# Arts & Culture

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09.08.2018

David Robert Jones aveva un anno quando 492 immigrati chiamati dal governo inglese approdarono alle coste britanniche. Sarebbero diventati presto i suoi nuovi vicini di casa. Era il 1948, la nave che li portò dagli arcipelaghi caraibici alle nebbie londinesi era un’ex nave da crociera tedesca recuperata come bottino di guerra, l’Empire Windrush.  I nuovi londinesi si stabilirono nella zona sud della città, prima a Clapham e poi a Brixton. Fu in mezzo alla loro musica che David diventò grande ed è facile immaginare che tanti di quei suoni e di quella cultura contribuirono a creare David Bowie, uno dei figli più amati di Brixton, per il quale ogni giorno spuntano fiori freschi sul murale a lui dedicato in Turnstall Road. Quartiere multietnico per definizione,culla della cultura caraibica in Europama anche luogo di forti scontri fra abitanti e polizia negli anni ’80 e ’90, oggi Brixton è semplicemente il posto in cui andare se si vuole vedere l’avanguardia brit contemporanea. Musica, arte e cibo sono i protagonisti e i motori di un’esplosione di vivacità da cui non si può scappare quando si arriva al capolinea sud della metro Victoria. Il cuore è Windrush Place, dal nome della nave che cambiò il destino del quartiere. Qui si affacciano il cinema Ritzy, fondato nel 1911 e ancora oggi orgogliosamente indipendente, con le sue cinque sale nemmeno troppo scomode, e il Black Cultural Archives, il primo e unico centro britannico dedicato alla conservazione e alla divulgazione della storia delle culture africane e caraibiche in Gran Bretagna. Luogo di incontri, mostre, studi e confronti, il Black Cultural Archives ha anche vinto il New London Architect Award nel 2015. Su Brixton Road si trova il Brixton Market: attivo sette giorni su sette, è una finestra aperta sugli altri continenti, con le più bizzarre merci, alimentari e non, provenienti da tutto il mondo e raccontate da pittoreschi venditori e venditrici. Sia all’aperto che al chiuso, è il regno dello street food etnico. Questo dedalo di chioschi e ristoranti è stato per decenni lo spazio della nostalgia e oggi è meta di pellegrinaggi per gli amanti del genere ma anche per la popolazione del quartiere che, soprattutto dagli anni 2000, si è fatta molto più composita grazie all’arrivo di artisti, musicisti e designer provenienti dall’Asia, dall’Europa continentale o semplicemente da altre zone di Londra, attratti dalla vivacità della zona e dall’identità forte e carismatica di Brixton.  Qualcuno la chiama gentrification, per altri può essere l’evoluzione naturale di un luogo in continuo mutamento come dimostra Pop Brixton, un’installazione di container al 53 di Brixton Station Road che ospitano start up, piccoli negozi, chioschi, ristoranti, spazi dedicati al design, all’innovazione ma anche al mondo del sociale. Pop Brixton dovrebbe durare fino all’autunno 2018, visto il successo si vedrà: è un esempio di come un’area abbandonata può rinascere in tempo record e diventare un vero e proprio hub di iniziative a disposizione di tutti.  L’arte e l’espressione sono sempre state dovunque in queste strade e oggi conoscono una prima formalizzazione: Electric Avenue ospita piccole gallerie d’arte contemporaneacon una forte vocazione sperimentale. La musica è di ogni tipo, dall’hip hop all’electropassando per il reggae e il rock, basta scegliere dove ascoltarla nei tantissimi locali disponibili, soprattutto a partire dalle 23.00. Nel dubbio, Electric 02 Academy sono una garanzia. 

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20.07.2018

Nel 1967 i Beatles pubblicavano Magical Mistery Tour, e ad Amsterdam il movimento Provo definiva la città olandese “Magical Centre Amsterdam”. Dove era la magia? Forse nella potenza dell’immaginazione, che inventava modi e spazi nuovi per dire le cose e, dicendole in modo diverso, le trasformava e trasformava il mondo.  In quella fine degli anni ’60, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, vocato da sempre ad accogliere le novità, cominciò a mettere insieme quello che restava dell’energia esplosa nelle strade da un nuovo tipo di giovani artisti che con le loro vite sperimentali erano per primi opere d’arte.  La mostra Amsterdam, The Magic Center, in programma per tutto il 2018, riassume l’energia degli anni fra il 1967 e il 1970, quando la città divenne uno dei crocevia più fertili e vivaci della nuova generazioni di artisti. Curata da Bart Guldemold, la mostra raccoglie 250 fra opere e oggetti e 100 riproduzioni raccolte fra la collezione interna dello Stedelijk, del Rijksmuseum e dell’Institute of Social History, Sound and Vision. Il filo conduttore è l’ironia, attraverso la quale vengono messe in luce le contraddizioni della società del tempo, trovando una sponda nello sguardo dell’interlocutore attraverso l’umorismo. Si parla dei poster di Daniel Buren, fra i primi esempi di street art, o delle testimonianze della performance di Wim T. Schipper, che mise insieme un improbabile albero di Natale in piena estate in Leidseplain, una delle piazze centrali della città.  Sunny Imploo fu un’altra delle invenzioni del tempo: una sfera luminosa all’interno della quale si poteva infilare la testa godendo di un supposto effetto rilassante e che, secondo gli autori Louis van Gasteren e Fred Wessels, avrebbe dovuto essere messa a disposizione di tutti a ogni angolo di strada, ma che di fatto non uscì dallo Stedelijk. Operazioni apparentemente bizzarre ma capaci, a distanza di 50 anni, di riportare l’orologio emotivo indietro nel tempo, a un momento in cui il terremoto era quotidiano e proiettato a un futuro tutto da ridefinire, dove anche le artiste donne cominciavano ad avere un ruolo decisivo. Fra le centinaia di opere e simboli dell’epoca, fra cui i tanti magazine indipendenti espressioni dei vari movimenti, la mostra presenta alcuni materiali originali dal Bed-in for Peace di John Lennon e Yoko Onoche accadde all’Hilton di Amsterdam nel 1969. Amsterdam riscopre il suo ruolo centrale nel fermento artistico della fine degli anni ’60 proprio mentre, sulla facciata in muratura di uno dei magazzini dello Stedelijk, viene letteralmente scoperto il più grande murales di Keith Haring in Europarealizzato nel 1986 e quindi coperto da una struttura in alluminio funzionale alla resistenza termica dell’edificio. Oggi, grazie all’intervento di artisti e fondazioni, l’opera è stata resa di nuovo visibile: 12 metri di altezza per 15 di larghezza, il largo tratto bianco caratteristico di Haring disegna sul muro un uomo a cavallo di un animale marino con la testa di cane. Lo si può vedere da Willem De Zwijgerlaan Street, per iniziare il viaggio nel tempo nella Amsterdam dell’avanguardia.  

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20.07.2018

Nel 2017, per il 15esimo anno di fila, l’Adachi Art Museumè stato eletto miglior giardino tradizionale del Giappone dalJournal of Japanese Gardening, la pubblicazione americana dedicata al mondo dei giardini e dell’architettura giapponesi. Il museo Adachi, specializzato in arte moderna giapponese, è nato nel 1970 nella città di Yasugi, prefettura di Shimane, su iniziativa di Zenkō Adachi ed è famoso per ospitare 130 opere di Yokoyama Taikane per il suo giardino.  Zenkō Adachi era un trasportatore di carbone che viaggiava spesso fra le campagne e il porto di Yasugi; dopo la Seconda Guerra Mondiale, si ritrovò a fare parecchi lavori fra cui il grossista di tessuti e l’agente immobiliare a Osaka. Nello stesso periodo cominciò a collezionare opera di pittura giapponese, per la quale da sempre aveva una passione, e alla fine divenne un collezionista.  Per tutta la sua vita, inoltre, Zenkō si dilettò a progettare giardini. Nel 1970, all’età di 70 anni, in segno di gratitudine nei confronti della sua città natale, Yasugi, fondò il museo Adachiallo scopo di favorire lo sviluppo culturale della prefettura di Shimane.  La sua impresa più importante fu l’acquisizione, nel 1979, di diverse opere di Taikan Yokoyamadalla collezione Kitazawa, fra cui Foglie d’autunno, Montagne dopo un temporale edEstate - Four Seasons Of The Sea. Zenkō Adachi considerava il giardino una sorta di emakimono(un’opera narrativa tipicamente giapponese dipinta in orizzontale su un rotolo dipinto) e fece installare dei pannelli orizzontali attraverso cui ammirare la bellezza del giardino in costante mutamento.Dopo la sua morte all’età di 91 anni nel 1990, il giardino, diviso in sei sezioni per un totale di circa 165,000 metri quadrati, fu ufficialmente designato come uno dei giardini più rappresentativi del Giappone, una sorta di dipinto giapponese viventeche si è guadagnato tre stelle nella Michelin Green Guide Japan. I sei giardini cambiano aspetto in ogni stagione e sono incorniciati dal magnifico paesaggio delle montagne circostanti.  

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16.07.2018

Dal V secolo d.C., epoca alla quale risalgono i primi Benedettini, a oggi i monasteri hanno mantenuto intatta una caratteristica precisa che va oltre qualunque tradizione religiosa: essere un luogo dove rifugiarsi. Che ci si volesse allontanare da scorribande e povertà, come avveniva nel Medioevo, o che si tenti di mettere un po' di distanza fra se stessi e il proprio quotidiano, come accade probabilmente oggi, i monasteri mantengono il fascino di luogo fuori dal tempo, dove il ritmo può tornare a essere quello scandito lentamente dalle campane. Attraversati per secoli da pellegrini, viaggiatori e fedeli conservano una particolare energia che si somma alla bellezza delle antiche architetture conservate nel tempo, come i manoscritti custoditi in molte delle loro biblioteche. L’Europa è ricca di questi luoghi, da visitare in giornata o scegliere per un soggiorno ristoratore nella quiete. Ne proponiamo cinque che molto probabilmente ancora non conoscete. Monastero dell’Isola di Reichenau (Germania)Reichenau è un’isola del lago di Costanza, ai piedi delle Alpi. Definita Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, l’isola custodisce un monastero benedettino dell’VIII secolo con tre chiese all’incrocio fra l’architettura carolingia, quella ottomana e gli stilemi della dinastia Salian, che regnò sul Sacro Impero Germanico fra il 1024 e il 1125. La sua particolarità è costituita dalle grandi pitture murali alle pareti: in particolare, quelle all’interno della chiesa di San Giorgio sono le meglio conservate in assoluto a nord delle Alpi fra i dipinti murali risalenti a prima dell’anno Mille.  Monastero della Santa Croce di Fonte Avellana (Italia)Di questo eremo ai piedi del Monte Catria parla Pier Damiani nel XXI Canto del Paradiso nella Divina Commedia di Dante. Era già un punto di riferimento: fin dalla fine del X secolo i primi monaci si erano insediati in questo scampolo di valle al confine fra Marche e Umbria, dando vita a quello che sarebbe diventato uno dei più importanti complessi monastici camaldolesi d’Italia. Ospitalità e dialogo sono i valori da sempre portati avanti, con un calendario di iniziative che copre tutto l’anno e la possibilità di ritirarsi per qualche giorno a guardare da vicino la natura, i boschi e il cielo. RenioLinossi3.0 Monastero di Ostrog (Montenegro)Il Santuario di Ostrog si staglia dalle rocce delle montagne nel cuore del Montenegro, rifugio degli uccelli e santuario dei venti, nella valle Bjelopavlićinon lontano da Podgorica. Fondato nel 1671, è composto da due strutture, una superiore e una inferiore, collegate da una lunga e tortuosa scala. Di tradizione ortodossa, i monaci celebrano con continuità riti e sacramenti e sono ben lieti di raccontare la lunga storia di questo luogo e dei miracoli che sembra aver ospitato.  Abbazia di Saint Gall (Svizzera)Le prime pietre di questo grande complesso monastico benedettino risalgono all’VIII secolo, così come alcuni dei manoscritti più antichi qui custoditi. La biblioteca è infatti il fiore all’occhiello, sia per la struttura barocca che per la grande quantità di manoscritti degli ultimi dodici secoli, fra i quali il primo progetto architettonico su pergamena. L’architettura è il secondo focus perché, fra una cappella e un chiostro, sono rappresentati tutti gli stili architettonici da Carlo Magno in poi, che aggiungono un ulteriore motivo di interesse a uno dei centri culturali più vivaci d’Europa. Arnaud 254.0  Eremo di Santa Caterina dal Sasso (Italia)Arrivando dal lago, si mette a fuoco per prima la grande torre campanaria e quindi la sequenza di archi del tratto porticato che corre lungo il lago alla base dell’Eremo. Siamo a Leggiuno, sul Lago Maggiore. L’eremo ha due strutture conventuali, la più antica risalente al XIII secolo, e una chiesa dalla struttura originale, frutto della fusione nel tempo di tre diverse cappelle. Gli affreschi alle pareti conservano colori vivaci e una particolare forza nel raccontare scene di vita e storie intrise di misticismo. Quando d’inverno sale la nebbia dal lago la sensazione è quella di essere veramente altrove. 

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13.07.2018

È una delle mezzo soprano più apprezzate al mondo, un’appassionata di musica barocca, un’artista generosa e una madre orgogliosa. La cantante svedese Ann Hallenberg canta l’Opera da 25 anni e ha calcato i più prestigiosi palcoscenici del mondo, continuando sempre ad arricchire il suo repertorio con meravigliose arie barocche salvate dall’oblio grazie anche al supporto di suo marito, il musicologo tedesco Holger Schmitt-Hallenberg. Con lei abbiamo parlato di vita, lavoro e passioni sorseggiando uno Spritz a Venezia.  Può raccontarci come lei, Ann, è diventata Ann Hallenberg, la famosa mezzo soprano?AH: Sono in un certo senso la prova vivente della grande influenza che i media possono avere sui bambini. Sono cresciuta in una casa dove la musica era presente. Mio padre era nel coro della chiesa, per cui ho sempre ascoltato la musica, ma si trattava perlopiù di inni sacri, mai di opera.Poi, un giorno, avevo sei anni, mi lasciarono per qualche motivo da sola davanti alla TV, e davano l’adattamento televisivo di un’operetta, il Bettlerstudentdi Millöcker. Ne fui folgorata. Ricordo che mi misi a piangere perché tutto lasciava supporre un finale tragico, e che poi, invece, davanti al lieto fine cominciai a saltare sul divano. Il giorno seguente chiesi a mio padre di comprarmi il disco, e a mia madre di farmi un vestito proprio come quello della prima donna. Fu allora, in quel preciso istante, che decisi di diventare una cantante d’opera! E così sta vivendo il suo sogno di bambina.AH:Già, per tutta la vita ho fatto ciò che desideravo fare. So di essere molto fortunata, e sono consapevole del lusso che mi è toccato. Anche se, mentre studiavo, continuavo a ripetermi che non era possibile, che non sarei diventata una cantante lirica così, su due piedi. Visto che ero molto appassionata anche di storia, preparai un piano B: diventare un’archeologa.  Ma alla fine non ne ha avuto bisogno. Quando ha capito che ce l’avrebbe fatta per davvero?AH:Credo sia stato quando ho fatto un’audizione all’ultimo momento per L’Italiana in Algeri a Oslo. È stato tuto velocissimo: da un giorno all’altro mi hanno chiamata, ho fatto l’audizione, ho ringraziato e stavo già correndo giù dal palco per andare a prendere l’aereo per Stoccolma quando mi hanno fermata e mi hanno detto che la parte era mia. Durante la produzione di quell’opera ho capito che ce l’avevo fatta. Avevo finito la scuola di opera da 4 anni. Da allora, il mio mantra è sempre stato: “crescita lenta, musica di qualità”. Quali momenti, nel corso della sua carriera, le hanno dato maggior soddisfazione?AH:Ce ne sono stati molti, a livello professionale, ma personalmente l’episodio che ricordo con maggior affetto riguarda la sera che tornai a casa dopo un’audizione con Luca Targetti della Scala di Milano e dissi ai miei: “Canterò alla Scala!”. La gioia sul viso di mio padre, in pigiama nel bel mezzo della notte, è qualcosa che non dimenticherò mai.  Da dove nasce la sua passione per la musica barocca del XVII e XVIII secolo? AH:Ho scoperto la musica barocca tramite la mia collega mezzo soprano svedese Anne Sophie von Otter, e mi è piaciuta subito. E poi mi sono resa conto che cantando Verdi, Puccini e Mozart, non sarei mai stata protagonista. Sarei sempre rimasta un passo più indietro rispetto alle soprano, a passare loro una sedia, un fazzoletto e a supportarle mentre cantavano le loro arie. Con il Barocco, al contrario, potevo esprimermi cantando intere arie, e inoltre questo genere di composizione si presta benissimo alla mia voce.   Nel suo disco Carnevale 1729ha cantato una raccolta di 14 arie barocche sconosciute scelte fra quelle eseguite durante il Carnevale di Venezia del 1729. Come mai questa selezione così particolare? AH: L’ispirazione nasce da quei CD venduti per pochi euro negli Autogrill: “Greatest Hits 1985”, “Summer Hits 2010”, cose del genere. Ho cominciato a domandarmi come avrebbe potuto essere un “greatest hits” settecentesco, quali “successi” avrebbe raccolto, ad esempio, un disco dedicato al Carnevale di Venezia in uno qualsiasi degli anni di quel secolo. Alla fine abbiamo scelto l’anno 1729 perché era incredibilmente denso di arie meravigliose e miracolosamente sopravvissute all’oblio. Il1729 fu un anno speciale anche perché tutti i grandi nomi dell’Opera italiana tornarono in patria dopo alcuni dissapori con Händel,loro impresario in Inghilterra. Il legame con un nome famoso come quello di Händel è stato anche un “gancio” importante per farci vendere il disco. Non sarebbe stato più facile e remunerativo registrare qualcosa di Händel? Perché scegliere compositori sconosciuti ai più come Orlandini o Giacomelli?AH: Ne sono perfettamente consapevole. Io adoro Händel, e nel caso specifico di Carnevale 1729mi sono detta che “usare” il suo nome per far conoscere al pubblico gli altri compositoripoteva essere una buona idea. Qualcosa di simile succede ogni volta che si mette a punto il programma per un recital di musica barocca: ci si sente quasi “obbligati” a inserire qualcosa di Händel per accontentare il pubblico. Ma di recente le cose stanno cambiando: sia le case discografiche, sia gli appassionati di musica cominciano finalmente ad apprezzare anche i compositori meno conosciuti.   C’è un autore in particolare che, a suo avviso, meriterebbe più attenzione da parte del pubblico? AH: Ce ne sono molti. A cominciare da Pietro Torri, Giovanni Porta, e naturalmente Geminiano Giacomelli. Ma non è facile promuovere le loro opere. Sono praticamente sconosciuti, e non esistono composizioni “famose” da cui partire per fare in modo che il pubblico ne approfondisca la conoscenza. E poi c’è sempre dietro molta ricerca, perché gli spartiti e le edizioni scarseggiano. Non da ultimo, c’è una sorta di pregiudizio negativo nei confronti dei compositori meno noti, motivato dall’idea che, se fossero davvero validi, tutti li conoscerebbero.  Se si tratta di un pregiudizio, perché allora alcuni compositori sono meno conosciuti di altri? Perché Händel e Vivaldi e non, ad esempio, Torri e Giacomelli?AH: C’è un discorso di qualità, ma vale solo fino a un certo punto. È innegabile che Händel fosse unico e che avesse davvero un dono divino. Ma occorre anche tenere conto di altri aspetti: alcuni compositori hanno vissuto pienamente nel loro tempo, scrivendo musica per guadagnarsi da vivere. Senza viaggiare molto,senza pensare a scrivere musica “eterna” (questo concetto è nato soltanto dopo, con la cultura del “genio”), prendendo una commissione dopo l’altra, senza essere per questo meno bravi nella propria arte. Perciò, sì: Händel era un genio, e forse lo era anche Torri, ma quest’ultimo non è riuscito a far eseguire le proprie composizioni nei teatri per secoli e secoli com’è accaduto invece con il Messiahdi Händel, e dunque non è mai divenuto altrettanto popolare. La verità è che le persone amano ascoltare ciò che già conoscono: in questo senso, una composizione in qualche modo familiare ha un vantaggio infinito su una completamente sconosciuta. Qual è il genere che preferisce cantare?AH: L’Opera è stata il mio primo amore, l’ho cantata per 25 anni. È davvero magica, sia in scena sia dietro le quinte, dove tutti si muovono perfettamente coordinati come in un balletto! Ma richiede anche moltissimo lavoro, e molto tempo lontana da casa.A volte, poi, cantare l’Opera può diventare un’esperienza frustrante, soprattutto da quando i direttori d’orchestra sono diventati così importanti da esercitare il proprio potere anche sul senso stesso della composizione. Perciò, giunta a questo punto della mia carriera, se decido di cantare l’Opera deve trattarsi di qualcosa di davvero speciale. Un’artista che canta qualsiasi cosa non è credibile. In questo settore bisogna essere capaci anche di dire dei no. È un gesto coraggioso e allo stesso tempo rigenerante. Qual è il suo rapporto con gli applausi e le chiamate alla ribalta? Che cosa passa per la testa di un artista in quei momenti?AH: Nonostante i molti anni di esperienza, sono sempre terrorizzata. Credo che la paura di non ricevere un applauso sia l’incubo peggiore di ogni artista, ma fortunatamente non mi è mai successo. L’applauso rappresenta la dimostrazione ultima che hai fatto un buon lavoro, e che il pubblico ti sta a suo modo restituendo ciò che hai dato. È una sorta di alchimia.  Come riesce a bilanciare il suo ruolo di madre con quello di artista?AH: Sono in viaggio circa 200 giorni all’anno, perciò il vero eroe, qui, è mio marito. È senza dubbio un lavoro di squadra, perché se lui non si occupasse di nostra figlia e di tutto ciò che c’è da fare a casa, semplicemente non potrei viaggiare. Io sono quella sotto le luci della ribalta, sono quella che riceve l’applauso, ma dietro le quinte c’è qualcuno che si prende cura di tutto il resto. Per quanto riguarda me personalmente, sono rimasta una persona normale nonostante la mia carriera artistica. Mi piace ancora scendere senza trucco a comprare il latte nel paesino dove sono nataAnche suo marito, Holger Schmitt-Hallenberg, è nel settore musicale. Questo aiuta il vostro ménage familiare?  AH: Holger è un musicologo, nonché la mia enciclopedia vivente! Questo significa che possiamo collaborare, ed è perfetto. In più ha lavorato nei teatri, e sa come funziona la mia professione, non serve che io gli spieghi nulla. Ma in generale credo che due artisti, ad esempio due cantanti, facciano molta più fatica a far funzionare le cose: uno dei due dovrà per forza fare un passo indietro, prima o poi.  Come si rilassa nel tempo libero?AH: Lavorando a maglia! Sento il bisogno di fare qualcosa di manuale. Il mio lavoro si conclude nel momento in cui mi esibisco. Canto, e tutto si traduce in aria. Ogni tanto mi serve qualcosa di più tangibile

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04.07.2018

Nato nel 1991 a La Neuveville, in Svizzera, lo studio di architettura atelier oï si distingue da sempre per il suo percorso creativo mai banale nell’ideazione e nella costruzione di oggetti e spazi. Il cuore di tutto è la tensione a mescolare le carte, i generi architettonici e le discipline, spaziando fra architettura, scenografia, interior e design di prodotto. Il 2018 è un anno speciale lo studio fondato da Aurel Aebi, Armand Louis e Patrick Reymond, perché vede ben due mostre monograficheraccontarlo e ripercorrerne i passi. Oïphorieè la mostra in corso fino al 30 settembre al Museum für Gestaltung di Zurigo, storico punto di riferimento per il design svizzero aperto dal 1878. Oïphorie è una selezione di progetti rappresentativa dei 27 anni di attività dello studio, realizzati per i più diversi committenti, dai più importanti brand internazionali del design e del lusso a prestigiosi enti culturali. L’obiettivo è mostrare le fasi di ideazione e realizzazione del progetto, partendo dalla manipolazione dei materiali, filo rosso di tutta l’attività dell’atelier, alla realizzazione dei prototipi, al risultato finale.  Dall’altra parte del mondo, il Museu da Casa Brasileira di San Paolo, fra i più importanti luoghi dedicati al design e all’architettura della metropoli brasiliana, ospiterà ad agosto 2018 la mostra Handmade Industryche metterà l’accento sull’approccio di atelier oï ai materiali, approfondendo, con progetti ed esempi, come la competenza sui materiali, sul loro trattamento e sulle loro reazioni, possa e debba combinarsi con gli spazi liberi del design e della cultura.  Da questo incontro, fra materiali e idee, nasce l’impalpabile spazio emotivo che avvolge le creazioni e le installazioni di atelier oï, capaci di lasciare sempre un pensiero aperto, disponibile all’interpretazione. L’intuizione che dà vita al progetto è la scintilla che si specchia nei sensi di chi il progetto è chiamato a viverlo, entrando in contatto con la sua forma e la sua superficie, usandolo con gli occhi o con le mani.  

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29.06.2018

Correva l’anno 1999 quando Massimiliano di Battista, appassionato d’arte ed esperto di relazioni pubbliche, fondò a New York con il suo socio Marco Fincato l’innovativa agenzia fotografica Management+Artists+Organization, specializzata nella moda e nata per guidare e sostenere gli artisti anche sotto il profilo creativo. Oggi, l’agenzia è una realtà internazionale con sedi a Londra, Parigi e Milano, ma Massimiliano è rimasto fedele alla “sua” New York, dove vive da quasi vent’anni non come un “expat”, ma da vero newyorchese. Come vivi New York da italiano? MDB:Personalmente ho cercato di adattarmi fin da subito, creando la mia famiglia e il mio microcosmo per rendere l’esperienza serena. New York è una città molto affascinante perché ti può sorprendere ogni giorno, perché è sempre in movimento ed è l’unica città al mondo dove tante razze convivono in modo pacifico.Ma è anche complessa e dura, e la qualità della vita è bassa, anche quando sei “arrivato” e hai buone disponibilità finanziarie. Per qualità della vita intendo la qualità dei rapporti umani: qui è difficile avere e sviluppare dei rapporti umani profondi, seri, onesti e trasparenti.  Ti sei mai chiesto perché?MDB:Certamente. E la spiegazione che mi sono dato è questa: i veri newyorchesi nati e cresciuti a New York sono pochissimi, la maggior parte delle persone vengono con un progetto preciso: raggiungere un sogno, il successo, l’indipendenza finanziaria, il potere, l’attenzione. New York è una città basata sul lavoro e sul successo, meno sui rapporti umani. Perciò, se riesci a coltivare dei rapporti autentici è importante investire su questi rapporti.  Fino a che punto New York incarna gli Stati Uniti, e in che cosa invece si distingue profondamente dal resto del paese?MDB:È una domanda molto complessa, ma per sintetizzare al massimo direi che New York è allo stesso tempo lo specchio e l'antitesi del resto dell'America. Lo specchio per via delle grandi contraddizioni che la contraddistinguono, assimilabili a quelle dell’intero questo paese. L'antitesi per il suo senso di appartenenza, per la mancanza di tensioni razziali, per un dinamismo e una voglia di fare e costruireche mancano in molte altre parti degli Stati Uniti. Quali sono le parti e le esperienze della città che ami di più? MDB:I miei luoghi ideali a New York sono quelli che in qualche modo mi fanno sentire “a casa” e mi danno qualche emozione. Come la metropolitana, sulla quale adoro viaggiare per osservare le persone, immaginare le loro vite, i loro desideri, i loro sogni. È forse il luogo più “democratico” della città, quello dove c’è la più grande integrazione fra le classi sociali. OppureBroadwaye la scena di off Broadway, che per quanto in un certo senso “scontata” e turistica ti offre la possibilità incredibile di ammirare dal vivo alcuni dei più grandi attori di Hollywood. Un altro concetto classico newyorchese a cui sono affezionato è il cosiddetto restaurant date, vale a dire la serata al ristorante: in una città dove non si invitano gli amici a casa, dove ci sono pochi bar e manca la tradizione dell’aperitivo, il ristorante è diventato il luogo della socialità per eccellenza. I miei ristoranti preferiti al momento sono EN Brasserie e O-ya per la cucina giapponese, The Pool Room e The Polo Bar per una situazione elegante e un po’ formale, e poi i ristoranti “farm to table” a Brooklyn o nel Queens, dove si possono assaggiare piatti a base di prodotti locali. E infine lo shopping, per il quale New York rimane una delle città più entusiasmanti al mondo. Mi piace scoprire negozietti anche in quartieri meno noti o luoghi inaspettati, e qui davvero ne nascono di nuovi quasi ogni giorno. In particolare, suggerisco il Lower East Side, Madison Square Park, Chinatown e Chelsea West. Credi che per un fotografo, o per un creativo in generale, lavorare a New York sia una buona idea nel 2018? MDB:Oggi non è necessario vivere a New York per un creativo di moda. Anzi, forse può essere addirittura dannoso. La maggior parte dei clienti sono aziende commerciali che parlano alla massa, e a livello editoriale pochissime testate che offrono possibilità creative ai fotografi.La situazione è più adatta ai creativi della nuova generazione digitale, multidisciplinari, digitali e in generale in grado di unire tecnologia e creatività. Negli Stati Uniti oggi si parla solo di contenuto mobile. La stampa è diventata un semplice accessorio. Per un fotografo o uno stylist, forse ha più senso vivere a Londra o a Hong Kong. 

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27.06.2018

Inutile negarlo: abbiamo un problema di eccesso di plastica. Negli ultimi 50 anni, la produzione e il consumo di uno dei più comuni materiali prodotti dall’uomo sono cresciuti costantemente. In questo contesto, la scoperta del verme “mangia-plastica” da parte della ricercatrice italiana Federica Bertocchiniappare assolutamente importante, e potrebbe addirittura fornirci un’arma in più nella guerra contro un problema causato dalla nostra stessa inefficienza e scarsa lungimiranza.  Già Research Career Development Fellow presso l’Istituto di Biomedicina e Biotecnologie della Cantabria a Santander, in Spagna, Federicaè una biologa molecolare laureata all’Università di Pisa e con un PhD dell’Istituto San Raffaele, e ha alle spalle 20 anni di ricerca fra Londra e New York con una specializzazione nello sviluppo embrionario dei vertebrati. Ma è stata una scoperta casuale a indirizzarla verso lo studio della biodegradazione delle plastiche. Federica ha infatti un hobby un po’ particolare, quello dell’apicultura, ed è stato proprio dopo aver ripulito alcune arnie infestate dai bruchi della cera e aver chiuso i bruchi in un sacchetto che si è accorta di come questi avessero bucato il sacchetto, mangiandone alcuni frammenti per liberarsi. La ricerca che è seguita a quella scoperta, supportata anche da un gruppo di scienziati dell’Università di Cambridge, ha svelato che i “vermi della cera”, vale a dire le larve dei lepidotteri che vivono nei favi degli alveari, mangiano la plastica: secondo i test di laboratorio, 100 vermi sarebbero in grado di mangiare92 milligrammi di polietilene in 12 ore, utilizzando gli stessi enzimi con i quali digeriscono la cera d’api.  Tuttavia, per essere certi che la biodegradazione a opera dei vermi della cera possa essere un’arma concreta contro il problema della plastica, occorre proseguire nella ricerca, e Federica è pronta a continuare. 

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20.06.2018

160 fotografie di moda realizzate da oltre 80 fotografi e rappresentative di un intero secolo di evoluzione del costume e della società: questi sono i numeri di Icons of Style: A Century of Fashion Photography 1911-2011, la mostra che si svolgerà al J.Paul Getty Museum di Los Angeles dal 26 Giugno al 21 Ottobre 2018.  La fotografia di moda è lo specchio della società a cui si rivolge proprio perché è, prima di tutto, fotografia commerciale e quindi necessariamente efficace nell’attirare l’attenzione e allineata con le curiosità del momento. Sia essa in forma di copertina, illustrazione, video, pubblicità o reportage, quando la fotografia di moda si salda con la creatività (e con il desiderio) il risultato è un ritratto fedele delle aspirazioni di un’epoca. Aspirazioni, non realtà, ma non per questo meno significative per ricostruire un periodo storico e meritare una retrospettiva d’autore in uno spazio prestigioso.  Durante la depressione degli anni ’20 l’enfasi dei primi magazine sul glamour rispondeva a un bisogno reale di evasione, mentre negli anni della seconda guerra mondiale, in particolare negli Stati Uniti, si abbandonano per una visione pragmatica, sempre fiduciosa e entusiasta della vita quotidiana.  La fotografia di moda come sintomo dello spirito del tempo: la rinascita degli anni ’50 è negli obiettivi di Irving Penn e Richard Avedon, che qui iniziano a celebrare il glamour e la magnificenza che arriva da Parigi con le creazioni di Cristòbal Balenciaga e Christian Dior, fra gli altri. La rivoluzione del costume negli anni ’60 è nella camera 35mm scelta da William Kleinper avvicinarsi alla nuova cultura della strada o nell’estetica psichedelica e surreale di Neil Barr. Gli anni ’70 introducono la diversity, coinvolgendo persone con provenienze, età e attitudini diverse, in linea con lo spirito del tempo, fra sperimentazioni e avanguardie.  La mostra vince la scommessa di portare in un museo immagini nate per obiettivi commerciali ma, per fortuna di tutti, filtrate dal genio e dal talento di maestri del loro tempo e dalla presenza di visi realmente iconici, il cui significato è ormai completamente staccato dalla persona, per quanto celebre, e assurto a segno astratto di un’idea di bellezza.Arrivano gli anni ’80 e la ribalta italiana: da Versace a Giorgio Armani, Milano diventa il fulcro di una moda elegante e sensuale, nascono le supermodel e la fotografia di moda diventa oggetto di consumo quotidiano, patrimonio popolare e serbatoio di sogni sufficiente per un decennio. L’ebbrezza finirà alle soglie degli anni ’90 quando, da una frenata dell’economia, arrivano le malinconie del grunge e il minimalismo. La chiosa della mostra assegna ai fashion blog, a partire da The Sartorialistdi Scott Schuman, e a Instagram il definitivo spostamento dell’obiettivo della fotografia di moda sulla strada, cioè sulla moltitudine delle interpretazioni individuali. Come si formeranno i fotografi che ricorderemo fra un secolo? La nuova sfida è qui. 

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18.06.2018

È un giornalista, un autore di thriller, un saggista. È preside della facoltà di Comunicazione, Relazioni Pubbliche e Pubblicità dello IULM di Milano, ed è stato il fondatore del leggendario mensile Duel, la prima rivista cinematografica italiana ad aver allargato la prospettiva dal cinema al più ampio panorama mediatico contemporaneo. Stiamo parlando di Gianni Canova, uno dei più autorevoli critici cinematografici italiani – sebbene non ami definirsi tale e preferisca piuttosto pensare a se stesso come a qualcuno in grado di “contagiare” i suoi allievi e lettori alla passione per il cinema. Con lui abbiamo parlato di film fondamentali, cinema italiano contemporaneo e Netflix. Perché il cinema italiano sembra non riuscire a riconquistare la fama dei suoi anni d'oro? GC:Abbiamo talenti e tecnici a go-go. Abbiamo registi straordinari. Ma è il sistema che non funziona. I festival sono conservatori, promuovono snobisticamente solo film per cinefili duri e puri. L'apparato produttivo è viziato da anni e anni di eccessivo aiuto di stato. Personalmente, sogno più cultura del rischio, sogno processi innovativi nella comunicazione del prodotto film, sogno una rivoluzione culturale che restituisca al cinema la dignità che aveva da noi negli anni Sessanta e che ora non ha più. Perché in Francia andare al cinema è "figo" e da noi no? Credo che il nocciolo della questione sia tutto qui.   Quali sono i registi italiani contemporanei che consiglierebbe a un giovane studente di cinema straniero?GC:Paolo Sorrentino è uno dei più grandi creatori di forme di tutto il cinema mondiale. Non c'è una sola immagine nei suoi film che sia ovvia, scontata, prevedibile, banale. Ogni suo film è una rieducazione dello sguardo alla bellezza. Vedi La grande Bellezza, o Youth, e ti senti come davanti a una donna che ti piace: intuisci tutti i suoi difetti, eppure ti fa impazzire. Va visto tutto. Lo stesso vale per Matteo Garrone: un talento visionario, capace di andare oltre, di inventare mondi, di scovare demoni e fantasmi.  Se invece dovesse scegliere tre film nella storia del cinema di tutti i tempi per spiegare a un extraterrestre (ma anche a uno spettatore digiuno e sprovveduto) che cos'è il Cinema, quali sceglierebbe e perché?GC:La finestra sul cortiledi Hitchcock perché rivela una volta per tutte il voyeur che si nasconde dentro ogni spettatore.8 e 1/2di Fellini perché è una fantasmagoria danzante sull'insensatezza del fare un film. E 2001 Odissea nello spaziodi Kubrick perché ci ricorda come il cinema sia la più straordinaria palestra mentale che il nostro tempo mette a disposizione di ognuno di noi.   Qual è la sua opinione sul fenomeno delle piattaforme di streaming online?GC:Le piattaforme di streaming sonoil trionfo dei film e la morte del cinema. Non si sono mai visti tanti film come adesso, ma sul tablet, sul monitor della TV o sul display dello smartphone. I film non sono più cinema, sono un'altra cosa. Come diceva il saggio McLuhan,“il medium è il messaggio”. La serialità televisiva è una strepitosa invenzione per spostare investimenti, capitali e consumi dal medium cinema ad altri media. Tutto qui. Pura guerra di posizionamento sul mercato dell'entertainment, con tutto quel che ne consegue. Netflix non è produttore di cinema. Casomai, è produttore di film per nutrire se stesso. Produce per autoalimentarsi; nulla di male, ma di fronte al grande schermo io mi sentivo dominato da qualcosa di più grande di me, e di questo qualcosa potevo farne un mito. Non nasceranno più miti da immagini tanto più piccole di noi, poco più che francobolli digitali che noi dominiamo con sicurezza, ma che non sapranno mai darci le emozioni rapinose che ci dava il cinema, quando era IL cinema.    Ha sempre voluto essere uno studioso del cinema o ha anche coltivato, in qualche momento della sua vita, il desiderio di dirigere un film? GC:Mi piace troppo vedere film per sobbarcarmi la fatica di provare a farne uno. Stare su un set è una delle esperienze più noiose e ripetitive che ti possano capitare. Vedere film, invece, è sempre un'esperienza eccitante. Per quanti film io abbia visto, ogni volta che in sala si spengono le luci provo l'emozione che ho provato la prima volta che ho visto un film in una sala buia.   

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08.06.2018

Gaetano Pesce ha messo le cose in chiaro fin dagli inizi della sua carriera: durante gli studi di architettura all’università di Venezia scrisse il manifesto “in difesa del diritto all’incoerenza”, perché ai creativi doveva essere permesso e richiesto di spaziare, sperimentare, contaminare sempre. Era la fine degli anni ’50 e a Padova nasceva il gruppo Enne, consesso di studenti affascinati dalle macchine e dalle possibilità della tecnologia applicate all’arte, vicini all’arte cinetica che stava prendendo piede a Milano. Per questo legame speciale, Padova celebra oggi il progettista, visionario, artista e architetto Gaetano Pesce, nato a La Spezia nel 1939, con la retrospettiva Il tempo multidisciplinare dentro e fuori il Palazzo della Ragione, che festeggia a sua volta gli 800 anni dall’edificazione.  La mostra, aperta fino al 23 settembre 2018, presenta 200 opere che toccano tutte le forme espressive sperimentate da Pesce nella sua vita, oggetti di design e progetti urbanistici in prima linea, evitando ogni percorso definito perché anche i visitatori si lascino trasportare dal perenne brainstorming che è l’arte di Pesce.  L’incoerenza ha un filo conduttore costante nella curiositàche anima un percorso mai lineare di ricerca dell’essenza della contemporaneità e dei luoghi. Esposte al MoMa di New York, al Victoria & Albert Museum di Londra, al Museo Vitra di Berlino e al Centre Pompidou di Parigi, le idee di Gaetano Pesce a Palazzo della Ragione prendono la forma della poltrona fuori scala Un Gigante di Vestiti, alta quattro metri, rivestita di abiti femminili rappresentati di epoche e stili diversi.  In quest’opera esemplare la potenza scenografica si unisce al messaggio civile, come accade spesso nel suo lavoro: intorno alla sedia, sei colonne reggono altrettante teste di belve feroci, a rappresentare l’aggressività che si scatena nell’uomo di fronte alla paura del femminile. La Maestà Tradita, scultura dedicata alla donna martire, e Italia in Crocedel 1978 si trovano all’esterno del Palazzo della Ragione, spunti liberi di ricerca e riflessione per tutta la città.  Fra le opere inedite proposte c’è infine Padova Onora Galileo, un progetto urbanistico dedicato alla città patavina e a uno dei suoi più illustri ospiti, un omaggio ai pensatori senza confini, capaci di spaziare fra arte, fisica, astronomia e lettere ai quali Pesce da sempre si ispira. 

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06.06.2018

Il capolavoro di Hirohiko Araki è la famosa serie Le bizarre avventure di JoJo, pubblicata in sul Weekly Shōnen Jump fra il 1987 to 2004. Sviluppata in otto parti, la serie racconta una storia di legami di sangue e nemici soprannaturali che ruota attorno all’immaginaria famiglia Joestar. Araki ha stimolato la fantasia di molti, e in particolare di alcuni celebri stilisti fra cui Gucci, che nel 2013 collaborò con il fumettista le sue vetrine. La mostraa lui dedicata in programma a Tokyo al secondo piano del National Art Center, in collaborazione con Shueisha Publishing, vuole essere proprio una celebrazione dei 30 anni di JoJo, con tanto di disegni e testi originali in esposizione. I visitatori potranno ripercorrere l’intera storia della serie grazie al Jojo Chronicle, uno spazio tutto dedicato ai personaggi e alle ambientazioni che, negli anni, hanno dato vita al racconto.  La sezione Star of Destiny, Blood of Fateraccoglierà invece le scene più significative dedicate al tema del destino che incombe alle spalle dei protagonisti e dei loro rivali.  Il tutto sarà arricchito dal contributo di artisti e creativi, del calibro dello scultore Motohiko Odani, dello stilista Kunihiko Morinaga di Anrealagee dello studio di visual design WOW. 

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01.06.2018

Arles deve avere un’energia particolare. Fu in questa cittadina nel sud della Francia che Vincent Van Gogh si trasferì nel febbraio del 1888 dando il via al periodo più intenso e fertile della sua vita: oltre 300 opere in poco più di 14 mesi, folgorato dalla luce della Provenza. Dal 1970, Arles è il luogo di Rencontres d’Arles, un importante festival internazionale di fotografia, attento a cogliere nell’obiettivo dei grandi maestri la dirompenza e la velocità dei cambiamenti sociali e politici. Dal 2 luglio al 23 settembretutta la città diventa spazio espositivo con oltre 30 venuee la partecipazione di ospiti e visitatori da tutto il mondo. L’edizione 2018, come racconta il direttore Sam Stourdzé, è un viaggio nel temposui binari di una selezione di immagini che affidano all’occhio del fotografo il compito di riportarci in momenti precisi della nostra epoca.  Ciascuno può confrontarsi con il filtro della propria esperienza e, mettendo insieme sensazioni e ricordi, intuire forse qualche frammento di futuro. Fra le oltre 60 mostre in programma, tre filoni in particolare si dedicano ad indagare la linea del tempo. Run Comrade, the old world is behind youpresenta, fra le altre, 1968! What a story, la mostra tributo all’anno che più ha plasmato l’immaginario della fine del secolo. Di quel periodo si nota il mix di tragedie e sogni, l’esistenza di un filo rosso sottile che spingeva verso un futuro sicuramente migliore. Il futuro del 1968 è l’oggi disegnato dal lavoro di Jonas Bendiksen, fotografo norvegese classe 1977, inserito nel ciclo Augmented Humanityche ha seguito e documentato la vita di 7 ‘guru’, personalità emblematiche e dal grande seguito, sul filo di un’ambiguità ineliminabile fra avanguardia e credenze arcaiche. In questa contemporaneità indecisa la fiducia nel progresso tecnologico è compensata dal ritorno diffuso a pratiche antiche, dalla meditazione alla coltivazione della terra, in un equilibrio costantemente precario.  America Great Againnasce dall’anniversario della pubblicazione di Les Americains (1958), con fotografie di Robert Franke a cura di Robert Delpire, un reportage on the road degli USA degli anni ’50: a distanza di 60 anni, 5 fotografi di età e provenienze diverse raccontano a modo loro gli USA di oggi.  Mostre, workshop e performance completano il programma, con un’attenzione speciale agli eventi della settimana inaugurale (dal 2 all’8 luglio) animata dalle “notti diArles”: lo spazio del teatro antico cittadino ogni notte è affidato a un ospiteche racconta il suo lavoro mescolando i linguaggi fra musica, teatro e storytelling.  

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21.05.2018

A pochi chilometri da Roma c’è un posto che unisce il fascino eterno della storia, la bellezza dell’architettura rinascimentale e il gusto contemporaneo per la contaminazione fra arte e design. In queste stanze hanno vissuto nobili, collezionisti e appassionati d’arte, che nel tempo hanno dato forma al suo fascino unico. Si chiama La Posta Vecchia e si trova a Palo Laziale, nei pressi di Ladispoli, nel tratto di costa tirrenica che da Roma sale verso l’Argentario. Affacciata sul mare, questa maestosa villa rinascimentale fu costruita nel 1640 dai principi Orsini per ospitare gli amici e ha mantenuto nel tempo questa dimensione di luogo esclusivo eppure aperto e accogliente. Dal 1693 appartenne alla nobile famiglia Odescalchi che la abbandonò dopo l’incendio che la colpì nel 1918. Quell’evento negativo fu la premessa per la grande rinascita della proprietà: l’acquisto nel 1960 da parte di Jean Paul Getty, fondatore della Getty Oil Company, magnate e appassionato d’arte che, con l’aiuto del critico e storico dell’arte Federico Zeri, riempì le stanze della dimora con arazzi antichi, sculture e opere dal Rinascimento all’epoca contemporanea. All’inizio degli anni ’80, la villa venne acquistata da Roberto Sciò, dal 1990 ha riscoperto la sua vocazione di ospitalità fino all’attuale forma che offre agli ospiti 19 fra stanze e suite d’autore, veri riassunti per oggetti e opere della storia dell’arte e della bellezza italiana ed europea. Due esempi: la Getty Master Suite contiene una scatola intarsiata del ’600 raffigurante la storia di Re Salomone, oltre che una collezione di porcellane Meissen alle pareti. Nella Medici Master Suite gli ospiti incontrano una mappa del Lazio del XVII secolo di De Rosi e un tavolo di marmo dello stesso periodo, mentre due maestose scale in marmo conducono alla sala da bagno. Opulenza ed eleganza si sfidano continuamente fra le sale de La Posta Vecchia, mentre la natura, con la bellezza energetica del mare e della luce che si riflette sulle mura, sono la ragione per la quale questo tratto di mare è da sempre stato scelto come luogo di riposo e piacere. La ristrutturazione voluta da Jean Paul Getty ha infatti portato alla luce i resti di una villa romana del II secolo a.C., visibile nel piccolo museo archeologico nel piano interrato dove sono stati raccolti e conservati i reperti rinvenuti. Per completare l’esperienza, allo chef Antonio Magliulo è affidata la direzione del ristorante The Cesar, che occupa la terrazza sul mare e propone menù ricercati con un’attenzione speciale alle verdure provenienti dall’orto biologico dell’hotel. I campi da tennis, il parco, la piscina coperta e il centro benessere aggiungono il piacere della remise en forme. Fra natura, storia e arte, La Posta Vecchia è destinato a diventare il luogo del cuore di ogni suo ospite, oasi di pace e punto di partenza per scoprire Roma e le bellezze di tutto l’entroterra laziale, fra resti etruschi e borghi antichi. 

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16.05.2018

Un’edicola storica nel centro di Ortona, il sogno di un ragazzo e di suo padre e un’infatuazione improvvisa per il Cile. Sono gli elementi principali di una storia decisamente fuori dal comune, quella di una piccola casa editrice indipendente, Edicola Ediciones, che dal 2013 pubblica titoli in italiano e in spagnolo fra Italia e Cile, costruendo un ponte virtuale fra due mondi non poi così distanti, sebbene divisi da due lingue diverse, un Oceano e un continente. Una storia che somiglia essa stessa a un romanzo e che ha per protagonisti Paolo Primavera e Alice Rifelli, due giovani e coraggiosi editori, coppia nel lavoro e nella vita. Paolo e Alice vivono e lavorano fra Ortona, sede italiana della casa editrice, la provincia di Ferrara, terra d’origine di Alice, e Santiago del Cile. Li abbiamo incontrati per farci raccontare nei dettagli la loro avventura. Come nasce il ponte fra Italia e Cile? Paolo: Facevo il fotografo, e ho conosciuto il Cile attraversandolo per realizzare un reportage. Quell’esperienza è diventata un libro e si è sedimentata nella voglia di tornare, cosa che ho fatto iniziando a collaborare con due quotidiani per poi insegnare in un’università per quattro anni. Nel frattempo avevo iniziato un Master in editoria che ho dovuto interrompere dopo che una telefonata mi ha annunciato una malattia terminale di mio padre e sono tornato a casa. Mio padre gestiva un’edicola che appartiene alla mia famiglia da più di cent’anni e mentre eravamo lì un giorno ci siamo detti che tra tutto quello che vendevamo c’erano molte pubblicazioni inutili e che avremmo dovuto avere la nostra casa editrice, votata alle nostre rispettive passioni, la fotografia e la costruzione di mobili in legno. In quel momento un tarlo si è insediato nel mio cervello. Quando mio padre è scomparso sono tornato in Cile per finire il Master e lì è nata Edicola, la nostra casa editrice. Attraverso la traduzione costruiamo un ponte tra la cultura cilena e quella italiana, oltre che proporre titoli in spagnolo in Italia e in italiano in Cile.  Com’è la situazione dell’editoria indipendente in Cile?Alice: Il paese in questo momento sta vivendo un fervore culturale simile a quello sbocciato durante il governo di Allende. Sono passati ormai trent’anni dalla fine della dittatura e sebbene la democrazia cilena sia tuttora molto fragile, le persone sono tornate a sperimentare, a interrogarsi, a incontrarsi. Lo stato investe molto sulla cultura e i risultati si vedono.Paolo: In Cile l’associazionismo tra colleghi è molto più rodato rispetto all’Italia. Quattro anni fa abbiamo fondato una Cooperativa di editori, la Cooperativa della Furia. Eravamo in sette. Oggi siamo più di quaranta. E nel frattempo abbiamo, assieme alle altre organizzazioni, sviluppato e messo in marcia un programma di internazionalizzazione del libro cileno, partecipato alla stesura della nuova legge del libro, democratizzato il prezzo d’acquisto. Come scegliete i vostri autori? Alice: Ci sono vari modi per scegliere un libro da pubblicare. Il più banale è quello di innamorarsene come lettore. Ma ci affidiamo anche all’esigenza di seguire la voce e il progetto di uno stesso autore, o a quella di costruire una sorta di puzzle dove ogni libro è un pezzo che speri di mettere al posto giusto, nel momento giusto. Voi pubblicate anche ebook, ma nel vostro sito dite di "credere ancora nella carta". Paolo e Alice: Siamo partiti immediatamente pubblicando in contemporanea la carta e il formato elettronico. Crediamo a entrambi. La sterile diatriba tra i due supporti non ci è mai interessata. Il libro è anche un prodotto e se per venderlo (e farlo leggere) dobbiamo uscire di notte e trascriverlo sui muri, potremmo anche farlo. L’ebook è un altro stile di editoria, con moltissimi vantaggi rispetto alla carta sia per il lettore, sia per l’editore.Per i nostri libri di carta scommettiamo anche sul fattore “portabilità”, infatti la maggior parte del catalogo cartaceo ha le stesse dimensione di un device.  Come vedono i cileni la cultura e gli autori italiani? Paolo: C’è grande curiosità verso l’arte, la cultura, la letteratura italiana. Il peso della nostra storia e ci ha regalato grande rispetto, anche se resistono i soliti luoghi comuni. Nel campo della letteratura, a fare la parte dei leoni ci sono soprattutto i grandi autori: Calvino, Pavese, Pasolini, Natalia Ginzburg, ad esempio. In Edicola abbiamo fatto e continueremo a fare la nostra parte, traducendo autori italiani contemporanei ma non solo: abbiamo da poco pubblicato in Cile La notte di Dino Campana, con la traduzione di Antonio Nazzaro. Che cosa vi ha fatti innamorare del Cile?Alice: Inizialmente ho avuto un po’ di difficoltà con l’avocado e i terremoti. In tre anni ho fatto pace con entrambi. Il primo ho imparato a sceglierlo e a mangiarlo come si usa qui, estremamente maturo, con un filo d’olio e un pizzico di sale sul pane tostato o per legare i sapori di freschissime insalate. Con i terremoti non c’è ovviamente da scherzare, ma le costruzioni cilene sono sicure, pensate e realizzate per sopportare una terra che trema continuamente. Ed è proprio questa natura prepotente e al tempo stesso generosa che mi ha fatto innamorare del Cile.  

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03.05.2018

Dalle parti di Omotesando, circondato da un giardino di 17.000 metri quadrati, il Museo Nezuospita la grande collezione privata di arte premoderna giapponese e dell’estremo Oriente appartenuta a KaichirōNezu, un uomo d’affari che fu anche Presidente della compagnia ferroviaria Tobu Railway. Nato nella Prefettura di Yamanashi nel 1860, Kaichirōsviluppò fin dall’infanzia una grande passione per l’arte, che lo accompagnò anche quando si trasferì a Tokyo, dove divenne un uomo d’affari di successo, un politico e un filantropo. Nella capitale divenne un grande collezionista e si appassionò alla cerimonia del the, ma non considerò mai la sua collezione come un tesoro privato: al contrario, la considerava una gioia da condividere con tutti.   Dopo la sua scomparsa improvvisa, il figlio ed erede Kaichirō II creò una fondazione per conservare la collezione. Nel 1941 fondò il Museo Nezu nell’ex-residenza di famiglia, ma purtroppo gran parte dell’edificio originale, comprese le gallerie, il giardino e la sala da the andò perduta nel 1945 a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Il museo fu ristrutturato nel 1954 e allargato due volte, nel 1964 e poi di nuovo nel 1991, per commemorare il 50° anniversario della sua fondazione. Aperto nel 2009, il nuovo museo fu progettato da Kengo Kuma– uno dei più important architetti giapponesi – e consiste in edificio di tre piani, due in superficie e uno interrato, ricoperto da un grande tetto.  La collezione conta oggi 7,400 pezzie comprende 7 Tesori Nazionali, 87 Proprietà Culturali Importanti 94 Oggetti d’Arte Importanti. Il fulcro della collezione sono le antichità giapponesi e dell’estremo Oriente collezionati da Kaichirō, oltre ai magnifici servizi da the raccolti sotto il nome di Seizan e alle opere del pittoreOgata Kōrine di suo fratello, il vasaio Ogata Kenzan. Il grande giardino ospita quattro sale da the e il Nezucafé, un caffè con tre pareti di vetro dove i visitatori possono sedersi, rilassarsi e godersi un drink con vista sul verde. 

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13.04.2018

Microfoni aperti, slam, reading, performance al confine con il teatro: la poesia è viva e si nutre di nuovi riti in luoghi che non ti aspetti. Incoraggiata, chissà, dai percorsi di rivincita culturale tracciati dal rap e dall’hip hop presenta oggi, al di là dei circuiti tradizionali, una vena gentilmente sovversiva che nasconde nell’improvvisazione e nell’ambiguità delle rime la possibilità di essere liberi (anche) perché inafferrabili. I circuiti sono spesso off off, ma esistono luoghi nel mondo che sono veri e propri statement: qui si fa poesia. Poetry Café, LondonNel 1909 qui nacque la Poetry Society con l’obiettivo di promuovere e divulgare l’arte della poesia. Oggi la charity conta oltre 4.000 membri in tutto il mondo, la prestigiosa pubblicazione annuale The Poetry Review e un calendario pressoché quotidiano di reading, performance di poesia ma anche mostre di arti visive e musica: uno spazio ibrido a Covent Garden dove la passione per la poesia diventa promozione di ogni linguaggio artistico. Walden, MilanoL’ispirazione è l’omonimo libro di Henry David Thoreau, pubblicato nel 1854 e sul quale, fra le altre cose, si legge “andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza”. L’approccio radicale è alla base di questo spazio aperto nel dicembre 2017 che vuole essere hub culturale, caffè letterario e spazio di poesia, con appuntamenti frequenti, scaffali dedicati agli editori indipendenti e bistrot rigorosamente veg. Nuyorican, New YorkAllen Ginsberg definì questo spazio dell’East Village di New York, nel cuore di Alphabet City, “the most integrated place on the planet” (il luogo più integrato del pianeta). Era il 1973 e l’atmosfera, nonostante il tempo e i traslochi, non è cambiata: la poesia resta la voce delle minoranze, la forma di uso del linguaggio più libera e accessibile, legata “solo” a talento e esercizio. Il jazz e l’hip hop, che condividono la medesima vocazione, spezzano con la musica la programmazione di poetry slam, serate open mic e readingCafé Poesie de Belleville, ParigiNasce a inizio 2016 per volere di Rodrigo Ramis, poeta e attore di teatro contemporaneo, con il desiderio di creare un luogo di incontro reale fra esseri umani, uno spazio diverso e protetto in uno dei quartieri simbolo della multiculturalità nella metropoli francese. Vanno in scena improvvisazione teatrale e poesia, senza palco, aperto a chiunque voglia sperimentarsi e ascoltare. Bluecoat Poetry Café, LiverpoolIl Bluecoat è il centro per le arti contemporanee nel cuore di Liverpool, ospitato da un antico edificio patrimonio dell’umanità UNESCO. In questo luogo che ha fatto la storia delle arti performative contemporanee, dove Yoko Ono fede la sua prima esibizione pagata nel 1967, è nato il Poetry Café, dove le performance di poesia e di musica continuano a coltivare talenti e a sperimentare linguaggi. 

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09.04.2018

Perché uscire per andare al cinema, quando Netflix e sorelle ci portano direttamente a casa contenuti d’autore interpretati dagli stessi divi che vedremmo fuori? Perché il cinema è una cornice che entra dentro l’immagine, un luogo che è un viaggio in sé, una storia secolare che vale la pena di conoscere. Mantenere e nutrire un piccolo cinema nel 2018 è un atto politico vero e proprio, una forma concreta di resistenza alla rapida metamorfosi che la produzione e il consumo delle opere audiovisive sta subendo in questi anni. La buona notizia è che qualcuno lo sta facendo davvero: ecco cinque esempi in giro per il mondo che dovreste conoscere. Uplink (Shibuya, Tokyo)Tempio dell’intrattenimento nel quartiere delle notti di Tokyo, Uplink nasce nel 1987 e conta tre sale fra le quali la più piccola del Giappone: 40 posti. Qui si osano film indipendenti locali e internazionali insieme a documentari e (pochi) grandi successi di botteghino, nell’atmosfera informale e attenta che permette di gustare al meglio la settima arte. Nitehawk (Williamsburg, New York)Fondato nel 2011, debutto molto atteso da quella parte del fiume Hudson, è partito con un primato assoluto: aver fatto abolire l’ultimo residuo di proibizionismo, cioè la legge che impediva di consumare alcolici all’interno dei cinema. Oggi nelle tre sale da 30, 62 e 90 posti si può bere e mangiare gourmet, scegliendo fra film d’autore, documentari e successi internazionali. Il 2018 è l’anno della seconda apertura, questa volta a Prospect Park. Sun Pictures (Broome, Australia)Siamo nel più vecchio cinema all’aperto del mondo, nato come teatro nel 1903 grazie alla famiglia Yamasaki e trasformato in cinema nel 1916. Il fondale è il mare, il pavimento è la spiaggia, tanto che prima della costruzione delle barriere in mare (1974) con l’alta marea i film si guardavano coi piedi nell’acqua. Qui è passata la storia del cinema e la storia dell’Australia e, in particolare, dell’evoluzione dei rapporti con le minoranze di origine asiatica – un documentario vivente nel cinemaIl Cinemino (Milano)Neonato, ma con le idee chiare: i suoi nove fondatori hanno scelto di far rinascere il “monosala” di quartiere unendo i vantaggi della prossimità con quelli del mondo digitale, primo fra tutti il crowdfunding. Risultato: una piccola sala da 75 posti, con bar annesso in perfetto stile retrò, dove arrivano autori, attori e registi da tutta Italia e non solo per raccontare il proprio lavoro. Spettacoli da pomeriggio a notte fonda, pensati per tanti tipi di pubblico, di tutte le età. Le Brady (Parigi)Scegliere un cinema a Parigi non è facile: qui il cinema è nato, con la prima proiezione del 28 dicembre 1895. Le Brady è uno dei pochi in zona Strasbourg-St.Denis, vanta di aver avuto fra i suoi frequentatori abituali François Truffaut e da sempre sceglie una programmazione ricercata con pellicole di nicchia e grandi successi internazionali. Una delle due sale ha solo 39 posti, per gustare in tranquillità il sapore del cinema d’autore. 

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06.04.2018

Parlare tutta la notte di calcio con Paolo Nutini in un bar di Dublino bevendo whisky e Guinness non capita tutti i giorni, ma è soltanto uno dei tanti episodi che ci ha raccontato Mattia Zoppellaro, il giovane fotografo veneto che ha ritratto con il suo stile inconfondibile alcuni dei nomi più leggendari della scena rock internazionale, da Lou Reed agli U2,  da Paul Weller a David Gilmour.In quest’intervista ci ha raccontato del suo incontro con i mostri sacri della musica e di come è riuscito a tradurre in immagine la loro anima più autentica.Fra gli altri episodi legati alla sua carriera di fotografo delle rockstar ci sono l'incontro con Patti Smith, quello con i Depeche Mode e gli inseguimenti per riuscire a scattare un ritratto di Amy Winehouse in un momento diffiicile della sua vita artistica e personale 

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06.04.2018

Raggiungere Shizuoka da Tokyo è molto semplice, e altrettanto semplice è raggiungere il Tōkaidō Hiroshige Museum of Art, a venti minuti di treno da Shizuoka (la stazione è quella di Yui). Il museo si trova Yui-Honjin, è stato inaugurato nel 1994 ed è tutto dedicato a Hiroshige Utagawa, uno degli artisti più rispettati e rappresentativi nel campo dell’ukiyo-e (alla lettera “immagini del mondo fluttuante”), un genere artistico giapponese che consiste nello stampare o dipingere su blocchi di legno. Hiroshige è stato uno degli allievi più brillanti di un altro illustre pittore giapponese, Hokusai, che raggiunse il picco della sua carriera soltanto in tarda età, a settant’anni, grazie alla serie di stampe nota come Trentasei vedute del monte Fuji.  Nato nel 1797, Hiroshige fu in principio allievo di Toyohiro Utagawa, e a 16 anni ebbe finalmente il permesso di firmare le sue opere come “Hiroshige”. La scuola Utagawa era famosa per i ritratti di bellezze femminili e attori di teatro kabuki, ma Hiroshige ne allargò gli orizzonti e aggiunse un tocco di vita ai suoi ritratti. I suoi Luoghi Celebri della Capitale Orientale, forse fin troppo influenzati dalle Trentasei vedute di Hokusai, ricevettero un’accoglienza piuttosto fredda. Ma le rappresentazioni del monte Fuji realizzate dal trentacinquenne Hiroshige rappresentavano un’evoluzione rispetto al punto di vista del settantaduenne Hokusai. Hiroshige si focalizzò su nuove prospettive, nuovi paesaggi, e in un paio d’anni realizzò le Cinquantatre stazioni del Tōkaidō – un ciclo in cui rappresentò le stazioni lungo una delle principali strade che attraversavano il Giappone nel periodo Edo – accolto con grande favore grazie alla sacralità del monte Fuji e allo sviluppo del turismo nei luoghi ritratti nella serie. Oltre a queste celebri opera, il museo raccoglie circa 1.400 pezzi, compresi alcuni lavori realizzati da Hiroshge in tarda età, come la serie delle Cento vedute famose di Edo. Le collezioni ruotano costantemente per offrire ai visitatori una visione sempre nuova e fresca dell’arte dell’ukiyo-e, grazie anche alle molte conferenze e all’angolo dedicato alla sperimentazione, dove tutti possono provare a cimentarsi nella stampa su legno.   

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04.04.2018

La county fair, o fiera campestre, è la più “americana” fra le tradizioni americane. Da oltre 170 anni, è uno degli elementi fondanti delle comunità locali, una realtà che catalizza la potenza e il significato di alcuni degli ideali più nostagici e unificanti della cultura e della società americane. Nata come occasione d’incontro fra agricoltori e allevatori per promuovere le attività locali, la county fair si svolgeva tradizionalmente alla fine dell’estate o allo scattare dell’autunno. Nel corso del ventesimo secolo, mentre gli Stati Uniti si trasformavano da società agraria in società urbanizzata, la fiera si è evoluta fino a includere attività di svago dedicate alle famiglie, sfilate carnevalesche, giochi, corse automobilistiche, bancarelle e concerti. Nell’estate del 2015, la fotografa Americana Pamela Littky ha viaggiato attraverso tutto il paese per immortalare questi appuntamenti stagionali nel cuore dell’America. Ha guidato per migliaia e migliaia di chilometri partecipando e documentando le fiere affollate dalla gente del posto.    “Ho passato la maggior parte della mia vita adulta a Los Angeles, (dove) l’unica cosa che manca è forse proprio questo senso di ‘comunità’ – il senso di appartenenza a una comunità unica e variegata”, ha spiegato Pamela. Durante il suo viaggio, ha scoperto che l’essenza della county fair non è cambiata poi molto, nell’ultimo secolo. Sebbene il tessuto sociale e culturale Americano si sia notevolmente evoluto, le fiere continuano ad attirare ogni anno milioni di persone dall’estrazione e dalla formazione differenti in cerca di un luogo dove celebrare la comunità in tutte le sue sfumature. Il risultato del viaggio on the road di Pamela è stato pubblicato per la prima volta nel volume American Fair, che raccoglie una serie d’immagini magnifiche in cui nostalgiche riflessioni sul passato si mescolano alla complessa realtà della vita Americana nel 21° secolo. Ai ritratti di fattori, contadini e spettatori di spettacoli di lancio del lazo si affiancano immagini percorse da un sottotesto d’inquietudine e incertezza. Volti segnati che hanno vissuto molte stagioni si alternano a immagini di giovani che trasmettono determinazione o innocenza sotto pose adolescenziali. Un lavoro di altissimo valore che, a nostro modesto parere, è paragonabile a quello dei grandi maestri della fotografia Americana come Robert Frank e Dorothea Lange. 

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03.04.2018

In un’epoca in cui tutto, dalla realtà fino all’opera d’arte, è riproducibile digitalmente, che cosa ne è stato e che cosa ne sarà di quel mondo vastissimo a metà fra arte e artigianato che è l’illustrazione? Quali mondi può esplorare un illustratore oltre i confini di un foglio? Sospinta dalla sua innata unicità, ma anche dall’inimitabilità dei suoi limiti, l’illustrazione continua a evolversi. Per noi profani e semplici appassionati non è facile capire in quali direzioni, ma certamente parlare con un addetto ai lavori può aiutarci ad avere un quadro più chiaro. Queste e altre considerazioni sono emerse dalla nostra chiacchierata con Ale Giorgini, un illustratore vicentino le cui opere sono arrivate fino a Tokyo, New York, Zurigo, Vienna, Parigi, San Francisco, Los Angeles, Melbourne e molte altre città del mondo. Giorgini ha vinto il Good Design Award del Chicago Museum of Design, è stato selezionato dalla Society of Illustrators di New York, è presidente e direttore artistico di Illustri Festival e insegna illustrazione. SJ: Quali sono le ispirazioni profonde del tuo lavoro e le radici del tuo immaginario?AG: Quello che disegno deriva dalla mia infanzia: dalle pubblicità del Carosello, dai cartoni animati di Hanna & Barbera, dai libri illustrati di Miroslav Sasek, dalle centinaia di illustrazioni contenute nei Quindici, collana di libri con i quali sono cresciuto e che mi hanno trascinato di peso dentro questo mondo nel quale ho sempre sognato di lavorare. Come lo disegno, invece, deriva dal percorso che ho dovuto intraprendere: mi sono diplomato come geometra e ho lavorato per 15 anni come graphic designer. A un certo punto, la follia lisergica dell’estetica degli anni ’60 e ’70 ha incontrato il rigore della geometria e della grafica vettoriale e ha dato vita a quello che faccio oggi. SJ: Come interpreti la relazione visiva fra colore e tratto? Che ruolo hanno nella tua rappresentazione?AG: Sembrerà bizzarro, ma ho sempre amato riempire le linee. Ricordo che da ragazzino bucavo il foglio per quanta energia mettevo nel ripassare le linee dei miei disegni fino a quando non risultavano - a mio insindacabile giudizio - perfette. Per questo motivo mi sono follemente innamorato di Illustrator: posso avere il totale controllo di ogni elemento, di ogni singola linea. Le mie illustrazioni sono caratterizzate da tratti estremamente decisi. In realtà non me ne sono mai chiesto il motivo: sono un autodidatta e probabilmente tutto è nato per dissimulare l’incertezza dovuta alla mia impreparazione tecnica. Il colore è arrivato dopo ad armonizzare quei segni altrimenti incomprensibili. Quasi sempre il colore è necessario per districare le forme contenute nei miei disegni e renderle visibili. Ci sono volte in cui i miei disegni in bianco e nero sembrano dei rompicapi che solo con l’aggiunta del colore diventano chiari agli occhi di chi li guarda. Per questo motivo colore e tratto sono spesso imprescindibili. SJ: Cosa rende unica la mano di un illustratore di talento? AG: Io non penso di avere talento e non lo dico con falsa modestia solo per attirare la simpatia di chi sta leggendo questa intervista. Dico spesso - con assoluta convinzione - che io non so disegnare. La mia abilità, se proprio ne devo trovare una, è stata quella di riuscire a trasformare i miei limiti in risorse. Non avendo alcuna preparazione artistica, ho individuato un linguaggio riconoscibile che fa totalmente leva sui miei limiti come disegnatore. È per questo motivo che apprezzo molto di più la personalità e il carattere di un’immagine, piuttosto che la sua buona fattura tecnica. Mi trovo spesso di fronte a immagini straordinariamente belle per realizzazione, ma assolutamente vuote per contenuti. É la visione a dover essere unica, la mano può anche non esserlo. Se poi hai entrambe le caratteristiche, allora hai fatto bingo. SJ: Le tendenze dell'illustrazione contemporanea: dalla carta a… quali ambiti? AG: La carta sta oggi all’illustrazione come la pizza alla ristorazione: è un evergreen, piace a tutti, ma non puoi mangiare pizza per tutta la vita (e te lo dice uno che potrebbe seriamente provarci). Il mondo là fuori è molto più grande di un foglio A4 e ci sono un sacco di opportunità su nuovi fronti della comunicazione. Il mercato sta dando segnali estremamente positivi e c’è una forte riscoperta dell’illustrazione anche in ambiti assolutamente insospettabili. Mi è capitato personalmente di lavorare - e di seguire il lavoro di colleghi - in settori davvero impensabili: dalla moda all’arredamento, dalla telecronaca live di eventi alla personalizzazione di navi da crociera e di qualsiasi tipo di oggetto. Penso alla stazione della metropolitana di Milano diventata galleria d’arte con le immagini disegnate da Emiliano Ponzi, o la nave da crociera interamente personalizzata da Riccardo Guasco. I puristi storcono il naso di fronte a utilizzi troppo “audaci” dell’illustrazione, ma personalmente ritengo che quel tipo di atteggiamenti lascino il tempo che trovano. Oggi l’illustratore è diventata una delle figure protagoniste dell’industria creativa, anche perché l’illustrazione è un linguaggio che riesce a toccare corde profonde e a risvegliare emozioni in un modo che altri metodi di comunicazione difficilmente riescono a fare. SJ: Anche i soggetti sono cambiati…AG: In realtà, credo che oggi l’illustrazione continui a fare quello che ha sempre fatto: raccontare la realtà. Lo fa nel suo ruolo di “commentatore” su quotidiani e riviste, ma anche applicata a media differenti. Oggi, oltre a disegnare per articoli di giornale o per libri illustrati, capita di dover disegnare tavole da skateboard, bottiglie di vino, gif animate, magliette o interi ambienti. Se i soggetti sono cambiati, è perché il mondo è cambiato.  

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28.03.2018

Oriente e Occidente, Giappone ed Europa, Giappone e Stati Uniti: dal 1853, anno in cui la flotta militare americana del Commodoro Perry si apposta al largo della baia di Yokohama intimando alle autorità giapponesi ad aprire i propri porti e commerci, il Giappone e l’Occidente si sono osservati, studiati, esplorati con l’intensità di chi sente l’altro come un mistero incomprensibile ma non può fare a meno di indagarlo. Ecco cinque libri fondamentali che raccontano questa ricerca. Sōseki Natsume, Guanciale d’Erba (1906)Riconosciuto come il più importante autore del Giappone moderno, in questo volume Natsume (1867-1916) racconta il percorso di un viandante fra i villaggi della montagna giapponese, metafora del viaggio di ciascuno nella vita. Il protagonista raccoglie storie e incontri e li trasforma in riflessioni, tratteggiando il profilo del Giappone di quell’epoca e il nuovo ruolo dell’artista. Fosco Maraini, Ore Giapponesi (1957)Maraini confronta il Giappone degli anni ’50 con quello conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, dopo l’8 settembre del 1943, venne fatto prigioniero per 11 mesi per il suo rifiuto di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò. Con il suo doppio sguardo di naturalista e antropologo, Maraini racconta la complessità affascinante e misteriosa che regola gli incontri fra le persone, la straordinaria capacità progettuale di un popolo che sta uscendo dalla distruzione post-bellica e l’architettura dei rituali quotidiani che sono parte integrante dell’identità di ciascuno. Shūsaku Endō, Silenzio (1966)Questo libro racconta l’incontro e la lotta fra i signori del Giappone del XVII secolo (periodo Togukawa) e le prime comunità cristiane giapponesi nate intorno ai missionari gesuiti che iniziavano ad arrivare dall’Europa. Il tema del sacrificio in nome dell’appartenenza a un Signore, terreno o divino, è il fondamentale punto di contatto, confronto e scontro di vicende storiche che evidenziano la violenza con cui questo principio, nelle sue diverse accezioni, viene difeso fino all’estremo. James Clavell, Shogun (1975) Il navigatore inglese John Blackthorne approda fortunosamente alla costa giapponese. Siamo nel Giappone del '600, alla fine delle lotte fra signori feudali. Uno di questi, Yoshi Toranaga, accoglie alla propria corte Blackthorne, che viene iniziato ai costumi, ai riti e alle regole della vita quotidiana locale, all’ombra della quale giorno dopo giorno si dipanano le strategie di conquista del potere che porteranno Yoshi Toranaga al titolo di Shogun. Alex Kerr, Lost Japan (1994)Statunitense, laureato in Giapponese a Yale e in cinese a Oxford, con questo libro Kerr è stato il primo autore non giapponese a vincere il premio letterario Shincho Gakugei. Kerr racconta il Giappone contemporaneo, il divario sempre più ampio – ai suoi occhi – fra l’ipertecnologia dilagante e la tradizione, ossatura dell’identità nazionale, che resiste in spazi sempre più ridotti, come i piccoli templi Shinto stretti ai piedi dei grattacieli. 

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26.03.2018

Ci sono musical che parlano di musica e altri in cui canzoni e balli sono solo un modo alternativo per raccontare di amori, vita, morte e altre amenità. Per chi li ama, stilare una classifica è un'impresa impossibile, quasi una violenza. Ma se non siete estimatori del genere, o vi considerate addirittura scettici o detrattori, questi sono i dieci piccoli capolavori che potrebbero convincervi a cambiare idea, dall’invenzione del cinema sonoro fino a oggi. Singin' in the Rain (USA, 1953)Gene Kelly e Debby Reynolds in un meta-film che celebra con leggerezza la verità della voce e della musica. Ambientato nella Hollywood degli anni ’20, che vive il passaggio dal cinema muto al sonoro, è la storia d’amore fra un attore e la controfigura vocale della capricciosa attrice che tutti ritenevano, sbagliando, sua compagna di lavoro e di vita. Per chi vuole che i buoni alla fine vincano sempre e per tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno fatto due passetti alla Gene Kelly armeggiando con l’ombrello. West Side Story (USA, 1961)Romeo e Giulietta sbarca a Manhattan, sbanca i botteghini con decine di settimane consecutive di programmazione, vince 10 Oscar e, nel 1997, arriva al National Film Registry della Biblioteca del Congresso. Perché l’amore fra due ragazzi predestinati a odiarsi è una forza incontrastata e riconosciuta in ogni tempo e latitudine, perché Leonard Bernstein ha composto musiche indimenticabili, perché Nathalie Wood è la perfetta Giulietta dell’Upper West SideMy Fair Lady (USA, 1964)La grazia e la voce diventano strumento di ascesa sociale: la fioraia Eliza Dolittle impara le buone maniere (e le corrette pronunce) dal glottologo professor Higgins, il quale dalla giovane fioraia imparerà l’amore. Mentre the rain in Spain stays mainly in the plain, il Pigmalione di George Bernard Shaw, dal quale è tratto il film di George Cukor, adatta ai competitivi tempi moderni il profilo del principe azzurroMary Poppins (USA, 1964)La Walt Disney è la casa dei musical e Mary Poppins è uno dei suoi film più riusciti. Grazie a una luminosa Julie Andrews e a una sceneggiatura perfetta per tutti, la storia della governante girata da Robert Stevenson e tratta dai libri di Pamela Lyndon Travers guadagna cinque Oscar e un posto fisso nell’immaginario infantile di molte generazioni.Cabaret (USA, 1972)Imperdibile perché l’energia della musica e di Liza Minnelli stonano drammaticamente con l’atmosfera della Repubblica di Weimar che fa da sfondo agli amori dei protagonisti, avvolti in una girandola di eventi che dall’edonismo sfrenato cade in pochi mesi nella retorica hitleriana. E perché coreografie, costumi e acconciature sono indispensabili in ogni revival.Grease (USA, 1978)Con la musica ci si parla (anche a distanza), si diventa amici, ci si prende le misure: amici o nemici. La musica è la vita quotidiana dei ragazzi della Rydell High School, fra i quali i predestinati Sandy Olsson e Denny Zuko, che con la musica si conoscono e si riconoscono e per amore si trasformano e trasformano il loro mondo. Coreografie ripetibili all’infinito su canzoni impossibili da non ballareFlashdance (USA, 1983)Come per l’altrettanto celebre Fame di Alan Parker, la musica è vita e il ballo la strada per un riscatto altrimenti impossibile. Il sogno americano in musical, con la protagonista che unisce sacrificio al talento e guadagna l’amore e il successo. Retorico? Forse, ma non si potrà non rivederlo e, soprattutto, non ballare guardandolo. Dirty Dancing (USA, 1987)I produttori non credevano molto a questo piccolo film a basso budget e senza attori famosi, non credevano di avere in mano uno dei successi cinematografici più clamorosi della storia, che tecnicamente non è nemmeno un musical. Amore contrastato, colonna sonora originale ed eccezionale (con Oscar e Golden Globe in palmarès) e l’entusiasmo per le prime conquiste di libertà che stavano aprendo la strada agli anni ’60. Per ricordarsi che nessuno può mettere Baby in un angolo. Moulin Rouge (USA+Australia, 2001)Solo Baz Luhrmann poteva far rinascere il musical all’inizio del terzo millennio portando nella Pigalle del 1899 la trama de La Traviata di Giuseppe Verdi e facendo risuonare sui tetti di Parigi brani di Elton John, Nirvana e T-Rex, fra gli altri, affiancando ai protagonisti Christian e Satine figure storiche del movimento bohémien come Henri Toulouse-Lautrec. Per tutti freedom, beauty, truth and love.La La Land (USA, 2016)Hollywood omaggia se stessa con un acclamato e premiatissimo musical dove i protagonisti, Mia e Sebastian, scelgono di realizzare il proprio sogno di musica e di cinema dedicandovi tutta la propria vita. Talento più sacrificio uguale successo e un applauso del cinema musicale a se stesso che vale la pena di essere onorato, anche per la densità di citazioni di genere e la meravigliosa colonna sonora. Regia di Damien Chazelle e interpretazione (anche canora) di Emma Stone e Ryan Gosling. 

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23.03.2018

Può la bellezza già maestosa e soprannaturale della Cappella Sistina diventare uno spettacolo ancora più coinvolgente? Può la tecnologia contemporanea aggiungere qualcosa a un capolavoro immortale come il Giudizio Universale di Michelangelo? A queste e altre domande sembra voler rispondere Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, lo spettacolo prodotto da Artainment Worldwide Shows che ha debuttato il 15 marzo all'Auditorium Conciliazione di Roma. Protagonista assoluta è la Cappella Sistina, al centro di uno spettacolo che nasce dalla contaminazione di performance teatrale, effetti speciali e tecnologia, portando lo spettatore al centro dell’evento grazie all’immersività di proiezioni laser ad alta luminosità a 270° su un’area di oltre 1.000 metri quadrati di superficie posizionata a oltre 12 metri di altezza tutto intorno al pubblico. Realizzato nella doppia versione italiana e inglese, lo spettacolo dura un'ora e racconta la nascita del capolavoro michelangiolesco dalla commissione da parte di Giulio II degli affreschi della volta fino alla realizzazione del Giudizio Universale, con una rievocazione della Cappella Sistina anche come luogo del Conclave. Dietro tutto questo c'è la mente creativa di Marco Balich, già direttore artistico e produttore di Cerimonie Olimpiche, da Torino 2006 a Rio 2016. "Abbiamo voluto creare uno spettacolo completamente nuovo, in cui la genesi di un capolavoro dell’arte universale viene raccontata mixando tutti i linguaggi che il mondo del live entertainment ci mette oggi a disposizione", ha detto, "nel più rigoroso rispetto dell’opera di Michelangelo". A garanzia di tutto ciò c'è la consulenza scientifica dei Musei Vaticani, un sigillo importante che si somma alla scelta degli artisti coinvolti, fra i quali spiccano i nomi di Sting, che ha arrangiato e interpretato il main theme song originale, e dell'attore Pierfrancesco Favino, che dà voce a Michelangelo. Tutti gli elementi, corpi, luci, video, si fondono, e immergono lo spettatore in una trasformazione continua del linguaggio teatrale, grazie alla supervisione di un esperto come il regista e drammaturgo Gabriele Vacis, che ha definito lo spettacolo, nella sua complessità come "un piccolo respiro che va ad aggiungersi a quello dei tanti che, nei secoli, hanno edificato la Cappella Sistina". Le musiche di John Metcalfe, arrangiatore e produttore di artisti come U2, Morrissey, Blur e Coldplay, le scenografie ispirate alle prospettive Cinquecentesche create da Luke Halls, video designer della Royal Opera House e le coreografie di Fotis Nikolaou, storico danzatore di Dimitris Papaioannou, sono solo alcuni degli eminenti contributi a questo spettacolo innovativo e corale che si propone di fare riscoprire - e in qualche caso addirittura scoprire - al pubblico uno dei più grandi capolavori della storia dell'arte. "Ci piace pensare" ha commentato Balich, "che gli spettatori, soprattutto quelli più giovani, possano uscire dall’Auditorium ispirati da una rinnovata consapevolezza: non c’è nulla di più emozionante della bellezza di un’opera d’arte". 

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19.03.2018

Fondata nel 1994 da George e Ilone Kremer, la Kremer Collection è una collezione privata di circa 74 opere di pittura olandese e fiamminga del XVII secolo, che comprende capolavori di artisti del calibro di Rembrandt, Abraham Bloemaert, Hendrick ter Brugghen, Gerrit Dou, Frans Hals, Meindert Hobbema, Gerrit van Honthorst, Pieter de Hooch, Jan Lievens, Paulus Moreelse, Michael Sweerts, Jan Baptist Weenix ed Emanuel de Witte. Nel corso degli ultimi 20 anni, molte di queste opere sono state messe in mostra e prestate a musei internazionali, ma l'ultima impresa dei fondatori della collezione è qualcosa di diverso da una semplice mostra temporanea: si tratta infatti di un museo virtuale permanente, il Kremer Museum, che fonde arte e tecnologia in un innovativo progetto realizzato dall'architetto Johan van Lierop dello studio Architales. Accessibile esclusivamente attraverso la tecnologia VR di realtà virtuale, il museo consente ai visitatori di esaminare la superficie e i colori delle opere da molto vicino, vivendo un'esperienza profondamente immersiva. Per ottenere questo risultato, ciascun quadro è stato fotografato da 2.500 a 3.500 volte utilizzando la tecnica della "fotogrammetria", in modo da ottenere un'immagine in risoluzione ultra-elevata. “Il nostro obiettivo come collezionisti è sempre stato quello trovare le migliori opere d'arte e, allo stesso tempo, il modo migliore per condividerle con il più alto numero possibile di persone", ha detto George Kremer, fondatore della Kremer Collection. "Mia moglie Ilone ed io crediamo che investire in tecnologia piuttosto che in mattoni per la nostra collezione sia il miglior contributo che oggi possiamo dare al mondo dell'arte”. Un'illuminazione perfetta, la possibilità di vedere anche la parte posteriore dei quadri e uno spazio progettato in modo ideale sono i principali vantaggi offerti da questo museo virtuale, che oltre a regalare ai visitatori un'esperienza unica e diversa ha anche permesso all'architetto che l'ha creato di realizzare un suo desiderio "proibito". "Progettare un museo in assenza di gravità, problemi di tubature e di regolamenti è il sogno di ogni architetto", ha commentato van Lierop.  Oltre ad avere già ospitato una serie di eventi pop-up su invito in ambiente virtuale, la Kremer Collection ha lanciato il TKC Mighty Masters program, che fornisce a scuole selezionate tutta l'attrezzatura necessaria per accedere al museo. La selezione degli istituti è stata realizzata in collaborazione con la Delivering Change Foundation attraverso un concorso di disegno cui hanno partecipato oltre un milione di bambini indiani. 

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16.03.2018

27 isole grandi e piccole nel mare interno di Seto, delle quali solo cinque sono abitate: è l'arcipelago di Naoshima, circa tre chilometri a sud di Tamano, nella Prefettura di Okayama. A causa della presenza delle raffinerie, in passato queste isole erano fortemente inquinate dai fumi industriali, ma dopo la guerra, grazie anche alla riforestazione, sono tornate a vivere; in particolare, Kōjin-shima è diventata verdissima e la parte sud di Naoshima è stata addirittura designata parte del Setonaikai National Park. Oltre che di natura, l'arcipelago vive di eventi culturali di primaria importanza. Benesse Art Site Naoshima è il nome dell'insieme di attività artistiche che si svolgono dulle isole di Naoshima, Teshima e Inujima. Ogni tre anni si svolge inoltre su queste isole il Setouchi Art Festival, che raccoglie pubblico da tutto il paese. Le origini di BenesseIl Benesse Art Site di Naoshima nasce dall'esperienza del Naoshima International Campsite, il campeggio progettato nel 1989 dal celebre architetto Tadao Andō per offrire agli ospiti l'esperienza di vivere a pieno la bellezza naturale di Setouchi dormendo in yurte mongole. A quell'evento seguirono poi la creazione della Benesse House e l'installazione di Yayoi Kusama, la famosa zucca divenuta il simbolo di Naoshima. Il meglio di NaoshimaL'Oval, disegnato nel 1995 daTadao Andō, è una delle sistemazioni più gettonate della Benesse House. Lo stesso architetto ha dato vita nel 2004 al Chichū Art Museum, ospitato in un'antica residenza dell'isola, dove sono esposte fotografie, schizzi e miniature che documentano l'attività di Andō a Naoshima, oltre alla storia dell'isola. I tesori di TeshimaImmerso fra le colline terrazzate coltivate a riso e affacciate sul mare, il Teshima Art Museum è il luogo che meglio di tutti coniuga arte e natura sull'isola di Teshima, piccola e molto semplice da esplorare in sella a una bicicletta. La Teshima Yokoo House è dedicata alle opere del celebre grafico e illustratoreTadanori Yokoo, spesso focalizzzate sui temi della vita e della morte. L'edificio si distingue il vetro rosso delle finestre che filtra e modula la luce e i colori degli interni, conferendo alle opere una gamma di sfumature cangianti che danno ai visitatori l'illusione di trovarsi in uno spazio tridimensionale. Cosa vedere a InujimaNonostante la superficie di appena 54 ettari, Inujima è un'isola dalla grande bellezza naturale e ricca di luoghi di cultura. L'Inujima Seirensho Art Museum è ospitato all'interno di un'ex-raffineria dall'atmosfera davvero unica, considerata una vera e propria opera di archeologia industriale. Dopo una visita al museo, il consiglio è di godersi una passeggiata nel verde o un bagno di sole sulla spiagia dell'Inujima Seaside Resort. 

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27.02.2018

Pur essendo un abito estremamente tradizionale, di recente il kimono sta vivendo in Giappone una sorta di revival in chiave contemporanea. Solitamente considerato adatto alle cerimonie e alle occasioni più formali, ha il pregio di essere molto versatile: basta scegliere una cintura e degli accessori un po' particolari e uno stesso kimono può trasformarsi e acquisire un aspetto del tutto diverso. Ecco perché non è così insolito vedere uomini che indossano kimono sartoriali fatti su misura e decisamente sofisticati. In generale, i kimono da uomo si dividono in due grandi categorie: kimono casual e kimono da cerimonia, con le dovute distinzioni in termini di tessuto, colore e presenza/assenza dello stemma di famiglia, della giacca haori e dei pantaloni hakama. Un kimono casual può essere allacciato con una sciarpa o una cintura al posto della tradizionale fascia obi, indossato sopra una camicia o un altro tipo d'indumento occidentale al posto del nagajuban, e portato con un paio di tennis o di stivaletti al posto dei classici sandali zōri. Di recente i kimono casual, detti anche yukata, hanno avuto una diffusione sorprendente e si possono addirittura noleggiare insieme ai sandali e agli altri accessori. Al contrario, il kimono da cerimonia, che è di rigore ai matrimoni e in occasione di altre cerimonie tradizionali, reca sempre lo stemma di famiglia e consiste nell'abbinamento di una giacca haori con un paio di pantaloni hakama neri. Sono parte indispensabile dell'insieme anche la fascia obi, e i sandali zōri. A teatro Di recente molte rappresentazioni del teatro tradizionale giapponese (kabuki e rakugo) sono state adattate alla contemporaneità e tradotte in giapponese moderno per attirare un pubblico più ampio. In queste occasioni non è raro vedere spettatori uomini che indossano kimono casual, ma molto curati e sofisticatiAl tempioLo sapevate che, poiché limita i movimenti del corpo, il kimono aiuta anche ad avere una buona postura e un portamento elegante? Ecco perché è sempre una buona idea indossare un kimono quando si visitano un tempio o un santuario, soprattutto in occasione di una celebrazione importante come quella per il primo giorno dell'anno. Senza contare che indossare un abito tradizionale renderà l'esperienza ancor più coinvolgente. Feste e matrimoniOgni occasione per la quale è richiesto lo smoking è buona anche per indossare un kimono. Ma non dimenticate mai che anche il kimono ha le sue regole in termini di materiali e utilizzo della fascia tradizionale (obi). Una visita a Kyoto, Nara, Kamakura o KanazawaQuando si visitano le città tradizionali giapponesi, indossare un kimono è consigliabile per vivere a pieno l'esperienza, oltre che per ottenere vantaggi concreti come sconti presso i negozi e biglietti a prezzo ridotto per templi e santuari. Non serve possederne uno, molti negozi li noleggiano. Eventi stagionali: Hanami, festivals estivi, momiji-gari e NataleMolte persone partecipano ai vari festival ed eventi stagionali indossando un informale yukata. Potrebbe sembrare una mossa strategica perché si tratta di un indumento particolarmente fresco e leggero, ma in realtà molti scelgono yukata a più strati, con fantasie adatte alla stagione e all'occasione, coordinate con gli accessori e abbinate ai colori della fascia, dei sandali e del colletto. Si tratta insomma di una vera e propria tradizione coltivata con passione ed entusiasmo.  

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12.02.2018

"Volevamo che questo museo fosse il più possibile rappresentativo dell'Africa. Che ne celebrasse la storia, la cultura, la varietà e il futuro, con particolare attenzione all'arte del 21° secolo. Ma soprattutto, questa è un'istituzione dedicata all'intera Africa!". Con queste parole, nel settembre scorso, Jochen Zeitz, Co-Presidente dello Zeitz MOCAA, ha inaugurato il più grande museo al mondo dedicato all'arte contemporanea dell'Africa e della diaspora africana. Lo Zeitz MOCAA si trova a Città del Capo, in Sudafrica, nella bellissima zona del Victoria & Albert Waterfront, il porto fatto costruire nel 1860 dal Principe Alfredo, figlio della Regina Vittoria, durante la dominazione britannica, ed è il risultato di un ambizioso progetto di riconversione di un vecchio silos per lo stoccaggio delle granaglie. Dal recupero di un edificio storico che fu un tempo il più alto di tutto il Sudafrica fino allo sviluppo di un'istituzione no-profit dedicata alla conservazione, allo sviluppo e allo stimolo della creatività, lo Zeitz MOCAA ha tutto quel che serve per dare un contributo decisivo alla promozione dell'eredità culturale africana nel mondo. La trasformazione del vecchio edificio industriale in disuso in un museo dal futuristico design contemporaneo si deve agli architetti londinesi dello studio Heatherwick, in collaborazione con alcuni designer sudafricani. Il museo è distribuito su nove piani e ricavato all'interno degli spazi monumentali del silo, la cui caratteristica struttura "cellulare", data dai 42 tubi integrati all'interno dell'edificio, è stata mantenuta nell'atrio in parte delle 100 gallerie. Ci sono anche un giardino delle sculture sul terrazzo, una libreria, un bar, un ristorante e varie sale di lettura. La base della collezione permanente è rappresentata dalla Zeitz Collection, fondata nel 2002 dall'imprenditore Jochen Zeitz e considerata una delle più rappresentative raccolte di artefatti contemporanei da e sull'Africa e la sua Diaspora.  Lo Zeitz MOCAA comprende diversi centri dedicati al costume, alla fotografia, al film e all'educazone artistica, e ospita naturalmente mostre temporanee. 
 
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