# Design & Innovation

[...]

Christian Moullec è un birdwatcher da sempre. Oggi, a 58 anni, è diventato birdman, ossia l’uomo che vola con gli uccelli. La definizione è letterale. Quasi ogni giorno, da marzo a ottobre, Christian si alza in volo con il suo ultraleggero da Saint Flour, nel dipartimento del Cantal al centro della Francia e alle pendici del Massiccio Centrale, per un’esperienza realmente fuori dall’ordinario: volare insieme a uno stormo di uccelli.  Moullec dice che è come sfiorare l’eternità, e senza dubbio partecipare a un rito che si ripete da millenni e dal quale l’uomo è stato sempre esclusodeve avere qualcosa di magico. Il suo intento è diffondere l’amore e il rispetto per gli animali in generale e per gli uccelli in particolare, creando una crescente consapevolezza sui rischi legati all’azione dell’uomo sulle specie di uccelli selvaticiin Europa, che si sono ridotte di un terzo negli ultimi 30 anni a causa dell’inquinamento e della scomparsa dei loro habitat naturali.  L’esperienza di Voler aver les oiseauxnasce a metà degli anni ’90. Nei suoi anni di studio,  Christian Moullec si era soffermato sulle rotte migratorie delle oche lombardelle minori, che da sempre transitavano per la Francia centrale dirette in Lapponia. A causa dell’uomo, la migrazione era sempre più difficoltosa e all’arrivo non sempre la destinazione offriva la protezione e il cibo necessari agli uccelli per sopravvivere.  Era necessario aiutare questi animali, ma non si poteva farlo che volando con loro e solo se si fossero fidati. Forte dei suoi studi su Konrad Lorenz, Moullec usò la tecnica dell’imprinting per creare un rapporto con le oche e far sì che lo seguissero. Imparò a guidare l’ultraleggero e nel giro di tre anni fu pronto a fare il primo volo destinazione Svezia con un deltaplano adattato allo scopo.  Oggi Voler avec les oiseauxè un’esperienza di viaggio a contatto con la natura di rara bellezza. Si possono scegliere voli di durata diversa, con l’ultraleggero o con la mongolfiera. Di norma ogni ospite vola singolarmente, ma esiste anche la possibilità dell’opzione di coppia su richiesta. La rotta permette di sorvolare una zona di montagna selvaggia e bellissimache lambisce il Plomb du Cantal, la seconda montagna più alta del Massiccio Centrale francese. Grazie ai fondi raccolti con i viaggi, Christian Moullec prosegue la sua opera di ricerca e divulgazione seguendo da sempre la stessa parola chiave: rispetto. La speranza è che tanta bellezza coinvolga sempre più persone nella ricerca di un nuovo stile di vita in armonia con la natura e gli animali

[...]

Meditazione e Yoga sono due elementi importantissimi nel mondo di Alice Manfroni, una fashion stylist milanese profondamente convinta del fatto che il benessere del corpo e quello dello spirito siano inestricabilmente legati l’uno all’altro. Sulla scorta di quest’idea, Alice ha dato vita al progetto HereAfter, una collezione di oli essenziali pensata per mettere in comunicazione profonda corpo e spirito attraverso i cinque sensi.  Sintesi di fiori ed erbe, coltivati e raccolti seguendo i ritmi della natura, gli oli essenziali sono l’elemento primordiale che Alice perfeziona per attivare percorsi ed emozioni, per fare da ponte fra corpo e spirito proprio come accade con lo Yoga e la meditazione. Quale legame vedi fra oli essenziali e meditazione? AM:Il legame è strettissimo. Ogni olio serve per rilassarsi ed entrare profondamente in contatto con se stessi, obiettivo di ogni pratica meditativa. Aromaterapia come ponte fra corpo e spirito: ha senso per te?AM:Certo: è importante dare valore all’ambiente in cui ci si trova, dove si vive e si lavora, a cosa respiriamo ogni giorno, all’aria e agli aromi. Io utilizzo principalmente incensi naturali come il legno di palosanto e la salvia bianca, che purificano l’aria, rinnovano l’ambiente e sono privi di additivi chimici. Hai avviato una collaborazione con Casa Nika, un bellissimo dammuso sull’isola Pantelleria: da dove nasce il legame fra l'isola e il mondo di HereAfter?AM:Le isole sono luoghi che mantengono un’anima sacra, una forma di magia. Nel caso di Pantelleria, la natura vulcanica dell’isola amplifica questa sensazione di essere più vicini alla forza primigenia della Terra. I paesaggi e i tramonti sono esperienze meditative a occhi aperti, cambiano la percezione che abbiamo della nostra relazione con ciò che ci circonda. Per il dammuso Casa Nika ho realizzato un olio speciale usando gli ingredienti naturali offerti dall’isola, come il limone e l’origano, creando una nota aromatica inconfondibile e legata a doppio filo all’essenza di Pantelleria.  

[...]

Nel 2016 la Solar Impulse Missionrealizzò l’impensabile. Un velivolo ultraleggero con pilota a bordo fece il giro del mondo senza carburante, nutrendosi esclusivamente di energia solare. Obiettivo: dimostrare cosa fosse possibile fare davvero con tecnologie pulite, promuovendone l’uso e la ricerca per generare una migliore qualità della vita e dell’ambiente. Stiamo parlando di 40.000 chilometri, divisi in 10 tappe indispensabili sia per permettere ai due piloti di darsi il cambio, sia per recuperare tutte le informazioni possibili sulle reazioni dei materiali e delle tecnologie utilizzate. Il velivolo era stato messo a punto da un pool di aziende di tutto il mondo e dai rispettivi staff di ingegneri, a bordo salirono André Borschberg e Bertrand Piccardai quali si deve questa impresa storica con passaggi epici, come i cinque giorni consecutivi di traversata dell’Oceano Pacifico, dal Giappone alle Hawaii. La partenza da Abu Dhabi serviva a fare un pieno di energia solare: la variabile decisiva per la riuscita dell’impresa era riuscire a immagazzinarla e rilasciarla nelle ore notturne. Risolto questo punto, il laboratorio volante Solar Impulse ha potuto volare in continuo, mentre il team di ingegneri e meteorologi che da Monaco di Baviera supervisionava il percorso ha garantito sicurezza. L’altra necessità era raggiungere la massima leggerezza e il massimo isolamento possibile nella struttura del velivolo: i materiali sviluppati da Covestro, azienda internazionale che ha fra i suoi focus la ricerca, sviluppo e produzione di materie plastiche innovative, ha permesso di raggiungere questo risultato. La fine della Solar Impulse Mission è diventata l’inizio di un nuovo percorso basato sulle informazioni acquisite, con una sfida in più. Oggi la Solar Impulse Foundation, fondata da Bertrand Piccard, ha l’obiettivo di dimostrare che ecologia e economia possono lavorare in sinergia, portando il valore della sostenibilità a un nuovo livello: non solo spinta etica, ma occasione concreta di crescita. In questa direzione, la Solar Impulse Foundation ha lanciato, nel maggio 2018, l’Efficient Solution Label: uno speciale riconoscimento che sarà assegnato a 1.000 progetti, vagliati da esperti indipendenti, che abbiano in comune la capacità di unire sostenibilità e la capacità di stare sul mercato. Un gruppo di aziende pioniere che potranno fare la differenza nel mondo, con la stessa potenza visionaria di chi ha messo insieme il meglio della tecnologia energetica e dei materiali per volare sui cieli di tutto il mondo.  

[...]

Prendete degli scampoli di tela, una quantità sufficiente a fare uno spessore di pochissimi centimetri. Comprimeteli bene e assicurateli gli uni agli altri con lo spago più resistente che avete. Cucite questa parte, che avrete sagomato seguendo il profilo di un piede, a una pezza di tela ricamata o di velluto, scelta fra il meglio che avrete trovato in casa: avrete seguito il percorso che per secoli le donne friulane hanno custodito e tramandato per creare le scarpet, piccoli miracoli di artigianato domestico che dovevano vestire e proteggere i piedi di tutta la famiglia.  Oggi è difficile avere in casa scampoli di stoffa e spago e ancor più la competenza per farne qualcosa, ma la storia ci porta a un passato dove il riuso era una necessità quotidianae lo spreco un lusso impossibile per la maggior parte delle persone. Chi aggiungeva la gomma alla suola, in tempi più recenti, usava, ad esempio, i copertoni delle biciclette ritagliati secondo la necessità.  Gli scarpet sono le scarpe “della festa”, nascono per le occasioni speciali, con variazioni di tessuto nella tomaia capaci di seguire le stagioni, dalla tela al velluto, e l’aggiunta di imbottiture imbastite con la juta dei sacchi per il grano e le sementi.  Se è vero che le prime testimonianze scritte di questa tradizione risalgono all’Ottocento, è certo che la pratica affondi le radici nei secoli precedenti, partendo dal Friuli per arrivare alle Dolomiti bellunesi e alle prealpi trevigiane. Grandi estimatori degli scarpeterano i gondolieri veneziani, che avevano bisogno di calzature flessibili che proteggessero dal caldo d’estate e dal freddo d’inverno. Ogni famiglia aveva la sua tradizione che rendeva gli scarpetuna sorta di biglietto da visita: dal ricamo sulla tomaia alla forma della punta, più o meno accentuata, ogni famiglia aveva le sue preferenze e le sue cifre distintive, tramandate con attenzione per via femminile.  Fra i banchi del mercato di Udine e fra gli artigiani delle montagne gli scarpetancora oggi sono merce quotidiana, parte delle abitudini e del paesaggio visivo del territorio. Che mantengano la loro vocazione di scarpa popolare o si impreziosiscano con ricami o tessuti particolari, gli scarpet raccontano la storia di pragmatismo e gusto delle terre che li hanno inventati ad un pubblico di cercatori di autenticità sempre più numeroso. 

[...]

Sui monti dell’Atlante, in Marocco, i tappeti sono l’essenza e i custodi della famiglia per tradizione millenaria. Di madre in figlia, l’arte di intrecciare e lavorare la lana grezza viene custodita e tramandata con cura. I decori della tradizione berbera si esprimono in forme e linee geometriche irregolari che vogliono propiziare protezione, rispetto, fertilità e ogni buon auspicio per la vita della famiglia. Il risultato è un oggetto denso di sensi e tradizione, naturale nell’accezione più pura del termine e dall’estetica straordinariamente vicina al gusto contemporaneo anche per chi, per la prima volta, si avvicina a questo mondo di artigianato.  Beni Rugs è una piattaforma on line che ha come protagonisti proprio i tappeti in lana della tradizione berbera. Il colpo di fulmine risale al 2012 quando Robert Wright e Tiberio Lobo-Navia, durante un viaggio in Marocco, s’innamorarono di questi pregiatissimi oggetti artigianali e ne portarono alcuni negli Stati Uniti.  Di lì, i continui commenti entusiasti e la fascinazione di chiunque li vedesse per la tradizione e la bellezza di quegli oggetti li hanno convinti a creare un ponte diretto fra chi desidera acquistare un tappeto e gli artigiani berberi, con la possibilità di scegliere la misura e il (fra le collezioni esistenti oppure suggerendo un proprio pattern).  Il processo di realizzazione è lo stesso da migliaia di anni. Durante l’estate, le pecore vengono tosate per ricavarne la lana indispensabile a produrre i tappeti. I fasci di lana vengono portati al fiume Oum Er-Rbia, dove vengono battuti, lavati e asciugati al sole. È quindi compito delle donne del villaggio filare la lana, che viene tinta naturalmente per creare i contrasti necessari a tessere i disegni. Inizia poi il processo di annodatura della lana per dare forma al tappeto: ogni donna lavora un tappeto dall’inizio alla fine, in un processo lento e curato che può richiedere anche un mese di lavoro. Il tappeto finito viene poi bagnato, lavato e asciugato al sole e all’aria dell’estate sull’Atlante.  Grazie a Beni Rugs, il mondo digitale contribuisce così a tramandare e diffondere il fascino di questa tradizione antica. 

[...]

Rintracciare le origini di un prodotto cosmetico e avere ben chiaro come viene prodotto non è cosa facile, ma Oway – contrazione di Organic Way – ha fatto della tracciabilità e della trasparenza due caratteristiche irrinunciabili, e anzi proprio quelle che ne definiscono l’identità. Tutto comincia a Bologna, o meglio sui colli bolognesi: è qui che Oway, creatura dello storico marchio di essenze naturali Rolland, ha la sua Ortofficina, un campo di oltre 50.000 metri quadrati per la coltivazione delle piante officinali dalle quali estrae gli oli e gli estratti vegetali a chilometro zeroutilizzati nei suoi prodotti. Le piante sono coltivate con il metodo biodinamico, un tipo di coltivazione che considera il terreno come organismo vivente e che ricerca la sintonia tra natura, suolo e uomo per ottenere frutti e piante sani, vitali e forti senza l’utilizzo di sostanze chimiche.  Abbiamo incontrato Luca Laganà, Amministratore Delegato di Rolland e membro della famiglia che ha fondato l’azienda nel secondo dopoguerra. SJ: Può raccontarci brevemente le origini di Oway?LL: L’evoluzione di Rolland verso Organic Way è cominciata intorno agli anni Novanta, con il passaggio all’agricoltura biologica prima e a quella biodinamica poi. Da più di 25 anni lavoriamo su formulazioni ricche di ingredienti biologici e viviamo i valori Organic Way nel quotidiano, “coltivando” un’idea di bellezza etica, ecologica e a basso impatto ambientale, rigeneratrice di valori positivi per le persone e per l'ambiente. Oggi creiamo cosmetici e prodotti di design riflettendo su ogni fase del loro ciclo di vita, fino al riutilizzo finale dei contenitori. Siamo stati la prima azienda del nostro settore ad eliminare completamente la plastica per i contenitori di tutti i prodotti Organic Way scegliendo solo vetro e alluminio, riciclabili al 100% e all’infinito.  SJ: La nostra impressione è che oggi lavera innovazione vada proprio nella direzione di un ritorno alla natura. È così anche nel settore cosmetico?LL: Considerando che la bellezza esteriore è influenzata anche da come ci sentiamo, dalla nostra salute fisica e psicologica e da quello che riceviamo dall'ambiente che ci circonda, è necessario mirare sempre all'equilibrio. Anche nella cosmesi: dobbiamo tornare alla natura più pura, agli oli essenziali, agli idrolati, agli estratti vegetali ricchi di proprietà nutritive e unirle ai principi attivi che la scienza ci fornisce, quelli più sicuri ed efficaci. E quando concepiamo il prodotto e il suo involucro, il suo packaging e la sua comunicazione dobbiamo capire come impattare meno possibile sull’ambiente, fino alla fine del suo ciclo di vita. In un certo senso è un ritorno a un passato più sano, ma con uno sguardo al futuro, con l’aiuto degli strumenti che ci forniscono la scienza e la ricercaSJ: Dunque il concept di Oway va ben oltre il prodotto: è una visione del mondo, uno stile di vita. LL: Noi lo chiamiamo Organic Way of life, ci piace l’idea di essere promotori di uno stile di vita sano e positivo. E sottolineo la parola “positivo”, partendo dal nostro clima aziendale, perché solo da un gruppo coeso, che vive in un ambiente piacevole, può svilupparsi tutto questo. A questo si aggiungono l’utilizzo in azienda delle energie rinnovabili e dell’auto elettrica, il riciclo dei materiali, gli arredi eco-sostenibili e le lezioni di yoga. Abbiamo attivato una collaborazione con aziende e cooperative sociali agricole locali, perordinare e ricevere direttamente in azienda settimanalmente frutta e verdura biologica, fresca e di stagione. Attraversocooperazioni con network internazionali di acquisto equo e solidale, con le nostre produzioni supportiamo lo sviluppo economico e sociale di comunità localiin paesi con difficoltà di accesso al mercato. Da piante preziose provenienti da Africa, Sudamerica, Indonesia, Indocina e Australia aborigena, otteniamo estratti e oli botanici perfetti per il trattamento della pelle e dei capelli. Inoltre,stiamo sostenendo il progetto Ocean Cleanup, l’incredibile impresa di Boyan Slat e del suo Team per la pulizia dei mari attraverso una piattaforma oceanica.  Come si traduce la Organic Way Of Life nella sua vita personale? LL: Dedico tempo alle attività che mi riconducono in una dimensione “slow”: al mattino faccio esercizi di respirazione, nel tempo libero pratico calligrafia cinese e alcune attività agricole in Ortofficina. Un vero toccasana per il corpo e la mente.    

[...]

Fin da quando ha aperto la sua prima boutique in Chiltern Street nel 2010, Trunk Clothiers ha portato il concetto di negozio di abbigliamento maschile a un nuovo livello, diventando un punto di riferimento non solo a Londra, ma nel mondo intero.E in efffetti Trunk non è affatto una boutique ordinaria, ma una sorta di “curatore” il cui punto di forza consiste nella selezione molto attenta e raffinata dei marchi in vendita, nell’offerta di un mix bilanciato di stili e, non da ultimo, nell’atmosfera accogliente e sofisticata dei suoi negozi, volutamente defilati rispetto alle grandi vie dello shopping. L’uomo dietro tutta questa impresa è Mats Klingberg, un ex professionista della finanza di origini svedesi con una passione sincera per la moda, lo stile e tutto ciò che è bello. Abbiamo parlato con lui per capire qualcosa in più del percorso che l’ha portato fino a Trunk e del nuovo negozio appena aperto a Zurigo. SJ: Come sei passato dalla finanza alla moda? Raccontaci un po’ del tuo amore per lo stile e di come è nato.MK: Dacché io mi ricordi, ho sempre amato le cose belle – edifici, interni, opere d’arte, panorami e, naturalmente, anche vestiti. Un’altra cosa che penso mi abbia influenzato parecchio, anche se all’epoca non me ne rendevo ovviamente conto, è stato vedere il mio nonno materno sempre vestito con grande gusto.Le mie prime passioni sono state le T-shirt e le polo. Ricordo che quando vivevo in Brasile – avevo solo dieci anni - possedevo moltissime magliette Ocean Pacific e polo Lacoste. Poi mi sono appassionato di maglieria e ancora oggi ho decisamente più maglioni di quanti me ne servano.Quando mi sono iscritto alla Business School in Svezia, molti degli amici che avevo conosciuto negli anni precedenti a Parigi studiavano moda a New York, così ho deciso di passare un semestre lì per studiare fashion merchandising management al FIT. Finiti gli studi ho lavorato per un po’ al Nordiska Kompaniet, il più grande department store di Stoccolma, poi per Giorgio Armani, prima di cominciare a occuparmi di servizi finanziari, marketing e comunicazione. A un certo punto mi sono ritrovato a Londra a lavorare per American Express nel global marketing, occupandomi di marchi di moda come Louis Vuitton, Giorgio Armani, Ermenegildo Zegna, Gucci, Prada, Burberry, Dunhill, Ralph Lauren e altri.Dopo cinque anni, ho deciso di provare ad aprire una mia attività. E sebbene a Londra non mancassero certo i negozi di abbigliamento maschile, avevo l’impressione che ci fosse posto per un genere di boutique più intima e piccola, lontana dalle grandi vie dello shopping, dove l’uomo che immaginavo come mio cliente potesse trovare un bel mix di abiti da diversi produttori nel mondo e di stili differenti dallo smart al casual, sentendosi a ben accolto e proprio agio. Trunk è nato da ispirazioni che ho raccolto in giro per il mondo, soprattutto in Giappone e in Italia. SJ: Che cosa distingue Trunk dagli altri negozi indipendenti di abbigliamento maschile a Londra?MK: A Londra ci sono diverse boutique indipendenti molto interessanti, ma ciò che credo (e spero) distingua Trunk è il livello della customer experience, unita all’atmosfera accogliente e alla selezione dei capi che spazia dal casual allo smart. Sono gli aspetti che, a mio avviso, scarseggiavano un po’ in città, e su cui dunque mi sono concentrato per dar vita a Trunk. SJ: Recentemente hai esportato Trunk a Hong Kong da Lane Crawford e anche a Zurigo. Puoi spiegarci come mai proprio queste due città?MK: Lane Crawford ha rappresentato il primo, timido passo fuori da Londra, ma l’aver aperto un secondo negozio indipendente a Zurigo è qualcosa di davvero entusiasmante. Molti anni fa ho studiato e vissuto in Svizzera, perciò aprire a Zurigo è un po’ come tornare a casa. È una città molto internazionale. Anche se è molto diversa da Londra, la mentalità non è poi così differente. SJ: Puoi raccontarci qualcosa del negozio di Zurigo e della zona della città che avete scelto come location?MK: Come con Marylebone a Londra, abbiamo optato per un quartiere più tranquillo, con una dimensione più residenziale che commerciale. Volevamo fare del nostro negozio una destinazione. Seefeld è proprio accanto al lago ed è sempre stata una delle mie zone preferite: ha tutto quello che serve per piacermi. SJ: Che apprezzi della città in generale?MK: Zurigo e Londra sono entrambe città molto internazionali, belle e dinamiche, soprattutto per quanto riguarda il tipo di persone che ci vivono e l’offerta in termini di ristoranti, negozi e altro. Molti pensano ancora a Zurigo come a una città piena di banche, ma la realtà non potrebbe essere più diversa. Il lago, per me è il cuore di tutto, e non mancano nemmeno zone in qualche modo paragonabili ai quartieri di Londra: Kreis 1 somiglia a Mayfair, Kreis 4 a Shoreditch e Kreis 8, dove abbiamo aperto il nostro negozio, a Marylebone, il quartiere in cui si trova Trunk a Londra.Le cose che apprezzo in particolare di Zurigo, oltre al lago, sono la facilità con cui puoi muoverti dentro e fuori dalla città, la vicinanza alla natura e gli ottimi ristoranti. Esiste un modo migliore per cominciare la giornata che andare a correre e farsi un tuffo nel lago? SJ: Trunk è stato una boccata d’aria fresca sulla scena londinese, e ha introdotto un concetto nuovo di negozio. Come credi che cambierà il mondo del retail negli anni a venire?MK: Il retail è in costante evoluzione. Se da una parte c’è da tempo uno sviluppo in direzione del digitale, dall’altra molti rivenditori online sono passati al negozio fisico. Credo perciò che, in futuro, assisteremo a un mix di negozio fisico e digitale. Per quanto riguarda Trunk, poiché il nostro obiettivo è quello di dar vita alla migliore customer experience possibile, l’interazione personale resterà un elemento essenziale. Mentre per le commodity l’ambiente digitale funziona perfettamente, credo che per costruire un rapporto solido con la clientela e vendere nuovi marchi e pezzi unici siano indispensabili l’interazione, lo spazio fisico, la possibilità di provare i capi e le relazioni interpersonali.Ciò non esclude che vedremo più assistenti digitali in negozio, intesi come interfacce dove raccogliere informazioni sui prodotti e magari sui capi presenti solo a magazzino e disponibili su ordine. Se ben progettati, questi strumenti s’integreranno perfettamente nel negozio e saranno tutt’uno con il resto dell’esperienza d’acquisto.  SJ: Raccontaci qualcosa di te: come definiresti il tuo stile?MK: Elegante con disinvoltura. Mi piace avere nel mio guardaroba capi di stili differenti, dal casual fino al moderatamente formale, e combinarli in modi diversi. SJ: Segui qualche regola in particolare nello scegliere e abbinare i capi?MK: Mi piace mantenere una certa essenzialità, per cui non associo mai troppi colori o fantasie differenti. Mi piacciono il blu, il grigio e il beige, e generalmente evito i pattern. SJ: Che cosa non dovrebbe mai mancare nel guardaroba di un uomo?MK: Una bella giacca blu. SJ: Qual è la tua idea di gentiluomo moderno?MK: Il gentiluomo moderno è una persona che sceglie di vivere secondo standard elevati sotto ogni aspetto dell’esistenza, e che si pone in modo estremamente rispettoso nei confronti di tutti. I CONSIGLI DI MATSA ZurigoShoppingTrunk al 90 di Dufourstrasse.Limited Stock nella Città Vecchia per acquistare oggetti bellissimi.Neumarkt 17 per chi ama l’arredamento. Mangiare & bereKronenhalle per i piatti classici, per la collezione di opera d’arte e per il bar proprio lì di fianco.Cantinetta Antinori per assaggiare un’ottima cucina italiana.Sprüngli in Paradeplatz per pranzo, colazione e per assaggiare l’ottimo cioccolato.Sternen Grill per le salsicce.Rimini Bar per sorseggiare un drink in riva al fiume.La Stanza per un ottimo caffè. BenessereBadi Utoquai per farsi un bagno rilassante in qualsiasi momento della giornata A LondraShoppingTrunk all’8 e al 34 di Chiltern Street.Daunt Books, la libreria preferita di Mats nel mondo.The New Craftsmen per acquistare fantastici oggetti tutti made in UK.Perfumer H per ordinare fragranze personalizzate al laboratorio interno.Another Country per l’arredamento. Mangiare & bereThe Chiltern Firehouse per un cocktail o un’ottima cena. Monocle Café per il caffè delizioso.Dinings per provare una cucina giapponese con una Marcia in più.Lurra per la carne alla griglia e per il pesce cucinato alla maniera basca.River Café per la cucina italiana.Granger & Co per colazione, pranzo o cena all’australiana. 

[...]

“Con l'architettura quel che creiamo per uso privato diviene struttura dello spazio pubblico”. Paolo Baratta, presidente della Biennale di Architettura, spiega così Freespace, il tema della 16° Mostra Internazionale di Architettura che si svolgerà a Venezia, fra i Giardini dell’Arsenale e le calli, dal 26 maggio al 25 novembre. Freespace è lo spazio pubblico generato da ogni opera architettonica di qualsiasi committenza: ogni pensiero e azione sullo spazio modificano proporzioni, luci, equilibri e interagiscono con lo sguardo di ciascuno. Per le curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara, fondatrici nel 1977 dello studio Grafton Architects di Dublino e già vincitrici del Leone d’Argento alla Biennale Architettura 2012, Freespace ha il compito di promuovere il desiderio di architettura come pensiero consapevole dello spazio, del ruolo di ogni elemento nella coreografia della vita quotidiana di ciascuno. Intorno al manifesto Freespace si raccoglieranno a Venezia 71 partecipanti da 63 Paesi che descriveranno la loro idea di spazio libero e liminale fra l’oggetto architettonico e ogni evento, individuo e sguardo che lo circonda. La varietà di provenienze degli studi e dei professionisti che si sono cimentati in questa ricerca porterà all’Arsenale una eccezionale molteplicità di punti di vista, rigenerando la cultura architettonica che nella pratica si alimenta. La seduta di cemento coperta di piastrelle ideata da Jørn Utzon e posta all’entrata del Can Lis a Maiorca rappresenta uno degli esempi che le curatrici portano per raccontare dell’apertura che l’oggetto architettonico può esprimere: è modellata sul corpo umano per offrire comfort e benessere e si trasforma in un’offerta di accoglienza. Analogo invito si legge nell’entrata del civico 24 di via Quadronno a Milano dove l’architetto Angelo Mangiarotti ha voluto un corridoio in leggera pendenza con una seduta sulla soglia che invita alla sosta. Lina Bo Bardi, per concludere, ha inserito un belvedere a disposizione della città nel progetto del museo di arte moderna di San Paolo, con un rovesciamento fra pubblico e privato simile a quello che si legge nelle sedute in pietra collocate sulla facciata di Palazzo Medici Riccardi a Firenze, capace di comunicare potere e apertura nello stesso tempo. La Biennale di Architettura declinerà Freespace con Meetings on Architecture, incontri a tema con i protagonisti dell’esposizione, e iniziative di divulgazione con l’obiettivo di sottolineare come l’aspetto didattico sia in perfetta consonanza con il focus sulla generosità, l’apertura e l’accoglienza che collegherà tutti i lavori selezionati ed esposti.  

[...]

A Osnago, fra Milano e le Alpi, c’è una casa con un giardino, un orto e delle galline. Ci abita Alberto Casiraghy insieme a PulcinoElefante, la casa editrice di piccoli libri d’arte da lui fondata per unire l’amore per la tipografia artigianale, le parole e gli esseri umani. L’essenza della tipografia è la macchina monotype Super Audax Nebiolo che campeggia nel cuore della casa e stampa con i caratteri Bodoni e i cliché in legno di bossolo intagliati da Adriano Porazzi. Oggetti d’arte e di cultura, i piccoli libri stampati da Alberto Casiraghy hanno tutti la stessa struttura: due fogli di pregiata carta hahnmuehle color avorio prodotta in Germania, piegati e cuciti a mano sul dorso per un totale di 8 pagine. Ogni libro è una casa per le parole che possono seguire liberamente il corso dei pensieri e diventare aforismi, poesia, piccole riflessioni fulminanti. Il nome PulcinoElefante viene da una filastrocca di Gianni Rodari, poeta italiano che, rivolgendosi ai bambini, è riuscito a usare la lingua con una libertà che non sempre accompagna anche gli adulti. Alberto Casiraghy rivendica questa libertà e la riversa tutta nei suoi piccoli libri d’artista, mettendola al servizio degli incontri quotidiani che dal 1982 portano in questa casa nella natura poeti, filosofi, artisti interessati a vedere cosa nasce nell’incontro: per citarne alcuni Maurizio Cattelan, Emilio Isgrò, Franco Loi, Fernanda Pivano e, soprattutto, Alda Merini, la poetessa dei Navigli, con la quale Alberto Casiraghy ha tessuto negli anni un lungo sodalizio umano e artistico. Da ognuno di questi incontri nascono aforismi, composizioni di figure, oggetti riprodotti in non più di 40 esemplari e con un prezzo politico intorno ai 20 euro: scelta forte di indipendenza e accessibilità, che vede i libri e gli oggetti d’arte come veicoli di energie e pensieri il cui senso è viaggiare per il mondo. Ad Alberto Casiraghy è stata dedicata una importante mostra monografica al Palazzo delle Stelline di Milano, coronamento di un percorso che lo ha visto diffondere la sua poetica, con il suo modo discreto e sorridente, nel mondo dell’arte contemporanea italiana attraverso frequenti esposizioni, in particolare presso la galleria d’arte milanese Gli Eroici Furori di Silvia Agliotti, gallerista, amica e musa. Nel 2016, il regista Silvio Soldini lo ha voluto come protagonista del documentario Il fiume ha sempre ragione insieme al pianista ticinese Josef Weiss, per raccontare la bellezza e l’onestà di un’idea di arte raffinata e profondamente umana.  

[...]

Achille Castiglioni nacque a Milano il 16 febbraio 1918. Figlio dello scultore Giannino Castiglioni e fratello di Livio e Pier Giacomo è stato il perno di una delle famiglie che hanno segnato l’estetica quotidiana del ‘900, immaginando nuove forme per oggetti di uso comune come lampade, poltrone, tavoli trasformati da quel momento in poi in opere d’arte da usare. La Fondazione Achille Castiglioni festeggia i 100 anni dalla nascita con mostre e iniziative che da Milano si irradiano nel mondo come fece il lavoro di Achille, presente con 14 oggetti, come la poltrona Sanluca, al MoMa di New York, ospitato e invitato nel corso della sua lunga carriera nei centri nevralgici del nascente design, dagli USA a Tokyo. Fino al 30 aprile la sede milanese della Fondazione ospita la mostra 100x100 che raccoglie 100 oggetti selezionati da altrettanti designer in tutto il mondo e accompagnati ciascuno da un biglietto di auguri: un pensiero per celebrare l’attenzione di Castiglioni nel rendere eccezionale l’ordinario, una sorta di museo dell’oggetto anonimo di cui l’occhio attento esalta l’intelligenza progettuale. Dal 25 maggio al 21 dicembre il M.A.X. Museum di Chiasso ospiterà una monografica e l’anno si concluderà in Triennale, di nuovo a Milano, con la retrospettiva curata da Patricia Urquiola e Silvana Annicchiarico.   Designer e docente di Disegno Industriale a Milano e a Torino, Achille Castiglioni ha definito con il suo lavoro e il suo pensiero i contorni del design: scegliere un oggetto, studiarne la forma fino a svuotarlo e coglierne l’essenza, usare la fantasia e l’ingegno per trasfigurare la sua immagine senza perdere nulla della  funzione o sacrificarne la riproducibilità industriale. La poltrona Sanluca, disegnata nel 1960 per Dino Gavina, visionario proprietario della Gavina SpA di San Lazzaro di Savena, è un esempio fra i tanti possibili: il punto di partenza è la poltrona settecentesca, rotonda e morbida, il risultato è una linea sottile che accompagna la schiena e fende l’aria, versione minimale della progenitrice eppure altrettanto comoda e funzionale. Toio, la celebre lampada a stelo disegnata per Flos, è un altro esempio. Gli ingredienti che rendono utile l’oggetto ci sono tutti: luce, stelo, base portante. Queste funzioni vengono però, una a una, sostituite da altri elementi: la luce è un faro d’automobile, il filo è un filo da pesca, la base è un trasformatore. Per Flos Castiglioni progettò nel 1962 anche Arco, la prima lampada a sospensione non a soffitto, punto nodale nello sviluppo del design applicato all’illuminazione di interni. Achille Castiglioni ha lavorato negli anni con le più importanti realtà del design internazionale, da Cassina a Knoll, passando per Kartell e Zanotta, solo per citarne alcune. Fra i fondatori dell’ADI, Associazione Disegno Industriale, ha vinto 9 Compassi d’Oro, l’importante premio annuale assegnato al miglior progetto di design. Oltre alla straordinaria sequenza di oggetti per i quali non è banale utilizzare il termine “icona”, Achille Castiglioni ha lasciato in eredità un modo di intendere il design improntato alla ricerca, alla curiosità sincera condita con una dose di ironia, suggerendo di partire sempre daccapo per non dare all’esperienza l’occasione di trovare scorciatoie.  

[...]

L’Arsenic Green è un pigmento che genera un colore verde molto forte, sviluppato intorno al 1770 e usato fino all’Ottocento nella produzione di carte da parati, con lo spiacevole inconveniente di generare gas tossici in caso di muffa. Le "Chinese" e "Indian wallpaper" non sono altro che le produzioni di carte realizzate in Cina e India dopo il '700 a uso esclusivo del mercato estero. Anaglypta è il nome che indica ancora oggi le carte da parati a rilievo prodotte, in origine, da due rulli dalle scanalature speculari. Sono solo alcune delle tante e affascinanti curiosità tramandate dalla Wallpaper History Society, l'istituzione no-profit inglese nata nel 1986 per custodire, valorizzare e diffondere la conoscenza del ruolo culturale e storico di questa forma di decorazione, che prende piede in Europa a partire dal XIII secolo e affonda le sue radici nell’antica arte della carta. E sono radici davvero profonde, che arrivano fino alla Cina del II secolo a.C., dove l’arte di decorare con la carta divenne nel tempo un'indiscussa forma d’arte. In Europa, il primo documento pubblico su carta di cui si ha traccia fu prodotto in Sicilia nel 1190, mentre ancora oggi sono visitabili le cartiere di Fabriano, nella regione italiana delle Marche, attive dal XIII secolo. Ma la storia della carta da parati si fonde anche con le storie e i disegni che raffigura e diventa segno del suo tempo, dell'estetica di un tempo e del contesto sociale ed economico in cui nasce - in questo senso, è un'arte a tutti gli effetti. The Wallpaper History Society promuove proprio questo approccio, attraverso studi sulla conservazione delle carte da parati più antiche e sulla creatività dei designer contemporanei, borse di studio, eventi, una ricca pubblicazione triennale, newsletter e appuntamenti. L’obiettivo è mettere a disposizione di studiosi e appassionati un forum e un luogo d'incontro, promuovendo la conoscenza e sensibilizzando sulla necessità di custodire i tesori del passato. La manutenzione è uno dei punti fondamentali perché, con la diffusione sempre più popolare di questa forma decorativa a partire dalla metà dell’Ottocento, la qualità dei materiali si è abbassata, esponendo la carta dell’epoca a un deterioramento molto forte. In perfetto equilibrio fra la nostalgia romantica di un passato non troppo remoto e il gusto contemporaneo di mischiare pattern, stampe e decori di ogni epoca e latitudine, la Wallpaper History Society è qui per ricordarci che ogni vecchio rotolo di carta da parati racconta una storia, e che per questo vale la pena di conservarlo con la massima cura.  

[...]

C’era una volta un'app che si chiamava Great Little Place e riuniva gli indirizzi di locali, ristoranti, bar e luoghi speciali e fuori mano raccolti grazie alle segnalazioni di insider da tutto il mondo. Tutto nasceva dal desiderio di condividere la bellezza del proprio territorio facendo conoscere i propri luoghi del cuore. A un certo punto, gli ideatori di Great Little Place hanno capito che quella parte del loro progetto era diventata autonoma e poteva proseguire da sola e hanno spostato l’attenzione dallo spazio e i luoghi da visitare al tempo: come ricordarli? Così è nata Great Little Prints, una collezione di stampe che riproducono mappe di città simbolo quali New York, Parigi e Londra. L’idea è che chi ha amato un luogo possa portare a casa un ricordo tangibile di quell’esperienza, capace di rievocarne la bellezza anche nel modo in cui è realizzato. Le stampe di Great Little Prints nascono dal lavoro di illustratori provenienti da tutto il mondo e sono realizzate su carte selezionate per rendere al meglio tratto e colore. I soggetti si dividono in mappe tipografiche realizzate con la tecnica del word cloud e dettagli di edifici iconici che identificano nel loro profilo l’anima di una metropoli. Le mappe concettuali uniscono grafica e linguaggio usando le parole per comporre forme e disegni. Le parole scelte descrivono i luoghi di cui definiscono il profilo e l’immagine, svelando lo spirito di ogni quartiere con mix grafici e facendone vivere l’atmosfera con efficacia rara. La bellezza dei luoghi si fa arte grafica e arriva sulle pareti di casa e, nell’idea dei creatori di Great Little Prints, fa sì che la casa diventi davvero tale portando su di sé emozioni, colori, ricordi.  

[...]

Il giardinaggio da interni è una risorsa davvero interessante per chi vive in città, soprattutto per chi non dispone di un giardino o di un grande terrazzo: oltre a ripulire l’aria degli spazi in cui viviamo, le piante possono trasformarsi in meravigliosi elementi d’arredo, senza contare che nessuno ci vieta di coltivare insalata e verdure in casa, per avere la nostra piccola scorta fresca e biologica durante tutto l’anno. Che si decida di optare per la classica coltivazione in vaso o per metodi più innovativi come l’idroponica – vale a dire un tipo d’idrocoltura che consiste nel coltivare le piante fuori dal suolo, o in un ambiente acquatico – ci sono moltissime possibilità diverse per progettare e realizzare il vostro giardino o orticello da interno fai-da-te, a patto che prima teniate conto di una serie di elementi essenziali A cominciare dalla luce: alcuni tipi di piante hanno bisogno di molte ore di luce, e questo può diventare un problema durante l’inverno, anche se casa vostra è luminosa e avete posizionato il giardino accanto alla finestra, semplicemente perché le giornate sono particolarmente corte. Perciò, fate in modo di scegliere piante che non necessitano di troppa luce, oppure procuratevi un po’ di luci artificiali adatte alle piante che state coltivando. Se lo spazio non è generalmente un problema – con un po’ di creatività si può creare un mini-giardino anche in spazi molto angusti – lo stesso non si può dire per la temperatura e il tasso di umidità: l’ideale sarebbe mantenere in casa una temperatura compresa fra i 18 e i 13 gradi, e fare in modo che l’aria non sia troppo secca, specie d’inverno quando si accendono i riscaldamenti. Una volta verificati questi prerequisiti, sarete pronti per cominciare a progettare il vostro piccolo spazio verde da interni. Ecco qualche idea per darvi un po’ d’ispirazione. Fantasia di spezie e odori in vasoPer un delizioso orticello da realizzare rigorosamente con materiali di riciclo, procuratevi dei grossi barattoli di vetro e qualche asse in legno di risulta. Riempite i barattoli di terra, piantate i vostri odori preferiti e poi appendete i vasi assicurandoli con fascette di metallo avvitate sulle assi di legno precedentemente fissate al muro. Idealmente, il giardino delle spezie dovrebbe trovarsi in cucina, in modo da avere tutti i vostri odori preferiti freschi e a portata di mano durante tutto l’anno. Ma ovunque decidiate di piazzarlo non mancherà di profumare la casa. L’orto idroponico verticaleOltre a essere l’opzione più razionale per coltivare in casa, l’idroponica ha diversi vantaggi, per primo il fatto di richiedere circa il 10% dell’acqua generalmente utilizzata per coltivare in terra. Ma costruire un piccolo orticello verticale da insalata per interni non è affatto banale: oltre alla creatività, servono una buona manualità e diversi materiali tecnici, fra i quali serbatoi e una pompa esterna per contenere, distribuire e riciclare l’acqua e molto altro. In alternativa, esistono in commercio molti kit e giardini già pronti, alcuni dei quali sono progettati da architetti e davvero incantevoli. Il giardino di palletIl giardino di pallet è geniale, tanto da essersi già trasformato in un classico. Facile da realizzare ma non per questo meno gradevole e interessante, richiede soltanto una piccola impresa: trovare un pallet in buone condizioni. Una volta individuato il pallet, dovrete semplicemente ricoprire il retro, i lati e il fondo con un telo per pacciamatura, fissandolo con una graffatrice e facendo bene attenzione a rinforzare tutte le parti da cui la terra potrebbe uscire. A questo punto, potrete riempirlo di terra e sistemare circa sei piantine per ogni apertura, e infine appendere il vostro piccolo giardino verticale. Piante da libreria Chi l’ha ha detto che le librerie non possono trasformarsi in giardini? L’idea di utilizzare gli scaffali di una libreria come supporto per le piante è semplice quanto efficace: se lo farete nel modo giusto, potreste addirittura creare dal nulla il pezzo forte di un ambiente, come ad esempio il salotto. Una bella libreria è già un ottimo punto di partenza, insieme a una selezione di piante ben bilanciata e a dei bei vasi di ceramica, magari opachi e in una palette di colori delicata. Se ve la cavate con il restauro, potreste partire da una vecchia libreria, aggiungendo una mano fresca di colore e magari rimuovendo l’eventuale fondo per fare più spazio alle piante. Per un risultato minimalista ed  elegante, e per far risaltare al massimo foglie e fiori, valutate di scegliere una libreria bianca su parete bianca. 

[...]

La bellezza del terrarium, un giardino in miniatura coltivato fra pareti di vetro, sta tutta nelle sue dimensioni contenute: è incredibile come anche un piccolo contenitore possa fare spazio a tanta vita, a un vero e proprio ecosistema perfettamente funzionante. Elemento d'arredo, campo di sperimentazione botanica e piccolo condensato di storia allo stesso tempo, il terrarium è ideale per coltivare in casa e in città, e le sue origini si fanno risalire all'Inghilterra vittoriana, e in particolare a un uomo di nome Nathaniel Bagshaw Ward - da cui il nome di "wardian case", con cui il terrarium era noto all'epoca. E sebbene il terrarium Vittoriano, spesso caratterizzato da teche in vetro e ghisa o ferro battuto con sontuose decorazioni, fosse molto diverso da quelli contemporanei, decisamente più minimalisti ed essenziali, a Londra si continua a coltivare sotto vetro, come dimostra la recente apertura di London Terrariums, un bellissimo spazio nel sud-est di Londra tutto dedicato a questi oggetti dall'anima squisitamente British, dove oltre ad acquistarli si può imparare a costruirli. Tutto è cominciato da una serie di esperimenti fai-da-te, realizzati dalla fondatrice e proprietaria Emma Sibley a partire da elementi semplici e tipicamente "urbani" come sassolini presi dalla strada, muschio dal tetto, rametti di piante da appartamento e piccoli oggetti quotidiani come tappi di sughero. Poi, la passione si è trasformata in oggetti da regalare ad amici e parenti, e infine destinati ad allestimenti e alla vendita. Oggi, in questo negozio che è anche un laboratorio permanente, imparare a costruire un terrarium non significa semplicemente costruire un oggetto esteticamente gradevole, ma fare un piccolo viaggio nella storia del giardinaggio inglese da interni dall'Ottocento a oggi, esplorare la grande varietà di piante e muschi a disposizione e capire come funziona un piccolo ecosistema capace di creare il proprio ciclo dell'acqua.Se siete curiosi di sapere qualcosa in più sui corsi, qui trovate il calendario completo. 

[...]

Somiglia a un formichiere, si appallottola come un armadillo ed è ricoperto di squame dalla testa ai piedi come una pigna. Come il formichiere ha il muso appuntito e la lingua più lunga del suo intero corpo, e artigli appuntiti che usa per appendersi agli alberi come un bradipo. Se è la prima volta che sentite parlare di questa bizzarra creatura, sappiate che siete in buona compagnia. Il Principe William ha dichiarato di recente che “il pangolino rischia di estinguersi prima ancora che la maggior parte della gente ne abbia mai sentito parlare”. Ma che cosa fa e come vive questa creatura?Di giorno resta nascosta, mentre la notte esce per nutrirsi, consumando approssimativamente 70 milioni di formiche (e termiti) ogni anno. Fra i suoi predatori ci sono la tigre, la iena e il pitone, ma le sue squame di cheratina sono così dure e la sua capacità di arrotolarsi stretto stretto così efficace che nemmeno una tigre può infrangere la sua corazza protettivaCome mai, allora, questo innocuo mangiatore notturno d’insetti rischia l’estinzione? Perché è vittima di un giro di traffico illegale organizzato del valore di miliardi di dollari, visto però con troppa clemenza dalle autorità locali e dunque punito con multe troppo basse. Il risultato è che dei quasi 100 casi di traffico di pangolini avvenuti a Hong Kong fra il  2010 e il 2015 soltanto 9 sono stati puniti. Nel solo 2013, 6 tonnellate di pangolini vivi e una tonnellata di squame sono stati confiscati in Vietnam, e la richiesta di queste schive creature è così alta che, sebbene il loro commercio internazionale sia stato proibito nell’ottobre del 2016, nel dicembre dello stesso anno altre tre tonnellate di squame sono state confiscate a Shanghai. In Asia la domanda di pangolini è così alta che i bracconieri li esportano dall’Africa, mettendone in pericolo ogni specie. Perché c’è tutta questa richiesta di pangolini?Secondo la medicina tradizionale cinese le squame di pangolino avrebbero delle (mai scientificamente dimostrate) proprietà curative, in particolare servirebbero a migliorare l’allattamento e la circolazione del sangue e a curare problemi dermatologici e addirittura il cancro. In Vietnam la loro carne è considerata una lecornia: se la si ordina, il pangolino viene portato al tavolo vivo e gli viene recisa la gola sotto gli occhi dei commensali per dimostrarne la freschezza. Considerato che un chilo di pangolino al ristorante si può pagare oltre 300 dollari e un chilo di squame si vende per migliaia di dollari al mercato nero, minore è la disponibilità di animali maggiore diventa la domanda, perché consumarlo è una sorta di status symbol, un modo per ostentare la propria ricchezza. Eppure, tutto tace.In realtà non si sa molto, dei pangolini. Sono così sfuggenti che non abbiamo nemmeno idea di quanto a lungo vivano. In cattività non sopravvivono perché lo stress ne causa la morte, e in natura li si vede di rado. Quello che sappiamo è che le femmine fanno soltanto un piccolo all’anno, e che lo trasportano adorabilmente sulla coda.  Poiché non si conosce molto nemmeno dell’accoppiamento, è quasi impossibile pensare di allevare i pangolini in cattività, e non ne vedrete mai uno allo zoo. Secondo le stime di alcune organizzazioni i pangolini rappresentano il 20% del mercato nero di animali selvatici, e allora perché nessuno ne parla? Forse perché i pangolini non sono carini come i panda. Non esiste tutta una letteratura su di loro, non esistono personaggi immaginari che li umanizzano e li rendono più teneri e amabili. La sola vera minaccia concreta nei loro confronti, anzi, sono proprio gli umani, e purtroppo non c’è nulla che chiunque di noi posa fare se non sostenere la causa o informare amici e conoscenti dell’esistenza di questo animale e delle difficoltà che affronta. Sir David Attenborough, divulgatore scientifico e naturalista inglese, ha detto che il pangolino è “uno degli animali più adorabili che abbia mai incontrato”, e di certo ne ha incontrati tanti. Chissà che la Disney non se ne renda conto e non decida di dedicare un film all’adorabile pangolino.  

[...]

Secondo gli studi più recenti, ogni giorno passiamo più di quattro ore in compagnia del nostro smartphone: oltre un giorno intero ogni settimana. L’attività con la quale ci intratteniamo maggiormente è l’utilizzo dei social media, e in particolare la condivisione istantanea di contenuti pubblici e privati. Ma quali rischi si nascondono dietro ai continui log in, alle registrazioni, alla cessione di dati e documenti personali a servizi privati? Sono alcune delle questioni che si sono posti Pietro Calorio e Pietro Jarre, rispettivamente fondatori di Sloweb e eMemory, due realtà che si prefiggono di tutelare gli utenti senza diffondere allarmismi, ma promuovendo invece l’uso responsabile degli strumenti informatici, del web e delle applicazioni Internet. Come? Attraverso una consistente attività di informazione, educazione e lotta agli usi impropri del web e la fornitura di servizi più etici e rispettosi della privacy e del tempo di chi li utilizza. Abbiamo fatto con loro una lunga e interessante chiacchierata. SJ: La tutela della privacy è una delle principali problematiche legate all’uso del web e in particolare dei social network. Come si pone Sloweb nei confronti di questo tema, e quali soluzioni propone?Pietro Calorio: Per diffondere usi della rete rispettosi dei diritti, della libertà e delle dignità dell’individuo, Sloweb organizza e promuove corsi, convegni e pubblicazioni utili a fornire alle persone strumenti per comprendere ciò che accade ai dati e ai contenuti immessi nel web e sui social network. Combatte per la privacy, credendo nel fatto che gli unici veri custodi della nostra privacy siamo noi stessi.Vorremmo andare alla radice della questione incoraggiando le persone a ridurre, proteggere, selezionare e cancellare i propri dati personali, e gestire la propria eredità digitale. Incoraggiamo inoltre comportamenti volti a non moltiplicare, sprecare, ed “espropriare” l’individuo dei dati personali. L’obiettivo è quello di una gestione ecologica dei dati digitali. SJ: Che cosa s'intende per "gestione ecologica dei dati digitali"? Pietro Jarre: L’idea è quella di ridurre l’uso consumistico dei dati digitali verso cui ci sta portando un utilizzo irresponsabile della tecnologia digitale. Il problema, come sempre, non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo – o meglio che siamo indotti a farne dai modelli di business dell’industria dominante.Servirsi di strumenti digitali è diventata ormai una sorta di coercizione: è inconcepibile non possedere e non portare sempre con sé uno smartphone, e quasi disdicevole non saper smanettare su Internet. Allo stesso modo, la massiva diffusione dei social network ha reso la condivisione compulsiva, e addirittura più importante del contenuto che si condivide: nel momento in cui veniamo a contatto con un dato – buono o cattivo che sia – non lo analizziamo, approfondiamo, selezioniamo, ma pensiamo prima a condividerlo. Così facendo, consumiamo il nostro tempo e, in un certo senso, ne “rubiamo” agli altri: l’esperienza digitale finisce dunque per occupare ogni nostro momento, persino le attese e i tempi morti.  SJ: Quali sono le ricadute negative di questo fenomeno?Pietro Jarre: Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: agli strumenti digitali deleghiamo la memoria. Non soltanto quella dei numeri di telefono, ma anche quella dei nostri ricordi personali - immagini, impressioni, sensazioni, appunti e opinioni -  spesso istantaneamente condivisi sui social network con la conseguente perdita dell’intimità e della privacy. Così facendo, non ci concediamo più nemmeno il “tempo del racconto”, quello che ci permette di rielaborare dati e accadimenti e di trovare il modo migliore per condividerli con qualcuno.Lo stesso modello che ci spinge a fare tutto in fretta per indurci a comprare, consumare e accettare, finisce per essere applicato alle nostre vite. Dobbiamo invece riappropriarci del diritto a una mente lenta e riflessiva, che sfrutta una tecnologia veloce anziché esserne sfruttata.Riconquistare il nostro tempo è la vera sfida che il futuro ci pone, e la nostra risposta è nello stimolo alla discussione, nella creazione di uno spazio di riflessione e di un movimento di opinione e di azione.La pratica dell’uso ecologico dei dati porta alla riduzione della massa di dati sterili, all’emergere dei dati fertili, a un miglior uso del nostro tempo e dello spazio digitale.  SJ: Come si traduce tutto ciò in termini pratici?Pietro C:  Sloweb riunisce individui, aziende, professionisti ed organizzazioni che aiutano in concreto l’utente svolgendo iniziative quali corsi di educazione all’uso consapevole del web e di sicurezza informatica, servizi per valorizzare il patrimonio digitale delle persone e delle organizzazioni, soluzioni per migliorare l’accessibilità a Internet, promuovere la chiarezza del contratto di servizio e di trattamento dei dati, la lotta all’uso compulsivo degli strumenti digitali e i comportamenti responsabili e partecipativi nell’utilizzo della rete e nello sviluppo e tutela del software.A breve, ad esempio, partirà presso Escamotages un corso di educazione digitale rivolto a genitori ed educatori che vogliono conoscere approfonditamente le logiche del web e aiutare i nativi digitali a non cadere nelle sue possibili trappole.Naturalmente, i fornitori di servizi digitali che aderiscono a Sloweb si impegnano a rispettare gli stessi principi di tutela dei dati personali degli utenti e massima chiarezza delle condizioni d’uso del servizio stesso. SJ: Resta il fatto che gli strumenti digitali, se utilizzati in modo appropriato, possono essere anche una grande risorsa per conservare la memoria.Pietro J: Certamente, ed è proprio sulla base di questa considerazione che ho creato la piattaforma eMemory, dedicata alla protezione e valorizzazione di ricordi, emozioni, storie personali e collettive. Volevo offrire agli utenti una user experience diversa, in un ambiente più calmo e protetto, un luogo sicuro per costruire e custodire i ricordi della propria vita, della propria famiglia e del proprio lavoro.  SJ: Può raccontarci meglio come funziona?Pietro J: eMemory consente di raccogliere, selezionare e ordinare documenti e dati, di trasformarli in storie da condividere e tramandare o anche solo da conservare. SJ: Dunque la condivisione non è necessariamente un male.Pietro J: Non se nasce da un ragionamento, da un processo meditato. Ogni riga del codice core di eMemory è stata scritta cercando di non spingere l’utente ad avere fretta, di non creargli ansie da competizione. Ciascuna funzionalità lo spinge a fare cose importanti a lungo termine, non incontinenze, eruttazioni moleste. Alcune funzionalità tipiche dei social network sono incluse in eMemory, ma non ne costituiscono la ragione di esistenza. Non è uno strumento per socializzare; è uno strumento con cui si può anche socializzare. Lo stesso invito alla riflessione vale per lo storage: in soffitta puoi metterci tutto quello che possiedi, ma eMemory ti invita all’essenzialità, alla selezione, a quella pulizia mentale che sta alla base di un racconto efficace. E il vantaggio per l’utente è proprio la possibilità di raccontarsi, tante volte e ogni volta in modo diverso, scoprendo la propria ricchezza e complessità. SJ: Quali sono gli aspetti legati alla privacy sui quali avete lavorato per rendere eMemory un servizio più etico?Pietro J: Le volontà di ognuno sono chiare e espresse: il massimo dell’eticità. La proprietà dei contenuti è assoluta, solo nelle mani dell’utente. Il tutto è molto chiaro nelle condizioni espresse nei Terms & Conditions, a cui abbiamo lavorato tantissimo con Pietro Calorio per farne un modello per le aziende Sloweb. Abbiamo persino inventato un gioco – test per l’utente, che può verificare se ha capito davvero che cosa ha sottoscritto. Infine, la proprietà della piattaforma è diffusa, una condizione necessaria, ma non sufficiente, di indipendenza e trasparenza per offrire una base solida in un mondo molto liquido. Per il momento abbiamo 30 soci, ma aspiriamo a 30.000.  

[...]

I nostri oceani ci sono ancora ampiamente sconosciuti – ne abbiamo esplorato meno del 5%. Ma ci sono almeno un paio di cose che sappiamo molto bene: giocano un ruolo fondamentale per la vita così come la conosciamo, e non sono una risorsa infinita. Gli oceani sono importantissimi per il controllo del clima, per l’andamento metereologico e per assorbire CO2. Oltre a fornire al pianeta la metà dell’ossigeno, hanno un valore economico inestimabile (basti pensare alle professioni, al turismo, al cibo, ai medicinali ricavati da risorse marine eccetera...). Rinnegare l’importanza di questo problema sarebbe come sostenere che le mucche non muggiscono e l’erba non è verde. Che cosa sta succedendo?Attualmente ci sono oltre 400 “zone morte” (aree dove i livelli di ossigeno sono così bassi da non poter sostenere la vita). Occasionalmente, questo può succedere naturalmente, ma le più ampie fra le zone morte sono state identificate in corrispondenza di acque contaminate da sostanze chimiche utilizzate dalle industrie agricole.A questo problema se ne aggiunge un altro: negli oceani c’è così tanta plastica che ne sono stati trovati frammenti anche nell’Artico, a meno di 1.600 chilometri dal Polo Nord. Questo tipo d’inquinamento influisce sull’intera catena alimentare, poiché la plastica assorbe le tossine, ed è davvero ovunque, persino nel pesce di cui ci nutriamo. Considerato quanti paesi nel mondo basano la propria dieta sul pesce, dovremmo essere seriamente preoccupati.E non è soltanto la spazzatura che sta distruggendo i nostri oceani: l’incremento delle emissioni di CO2 sta acidificando le acque, e questo avrà un effetto domino sulla vita marina. Ocean Cleanup: schierare barriere contro le microplasticheC’è un’azienda che si sta impegnando per ripulire gli oceani, e in particolare quell’enorme isola di plastica nel Pacifico nota come The Great Pacific Garbage Patch, un’area estremamente saturata dalle microplastiche. Si chiama The Ocean Cleanup e si è posta l’obiettivo di ripulire il 50% della Great Pacific Garbage Patch in 5 anni. Fondato dal ventitreenne Boyan Slat, questo progetto intende utilizzare barriere galleggianti a impatto zero per filtrare i detriti trasportati dalle correnti. Una volta che la plastica sarà intrappolata nelle barriere, potrà essere riciclata per creare altri prodotti che l’azienda setssa venderà, rendendosi così autosufficiente. L’unico neo? Ci sono 5 isole di rifiuti negli oceani, faremo in tempo a ripulirle tutte prima che sia troppo tardi? I super coralli come difensori degli oceaniDiversi scienziati, fra i quali Ruth Gates alle Hawaii e Verena Schoepf in Australia, stanno lavorando sull’idea dei “super coralli”. Le barriere coralline sostengono il 25% di tutta la vita marina. Il 25% potrebbe sembrare una percentuale un po’ bassa, ma se si pensa che un miliardo di persone dipende dal pesce come principale fonte di approvvigionamento proteico, ci si rende immediatamente conto che le barriere coralline sono fondamentali.Negli ultimi due anni sono stati tre grandi fenomeni di “sbiancamento” dei coralli, sintomo della mancanza di nutrimento per questi organismi, dovuti all’incremento delle temperature dei mari, causato a sua volta dalla crescita delle emissioni di CO2 assorbite dagli oceani. Tuttavia, gli scienziati stanno cercando una soluzione al problema proprio a partire dai coralli sopravvissuti, i cui geni sono apparentemente più forti. L’idea è quella di sperimentare su questi coralli “tenaci” sottoponendoli a temperature dell’acqua differenti e facendoli crescere insieme. Sostanzialmente, gli scienziati stanno cercando di accelerare l’evoluzione per cercare di salvare e far ricrescere i coralli sopravvissuti. Sebbene sia ancora nel suo stadio iniziale,  il progetto sicuramente guarda al futuro; d'altro canto, quella che potrebbe essere comparata a una sorta di modificazione genetica non è certo una cura miracolosa. Le barriere coralline sono di per sé ecosistemi efficienti poiché tutto viene "riciclato" grazie al rapporto simbiotico con la vita che da esse dipende. Per quanto possa sembrare difficile, dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere ciò da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza.  

[...]

Diviso fra Malesia, Indonesia e Brunei e circondato dal Mar Cinese Meridionale, il Borneo è la terza più grande isola del mondo e la più grande di tutta l’Asia, ma soprattutto un grande polmone verde grazie alla sua foresta pluviale, che ha circa 140 milioni di anni e vanta una biodiversità senza eguali.  Eppure, nonostante tutto ciò suggerisca chiaramente quale risorsa inestimabile esso rappresenti per l’intero pianeta, la distruzione della foresta del Borneo è a lungo passata inosservata, e addirittura ignorata dai più. Ma non certo dagli abitanti del Borneo malese, che da molti anni combattono per difendere le foreste, il proprio sostentamento e anche il rispetto dei diritti umani. Le comunità indigene del Sarawak fronteggiano da tempo l’industria del legno che minaccia di togliere loro la terra, l’espansione indiscriminata della coltivazione di palme da olio e le grandi dighe, le miniere e la bracconeria che devastano la loro terra. A fine anni Ottanta, il Sarawak finì sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo per aver opposto resistenza all’industria del legno, colpevole di aver usurpato illegalmente il suo territorio. Gli osservatori internazionali furono testimoni di episodi gravissimi come arresti di massa e l’utilizzo di gas tossici contro i manifestanti. Fra questi c’era anche Joe Lamb, scrittore e attivista di Berkeley, che raggiunse via fiume il villaggio di Uma Bawang per proporre un gemellaggio con Berkeley. Era il primo passo verso un processo che avrebbe dato vita a The Borneo Project, un’organizzazione nata per supportare e portare all’attenzione internazionale le battaglie delle comunità locali, con la convinzione che proteggere la foresta pluviale sia un dovere morale e un atto dovuto per il futuro dell’umanità stessa. Fin dalla sua fondazione, il progetto ha formato decine di attivisti indigeni in materia di mappatura comunitaria del territorio, consentendo alle comunità locali di identificare aree di rivendicazione dei diritti ancestrali sulle terre e di vincere cause legali e negoziazioni. “Al di là della devastazione ambientale”, ci ha spiegato Fiona McAlpine, Communications and Media Manager di The Borneo Project, “la perdita del territorio porta con sé la perdita di un’intera cultura per chi in quel territorio ha sempre vissuto, proteggendo e dipendendo da queste foreste per millenni. Purtroppo, in questi dibattiti si dimentica spesso l’aspetto umano, ed è proprio per questa ragione che combattiamo per amplificare le voci degli indigeni”. Per mettere insieme le risorse necessarie a lanciare le sue campagne internazionali a partire dai villaggi, The Borneo Project mobilita e coinvolge diverse organizzazioni e soggetti nella Bay Area – da diverse figure accademiche dell’università di Berkeley a ex-membri dei Peace Corps che hanno stazionato in Sarawak, fino a esperti di questioni legali legate al cambiamento climatico. “A livello pratico”, continua Fiona, “ascoltiamo con attenzione quelle che sono le necessità locali tenendo aperti tutti i canali di comunicazione e dando voce ai movimenti di base anziché parlare per conto di altri. Diamo l’opportunità ai leader indigeni di partecipare agli incontri internazionali e di stringere alleanze con altri leader di movimenti locali nel mondo”.  Una delle battaglie di maggior successo alla cui vittoria The Borneo Project ha contribuito è stata quella contro la diga di Baram, nel 2016, risultato di una lunga campagna che ha coinvolto diversi movimenti locali. Vista l’esperienza delle due precedenti dighe, che avevano costretto diverse comunità a spostarsi con drammatiche conseguenze a livello sociale e ambientale, la misura era decisamente colma: grazie a una serie di picchetti e di blocchi strategicamente diffusi e ricostruiti non appena venivano rimossi, la popolazione ha resistito fino al ripristino a quando finalmente i progetti per la costruzione della diga sono saltati e il loro diritto al territorio ripristinato.  

[...]

SJ: Mobili, tessuti, carta da parati, tappezzeria e sculture: il suo è un talento decisamente multiforme. Ma gli esordi sono pur sempre da studente di arte e design: quali sono i suoi pittori e architetti preferiti? AH: La lista è lunga, lunghissima. Ci sono i grandi eroi del Rinascimento, Francesco di Giorgio Martini, Mantegna, Giulio Romano; poi gli architetti, in particolare Borromini, Vanbrugh, Robert Adam, Ledoux e Sir John Soane; e artisti come Blake, Füssli (il maestro della capigliatura erotica!) Sickert e Vuillard. Ne sono completamente ossessionato – e, devo confessarlo, sono molto più interessato a loro che agli artisti contemporanei, anche se non dovrei dirlo! SJ: Suo padre David è considerato uno dei più importanti interior designer della seconda metà del Novecento. Si è mai sentito sopraffatto da una così grande eredità? AH: Non esattamente sopraffatto, ma di certo la sua è stata sempre una presenza importante nella mia vita, forse soltanto un po’ meno da quando se n’è andato, 19 anni fa. Ho lavorato con lui per un breve periodo ma senza grandi soddisfazioni, e questo non ha migliorato le cose. Da bambino però che mi ha insegnato tanto – a guardare le cose con occhio critico e interessato, a studiare gli stili storici e le origini (nei musei e nelle collezioni d’arte, ma anche in relazione alle correnti architettoniche) e a disegnare. Ricordo distintamente i suoi tentativi d’insegnarmi la prospettiva su un yacht in Grecia, e come disegnare gli alberi in un campo in Inghilterra. Da quando è morto ho fatto di tutto per tenere alta la sua reputazione, e ho valorizzato la sua eredità attraverso le collezioni di carta da parati, stoffe e tappeti David Hicks by Ashley Hicks; allo stesso tempo, ho cercato con determinazione di creare interni e prodotti con il mio stile personale, molto diverso dal suo. A me piace creare ambienti complessi, rilassanti e confortevoli che suggeriscano con discrezione un determinato stato d’animo, mentre le stanze disegnate da mio padre erano tipicamente ardite, formali, grafiche, puri esercizi il cui scopo era quello di rendere un interno perfettamente fotogenico. In altre parole, il mio stile lo avrebbe infastidito, ma resto comunque il primo a riconoscere che era un genio assoluto.SJ: Può parlarci di qualche suo progetto che lo rende particolarmente orgoglioso?AH: In genere apprezzo maggiormente le cose più recenti che ho fatto. Per l’ultima edizione del Fuorisalone a Milano, in collaborazione con la rivista di interior design Cabana Magazine, ho realizzato una serie delle mie sculture ‘Mini-Totem’ in vivaci colori rinascimentali per il soggiorno rivestito della Casa degli Atellani; e anche l’allestimento di una stanza con oggetti in Corian disegnati da me – degli obelischi e uno scrittoio – un finto “collector’s cabinet” (una serie di mie foto di tesori custoditi presso vari musei racchiuse all’interno di una finta vetrina e stampate con sovrimpressione di riflessi di Versailles) e due paravento di tela sui quali ho dipinto degli enormi tulipani a monocromo.  SJ: Che cosa pensa dei grandi designer che collaborano con i brand di mass market?AH: Prendo sempre volentieri in considerazione le collaborazioni, che siano con marchi di livello alto, intermedio o anche basso. Considerare, ovviamente, non significa necessariamente impegnarsi, ma ritengo che nel portfolio di un designer ci sia posto per ogni genere di prodotto, e che la stessa mano possa lavorare a collezioni lussuose così come a collezioni più semplici, senza che le une danneggino le altre. La qualità e il dettaglio della fattura, il valore dei materiali utilizzati e, naturalmente, la quantità prodotta, sono tutti elementi che contribuiscono a differenziare molto chiaramente i prezzi e la distribuzione, facendo in modo che un tipo di produzione non vada a discapito dell’altra. SJ: I cosiddetti “starchitect” (o “archistar”) sono spesso celebrati già in vita, e addirittura santificati dopo la morte, al punto che qualsiasi cosa facciano è ritenuta geniale a priori. Ma esistono davvero queste creature mitologiche?AH: Le differenze principali fra i grandi architetti di oggi e quelli dei secoli passati sono la portata globale dei primi, inevitabile risultato dei mercati e dei media a loro volta globalizzati, e la loro presenza nell’immaginario collettivo.  Per il resto, le archistar non sono poi così diverse da figure storiche come Mansard, James Wyatt, Le Corbusier e Frank Lloyd Wright. Anche questi, a loro tempo, erano visti come pericolosamente innovativi, brillanti e geniali. La gente ha bisogno di credere nella genialità e difficilmente accetta il fatto che esistano delle sottilissime sfumature di talento e capacità capaci di farci distinguere l’ordinario dallo straordinario. Così va il mondo! SJ: È cresciuto nell’Oxfordshire e passa ancora molto tempo da quelle parti. Che cos’ha di così speciale questo angolo d’Inghilterra?AH: Onestamente, una delle cose che apprezzo di più dell’Oxfordshire (a parte il fatto che si tratta di casa mia) è che è vicinissimo a Londra! Si trova a poco più di un’ora dal West End, eppure è “campagna vera” – seppure con un tocco di hinterland! Sono un turista inveterato e adoro visitare qualsiasi luogo in cui mi trovi, persino la chiesetta di Ewelme vicino a casa (con la bellissima tomba in alabastro della Duchessa di Suffolk, nipote dello scrittore Geoffrey Chaucer, scolpita nel 1470 con due diverse effigi della donna – in vita nella parte superiore, e in quella inferiore morta e in putrefazione) o gli splendidi dipinti del ciclo The Briar Rose di Edward Burne-Jones nel salone della tenuta di Buscot Park. O ancora la sbalorditiva grandeur barocca di Blenheim Palace a Woodstock e lo straordinario guazzabuglio di tesori etnografici del misterioso Museo Pitt-Rivers di Oxford.SJ: Da londinese autentico, che cosa ama di più della sua città e quali sono i luoghi ai quali è particolarmente affezionato? AH: Sono eternamente affascinato dalla storia, e Londra ha una così complessa stratificazione di epoche che non poso che essere d’accordo con la celebre frase di Samuel Johnson: “quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita”. Ho ricoperto un’intera parete della mia cucina con una grande mappa della città nel 1862 (a livello di strade è cambiato ben poco, a parte il lungofiume), dove ho segnato la mia casa all’Albany in Piccadilly con un cerchio rosso, in modo da poter decidere quali percorsi fare a piedi – cosa che adoro.  Mi piace andare a zonzo dalla Courtauld Gallery nella Somerset House fino al British Museum passando per il Sir John Soane’s Museum, entrando in tutte le chiese lungo il percorso, oppure spingenrmi fino alla Tate Modern Gallery lungo il fiume, o alla Queen’s Gallery e di lì alla Tate Britain, non senza un passaggio accanto ai complessi residenziali progettati da Lutyens nella zona di Victoria. Adoro le architetture Regency di John Nash e le chiese di Hawksmoor nella City, la grandeur della Caserma delle guardie a cavallo di William Kent e l’insolita atmosfera olandese del complesso ottocentesco di Hans Town a Chelsea, la scintillante modernità del Gherkin di Foster e l’eleganza georgiana di Spitalfields. In poche parole, amo la mia città, amo Londra. 

[...]

Dopo aver lavorato per 25 anni per riviste del calibro di ELLE e British Vogue, Susie Forbes è oggi l'anima del prestigioso Condé Nast College of Fashion and Design di Londra, dove di formano le nuove generazioni di profesionisti del mondo della moda e del design. Abbiamo chiacchierato con lei di moda etica, educazione e creatività. Il nome di Londra è sempre associato alla creatività. La considera la città più creativa del mondo? SF: Credo che oggi la creatività non abbia confini. Londra resta una città estremamente dinamica, ma non è più possibile racchiudere la creatività all’interno dei limiti di una sola città – ogni cosa ha ormai una dimensione globale. Qual è il ruolo del Condé Nast College nell’ambito dell’industria creativa e su quali principi si basano le vostre scelte? SF: Il ruolo del Condé Nast College è quello di garantire un’offerta formativa davvero unica a chi desidera lavorare nell’industria della moda. I nostri programmi sono caratterizzati dal rigore accademico, dalle straordinarie interconnessioni con il settore e dai grandi risultati in termini di carriera ottenuti dai nostri ex-studenti.   Oggi molte aziende di moda fanno proprio il concetto di ecologia e sostenibilità, ma spesso si tratta di un elemento soltanto superficiale, di un argomento di marketing. Che cosa ne pensa?SF: Credo che, nonostante il grande impegno profuso da poche aziende realmente all’avanguardia, la maggior parte delle case di moda non stia facendo granché in questo senso. Speriamo che questa minoranza illuminata possa continuare sulla buona strada e riuscire a generare il cambiamento anche nella maggioranza. L’industria della moda ha il più rilevante impatto sociale e ambientale dopo quella chimica e quella petrolifera, dunque un approccio “etico” è ormai d’obbligo. Da dove cominciare? Dalle aziende, dalle istituzioni, dai consumatori? SF: Credo che il cambiamento possa scaturire soltanto da una combinazione di questi tre attori e dai loro comportamenti, il che rende il quadro piuttosto complesso e frammentato. L’educazione può giocare un ruolo importante in questo senso? SF: L’etica e la sostenibilità sono elementi centrali dei nostri programmi e gli studenti sono molto coinvolti in tutto ciò che gira attorno a questi argomenti. Credo perciò che il loro approccio e i loro comportamenti saranno fin da inizio carriera molto più consapevoli e coscienziosi rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.   Con oltre 1.500.000.000 di capi d’abbigliamento prodotti ogni anno, il fast fashion ha cambiato profondamente il nostro modo di consumare. Ma questo sistema funziona ancora o lentamente le persone stanno cominciando a reagire al consumo super-veloce?SF: Fra i miei studenti e le mie figlie adolescenti sto notando un certo cambiamento nei comportamenti d’acquisto – la predilezione per i capi usati, vintage e di seconda mano, ad esempio, rappresenta sicuramente una reazione al fenomeno dell’usa e getta.   Che cosa ne pensa dei grandi stilisti che creano capsule collection per marchi di mass market?SF: Alcune collaborazioni sono più riuscite di altre, ma in generale credo che sia una strategia vincente per entrambe le parti. Agli inizi, quando non si trattava ancora di un vero e proprio trend, c’era un certo nervosismo attorno a queste operazioni, ma ormai sono cosa da tutti i giorni, fanno parte della norma. Chi è Susie Forbes nella vita di tutti i giorni? Che cosa le piace fare nel tempo libero?SF: Passo il mio tempo libero rilassandomi a casa (a Londra e nel Somerset) circondata dalla famiglia, dagli amici e dalla coppia di spaniel più esagitata della terra. Se potesse dare inizio a una rivoluzione planetaria quale sarebbe la prima cosa che le verrebbe in mente?SF: Comincerei con il chiedermi se ciò che sto per fare sia intrinsecamente corretto nei confronti delle persone e del pianeta.  

[...]

Doveva amare davvero tanto la sua Venezia Carlo Scarpa, che qui era nato nel 1906 e qui ha lasciato tanti segni del suo talento fuori dal comune. Architetto d’altri tempi nel solco dell’eredità dei grandi – Bramante, Palladio, Borromini – ma anche grande estimatore di Le Corbusier e Frank Lloyd Wright, Scarpa ha dato molto alla sua città. Non soltanto spazi nuovi e immaginifici, ma anche e soprattutto grandi opere di restauro nelle quali ha saputo intervenire con grande rispetto e delicatezza. Uno degli esempi più significativi di intervento su un edificio preesistente è quello della Fondazione Querini Stampalia di Campo Santa Maria Formosa. Il restauro del palazzo cinquecentesco a cura di Scarpa, progettato nel 1949 ed eseguito fra il 1959 e il 1963, comprende, oltre al ponte di accesso e all'ingresso, anche il piano terra, che era stato reso inutilizzabile dal ripetersi del fenomeno dell’acqua alta, e il giardino, all’epoca in completo abbandono. Scarpa riuscì ad accostare con grande maestria elementi nuovi e antichi, integrando l’acqua e anzi rendendola protagonista attraverso le paratie, la grande vasca del giardino e il canale ai cui estremi si trovano due labirinti scolpiti in alabastro e pietra d'Istria. “Se vuoi essere felice per tutta la vita, fatti un giardino”, ebbe a dire il grande architetto. E proprio il giardino è in effetti uno dei temi più cari a Scarpa. Suo è il famoso Giardino delle Sculture del Padiglione Italia della Biennale, realizzato nel 1952 e ristrutturato di recente, dove fra giochi di luci, acqua e ombre tre pesanti colonne ellittiche supportano una pensilina trilobata. Un’altra tappa imperdibile della Venezia scarpiana è il Negozio Olivetti di Piazza San Marco, un piccolo locale su due piani realizzato da Scarpa nel 1958 dopo aver vinto il Premio Nazionale Olivetti per l’Architettura. Nonostante le dimensioni ridotte dello spazio, l’architetto riuscì a creare un’opera di grande respiro e trasparenza, bilanciando come di consueto la modernità del suo disegno con la tradizione architettonica veneziana. Punto forte del progetto è senza dubbio la splendida scala dai gradini sfalsati, messa al centro dell’ingresso per scomporre lo spazio del negozio. Infine, ci sono gli interventi di restauro sulle due grandi università veneziane, l'Università Ca' Foscari e l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Al Ca’ Foscari, Scarpa lavorò in due interventi successivi, nel 1936 e nel 1956, su diversi spazi, fra i quali l’androne e l’Aula Magna. Quello presso lo IUAV, l’ateneo dove Scarpa aveva insegnato e che gli conferì la Laurea Honoris Causa nel 1978 – non si era infatti laureato in architettura, bensì diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Vicenza - è invece un progetto postumo, sviluppato fra il 1966 e il 1976 ma realizzato nel 1984. Si tratta dell’ingresso della facoltà, dove un antico arco rinvenuto durante i lavori di restauro arco fu smontato, appoggiato in posizione orizzontale e trasformato in vasca.  

[...]

Nel mondo sono sempre di più le aziende e le start-up che fanno del mondo green il fulcro della propria attività, conciliando la necessità del profitto con un core business o un atteggiamento rispettoso nei confronti dell’ambiente. Eccone cinque che ci hanno incuriosito particolarmente. TreedomL’unico sito che ti permette di piantare un albero a distanza e seguirlo online. Gli alberi vengono piantati in giro per il mondo da contadini locali e tu puoi vederlo fotografato e geolocalizzato sul sito. Il tuo albero, crescendo, assorbirà CO2 e offrirà frutti ed opportunità di guadagno al contadino che se ne prenderà cura. AirliteUna tecnologia che si applica come una pittura murale per interni e esterni in grado di eliminare gli inquinanti come un albero, se attivata dalla luce (naturale o artificiale) assorbe ed elimina tutte le sostanze inquinanti (smog, batteri, muffe, etc.) purificando l’aria. AgroilsUtilizzando un seme di origine naturale – la Jatropha – questa start-up si occupa di sviluppare biocarburanti sostenibili, ma soprattutto si focalizza sull’utilizzo completo anche dei materiali di scarto. Impossible FoodsUn nuovo hamburger – ma di quelli buoni. Che non usa carne, è libero da ormoni e antibiotici e rispetto a quello di carne consuma 95% meno di terra, 74% in meno di acqua e crea l’87% in meno di emissioni di gas. Come? Impossibile! HaraQuesta start-up propone ai suoi clienti un software creato ad hoc per misurare i livelli di consumo energetico. Già utilizzato da numerose grandi aziende, Hara consente di comprendere il proprio impatto e agire di conseguenza. Se lo sai, puoi agire! 

[...]

Città sempre più tentacolari e affollate e terre coltivabili sempre più scarse: una combinazione che non lascia ben sperare nel futuro, soprattutto se non si corre ai ripari per trovare soluzioni in grado di garantire il giusto sostentamento alle popolazioni delle grandi aree metropolitane del mondo. Sebbene non siano certo un fenomeno nuovo, le cosiddette urban farm, aziende agricole che si sono ritagliate uno spazio nel cuore delle grandi città, rappresentano una strada percorribile, soprattutto grazie alle numerose tecniche innovative che consentono di coltivare in spazi urbanizzati come terrazzi, ex-magazzini e orti comunitari, senza terra, sull’acqua o addirittura in aria. In Inghilterra e negli Stati Uniti, quello delle urban farm è ormai un vero e proprio movimento che ha preso piede sia fra i coltivatori, sia fra le persone desiderose di trovare prodotti freschi e di qualità a filiera corta - anche in una città come New York, che fra i suoi svettanti grattacieli nasconde una miriade di orti, fattorie e aziende agricole al chiuso e all’aperto dove con tecniche come l’idroponica, l’acquaponica e l’aeroponica si produce in modo sostenibile.Eccone alcune che meritano di essere conosciute. Bell Brook and Candle RestaurantVero e proprio gioiello della sostenibilità, questo ristorante si rifornisce per il 60% grazie al suo orto idroponico automatizzato, ospitato sul terrazzo. Si tratta del primo ristorante in città ad aver adottato a livello commerciale un sistema per cui si produce esclusivamente ciò che serve in cucina.   Riker island GreenhouseGestito dalla Horticultural Society of New York, questo orto-serra si trova all’interno del principale complesso carcerario cittadino ed è stato creato per coinvolgere i detenuti, che qui imparano a coltivare per riconnettersi con il mondo e con la natura. Una sorta di riabilitazione che parte dalla terra. La Finca Del Sur/ South Bronx FarmersNascosta fra i binari della Metro-North Railroad e un’affollata autostrada del Bronx, quest’azienda agricola gestita da donne afroamericane del quartiere è uno spazio pensato per radunare la comunità e uno strumento educativo sul tema dell’alimentazione. Qui si coltivano frutta e verdura biologiche di origini diverse, dalla lattuga inglese al timo mediterraneo. Gotham GreensOltre a essere uno dei più conosciuti orti urbani da terrazzo della città, Gotham Greens è anche una delle aziende agricole più sostenibili del paese. Sostenuto da energia al 100% rinnovabile, utilizza tecniche di coltivazione che consentono una produzione del 50% superiore a quella di una comune serra, utilizzano il 25% in meno di energia. Brooklyn Grange Con oltre 22 tonnellate di verdura bio prodotta ogni anno, questo celebre orto urbano è la più grande azienda agricola per la coltivazione a terra su un terrazzo a livello mondiale. Oltre agli ortaggi offre anche le uova fresche, anch’esse rigorosamente biologiche, deposte dalle sue galline ovaiole.  

[...]

Il modo migliore per imparare a conoscere l’ospitalità finlandese? Dormire in un cottage finlandese, naturalmente. Ma se per caso vi trovate a Parigi o nei dintorni, non avrete bisogno di andare fino in Finlandia; dirigetevi piuttosto verso l’Institut Finlandais sulla Rive Gauche, dove la designer Linda Bergroth ha creato un’installazione tutta da vivere per farvi assaporare il meglio dell’ospitalità de della cultura finlandese. L’esperimento si chiama KOTI, che coerentemente significa “casa” in finlandese, e consiste sostanzialmente in sei cottage di legno in grado di ospitare 12 persone e affacciati su uno spazio condiviso arredato con un grande tavolo comune disegnato dallo studio di architettura di Helsinki Mattila & Merz, così come le panchine dove sedersi. E a KOTI tutto, proprio tutto, è squisitamente finlandese: dalle ciabatte e dagli accappatoi firmati Lapuan Kankurit che si ricevono all’arrivo nel caso si decida di dormire qui fino all’intrattenimento in camera, a base di cortometraggi, documentari, opere d’animazione e guide di viaggio forniti dall’Ente del Turismo Finlandese; dalle lampade di Innolux, alle tazze Kaksikko, dalle ceramiche disegnate su misura da Nathalie Lahdenmäki alla tradizionale colazione a base di  pane di segale, burro salato e frutti di bosco fornita da Food from Finland. Che decidiate di restare a dormire o di visitare semplicemente l’installazione durante il giorno, se amate il design nordico avrete l’occasione di sperimentare un incontro davvero insolito con la cultura finlandese, pensato per celebrare la condivisione di questi spazi davvero unici e dalla semplicità rasserenante. Senza dimenticare il calendario di eventi e iniziative organizzati all’interno di KOTI: concerti, conferenze e addirittura serate dedicate al cibo con ristoranti pop-up in loco. “Con KOTI abbiamo voluto offrire l’esperienza di una casa condivisa” racconta la designer Linda Bergroth. “È un esperimento un po’ pazzo che richiede agli ospiti di prestarsi a qualcosa di completamente nuovo”. Se siete curiosi e pronti a sperimentare, assicuratevi di prenotare al più presto una stanza, perché c’è tempo soltanto fino al 5 di maggio. E se dovesse essere già tutto prenotato, sappiate che alla fine dell’estate KOTI sbarcherà a Helsinki, dove occuperà l’edificio di una sala conferenze in pieno centro storico. 

[...]

Prendere oggetti e materiali di scarto o semplicemente messi da parte e trasformarli in qualcosa di nuovo e desiderabile senza distruggere nulla: è quello che abbiamo imparato a conoscere come “upcycling”, una forma di riciclo che si distingue dal semplice “recycling” perché, a differenza di quest’ultimo, non prevede che la materia originale venga disintegrata o completamente trasformata. Un processo virtuoso che spesso dà vita a risultati magnifici, e che proprio per questo si è trasformato in una tecnica vera e propria, diffondendosi rapidamente fra designer e artigiani e tracciando la possibilità di uno sviluppo sostenibile per il design contemporaneo.Ed è proprio la nostra passione per l’upcycling a portarci a Vienna lungo Gumperdorfer Strasse, una vivace strada fra Mariahilfer Straße e il Naschmarkt a due passi dal quartiere dei musei. Se fino a poco tempo fa questa zona non aveva nulla di speciale, negli ultimi anni ha vissuto una vera e propria rinascita, riempiendosi di ristoranti, caffè, cocktail bar e molti negozi interessanti. È qui che Sascha Johannik e Romana Fürst, una coppia di interior designer ed esperti falegnami, ha aperto il proprio negozio/laboratorio, uno spazio di 140 metri quadri dove vecchi mobili e altri oggetti ufficialmente dichiarati morti dai loro proprietari rinascono a nuova vita sotto forma di lampade, tavoli, armadietti e molto altro ancora.    Il primo contatto di Sascha con il mondo del riciclo creativo risale al 2006, quando si trovava nella zona ovest dell’Africa, fra la Mauritania e il Burkina Faso. “È lì, dove ogni oggetto a disposizione viene necessariamente riparato o riutilizzato, che è nata la vera idea dell’upcycling”, ci dice. “Chi non possiede quasi nulla è costretto a creare oggetti nuovi a partire da quelli vecchi o di seconda mano”.Una volta ritornato in Austria, dopo una breve fase di adattamento, Sascha ha cominciato a pensare di applicare questa filosofia al proprio lavoro di designer, utilizzando mobili oggetti di uso quotidiano. “Ma mentre in Africa l’upcycling era la sola possibilità per creare nuovi oggetti, qui a Vienna acquistare prodotti upcycled è più una scelta legata allo stile di vita”, ci spiega. “Comunque sia, sarebbe fantastico se tutti fossro così lungimiranti da riconoscere la sostenibilità di questa tendenza. È la scelta giusta per ridurre il consumo delle risorse nel lungo periodo”. Ma che cosa distingue i pezzi prodotti da Kellerwerk dagli altri che si trovano sul mercato? Innanzitutto, tutti i pezzi di Kellerwerk sono fatti a mano. “Siamo in primo luogo dei falegnami esperti”, spiega Sascha, “e partiamo da una buona base di formazione. Cerchiamo di fare di ogni nostra creazione qualcosa che ci piacerebbe mettere in casa nostra. Ci concentriamo su ogni pezzo di partenza e sul suo carattere originale per farne qualcosa di ancora più speciale. Tutti i nostri prodotti sono pezzi unici non soltanto perché sono diversi, ma perché in ciascuno di loro mettiamo qualcosa di noi”.  Fra i primissimi lavori di Sascha e Romana c’è uno stock di nani da giardino che hanno ricevuto e trasformato dipingendoli a colori sgargianti. Cinque di questi sono ancora in negozio, e sono serviti per realizzare la grafica del logo aziendale. I pezzi preferiti di Sascha sono un grande tavolo da pranzo ricavato dal portone di un fienile, i lampadari fatti con barili di petrolio o raggi di biciletta e i tavolini nati dalla trasformazione di vecchie radio a valvole. Ma il vero best seller sono le poltrone “ristrutturate”, nate cioè dalla rivisitazione di vecchie poltrone. “Non appena finiamo un pezzo va subito venduto: è la dimostrazione che la qualità elevata e la nostra idea di restyling e redesign incontra il gusto e i desideri dei clienti”, riconosce Sascha.  E com’è, invece, vivere la quotidianità di Gumpendorfer Strasse, divenuta in breve tempo non soltanto una nuova meta della vita notturna viennese ma anche una sorta di hub della scena creativa? Sascha ci racconta che il quartiere ha quell’atmosfera familiare che ti fa sentire come se fossi in una sorta di villaggio dentro la città. “Ci sono tanti negozietti tutti diversi” dice. “Dalle piccole boutique che vendono abbigliamento ecosostenibile ai negozi di lampade di design, e poi un forno, qualche ristorantino, un classico caffè viennese... L’atmosfera è fantastica, i vicini sono gentili e il postino si ferma ogni giorno a chiacchierare quando ci lascia la posta. Dopo quasi tre anni in questo spazio ci sentiamo ancora perfettamente soddisfatti e a nostro agio”. 

[...]

Perché, pur essendo circondati da dispositivi digitali come computer, tablet e smartphone, continuiamo a portarci dietro quaderni, taccuini o risme di carta? È la domanda che si è fatto qualche anno fa Magnus Wanberg, CEO e fondatore di reMarkable. E la risposta è stata piuttosto semplice: perché la carta è ancora il supporto ideale per dare forma al pensiero, soprattutto quando si è bombardati da un flusso continuo di comunicazione, di notifiche, tweet, email, messaggi e titoli. Solo la carta, bianca e bidimensionale, lascia la nostra mente libera di lavorare senza restrizioni e distrazioni, e ci permette di concentrarci. Tuttavia, proprio perché è disconnessa dal mondo digitale, la carta non è del tutto adatta al mondo e al tempo in cui viviamo. Ed è proprio per questa ragione che, nel 2013, Magnus e la sua squadra di collaboratori hanno deciso di dar vita a un nuovo concetto di carta digitale, offrendo un’esperienza connessa e priva di limiti tramite un tablet che consentisse di leggere, scrivere e disegnare affiancando alla propria natura digitale la semplicità e la potenza della carta. Oggi, dopo diversi anni passati a sviluppare e perfezionare quest’esperienza in collaborazione con E Ink, reMarkable è pronto, con il suo schermo da 10,3 pollici pensato per leggere, scrivere e disegnare senza interruzioni. Ma l’aspetto davvero interessante è la tecnologia che sta dietro l’esperienza, e che risolve finalmente l’annoso problema dello slow ink, vale a dire del tempo che trascorre fra il gesto di scrivere o disegnare e la comparsa del segno sullo schermo - una questione che tutti i produttori di “paper tablet” si sono trovati ad affrontare. Per rendere l’esperienza il più naturale possibile, reMarkable ha sviluppato per i suoi display una tecnologia di nome CANVAS che consente un tempo di latenza bassissimo, pari a 55 microsecondi.Naturalmente, all’occorrenza reMarkable si può connettere al mondo digitale, permettendo all’utente di sincronizzare testi, disegni e parole su tutti i propri dispositivi tramite un servizio cloud.  

[...]

Una designer con il pallino per la pasticceria, una digital agency alla ricerca di progetti originali e un amore sconfinato per il cioccolato: sono gli ingredienti fondamentali di Complements, un’idea davvero interessante per chiunque abbia un debole per il design e per i sapori originali. Questi cioccolatini modulari dai colori tenui, incastrabili fra di loro come mattoncini Lego, sono davvero qualcosa di mai visto prima. Il progetto, tutto australiano, nasce dalla collaborazione fra Bakedown Cakery, bottega di pasticceria artigianale creata dalla passione di una designer di Sydney, e Universal Favourite, agenzia indipendente di Darlinghurst specializzata in progetti digital, di design e di branding. Tutto nasce dall’idea di sperimentare con i colori, le forme e le finiture, aggiungendo all’equazione anche il sapore, per coinvolgere vista e gusto in un’esperienza giocosa e creativa. Il primo step è stata dunque la creazione delle forme modulari a incastro, successivamente stampate in 3D e poi trasformate in stampi per il cioccolato. Poi c’è stata la scelta dei colori, delle finiture e dei pattern, abbinati ai rispettivi sapori grazie all’immaginazione di Jen di Bakedown Bakery. Dal giallo delle pastafrolla al verde deciso del the matcha, dal viola mirtillo a l bianco e nero del cookies&cream, passando attraverso il nero del cioccolato fondente single origin, l’unione di gusto e colore crea sinestesie sofisticate che rendono il semplice gesto di assaggiare un cioccolatino un’esperienza estetica appagante. 

[...]

Ritrovare la convivialità cenando fuori con i propri familiari, scegliendo fra menù diversi, anche se il lavoro manca e i soldi scarseggiano. È l’idea alla base del progetto del Ristorante Ruben della Fondazione Pellegrini, legata all’omonima azienda specializzata in ristorazione e forniture alimentari. Siamo a Milano, in via Gonin, periferia ovest, e qui, in questo luogo curato e gradevole, la Fondazione ospita ogni sera chi si trova temporaneamente in una situazione di difficoltà, regalando una parentesi di serenità e di normalità che, a volte, può fare la differenza. L’idea, bellissima, è dell’imprenditore Ernesto Pellegrini e nasce dal ricordo di un uomo, Ruben, che lavorava nella cascina di famiglia e che in seguito a varie vicende finì per a vivere per strada, in una baracca di legno, dove morì assiderato. Nel nome di Ruben, il ristorante offre, previo colloquio con gli operatori della Fondazione, tessere personali valide 60 giorni e rinnovabili per poter accedere e cenare con un euro, eventualmente accompagnati dai propri figli sotto i 16 anni d’età. Il resto delle spese è coperto dalla Fondazione stessa, e dal lavoro dei volontari. I posti sono 500, suddivisi in due turni, e due sono anche i menù fra cui scegliere, per andare incontro a gusti ed esigenze diversi, comprese quelle di vegetariani, vegani e musulmani, e gli ingredienti sono tutti di qualità – gli stessi utilizzati negli altri ristoranti del gruppo Pellegrini. Aperto dal 2014, Ruben continua a rallegrare le serate di color che magari non si trovano – almeno non ancora - nella situazione tragica di chi vive per strada e frequenta quotidianamente le tante e provvidenziali mense dei poveri, ma ugualmente affronta momenti di reale disagio. Una sorta di paracadute che ancora mancava per quelle situazioni intermedie che sono purtroppo sempre più diffuse nel paese. 

[...]

La luna, il nostro unico satellite naturale, il pianeta a noi più vicino, potrà mai diventare per noi terrestri una seconda casa? Secondo qualcuno sì: ed è proprio alla luna che dovremmo rivolgere lo sguardo per assicurarci la sopravvivenza, per garantire un futuro certo ai nostri figli e nipoti, espandendo fin lassù la nostra sfera economica e sociale. Sembra una minaccia, e in un certo senso lo è: entro la fine di quest’anno, infatti, l’uomo rimetterà piede sulla luna. Ma questa volta si tratterà di una missione commerciale, con l’obiettivo a lungo termine di ricavare dal pianeta alcune risorse che sono rare sulla terra, come il niobio, il nittrio e il disprosio. A gestire la missione, autorizzata nel luglio scorso dalla Federal Aviation Administration americana,  sarà Moon Express, un’azienda privata fondata da un gruppo di imprenditori della Silicon Valley nel 2010 - la prima a ottenere le autorizzazioni necessarie per il lancio di una missione spaziale a scopo economico, ma non certo l’unica in lizza. Oltre ad aver raccolto fonti per 45 milioni di dollari grazie – anche grazie al la partecipazione al Google Lunar X Prize, la competizione spaziale organizzata dalla X Prize Foundation e sponsorizzata da Google – Moon Express ha sviluppato un lander in collaborazione con la NASA, stretto un accordo con la corporation aerospaziale neozelandese Rocket Lab per il lancio di tre navicelle e si è trasferita a Cape Canaveral presso lo Space Center della NASA.E adesso è pronta a diventare la prima impresa privata a viaggiare fuori dall’orbita terrestre, aprendo una “nuova era di esplorazioni lunari a basso costo per studenti, scienziati, agenzie spaziali e interessi commerciali”, come dichiarato dal CEO Bob Richards. Che vogliate leggerla come la promessa di un futuro migliore o la minaccia di un mero sfruttamento della luna da parte dell’uomo, tocca fare i conti con un dato di fatto: le risorse minerarie del nostro satellite valgono molto più di quanto di possa immaginare, e secondo il co-fondatore e presidente di Moon Express Naveen Jain, addirittura nel giro di una quindicina d’anni quelle risorse diventeranno parte integrante dell’economia terrestre, così come il pianeta che le contiene. 
 
1 / 5