsi e godere di ogni singolo raggio di sole, approfittando dei campi da volley, basket e badmington di giorno e dei tanti eventi in programma la sera. Il lago artificiale Lhotaè a pochi chilometri dalla città: per amanti della natura e della quiete.  Blijburg Aan Zee, AmsterdamBIiijburg, nella zona sud-est della città, è uno degli ultimi quartieri creati ad Amsterdam, dove le case sono su isole artificiali o direttamente sull’acqua dell’Ijmeer. L’atmosfera giovane e bohemiénne è la stessa che si respira sulla spiaggia di sabbia creata per offrire agli abitanti un luogo di svago, aperto a tutti e vivace come è nello stile della città.  Vicenza Tutto in proporzione: in questa piccola città-gioiello dell’architettura, plasmata nel ‘500 dalla mente di Andrea Palladio, il fiume Bacchiglionesi fa largo fra i palazzi antichi e i ponti dal sapore veneziano. In una delle anse più ampie una piccola spiaggia di sabbia, con bar, sdraio e playground per i bambiniè l’occasione per una sosta e per godere di un mix non scontato di relax balneare e bellezza urbana dall’origine antica. Arena Badeschiff, BerlinoUna grande piattaforma di oltre 1.400 metri quadrati ormeggiata sulla Sprea diventa la spiaggia preferita dei berlinesi: piscina riscaldata, solarium, bar e piccoli ristoranti. La cornice è la vista sul ponte Oberbaum, eretto nel 1724, a lungo il ponte più lungo di Berlino, che collega Kreuzberg e Friedrichshain, rispettivamente nella parte est e ovest della città, e sulla celebre torre della televisione.  Ginevra Anche lo spazio più informale a Ginevra ha un’allure elegante. È il caso dei celebri Bains de Paquis, sulle rive del lago che dà il nome alla città: uno stabilimento balneare urbano creato nel 1872, ristrutturato in stile Art Déco negli anni ’30 e oggi area di svago e refrigerio per la popolazione urbana e i turisti, a un prezzo tra l’altro assai popolare. I frangiflutti sono un ottimo rifugio in caso di affollamento.  

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06.08.2018

Era solo questione di tempo. Il poké hawaiiano, piatto a base di pesce crudo marinato, era destinato a diventare un inarrestabile food trend e a trasformarsi da cibo tradizionale e quotidiano per i natividell’arcipelago del Pacifico in oggetto del desiderio per i foodie di tutti i continenti. Facciamo un po' d’ordine, partendo dalla pronuncia: il provvidenziale accento serve a ricordare che si dice poh-kay, cioè “tagliato a tocchi”, e si riferisce al pesce crudo protagonista della versione originale del piatto, la cui origine si perde nella storia e risale a ben prima che gli occidentali approdassero alle Hawaii. Il primo poké prevedeva infatti semplice pesce crudo pescato lungo la scogliera e marinato con olio di sesamo e shoyu(salsa di soia). L’influsso della cucina giapponese, coreana e cinese è evidente e testimonia gli scambi continui da quel lato del Pacifico.  La successiva versione, l’ahi shoyu poké, è, in questo senso, la perfetta fotografia dell’incontro fra tradizione occidentale e cultura locale avvenuto alla fine del ’700. Grazie alle nuove flotte navali, il pesce diventa ahi, il tonno pinne gialle pescato nei mari più profondi, lontano dalla costa. Cipolla e chili entrano nei possibili condimenti accanto alle alghe e alle nociinamonatostate e tritate, ricche di sali minerali e oli e originarie dell’arcipelago filippino delle Molucche.  L’evoluzione contemporanea del pokénasce dal contatto con il gusto delle tribù metropolitane di tutto il mondo: da Los Angeles a Parigi, da Milano a Londra, non c’è capitale del lifestyle che non veda proliferare nei suoi menù le poké bowl, capaci di soddisfare le esigenze del momento: esperienza di gusto, immersione nella tendenza e ricerca di cibo salutare e fresco. I possibili mix da sperimentare nella propria bowl si sono moltiplicati, sia nei tipi di pesce, sia nelle marinature che nella presenza costante di riso e verdure di stagioneche trasforma il poké in un ricco piatto unico. Per andare all’origine del trend, gli indirizzi sono Sons of Thunderdi James King a New York, con le sue speciali marinature, e lo SweetFin Pokédi Los Angeles, che varia le bowlcon ingredienti supplementari provenienti da tutta l’area del Pacifico. A Milano ile poké bowlsi possono assaggiare sulle altalene di Pokeia, confidando nella fantasia dello chef Vincenzo Mignuolo e magari assaggiando uno dei cocktail proposti dal mixologistFlavio Angiolillo.  AhiPoké Londonsi è ormai diffuso in tutta la città, portando l’abitudine delle bowlda Fitzrovia a Spitafields, passando per Victoria. A Parigi c’è Natives, nella nuova culla delle tendenze – il quartiere intorno a Canal St.Martin, con cinque proposte di menù da accompagnare con succhi e centrifugati, seguendo le good vibecaliforniane. Se si chiede agli hawaiiani, però, l’unico posto al mondo dove gustare il vero pokésono le loro isole, dove è facile imbattersi nel più delizioso dei pokéin un convenience storeo in un minuscolo chiosco lungo la strada, come insegna la storia di questo cibo la cui conquista del mondo è partita dal supermercato Tamashiro di Honolulu negli anni ’70. 

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03.08.2018

The Clifton è un hotel di charme realizzato all’interno di un complesso di ville settecentesche immerse in un’antica tenuta di 100 acri a pochi minuti da Charlottesville, in Virginia. Qui si respira la storia degli Stati Uniti, in particolare quella del suo terzo presidente Thomas Jefferson, filosofo e autore della dichiarazione di Indipendenza. The Clifton occupa infatti la villa che fu costruita per la figlia del Presidente, Martha Jefferson, e il marito Thomas Mann Randolph nel 1799 e altre 4 ville realizzate fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, all’interno delle quali sono state ricavate 20 stanze private. Ogni ambiente e ogni edificio hanno una propria anima, ma tutti sono accomunati da un insieme armonioso di mobili d’epoca e decorazioni moderne, il tutto punteggiato da una selezione accurata di opere d’arte contemporanea.  I grandi candelabri antichi del foyer accompagnano gli ospiti nel maestoso salotto con divani Chesterfield e poltrone Bergéres, dall’eleganza vintage e rilassata, e nella lounge. Il rivestimento in rame dei ripiani in rovere è l’elemento distintivo della zona bar, insieme ai grandi specchi che moltiplicano la luce e fanno vibrare i colori dei velluti, ricordando le atmosfere degli speakeasy degli anni ’30. Un grande patio dalle vetrate che corrono dal soffitto al pavimento permette di godere in ogni stagione della vista delle vicine Blue Ridge Mountains, una parte della catena degli Appalachi che va dalla Pennsylvania alla Georgia, dalle caratteristiche cime aguzze.  La cucina del ristorante 1799 è affidata a Matthew Bousquet, una stella Michelin all’attivo e una fantasia infinita nel seguire e cambiare costantemente i menù di ogni pasto, scegliendo di volta in volta in quale degli spazi condivisi servirli, così da permettere agli ospiti di godere di ogni ambiente, secondo la luce e l’ora del giorno. La cucina interpreta la tradizione dei piatti locali privilegiando prodotti della zona e di stagione, molti provenienti direttamente dall’orto privato che lo stesso Bousquet cura all’interno della tenuta. La cantina ospita vini locali con eccellenze vintage, a cui si aggiungono i cocktail realizzati dai bartender di The Clifton. Sorseggiare un ottimo vino al grande bancone di rovere rivestito in rame del bar è un modo per viaggiare nel tempo e scoprire l’anima più raffinata e discreta degli Stati Uniti

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26.07.2018

Yoron Island: YurigahamaQuella di Yurigahama è una splendida spiaggia a filo d’acqua che si trova a 1,5 chilometri dalla costa di Ōganeku, nella città di Yoron, prefettura di Kagoshima. Rinominata “la spiaggia fantasma”, questa striscia di sabbia bianchissima affiora soltanto con la bassa marea in estate e in primavera, circondata da unmare verse smeraldo che luccica nel sole. Secondo la leggenda, si avranno anni di fortuna e felicità quanti sono I granelli a forma di stella raccolti sulla spiaggia.  Shikine Island: Tomari BeachTomari Beach si raggiunge con un viaggio di tre ore in battello veloce da Tokyo. Protetta dalle rocce, questa spiaggia bianca si affaccia su un mare così limpido che si vedono i pesci. L’isola diShikine Islandè famosa soprattutto per le sue fonti naturalie per le tre vasche all’aperto aperte 24 ore al giorno. Lo stabilimento più rinomato è il Jinata Onsen, le cui acque sono efficaci contro nevralgie e problemi di circolazione. Le acque dell’Ashitsuki Onsen guariscono tagli, graffi e ferrite, mentre a Matsugashita Miyabiyu ci si può immergere nonostante la marea. Shizuoka: the beaches of ShimodaShimoda è una città della penisola di Izu, nella prefettura di Shizuoka, a tre ore di treno da Tokyo. È famosa per le sue nove splendide spiagge, soprattutto per la bellissima spiaggia bianca di Shirahama.Nagata Beach è una spiaggetta protetta da frangiflutti di pietra, dove è persino concesso accendere un barbecue. Se siete in cerca di acque limpide, onde gentili e tranquillità, il posto per voi è SotouraKujuppama è una spiaggia poco conosciuta e quasi intima, protetta dalle colline che impediscono alle auto di turbarne la pace. Nabetahama Beachè la più vicina a Shimoda, frequantata dalla gente del posto e soprattutto dale famiglie con bambini per via delle acque calme. Tatado Beach è frequentata dai surfisti. Iritahama ricorda una spiaggia tropicale, con le palme di Sago che lambiscono la sabbia. Fra le altre spiagge che meritano a Shimoda ci sono quelle di Kisami Ohama e diTōji. Kōchi: KatsurahamaKatsurahama è una spiaggi a mezzaluna all’interno dell’omonimo parco naturale, che si estende fra i capi di Ryuo e Ryozu. Si tratta di uno dei punti panoramici più spettacolari nella prefettura di Kōchi, con il verde dei pini, il blu del cielo e i sassolini colorati. Accanto alla spiaggia c’è una bellissima statua del samurai Sakamoto Ryōma mentre meritano una visita anche l’acquario e il Sakamoto Ryōma Memorial Museum. Hateruma: NishinohamaNishinohama si trova nell’estremo sud del Giappone, a un’ora di barca dall’isola di Ishigaki Island, a Okinawa. La sua bellezza perfetta sembra quasi creata al computer, tanto che è stata eletta la più bella spiaggia del mondo grazie al suo chilometro di spiaggia soffice e candida affacciata su un mare verde smeraldo.Fino alla barriera il mare è calmo ed è molto piacevole immergersi, mentre oltre la barriera si può fare snorkeling e ammirare lo spettacolo dei coralli e dei pesci colorati. Se invece non amate nuotare, potrete sempre godervi il sole sulla spiaggia. 

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25.07.2018

 L’amore di Tiziana Alamprese per Tokyo arriva da lontano, e nasce ben prima del suo trasferimento definitivo nella capitale giapponese, dodici anni fa, quando ha assunto il ruolo di direttore marketing di Fiat Auto Japan. Nata a Potenza, Tiziana, che oggi in qualità di direttore marketing di Fiat Chrysler Japanricopre un ruolo manageriale di primo rilievo nel mondo dell’automotivein Giappone, ci ha raccontato di essere rimasta folgorata dalla cultura del Sol Levante e dallo zen fin dai tempi del liceo classico, leggendo il dialogo di Heidegger con un discepolo giapponese contenuto nella raccolta di saggi filosofici In cammino verso il linguaggio. Poi sono arrivati la laurea presso l’Istituto Universitario di Lingue Orientali di Napoli con specializzazione in storia, lingua, economia e diritto giapponesi, il master in economia all’Università del Kyushu, a Fukuoka, e la certezza di voler tornare di nuovo, un giorno, in Giappone. Com’è vista e come vive il contesto lavorativo in Giappone una donna europea in un’alta posizione dirigenziale?TA:Come quello italiano, il mondo del lavoro Giapponese può essere difficile per una donna, in particolare per una donna “straniera”. Per emanciparsi occorrono creatività, professionalità, chiarezza di visione e missione, conoscenza della cultura e, possibilmente, anche delle sfumature della lingua. E poi almeno una spalla altrettanto “straniera” a cui appoggiarti per lamentarti e farsi coraggio a vicenda! Non vorrei banalizzare in poche righe il mio percorso di 13 anni, durante i quali ho affrontato molte difficoltà e tante sfide, tuttavia penso di essere riuscita a fare della mia diversità un punto di forza sul lavoroLe succede mai di trovarsi in difficoltà nel seguire le complesse regole dell’etichetta giapponese nei contesti di lavoro e conviviali?TA:Avendo una solida conoscenza della cultura e della lingua sono facilitata nel seguire le regole e i rituali conviviali del Giappone, ma a volte capita anche a me di sbagliare in pieno! Va detto che i Giapponesi perdonano facilmente e anzi si divertono dinanzi alle goffaggini degli occidentali. A volte però si guardano bene dal sottolineare le nostre manchevolezze ed è un peccato, perché non ci aiutano ad imparare dagli errori commessi. In ogni caso, la migliore strategia è sempre scusarsi con un profondo inchino e associarsi con candore alla risata benevola che - si spera – l’errore abbia suscitato. Se invece il Giapponese si offende e non sorride, si consiglia la fuga! Perché, a suo avviso, i giapponesi amano così tanto l’Italia?TA:Ho una teoria un po’ particolare in proposito, credo che i giapponesi siano “Italiani dentro”. Lo si capisce molto bene entrando in un qualsiasi locale in cui amici, colleghi o sconosciuti cantano, ridono, si abbracciano e ballano senza inibizioni. L’alcol è solo il mezzo conduttore di questa espansività, che i Giapponesi amano attribuire al tipico Italiano ma che in realtà sono insite anche nel loro DNA! Insomma, la vera ragione di questo amore per l’Italia non si spiega solo con l’apprezzamento profondo per il cibo, l’eleganza, lo stile, il design, l’arte e la bellezza – tutti elementi che abbondano anche in Giappone - né risiede unicamente nelle evidenti similitudini legate al territorio (i vulcani, i terremoti, le quattro stagioni), ma sta soprattutto inquella stessa “gioia di vivere”che noi Italiani esprimiamo senza reticenze nella quotidianità, e i giapponesi tendono invece a tenere più controllata per ragioni legate alle regole sociali di comportamento.  Che cosa le piace particolarmente della cultura e del carattere giapponese?TA: La curiosità e la capacità di stupirsicome bambini per qualsiasi nuova scoperta, anche piccola, esprimendo tale stupore senza vergogna, a tutte le età e in qualsiasi contesto, anche verso completi sconosciuti. E poi mi colpisce il loro occhio allenato a riconoscere immediatamente quei dettagli che rivelano la vera bellezza, che a volte a noi Italiani sfuggono completamente.    Qual è la sua mappa sentimentale della città?TA:Il quartiere di Hiroo e dintorniè la zona dove ho visto crescere mia figlia dai sei ai diciotto anni, e dunque sono particolarmente affezionata alle nostre passeggiate nel parco Arisugawa, splendido in ogni stagione, e al nostro ristorante di sushi, la sua passione. Le domeniche mattina ad Harajuku percorrendo la famosa Takeshita street con la scusa di comprare vestiti o accessori ispirati alle varie subculture metropolitane per lei adolescente, ma alla fine lo shopping era per me! Le eccezionali mostre di arte contemporanea al Museo Mori, al 52° piano del complesso Roppongi Hills, in abbinamento a una vista mozzafiato di Tokyo che riesce a emozionare ogni volta. E poi le periodiche puntate al bellissimo museo Nezu di arte anticain Minami Aoyama, contemplando il mutare delle stagioni nel suo magico giardino. Le visite per buoni auspici a ogni inizio del nuovo anno all’imponente tempio shintoista Meijioppure al magnifico tempio buddhista Zojo-ji. Trascorrere intere domeniche quando il tempo è uggioso in una delle fantastiche SPA cittadinecon acque termali e ristoranti. E infine la mia Tokyo notturna, che è senza dubbio rappresentata dalle serate trascorse ad esplorare Shinjuku, il quartiere più pulsante di vita, più denso di eccessi e contraddizioni, di neon, di trasgressioni a volte al limite della legalità, di kitsch, di umanità varia, di bellezza e bruttezza mescolate insieme, al pari dei cocktail alcolici che lì scorrono a fiumi. Al top di ogni notte a Shinjuku, un giro nel Golden Gai, un dedalo di vicoletti e di locali minuscoli per ritrovarsi a bere un saké offerto da una simpatica mama-sanche nel suo baretto fa sentire tutti a casa, trasformando dei perfetti sconosciuti in amici.        Può consigliarci alcuni luoghi non turistici da non perdere a Tokyo e dintorni? TA:Io amo la Yamanote, la mitica linea ferroviaria che attraversa tutti i 23 quartieri di Tokyo in maniera circolare, in un loop di circa 35 chilometri, con al centro lo spazio intoccabile, immoto e sacro del Parco Imperiale. Un vero tour di Tokyo dovrebbe svolgersi lungo le sue stazioni e includere l’esplorazione delle sue 23 “città nella città’”. Ogni quartiere ha mantenuto intatta la propria identità, vicoli e stradine, vecchie case e localini gestiti da anziane signore, mercati, templi e tempietti, giardini meravigliosi, specialità gastronomiche e bottiglie di saké rare... tutto dietro gli scintillanti grattacieli che continuano a sorgere e a verticalizzare la metropoli. Ma a Tokyo è anche bellissimo camminare da quartiere a quartiere. Un percorso che raccomando è quello dal parco di Ueno fino a Nippori, attraversando l’antico quartiere di Yanaka, che dà l’impressione di essere a Kyoto! Per chi ama vedere la città dalla prospettiva del fiume, suggerisco d’imbarcarsi sul battello che collega la famosa Asakusa a Odaiba, il moderno quartiere costruito letteralmente dove prima vi era solo mare e di sostare nei giardini di Hamarikyu, oasi di verde zen con i grattacieli di Shiodome sullo sfondo, gustando in tutta lentezza una tazza di matcha (il the verde della cerimonia) nell’antica casa del te nel parco, in perfetto oblio delle noie terrene!      Si percepisce in città il fermento per le Olimpiadi del 2020? Crede che la ricaduta sulla città sarà positiva?TA:C’è già una ricaduta molto positiva in tutti gli ambiti del business, ma l’effetto più interessante si potrebbe avere sugli aspetti sociali, considerando la grande opportunità per il Giappone di adottare politiche più avanzate ad esempio nell’ambito delle pari opportunità e del riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso. In fondo, il tema delle Olimpiadi del 2020 sarà proprio la diversità!  Che rapporto ha con la cucina e la gastronomia giapponesi?TA:Anche dopo 12 anni di vita qui e di intense esplorazioni, Tokyo continua a sorprendermi e mi tiene legata in un incantesimo di continue scoperteda tutti i punti di vista, ma soprattutto da quello gastronomico! Io semplicemente adorola cucina giapponese, che pongo al top della classifica mondiale insieme a quella italiana. Bisogna provare tutto, dal sushi alla soba, dal teppanyaki alla tempura senza sdegnare yakitori, robatayaki, kushiaki e la cucina vegetariana dei templi zen.  

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18.07.2018

Fino a pochi mesi fa, infatti, un cocktail di qualità poteva essere gustato solo fuori casa, a meno di disporre di un esperto mixologist disponibile, dell’attrezzatura e degli ingredienti necessari. NIO è tutto questo: un cofanetto di cartoncino grande come un cd che contiene una busta di plastica alimentare e…un cocktail di qualità, senza conservanti, additivi o agenti chimici, semplicemente da aprire tagliando l’angolo, versare in un tumbler o in un bicchiere pieno di ghiaccio e bere dove, come e con chi si preferisce.  NIO è una ambiziosa start up italiana fondata da Luca Quagliano, spirit lover e imprenditore, insieme ai soci Alessandro Palmarin e Massimo Palmieri. L’idea è rendere semplice e accessibile il piacere di bere un ottimo cocktail in qualsiasi luogo, eliminando il peso e i rischi legati alle bottiglie in vetro, rendendo facile sia la preparazione che il trasporto e la conservazione: in barca, in spiaggia, in una casa di vacanze, dovunque si abbia voglia di un brindisi.  Il tocco esperto è quello del bartender romano Patrick Pistolesi, bartender di livello internazionale e socio di NIO, che ha selezionato mix e ingredienti d’eccellenza. La confezione, interamente riciclabile, permette di conservare i cocktail a lungo anche a temperatura ambiente senza che subiscano alterazioni.  Tutti made in Italy, Whiskey Sour, Negroni, Manhattan, Daiquiri, Milano-Torino sono solo alcuni dei cocktail disponibili ciascuno in pack monodose, acquistabili on line sul sito di NIO oppure nel primo showroom NIO in via Tortona 15, nel cuore del design district di Milano. Per fare una sorpresa agli amici, in caso di ricorrenze o situazioni più formali, il pack di NIO è completamente personalizzabile, così da risolvere, oltre al problema logistico di bere bene dovunque, anche qualsiasi imbarazzo da compleanno o ospitalità da dare o ricambiare. 

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10.07.2018

“Edamame” è il nome giapponese dei baccelli di soia colti ancora verdi e morbidi, da maggio a fine ottobre, divenuti ormai uno snack popolare in tutto il mondo. La prefettura di Gunma produce all’incirca il 28% della soia giapponese, seguita da quelle di Akita (24%) e di Yamagata (12%). Alcune varietà di soia devono essere mature perché possano essere raccolte, mentre altre possono consumate ancora acerbe. Sono stati sviluppati nuovi tipi di soia per incrementare le dimensioni e la quantità, nonché le proprietà organolettiche dei semi di soia. Si presume che gli edamame fossero già apprezzati nel periodo Nara (710-794) e nel periodo Heian (794-1185). Alcune fonti scritte riportano l’uso in epoca Kamakura (1185-1333) di offrire tributi in edamame. Durante il periodo Edo (1603-1868), d’estate, i venditori ambulanti giravano le strade con baccelli di soia, ancora attaccati al ramoscello, che venivano poi bolliti e salati e consumati come spuntino dai passanti. In origine erano chiamati edazuki mame, che significa letteralmente “legumi su un ramoscello”. Il nome fu in seguito abbreviato nell’attuale forma edamame. Il colore del baccello è essenziale: deve essere preferibilmente verde brillante. La maturazione comporta una riduzione del contenuto di zuccheri (responsabile del sapore e della dolcezza caratteristici degli edamame), di amminoacidi e acido ascorbico. Il modo più comune di cucinare gli edamame è bollirli e salarli. Sono lo snack più comune nei bar giapponesi, specialmente in accompagnamento a birra e alcolici. L’elevato contenuto proteico degli edamame li rende particolarmente adatti per limitare gli effetti dannosi dell’alcol. Nelle prefetture di Miyagi e Yamagata, con gli edamame viene prodotta una confettura, utilizzata nei famosi zunda-mochi, dolcetti di riso al gusto di edamame. Ciò che sorprende degli edamame è il loro elevato valore nutrizionale se consumati bolliti. La bollitura è inoltre il metodo di cottura che li rende più appetitosi. I passaggi sono pochi e semplici. Per prima cosa, pulite gli edamame ed eliminate le estremità del baccello. Procedete quindi a strofinarli con del sale e a gettarli in un recipiente di acqua portata a ebollizione, nel quale li lascerete per circa tre minuti. Una volta cotti, scolateli e cospargeteli di sale grosso. È meglio non utilizzare acqua fredda per evitare di renderli molli e zuppi. Una volta tiepidi, versatevi una birra e godeteveli. 

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09.07.2018

Dal 5 all’11 agosto si celebra negli USA la Farmer’s Market Week: una settimana per parlare e promuovere i vantaggi dei mercati contadini, tradizione secolare ritornata in auge con la nuova attenzione alla sostenibilità e al benessere portata dal nuovo millennio. In tutto il mondo, i mercati dei prodotti freschi, locali, prodotti e venduti da piccole realtà, magari familiari, sono oggi un luogo di scoperta delle abitudini di ogni luogo, secondo il motto “do it like the locals” che promuove un’idea di turismo immersivo e coinvolgente. Ecco una piccola rassegna di 10 farmer’s market selezionati in tutto il mondo, ciascuno specchio fedele della cultura che nutre e della città che lo ospita.  Union Square Green Market (New York)Correva l’anno 1976 quando alcuni contadini e allevatori dai dintorni di New York cominciarono a portare i propri prodotti a Union Square, uno degli spazi aperti e pubblici più grandi della città. Da allora è la crescita è stata continua: oggi fra pescatori, contadini e fornaisi arriva anche a 130 stand, visitati da migliaia di newyorchesi di stanza o in transito, alla ricerca di curiosità e freschezza.  Roppongi Ark Hills (Tokyo)Un po' farmer’s market, un po' luogo di incontro e svago all’aperto con una particolare attenzione per le famiglie che possono approfittare di un ampio spazio giochi per i bambini. Qui arrivano pesce fresco e specialità dai dintorni di Tokyo, insieme a piccoli prodotti di artigianato. Si può fare la spesa o fermarsi a mangiare in uno dei tanti piccoli ristoranti che circondano il mercato. Chi prima arriva… Borough Market (Londra)Di questo mercato si comincia a parlare nel 1014, quando attraversare il Tamigi e arrivare alla sponda sud era un’impresa, a secoli alterni addirittura illegale.La tradizione di crocevia di merci di questo luogo è ripartita di slancio negli anni ’90, quando i primi negozi di specialità alimentari approdarono in quelli che erano magazzini rimasti deserti. L’immediato successo dimostrò al mondo che c’era una nuova voglia di sperimentare gusti e tradizioni, dall’Inghilterra e dal mondo. Oggi è un mercato aperto 6 giorni a settimana, tappa immancabile nella scoperta della british wave contemporanea (anche) a tavola. Cangas De Onis (Spagna)Cangas de Onìs oggi è un piccolo paese fra le montagne ma in passato fu capitale del regno delle Asturie, nel nord della Spagna. Terra di confine e di transito, qui il rito del mercato domenicale inizia già nel Medioevo e continua oggi nella grande piazza fra Palaciu Pintu e la chiesa di Santa Maria. Il risultato è una sintesi in cibo e colori della cultura asturiana e spagnola, con un’attenzione speciale ai formaggi, vera specialità di cui ciascun produttore avrà cura di spiegare caratteristiche e gusto. Dolci, marmellate e le tipiche nocciole locali completano il paesaggio.  Ferry Plaza Farmer’s Market (San Francisco)Compie 25 anni il Ferry Plaza Farmer’s Market di San Francisco, espressione della California pioniera della sostenibilità e del chilometro zero come condizioni del benessere. Gestito dal CUESA (associazione non-profit), è un punto di riferimento per chi ama la cultura del cibo, per rinomati chef e per migliaia di visitatori, soprattutto il sabato. Nato in un punto cruciale del transito dei pendolari della Bay Area, offre frutta e verdura fresca, pesce e specialità da forno. Roma Farmer’s Market (Roma)Il quartiere della Garbatella è uno storico quartiere popolare di Roma. Fra i suoi vecchi palazzi spesso coperti di murales si fa largo il vecchio mercato rionale, ristrutturato di recente, dove è arrivato lo storico mercato del fresco della capitale, prima nella zona di Testaccio. Pizza, pasta, formaggi, salumi, frutta, verdurae ogni prelibatezza si trova fra le decine di banchi disponibili, quasi tutto proveniente dalle campagne laziali. Aperto il sabato e la domenica, se possibile meglio non arrivare in macchina.  Mercato di Piazza delle Erbe (Padova)In ogni città del Veneto c’è Piazza delle Erbe dove, spesso già dal Medioevo, i contadini arrivavano in città per vedere i propri prodotti. La tradizione prosegue e Padova ne è un esempio: nel pieno centro della città, fra palazzi nobiliari che riecheggiano i fasti della Repubblica di Venezia, ogni giorno (tranne la domenica) continuano ad arrivare frutta, verdura e prodotti freschi in oltre 70 standpiù altri che si estendono nell’adiacente Piazza della Frutta. I padovani, i turisti e le migliaia di studenti che affollano la città e la vicina antica Università ringraziano. Marché Bastille (Parigi)Come accade spesso in Francia, al Marché Bastille gli occhi gustano in anticipo la bontà delle infinite varietà di frutta e verdura fresche, carni, pesce, spezie, oliveche arrivano qui, in boulevard Richard Lenoir. L’influenza africana è evidente e arriva fino alle stoffe batik, alle decorazioni, ai gioielli, scenografici e economici. La moltiplicazione dei buongustai ha reso anche questo mercato una meta di appassionati alla ricerca dell’ingrediente segreto, una specie di gentrification gastronomica che suggerisce di fare attenzione ai prezzi. Kaupattori Market (Helsinki)Questo mercato è una delle tante buone ragioni per visitare Helsinki. La piazza che lo ospita offre una vista imperdibile sul Golfo di Finlandia e conclude, o avvia, Esplanade Park, una delle arterie verdi della città. Il pesce è il protagonista, da mangiare direttamente lì (se la temperatura lo consente) o take-away. Le verdure e la frutta locali compaiono a seconda delle stagioni, insieme a souvenir di ogni tipo.  Kowloon City Wet Market (Hong Kong)Il Paese delle megalopoli non poteva che avere un mercato in proporzione: il mercato del fresco di Kowloon City ha oltre 500 stand affastellati in una struttura che, dall’esterno, ricorda un’enorme nave. Il pesce è l’ingrediente di cui si trovano più variazioni sul tema, tutte dalla freschezza proverbiale. Frutti tipici come il longane altri da maneggiare con cautela come il rambutane il duriansi trovano in questo mercato e garantiscono, insieme alle centinaia di altre offerte, un’immersione nei colori e negli aromi della Cina meridionale. 

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02.07.2018

Nel 2013 l’UNESCO ha inserito la cucina tradizionale giapponese, detta washoku, fra I suoi Patrimoni Culturali Tangibili, in quanto sapienza trasmessa di generazione in generazione capace di esprimere il rispetto dei giapponesi per la natura. Le principali caratteristiche della cucina giapponese sono la varietà e la freschezza degli ingredienti, il rispetto per il loro sapore originale, una dieta estremamente salutare e bilanciata, la capacità di riflettere la bellezza naturale e il mutare delle stagioni e lo stretto legame con gli eventi che contraddistinguono il calendario delle festività annuali. Ichijūissaiè la parola utilizzata per esprimere l’equilibrio nutrizionale ideale della dieta giapponese, che si può ritrovare nel classico pasto composto da zuppa, riso e un’altra portata. La combinazione di questi tre piatti è ricca di umami(il “quinto sapore” dei giapponesi), povera di grassi animali e ideale per prevenire l’obesità e promuovere la longevità. Non da ultimo, ordinare un pasto così composto è una scelta economica e allo stesso tempo di soddisfazione. Soprattutto a Tokyo, dove se ne trova una gran varietà.  To-iro (Nakameguro)Da To-iro potrete sedervi a uno degli otto posti al bancone e godervi una zuppa di riso e miso preparata ogni giorno con ingredient diversi. Nutriente e deliziosa.   Chisō Kōjiya (Shirokane-dai)Miso preparato in casa e malto di riso saltato sono alla base dei piatti di questo ristorante, abbinati a verdure freschissime e al pesce del mercato di Tsukiji. In particolare, vi suggeriamo di provare il pollo ruspante di O’oyama condito con il malto di riso (shio koji). Washoku Ando (Akasaka)In questo locale moderno gli ingredienti stagionali la fanno da padroni. Il riso utilizzato è quello della pregiata qualità Koshihikari, originario della prefettura di  Niigata. Nidaime Aoi (Shibuya)Lo chef Yūichirō Satoyoshi saprà trovare senza dubbio il piatto che fa al caso vostro, ma noi vi suggeriamo senza dubbio di provare il dashimaki tamago, la tradizionale omelette giapponese arrotolata preparata con uova e dashi (dado granulare a base di pesce). Sake Square (Kinshichō)Qui la specialità è il pesce fresco, abbinato ai sake proposti dalla sommelier. 

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25.06.2018

La capitale giapponese è una metropoli frenetica, affollata e indaffarata, e sebbene siano proprio queste sue caratteristiche a renderla così vivace e affascinante, a volte la vita in città può diventare stressante, soprattutto quando si è stanchi e si ha bisogno del meritato riposo. Ma dove vanno gli abitanti di Tokyo per rilassarsi e staccare un po’ dal lavoro? A dire il vero, c’è solo l’imbarazzo della scelta: a breve distanza dalla città ci sono molti luoghi dalla bellezza incredibile e varia. Eccone una piccola selezione. Monte FujiLa montagna più fotografata del mondo è in realtà uno stratovulcano attivo e si trova a meno di 100 chilometri a sud-ovest di Tokyo. Stiamo parlando, naturalmente, del monte Fuji, che nei giorni più limpidi si può vedere anche da diversi luoghi in città, in particolare dalle alture e dai grattacieli più alti.Oshino, un piccolo villaggio nella Regione dei Cinque Laghiall’interno della Prefettura di Yamanashi e a 114 chilometri da Tokyo, offre una vista incantevole sul Monte Fuji, soprattutto quando la sua cima innevata compare fra i fiori di ciliegio o sopra il foliage autunnale. Se doveste venire da queste parti, vale anche la pena di visitare Oshino Hakkai, una costellazione di otto laghetti alimentati dalla neve sciolta che arriva dai fianchi del monte, passando attraverso gli strati porosi di lava in un ciclo ventennale: il risultato è un’acqua super filtrata e pulitissima.  Il santuario di Tōshōgu a NikkoCirca due ore a nord di Tokyo sorge uno dei luoghi più mistici di tutto il Giappone, il santuario di Tōshōgu, raggiungibile in due ore a bordo del treno “Kengo” dalla stazione di Akasaka.Questo Patrimonio dell’Umanità sorge sul suolo sacro dei monti Nikko, dove convergono le acque luccicanti dei fiumi Daiya e Inari. L’intera area è ricoperta da una fitta foresta di cedri centenari (che hanno fra i 400 e 800 anni di età)e disseminata di templi.Il tempio di Tokugawa Ieyasu Tōshōgu, è un luogo magnifico e dall’impatto emotivo innegabile. Le parti in legno dell’edificio sono decorate da bassorilievi, fra cui le celebri “tre scimmie sagge” che si coprono rispettivamentegli occhi, le orecchie e la bocca per evitare pensieri cattivi.KanazawaUn viaggio di appena due ore e mezzo a bordo del treno Hokuriku Shinkansen porta da Tokyo fino a Kanazawa, sul Mar del Giappone, una destinazione conosciuta per l’abbondanza di pesce fresco, e in particolare per i granchi e le ricciole. Oltre a provare la cucina locale negli ottimi ristoranti della zona, il suggerimento è quello di fare un giro fra i 180 banchi dell’incredibile mercato coperto di Omicho, dove sono in vendita tutte le specialità di Kanazawa: pesce fresco crudo e cotto, verdure di stagione della zona e sushi lunchbox.   Hakone Open Air Museum90 chilometri a sud di Tokyo, l’Hakone Open-Air Museum è un insolito museo all’aria aperta dove sculture di artisti giapponesi e internazionalisono esposte in mezzo al verde, e sullo sfondo delle valli e delle montagne circostanti. La lista dei grandi artisti rappresentati include nomi di primaria importanza comeJuan Mirò, Auguste Rodin, Henry Spencer Moore, Emile-Antoine Bourdelle e Medardo Rosso. Il museo ha anche diverse parti al chiuso, fra le quali c’è il padiglionePicasso, uno spazio di due piani interamente dedicato all’artista spagnolo, con tele, sculture, ceramiche e fotografie d’epoca che ne ripercorrono la vita. Brancusi, Renoir e Giacometti sono alcuni degli altri artisti le cui opere sono esposte nelle aree al chiuso. Ito, Penisola di Izu 100 chilometri a sud-ovest di Tokyo, la penisola di Izu, facilmente raggiungibile in treno, è la destinazione perfetta per un fine settimana fuori città. Sulla costa orientale si trovano alcune rinomate destinazioni termali, compresa Ito, una delle più amate dagli edochiani, che amano venire qui per rilassarsi e prendersi cura di sé. Circondata da picchi e colline, Ito ha una lunga e rinomata tradizione in termini di ospitalità: fra gli edifici più antichi della città c’è il Tokaikan, un ex-ryokan(un albergo tradizionale giapponese con centro benessere) oggi aperto al pubblico come edificio storico. Oltre a visitare quelle che erano un tempo le camere per gli ospiti, con i classici pavimenti tatami, i letti futon e le decorazioni in legno, si può usufruire dell’area termale e della sala da the, entrambe ancora funzionanti. 

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25.06.2018

La zona di Yamagata è conosciuta per la grande qualità del suo riso. Proprio in questo paesaggio campestre, circondato dalle risaie, sorgerà il primo albergo progettato dal celebre architetto Shigeru Ban, la cui inaugurazione è prevista per l’estate. Il Shōnai Hotel Suiden Terrasseè un complesso di due piani in legnoispirato ai magnifici paesaggi delle risaie di Shonai, uno dei simboli di Yamagata. Gli edifici sono tre in totale: Gassan,Haguroe Yudono(i tre Monti di Dewa), con 143 stanze fra suite e doppie, oltre a qualche stanza per grandi gruppi, tutte con vista sul paesaggio naturale. Ci sono poi un ristorante, un bar e diversi servizi dedicati al turismo business, come sale riunioni e area fitness. Oltre al negozio e alla biblioteca, il vero gioiello dell’hotel è la sua area termaleospitata sotto una magnifica tettoia in legno, dove l’acqua sgorga dal 1.200 metri di profondità. Shigeru Ban, conosciuto in tutto il mondo e vincitore di numerosi riconoscimenti fra cui il Japan Architecture Grand Prize e l’Asahi Award. Nel 2014 è stato insignito del grado di ufficiale dell’ordine Francese delle Arti e delle Lettere, del Pritzker Architecture Prize e del Mother Teresa Memorial Award for Social Justice.  Dopo il grande terremoto di Kobe del 1995 ha fondato il Voluntary Architects’ Network (VAN) e si è occupato della costruzione di abitazioni, chiese e luoghi di ritrovo d’emergenza. Ban è da sempre impegnato nel supporto alle aree colpite da disastri naturali in Giappone e nel mondo. La pre-apertura dell’albergo è prevista per il 1° Agosto, mentre il Grand Opening si svolgerà a metà settembre.  

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22.06.2018

Con 21 anni di storia, oltre 1.200 birrifici e quasi 7.500 birre diverse, il settore della birra artigianale in Italia ha fatto molti passi in avanti dai temi dei brewpubdi metà anni Novanta, i primi a produrre la propria birra.Molti di questi si sono poi trasformati in veri e propri micro birrifici, prendendo la strada dell’imprenditoria e cominciando a vendere in tutta Italia e all’estero, e trasformando quello della birra artigianale in un vero e proprio fenomeno che ha coinvolto anche i grandi produttori. Oggi, dunque, riuscire difficile orientarsi e soprattutto riconoscere i produttori autentici da quelli che semplicemente cavalcano l’onda. Ma nel caso di 32 Via dei Birrai non ci sono molto dubbi: questo micro birrificio trevigiano pone un’attenzione così meticolosa agli ingredienti e alla produzione da essersi aggiudicato la certificazione slowBREWING, che attraverso controlli continui assicura la qualità delle materie prime impiegate attraverso tutte le fasi di produzione, assicurando procedure di fabbricazione tradizionali, igiene e una distribuzione rispettosa dell’ambiente. La storia di 32 comincia nel 2006, quando Loreno Michielin, esperto commerciale, Alessandro Zilli, ingegnere appassionato di homebrewing e Fabiano Toffoli, mastro birraio, uniscono insieme le loro competenze e la loro passione per dare vita a un micro birrificio artigianale con una personalità in grado di distinguersi nel già ricco panorama italiano della birra artigianale.  Ma perché 32 Via dei Birrai? “32 è il numero corrispondente alla classe della birra secondo la classificazione internazionale di Nizza che indica e categorizza prodotti e servizi”, spiega Loreno Michielin, “e via dei Birraifa riferimento a una strada di Bruxelles, rue Des Brasseurs”.  L’accento viene posto fin da subito sul rapporto fra gusto e design: gusti particolari, bottiglie dall’estetica inconfondibile caratterizzate dall’ormai celebre bollone colorato con il numero 32, packaging accattivante. L’altro tema portante è la sostenibilità, sia in fase di produzione, sia in termini di packaging: consumi ridotti, energia certificata da fonti rinnovabili, imballaggi riciclabili e trasformabili in oggetti d’arredo, e persino i tappi che diventano portachiavi. “Naturalmente, per far emergere una birra artigianale occorre lavorare sul consumatore finale, e raggiungere una qualità che sia tangibile, dimostrata”, spiega ancora Michielin. E 32 Via dei Birrai raggiunge la qualità attraverso un processo produttivo caratterizzato da quantità limitate, lavorazione manuale, rifermentazione in bottiglia e tempi rispettosi della materia. Tutte le birre 32 sono non pastorizzate, cioè non trattate termicamente in fase di condizionamento, e ad alta fermentazione. Dall’inizio della produzione alla distribuzione trascorrono sei settimane. Il risultato è una birra non standardizzata, tanto che il consumatore attento riesce a notare la differenza tra lotti della stessa tipologia. "Unica, coerente e costante” sono gli aggettivi che secondo Loreno la definiscono meglio. Fra le tante iniziative collaterali del birrificio, infine, ce n’è una che ci ha colpito particolarmente: 32 via dei Birrai ha creato le birre Braille, con l’etichetta tattile sul vetro della bottiglia, e per ogni bottiglia venduta devolve 3 centesimi a una scuola speciale per bambini non vedenti.  

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15.06.2018

Exit-Gastronomia Urbana è una scommessa: portare l’eccellenza della ristorazione in un antico chiosco fra il Duomo e Porta Romana in Piazza Erculea. L’ideatore è lo chef Matias Perdomo, nome noto della ristorazione milanese e stella Michelin, che ha deciso di portare l’eccellenza della cucina, intesa come ricerca, sperimentazione e gusto, nella più popolare delle cornici, con un menù preciso dove è chiaro il primato della materia prima innovando la tradizione dei chioschi gastronomici di Milano, ricca e antica.  Insieme a Perdomo, lo chef Simon Press e il maître-sommelier Thomas Pirashanno immaginato Exit-Gastronomia Urbanacome un luogo che rompe le abitudini scommettendo sulla riqualificazione di un luogo che è parte integrante del paesaggio urbano cittadino. Il chiosco diventa un ponte fra tradizione e avanguardia, fra anima meneghina e spirito cosmopolita, sempre seguendo due precisi punti cardinali quali semplicità e identità.  La libertà di mangiare a qualsiasi oraè un’ulteriore innovazione: i piatti alla carta possono essere scelti e gustati in qualsiasi ora del giorno, dal mattino a notte fonda, senza vincoli. Dal lunedì al venerdì dalle 8.00 alle 24.00 e il sabato dalle 10.30 alle 16.00, in qualsiasi momento della giornata si può scegliere qualsiasi proposta di cibo o bevanda e accomodarsi in uno dei 30 coperti disponibili, godendo, oltre che del cibo, del costante scambio con le attività e il passaggio della piazza, il tutto qualunque sia il clima o la temperatura grazie a un sistema efficiente di vetrate mobili.  Lo stile degli arredi è in continuità perfetta con la contaminazione di luoghi ed epoche che la cucina e la cantina di Exit esprimono. Protagonisti sono la pietra cosiddetta Ceppo di Gré, base dei palazzi d’epoca milanesi, lavorata con cura per creare oggetti piccoli come i porta-posate, e le Briccole veneziane, il legno dei lunghi pali che si vedono emergere dal mare in laguna, trasformati nel bancone, nei tavolini e in tutti gli elementi lignei degli interni. Fra riscoperta e avanguardia, Exit si candida a diventare un punto di riferimento per i buongustai a Milano, a qualsiasi ora. 

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30.05.2018

Non a passo d’uomo ma a misura d’uomo (e di donna): vedere alcuni fra i paesaggi più interessanti del mondo in sella a una bicicletta cambia la prospettiva e la percezione delle distanze e unisce cuore, polmoni e cervello. Più o meno lento e più o meno sfidante, il turismo in bicicletta può essere un modo inedito per vivere una grande città già nota o di esplorare territori selvaggi. Ecco dieci percorsi per ispirare la vostra voglia di scoprire il mondo sulle due ruote. Dali e LIjang (Cina)La provincia di Yunnan, a sud-est della Cina, è un concentrato di bellezze naturali e piccoli villaggi dalle tradizioni anticheche meritano una visita lenta e ravvicinata come quella che permette il viaggio in bicicletta. I villaggi di Baisha, Xizhou e Shuhe sono l’esempio di una Cina radicalmente alternativa a quella delle megalopolicosì come le cittadine di Dali e Lijang. Visitare la foresta di pietre o costeggiare in bicicletta il lago Erhai è un’esperienza indimenticabile.  Parigi (Francia)Non solo natura. Ormai tutte le capitali prevedono tour in bicicletta alla scoperta delle mete imperdibili fra arte, storia e cultura popolare. Parigi offre numerosi itinerari da fare in gruppo o con guida privataoltre alla possibilità di noleggiare biciclette per muoversi autonomamente e riscoprire la città delle luci da un punto di vista alternativo.  Trossachs and Highland Pertshire (Scozia)Il Loch Lomond and Trossachs National Park abbraccia, subito a nord di Glasgow, abbraccia laghi, montagne e castellidisegnando il paesaggio antico e indomito che rende unica la Scozia nel mondo. Non mancano le antiche distillerie di whiskey, soste immancabili per gli appassionati che punteggiano i tragitti in bicicletta, da gestire in autonomia o seguendo i consigli delle agenzie locali.  Da Hanoi a Ho Chi Minh City (Vietnam)Ci vogliono circa 15 giorni per passare dall’estremo sud all’estremo nord del Vietnamesplorando lentamente il corso del fiume Mekonge la costa del mar della Cina con la celebre baia di Ha long. Alternando la bicicletta alle imbarcazioni tradizionali locali, come le junk-  barche da pesca dalle grandi vele, si può gustare da vicino la bellezza di questa terra dalla straordinaria varietà di natura, paesaggi e cucina e dall’accoglienza proverbiale. Isole Eolie (Italia)Questo arcipelago dichiarato patrimonio dell’umanità UNESCO è perfetto per una vacanza in bicicletta fra aprile e giugno, quando le temperature sono miti e il mare già regala i suoi colori migliori. I percorsi più adatti si trovano a Lipari, Salina e Vulcano, meno aspre delle altre isole dell’arcipelago, dotate di strada perfette per un cicloturismo rilassato ma alternabili anche a percorsi più impervi per chi preferisce mettersi alla prova. Dal Baltico all’Adriatico (Polonia/Slovenia - EuroVelo9)Sono 15 i percorsi Eurovelo delineati all’interno del territorio europeo a oggi e, per quanto non siano ancora del tutto compiuti perché lunghi tratti non sono attrezzati, rappresentano una scelta interessante per gli appassionatiche scelgono la bici per conoscere da vicino l’Europa. Abbiamo scelto il corridoio che dal Mar Baltico arriva all’Adriatico, 1.870 chilometri dalla Polonia alla Slovenialungo l’antica via dell’ambra.  Da Tolosa a Marsiglia (Francia)Il Canal du Midi è la strada d’acqua settecentesca che collega Tolosa al Mediterraneo attraversando l’antica Linguadoca. Lungo oltre 240 chilometriera nato per collegare i corsi d’acqua della regione fino alla Garonna e quindi all’Atlantico, creando un unico grande percorso d’acqua.  Per chi ama le vacanze da assaporare passo passo, il Canal du Midi – patrimonio Unesco – è un compagno di viaggio silenzioso e paziente che accompagna fra gli scorci più belli della Francia meridionale.  MaroccoL’avamposto occidentale dell’Africa del Nord si presta sempre di più ad essere meta per gli amanti delle escursioni in bicicletta, previa verifica delle temperature stagionali. In due settimane è possibile toccare città imperiali come Fes e Marrakeche magari deviare verso Zagora e Merzouga. Chi ama campeggiare in libertà non avrà problemi a trovare spazi adatti, magari contando anche sull’antica tradizione locale di ospitalità.  Capo di Buona Speranza (Sudafrica)La bicicletta permette di raccogliere in un unico itinerario molti degli ottimi motivi per visitare il Sudafrica. Osservare il passaggio delle balene, assaggiare gli ottimi vini locali, attraversare parchi nazionalie percorrere la costa più meridionale del continente, ad esempio. Per godere a pieno del tutto, meglio avere una guida e conoscere gli eventuali livelli di difficoltà dei tragitti, percorribili in bicicletta e/o mountain bike.  Carretera Austral (Cile)Siamo nel regno del cicloturismo, al secolo la strada che da Puerto Montt conduce a Villa O’Higgins attraversando la Patagonia e arrivando quasi alla fine del mondo. Todo cambia: il sentiero, da strada asfaltata a sterrato, l’altitudine, il clima. Quello che non cambia è la bellezza del paesaggio che non cede mai, in nessuno dei 1.240 kmdel percorso, da fare in almeno un mese sapendo che si potrà campeggiare e che ci si dovrà orientare fra la segnaletica quasi assente.  Da Teruel a Valencia (Spagna)La Spagna è attraversata dalle “strade verdi”, percorsi cicloturistici che seguono i tracciati delle vecchie ferrovie in disuso. Il più lungo è detto Ojos Negros, conta 160 km e va da Teruel a Valencia dividendosi in due tronconi con le montagne della Sierra Menera come tappa intermedia.   

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29.05.2018

Sembra che il tofu sia comparso per la prima volta sulla faccia della terra nel II secolo avanti Cristo, in Cina. In Giappone arrivò probabilmente molto più tardi, intorno all’VIII secolo, portato dall’inviato giapponese presso la Dinastia Tang, ma non esistono prove certe. Quel che è certo è che fu nel periodo Edo (1603-1868) che nacque il tofu made in Japan e che questo alimento a base di soia divenne comune su tutte le tavole. Nel 1782 uscìTōfu hyakuchin, un volume con oltre 100 ricette a base di tofu che divenne popolarissimo, tanto che ne furono realizzati ben due “sequel”: Tōfu hyakuchin zokuhen eTōfu hyakuchin yōroku. Nelle cucine dell’estremo oriente il tofu ha sempre rappresentato una delle principali fonti di vitamina. In Giappone ha spesso fatto da complemento alle carni, soprattutto in un’epoca in cui non era comune allevare bestiame e l’unica carne a disposizione era quella dei cervi e dei cinghiali selvatici uccisi dai cacciatori. Con l’introduzione del Buddhismo, mangiare carne divenne tabù, e fu solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che il consumo di carne superò quello del pesce. Nonostante i grandi cambiamenti nell’alimentazione, il tofu resta un alimento di base altamente nutritivo. Il motivo è semplice: è versatile, semplice da produrre e soprattutto sano. Gli acidi linoleiciaiutano a ridurre la pressione sanguigna e i livelli di colesterolo. La lecitinae la beta-conglicininahanno un effetto sorprendente sul metabolismo dei grassi e sul fegato grasso, senza contare che lecitina e colina aiutano a ritardare l’invecchiamento cerebrale e a migliorare la memoria. Le saponinesono molto efficaci nella prevenzione delle malattie, gli isoflavoni riducono il rischio di osteoporosi, cancro e arteriosclerosi femminili. Gli oligosaccaridi favoriscono la crescita del bifidobatterio, fondamentale per la salute dell’intestino. Non da ultimo, il calcio, oltre a rafforzare ossa e denti, è un potente anti-stress. Se si considera poi il bassissimo apporto calorico definitiva, appare evidente come il tofu sia un importante alleato della longevità di chi lo consuma. Ecco perché i giapponesi lo considerano uno degli ingredienti principali della cucina nazionale e lo utilizzano in migliaia di deliziose ricette. 

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28.05.2018

Succede che ci si trovi di fronte a un’impeccabile sushi box, la si apra, si prendano le bacchette, si assaggi il cibo e si scopra che non c’è riso e non c’è pesce ma bensì ottimo gelato artigianale italiano trasformato in uramaki con una combinazione di gusti decisamente curiosa: limone, basilico, zenzero e sesamo nero. Di sicuro siamo vicini a Ilaria Forlani, pastry maker trentenne perfezionatasi alla prestigiosa scuola milanese del celebre Ernst Knam, che ha scelto di unire la tecnica del gelato artigianale al design del cibo, valicando i confini di gusto e abbinamenti del gelato tradizionale. L’ispirazione è nata con l’amore per l’estetica del cibo orientale, scoperta viaggiando fra Australia e sud-est asiatico.  Il risultato di queste suggestioni è Glacé, che è il nome della gelateria di Palazzolo sull’Oglio, fra Brescia e Milano, quartier generale di Ilaria Forlani e del suo team, ma anche e soprattutto un concept che sposa design e ingredienti naturali, l’arte del cibo con l’artetout court, come è proprio delle culture orientali. Con Glacé non ci sono confini fra dolce e salato, né fra caldo e freddo, anzi: gli opposti convivono e si completano per offrire un’esperienza gustativa letteralmente unica. Le abbiamo chiesto da dove viene, come sta crescendo e dove andrà questa idea innovativa di gelato. SJ: Perché ha scelto il gelato come materia prima per disegnare il cibo?IF:Il gelato mi ha sempre affascinato ed è legato ad alcuni tra i momenti piùspensierati della mia infanzia. Nel tempo, ho avuto modo di conoscere il complesso mondo del gelato e le infinite possibilità che questo prodotto apparentemente semplice può regalare a chi - come nel mio caso - parte dalla creatività e dell'ispirazione. SJ: Com’è andata l'idea di unire la tradizione italiana del gelato con l'esteticaorientale del cibo questo connubio? Che ruolo ha la contaminazione nella creatività?IF:Tutto nasce nel corso del mio lungo soggiorno-studio a Sydney, in Australia. I miei amici erano tutti asiatici e questo mi ha permesso di entrare in contatto con culture lontane e differenti dalla mia. Di riflesso, anche il cibo mi è apparso sotto una nuova prospettivae questa continua contaminazione ha certamente influito sulla mia formazione professionale e sulla scelta delle mie mete di viaggio successive. Il Sud-Est asiatico, poi, ha fatto il resto: paesi come la Thailandia mi sono rimasti nel cuore e mi ispirano ancora oggi.       SJ: Quali sono i 'gusti' di gelato più versatili e perché? Ha inventato gustispeciali per dare corpo alle sue creazioni?IF:I classici, sicuramente, anche se io personalmente amo apportare variazioni negli abbinamenti (anche audaci) e nelle forme che possano regalare una vera e propria esperienza a chi prova i miei prodotti. Luoghi, momenti, trend, persone e stati d'animo: tutto influisce nella creazione di un mio dolce o gelato di design. Anche lo scambio di idee ed esperienze con altri chef o ristoratori mi permette di crescere e migliorarmi giorno dopo giorno.  SJ: Glacé è una sorta di tromp-l'oeil gustativo: lo sguardo dice “sushi”, ilpalato dice “gelato”. Che ruolo ha l'estetica nel cibo?IF:Un ruolo fondamentale. La qualità del prodotto e la scelta degli ingredienti sono imprescindibili, ma io punto all'emozione che un design può trasmettere. Prima la vista, poi il palato. È la mia mission. La mia passione. SJ: Che progetti ha per il futuro?IF:Innanzitutto consolidare le nuove partnership trasversali e di valore (turismo, food, ristorazione e moda) che rappresentano il mio bellissimo "oggi" e di cui vado orgogliosa. Il futuro inizierà a settembre, quando vedrà la luce a Milano il mio primo Glacé - Sweet Concept Store. Sogno di aprire una mia Academy, nel frattempo mi alleno condividendo progetti di formazione di noti player del settore e animando un mio spazio sulla rivista di settore GELATO Artigianale.     

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25.05.2018

Osservare un’enorme massa d’acqua cadere da una montagna o aprire una crepa nel terreno genera un’ipnotica vertigine. L’imponenza della natura si svela in tanti modi, ma l’acqua ha l’irresistibile fascino dell’eterno movimentoe trovarsi di fronte a un muro d’acqua di centinaia di metri è un’esperienza particolarmente coinvolgente. Da dove cominciare, dunque? Da queste otto cascate, senza dubbio fra le più affascinanti al mondo. Howick Falls (Sudafrica)Siamo nelle Midlandssudafricane, a est di Città del Capo, e il fiume Umgeni fa un salto di oltre 100 metri nella sua corsa verso l’oceano. La luce e il verde circostante completano lo scenario - senza dimenticare l’effervescenza culturale della zona, che si sta riempiendo di botteghe artigianali tracciando il confine della nuova creatività sudafricana. Iguazù (Brasile-Argentina)Siamo di fronte a una delle 7 meraviglie del mondo, la stessa che fece esclamare poor Niagara! a Eleonor Roosevelt quando la vide per la prima volta. Il fiume Iguazù crea questo immenso fronte d’acqua che segna il confine fra Argentina e Brasile, una sequenza ininterrotta di 275 cascate, fra le quali la più imponente è la cosiddetta “Gola del Diavolo”, profonda 150 metri e lunga 700. Il lato brasiliano è quello con la vista migliore, con la possibilità di esplorare l’intero Parco Nazionale di Iguazù che dalle cascate prende vita.  Victoria Falls (Zambia-Zimbabwe)Ben prima che l’esploratore David Livingstone le incontrasse nel 1855, intitolandole alla Regina Vittoria, le cascate sul fiume Zambesi erano chiamate nella lingua locale Mosi-o-Tunya, “tuono fumante”, perché il fragore e la nuvola d’acqua che alzano si sentono e si vedono da 40 chilometri di distanza. Probabilmente sono le più grandi del mondo, sicuramente un incredibile spettacolo naturale amplificato dalla varietà del suo profilo, con isole che si spingono fino al bordo e angoli di rocce che creano piscine naturali protette. Salto Angel (Venezuela)Non ci sono strade o scorciatoie per raggiungere le cascate del monte Auyantepui, nel remoto stato di Bolivar, nella parte più meridionale del Venezuela e già in piena foresta amazzonica. Ci vogliono almeno due giorni di trekking nel Parco Nazionale di Canaima per osservare questo salto, riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO,che arriva a sfiorare il chilometro di lunghezzanella stagione delle piogge e si trasforma in una nuvola di vapore quando la terra è secca. Mc Way Falls (USA)Siamo nel Big Sur, la fascia costiera fra San Francisco e Los Angeles che sorprende per la simbiosi apparentemente indolore fra uomo e natura, protetta dall’asperità dei suoi tratti rocciosi che si aprono in piccole calette raggiungili solo dalla ricca fauna locale. Il Julia Pfeiffer Burns State Park custodisce questa cascata alta 24 metriche arriva su una piccola spiaggia, visibile solo dall’alto. Fino a metà degli anni ’80 le Mc Way Falls arrivavano direttamente nell’oceano, ma anche oggi questo angolo di California stupisce per la sua potenza e bellezza. Dettifoss (Islanda)Negli sterminati paesaggi dell’Islanda nord-orientale si apre uno squarcio nella terra e lì cade il fiumeJökulsá á Fjöllum,a circa 30 chilometri dalla foce. Il fiume nel suo corso crea tre cascate, Dettifoss è la più spettacolare con una potenza di oltre 200 tonnellate di acqua al secondo. Intorno, la possibilità di accompagnare il fiume scegliendo uno dei percorsi di trekking che costeggiano il canyon.  Niagara Falls (Canada-USA)Un classico, certo. Ma la particolarità di queste cascate sta tutta nel loro apparire in modo quasi improvvisoin un’area decisamente urbanizzata, con un effetto straniante che merita di essere vissuto. Niagara è il nome del fiume che collega gli immensi laghi Ontario e Erie, nonché della cittadina canadese cresciuta intorno alle cascate e trasformata nel tempo in una sorta di Las Vegas locale per il proliferare di alberghi e casinò.  Vinnufossen (Norvegia)Con i suoi 860 metri è la cascata più alta d’Europa, in un’area di fiumi e montagne anche chiamata “vallata delle acque” e distante meno di 300 chilometri dalla citta di Trondheim. Attiva tutto l’anno, è alimentata dal ghiacciaio Vinnubreen sul monte Vinnufjellet, con un picco nei mesi estivi quando la sua potenza e portata crescono grazie alle temperature (più) alte.  

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23.05.2018

Venice is a state of mind, come si dice. Ognuno ha la sua: la Venezia da cartolina, quella delle lenzuola stese, quella dei pescatori o dei vaporetti presi all'alba. Non ne esiste una più autentica di un'altra: quando si alza la nebbia dalla laguna, ogni percorso è possibile fra le sue calli. In Piazza San Marco c’è però luogo dalla nobiltà antica capace di mettere d’accordo tutti: il Gran Caffè Quadri.  Dal 2011, le energie le hanno messe Massimiliano e Raffaele Alajmo: il primo è il più giovane chef al mondo ad aver ricevuto tre stelle Michelin, il secondo è CEO e maître des lieux, ed entrambi coordinano progetti, menù e attività dal loro quartier generale, il  ristorante e laboratorio creativo Le Calandredi Sarmeola di Rubano, in provincia di Padova.  Grazie a loro, l'ottocentesco Gran Caffè Quadri è rinato in triplice veste (Quadrino, Gran Caffè e Ristorante) dopo una lunga opera di restauro capitanata da Philippe Starck, con il supporto di squadre selezionate di artigiani locali. Il recupero degli stucchi ha richiesto attenzioni speciali: i decori delle sale dovevano ritornare allo splendore delle origini, quando raccontavano l'allegria e la leggerezza della Venezia delle feste nei palazzi nobiliari, in bilico fra la terra e il mare.  Dopo un periodo in sordina, Gran Caffè Quadri diventa la vetrina sul mondo della cucina e della bellezza italiana. Come dice lo stesso Starck, “il Gran Caffè era straordinario, ma dormiente. In segno di rispetto, amore e intelligenza, non volevamo cambiare una tale concentrazione di mistero, bellezza, stranezza e poesia. Cercavamo semplicemente le sue meraviglie e abbiamo trovato il paese delle meraviglie”.  Ogni angolo è un racconto che corre fra stucchi, lampadari, tessuti decorati, oggetti e collezioni antichedalle atmosfere vagamente surrealiste, sottolineate dalle scelte di interior di Philippe Starck e dell'architetto (ed ex rettore dell'Università IUAV di Venezia) Marino Folin, interessati a recuperare ogni traccia dell'antico lavoro artigianale che aveva dato anima al locale.  L'acqua alta, in Piazza, è l'ospite imprevedibile e abituale: per onorarlo, i tavoli hanno gambe rivestite in ottone non verniciato, così come il bancone della reception e ogni parte a contatto con il pavimento: che l'acqua alta arrivi, si accomodi e lasci il suo ricordo.  Al piano terra, si trovano il Quadrino e il Gran Caffé Quadri, restaurati da Anna de Spirit e Adriana Spagnol, mentre al primo piano il ristorante porta la firma di Starck e del suo sottile humor nei disegni dei tessuti, dove fra i visi antichi spuntano anche quelli dei committenti Alajmo, insieme ad astronavi e satelliti mescolai a gondole e carrozze.  La cucina è la sintesi contemporanea della tradizione italiana e veneziana del buon cibo, con una ricerca quotidiana di materie prime di stagione selezionate nei mercati locali. Venezia si riflette così negli spazi come nei piatti, promettendo un'esperienza che aggiungerà un’ulteriore sfumatura alle mille identità della città galleggiante.  

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18.05.2018

Un viaggio a Londra è sempre una buona idea: non sarà mai identica alla città che ricordiamo. L’estate 2018 offre una grande quantità di novità per gli appassionati di ogni arte: dalla musica al food passando per la pittura e la moda. A ciascuno il piacere di aggiungere questi nuovi indirizzi ai suoi percorsi. All Points EastD’estate i concerti sono sempre protagonisti della scena londinese, con venue leggendarie come Wembley e Hide Park. Il 2018 segna la definitiva consacrazione di Victoria Park come meta immancabile per gli appassionati grazie all’All Points East Festival che, fra fine maggio e inizio giugno, porta sul palco una sequenza ininterrotta di nomi imperdibili appartenenti ad almeno due generazioni di musica rock, pop e electro: LCD Soundsystem, Björk, Lorde, Yeah Yeah Yeahs, Beck, Catfish and Bottlemen, The National, Nick Cave & The Bad SeedsDesign MuseumInaugurata nel novembre 2016, la nuova sede del Design Museum di Londra in High Street Kensington si trova nell’iconico edificio del Commonwealth Institute, simbolo del modernismo britannico anni Sessanta rivitalizzato dall’intervento dell’architetto John Pawson. L’inconfondibile copertura curva a parabola rende inconfondibile quello che oggi è il più grande museo al mondo interamente dedicato al design con una collezione permanente di oltre mille oggetti del XX e XXI secolo e una delle più grandiose e recenti opere di rinnovamento nel panorama museale londinese.(ph: Ardfern, CC BY-SA 4.0) Fashioned from NatureFino al 29 gennaio 2019, il Victoria & Albert Museum presenta una mostra dedicata alla moda sostenibile con una carrellata di storia dell’abbigliamento e del costume degli ultimi 400 anni, quando gli abiti erano green per mancanza di alternative. Da quell’immenso patrimonio di tessuti e tecniche, tante possibili idee da portare nel presente e nel futuro. CornerstoneLo chef britannico Tom Brown è il padrone di casa del Cornerstone, nuova meta degli appassionati a Hackney Wick. Celebre volto dell’edizione 2017 di The Great British Menu, programma TV dedicato alla cucina made in UK, Tom Brown innova la cucina della sua terra, la Cornovaglia, con un’attenzione speciale ai frutti di mare e al pesce. La cucina al centro del locale ha una cornice con 11 posti per una cena speciale con vista sui segreti dello chef, mentre il tavolo realizzato con il legno recuperato di una quercia di oltre 500 anni è una delle cifre dello stile di Brown per l’interior dei suoi locali. JMW Turner’s homeRiapre al pubblico perfettamente ristrutturata la casa di Joseph Mallord William Turner (1775-1851), pittore inglese celebre per i dipinti di paesaggio. Fu lo stesso artista a immaginare così la casa che lo avrebbe accompagnato negli ultimi anni della sua vita: dopo anni, la villetta di Twickenham riprende a essere un viaggio nel tempo e nella mente di un pittore che ha riassunto con la sua arte la passione tutta britannica per gli umori del cielo. 

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17.05.2018

Kyō no Ondokoroè un luogo molto speciale dove dormire a Kyoto. Di proprietà del produttore di lingerie locale Wacoal, nasce dal progetto di ristrutturazione di una vecchia machi-ya, una dimora tradizionale in legnonon lontana dal castello di Nijō e da Nishijin, il celebre quartiere dei tessitori di Kyoto. Quale posto migliore per immergersi nella cultura della città? Akira Minagawa, fondatore e designer del brand Minä Perhonen, si è occupato della ristrutturazione, dal naming fino al concept e alla creazione del logo, trasformando la machi-yaquasi centenaria in qualcosa di più di una semplice casa di vacanza. Kyō no Ondokoro spira infatti a offrire un’esperienza nel cuore della comunità locale.  Collocata accanto al santuario di Heian, Kyō no Ondokoro è la prima di cinque dimore che apriranno durante il corso di quest’anno a breve distanza da musei e altri luoghi d’interesse.  All’interno troverete una graziosa cucina arricchita con magnifiche stoviglie e mobili ornati di fiori, ma soprattutto la possibilità di vivere una vacanza al vostro ritmo ideale, pur senza il lusso di un albergo o di un ryokan.  Si può prenotare online e fare il check-in al desk di Kyō no Ondokoro, che si trova al piano del Wacoal Shin-Kyoto Building proprio di fronte alla stazione di Hachijō. Che sia la vostra prima volta a Kyoto oppure no, dormire in una machi-yasarà comunque un’esperienza indimenticabile.  

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14.05.2018

Design, cibo e fiori: a New York, in pieno SoHo, esiste uno spazio che unisce tutti gli ingredienti che rendono indimenticabile una casa. Li hanno scelti e, in alcuni casi, creati i designer Robin Standefer e Stephen Alesch che con Guild realizzano il sogno che ha guidato la loro lunga carriera, nata negli studios di Hollywood e proseguita a New York con l’avvio, nel 2002, dello studio Roman e Williams Buildings and Interiors: riunire il meglio degli oggetti da loro immaginati e realizzati negli anni, che significa condensare storie, persone e esperienze e metterle a disposizione. Guild è uno spazio per i sensi che racconta passioni diverse unite dalla voglia di bellezza. La Founding Collection disegnata da Standefer and Alesch è un mix di oggetti di design, mobili, luci e accessori realizzati da artigiani scelti in tutto il mondo. Lo stile del duo creativo contamina ogni elemento con il suo peculiare approccio fatto di eclettismo e irriverenza, uscendo dalle convenzioni nella ricerca costante di ciò che si ama. Come si fa? Si celebra uno stile mettendo l’accento sulle sue contraddizioni. Si esce dall’idea di epoca e tempo individuando riferimenti trasversali e interpretando l’evoluzione dello stile come una ricerca continua di risposte contemporanee a problemi umani eterni. Si mantiene un’unità di fondo declinando in superficie le sue mille manifestazioni estetiche. Tutto questo vale per ogni proposta dentro a Guild. Lo spazio food è La Mercerie Café, affidato alla Chef Marie-Aude Rose: un caffè francese rivisitato fra tradizione e avanguardia e aperto tutto il giorno. I fiori e la natura, altra grande passione di Robin Standefer e Stephen Alesch, vivono nelle composizioni floreali ricercate e selvagge di Emily Thompson, celebrate da un corner dedicato. Chi visita Guild vive quindi un’esperienza che coinvolge e ispira tutti i sensi. L’accento è sulla ricerca di ciò che rende felici nella propria casa: può essere un sapore, un oggetto, un profumo, un colore, un suono. Guild seleziona e presenta il meglio di ciò che negli anni ha costruito la felicità dei suoi fondatori e dei tanti partner accompagnati negli anni alla scoperta dello stile perfetto per un ambiente: a ciascuno il proprio. 

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10.05.2018

A breve The Alchemist, uno dei ristoranti più interessanti di Copenhagen, aprirà nella sua nuova sede: la penisola di Refshaleøen, già scelta da grandi protagonisti della scena gastronomica danese e internazionale come il Noma 2.0 e Amass, vere e proprie icone della cucina New Nordic, che integra ingredienti e tecniche tradizionali con un approccio contemporaneo ottenendo risultati eccellenti. Sebbene l’alta gastronomia sia sempre caratterizzata da una certa dose di sperimentazione, nel caso della cucina New Nordic forse parlare di avanguardia è eccessivo, ma The Alchemist non si limita a sperimentare: il suo approccio agli ingredienti tradizionali è provocatorio, a volte scioccante. Insetti, organi e altre parti di animali normalmente scartate rientrano nel suo menù a sorpresa, ma mai casualmente e come una provocazione fine a se stessa, bensì sempre in base a un progetto sensato e con un approccio raffinato a questi ingredienti apparentemente così truculenti. Un pasto da The Alchemist consiste in 45 pietanze appartenenti a 8 categorie (frutta e verdura, pesce, frutti di mare, interiora, carne, formaggi, dessert e piccola pasticceria). Ma come anticipato, c’è del metodo dietro questa apparente follia: ciascuno dei 45 piatti è ispirato a uno dei 45 elementi che un alchimista utilizzerebbe nel tentativo di produrre oro. Lo Chef Rasmus Munk, esperto di cucina molecolare, sperimenta con ogni genere d’ingrediente che trova interessante, compresi insetti e le parti meno nobili degli animali. Ma sebbene fra questi rientrino porcellini di terra, tarme della farina, zampe di gallina e formiche, la scelta è sempre ragionata. Ed è forse la presentazione, spesso cruda e quasi cruenta, a essere la parte più difficile da “digerire”. Del resto, è proprio questa la parte divertente e stimolate di tutta l’esperienza: quand’è stata l’ultima volta che un pasto ha messo alla prova il vostro palato e la vostra mente? Ovviamente, non tutti i piatti sono così impegnativi dal punto di vista degli ingredienti e della presentazione. Ci sono anche fiori eduli, colori commestibili e una tela per tirare fuori l’artista dentro di voi, verdure fresche, agrumi e (grazie a Dio) cioccolato e mini donut per rilassarsi un po’. Il menù cambia costantemente e utilizza ingredienti classici della cucina nordica come il rombo, gli scampi e il latte crudo danese, solo per citarne alcuni. Rasmus Munk definisce il suo approccio “cucina olistica” perché si concentra su ogni singolo aspetto del pasto, concepito come una sorta di rappresentazione teatrale nella quale ogni categoria è un atto. Così, alla fine, l’etica del pasto supera la dimensione limitata del cibo. Il piatto preferito dallo chef si chiama Ashtray (portacenere) ed ispirato a una ricetta molto amata da sua nonna, una specialità danese il cui nome significa alla lettera “amore bollente”, a base di patate schiacciate, bacon e abbondante burro.  La versione di Rasmus è decisamente più complessa: granchio reale, schiuma di patate e una manciata di altri ingredienti modificati in laboratorio, il tutto trasformato per somigliare alla cenere di sigaretta. Nella parole di Rasmus stesso, “Ashtray somiglia a un portacenere ma sa di amore bollente. È comfort food che t’invita a stare alla larga dalle sigarette” Chiamare tutta questa attenzione ai dettagli amore per la cucina sarebbe riduttivo. Rasmus Munk è convinto che The Alchemist abbia realizzato appena un 10% del suo potenziale nella sua precedente sede nel quartiere di Århusgade. Ma come riuscirà a mantenere il livello di complessità dei suoi piatti nel nuovo spazio di quasi 1.000 metri quadrati? La sua risposta è semplice: “Adoro quello che faccio, e provo un piacere immenso nel regalare ai miei ospiti un’esperienza gastronomica unica e diversa ogni sera”. 

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04.05.2018

C’è un punto di riferimento tutto nuovo a Shoreditch che sembra atterrato nel cuore del quartiere da un altro pianeta. Affacciato su Willow Street, a due passi dalla larga e caotica Great Eastern Street, il Nobu Hotel Shoreditch porta il celebre marchio di stampo giapponese in una delle zone più vivaci di Londra, grazie al lavoro di una squadra “importante” che comprende nientemeno che Bob De Niro, il produttore cinematografico Meir Teper, l’imprenditore australiano James Packer e, naturalmente, lo chef Nobu Matsuhisa. Concepito non come un servizio ma come una vera e propria destinazione, questo grande edificio di cemento e acciaio è stato progettato dal designer israeliano Ron Arad in collaborazione con lo studio Ben Adams Architects per unire l’energia creativa del luogo e l’essenzialità nipponica che è alla base dello stile Nobu. Con 143 camere, una bella spa e un ristorante (e bar) con 240 coperti, l’hotel ricambierà presto l’ospitalità del quartiere dando vita a un giardino pubblico racchiuso fra le strade affollate e la tranquillità dell’albergo, regalando a tutti un’oasi di pace nel cuore di Londra. Le camereOgni camera è stata progettata con in mente l’idea di armonizzare l’architettura insolita e originale dell’edificio con piccoli tocchi d’ispirazione giapponese. Le suite affacciate sul cortile interno e sul giardino con terrazzino privato sono le più belle, ma la più lussuosa è senza dubbio la Nobu Suite, con de terrazzi, vista sullo skyline londinese, salottino, sala da pranzo e la grande vasca da bagno. Il ristoranteConosciuto in tutto il mondo per la sua interpretazione innovativa della cucina giapponese mescolata a influenze peruviane e sudamericane, lo chef Nobu Matsuhisa ha studiato a lungo e viaggiato moltissimo, portando nei suoi piatti tutte queste esperienze. Il menù del Nobu Shoreditch propone piatti cult come il Black Cod Miso e il sashimi di tonno pinna gialla con Jalapeno, e altri ispirati all’atmosfera del quartiere. Ha 240 coperti e una magnifica luce naturale che entra dalle grandi vetrate attraverso e quali si accede al terrazzo. La spaConcepita a partire dai concetti di equilibrio e di mindfulness, la spa propone un mix di discipline fisiche fra cui lo Yoga e trattamenti per viso e corpo. Oltre alle stanze private da uno o due persone dedicate ai trattamenti ci sono due aree separate (maschile e femminile) per il bagno turco. 

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03.05.2018

È uno chef televisivo, un autore, un docente di cucina ma soprattutto un ambasciatore della gastronomia italiana in Oriente. Con la sua Fine Trattoria, infatti, Paolo De Maria ha portato a Seoul la cucina italiana autentica, liberando il campo da tutte le deformazioni e gli stereotipi che tipicamente all’estero distruggono la reputazione delle varie cucine nazionali, e aggiudicandosi il prestigioso Marchio Ospitalità Italiana. Il risultato è che oggi è lo chef italiano più famoso di tutta la Corea del Sud, grazie anche ai programmi televisivi cui ha partecipato e a un volume tutto dedicato alla pasta, e addirittura cittadino onorario. Noi siamo andati a trovarlo per capire meglio il segreto del suo successo ed i quello del suo ristorante. Quali sono i piatti o gli ingredienti della cucina italiana più apprezzati in Corea?PDM: La nostra cucina è ancora molto stereotipata nell’opinione comune, e quindi i piatti principali in cui i coreani ci riconoscono restano la pizza e la pasta. Ma nel mio locale io cerco di divulgare la cucina italiana a 360 gradi e l’approccio dei coreani è molto positivo, perché è supportato dalle informazioni che fornisco loro tramite il mio staff italiano, tentando di diffondere la nostra cultura gastronomica autentica. È un’operazione che ripaga anche economicamente, ma a lungo termine: ecco perché non lo fa praticamente nessuno. C'è un piatto classico italiano che per lei riassume tutto il meglio della nostra cucina in termini di sapori, ingredienti e tecniche?PDM: Piatti emblematici penso ce ne siano molti, ma se dovessi sceglierne uno in particolare sarebbe l’intera categoria della pasta fresca. Nel mio locale preparo e offro alla mia clientela esclusivamente pasta fresca fatta in casa. La lasagna (che poi può essere fatta in diverse maniere) se preparata a regola d’arte potrebbe essere un piatto davvero esemplificativo della nostra cucina nazionale. C'è qualcosa della tradizione gastronomica coreana che la affascina e che ha influenzato in qualche modo la sua cucina? PDM: Come chef mi occupo esclusivamente di cucina italiana, senza alcuna influenza estera. Ma personalmente mi interesso molto di altre cucine nazionali, in particolare di quella indiana, thai, giapponese e anche coreana. Della cucina coreana mi affascinano i fermentati e dunque tutti quegli alimenti come la salsa di soia, la pasta di soia e il kimchi che, grazie all’apporto del sale e del tempo, subiscono una metamorfosi organolettica.Trovo molto interessante anche la cosiddetta “Cucina Reale”, in voga presso la Corte fino all’inizio del secolo scorso, che era composta da alimenti estremamente delicati e curati. Come si vive a Seoul da expat italiano? PDM: Seoul è una città enorme, e in sé racchiude tutte le caratteristiche per accontentare qualunque individuo con diversi interessi personali. Per quanto mi riguarda, essendo un ciclista amatoriale sono impressionato dall’efficienza e dall’utenza di altissimo livello delle piste ciclabili che permettono di fare centinaia di chilometri dentro e fuori città con l’imbarazzo della scelta. 

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02.05.2018

Molti hanno imparato a conoscere la Patagonia attraverso i racconti di Bruce Chatwin, che con il suo celebre diario ci ha regalato la storia di un viaggio attraverso due paesi, tante storie, e le sue stesse radici. Soltanto pochi, però, hanno la fortuna di vedere la Patagonia attraverso i propri occhi, soprattutto avendo la possibilità di dormire immersi nella natura incredibile di Torres del Paine, nel sud del Cile, un magnifico alternarsi di foreste, picchi di granito, ghiacciai, laghi, fiumi e pampas. Patrimonio UNESCO e area protetta, Torres del Paine è attraversata da sentieri escursionistici e attrezzata per molte attività all’aria aperta come il kayaking e il ciclismo, e fa da sfondo a uno degli eco resort più belli del mondo, il primo hotel geodetico, composto cioè da unità abitative a forma di cupola letteralmente circondate dalla bellezza. Il resort si chiama EcoCamp Patagonia ed è nato nel 2001 per volere di due ingegneri cileni, Yerko Ivelic e Javier Lopez, ispirati dallo stile di vita della tribù indigena locale dei Kaweskar, tutto improntato a non lasciare trace, nemmeno con le loro capanne. Di qui l’idea di creare le casette ecosostenibili con il tetto a cupola, alimentate a energia solare e idraulica e perfettamente integrate nel paesaggio. I cottage geodetici sono tutt’altro che spartani: dalla versione standard alla suite gli interni sono curati nei minimi particolari e perfettamente confortevoli. Ma il vero lusso, qui, è partire per le escursioni dal cuore del Parco, in compagnia di guide esperte e con la certezza di vivere un’esperienza coinvolgente al cospetto della natura, per poi tornare in stanza e addormentarsi guardando le stelle dal proprio letto, contro un cielo dall’oscurità profonda e perfetta. All’EcoCamp non mancano poi i momenti conviviali, da vivere al tavolo comunitario della cena o a quello della colazione, in biblioteca, al cocktail bar oppure curiosando fra i negozietti di artigianato locale.Pronti a partire? Date un’occhiata ai tour dell’autunno cileno, che partono proprio in questi giorni.  

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27.04.2018

Ci sono pochi luoghi ad Amsterdam dove la storia e il presente della città si mescolano armoniosamente come sull’isola di KNSM, negli Eastern Docklands, la parte orientale della vecchia area portuale. Quest’isola artificiale costruita nel 1903 ospitava un tempo la sede e gli attracchi della Società Reale Olandese delle Navi a Vapore, e sebbene oggi sia una zona residenziale caratterizzata da costruzioni moderne e loft di artisti, ha conservato parte della sua atmosfera di un tempo, il fascino dell’antica zona portuale. Circondato dall’atmosfera vivace del quartiere, lo Yays Crane Apartment è un bellissimo ed elegante appartamento ricavato all’interno di una vecchia gru chiamata Figee 2868, che per 20 anni ha caricato e scaricato merci dalle navi attraccate al porto. Quando, a metà degli anni Settanta, quest’area portuale fu trasformata in zona residenziale, si decise di risparmiare la vecchia gru che, in qualche modo, portava su di sé un pezzetto di storia della città. Più avanti, un abitante del quartiere, in collaborazione con  le istituzioni locali, il comune, l’Ente per la conservazione degli edifici storici e il marchio di appartamenti per vacanze Yays Concierged Boutique Apartments, ha deciso di farlo ristrutturare. Grazie a un progetto dell’architetto olandese Edward van Vliet, Figee 2868 è diventato un affascinante appartamento di design affacciato sull’acqua, pur mantenendo inalterata la sua atmosfera, e reinstallato nella sua location originale. La sistemazione perfetta per un weekend un po’ speciale.  

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27.04.2018

Il termine giapponese bento è ormai entrato a far parte del lessico comune mondiale. Nel suo paese d’origine, il bento è stato declinato in infinite forme per soddisfare qualsiasi esigenza, dalla pausa pranzo al viaggio in treno. I bento posso essere decorati in vario modo, ma il tipo più rappresentativo della cultura pop giapponese è probabilmente il kyaraben, che raffigura personaggi di anime, manga e videogame. Dal punto di vista ambientale, si può affermare che i bento sono una soluzione ecologica, dato che conservano i cibi senza alcun bisogno di pellicola e consentono di mangiarvici senza utilizzare piatti. Alcuni sono costituiti da materiali naturali e biodegradabili, che non danneggiano l’ambiente. È estremamente piacevole sollevare il coperchio e scoprirne o riscoprirne il contenuto. Gli avanzi di cibo acquisiscono un nuovo status, se disposti ordinatamente in un bento box. Negli ultimi tempi, un numero crescente di ristoranti storici ha iniziato a effettuare il servizio di consegna di bento preparati con la supervisione di chef di gridoIl bento diventa un must quando si viaggia in shinkansen. Se prendete un treno ad alta velocità dalla Stazione di Tokyo, avrete l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda i bento, sia all’interno che intorno alla stazione. A circa un minuto di cammino, c’è Daimaru Tokyo, il grande centro commerciale, un autentico paradiso per il pranzo al sacco. Dato che non vogliamo farvi perdere il treno, ecco a voi qualche consiglio per facilitarvi la scelta. Nadaman: ŌgiSin dalla sua fondazione nel 1831, Nadaman è stata un’istituzione per quanto riguarda il bento. Preparato con ingredienti di stagione, tra cui riso, pesce, carne, sottaceti, uova, verdura e prugne salate umeboshi, il makunouchi è un bento elegante, delizioso ed equilibrato. TakimotoTakimoto è rinomato per i suoi portavivande traboccanti di frutti di mare. Se amate questi sapori, impazzirete per la millefoglie di riso, sashimi e uova di pesce. Meat Yazawa and Blacows Take-Out StationLa popolarità di questo locale di Gotanda è testimoniata dalle lunghe code per entrarvi. Qui potete acquistare vassoi con hanbagu, gustose polpette di manzo Kuroge disposte su riso al vapore. Kiyōken: Shumai BentoDal momento della sua introduzione nel menù, nel 1954, lo shumai bento è sempre stato richiestissimo al Kiyōken, il più popolare ristorante di shumai di Yokohama. Oltre agli gnocchi shumai, il vassoio del bento è un quadro variopinto, contenente tonno alla griglia in salsa teriyaki, croccante pollo fritto e omelette arrotolata in stile giapponese. Jiraiya: TenmusuTenmusu è il nome di una specialità di Nagoya che consiste in una polpetta di riso bollito, avvolta in alga nori e farcita di gamberetti dritti. È consuetudine avvolgere i tenmusu in foglie di bambù, che assorbono l’acqua in eccesso e non danneggiano l’ambiente. 

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23.04.2018

Il sud della Francia è quasi sempre sinonimo di Costa Azzurra, spiagge affollate e di località prese di mira dal turismo agostani o frequentate da miliardari. Ma basta spostarsi un po’ più a ovest per accorgersi che non esistono soltanto Cannes, Nizza e Sain Tropez. Lo sapevano bene i pittori Fauves, che a inizio Novecento s’ispirarono al rosso delle sue rocce e alla sua calda luce mediterranea per dar vita a una nuova corrente pittorica d’impronta espressionista, soprattutto nell’uso del colore. Siamo sulla cosiddetta Costa Vermiglia, ai piedi dei Pirenei e sul bordo del Mediterraneo, che da Argelès-sur -Mer arriva fino al promontorio di Cap Cèrbere, sul confine spagnolo. Né Francia, né Spagna, ma più propriamente Catalogna, questo angolo di terra ha coste rocciose, spiagge di sabbia, colline ricoperte di vigneti e punteggiati dai ruderi di antichi castelli, ex-villaggi di pescatori, una cucina spettacolare e una grande abbondanza di paesaggi mozzafiato -  in altre parole, il cocktail perfetto per chi da una breve vacanza cerca tranquillità, bellezza e un piccolo assaggio della cultura locale. Ecco qualche consiglio per goderselo al meglio. Argelès-sur-MerUna lunga spiaggia sabbiosa. Ristoranti, caffè e stabilimenti affacciati su un mare dall’azzurro intenso. Negozietti che vendono costumi, palette e secchielli. Argèles è ciò che più, in queste zone, si avvicina alla classica località di villeggiatura per famiglie. Ma in realtà offre molto di più: castelli, riserve naturali, una bellissima cattedrale che custodisce antichi ossari. Collioure Ecco il villaggio di pescatori francese più dipinto di sempre, quello che ispirò Matisse e i pittori Fauves, con il suo porticciolo, il caratteristico campanile con la punta rosata che faceva anche da faro, il castello e le casette colorate dai tetti ocra. A Colllioure si può ancora soggiornare all’Hôtel-Restaurant les Templiers, l’albergo preferito da Picasso, Matisse e Chagall, trasformato in parte in un museo. E in città non mancano musei, gallerie e un Chemin du Fauvisme lungo il quale potrete ammirare i panorami dal pinto esatto in cui sono stati dipinti, con tanto di riproduzione del quadro in questione. Port VendresPer chi ama gli sport acquatici, dal surf fino alle immersioni, questa bella cittadina portuale ricca di storia offre tutto quello che serve. Da non perdere anche il mercato del sabato mattina, dominato dalle specialità e dalle coloratissime (e profumatissime) spezie catalane. Banyuls-sur-Mer Ma la Costa Vermiglia è anche una rinomata zona vinicola, le cui colline digradanti verso il mare sono ricoperte di vigneti a terrazza. Banyuls è circondata dalle vigne e ci sono moltissime cantine dove degustare e acquistare i vini locali – il Banyuls, il Banyuls Grand Cru e il Collioure, tutti vini dolci naturali da aperitivo o da abbinare a piatti particolari come il foie gras e i formaggi erborinati. Cerbère Ultima tappa prima del confine (a soli 4 km dalla Spagna), questo paesino da cartolina, colorato e pittoresco, è la base ideale per diverse camminate panoramiche i cui percorsi partono dal centro e raggiungono calette nascoste e non accessibili in auto. Il faro solare sull’omonimo capo svetta con la sua punta rossa in cima a una ripida e altissima falesia.  

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20.04.2018

Lo sbocciare dei fiori è il segno più inequivocabile che un altro inverno è finito. Sarà per questo che sono così ricercati a ogni latitudine? Per avere la prova dei loro benefici effetti, ecco un itinerario intorno al mondo per seguire le più spettacolari fioriture e celebrare l’arrivo della bella stagione. Da Okinawa a Washington Hanami è la contemplazione dei ciliegi in fiore che vestono di rosa il Giappone iniziando da Okinawa, nell’estremo sud, a gennaio e proseguendo fino a giugno sull’isola più settentrionale di Hokkaido. L’amore per questo spettacolo naturale muove ogni anno milioni di giapponesi e altrettanti turisti da tutto il mondo. Un insospettabile parco di ciliegi si trova anche a Washington, donato nel 1912 dall’allora sindaco di Tokyo Ozaki: Hanami made in USA. Piana di CastelluccioCastelluccio di Norcia è un borgo nel cuore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, nel centro dell’Italia fra Marche e Umbria. La piana sulla quale affaccia, a 1452 metri, è un altopiano di oltre 15 km quadrati che cambia colore fra la fine di maggio e i primi di luglio: lungo tutto questo periodo, i fiori delle celebri lenticchie locali si mescolano a tulipani e narcisi dando vita alla “fiorita”. Da Arles a VerdunI mandorli in fiore a febbraio, gli iris a maggio, la lavanda da giugno a agosto: dalla Provenza all’Alvernia, la Francia del sud è la meta ideale per chi vuole immergersi nei colori dei fiori. Van Gogh e gli impressionisti hanno fermato nel tempo questa bellezza che a ogni primavera si rinnova, i maestri profumieri di Grasse hanno trasformato i suoi profumi in icone. Uttarakhand (India)A ovest dell’Himalaya, a oltre 3.600 metri di quota sulle rive del fiume Pushpawati, si trova il Valley of Flowers National Park che dal 1982 accoglie i turisti in cerca di una natura selvaggia e colorata. Da inizio giugno a inizio ottobre è possibile accedere alla valle, l’unica modalità è il trekking, perfetto per ammirare nel silenzio l’arcobaleno di colori dei fiori e avere l’occasione di incontrare, magari, il leopardo delle nevi. Kaukenhof (Olanda)Il più grande parco floreale del mondo è a 35 km da Amsterdam e offre oltre 32 ettari di puro colore grazie alle migliaia di tulipani che ogni anno fioriscono. Il parco è aperto nella stagione della fioritura, da marzo a maggio, e rappresenta un classico irrinunciabile per gli appassionati. Herfordshire, Norfolk e Devonshire (UK)Le bluebell sono campanelle selvatiche il cui colore varia dall’azzurro, all’indaco al blu. Si tratta di un’erba perenne, alta circa mezzo metro, che fiorisce nel mese di maggio e che arrivò nel Regno Unito dall’Australia, colonizzando i boschi inglesi e dipingendoli ogni anno con i suoi colori. Una scusa in più per scoprire l’Inghilterra oltre Londra. Val D’OrciaFra le provincie di Siena e Grosseto si trova una concentrazione di borghi medievali straordinaria che va da Pienza a Bagno Vignoni, passando per Montalcino e Monticchiello. Fra un borgo e l’altro, le montagne degradano verso il mare e ospitano prati e colline che si vestono di rosso fra aprile e maggio grazie a migliaia di papaveri.Hitachi Seaside Park (Giappone)A est di Tokyo, nella prefettura di Ibaraki, si trova un parco floreale di 350 ettari affacciato sull’Oceano Pacifico e aperto tutto l’anno grazie all’eccezionale varietà di fiori che si alternano di stagione in stagione cambiando il colore del paesaggio. Le 170 varietà di tulipani e il milione di narcisi sono solo due delle varietà ospitate, insieme ai caratteristici baby blue eyes, piccoli fiori azzurri che ricoprono i prati fra aprile e maggio. El Kelaa M’Gouna (Marocco)80 chilometri a nord est di Ouarzazate, sull’Atlante marocchino, si trova la Valle delle Rose, dove migliaia di rose selvatiche fioriscono ogni anno a maggio ispirando il locale Festival delle Rose che attira appassionati e professionisti da tutto il mondo. La varietà più diffusa, la rosa damascena, viene colta all’alba, quando il profumo è più intenso, per essere essiccata e generare oli essenziali e fragranze. Lo spettacolo delle rose che sbocciano all’alba circondate dalla terra arancione delle montagne è indimenticabile. Greenwich Park, LondraRiconosciuto parco reale dal 1433, il Greenwich Park ospita lunghi filari di ciliegi che fra aprile e maggio vestono i suoi viali di rosa e di bianco. Un cherry blossom inaspettato che aggiunge un’ottima ragione per visitare questo grande parco, più noto per l’Osservatorio e l’omonimo meridiano, capace di offrire meraviglie naturali che spaziano dai fiori ai cervi selvatici del deer park. 
 
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