# Arts & Culture

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21.05.2018

A pochi chilometri da Roma c’è un posto che unisce il fascino eterno della storia, la bellezza dell’architettura rinascimentale e il gusto contemporaneo per la contaminazione fra arte e design. In queste stanze hanno vissuto nobili, collezionisti e appassionati d’arte, che nel tempo hanno dato forma al suo fascino unico. Si chiama La Posta Vecchia e si trova a Palo Laziale, nei pressi di Ladispoli, nel tratto di costa tirrenica che da Roma sale verso l’Argentario. Affacciata sul mare, questa maestosa villa rinascimentale fu costruita nel 1640 dai principi Orsini per ospitare gli amici e ha mantenuto nel tempo questa dimensione di luogo esclusivo eppure aperto e accogliente. Dal 1693 appartenne alla nobile famiglia Odescalchi che la abbandonò dopo l’incendio che la colpì nel 1918. Quell’evento negativo fu la premessa per la grande rinascita della proprietà: l’acquisto nel 1960 da parte di Jean Paul Getty, fondatore della Getty Oil Company, magnate e appassionato d’arte che, con l’aiuto del critico e storico dell’arte Federico Zeri, riempì le stanze della dimora con arazzi antichi, sculture e opere dal Rinascimento all’epoca contemporanea. All’inizio degli anni ’80, la villa venne acquistata da Roberto Sciò, dal 1990 ha riscoperto la sua vocazione di ospitalità fino all’attuale forma che offre agli ospiti 19 fra stanze e suite d’autore, veri riassunti per oggetti e opere della storia dell’arte e della bellezza italiana ed europea. Due esempi: la Getty Master Suite contiene una scatola intarsiata del ’600 raffigurante la storia di Re Salomone, oltre che una collezione di porcellane Meissen alle pareti. Nella Medici Master Suite gli ospiti incontrano una mappa del Lazio del XVII secolo di De Rosi e un tavolo di marmo dello stesso periodo, mentre due maestose scale in marmo conducono alla sala da bagno. Opulenza ed eleganza si sfidano continuamente fra le sale de La Posta Vecchia, mentre la natura, con la bellezza energetica del mare e della luce che si riflette sulle mura, sono la ragione per la quale questo tratto di mare è da sempre stato scelto come luogo di riposo e piacere. La ristrutturazione voluta da Jean Paul Getty ha infatti portato alla luce i resti di una villa romana del II secolo a.C., visibile nel piccolo museo archeologico nel piano interrato dove sono stati raccolti e conservati i reperti rinvenuti. Per completare l’esperienza, allo chef Antonio Magliulo è affidata la direzione del ristorante The Cesar, che occupa la terrazza sul mare e propone menù ricercati con un’attenzione speciale alle verdure provenienti dall’orto biologico dell’hotel. I campi da tennis, il parco, la piscina coperta e il centro benessere aggiungono il piacere della remise en forme. Fra natura, storia e arte, La Posta Vecchia è destinato a diventare il luogo del cuore di ogni suo ospite, oasi di pace e punto di partenza per scoprire Roma e le bellezze di tutto l’entroterra laziale, fra resti etruschi e borghi antichi. 

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16.05.2018

Un’edicola storica nel centro di Ortona, il sogno di un ragazzo e di suo padre e un’infatuazione improvvisa per il Cile. Sono gli elementi principali di una storia decisamente fuori dal comune, quella di una piccola casa editrice indipendente, Edicola Ediciones, che dal 2013 pubblica titoli in italiano e in spagnolo fra Italia e Cile, costruendo un ponte virtuale fra due mondi non poi così distanti, sebbene divisi da due lingue diverse, un Oceano e un continente. Una storia che somiglia essa stessa a un romanzo e che ha per protagonisti Paolo Primavera e Alice Rifelli, due giovani e coraggiosi editori, coppia nel lavoro e nella vita. Paolo e Alice vivono e lavorano fra Ortona, sede italiana della casa editrice, la provincia di Ferrara, terra d’origine di Alice, e Santiago del Cile. Li abbiamo incontrati per farci raccontare nei dettagli la loro avventura. Come nasce il ponte fra Italia e Cile? Paolo: Facevo il fotografo, e ho conosciuto il Cile attraversandolo per realizzare un reportage. Quell’esperienza è diventata un libro e si è sedimentata nella voglia di tornare, cosa che ho fatto iniziando a collaborare con due quotidiani per poi insegnare in un’università per quattro anni. Nel frattempo avevo iniziato un Master in editoria che ho dovuto interrompere dopo che una telefonata mi ha annunciato una malattia terminale di mio padre e sono tornato a casa. Mio padre gestiva un’edicola che appartiene alla mia famiglia da più di cent’anni e mentre eravamo lì un giorno ci siamo detti che tra tutto quello che vendevamo c’erano molte pubblicazioni inutili e che avremmo dovuto avere la nostra casa editrice, votata alle nostre rispettive passioni, la fotografia e la costruzione di mobili in legno. In quel momento un tarlo si è insediato nel mio cervello. Quando mio padre è scomparso sono tornato in Cile per finire il Master e lì è nata Edicola, la nostra casa editrice. Attraverso la traduzione costruiamo un ponte tra la cultura cilena e quella italiana, oltre che proporre titoli in spagnolo in Italia e in italiano in Cile.  Com’è la situazione dell’editoria indipendente in Cile?Alice: Il paese in questo momento sta vivendo un fervore culturale simile a quello sbocciato durante il governo di Allende. Sono passati ormai trent’anni dalla fine della dittatura e sebbene la democrazia cilena sia tuttora molto fragile, le persone sono tornate a sperimentare, a interrogarsi, a incontrarsi. Lo stato investe molto sulla cultura e i risultati si vedono.Paolo: In Cile l’associazionismo tra colleghi è molto più rodato rispetto all’Italia. Quattro anni fa abbiamo fondato una Cooperativa di editori, la Cooperativa della Furia. Eravamo in sette. Oggi siamo più di quaranta. E nel frattempo abbiamo, assieme alle altre organizzazioni, sviluppato e messo in marcia un programma di internazionalizzazione del libro cileno, partecipato alla stesura della nuova legge del libro, democratizzato il prezzo d’acquisto. Come scegliete i vostri autori? Alice: Ci sono vari modi per scegliere un libro da pubblicare. Il più banale è quello di innamorarsene come lettore. Ma ci affidiamo anche all’esigenza di seguire la voce e il progetto di uno stesso autore, o a quella di costruire una sorta di puzzle dove ogni libro è un pezzo che speri di mettere al posto giusto, nel momento giusto. Voi pubblicate anche ebook, ma nel vostro sito dite di "credere ancora nella carta". Paolo e Alice: Siamo partiti immediatamente pubblicando in contemporanea la carta e il formato elettronico. Crediamo a entrambi. La sterile diatriba tra i due supporti non ci è mai interessata. Il libro è anche un prodotto e se per venderlo (e farlo leggere) dobbiamo uscire di notte e trascriverlo sui muri, potremmo anche farlo. L’ebook è un altro stile di editoria, con moltissimi vantaggi rispetto alla carta sia per il lettore, sia per l’editore.Per i nostri libri di carta scommettiamo anche sul fattore “portabilità”, infatti la maggior parte del catalogo cartaceo ha le stesse dimensione di un device.  Come vedono i cileni la cultura e gli autori italiani? Paolo: C’è grande curiosità verso l’arte, la cultura, la letteratura italiana. Il peso della nostra storia e ci ha regalato grande rispetto, anche se resistono i soliti luoghi comuni. Nel campo della letteratura, a fare la parte dei leoni ci sono soprattutto i grandi autori: Calvino, Pavese, Pasolini, Natalia Ginzburg, ad esempio. In Edicola abbiamo fatto e continueremo a fare la nostra parte, traducendo autori italiani contemporanei ma non solo: abbiamo da poco pubblicato in Cile La notte di Dino Campana, con la traduzione di Antonio Nazzaro. Che cosa vi ha fatti innamorare del Cile?Alice: Inizialmente ho avuto un po’ di difficoltà con l’avocado e i terremoti. In tre anni ho fatto pace con entrambi. Il primo ho imparato a sceglierlo e a mangiarlo come si usa qui, estremamente maturo, con un filo d’olio e un pizzico di sale sul pane tostato o per legare i sapori di freschissime insalate. Con i terremoti non c’è ovviamente da scherzare, ma le costruzioni cilene sono sicure, pensate e realizzate per sopportare una terra che trema continuamente. Ed è proprio questa natura prepotente e al tempo stesso generosa che mi ha fatto innamorare del Cile.  

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03.05.2018

Dalle parti di Omotesando, circondato da un giardino di 17.000 metri quadrati, il Museo Nezuospita la grande collezione privata di arte premoderna giapponese e dell’estremo Oriente appartenuta a KaichirōNezu, un uomo d’affari che fu anche Presidente della compagnia ferroviaria Tobu Railway. Nato nella Prefettura di Yamanashi nel 1860, Kaichirōsviluppò fin dall’infanzia una grande passione per l’arte, che lo accompagnò anche quando si trasferì a Tokyo, dove divenne un uomo d’affari di successo, un politico e un filantropo. Nella capitale divenne un grande collezionista e si appassionò alla cerimonia del the, ma non considerò mai la sua collezione come un tesoro privato: al contrario, la considerava una gioia da condividere con tutti.   Dopo la sua scomparsa improvvisa, il figlio ed erede Kaichirō II creò una fondazione per conservare la collezione. Nel 1941 fondò il Museo Nezu nell’ex-residenza di famiglia, ma purtroppo gran parte dell’edificio originale, comprese le gallerie, il giardino e la sala da the andò perduta nel 1945 a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Il museo fu ristrutturato nel 1954 e allargato due volte, nel 1964 e poi di nuovo nel 1991, per commemorare il 50° anniversario della sua fondazione. Aperto nel 2009, il nuovo museo fu progettato da Kengo Kuma– uno dei più important architetti giapponesi – e consiste in edificio di tre piani, due in superficie e uno interrato, ricoperto da un grande tetto.  La collezione conta oggi 7,400 pezzie comprende 7 Tesori Nazionali, 87 Proprietà Culturali Importanti 94 Oggetti d’Arte Importanti. Il fulcro della collezione sono le antichità giapponesi e dell’estremo Oriente collezionati da Kaichirō, oltre ai magnifici servizi da the raccolti sotto il nome di Seizan e alle opere del pittoreOgata Kōrine di suo fratello, il vasaio Ogata Kenzan. Il grande giardino ospita quattro sale da the e il Nezucafé, un caffè con tre pareti di vetro dove i visitatori possono sedersi, rilassarsi e godersi un drink con vista sul verde. 

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13.04.2018

Microfoni aperti, slam, reading, performance al confine con il teatro: la poesia è viva e si nutre di nuovi riti in luoghi che non ti aspetti. Incoraggiata, chissà, dai percorsi di rivincita culturale tracciati dal rap e dall’hip hop presenta oggi, al di là dei circuiti tradizionali, una vena gentilmente sovversiva che nasconde nell’improvvisazione e nell’ambiguità delle rime la possibilità di essere liberi (anche) perché inafferrabili. I circuiti sono spesso off off, ma esistono luoghi nel mondo che sono veri e propri statement: qui si fa poesia. Poetry Café, LondonNel 1909 qui nacque la Poetry Society con l’obiettivo di promuovere e divulgare l’arte della poesia. Oggi la charity conta oltre 4.000 membri in tutto il mondo, la prestigiosa pubblicazione annuale The Poetry Review e un calendario pressoché quotidiano di reading, performance di poesia ma anche mostre di arti visive e musica: uno spazio ibrido a Covent Garden dove la passione per la poesia diventa promozione di ogni linguaggio artistico. Walden, MilanoL’ispirazione è l’omonimo libro di Henry David Thoreau, pubblicato nel 1854 e sul quale, fra le altre cose, si legge “andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza”. L’approccio radicale è alla base di questo spazio aperto nel dicembre 2017 che vuole essere hub culturale, caffè letterario e spazio di poesia, con appuntamenti frequenti, scaffali dedicati agli editori indipendenti e bistrot rigorosamente veg. Nuyorican, New YorkAllen Ginsberg definì questo spazio dell’East Village di New York, nel cuore di Alphabet City, “the most integrated place on the planet” (il luogo più integrato del pianeta). Era il 1973 e l’atmosfera, nonostante il tempo e i traslochi, non è cambiata: la poesia resta la voce delle minoranze, la forma di uso del linguaggio più libera e accessibile, legata “solo” a talento e esercizio. Il jazz e l’hip hop, che condividono la medesima vocazione, spezzano con la musica la programmazione di poetry slam, serate open mic e readingCafé Poesie de Belleville, ParigiNasce a inizio 2016 per volere di Rodrigo Ramis, poeta e attore di teatro contemporaneo, con il desiderio di creare un luogo di incontro reale fra esseri umani, uno spazio diverso e protetto in uno dei quartieri simbolo della multiculturalità nella metropoli francese. Vanno in scena improvvisazione teatrale e poesia, senza palco, aperto a chiunque voglia sperimentarsi e ascoltare. Bluecoat Poetry Café, LiverpoolIl Bluecoat è il centro per le arti contemporanee nel cuore di Liverpool, ospitato da un antico edificio patrimonio dell’umanità UNESCO. In questo luogo che ha fatto la storia delle arti performative contemporanee, dove Yoko Ono fede la sua prima esibizione pagata nel 1967, è nato il Poetry Café, dove le performance di poesia e di musica continuano a coltivare talenti e a sperimentare linguaggi. 

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09.04.2018

Perché uscire per andare al cinema, quando Netflix e sorelle ci portano direttamente a casa contenuti d’autore interpretati dagli stessi divi che vedremmo fuori? Perché il cinema è una cornice che entra dentro l’immagine, un luogo che è un viaggio in sé, una storia secolare che vale la pena di conoscere. Mantenere e nutrire un piccolo cinema nel 2018 è un atto politico vero e proprio, una forma concreta di resistenza alla rapida metamorfosi che la produzione e il consumo delle opere audiovisive sta subendo in questi anni. La buona notizia è che qualcuno lo sta facendo davvero: ecco cinque esempi in giro per il mondo che dovreste conoscere. Uplink (Shibuya, Tokyo)Tempio dell’intrattenimento nel quartiere delle notti di Tokyo, Uplink nasce nel 1987 e conta tre sale fra le quali la più piccola del Giappone: 40 posti. Qui si osano film indipendenti locali e internazionali insieme a documentari e (pochi) grandi successi di botteghino, nell’atmosfera informale e attenta che permette di gustare al meglio la settima arte. Nitehawk (Williamsburg, New York)Fondato nel 2011, debutto molto atteso da quella parte del fiume Hudson, è partito con un primato assoluto: aver fatto abolire l’ultimo residuo di proibizionismo, cioè la legge che impediva di consumare alcolici all’interno dei cinema. Oggi nelle tre sale da 30, 62 e 90 posti si può bere e mangiare gourmet, scegliendo fra film d’autore, documentari e successi internazionali. Il 2018 è l’anno della seconda apertura, questa volta a Prospect Park. Sun Pictures (Broome, Australia)Siamo nel più vecchio cinema all’aperto del mondo, nato come teatro nel 1903 grazie alla famiglia Yamasaki e trasformato in cinema nel 1916. Il fondale è il mare, il pavimento è la spiaggia, tanto che prima della costruzione delle barriere in mare (1974) con l’alta marea i film si guardavano coi piedi nell’acqua. Qui è passata la storia del cinema e la storia dell’Australia e, in particolare, dell’evoluzione dei rapporti con le minoranze di origine asiatica – un documentario vivente nel cinemaIl Cinemino (Milano)Neonato, ma con le idee chiare: i suoi nove fondatori hanno scelto di far rinascere il “monosala” di quartiere unendo i vantaggi della prossimità con quelli del mondo digitale, primo fra tutti il crowdfunding. Risultato: una piccola sala da 75 posti, con bar annesso in perfetto stile retrò, dove arrivano autori, attori e registi da tutta Italia e non solo per raccontare il proprio lavoro. Spettacoli da pomeriggio a notte fonda, pensati per tanti tipi di pubblico, di tutte le età. Le Brady (Parigi)Scegliere un cinema a Parigi non è facile: qui il cinema è nato, con la prima proiezione del 28 dicembre 1895. Le Brady è uno dei pochi in zona Strasbourg-St.Denis, vanta di aver avuto fra i suoi frequentatori abituali François Truffaut e da sempre sceglie una programmazione ricercata con pellicole di nicchia e grandi successi internazionali. Una delle due sale ha solo 39 posti, per gustare in tranquillità il sapore del cinema d’autore. 

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06.04.2018

Parlare tutta la notte di calcio con Paolo Nutini in un bar di Dublino bevendo whisky e Guinness non capita tutti i giorni, ma è soltanto uno dei tanti episodi che ci ha raccontato Mattia Zoppellaro, il giovane fotografo veneto che ha ritratto con il suo stile inconfondibile alcuni dei nomi più leggendari della scena rock internazionale, da Lou Reed agli U2,  da Paul Weller a David Gilmour.In quest’intervista ci ha raccontato del suo incontro con i mostri sacri della musica e di come è riuscito a tradurre in immagine la loro anima più autentica.Fra gli altri episodi legati alla sua carriera di fotografo delle rockstar ci sono l'incontro con Patti Smith, quello con i Depeche Mode e gli inseguimenti per riuscire a scattare un ritratto di Amy Winehouse in un momento diffiicile della sua vita artistica e personale 

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06.04.2018

Raggiungere Shizuoka da Tokyo è molto semplice, e altrettanto semplice è raggiungere il Tōkaidō Hiroshige Museum of Art, a venti minuti di treno da Shizuoka (la stazione è quella di Yui). Il museo si trova Yui-Honjin, è stato inaugurato nel 1994 ed è tutto dedicato a Hiroshige Utagawa, uno degli artisti più rispettati e rappresentativi nel campo dell’ukiyo-e (alla lettera “immagini del mondo fluttuante”), un genere artistico giapponese che consiste nello stampare o dipingere su blocchi di legno. Hiroshige è stato uno degli allievi più brillanti di un altro illustre pittore giapponese, Hokusai, che raggiunse il picco della sua carriera soltanto in tarda età, a settant’anni, grazie alla serie di stampe nota come Trentasei vedute del monte Fuji.  Nato nel 1797, Hiroshige fu in principio allievo di Toyohiro Utagawa, e a 16 anni ebbe finalmente il permesso di firmare le sue opere come “Hiroshige”. La scuola Utagawa era famosa per i ritratti di bellezze femminili e attori di teatro kabuki, ma Hiroshige ne allargò gli orizzonti e aggiunse un tocco di vita ai suoi ritratti. I suoi Luoghi Celebri della Capitale Orientale, forse fin troppo influenzati dalle Trentasei vedute di Hokusai, ricevettero un’accoglienza piuttosto fredda. Ma le rappresentazioni del monte Fuji realizzate dal trentacinquenne Hiroshige rappresentavano un’evoluzione rispetto al punto di vista del settantaduenne Hokusai. Hiroshige si focalizzò su nuove prospettive, nuovi paesaggi, e in un paio d’anni realizzò le Cinquantatre stazioni del Tōkaidō – un ciclo in cui rappresentò le stazioni lungo una delle principali strade che attraversavano il Giappone nel periodo Edo – accolto con grande favore grazie alla sacralità del monte Fuji e allo sviluppo del turismo nei luoghi ritratti nella serie. Oltre a queste celebri opera, il museo raccoglie circa 1.400 pezzi, compresi alcuni lavori realizzati da Hiroshge in tarda età, come la serie delle Cento vedute famose di Edo. Le collezioni ruotano costantemente per offrire ai visitatori una visione sempre nuova e fresca dell’arte dell’ukiyo-e, grazie anche alle molte conferenze e all’angolo dedicato alla sperimentazione, dove tutti possono provare a cimentarsi nella stampa su legno.   

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04.04.2018

La county fair, o fiera campestre, è la più “americana” fra le tradizioni americane. Da oltre 170 anni, è uno degli elementi fondanti delle comunità locali, una realtà che catalizza la potenza e il significato di alcuni degli ideali più nostagici e unificanti della cultura e della società americane. Nata come occasione d’incontro fra agricoltori e allevatori per promuovere le attività locali, la county fair si svolgeva tradizionalmente alla fine dell’estate o allo scattare dell’autunno. Nel corso del ventesimo secolo, mentre gli Stati Uniti si trasformavano da società agraria in società urbanizzata, la fiera si è evoluta fino a includere attività di svago dedicate alle famiglie, sfilate carnevalesche, giochi, corse automobilistiche, bancarelle e concerti. Nell’estate del 2015, la fotografa Americana Pamela Littky ha viaggiato attraverso tutto il paese per immortalare questi appuntamenti stagionali nel cuore dell’America. Ha guidato per migliaia e migliaia di chilometri partecipando e documentando le fiere affollate dalla gente del posto.    “Ho passato la maggior parte della mia vita adulta a Los Angeles, (dove) l’unica cosa che manca è forse proprio questo senso di ‘comunità’ – il senso di appartenenza a una comunità unica e variegata”, ha spiegato Pamela. Durante il suo viaggio, ha scoperto che l’essenza della county fair non è cambiata poi molto, nell’ultimo secolo. Sebbene il tessuto sociale e culturale Americano si sia notevolmente evoluto, le fiere continuano ad attirare ogni anno milioni di persone dall’estrazione e dalla formazione differenti in cerca di un luogo dove celebrare la comunità in tutte le sue sfumature. Il risultato del viaggio on the road di Pamela è stato pubblicato per la prima volta nel volume American Fair, che raccoglie una serie d’immagini magnifiche in cui nostalgiche riflessioni sul passato si mescolano alla complessa realtà della vita Americana nel 21° secolo. Ai ritratti di fattori, contadini e spettatori di spettacoli di lancio del lazo si affiancano immagini percorse da un sottotesto d’inquietudine e incertezza. Volti segnati che hanno vissuto molte stagioni si alternano a immagini di giovani che trasmettono determinazione o innocenza sotto pose adolescenziali. Un lavoro di altissimo valore che, a nostro modesto parere, è paragonabile a quello dei grandi maestri della fotografia Americana come Robert Frank e Dorothea Lange. 

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03.04.2018

In un’epoca in cui tutto, dalla realtà fino all’opera d’arte, è riproducibile digitalmente, che cosa ne è stato e che cosa ne sarà di quel mondo vastissimo a metà fra arte e artigianato che è l’illustrazione? Quali mondi può esplorare un illustratore oltre i confini di un foglio? Sospinta dalla sua innata unicità, ma anche dall’inimitabilità dei suoi limiti, l’illustrazione continua a evolversi. Per noi profani e semplici appassionati non è facile capire in quali direzioni, ma certamente parlare con un addetto ai lavori può aiutarci ad avere un quadro più chiaro. Queste e altre considerazioni sono emerse dalla nostra chiacchierata con Ale Giorgini, un illustratore vicentino le cui opere sono arrivate fino a Tokyo, New York, Zurigo, Vienna, Parigi, San Francisco, Los Angeles, Melbourne e molte altre città del mondo. Giorgini ha vinto il Good Design Award del Chicago Museum of Design, è stato selezionato dalla Society of Illustrators di New York, è presidente e direttore artistico di Illustri Festival e insegna illustrazione. SJ: Quali sono le ispirazioni profonde del tuo lavoro e le radici del tuo immaginario?AG: Quello che disegno deriva dalla mia infanzia: dalle pubblicità del Carosello, dai cartoni animati di Hanna & Barbera, dai libri illustrati di Miroslav Sasek, dalle centinaia di illustrazioni contenute nei Quindici, collana di libri con i quali sono cresciuto e che mi hanno trascinato di peso dentro questo mondo nel quale ho sempre sognato di lavorare. Come lo disegno, invece, deriva dal percorso che ho dovuto intraprendere: mi sono diplomato come geometra e ho lavorato per 15 anni come graphic designer. A un certo punto, la follia lisergica dell’estetica degli anni ’60 e ’70 ha incontrato il rigore della geometria e della grafica vettoriale e ha dato vita a quello che faccio oggi. SJ: Come interpreti la relazione visiva fra colore e tratto? Che ruolo hanno nella tua rappresentazione?AG: Sembrerà bizzarro, ma ho sempre amato riempire le linee. Ricordo che da ragazzino bucavo il foglio per quanta energia mettevo nel ripassare le linee dei miei disegni fino a quando non risultavano - a mio insindacabile giudizio - perfette. Per questo motivo mi sono follemente innamorato di Illustrator: posso avere il totale controllo di ogni elemento, di ogni singola linea. Le mie illustrazioni sono caratterizzate da tratti estremamente decisi. In realtà non me ne sono mai chiesto il motivo: sono un autodidatta e probabilmente tutto è nato per dissimulare l’incertezza dovuta alla mia impreparazione tecnica. Il colore è arrivato dopo ad armonizzare quei segni altrimenti incomprensibili. Quasi sempre il colore è necessario per districare le forme contenute nei miei disegni e renderle visibili. Ci sono volte in cui i miei disegni in bianco e nero sembrano dei rompicapi che solo con l’aggiunta del colore diventano chiari agli occhi di chi li guarda. Per questo motivo colore e tratto sono spesso imprescindibili. SJ: Cosa rende unica la mano di un illustratore di talento? AG: Io non penso di avere talento e non lo dico con falsa modestia solo per attirare la simpatia di chi sta leggendo questa intervista. Dico spesso - con assoluta convinzione - che io non so disegnare. La mia abilità, se proprio ne devo trovare una, è stata quella di riuscire a trasformare i miei limiti in risorse. Non avendo alcuna preparazione artistica, ho individuato un linguaggio riconoscibile che fa totalmente leva sui miei limiti come disegnatore. È per questo motivo che apprezzo molto di più la personalità e il carattere di un’immagine, piuttosto che la sua buona fattura tecnica. Mi trovo spesso di fronte a immagini straordinariamente belle per realizzazione, ma assolutamente vuote per contenuti. É la visione a dover essere unica, la mano può anche non esserlo. Se poi hai entrambe le caratteristiche, allora hai fatto bingo. SJ: Le tendenze dell'illustrazione contemporanea: dalla carta a… quali ambiti? AG: La carta sta oggi all’illustrazione come la pizza alla ristorazione: è un evergreen, piace a tutti, ma non puoi mangiare pizza per tutta la vita (e te lo dice uno che potrebbe seriamente provarci). Il mondo là fuori è molto più grande di un foglio A4 e ci sono un sacco di opportunità su nuovi fronti della comunicazione. Il mercato sta dando segnali estremamente positivi e c’è una forte riscoperta dell’illustrazione anche in ambiti assolutamente insospettabili. Mi è capitato personalmente di lavorare - e di seguire il lavoro di colleghi - in settori davvero impensabili: dalla moda all’arredamento, dalla telecronaca live di eventi alla personalizzazione di navi da crociera e di qualsiasi tipo di oggetto. Penso alla stazione della metropolitana di Milano diventata galleria d’arte con le immagini disegnate da Emiliano Ponzi, o la nave da crociera interamente personalizzata da Riccardo Guasco. I puristi storcono il naso di fronte a utilizzi troppo “audaci” dell’illustrazione, ma personalmente ritengo che quel tipo di atteggiamenti lascino il tempo che trovano. Oggi l’illustratore è diventata una delle figure protagoniste dell’industria creativa, anche perché l’illustrazione è un linguaggio che riesce a toccare corde profonde e a risvegliare emozioni in un modo che altri metodi di comunicazione difficilmente riescono a fare. SJ: Anche i soggetti sono cambiati…AG: In realtà, credo che oggi l’illustrazione continui a fare quello che ha sempre fatto: raccontare la realtà. Lo fa nel suo ruolo di “commentatore” su quotidiani e riviste, ma anche applicata a media differenti. Oggi, oltre a disegnare per articoli di giornale o per libri illustrati, capita di dover disegnare tavole da skateboard, bottiglie di vino, gif animate, magliette o interi ambienti. Se i soggetti sono cambiati, è perché il mondo è cambiato.  

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28.03.2018

Oriente e Occidente, Giappone ed Europa, Giappone e Stati Uniti: dal 1853, anno in cui la flotta militare americana del Commodoro Perry si apposta al largo della baia di Yokohama intimando alle autorità giapponesi ad aprire i propri porti e commerci, il Giappone e l’Occidente si sono osservati, studiati, esplorati con l’intensità di chi sente l’altro come un mistero incomprensibile ma non può fare a meno di indagarlo. Ecco cinque libri fondamentali che raccontano questa ricerca. Sōseki Natsume, Guanciale d’Erba (1906)Riconosciuto come il più importante autore del Giappone moderno, in questo volume Natsume (1867-1916) racconta il percorso di un viandante fra i villaggi della montagna giapponese, metafora del viaggio di ciascuno nella vita. Il protagonista raccoglie storie e incontri e li trasforma in riflessioni, tratteggiando il profilo del Giappone di quell’epoca e il nuovo ruolo dell’artista. Fosco Maraini, Ore Giapponesi (1957)Maraini confronta il Giappone degli anni ’50 con quello conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, dopo l’8 settembre del 1943, venne fatto prigioniero per 11 mesi per il suo rifiuto di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò. Con il suo doppio sguardo di naturalista e antropologo, Maraini racconta la complessità affascinante e misteriosa che regola gli incontri fra le persone, la straordinaria capacità progettuale di un popolo che sta uscendo dalla distruzione post-bellica e l’architettura dei rituali quotidiani che sono parte integrante dell’identità di ciascuno. Shūsaku Endō, Silenzio (1966)Questo libro racconta l’incontro e la lotta fra i signori del Giappone del XVII secolo (periodo Togukawa) e le prime comunità cristiane giapponesi nate intorno ai missionari gesuiti che iniziavano ad arrivare dall’Europa. Il tema del sacrificio in nome dell’appartenenza a un Signore, terreno o divino, è il fondamentale punto di contatto, confronto e scontro di vicende storiche che evidenziano la violenza con cui questo principio, nelle sue diverse accezioni, viene difeso fino all’estremo. James Clavell, Shogun (1975) Il navigatore inglese John Blackthorne approda fortunosamente alla costa giapponese. Siamo nel Giappone del '600, alla fine delle lotte fra signori feudali. Uno di questi, Yoshi Toranaga, accoglie alla propria corte Blackthorne, che viene iniziato ai costumi, ai riti e alle regole della vita quotidiana locale, all’ombra della quale giorno dopo giorno si dipanano le strategie di conquista del potere che porteranno Yoshi Toranaga al titolo di Shogun. Alex Kerr, Lost Japan (1994)Statunitense, laureato in Giapponese a Yale e in cinese a Oxford, con questo libro Kerr è stato il primo autore non giapponese a vincere il premio letterario Shincho Gakugei. Kerr racconta il Giappone contemporaneo, il divario sempre più ampio – ai suoi occhi – fra l’ipertecnologia dilagante e la tradizione, ossatura dell’identità nazionale, che resiste in spazi sempre più ridotti, come i piccoli templi Shinto stretti ai piedi dei grattacieli. 

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26.03.2018

Ci sono musical che parlano di musica e altri in cui canzoni e balli sono solo un modo alternativo per raccontare di amori, vita, morte e altre amenità. Per chi li ama, stilare una classifica è un'impresa impossibile, quasi una violenza. Ma se non siete estimatori del genere, o vi considerate addirittura scettici o detrattori, questi sono i dieci piccoli capolavori che potrebbero convincervi a cambiare idea, dall’invenzione del cinema sonoro fino a oggi. Singin' in the Rain (USA, 1953)Gene Kelly e Debby Reynolds in un meta-film che celebra con leggerezza la verità della voce e della musica. Ambientato nella Hollywood degli anni ’20, che vive il passaggio dal cinema muto al sonoro, è la storia d’amore fra un attore e la controfigura vocale della capricciosa attrice che tutti ritenevano, sbagliando, sua compagna di lavoro e di vita. Per chi vuole che i buoni alla fine vincano sempre e per tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno fatto due passetti alla Gene Kelly armeggiando con l’ombrello. West Side Story (USA, 1961)Romeo e Giulietta sbarca a Manhattan, sbanca i botteghini con decine di settimane consecutive di programmazione, vince 10 Oscar e, nel 1997, arriva al National Film Registry della Biblioteca del Congresso. Perché l’amore fra due ragazzi predestinati a odiarsi è una forza incontrastata e riconosciuta in ogni tempo e latitudine, perché Leonard Bernstein ha composto musiche indimenticabili, perché Nathalie Wood è la perfetta Giulietta dell’Upper West SideMy Fair Lady (USA, 1964)La grazia e la voce diventano strumento di ascesa sociale: la fioraia Eliza Dolittle impara le buone maniere (e le corrette pronunce) dal glottologo professor Higgins, il quale dalla giovane fioraia imparerà l’amore. Mentre the rain in Spain stays mainly in the plain, il Pigmalione di George Bernard Shaw, dal quale è tratto il film di George Cukor, adatta ai competitivi tempi moderni il profilo del principe azzurroMary Poppins (USA, 1964)La Walt Disney è la casa dei musical e Mary Poppins è uno dei suoi film più riusciti. Grazie a una luminosa Julie Andrews e a una sceneggiatura perfetta per tutti, la storia della governante girata da Robert Stevenson e tratta dai libri di Pamela Lyndon Travers guadagna cinque Oscar e un posto fisso nell’immaginario infantile di molte generazioni.Cabaret (USA, 1972)Imperdibile perché l’energia della musica e di Liza Minnelli stonano drammaticamente con l’atmosfera della Repubblica di Weimar che fa da sfondo agli amori dei protagonisti, avvolti in una girandola di eventi che dall’edonismo sfrenato cade in pochi mesi nella retorica hitleriana. E perché coreografie, costumi e acconciature sono indispensabili in ogni revival.Grease (USA, 1978)Con la musica ci si parla (anche a distanza), si diventa amici, ci si prende le misure: amici o nemici. La musica è la vita quotidiana dei ragazzi della Rydell High School, fra i quali i predestinati Sandy Olsson e Denny Zuko, che con la musica si conoscono e si riconoscono e per amore si trasformano e trasformano il loro mondo. Coreografie ripetibili all’infinito su canzoni impossibili da non ballareFlashdance (USA, 1983)Come per l’altrettanto celebre Fame di Alan Parker, la musica è vita e il ballo la strada per un riscatto altrimenti impossibile. Il sogno americano in musical, con la protagonista che unisce sacrificio al talento e guadagna l’amore e il successo. Retorico? Forse, ma non si potrà non rivederlo e, soprattutto, non ballare guardandolo. Dirty Dancing (USA, 1987)I produttori non credevano molto a questo piccolo film a basso budget e senza attori famosi, non credevano di avere in mano uno dei successi cinematografici più clamorosi della storia, che tecnicamente non è nemmeno un musical. Amore contrastato, colonna sonora originale ed eccezionale (con Oscar e Golden Globe in palmarès) e l’entusiasmo per le prime conquiste di libertà che stavano aprendo la strada agli anni ’60. Per ricordarsi che nessuno può mettere Baby in un angolo. Moulin Rouge (USA+Australia, 2001)Solo Baz Luhrmann poteva far rinascere il musical all’inizio del terzo millennio portando nella Pigalle del 1899 la trama de La Traviata di Giuseppe Verdi e facendo risuonare sui tetti di Parigi brani di Elton John, Nirvana e T-Rex, fra gli altri, affiancando ai protagonisti Christian e Satine figure storiche del movimento bohémien come Henri Toulouse-Lautrec. Per tutti freedom, beauty, truth and love.La La Land (USA, 2016)Hollywood omaggia se stessa con un acclamato e premiatissimo musical dove i protagonisti, Mia e Sebastian, scelgono di realizzare il proprio sogno di musica e di cinema dedicandovi tutta la propria vita. Talento più sacrificio uguale successo e un applauso del cinema musicale a se stesso che vale la pena di essere onorato, anche per la densità di citazioni di genere e la meravigliosa colonna sonora. Regia di Damien Chazelle e interpretazione (anche canora) di Emma Stone e Ryan Gosling. 

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23.03.2018

Può la bellezza già maestosa e soprannaturale della Cappella Sistina diventare uno spettacolo ancora più coinvolgente? Può la tecnologia contemporanea aggiungere qualcosa a un capolavoro immortale come il Giudizio Universale di Michelangelo? A queste e altre domande sembra voler rispondere Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, lo spettacolo prodotto da Artainment Worldwide Shows che ha debuttato il 15 marzo all'Auditorium Conciliazione di Roma. Protagonista assoluta è la Cappella Sistina, al centro di uno spettacolo che nasce dalla contaminazione di performance teatrale, effetti speciali e tecnologia, portando lo spettatore al centro dell’evento grazie all’immersività di proiezioni laser ad alta luminosità a 270° su un’area di oltre 1.000 metri quadrati di superficie posizionata a oltre 12 metri di altezza tutto intorno al pubblico. Realizzato nella doppia versione italiana e inglese, lo spettacolo dura un'ora e racconta la nascita del capolavoro michelangiolesco dalla commissione da parte di Giulio II degli affreschi della volta fino alla realizzazione del Giudizio Universale, con una rievocazione della Cappella Sistina anche come luogo del Conclave. Dietro tutto questo c'è la mente creativa di Marco Balich, già direttore artistico e produttore di Cerimonie Olimpiche, da Torino 2006 a Rio 2016. "Abbiamo voluto creare uno spettacolo completamente nuovo, in cui la genesi di un capolavoro dell’arte universale viene raccontata mixando tutti i linguaggi che il mondo del live entertainment ci mette oggi a disposizione", ha detto, "nel più rigoroso rispetto dell’opera di Michelangelo". A garanzia di tutto ciò c'è la consulenza scientifica dei Musei Vaticani, un sigillo importante che si somma alla scelta degli artisti coinvolti, fra i quali spiccano i nomi di Sting, che ha arrangiato e interpretato il main theme song originale, e dell'attore Pierfrancesco Favino, che dà voce a Michelangelo. Tutti gli elementi, corpi, luci, video, si fondono, e immergono lo spettatore in una trasformazione continua del linguaggio teatrale, grazie alla supervisione di un esperto come il regista e drammaturgo Gabriele Vacis, che ha definito lo spettacolo, nella sua complessità come "un piccolo respiro che va ad aggiungersi a quello dei tanti che, nei secoli, hanno edificato la Cappella Sistina". Le musiche di John Metcalfe, arrangiatore e produttore di artisti come U2, Morrissey, Blur e Coldplay, le scenografie ispirate alle prospettive Cinquecentesche create da Luke Halls, video designer della Royal Opera House e le coreografie di Fotis Nikolaou, storico danzatore di Dimitris Papaioannou, sono solo alcuni degli eminenti contributi a questo spettacolo innovativo e corale che si propone di fare riscoprire - e in qualche caso addirittura scoprire - al pubblico uno dei più grandi capolavori della storia dell'arte. "Ci piace pensare" ha commentato Balich, "che gli spettatori, soprattutto quelli più giovani, possano uscire dall’Auditorium ispirati da una rinnovata consapevolezza: non c’è nulla di più emozionante della bellezza di un’opera d’arte". 

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19.03.2018

Fondata nel 1994 da George e Ilone Kremer, la Kremer Collection è una collezione privata di circa 74 opere di pittura olandese e fiamminga del XVII secolo, che comprende capolavori di artisti del calibro di Rembrandt, Abraham Bloemaert, Hendrick ter Brugghen, Gerrit Dou, Frans Hals, Meindert Hobbema, Gerrit van Honthorst, Pieter de Hooch, Jan Lievens, Paulus Moreelse, Michael Sweerts, Jan Baptist Weenix ed Emanuel de Witte. Nel corso degli ultimi 20 anni, molte di queste opere sono state messe in mostra e prestate a musei internazionali, ma l'ultima impresa dei fondatori della collezione è qualcosa di diverso da una semplice mostra temporanea: si tratta infatti di un museo virtuale permanente, il Kremer Museum, che fonde arte e tecnologia in un innovativo progetto realizzato dall'architetto Johan van Lierop dello studio Architales. Accessibile esclusivamente attraverso la tecnologia VR di realtà virtuale, il museo consente ai visitatori di esaminare la superficie e i colori delle opere da molto vicino, vivendo un'esperienza profondamente immersiva. Per ottenere questo risultato, ciascun quadro è stato fotografato da 2.500 a 3.500 volte utilizzando la tecnica della "fotogrammetria", in modo da ottenere un'immagine in risoluzione ultra-elevata. “Il nostro obiettivo come collezionisti è sempre stato quello trovare le migliori opere d'arte e, allo stesso tempo, il modo migliore per condividerle con il più alto numero possibile di persone", ha detto George Kremer, fondatore della Kremer Collection. "Mia moglie Ilone ed io crediamo che investire in tecnologia piuttosto che in mattoni per la nostra collezione sia il miglior contributo che oggi possiamo dare al mondo dell'arte”. Un'illuminazione perfetta, la possibilità di vedere anche la parte posteriore dei quadri e uno spazio progettato in modo ideale sono i principali vantaggi offerti da questo museo virtuale, che oltre a regalare ai visitatori un'esperienza unica e diversa ha anche permesso all'architetto che l'ha creato di realizzare un suo desiderio "proibito". "Progettare un museo in assenza di gravità, problemi di tubature e di regolamenti è il sogno di ogni architetto", ha commentato van Lierop.  Oltre ad avere già ospitato una serie di eventi pop-up su invito in ambiente virtuale, la Kremer Collection ha lanciato il TKC Mighty Masters program, che fornisce a scuole selezionate tutta l'attrezzatura necessaria per accedere al museo. La selezione degli istituti è stata realizzata in collaborazione con la Delivering Change Foundation attraverso un concorso di disegno cui hanno partecipato oltre un milione di bambini indiani. 

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16.03.2018

27 isole grandi e piccole nel mare interno di Seto, delle quali solo cinque sono abitate: è l'arcipelago di Naoshima, circa tre chilometri a sud di Tamano, nella Prefettura di Okayama. A causa della presenza delle raffinerie, in passato queste isole erano fortemente inquinate dai fumi industriali, ma dopo la guerra, grazie anche alla riforestazione, sono tornate a vivere; in particolare, Kōjin-shima è diventata verdissima e la parte sud di Naoshima è stata addirittura designata parte del Setonaikai National Park. Oltre che di natura, l'arcipelago vive di eventi culturali di primaria importanza. Benesse Art Site Naoshima è il nome dell'insieme di attività artistiche che si svolgono dulle isole di Naoshima, Teshima e Inujima. Ogni tre anni si svolge inoltre su queste isole il Setouchi Art Festival, che raccoglie pubblico da tutto il paese. Le origini di BenesseIl Benesse Art Site di Naoshima nasce dall'esperienza del Naoshima International Campsite, il campeggio progettato nel 1989 dal celebre architetto Tadao Andō per offrire agli ospiti l'esperienza di vivere a pieno la bellezza naturale di Setouchi dormendo in yurte mongole. A quell'evento seguirono poi la creazione della Benesse House e l'installazione di Yayoi Kusama, la famosa zucca divenuta il simbolo di Naoshima. Il meglio di NaoshimaL'Oval, disegnato nel 1995 daTadao Andō, è una delle sistemazioni più gettonate della Benesse House. Lo stesso architetto ha dato vita nel 2004 al Chichū Art Museum, ospitato in un'antica residenza dell'isola, dove sono esposte fotografie, schizzi e miniature che documentano l'attività di Andō a Naoshima, oltre alla storia dell'isola. I tesori di TeshimaImmerso fra le colline terrazzate coltivate a riso e affacciate sul mare, il Teshima Art Museum è il luogo che meglio di tutti coniuga arte e natura sull'isola di Teshima, piccola e molto semplice da esplorare in sella a una bicicletta. La Teshima Yokoo House è dedicata alle opere del celebre grafico e illustratoreTadanori Yokoo, spesso focalizzzate sui temi della vita e della morte. L'edificio si distingue il vetro rosso delle finestre che filtra e modula la luce e i colori degli interni, conferendo alle opere una gamma di sfumature cangianti che danno ai visitatori l'illusione di trovarsi in uno spazio tridimensionale. Cosa vedere a InujimaNonostante la superficie di appena 54 ettari, Inujima è un'isola dalla grande bellezza naturale e ricca di luoghi di cultura. L'Inujima Seirensho Art Museum è ospitato all'interno di un'ex-raffineria dall'atmosfera davvero unica, considerata una vera e propria opera di archeologia industriale. Dopo una visita al museo, il consiglio è di godersi una passeggiata nel verde o un bagno di sole sulla spiagia dell'Inujima Seaside Resort. 

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27.02.2018

Pur essendo un abito estremamente tradizionale, di recente il kimono sta vivendo in Giappone una sorta di revival in chiave contemporanea. Solitamente considerato adatto alle cerimonie e alle occasioni più formali, ha il pregio di essere molto versatile: basta scegliere una cintura e degli accessori un po' particolari e uno stesso kimono può trasformarsi e acquisire un aspetto del tutto diverso. Ecco perché non è così insolito vedere uomini che indossano kimono sartoriali fatti su misura e decisamente sofisticati. In generale, i kimono da uomo si dividono in due grandi categorie: kimono casual e kimono da cerimonia, con le dovute distinzioni in termini di tessuto, colore e presenza/assenza dello stemma di famiglia, della giacca haori e dei pantaloni hakama. Un kimono casual può essere allacciato con una sciarpa o una cintura al posto della tradizionale fascia obi, indossato sopra una camicia o un altro tipo d'indumento occidentale al posto del nagajuban, e portato con un paio di tennis o di stivaletti al posto dei classici sandali zōri. Di recente i kimono casual, detti anche yukata, hanno avuto una diffusione sorprendente e si possono addirittura noleggiare insieme ai sandali e agli altri accessori. Al contrario, il kimono da cerimonia, che è di rigore ai matrimoni e in occasione di altre cerimonie tradizionali, reca sempre lo stemma di famiglia e consiste nell'abbinamento di una giacca haori con un paio di pantaloni hakama neri. Sono parte indispensabile dell'insieme anche la fascia obi, e i sandali zōri. A teatro Di recente molte rappresentazioni del teatro tradizionale giapponese (kabuki e rakugo) sono state adattate alla contemporaneità e tradotte in giapponese moderno per attirare un pubblico più ampio. In queste occasioni non è raro vedere spettatori uomini che indossano kimono casual, ma molto curati e sofisticatiAl tempioLo sapevate che, poiché limita i movimenti del corpo, il kimono aiuta anche ad avere una buona postura e un portamento elegante? Ecco perché è sempre una buona idea indossare un kimono quando si visitano un tempio o un santuario, soprattutto in occasione di una celebrazione importante come quella per il primo giorno dell'anno. Senza contare che indossare un abito tradizionale renderà l'esperienza ancor più coinvolgente. Feste e matrimoniOgni occasione per la quale è richiesto lo smoking è buona anche per indossare un kimono. Ma non dimenticate mai che anche il kimono ha le sue regole in termini di materiali e utilizzo della fascia tradizionale (obi). Una visita a Kyoto, Nara, Kamakura o KanazawaQuando si visitano le città tradizionali giapponesi, indossare un kimono è consigliabile per vivere a pieno l'esperienza, oltre che per ottenere vantaggi concreti come sconti presso i negozi e biglietti a prezzo ridotto per templi e santuari. Non serve possederne uno, molti negozi li noleggiano. Eventi stagionali: Hanami, festivals estivi, momiji-gari e NataleMolte persone partecipano ai vari festival ed eventi stagionali indossando un informale yukata. Potrebbe sembrare una mossa strategica perché si tratta di un indumento particolarmente fresco e leggero, ma in realtà molti scelgono yukata a più strati, con fantasie adatte alla stagione e all'occasione, coordinate con gli accessori e abbinate ai colori della fascia, dei sandali e del colletto. Si tratta insomma di una vera e propria tradizione coltivata con passione ed entusiasmo.  

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12.02.2018

"Volevamo che questo museo fosse il più possibile rappresentativo dell'Africa. Che ne celebrasse la storia, la cultura, la varietà e il futuro, con particolare attenzione all'arte del 21° secolo. Ma soprattutto, questa è un'istituzione dedicata all'intera Africa!". Con queste parole, nel settembre scorso, Jochen Zeitz, Co-Presidente dello Zeitz MOCAA, ha inaugurato il più grande museo al mondo dedicato all'arte contemporanea dell'Africa e della diaspora africana. Lo Zeitz MOCAA si trova a Città del Capo, in Sudafrica, nella bellissima zona del Victoria & Albert Waterfront, il porto fatto costruire nel 1860 dal Principe Alfredo, figlio della Regina Vittoria, durante la dominazione britannica, ed è il risultato di un ambizioso progetto di riconversione di un vecchio silos per lo stoccaggio delle granaglie. Dal recupero di un edificio storico che fu un tempo il più alto di tutto il Sudafrica fino allo sviluppo di un'istituzione no-profit dedicata alla conservazione, allo sviluppo e allo stimolo della creatività, lo Zeitz MOCAA ha tutto quel che serve per dare un contributo decisivo alla promozione dell'eredità culturale africana nel mondo. La trasformazione del vecchio edificio industriale in disuso in un museo dal futuristico design contemporaneo si deve agli architetti londinesi dello studio Heatherwick, in collaborazione con alcuni designer sudafricani. Il museo è distribuito su nove piani e ricavato all'interno degli spazi monumentali del silo, la cui caratteristica struttura "cellulare", data dai 42 tubi integrati all'interno dell'edificio, è stata mantenuta nell'atrio in parte delle 100 gallerie. Ci sono anche un giardino delle sculture sul terrazzo, una libreria, un bar, un ristorante e varie sale di lettura. La base della collezione permanente è rappresentata dalla Zeitz Collection, fondata nel 2002 dall'imprenditore Jochen Zeitz e considerata una delle più rappresentative raccolte di artefatti contemporanei da e sull'Africa e la sua Diaspora.  Lo Zeitz MOCAA comprende diversi centri dedicati al costume, alla fotografia, al film e all'educazone artistica, e ospita naturalmente mostre temporanee. 

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09.02.2018

Siete stati di recente al Louvre nell'affollatissima sala che ospita la Gioconda di Leonardo? A quanto pare, a molti piace fotografarsi in compagnia della Monna Lisa, al punto che in giro per il web ci sono più selfie con la Gioconda che foto del quadro stesso. Questo ci dice molto su noi stessi, e in particolare una cosa: non ci basta più osservare un'opera d'arte, ma in qualche modo vogliamo farne parte, entrarci dentro. A partire da questa interessante considerazione, due game designer californiani di nome Tommy Honton e Tair Mamedov hanno dato vita a The Museum of Selfies, un museo temporaneo e interattivo a Los Angeles che nei suoi 750 metri quadrati esplora la storia e gli aspetti culturali del selfie, andando indietro di 40.000 anni per analizzare le radici più profonde di questo gesto che, nella sua essenzialità, consiste in fondo nel realizzare un'immagine di se stessi. Se siete allergici ai selfie e alzate gli occhi al cielo ogni volta che vedete un vostro simile scattarne uno, niente paura: questa mostra potrebbe aiutarvi a guardare il fenomeno da un'altra prospettiva, e a capire che cosa si nasconde dietro un selfie a livello storico, sociale e culturale. Perché in effetti, a ben vedere, non si tratta affatto di qualcosa di nuovo, di una moda nata nel 2006 quando, a suo dire, Paris Hilton avrebbe coniato il termine "selfie". Pensate soltanto ai molti autoritratti di pittori famosi, o al primo autoritratto fotografico, quello realizzato dal produttore di lampade Robert Cornelius nel 1839, restando in posa davanti alla macchina fotografica per ben 15 minuti. Dalla preistoria a Instagram, al Museum of Selfies si esplorano le origini dell'autoritratto attraverso la lente dell'arte, della storia, della tecnologia e della cultura. Il percorso espositivo comprende rivisitazioni di celebri quadri, autoritratti di personaggi famosi e artisti contemporanei, selfie tratti da Instagram e persino un'inquietante sezione dedicata ai "death selfie", costati la vita a chi li ha scattati in situazioni particolarmente pericolose. Che li amiate o li odiate, è molto probabile che questa mostra cambi la vostra idea dei selfie. E se doveste cambiare idea e cominciare ad apprezzarli, avrete l'occasione di scattarne qualcuno davvero speciale con l'aiuto delle installazioni interattive costruite appositamente.Il Museum of Selfies aprirà le porte a Los Angeles il 1° aprile e sarà visitabile fino al 31 maggio. 

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07.02.2018

Casa Batló, La Pedrera, Parc Güell, La Sagrada Familia: sono soltanto alcuni dei celeberrimi edifici progettati dal più famoso architetto barcellonese di tutti i tempi, Antoni Gaudì. Se siete stati a Barcellona, dunque, è molto probabile che li abbiate già visitati almeno una volta, ma forse Casa Vicens manca ancora all'appello. Inclusa nella lista dei sei edifici in città dichiarati Patrimonio dell'Umanità Unesco, questa magnifica villa nel quartiere di Gràcia fu costruita fra il 1883 e il 1885 come residenza estiva per la famiglia dell'agente di commercio Manuel Vicens i Montaner, e fu la prima commissione importante ricevuta da Antoni Gaudí nella sua carriera, quella che gettò le basi per tutti i suoi lavori successivi. Allora trentunenne, a Casa Vicens il giovane architetto sperimentò per la prima volta le sue idee e ispirazioni, compresa tutta una serie di elementi che si possono ritrovare, in forma evoluta, nei suoi lavori successivi, e che hanno contribuito a diffondere il movimento Modernista in Europa e Catalogna.  Aperta ai visitatori soltanto l'anno scorso dopo essere stata a lungo abitazione privata, Casa Vicens, così com'è oggi, è il risultato di molti cambiamenti e trasformazioni, e comprende tre spazi ben differenziati: la costruzione originale risalente al 1883-1885 progettata da Antoni Gaudí, l'espansione del 1925 di Joan Baptista Serra de Martínez e il giardino che circonda la villa. Con la sua nuova destinazione a museo e spazio culturale, l'edificio è stato arricchito con tutti i servizi necessari e ristrutturato in alcune sue parti in chiave contemporanea, ma le zone progettate da Gaudì sono state meticolosamente riportate al loro aspetto originale. Fra le parti più interessanti ci sono il giardino ispirato alla vegetazione mediterranea disegnato da Gaudì e arricchito da magnolie, rosai, palme e piante rampicanti, la sala da fumo al piano terra, un'oasi orientaleggiante con mocarabe di gesso multicolore sul soffitto a forma di palma e piastrelle policrome nei toni del verde, la sala da pranzo con i mobili in legno originali disegnati da Gaudì stesso e il terrazzo con i classici comignoli adornati da piastrelle di ceramica bianche e verdi, ispirati all'architettura islamica e asiatica. Casa Vicens aspira a raccogliere fra le sue mura bellezza, storia e cultura, proponendosi come una finestra affacciata sullo straordinario mondo di Antoni Gaudì grazie non soltanto alla bellezza delle architetture, ma a un percorso espositivo arricchito da una collezione permanente e da mostre temporanee, oltre a tutta una serie di attività educative dedicate ai visitatori. 

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02.02.2018

Ogni anno, in occasione del Setsubun, le famiglie giapponesi tentano di scacciare gli spiriti maligni dalle proprie case con l’aiuto dei fagioli di soia tostati, detti anche fuku-mame (“fagioli della fortuna”). Per farlo, aprono le finestre e gettano fuori i fagioli al canto di Oni wa soto! (Fuori i demoni!). Subito dopo, richiudono le finestre e gettano un’altra manciata di fagioli al centro della stanza, gridando Fuku wa uchi! (“dentro la fortuna!”). Poi, ogni membro della famiglia mangia un numero di fagioli corrispondente alla propria età, più uno. Così facendo, spera di essere risparmiato dalle calamità e baciato dalla fortuna. Questo complicato rituale prende il nome mamemaki. L’origine del Setsubun è da ricercare nel Tsuina, una forma di esorcismo cinese introdotta in Giappone attorno all’ottavo secolo. Nel periodo Muromachi si usava gettare un numero di monete corrispondente all’età di una persona, offrendole ai mendicanti. Questi ultimi, nel raccoglierle, benedivano il donatore e imitavano il canto di un uccello per scacciare gli spiriti maligni. Originaria di Osaka, questa pratica restò in voga fino al ventesimo secolo, sostituita poi dal gesto di gettare i fagioli, ancora molto diffuso in numerosi villaggi del Giappone nei primi giorni di febbraio.   Hokkaidō, Tōhoku e Kantō A Hokkaido, nel periodo del Setsubun si svolgono vari eventi. In particolare, Sapporo è famosa per il suo festival della neve, durante la quale le strade vengono adornate da magnifiche statue di ghiaccio.A Kurokawa, nella prefettura di Yamagata l’1 e 2 febbraio si svolge l’Ōgi Festival, con rituali shintoisti ed esibizioni di danza e teatro nō.Nella prefettura di Saitama, è tradizione bruciare sardine e altri cibi dall’odore sgradevole per tenere lontani i parassiti. Hokuriku, Koshin’etsu e Tōkai In alcuni santuari di Kanazawasi spargono i fagioli Setsubun dopo essersi esibiti nelle cosidette danze Kaga manzai. Si tratta di una tradizione che ebbe origine nel XVI secolo. Kinki Il santuario di Yoshida a Kyoto ospita lo Tsuina-shiki, una cerimonia tradizionale contro il male che si tiene ogni anno la sera della vigilia del Setsubun. Conosciuto anche come Oni-yarai (“espulsione dei demoni”), il rituale prevede che il sacerdote si aggiri per il padiglione musicale del tempio indossando una maschera dorata con quattro occhi, dando la caccia agli spiriti accompagnato dai suoi giovani servitori. Chūgokum, Shikoku, Kyūshū e Okinawa Nella prefettura di Okayama, il mame uranai è un rituale che consiste nel prevedere la stagione dell’intero anno utilizzando i fagioli. A Tokushima, Shikoku, si mangia il konjac, un tubero asiatico, per ripulire il corpo dalla terra e dalla sabbia secondo il rituale del sunaoroshi. Infine, a Nagasaki il Setsubun corrisponde con il capodanno cinese, e per l’occasione si preparano succulenti cibi fritti 

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01.02.2018

Superata la metà di gennaio, si comincia a intravvedere la fine dell’inverno e il principio della primavera italiana, specie nella parte meridionale della penisola. È ora di cominciare a programmare una piccola fuga, e la Sicilia è la meta perfetta per un piccolo tour in questa stagione, soprattutto se avete intenzione di visitare qualche sito archeologico sfuggendo al caldo torrido dell’estate e alle orde di turisti. Senza contare che le prime fioriture fra i templi sono qualcosa di commovente. Abbiamo raccolto quattro tappe che non dovreste dimenticare d’inserire nel vostro itinerario: tutte sono inserite fra i Patrimoni dell’Umanità UNESCO, e ciascuna racconta un aspetto diverso dell’isola. Mettiamoci in viaggio! Noto Nel 1693 un grande terremoto rase pressoché al suolo la cittadina siciliana di Noto, sul lato orientale dell'isola, costringendo abitanti e istituzioni a ricostruirla: ecco l'origine della città gioiello del Barocco siciliano, dove palazzi nobiliari e luoghi di culto dallo stile e dai colori omogenei si susseguono senza soluzione di continuità regalando alla città, fra i tanti appellativi, anche quello di “giardino di pietra”. L'uso della pietra di Siracusa, un calcare morbido il cui colore oscilla fra il bianco e il grigio, permise lavorazioni e decori arditi e regalò alla città un tono morbido e cangiante al sole. Noto non è però soltanto la perla del Barocco: la Noto antica è prodiga di altrettanti tesori, come l'antica villa romana del Tellaro con i suoi mosaici. Siracusa e OrtigiaLa stessa commistione di epoche si ritrova nella vicina e ben più grande Siracusa, antico gioiello della Magna Grecia. Siracusa fu la città del celebre matematico Archimede, e di quell'epoca mantiene intatto il bellissimo anfiteatro che conserva ancora un'ottima acustica. Qui si tiene ogni estate fra maggio e giugno un prestigiosissimo ciclo di rappresentazioni classiche. Il cuore della città si trova però sul mare, e in particolare sull'isola di Ortigia, la cui particolarità risiede nell’avere sul suo territorio sorgenti naturali d'acqua dolce, come la Fonte Aretusa o la Fontana degli Schiavi, che l’hanno resa da sempre luogo ideale per un insediamento. Imperdibili il Castello di Maniace, uno dei simboli della città, il Tempio di Apollo, e il Duomo in stile barocco e rococò costruito sull’antico tempio di Atena. Piazza Armerina e la Villa romana del CasaleAl centro dell’isola, in provincia di Enna, quest’ antica città d’arte dall’impianto barocco e normanno è un magnifico concentrato di antichi palazzi, stradine medievali ed edifici religiosi di grande pregio. Due sono i suoi fiori all’occhiello: il celebre Palio dei Normanni, un'avvincente giostra fra quattro squadre di cinque cavalieri in costume d'epoca che si tiene ogni anno dal 12 al 14 agosto, e la Villa del Casale. La Villa, ex-residenza rurale di Massimiliano Erculeo, braccio destro di Diocleziano nella gestione dell’Impero Romano, conserva migliaia di metri quadrati di pavimenti e pareti a mosaico considerati fra i più belli e ben conservati nel loro genere. La Valle dei templiSulla costa sud occidentale dell’isola, nel territorio della città medievale di Agrigento, sorgono i resti dell’antica colonia greca di Akragas (IV secolo a.C.), caratterizzati da grandi templi dorici costruiti in tufo arenario conchiglifero, un materiale che cambia colore in base alla luce, e al tramonto assume una suggestiva tonalità ambrata. La cosiddetta “Valle dei Templi” è uno dei siti archeologici più celebri e apprezzati del mondo, e fra i più grandi nel Mediterraneo. Il tempio che è giunto a noi nella sua forma meglio conservata è quello della Concordia, il più spettacolare tempio dorico nel mondo dopo il Partenone. Oltre ai templi, si possono visitare l’agorà, le necropoli, le ville residenziali con i pavimenti a mosaico, gli acquedotti e le basiliche paleocristiane. 

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30.01.2018

Una città grande, stratificata e tentacolare come Londra la si conosce davvero soltanto esplorandone a piedi tutti i quartieri. Missione impossibile, certo, almeno in un vita sola. Ma perché non fare almeno un tentativo? Può sembrare strano, ma alcuni dei più bei tour a piedi di Londra sono organizzati ogni anno dall’ente dei trasporti di Londra, che sul suo sito ha raccolto di ersi itinerari a piedi e in bicicletta a Londra e dintorni, anche molto lunghi, da fare tutti in una volta o da spezzare in più camminate. Tre volte l’anno (di solito a gennaio, maggio e settembre), tramite l’iniziativa Walk London la TFL organizza nel weekend delle passeggiate guidate assolutamente gratuite scelte fra i 40 itinerari consolidati, tutti diversi nelle destinazioni, nei temi e nel sapore. Per quest’anno, il primo weekend di camminate è previsto per il 3 e 4 febbraio, e naturalmente occorre prenotare al più presto.Abbiamo dato un’occhiata al bellissimo programma, e queste sono le cinque passeggiate che ci hanno colpito di più. Spooky City: fantasmi, cimiteri e pubbliche esecuzioniComincia dalle parti di St Paul’s Cathedral questo gotico viaggio nei più macabri segreti della città con soste fra rovine di antiche chiese, monumenti ai defunti ed ex-carceri, accompagnato da storie di fantasmi ed esecuzioni. Lungo il Tamigi fra vecchi depositi e architetture futuristicheAppuntamento a Monument, sotto la celebre colonna commemorativa del grande incendio di Londra del 1666, per esplorare il lungofiume fra la Tower of London e la parte est della città fino alla Jubilee Walkway e a St Katherine’s Dock, scoprendo come una zona un tempo degradata si sia trasformata nel quartiere delle star. Londra e il cinema: da Charlie Chaplin a Harry PotterDa Covent Garden a Piccadilly Circus ascoltando i retroscena di alcuni gradi film girati in città e non solo. Cos’è successo alla cravatta di Daniel Craig durante le riprese di Skyfall? Perché Michael Caine ha preso il nome da un cinema di Leicester Square? Cortili nascosti e cittadini eminentiDai vicoli e dai cortili attorno a St Paul’s Cathedral fino a Fleet Street, antica zona dei giornali e delle stamperie che ebbe fra i suoi più celebri residenti Daniel Defoe, e di qui fino all’antichissimo Ye Olde Cheshire Cheese Pub, un tempo frequentato da Charles Dickens, e alla casa del Dr Johnson, autore del primo dizionario di lingua inglese, in Gough Square. Boschi, colline e antiche abbazieLa più impegnativa delle passeggiate in catalogo prevede una lunga camminata in salita con scarpe resistenti all’acqua fra enormi aree boschive. Si parte dai resti dell’abbazia di Lesnes, a est della città, e si arriva a Shooter’s Hill, Greeenwich, all’altezza di 132 metri, da dove lo sguardo, nelle giornate limpide, sconfina fino al Mare del Nord, per concludere il giro al castello di Severndroog

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18.01.2018

La prestigiosa designazione di “Capitale europea della cultura” della UE, che ogni anno offre a una o più città la possibilità di mettere a punto un piano culturale per promuovere il suo patrimonio e sviluppare l’identità europea, è spesso un’indicazione interessante per scoprire destinazioni nuove. Per il 2018, il titolo di Capitale Europea della Cultura è andata a due città molto diverse ma accomunate dall’atmosfera frizzante: Leuuwarden, in Frisia (Olanda), e La Valletta, capitale dello stato insulare di Malta. Leuuwarden, una piccola AmsterdamIl capoluogo della Frisia, storica regione sul Mare del Nord, è una tipica e pittoresca città olandese in miniatura, attraversata da ponti e canali costeggiati da case stuccate. Con poco più di 100.000 abitanti, nasce come città mercantile (era molto più vicina al mare prima della costruzione della diga dell’Afsldjik negli anni Trenta) specializzata nell’esportazione di prodotti caseari verso il resto dell’Olanda.Il simbolo della città è l’Oldehove, una torre pendente del Cinquecento che ricorda la più celebre Torre di Pisa. La torre era in origine il campanile dell’ormai scomparsa Chiesa di San Vito, si trova lungo la centralissima via Nieuwestadt e pende poiché costruita su un terreno acquitrinoso. Città natale di Mata Hari (al secolo Margherita Geltrude Zelle) e del celebre incisore e grafico olandese Maurits Cornelis Escher (di cui si può visitare la casa natale, che oggi ospita il Museo della Ceramica), Leuuwarden è ricca di musei, fra i quali spiccano il Museo della Frisia e il Museo di storia naturale. Ma è anche una città estremamente vivace, popolata di studenti e piena di locali e ristoranti, e ha una vivace vita notturna. Una strada del centro chiamata De Kleine Keerstraat, è stata votata più volte “migliore via dello shopping” in Olanda grazie alla sua densità di boutique, negozietti indipendenti e gallerie.Per scoprire gli eventi organizzati nel corso di quest’anno speciale si può consultare il sito dell’ente del turismo olandeseLa Valletta, terra di conquisteLa cinquecentesca città fortificata de La Valletta, edificata sulle aspre rocce della penisola di Mount Sceberras, è un gioiello barocco disseminato di chiese, palazzi e opere d’arte, dall’atmosfera vivace e dall’enogastronomia molto particolare, frutto dell’ibridazione fra le tradizioni diverse dei molti conquistatori che hanno occupato nel corso dei secoli le isole maltesi – arabi, normanni, italiani, inglesi.Fra le principali attrazioni ci sono la cinquecentesca Concatterdrale di San Giovanni, il palazzo del Parlamento, il Forte di Sant’Elmo e il Museo di Belle Arti, che insieme hanno contribuito a rendere la città Patrimonio dell’Umanità Unesco.Il programma culturale per il 2018 da Capitale della Cultura è costruito intorno a quattro temi - Generazioni, Itinerari, Città e Isole – e comprende festival, feste tradizionali, concerti, mostre, performance e iniziative per famiglie e bambini. 

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15.01.2018

Uscito nelle sale alla fine dell’anno scorso, Ryuichi Sakamoto: Coda è un documentario che segue le vicende personali del celebre musicista e compositore fra 2012 and 2017, combinate con materiali d’archivio che ne esplorano le opere musicali e cinematografiche musicali dai tempi della Yellow Magic Orchestra fino alle attività successive agli attacchi terroristici negli Stati Uniti e al grande terremoto nell’est del Giappone, dalla sua battaglia contro il cancro alla gola nel 2014 fino alla composizione della colonna sonora per il film  The Revenant di Alejandro Iñárritu nel 2015 e all’uscita del suo primo album in otto anni nel 2017. Il documentario è un viaggio contemplativo attraverso opere passate e recenti che svelano nuovi aspetti della personalità e dellumanità di Sakamoto. Coda è stato diretto e prodotto da Stephen Nomura Schible, già co-produttore del film del 2003 di Sofia Coppola Lost in Translation. Tutto nasce dal grande concerto “No Nukes 2012”, una due giorni di musica organizzata da Sakamoto, di cui Schible desiderava fare le riprese. Quelle immagini sono state poi incorporate in un progetto più ampio, arricchito da diverse interviste con Sakamoto dopo il grande terremoto e la diagnosi di tumore. Presentato fuori concorso al 74° Festival di Venezia nel 2017, il film ha ricevuto un’accoglienza entusiastica. “Ero molto ansioso di sapere se il film sarebbe stato accolto bene oppure un fiasco. Ma la standing ovation a cui ho assistito al Festival ha cancellato ogni preoccupazione”, ha detto Schible. 

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03.01.2018

C’è un posto a Parigi dove street food, graffiti e musica sono tutti riuniti in un unico grande spazio che negli ultimi mesi a visto gravitare attorno a sé un grande movimento di persone e idee. Siamo in zona Porte de la Chapelle, nel 18° arrondissement, all’interno di un ex-deposito delle ferrovie, e L’Aerosol, nato nell’agosto scorso, è il nuovo tempio parigino della street art, nato nel corso di pochissimo tempo e rivelatosi una sfida ben riuscita. Protagonisti assoluti sono i mastodontici graffiti in continua evoluzione che ricoprono tutte le pareti dell’ex-deposito, ma anche quelli di artisti famosi come Invader, Shepard Fairey, JonOne, BanksyDondi White e Crash ospitati all’interno del museo tutto dedicato ala street art, dove ci si può anche cimentare nell’arte dei graffiti su una parete digitale con un’apposita vernice. Nato per avvicinare i parigini e tutti i visitatori al mondo dei graffiti & Co., L’Aerosol è in realtà anche un luogo di divertimento e convivialità pensato per persone di ogni età. Ne sono dimostrazione i food truck che servono cibo di strada di ogni genere, dai classici hamburger alla pizza, dalle cucine etniche al gelato artigianale, il campo da pétanque (le bocce francesi) e le rampe per lo skate. E poi ci sono la pista da roller, il bar (al chiuso) e la discoteca che ospita DJ set di musica house, electro, rap, hip-hop e afrobeat. L’Aerosol resterà aperto fino a fine gennaio 2018, per cui avete ancora più di un mese per esplorarlo. E poi chissà, ci sono buone probabilità che questa storia avrà anche un seguito. 

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02.01.2018

Secondo la tradizione giapponese, il primo sogno dell’anno sarebbe in grado di predire la nostra fortuna per i 365 giorni a venire. E sebbene il termine hatsuyume significhi alla lettera “il primo sogno”, in realtà il discorso vale anche per la seconda notte, quella fra l’1 e il 2 gennaio.  Un proverbio risalente al periodo Edo recita: Ichi Fuji. Ni taka. San nasubi, “Monte Fuji, falchi e melanzane”. Si tratta dell’elenco dei sogni più fortunati in ordine d’importanza, con il monte Fuji al primo posto. Ma perché? Ad accomunare i tre elementi è la loro “altitudine”: in metri per quanto riguarda il monte Fuji e il volo del falco, e in denaro per quanto riguarda il prezzo delle melanzane. Ma c’è di più: oltre a essere la montagna più alta del Giappone, il monte Fuji è un simbolo di sicurezza, il falco è un uccello forte, intelligente e associato all’idea di successo; la melanzana è considerata un portafortuna per via del suo nome giapponese, nasu, il cui suono è analogo a quello del verbo “realizzare”. Infine, tutti e tre i simboli sono associati a tre antiche leggende popolari legate al tema della vendetta. Fra gli altri sogni fortunati, subito a seguire ci sono il ventaglio, il fumo di sigaretta e il monaco cieco, che in un certo senso rafforzano il significato dei primi tre. Il Monte Fuji ha la forma di un ventaglio rovesciato che si apre. Ed è proprio il concetto di apertura a essere considerato di buon auspicio, così come l’innalzarsi verso il cielo che accomuna il falco e il fumo di sigaretta. Infine, né la melanzana, né il monaco hanno capelli. Che cosa c’entra il fatto di essere calvi con la fortuna? Facile: in giapponese, “senza capelli” si dice ke ga nai, che suona esattamente come kega nai, cioè “senza danni”. Ecco perché entrambi i sogni sono considerati portatori di ottima sorte. 

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27.12.2017

Avete mai sentito parlare di mindfulness? Probabilmente sì, ma sebbene si tratti di uno dei termini più abusati, del momento, meglio fare un po’ di chiarezza. In poche parole, la mindfulness è uno stato d’animo che ci porta a essere attivi rispetto al presente, a vivere nel momento, a rallentare per essere aperti a ciò che stiamo vivendo. Secondo diversi studi, questa condizione ridurrebbe lo stress e favorirebbe la concentrazione e la memoria, fra le altre cose. Su chi la pratica da diverso tempo, la mindfulness riproduce l’effetto del neurofeedback, un sistema che consente di osservare l'attività cerebrale in tempo reale e aggiustarne la funzionalità. Notevole per una tecnica che consiste semplicemente nel controllare liberamente i propri pensieri. Perché allora non sfruttare il 2018 per trasformarvi nella versione migliore di voi stessi? Ecco da dove cominciare:  Imparate a praticare la mindfulness da soli, o attraverso le meditazioni guidate. Datevi un limite di tempo (da cinque a dieci minuti è già un buon inizio), sedetevi comodi con la schiena ben dritta, respirate lentamente e lasciate la vostra mente libera di vagare. Ogni volta che lo fa, riportate i vostri pensieri verso il presente. Tutto qui. Non si tratta di tentare di placare la mente (ammesso che sia possibile), ma di accettare il presente senza giudicare alcuno dei pensieri che emergeranno sul lavoro, la famiglia o altri fattori stressogeni. Può essere più difficile di quanto si creda, per questo moti utilizzano le meditazioni guidate. Quando si parla di meditazione non si fa necessariamente riferimento all’immagine del monaco che recita l’ohm seduto a gambe incrociate con i pollici e gli indici che si toccano per raggiungere un nuovo stato di consapevolezza. La meditazione può avere un significato differente per ciascuno di noi, e praticare la mindfulness significa lasciar vagare la mente in modo consapevole riportando l’attenzione al presente, essendo sempre gentili nei confronti di se stessi. Per molti di noi, però, è facile dimenticarsi di mettere da parte quei cinque minuti da dedicare alla mindfulness. Ecco perché Headspace, una app per la meditazione guidata, può essere molto utile. Fra i vari “pacchetti” che include, ce ne sono diversi dedicati a problemi specifici come sonno, gestione del dolore, autostima, rabbia, equilibrio o produttività. In più, si possono settare gli avvisi e la voce guida è perfettamente. Calm è un’altra app per la mindfulness con uno stile un po’ diverso. Come Headspace,  prevede diverse opzioni di abbonamento, ma anche un maggior numero di opportunità gratuite come ad esempio i suoni, dal rumore bianco per rilassarsi fino a quello delle onde e alla pioggia per addormentarsi, e poi esercizi di respirazione e meditazioni guidate. Ma la cosa forse più interessante sono le “sleep stories”, praticamente favole della buonanotte per adulti raccontate da attori famosi.  Allora, riuscite a immaginare un 2018 con meno stress, maggior produttività e relazioni più costruttive? 

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19.12.2017

L’anatomia di una renna cambia con le stagioni.In estate gli occhi delle renne sono gialli per affrontare la luce del sole praticamente costante, mentre in inverno diventano blu per affrontare l’oscurità. Anche i loro zoccoli caprini si adattano alla stagione: durante l’estate i cuscinetti si ammorbidiscono per aumentare l’aderenza sul suolo cedevole, mentre in inverno si riducono in modo da permettere loro di scavare meglio alla ricerca di cibo. Infine, anche le corna ricrescono ogni anno, all’impressionante velocità di circa due centimetri al giorno – tanto che sono sempre caldissime nel momento della ricrescita. Un’altra curiosità sulle corna: non ne esiste un paio uguale all’altro, contraddistinguono il singolo animale come impronte digitali! Un cucciolo di renna corre più veloce di un campione olimpionico.Un’ora e mezza dopo essere nato, un cucciolo di renna è già in grado di camminare. E una renna adulta può correre a una velocità compresa fra i 65 e gli 80 chilometri orari. E sebbene abbiano diversi nemici naturali come gli orsi polari e lupi artici, la loro velocità e il loro muoversi in grandi branchi le rende sostanzialmente inafferrabili. In più sanno nuotare alla rispettabilissima velocità di quasi 10 chilometri orari.   Le renne comunicano con le ginocchiaQuando camminano, le loro ginocchia scrocchiano e il rumore aiuta il branco a mantenersi unito, soprattutto durante le bufere di neve quando la visibilità è scarsa. In più, ogni renna ha il suo richiamo individuale. I peli della renna sono concavi.La ragione? Intrappolare aria e mantenere il giusto isolamento termico. Cosa ancora più singolare, le renne possono abbassare volontariamente la propria temperatura corporea all’altezza delle zampe per evitare di disperdere calore verso il basso. Anche le renne femmine hanno le corna.Abbiamo una notizia per voi: Rudolph e le altre renne di Babbo Natale sono in realtà tutte femmine! Le renne maschio, infatti, fra novembre e gennaio perdono le corna, mente le femmine le mantengono per tutto l’inverno. Durante l’Era Glaciale, le renne hanno vissuto più a sud - molto più a sud.Già, persino in Spagna, nel Tennessee e nel Southwest. Addirittura fino al 1800, poteva ancora capitare di vederne qualcuna in Idaho. Renna e caribù sono sostanzialmente lo steso animale.La differenza principale è che le renne sono state addomesticate. La forma del corpo di una renna è leggermente più tozza e tarchiata rispetto a quella di un caribù, per cui si può dire che siano cugini, se non proprio fratelli. 

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14.12.2017

Per le culture che lo celebrano, il Natale è forse la festività che conta il maggior numero di tradizioni. Molte sono innocue, come l’abitudine di lasciare un bicchiere di latte e qualche biscotto accanto al camino per Babbo Natale (costringendo i genitori a uno spuntino di mezzanotte fuori programma). Altre suonano decisamente meno tenere e a tratti inquietanti. Abbiamo raccolto alcune delle più assurde. Catalogna, Spagna: il Caga Tió  e i CaganerUn celebre detto catalano recita: “mangia bene, va’ di corpo e non aver paura della morte”. E in effetti i Catalani hanno una grande considerazione per le funzioni corporali. Lo dimostra anche la celebre tradizione del Caga Tió, un ceppo di legno grande all’incirca come un cane di piccola taglia con tanto di gambe e viso sorridente che viene “nutrito” dai bambini dall’8 dicembre fino a Natale con frutta secca, nocciole e altre dolcezze, e tenuto al caldo di una coperta. Il giorno di Natale, gli stessi bambini lo colpiscono forte con un bastone fino a fargli evacuare tutti i dolciumi, incoraggiandolo con una canzoncina. Come se non bastasse, sempre in Catalogna hanno l’abitudine di nascondere nel presepe le statuette dei caganers, che rappresentano dei contadini con le braghe calate intenti a liberarsi, senza alcun motivo apparente. Groenlandia: Mattak e altre “delizie”Il Mattak è un piatto natalizio tipico della Groenlandia, ma non si tratta di un innocuo dolcetto, bensì di qualcosa di decisamente insolito: pelle di balena cruda con tanto di grasso di balena. Le cose non migliorano di certo con l’altro piatto delle Feste, il kiviak, a base di carne decomposta di auk (una specie di uccellino artico) avvolto in pelle di balena e fatto fermentare sottoterra per qualche mese. Giappone: Natale al KFCSebbene in Giappone il Natale non sia una vera e proprio festività e quasi nessuno celebri il Natale cristiano, esistono alcune tradizioni di natura moderna e fra queste ce n’è una particolarmente assurda: quella di banchettare a base del pollo fritto più famoso del mondo, quello della celebre catena di fast food americana Kentucky Fried Chicken. Il tutto grazie a un’efficace e consolidata campagna di marketing della stessa catena, ma anche al gusto del suo piatto forte, notoriamente “così buono da leccarsi le dita”.   Località alpine: il terrbile KrampusIl Krampus alpino è la controparte cattiva di Babbo Natale: anziché portare regali ai bambini buoni, secondo la leggenda prende letteralmente a bastonate quelli cattivi, e a volte li rapisce portandoli chissà dove nella grande cesta che porta sulle spalle. La parata dei Krampus, che spesso e volentieri fanno dispetti a chi le segue, è una bizzarra tradizione condivisa da molte località alpine fra Baviera, Austria, Croazia, Italia e Sud Tirolo, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovenia. Del tutto simili e demoni, queste mostruose creature cornute e dai lunghi artigli sembrano create apposta per infestare i sogni e gli incubi di grandi e piccini. Stati Uniti: la caccia al cetriolinoChiudiamo questa inquietate rassegna con una tradizione tutto sommato innocente: quella, tutta americana, di appendere una decorazione a forma di cetriolino sottaceto all’albero di Natale. Naturalmente, la posizione del cetriolino dev’essere abbastanza defilata da renderne difficile il ritrovamento, cosicché chi riesce a scovarlo il giorno di Natale possa ricevere il meritato premio. 

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13.12.2017

Un’altra mostra su Modigliani? Sì, e ancora una volta vale la pena di farci un salto, anche se fra un museo e l’altro e fra una retrospettiva e l’altra avrete probabilmente già visto la maggior parte dei suoi lavori. La mostra in questione è quella attualmente visitabile presso la Tate Modern Gallery di Londra (aperta fino al 2 aprile 2018) e il motivo principale per cui non dovreste perderla è molto semplice: se siete abbastanza puntuali, fortunati e pazienti da aspettare in fila, potrete entrare nel suo studio parigino. Nel maggio del 1919, Modigliani si trasferì con la pittrice e sua compagna Jeanne Hébuterne e la loro figlia in un appartamento di rue de la Grande Chaumière, dove i due dipinsero diversi ritratti l'uno dell'altra e di entrambi assieme, e dove entrambi sarebbero tragicamente morti di lì a poco.Proprio quell’ambiente, che esiste ancora ma nel corso dell’ultimo secolo è cambiato radicalmente, è stato ricostruito virtualmente attraverso un approfondito lavoro di studio dello spazio originale, della biografia e di testimonianze dirette, poiché non ne esistono fotografie. Tutto, dal colore sulle tavolozze fino ai cavalletti che reggono i quadri, dalle sigarette sul tavolino fino alle scatole di sardine, dalla luce che entra dalle finestre e illumina la stanza, è stato ricreato con una precisione e una fedeltà quasi maniacali. Indossando un casco per la realtà virtuale, i fortunati visitatori si ritrovano così immersi a 360° nell’ultimo studio parigino dell’artista, in una sorta di magnifico e surreale viaggio spazio-temporale. Realizzato da Preloaded sulla base di un progetto di ricerca gestito dalla Tate in collaborazione con il Museu de Arte Contemporanea de Universidade di San Paolo del Brasile e il Metropolitan Museum di New York, The Ochre Atelier non è però la sola parte interessante della mostra: la sorprendente raccolta di opere in esposizione comprende, oltre a ritratti e svariate sculture meno note al pubblico, 12 splendidi nudi originariamente esposti nel 1917, nel corso della sola personale mai concessa in vita al grande pittore livornese, subito chiusa per “immoralità” dalla polizia parigina. 

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06.12.2017

Sebbene noi tutti lo conosciamo principalmente per il film di Ron Howard uscito nel 2000, il Grinch, la creatura verde e pelosa che odia il Natale, è nata molto prima, dalla penna e dalla fantasia dello scrittore e fumettista americano Dr. Seuss, al secolo Theodor Seuss Geisel. A renderlo famoso è stato però soprattutto uno speciale natalizio del 1966, Il Grinch e la favola di Natale, un cortometraggio animato che negli Stati Uniti ancora viene trasmesso ogni anno a Natale. Ma veniamo al punto: perché il Grinch è tanto burbero e scontroso? Non solo perché il suo cuore è “due volte più piccolo di un cuore normale”, ma anche perché è un emarginato che vive nascosto in una grotta ai confini della città di Chinonsò. Il suo comportamento asociale ha generato in lui un profondo senso di solitudine, e queste due caratteristiche si rafforzano a vicenda in un circolo vizioso. Il Grinch, molto probabilmente, soffre di depressione. Dotato di una visione irrimediabilmente negativa delle cose, il Grinch non sopporta il baccano che i Nonsochì stanno facendo in previsione del Natale, e tutto quel trambusto lo fa sentire ancor più isolato. Ecco allora che adotta tutta una serie di meccanismi di difesa per proteggersi a livello emotivo. Ad esempio, proietta i suoi sentimenti negativi sui Nonsochì, dando per scontato che, se Natale non arriverà, diventeranno tristi e rabbiosi come lui.  Dunque, decide di vestirsi da Babbo Natale e di rubare loro tutti i loro regali, il cibo e le decorazioni. Di rubare il Natale. Il desiderio di appartenere a un gruppo è un sentimento molto umano, ma poiché il Grinch non ha alcun senso di appartenenza, egli non riesce a provare empatia nei confronti dei Nonsochì. Non sente alcuna connessione con loro, e attaccarli è l’unico modo che conosce per stabilire una connessione. “Se non posso averlo io, non lo avete nemmeno voi”, sembra dirgli una voce dentro. Il Grinch è triste e scontento, e per questo non sopporta i Nonsochì. Dunque, si sente giustificato ad attaccarli, perché desidera che provino il suo stesso dolore. In termini freudiani, potremmo dire che inizialmente è guidato soltanto dal suo Es, cioè dall’inconscio, che lo spinge a utilizzare dei meccanismi di difesa per sentirsi meno ansioso nel gestire i propri sentimenti. Ma nel momento in cui incontra la piccola Cindy Chi Lou, una Nonsochì di sei anni che incarna il simbolo dell’innocenza, ecco che il suo SuperIo, la sua coscienza, comincia a risvegliarsi Un’ulteriore presa di coscienza arriva allorché il Grinch si accorge che i Nonsochì sono felici nonostante i suoi furti, che hanno mantenuto intatto il proprio spirito natalizio perché questo non è legato semplicemente a ciò che è tangibile e materiale, come i regali e le decorazioni. I Nonsochì hanno proprio quel senso si appartenenza che al Grinch difetta. I Nonsochì hanno deciso di essere felici. Nel vederli così uniti, il Grinch si rende conto che anche lui avrebbe potuto scegliere, e che in effetti ha scelto. Ha scelto una vita di solitudine e tristezza. Così, decide di restituire tutti i regali di Natale che aveva rubato, e in cambio i Nonsochì gli permettono di affettare l’arrosto, un compito riservato solitamente al capofamiglia o a un ospite d’onore. E il suo cuore s’ingrandisce a dismisura, perché insieme a quell’improvvisa presa di coscienza il Grinch ha trovato finalmente in sé anche il senso d’appartenenza.   

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04.12.2017

A meno che non siate parenti del Grinch, concorderete anche voi sul fatto che in questo periodo dell’anno non è male, in fondo, ascoltare qualche canzone natalizia. A patto, però, che i brani non siano sempre gli stessi. Detto fatto: abbiamo compilato una playlist natalizia come piace a noi, con  qualche chicca inattesa e le giuste concezioni alla tradizione. Buon divertimento! 1) Trans-Siberian Orchestra - Christmas Eve / SarajevoCominciamo subito con un po’ di energia. Chi l’ha detto che il Natale non può essere carico? 2) She & Him - Rockin’ Around The Christmas TreeIl Christmas Party Album di She & Him è l’unico album interamente dedicato al Natale di cui avete bisogno. Davvero. E anche A Very She & Him Christmas merita di essere ascoltato dall’inizio alla fine. Del resto, esiste forse un angelo natalizio più adorabile di Zooey Deschanel? 3) Thurl Ravenscroft - You’re A Mean One Mr. GrinchUn classico rodato e consolidato per riportare tutti all’infanzia. Mai sottovalutare il potere di Dr. Seuss. 4) Sia - Candy Cane LaneLo sapevate che Sia ha inciso un album di Natale?! A questo, la domanda sorge spontanea: perché ascoltare tutte quelle vecchie canzoni natalizie quando ne esistono di nuove così divertenti? Già che ci siete, date un’occhiata anche al video di Santa’s Coming For Us, sempre di Sia. Poi ci ringrazierete. 5) Lemmy Kilmeister - Run Run RudolphNon abbiamo idea del perché possa esistere un pezzo del genere, ma una cosa è certa: non potete perdervelo. 6) Frank Sinatra - Let It Snow! Let It Snow! Let It Snow!OK l’originalità, ma siamo seri: una playlist di Natale non potrebbe mai essere completa senza una piccola dose di Frank. 7) Burl Ives - Holly Jolly ChristmasSe non vi piace Holly Jolly Christmas, o siete un grinch oppure un elfo del Polo Sud. 8) The Kinks - Father ChristmasIl pezzo ideale per un Natale leggero e divertente in stile British. Non sarà un capolavoro ma si fa ascoltare. 9) Run DMC - Christmas In HollisDal momento che stiamo puntando sul ritmo, ecco quella che è forse la canzone più genuinamente hip hop mai scritta. 10) Kelly Clarkson - Underneath The TreeCon Kelly Clarkson si va sempre sul sicuro. Decisamente, questo brano ha una marcia in più, quella della perfetta canzone pop natalizia, per dare un po’ il cambi alla solita dAll I Want For Christmas di Mariah Carey. 11) Wham! - Last ChristmasPotevamo forse esimerci? 

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01.12.2017

Qualcosa è cambiato il giorno in cui Ziggy Stardust ha messo piede sulla terra affacciandosi dalla copertina di un leggendario LP, come se dietro al suo inventore, David Bowie, ci fosse una sorta di potenza extraterrestre – nulla di più coerente, dal momento che il primo dei suoi tanti alter ego veniva da Marte. A rivederlo adesso, Ziggy, viene da pensare che Bowie abbia anticipato di parecchi anni la risposta alle tante questioni che oggi ci poniamo rispetto al riconoscimento e alla definizione della sessualità fluida, sugli orientamenti sessuali e sulle loro innumerevoli implicazioni. David Bowie è stato la prova vivente che i cambiamenti sociali si possono promuovere anche attraverso la moda e il gusto estetico. Insieme ad altri artisti suoi contemporanei, ma certamente da grande protagonista, Bowie ha giocato un ruolo fondamentale nello sdoganamento dell’androginia e di un certo grado di fluidità sessuale. E lo ha sempre fatto con un gusto impeccabile e con tutta la sicurezza di un gentleman, anche quando ha indossato stivali alti fino al ginocchio o kimono così corti da non mettere minimamente in dubbio il fatto che fosse un uomo, nonostante fosse vestito da donna. Dell’epoca in cui Bowie frequentava i bar gay di Londra, lo stilista Jean Paul Gaultier ha detto che è stato “un incoraggiamento a non nascondersi, ad avere più fiducia in se stessi”. Ma era solo l’inizio. A breve seguirono tutine di spandex, abiti di seta, occhi truccati, paillettes e tacchi vertiginosi, indossati con l’apertura mentale e il rispetto necessari a renderli potentissimi e dirompenti. L’enigma Bowie nasce da un’affascinante contraddizione: celebrato per il suo stile unico e inconfondibile, il Duca Bianco era anche considerato una sorta di abile “camaleonte” della scena musicale – una definizione, quest’ultima, che Bowie faceva fatica a digerire, perché in fondo lo scopo di un camaleonte è quello di mimetizzarsi con ciò che lo circonda. La sua ispirazione arrivava da tutto ciò che trovava diverso e originale, ma Bowie era onesto e rendeva omaggio a chi lo inspirava. “Come diceva Picasso”, dichiarò una volta, “non conta che cosa rubi, ma come lo usi”. E in fondo era proprio questo il suo metodo creativo. “Sono un ladro dotato di ottimo gusto. L’unica arte che m’interessa è quella da cui posso rubare”. Nell’era pre-internet, un album di David Bowie era una porta aperta verso un altro mondo: era così eclettico che ogni suo lavoro riusciva a farti conoscere nuovi riferimenti culturali, filosofie, realtà, immagini e suoni. Era colto e informato, ma senza mai apparire pretenzioso o paternalista. Attraverso la sua musica e il suo stile, Bowie ha spesso sollevato la questione dell’identità. All’inizio della sua carriera aveva i modi e l’aspetto di qualcuno che fosse appena tornato da una vacanza in un altro sistema solare, e i suoi compagni terrestri erano tutt’occhi e tutt’orecchi, pronti a nutrirsi della sua saggezza ultraterrena. Come ha detto la magnifica Tilda Swinton – così simile a lui da sembrare la sua gemella – durante l’inaugurazione della mostra Bowie Is al Victoria & Albert Museum di Londra, Bowie ci ha dato il permesso di essere strani, e anzi ha dimostrato che sperimentare e distinguersi non è soltanto accettabile, ma cool. Bowie non è stato soltanto un trendsetter, ma “lo strambo capace di unire” una metafora vivente costruita sullo stile.  Radicale, innovatore, energico e mai giudicante, riusciva a tirare fuori il meglio dalle persone. Ci ha spinti a rischiare, a esprimerci e a essere noi stessi – “pare che io stimoli parecchio la fantasia delle persone”, diceva. La cosa più “normale” che abbia mai fatto, forse, è stata la sua interpretazione tradizionale del matrimonio con la top model Iman. David considerava quel matrimonio il suo più grande successo, adorava Iman e definiva la sua attrazione nei suo confronti “totale”. Nonostante abbia sempre conservato la passione e la curiosità nei confronti di tutto ciò che era alieno, il suo amore per Iman è stata una delle cose che, più di tutte, lo ha reso umano agli occhi del mondo

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27.11.2017

Oslo è conosciuta soprattutto per Edvard Munch, autore del celeberrimo Urlo, uno dei quadri più famosi al mondo, e per l’apprezzatissima architettura scandinava. Meno noto è invece il fatto che la capitale della Norvegia è anche una destinazione interessantissima per l’arte contemporanea, con magnifici musei privati e un’incredibile concentrazione di gallerie e collettivi artistici. Le opportunità per chi ama il genere sono sostanzialmente illimitate, ma per cominciare ecco qualche indirizzo da non perdere per nulla al mondo. Il Museo Astrup Fearnley  Comodamente raggiungibile nel fiordo di Oslo, questo museo è il luogo giusto da cui cominciare l’esplorazione, ammirando opere di Jeff Koons, Andy Warhol, Matthew Barney e altri celeberrimi artisti del nostro tempo. Una tappa davvero irrinunciabie per chi ama  l’arte contemporanea, e in particolare la pop art e l’appropriazionismo. Kunstnernes HusGestito da artisti fin dal 1930, questo spazio espositivo è una delle più importanti gallerie di arte contemporanea norvegese e internazionale della città. Si possono acquistare biglietti per diversi tipi di visite, e al ristorante interno, il Lofthus Samvirkelag, si mangia anche un’ottima pizza. Grünerløkka Il quartiere hipster di Oslo offre per fortuna anche altre amenità, oltre a uomini barbuti con i pantaloni troppo corti: fra queste, le tante piccole gallerie che ospitano mostre ed eventi temporanei. Girovagando fra Uelands Gate e Sofienbergparken incontrerete gallerie fotografiche, luoghi dedicati a performance artistiche, multimediali eccetera. Qualunque sia il vostro gusto per l’arte, è probabile che qui troverete qualcosa d’interessante. Fra i nostri posti preferiti ci sono il ROM, uno spazio dedicato alla sperimentazione artistica e architettonica che ospita mostre, laboratori e conferenze, e il TM51, una “catena” di gallerie con tre indirizzi in città che dà spazio ad artisti norvegesi e internazionali emergenti e decisamente originali. Se vi resta un po’ di tempo, date un’occhiata anche a queste tre gallerie:Galleri RIIS – dedicata all’arte scandinava moderna e contemporanea.Brandstrup – uno spazio nel quartiere delle gallerie, Tjuvholmen, che organizza mostre mensili molto ben curate.STANDARD (OSLO) – arte moderna e contemporanea dalla Norvegia e dal mondo in una galleria che ha partecipato spesso a eventi importanti come Art Basel e la Biennale di Venezia.  

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15.11.2017

Il nome di Hunter S. Thompson richiama immediatamente alla memoria il personaggio portato sullo schermo da un magistrale Johnny Depp nel film Paura e delirio a Las Vegas del 1998, basato sull’omonimo romanzo del giornalista americano, tratto a sua volta da un articolo in due parti comparso su Rolling Stone nel 1971.Paura e delirio è il racconto semi-autobiografico di un folle weekend a Las Vegas trascorso fra droghe e alcol che restituisce un’immagine alquanto parziale di Hunter S. Thompson. Chi desidera conoscerlo meglio, a breve potrà colmare le sue lacune grazie a una nuova serie sviluppata da MGM Television che racconterà la sua figura in modo più ampio e approfondito. Ma chi era Hunter S. Thompson? Innanzitutto uno scrittore fantastico e originale, con momenti di una lucidità a dir poco lungimirante. In vita conquistò la critica ben prima del successo di Paura e Delirio, da morto molti lo considerano l’inventore del cosiddetto gonzo journalism, uno stile giornalistico la cui caratteristica principale è quella di includere se stessi nel racconto parlando in prima persona. Poiché riteneva l’oggettività giornalistica un’utopia, si orientò verso il suo opposto, trasformandosi nel protagonista dei suoi pezzi ed esprimendo il suo parere soggettivo sulla società. Oltre al giornalismo, Thompson coltivò sempre un grande interesse per la politica, e nel periodo in cui era considerato un’icona della controcultura americana si candidò addirittura per diventare lo sceriffo della Contea di Pitkin, in Colorado. Perse, ma soltanto di poco. Nel 1968 partecipò alla convention nazionale dei Democratici e ne fu molto impressionato. In seguito, avrebbe detto di esserne uscito “come una bestia furiosa” perché “era stato peggio del peggior trip da acido di cui gli avessero mai raccontato”. Nel 2004 rivelò addirittura che ogni volta che aveva tentato di parlarne a qualcuno era scoppiato in lacrime, perché ai suoi occhi quell’esperienza aveva segnato la morte degli anni Sessanta. Ricordato soprattutto per la sua scrittura eccentrica, sovversiva e allucinogena, Hunter S. Thompson non era semplicemente quel pazzo con la camicia hawaiana, gli occhiali a goccia e il cappello da pescatore, ma un uomo dalla personalità complessa e sfaccettata, il cui contributo irriverente alla società americana merita senza dubbio un approfondimento.  

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10.11.2017

Balla da dio, canta divinamente, è un mago eccezionale e addirittura un gentleman, sebbene a modo tutto suo. Non sembra esserci nulla che Neil Patrick Harris non sia in grado di fare, fin dal 1989, quando è diventato una star del piccolo schermo grazie alla serie Doogie Howser, nella quale interpretava la parte di un ragazzo prodigio divenuto medico a soli 16 anni. Da allora, NPH si è dedicato a perfezionare tutte le sue arti, senza cadere nelle tante trappole del successo come è accaduto a tanti suoi colleghi attori bambini. Certo, non tutto quello che ha fatto è stato un successo, ma non ha mai smesso di migliorarsi, pur mantenendo quella modestia che l’ha spinto a dire che “a volte anche un ruolo minore in una piccola produzione può avere un grande impatto”. Una frase apparentemente semplice ma sulla quale tutti dovremmo riflettere, perché un gentleman non affronta mai un’impresa “semplice” come qualcosa troppo al di sotto delle sue possibilità. Neil è un tipo mite, ma questa sua affabilità non gli impedisce di essere assertivo, quando vuole; e se decide di essere schietto, lo fa sempre con una compostezza impeccabile, apparendo diplomatico anche quando si tratta di correggere qualcuno. A proposito della sua sessualità (dopo aver fatto coming out nel 2006 oggi è sposato con il collega David Burtka) ad esempio, ha dichiarato: “piuttosto che ignorare coloro che decidono di pubblicare le loro opinioni su di me senza avermi prima parlato, sarei ben felice di dissipare qualsiasi pettegolezzo o fraintendimento”. Un’altra sua inconfondibile caratteristica è quella essere immancabilmente autoironico.  E sebbene non si tratti di una virtù rara, decisamente rara è la sua abilità di utilizzarla strategicamente non come meccanismo di autodifesa, ma per uscire da situazioni incresciose, riuscendo addirittura a trasformarla in un complimento nei confronti di qualcun altro. Una volta, a un giornalista che gli chiedeva del suo rapporto con la co-protagonista della serie Doogie Howser, Christine Taylor, ha detto: “È davvero attraente, tanto che ho pensato: se non scatta qualcosa con lei, vorrà dire che sono gay”. Ironia, eleganza, intelligenza, talento, pacatezza: le qualità che rendono Neil Patrick Harris un vero gentleman trascendono la fragile mascolinità del macho e del maschio alfa stereotipato. Al punto che tutti, uomini e donne, possono fare di questo splendido performer e adorabile essere umano un valido modello di riferimento.  

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03.11.2017

Che il monte Fuji sia stato designato Patrimonio dell’Umanità non sorprende affatto. Lo stesso Hokusai, il celebre pittore giapponese che influenzò gli impressionisti, ne restò affascinato e in effetti fra le sue opere più famose c’è proprio quella in cui la montagna compare con la cima tinta di rosso nella luce delicata di un mattino d’estate. Per via delle condizioni metereologiche e – ahimé – del riscaldamento globale, anche in questo periodo di può ammirare il monte Fuji tinto di rosso, e magare avere la fortuna di assistere allo spettacolo del “diamante Fuji”, un fenomeno che si verifica quando l’alba e il tramonto si allineano perfettamente con la cima della montagna. Un’altra vista magnifica è quella della cima innevata che si tinge di rosso nella luce dell’alba o del tramonto. I giapponesi sono così affascinati da questo monte che se accade loro di sognarlo in occasione dell’hatsuyume - il primo sogno dell’anno, considerato premonitore delle fortune di chi sogna per l’anno a venire – lo considerano di ottimo auspicio.Ecco alcuni dei luoghi più spettacolari in cui godersi la bellezza del Monte Fuji fra l’autunno e l’inverno. Il passo di Nijū-Magari Tōge a Oshino (Prefettura di Yamanashi) A 1.150 metri di altezza, questo passo ofrre uno scenario magico con la vosta della cima innevata che appare oltre il foliage autunnale dgli alberi. Da queste parti merita una visita anche Oshino Hakkai, una costellazione di otto stagni alimentati dall’acqua della neve del monte Fuji che si scioglie e filtra verso il basso attraverso le rocce laviche porose ai lati della montagna per circa 20 anni prima di raggiungere destinazione, ed è quindi incredibilmente limpidaIl lago Tanuki a Fujinomiya (Prefettura di Shizuoka)Si dice che il monte Fuji sia un bambino capriccioso, che spesso non si rivela per via delle cattive condizioni atmosferiche. Ma nel Parco Nazionale di Fuji-Hakone-Izu il riflesso galleggiante del Fuji sulla superficie del piccolo lago Tanuki (dal diametro di soli 3,3 km e dalla profondità di 8 metri) a ovest della cima, si vede sempre, anche quando il cielo è nuvolo. Fra il 20 aprile e il 20 agosto, inoltre, da qui si può godere dello spettacolo del “diamante Fuji”. L’altopiano di Asagiri a Fujinomiya (Prefettura di Shizuoka)A ovest del monte Fuji, questo altopiano la cui altezza va dai 700 ai 1.000 metri prende il suo nome dalla foschia mattutina e serale che lo avvolge fra i mesi di maggio e agosto. Da qui si può ammirare il monte Fujiin tutta la sua maestosità immersi in un paesaggio idilliaco, senza che nulla intralci la vista. Il panorama dal lago Yamanaka a Yamanakako (Prefettra di Yamanashi)Il lago Yamanaka e il monte Fuji formano una coppia decisamente fotogenica. Specialmente in autunno, quando le foglie degli alberi attorno al lago e ai piedi della montagna assumono una vivace sfumatura di rosso, enfatizzata dalla luce del tramonto. Da qui la vista spazia fino ai monti Akaishi, e si può ammirare il diamante Fuji per un periodo di tempo piuttosto lungo. Il monte TsukubaStrano a dirsi, sono in pochi a sapere che il monte Tsukuba offre una vista perfetta sul monte Fuji. A nord di Tsukuba, nella Prefettura di Ibaraki e nella parte orientale di Kantō, quest’altura di 877 metri è composta da due picchi chiamati “maschio” e “femmina”. Dal picco femmina si può godere della vista completa del monte Fuji che sorge nel bel mezzo della valle di Kanto, con Tokyo alle spalle.  

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31.10.2017

Fashion & Textile MuseumFondato dalla visionaria stilista inglese Zandra Rhodes, questo piccolo museo non ha una collezione permanente ma ospita mostre temporanee legate a stilisti o periodi specifici nella storia della moda. Indirizzo imperdibile per chi si occupa di moda ma anche per semplici appassionati, si trova a Bermondsey Street, una zona favolosa piena di ristoranti, birrerie artigianali e cocktail bar. Freud MuseumSigmund Freud è uno dei personaggi più eminenti dello scorso secolo, per cui – che condividiate o meno le sue teorie psicanalitiche – sarà comunque un’emozione camminare nel suo studio, esplorare la casa dove ha passato gli ultimi anni della sua vita e vedere il divano, quello dove i suoi pazienti si sdraiavano durante le sedute. Petrie Museum of Egyptian Archaeology Nei suoi piccoli spazi, questo muse della University College London’s Museums and Collections conserva ben 80,000 reperti, fra i quali molti eccezionali manufatti egizi e sudanesi, compreso quello che potrebbe essere il primo abito della storia, un indumento in lino risalente a 5.000 anni prima di Cristo e il più antico pezzo di metallo rinvenuto in Egitto. Ci sono cassetti pieni di frammenti di vasellame, decorazioni e perle – non perle qualsiasi, ma le prime perle in ferro mai realizzate dall’uomo. Una vera chicca per egittologi, che resta però interessante per chiunque sappia apprezzare la storia. Grant Museum of Zoology and Comparative AnatomyAnch’esso parte dei musei dello UCL, questo piccolo e incredibile spazio dedicato alla zoologia non è per stomaci deboli: in un’unica, bellissima stanza dalle pareti ricoperte da pannelli di legno sono raccolti i corpi impagliati e gli scheletri di migliaia di specie animali, comprese quelle estinte come il quagga, ma anche parti di corpi, come lo stomaco di un canguro, un osso penico di balena e vasi pieni fino all’orlo di piccoli animali in formaldeide. A qualcuno potrà sembrare un po’ macabro, ma è decisamente affascinante. The Library and Museum of FreemasonryArgomento prediletto dai cospirazionisti, la massoneria, che ha visto fra i suoi membri­­ e fondatori molti presidenti americani e personalità eminenti della cultura e della storia, da Mozart a Winston Churchill, affascina un po’ tutti (nel bene e nel male) per via del mistero in cui resta avvolta. Dare un’occhiata a questo museo può essere un modo per farvi un’idea di chi sono i massoni e capire se davvero puntano a fondare un Nuovo Ordine Mondiale; e anche se il tema non dovesse essere fra i vostri prediletti, potrete ammirare la magnifica architettura Art Decò dell’edificio che ospita il museo. Churchill War RoomsLe Churchill War Rooms fanno parte della collezione del celeberrimo Imperial War Museums, eppure non sono conosciute quanto meriterebbero. L’allestimento è suddiviso in due parti: la prima ripercorre con testi godibili e attraverso l’esposizione di oggetti personali la vita di Churchill, le sue imprese e la sua filosofia; la seconda, sotto l’edificio in cui si riuniva il gabinetto di guerra, è un bunker sotterraneo dove, attraverso manichini e altri oggetti, è stata ricostruita una giornata tipica dell’epoca. Solo nella “Map Room” nulla è stato più toccato dal 1945. The Viktor Wynd Museum of Curiosities, Fine Art & Natural HistoryQuesta pazza collezione di bizzarrie è una vera e propria Wunderkammer di proprietà di Viktor Wynd, artista, scrittore e conferenziere. Se amate curiosare fra mille cose e vi affascinano le raccolte un po’ casuali di oggetti insoliti e disparati, qui avrete di che divertirvi, fra macabre tsantsa (teste umane usate come trofeo dagli indigeni dell’Amazzonia), animali imbalsamati e molto altro. 

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24.10.2017

Stranger Things è una sorta di fusione fra E.T., Stand By Me e un romanzo di Stephen King – il tutto diretto Steven Spielberg, ma senza apparire come un plagio. Com’è possibile? Com’è possibile che la nostalgia dell’America provinciale degli anni Ottanta non passi mai? E che continuiamo a essere affascinati da ciò che abbiamo già visto in film e serie di culto come I Goonies e X-Files? La prima risposta è che Stranger Things mette insieme tutte queste cose molto bene. A cominciare dalla scelta dei protagonisti: un gruppo di ragazzini con cui tutti noi possiamo identificarci, che cercano di fare la cosa giusta (anche se questo significa agire alle spalle dei propri genitori) – i classici adolescenti che si arrabattano per sopravvivere all’ambiente ostile delle high school americane – una madre divorziata e preoccupata e un poliziotto demotivato che in qualche modo è legato agli altri. Sono tutti personaggi stereotipici, che in qualche modo conosciamo già: non abbiamo bisogno di conoscere i retroscena, perciò la storia può partire subito a pieno ritmo. Eppure tutto questo ci appare originale. Stranger Things non è certo una serie che nasconde i suoi riferimenti - pensate solo al lettering del titolo: l’ispirazione ai titoli dei romanzi di Stephen King non potrebbe essere più ovvia. E lo stesso vale il gruppo di ragazzini un po’ disadattati ma scaltri alle prese con faccende più grandi di loro. A rendere tutto più originale e credibile sono innanzitutto la scelta degli attori e lo sviluppo dei personaggi, scritti e recitati magistralmente. Al punto che è impossibile non lasciarsi trascinare nella storia. E poi c’è la fusione perfetta ed equilibrata fra i generi: l’equilibrio perfetto fra fantascienza e un piccolo accenno di “nerditudine”, l’atmosfera vagamente retró ma mai essere obsoleta, la capacità di rappresentare i mostri senza sconfinare nell’horror. Stranger Things non è naif come E.T., ma non è nemmeno una deprimente parabola fantascientifica ambientata in un futuro distopico in cui la società collassa e il mondo è governato dall’intelligenza artificiale. È un mix di temi irresistibili in salsa X-Files: segreti governativi, test sugli umani, una ragazzina con facoltà telecinetiche e una realtà alternativa.   È davvero tutto semplice come appare?Non proprio. Come riesce Netflix ad azzeccare tutti gli elementi da mettere insieme per tenere il suo pubblico incollato allo schermo? Utilizza i big data, e in particolare i dati relativi agli utenti e ai loro comportamenti di navigazione sulla propria interfaccia: quale genere di film o serie scelgono, su quale dispositivo li guardano, in quale giorno della settimana e a che ora. Sa che le abitudini di utilizzo cambiano in base al giorno e al dispositivo, ed è in grado d’incrociare tutte queste informazioni. Come funziona? Immaginiamo che ci sia un gruppo di utenti che ama contenuti realizzati o ambientati negli anni Ottanta/Novanta, e un altro che predilige contenuti in cui è presente Winona Ryder. È abbastanza evidente che fra i due gruppi ci sarà una notevole sovrapposizione, e che chi si trova alla loro intersezione probabilmente condividerà anche l’interesse per generi popolari come la fantascienza e il soprannaturale. Ecco dunque che qualcosa che contenga un riferimento gli anni Ottanta, Winona Ryder e temi fantascientifici potrà senza dubbio attirare un ampio sottoinsieme di utenti. E potremmo andare avanti all’infinito con queste speculazioni, ma il punto è molto semplice: Stranger Things era un successo annunciato perché è stato costruito sulla base delle informazioni ricavate attraverso gli algoritmi di Netflix e grazie agli oltre 1.000 sviluppatori che ci lavorano. Ma è anche evidente che i metadati non sono tutto: se queste informazioni non fossero state rielaborate in un prodotto ben fatto, convincente e recitato da un cast eccezionale, Stranger Things non sarebbe stato quello che è. E a proposito di cast, impossibile non parlare di Winona Ryder, l’icona anni Novanta per eccellenza, che ritorna finalmente con un personaggio lucido e folle, perfetto per lei e per ciò che rappresenta nell’immaginario collettivo. Rivederla così credibile e così simile a se stessa dopo tanto tempo è davvero come viaggiare nel tempo. Come se questi 25 anni non fossero mai passati.  

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23.10.2017

A differenza del James Bond personaggio, Daniel Craig è un vero gentleman sia sullo schermo che nella vita reale. Consapevole del fatto che essere identificati con il più celebre agente segreto di tutti i temi può essere un’arma a doppio taglio, mr. Craig è riuscito a mantenere la propria personalità distinta da quella del James Bond cinematografico e letterario, e così, fuori dallo schermo, non è soltanto “il tizio che interpreta James Bond”. Daniel Craig ha imparato presto che cosa significa doversi guadagnare qualcosa: per poter pagare la sua formazione attoriale a Londra ha lavorato part-time fin da ragazzino. Ha avuto le sue porte chiuse in faccia, ed è stato respinto diverse volte al provino per entrare Guildhall School of Music and Drama del Barbican, ma la sua tenacia ha avuto la meglio, e oggi è un attore pienamente realizzato che ha studiato a fianco di grandi nomi come Ewan McGregor e Damian Lewis. Un vero gentleman conosce il valore del lavoro e del sacrificio.  Fra le sue qualità più apprezzabili c’è la schiettezza: in pubblico, Craig non nasconde mai ciò che pensa e dimostra un’innata pacatezza nell’esprimere le proprie idee. Nel 2015, a un giornalista che gli chiese di come nel film Spectre Bond soccombesse al fascino “di una donna più matura” - riferendosi a Monica Bellucci nei panni della “Bond girl” - rispose “una donna della sua stessa età, vorrà dire”. Un gentleman non ha mai paura di dire la verità (in modo educato, naturalmente): ha fiducia in se stesso ed esprime le proprie idee senza arroganza. Se è vero che un gentleman non ostenta mai, Daniel Craig corrisponde perfettamente al profilo: nelle sue apparizioni pubbliche è sempre discreto. Non è mai stato convolto in scandali e la sua vita privata resta tale: persino il matrimonio con la collega Rachel Weisz, nel 2011, si è svolto con una cerimonia rigorosamente privata riservata ad appena 4 invitati. Quanto al rapporto con l’altro sesso, l’ultimo dei James Bond non è un gentleman semplicemente perché osserva le regole della cavalleria. Pur ammirato per il suo “savoir faire” con le signore, James Bond è in realtà un personaggio solitario ed emotivamente inaccessibile, ai cui occhi ogni donna è sostituibile. Al contrario, Daniel Craig rifiuta completamente l’atteggiamento vagamente misogino che da sempre caratterizza il suo personaggio cinematografico. Al punto che in passato ha dichiarato di non voler più interpretare l’agente 007 dopo l’esperienza del 2015 – sebbene ultimamente sembri aver cambiato idea.Resta il fatto che, se James Bond fosse reale, probabilmente lui e Craig non sarebbero esattamente amici.  

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16.10.2017

Quello di Tom Petty è un nome familiare per chi ama la musica, più che mai in questi giorni che seguono di poco la sua scomparsa. La quantità di successi discografici messi a segno da questo artista è cosa nota, ma lo è forse meno la sua impronta fondamentale sul mondo dell’industria musicale e sul modo in cui la conosciamo oggi. Ecco alcune cose sul rapporto fra Tom Petty e il music business che potrete raccontare alla prossima persona che vi dirà come Tom Petty le ha cambiato la vita - sebbene non ascolti un suo disco più o meno dagli anni Ottanta. L’eterna lotta fra gli artisti e le etichette discograficheNon si sente che parlare di processi legati ai diritti degli artisti – Taylor Swift e la sua battaglia con Spotify vi dicono nulla? E quella ormai storica fra Napster e i Metallica sulla condivisione dei brani in rete? Beh, prima di tuto ciò c’è stata la guerra di Tom Petty contro l’aumento di un dollaro sul prezzo di copertina di un suo album, Hard Promises, impostogli dalla casa discografica. Pur di evitare di vendere l’album a 9,98 dollari anziché a 8,98, petty minacciò di non farlo pubblicare. Alla fine, la casa discografica dovette arrendersi. Prima di quella bagarre,Tom Petty era arrivato persino a dichiarare bancarotta per fare in modo che l’etichetta potesse rompere il contratto e poi ingaggiarlo di nuovo a condizioni migliori. Questo per dire quanto gli stessero a cuore i diritti degli artisti e il loro controllo sulla produzione. Per Tom Petty, mantenere il pieno controllo della propria opera non significava soltanto avere l’ultima parola in sala di registrazione, ma anche ricevere un trattamento adeguato da parte del managementArtisti contro artisti: questioni di plagio e copyrightUn altro fenomeno spiacevole che ci ha tenuto compagnia per anni è quello delle denunce reciproche fra artisti per plagio per infrazione del copyright sui testi o sulle musiche - da John Lennon ai Coldplay dai Radiohead fino a Beyonce e Jay-Z, molti sono gli artisti finiti nei guai per questioni del genere. L’argomento è spinoso, perché in fondo non è così impossibile essere influenzati dalla musica di un altro artista senza nemmeno accorgersene, e finire per scrivere qualcosa di molto simile magari mesi e mesi dopo averla sentita. Tom Petty, su queste cose, era un tipo alla buona: quando qualcuno veniva un po’ troppo “ispirato” dalla sua musica non si lanciava in velenose battaglie legali. Al contrario, a proposito delle notevoli somiglianze fra la sua I Won’t Back Down del 1989 e Stay With Me di Sam Smith, Petty si è limitato a dire “sono cose che succedono”. Inserito in seguito fra gli autori del pezzo di Smith, non gli ha serbato rancore. Come molti rocker degli anni Settanta potrebbero testimoniare (ehm, i Led Zeppelin ad esempio?) “prendere a prestito” o “ispirarsi” a riff composti da altri era normale per chi faceva blues - il genere con cui questi musicisti s’ispiravano: tutti, dai Beatles a Bob Dylan, hanno ammesso di aver attinto a piene mani da Chuck Berry. Forse, dunque, si tratta di una questione generazionale: Tom Petty era cresciuto con il blues, ispirato da band le cui radice affodavano nel blues come i Rolling Stones, perciò non considerava i brani influenzati dalla sua musica come un plagio voluto e calcolato, anche se a volte poteva esserlo. Quando gli Strokes ammisero senza farsi troppi scrupoli di aver preso l’attacco American Girl per la loro canzone Last Nite, Tom Petty scoppiò a ridere. In fondo, erano stati onesti.   

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10.10.2017

C’è uno spazio speciale dedicato all’arte e alla cultura, a Milano, che non è un museo né una galleria. Stiamo parlando del bellissimo Taschen Store di via Meravigli, il primo in Italia, un negozio di 120 metri quadri su due piani a due passi dal Duomo che ha aperto appena un paio d’anni fa.   La cosa speciale di questo posto è che non si tratta di un semplice spazio commerciale dedicato ai libri illustrati Taschen, ma di un luogo che mette in risalto il talento degli artisti e dei designer che hanno contribuito ad arricchirlo, e la cui atmosfera è perfettamente in armonia con lo stile e la filosofia del celebre editore tedesco. I grandi espositori con top in vetro nei quali sono esposte le Collector’s e Art Edition Taschen e le librerie su misura sono stati disegnati da Marc Newson, un designer australiano che da tempo collabora con Taschen e i cui lavori spaziano nei settori più disparati, dall’aeronautica all’arredamento, dalle automobili alla moda, fino alla collaborazione con Apple nel 2014. L’artista americano Jonas Wood ha disegnato i pavimenti ispirati alla flora e alla fauna californiane nei toni del verde, giallo e blu. La scala progettata da Salvatore Licitra collega il piano terra con il primo piano con i caratteristici gradini contraddistinti da una piacevole gradazione di colori e le pareti decorate dai disegni di Graphic Thought Facility. Non manca un omaggio al design italiano per eccellenza, quello degli anni Cinquanta, con diversi pezzi dalla collezione privata di Benedikt Taschen. Un sontuoso lampadario firmato Gio Ponti commissionato dall’Hotel Parco dei Principe adorna il piano terra. Al primo piano, una lampada del 1954 di Flavio Poli per Archimede Seguso illumina lo spazio espositivo, che ospita mostre temporanee di arte e design. 

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03.10.2017

Il Kangen Matsuri di metà autunno (4 ottobre)Il tempio di Hie ad Akasaka fa da sfondo a svariati concerti tradizionali, fra cui il gagaku (musica cerimoniale), il bugaku (musiche da ballo), e il Sannō-taiko (percussioni), il tutto sotto la luna piena, in un magico viaggio nello spazio e nel tempo verso il mondo descritto dalle poesie raccolte nel Man’yōshū. Umeshu Matsuri (6-9 ottobre)Presso il Santuario di Yushima Tenman-gū, a Tokyo downtown, si può assaggiare l’umeshu, il liquore tradizionale giapponese a base di prugne, proveniente da diverse zone del paese. Le varietà sono tantissime, da quello arricchito dal brandy a quello al sapore di the matcha. L’acquisto del biglietto per il festival dà diritto a ricevere un pass per partecipare alle degustazioni. 18° Tokyo Yosakoi nell’ambito del Fukuro Matsuri (7-8 ottobre)A questo festival sono attese circa 250.000 persone per assistere alle performance di oltre 100 squadre di ballo in gara per Tokyo City Governor’s Prize. Ogni squadra si esibirà in location diverse e con una coreografia originale, e dopo la cerimonia finale di premiazione tuti i partecipanti danzeranno sulle note della “Hifumi”, la canzone ufficiale del Tokyo Yosakoi, come parte del programma speciale per il 50° anniversario del festival di Fukuro. Fra i colori sgargianti dei costumi e i sapori dei cibi venduti da i 30 stand gastronomici, tutti i sensi saranno appagati. Kawagoe Matsuri (14-15 ottobre)La storia del Festival di Kawagoe ebbe inizio quando le tradizioni e la ricercatezza di Edo, l’antica capitale, raggiunsero le terre oltre il fiume Shingashi, a nord est. L’evento comprende in realtà due festival: quello di Reitaisai, che si tiene al tempio di Hikawa, e quello immediatamente successivo di Jinkōsai, con la sfilata dei carri. Il festival di Jinkōsai si tenne per la prima volta nel 1648 su richiesta del signore del clan al tempo al comando di Kawagoe, Nobutsuna Matsudaira Izunokami, che per l’occasione offrì al santuario di Hikawa diversi oggetti religiosi, fra cui un tempietto portatile, una maschera da leone e tamburi taiko.Sia il festival, sia la sfilata sono stati designati dall’UNESCO come importanti “patrimoni culturali immateriali dell’umanità”. 

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29.09.2017

Se ancora non vi siete avventurati nella visione dell’ultimo contorto e controverso film di Darren Aronofsky, Mother!, e soprattutto se non avete familiarità con il lavoro di questo regista, ecco alcune cose  che dovreste sapere prima di entrare in sala (state tranquilli: questo articolo non contiene spoiler). 1 Aronofsky si è fatto conoscere dal grande pubblico soprattutto grazie all’appassionato, inquietante e bellissimo Black Swan del 2010, incentrato su una ballerina interpretata da Natalie Portman. Il film fu criticato per alcune scene particolarmente crude, e descritto come un horror – sebbene non certo il genere di horror con assassini armati di ascia. In effetti, le scene più inquietanti possono sortire sullo spettatore lo stesso effetto del rumore di unghie su una lavagna – addirittura amplificato. Lo stesso si può dire per Requiem for a Dream (2000), il secondo film di Aronofsky, che ritrae le vite di un gruppo di eroinomani senza il minimo senso di umanità. Più “facile”, The Wrestler (del 2008 con Mickey Rourke) è altrettanto efficace nel mostrare l’agonia psicologica dei personaggi, seppure meno originale dal punto di vista visivo. 2. Quando si guarda un film di Aronofsky, bisognerebbe sempre immergersi completamente nel suo mondo e lasciarsi guidare nel viaggio di esplorazione emozionale che ne segue.  Per quanto spiazzanti qualcuno possa trovare i suoi lavori, la loro bellezza sta proprio nel modo in cui Aronofsky scompone la psiche dei personaggi, regalando allo spettatore un’immagine precisa dei crudi processi che si consumano all’interno di una mente da lui stesso creata e allo stesso modo distrutta. 3. A volte guardare un film di Aronofsky può essere davvero difficile – e non soltanto per via di alcune scene particolarmente crude. La profonda elaborazione dei personaggi e l’intensità con cui gli attori s’impegnano nel proprio ruolo trascinano letteralmente lo spettatore dentro il mondo rappresentato. I detrattori di Aronofsky sostengono che il regista, in questo estremo tentativo di creare qualcosa di profondo, finisca spesso per dar vita a film eccessivi e poco autentici.Tuttavia, la sua capacità di evocare emozioni profonde nello spettatore è innegabile e impressionante: la coerenza con cui porta avanti questo obiettivo è qualcosa che merita rispetto, indipendentemente dal fatto che si apprezzino o meno i suoi film. 4. Se c’è un filo conduttore che lega tutti i lavori di Aronofsky, è la volontà di spingere i suoi personaggi oltre i propri limiti per diventare il meglio di se stessi. Aronofsky ne ritrae dolorosamente la passione e la follia, ed è proprio in questa sua capacità di trasportarci nella mente alterata di qualcun altro che sta la vera bellezza dei suoi film, al di là del suo grande talento registico e del suo gusto per l’immagine più apprezzati dagli addetti ai lavori. 5. Non lasciatevi spaventare dalle recensioni e godetevi il film!  

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20.09.2017

Fra i molti tesori archeologici della Grecia, quelli macedoni - forse perché non si trovano sulle classiche rotte turistiche - non sono certo i più noti; eppure si tratta di ritrovamenti imperdibili e dal fascino davvero straordinario, che meritano decisamente il viaggio fino a Salonicco e dintorni. Quando, nel 1977, l’archeologo greco Manolis Andronikos si ritrovò di fronte alla tomba di Filippo II di Macedonia e ai suoi tesori perfettamente conservati, fu immediatamente chiaro a tutti che si trattava di una scoperta dal valore inestimabile. Gli scavi nei dintorni del villaggio di Vergina, a 75 chilometri da Salonicco e in corrispondenza dell’antica città di Aigai, capitale del regno di Macedonia, erano cominciati già a fine Ottocento, ma fino a quel momento nulla di così sorprendente era ancora emerso. La tomba di Filippo II, insieme ad altre tombe a camera ipogea con volta a botte e facciata monumentale, furono rinvenute sotto una collinetta artificiale, protette da un ammasso di terra e frammenti di steli funerarie. Ma ciò che colpì all’epoca gli archeologi e che ancora lascia senza parola i visitatori è il loro essere miracolosamente intatte, oltre alla bellezza dei corredi ritrovati al loro interno e oggi esposti nel museo annesso. In particolare, la tomba identificata come quella di Filippo II, figura chiave nella storia della Grecia antica e padre di Alessandro Magno, assassinato nel 336 a.C., custodiva un ricchissimo corredo funebre composto da oggetti in oro, argento e bronzo fra cui magnifiche corone e preziosi diademi, una faretra e uno scudo da parata, oltre ai resti di una corazza e a cinque testine d’avorio probabilmente raffiguranti personaggi della famiglia reale. Cosa ancora più sorprendente, dalla tomba sotterranea emersero anche due urne in oro a sbalzo perfettamente intatte contenenti i resti cremati di un uomo e di una donna, presumibilmente lo stesso Filippo II e la seconda moglie Cleopatra, oppure, secondo un’ipotesi alternativa Filippo III Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno, e sua moglie Euridice. Le tombe reali, insieme al palazzo monumentale – uno dei più sorprendenti edifici di tutta la Grecia classica – al teatro, ai santuari di Eukleia e della Madre degli Dei, alle mura e alla necropoli, fanno dei resti di Aigai uno dei più importanti siti archeologici europei, non a caso designato Patrimonio dell’Umanità UNESCO.  

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15.09.2017

Dopo un lungo lavoro di ricerca fra collezionisti privati, studi cinematografici e agenzie di produzione e autenticazione oggetto per oggetto, Prop Store, uno dei maggiori venditori di cimeli e oggetti da collezione a tema cinematografico nel mondo con sede a Londra e Los Angeles, ha annunciato una storica asta in programma per il 26 settembre. Sotto i riflettori ci saranno oggetti di scena, costumi e altri memorabilia (600 in tutto) che hanno fatto la storia del cinema e della televisione degli ultimi sessant’anni, un vero scrigno di tesori per tutti i collezionisti e gli appassionati di cinema - purché dotati di una certa disponibilità economica, perché i prezzi sono decisamente di quelli da far impallidire. Fra i pezzi più celebri, le mitiche Nike indossate da Marty McFly in un immaginario 2015 da Ritorno al futuro parte seconda, la leggendaria frusta di Indiana Jones da Indiana Jones e l’ultima crociata, il trench ricoperto di toppe di Data da I Goonies, una degli indimenticabili dolcevita indossati dall’equipaggio della serie televisiva Star Trek negli anni Sessanta, e ancora il costume di Joker dal Batman di Tim Burton (1989)  e la tuta dell’acchiappa fantasmi Venkman interpretato da Bill Murray in Ghostbusters. L’asta si terrà a Londra alle 12 precise del 26 settembre, ma sarà possibile partecipare anche via telefono oppure in modalità online. 

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05.09.2017

Di solito si tende a considerare Tokyo una metropoli ultramoderna, mentre Kyoto è conosciuta principalmente come la culla dell’arte e dell’artigianato tradizionali giapponesi. Ma la verità è che l’antica capitale ha tutto un suo lato contemporaneo da scoprire - fra le cose più interessanti c’è ad esempio il progetto “Contemporary Art Special Zone – Ultra Kyoto”, che si prefigge di trasformare edifici residenziali pubblici abbandonati nelle zone meno popolate, ex-fabbriche e altri luoghi inutilizzati in spazi espositivi e gallerie d’arte, in collaborazione con gli storici tempi delle diverse zone.Ecco dunque qualche indirizzo dove scoprire il volto contemporaneo di Kyoto. Kō-an, la sala da the tutta vetri Progettata da Tokujin Yoshioka per celebrare il cinquantesimo anniversario del gemellaggio fra Kyoto e Firenze, la Kō-an Glass Tea House è in mostra presso la terrazza panoramica Shogunzuka Seiryuden nel celebre luogo di culto del Shōren-in, un tempio Tendai di altissimo valore culturale dedicato al Fudō Myō-ō blu, una delle tre grandi divinità protettrici del Buddhismo Esoterico. Il progetto di Tokujin Yoshioka integra lo spazio di una sala da the trasparente nella natura circostante. La Kō-an Glass Tea House resterà in esposizione fino al 10 settembre, poi partirà un tour che la porterà in varie città del Giappone e del mondo. Il tempio di Shōju-inLegato al Buddhismo Shingon del Monte Kōya, questo tempio precedente all’anno 800 è principalmente dedicato al culto di Kannon, la dea della compassione dalle undici teste, e conserva una prestigiosa statua di Fudō Myō-ō scolpita da Kaikei nel Periodo Kamakura (1185–1333). Fino al 18 settembre, il tempio ospita un grande festival che ha per protagoniste le tipiche campanelle a vento giapponesi, provenienti dalle 47 prefetture della nazione. Le campanelle sono considerate amuleti contro la sfortuna e si dice che nulla di brutto possa accadere a chi si trova in questo luogo di culto circondato dal loro suono. Il tempio è famoso anche per la sua finestra a forma di cuore e i 160 affreschi sul soffitto che riproducono fiori e paesaggi giapponesi e la rappresentazione stagionale delle danzatrici maiko con le tradizionali allegorie dei quattro punti cardinali: il Dragone Azzurro dell’est, la Tigre Bianca dell’ovest, l’Uccello Vermiglio del sud  la tartaruga nera del nord.  Il tempio di Shōju-in si può raggiungere in autobus dalla stazione di Uji in circa un’ora di viaggio.  Il Forever Museum of Contemporary ArtQuesto nuovo museo ha aperto i battenti lo scorso giugno presso il teatro Gion Kobu Kaburenjō, un importante centro dedicato alla cultura tradizionale, con la mostra Yayoi Kusama: My Soul Forever, focalizzata sui lavori dell’omonima artista le cui opere rappresentano il cuore della collezione permanente (fino al 29 ottobre).Lo Yasaka Club, ossia la parte del teatro all’interno della quale è stato ricavato il museo, risale al 1913 ed è considerato un vero gioiello dell’architettura giapponese. Gli spazi ospitano circa 700 lavori raccolti negli ultimi 30 anni e sono suddivisi con le classiche porte scorrevoli rivestite di carta decorata. Le opere sono esposte a un’altezza inferiore rispetto a quanto avviene negli altri musei, per consentire ai visitatori di ammirarle comodamente seduti sui pavimenti tatami. Infine, anche i colori cangianti del giardino tradizionale giapponese meritano una sosta e contribuiscono al fascino del luogo.  

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04.09.2017

Acqua e terra, strette calli e sontuosi palazzi, architetture antiche e avanguardistiche, isole selvagge e angoli sovraffollati: la bellezza più autentica di Venezia nasce da un incomparabile insieme di equilibri precari e sottili. Per scoprirla occorre però abbandonare i sentieri battuti, allontanarsi dai ponti più fotografati e dalle piazze affollate di turisti, e affidarsi a chi conosce la città come le proprie tasche. Abbiamo chiesto a Daniela Cominotto, Veneziana DOC e guida turistica autorizzata della città di Venezia, di portarci con lei in un viaggio virtuale alla scoperta di alcune delle perle nascoste della città galleggiante. 1. La Basilica di San Giorgio MaggioreIsola di San Giorgio MaggioreSull’omonima isoletta di fronte al bacino di San Marco, questo grande capolavoro di Andrea Palladio merita una visita anche per godere di una prospettiva insolita e spettacolare sulla città, dalla cima del campanile raggiungibile in ascensore. 2. La Basilica di Santa Maria Gloriosa dei FrariCampo dei Frari, San PoloCon la sua mole gotica, la più grande chiesa di Venezia custodisce capolavori inestimabili, fra i quali il famoso Trittico con la Madonna e i Santi di Giovanni Bellini, l’unica statua di Raffaello a Venezia e la pala dell’Assunta di Tiziano nell’altare centrale. 3. La Scuola Grande di San Rocco Campo San Rocco, San PoloNata nel Quattrocento come confraternita di cittadini benestanti dediti a opere benefiche, l’ultima Scuola Grande sopravvissuta alla caduta della Repubblica conserva il celebre e meraviglioso ciclo pittorico del Tintoretto con episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. 4. La Scala Contarini dal BovoloSan MarcoQuesto piccolo tesoro nascosto nel cuore di Venezia, all’interno dell’omonimo edificio tardo gotico, è la più famosa scala a chiocciola della città, alta 26 metri. Dalle sue volte si possono ammirare le più belle cupole di Venezia. 5. Lo Squero Tramontin DorsoduroNello storico cantiere dove dal 1884 si costruiscono gondole si possono scoprire i segreti (ma non tutti) della costruzione di queste tipiche imbarcazioni veneziane, esportate in tutto il mondo e ancora realizzate con tecniche e materiali tradizionali. 

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31.08.2017

Per Todd Selby, il cambiamento è un elemento vitale nella crescita di un artista. Il suo acclamato progetto del 2008, The Selby, che ritraeva una serie di creativi nel proprio ambiente di lavoro con un occhio particolare ai dettagli, è stato solo il punto di partenza di una carriera tutta improntata all’evoluzione continua. Theselby.com è un punto di riferimento per il mondo della fotografia e dell’art direction. Puoi raccontarci brevemente come tutto è cominciato?TS: Originariamente Theselby.com era un mio progetto artistico personale. Era il mio modo per comunicare direttamente con le persone attraverso la fotografia. Prima di aprire il sito lavoravo soltanto con le riviste, per cui dal punto di vista creativo è stato un cambiamento cruciale per me. L’equilibrio fra le persone e lo spazio in cui vivono è uno degli aspetti centrali del tuo lavoro. Ti è mai capitato di ritrarre ambienti e persone separatamente e di notare delle discrepanze?TS: Il mio lavoro è tutto focalizzato sul rapporto fra le persone e lo spazio, per cui è davvero molto raro che io ritragga le persone al di fuori delle loro case, o le case senza le persone che vi abitano. La tua biografia sembra una sorta di divertissement, dove si citano tantissime professioni fra le più disparate, compresa quella di “stilista giapponese”. È tutto vero? TS: Sì, ho fatto molti lavori diversi. Per un po’ mi sono dilettato a disegnare abiti, e ho venduto qualche mia collezione in Giappone, principalmente per United Arrows. Fra queste ricordo una linea di bandana di design e un grande progetto chiamato American Royalty che consisteva in una serie di T-shirt tutte diverse e non lavabili. Ti consideri un soggetto “multipotenziale”, ossia una persona con molti, a volte anche troppi, interessi diversi nella vita privata e lavorativa? TS: Non ho mai sentito questo termine, ma principalmente direi che mi sento una persona fortunata perché ho la possibilità di portare avanti i miei progetti creativi. Credo che per ogni artista cambiare sia un elemento fondamentale per crescere e migliorarsi, pe dunque è naturale che io abbia sfruttato il mio lavoro fotografico per poi estendere i miei interessi alla regia, ai libri e all’illustrazione. Da tutti i tuoi lavori traspare un uso del colore molto particolare. Si tratta di un elemento importante del tuo linguaggio visivo? TS: Credo che il colore sia importantissimo nei miei lavori. Sono sempre stato attratto dagli acquerelli e dai colori pastello più vivaci. Diciamo che non sono esattamente un minimalista! Come gestisci l’equilibrio fra il tuo approccio creativo – il tuo marchio di fabbrica – e le richieste dei clienti per cui lavori? TS: Ho messo a punto un’organizzazione del tempo e del lavoro che mi è molto congeniale. Per la maggior parte del tempo sono impegnato in lavori su commissione, ma non appena finisco m’immergo il più rapidamente possibile nei miei progetti personali. E ho puntualmente una lista infinita di cose che voglio sviluppare, per cui sono sempre molto preso. Qual è la città che t’ispira di più come uomo e come artista?TS: Al momento direi che è Tokyo. Ogni volta che ci vado continua a stupirmi, adoro il modo in cui le persone lavorano e tutte le cose interessanti che succedono in città. Sappiamo che hai una vera e propria passione per la cucina messicana, puoi consigliarci qualche posticino a New York o LA?TS: Sono innamorato di un ristorante messicano di Venice Beach che si chiama Casablanca – si tratta di un ristorante a tema dall’atmosfera unica, ispirato appunto al film Casablanca, zeppo di memorabilia e oggetti da collezione. I margarita del carrello “Tequila Express” e le tortilla fatte in casa sono spettacolari.  A dire il vero non vado mai al ristorante messicano a New York, no sono mai riuscito a trovare un posto che potesse competere con quelli che si possono trovare in California. Quali sono i tuoi progetti più imminenti?TS: Al momento sono super concentrato sulla mia prima personale al Daelim Museum di Seoul, che resterà aperta fino a ottobre. E più in là che cosa hai in programma di fare? TS: Ho tutte le intenzioni di continuare a fare progressi e di cambiare costantemente, per cui... chi può dirlo?  

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24.08.2017

SJ: Nel tuo programma radiofonico The Urbanist ti occupi di ciò che fa funzionare le città. Puoi citare qualche esempio di città virtuosa in questo senso?AT: Poiché le città competono fra di loro in termini di talento e reputazione internazionale, molte stanno cercando di migliorare la qualità della vita per i propri abitanti. Quale città non vorrebbe più piste ciclabili o più aree verdi? Alcune, però, si stanno muovendo con maggior rapidità, trasformandosi in punti di riferimento per le altre. Copenhagen e le capitali nordiche sono le migliori a far sì che i propri abitanti rinuncino all’automobile, ma allo stesso tempo fanno in modo di sviluppare progetti per il verde e per generare un senso di responsabilità condivisa. Tokyo ha il vantaggio di avere una popolazione che si prende cura in prima persona degli spazi urbani, e un alto livello di fiducia sociale: metti dei bei fiori davanti alla porta del tuo ufficio e nessuno li ruberà. E Vienna sta facendo del suo meglio per salvare i negozi indipendenti e difendere la qualità della vita in città per tutti. SJ: L’impressione che si ha seguendo i media e la politica o ascoltando i discorsi da bar è che il problema principale delle grandi città oggi sia l’immigrazione. Ma è davvero così? AT: Monocle ha la sua sede principale a Londra, una città davvero internazionale che vuole – e deve – restare tale, e che ha votato risolutamente contro la Brexit. È strano, ma spesso nelle grandi città, dove l’immigrazione si fa sentire maggiormente, c’è molta meno preoccupazione in merito alla questione, mentre nei centri più piccoli e meno toccati dall’immigrazione il dibattito è più acceso. È ovvio, dobbiamo fare in modo che gli immigrati diventino parte integrante della vita della città, e questa è una responsabilità reciproca. Ma qui a Londra, ad esempio, a definirti non è il paese da cui provieni, è quello che fai. E ai londinesi questa ricchezza, questa varietà, piace davvero – personalmente adoro arrivare in ufficio ed essere circondato da persone le cui storie sono tanto diverse dalla mia. La cosa davvero bella è vedere come queste persone così differenti riescano a trovare un’unità, che sia per combattere il terrorismo o per divertirsi assieme al parco in un giorno d’estate. SJ: Qual è il tuo primo ricordo di Londra? AT: Sono cresciuto in una cittadina a 50 chilometri dalla capitale e mi ricordo che venivo a Londra da bambino con i miei genitori per andare al museo o vedere le luci di Natale. La città mi appariva così eccitante e piena di fascino. Da adolescente ci venivo per comprare abiti e riviste. Era un sogno. Adesso è casa mia, ma riesce ancora a sorprendermi e a farmi sentire entusiasta di vivere qui. SJ: La mappa dei quartieri emergenti di Londra è cambiata molto negli ultimi vent’anni. Il processo è sempre uguale: quartieri dove gli affitti costano poco attirano una popolazione giovane e cool, diventano zone alla moda, gli affitti salgono e la cosiddetta “gentrification” li trasforma completamente. Come si può fermare o intervenire su questo fenomeno?AT: È un problema molto sentito. Come evitare che i residenti vengano tagliati fuori dal proprio quartiere che cambia? Come fare in modo che il negozietto di ferramenta non venga ucciso dall’aumento degli affitti? Beh, si possono introdurre misure di controllo dei prezzi, e assicurarsi che qualsiasi progetto di edilizia abitativa assicuri almeno una parte di affitti calmierati, ma non si può fermare la gentrification. È una marea troppo forte e l’unica possibilità è quella di riuscire a darle una direzione, di controllare le sue ambizioni più sfrenate. A Londra, negli ultimi vent’anni, la zona est è diventata il luogo in cui si trovano tutti i bar, i locali, i ristoranti più alla moda. Anche i prezzi degli immobili sono saliti alle stelle, ma impedirlo sarebbe stato impossibile. Le città devono cambiare, e credo che molti di questi cambiamenti abbiano reso queste zone migliori per la maggior parte dei residenti. SJ: Quali sono i nuovi quartieri emergenti di Londra? AT: Londra è ancora in piena esplosione, e questo significa che i giovani in cerca di un luogo dove vivere continueranno a cambiare la faccia di ogni zona vagamente abbordabile di Londra, aprendo negozi e posti dove mangiare. Peckham e Brixton, nel sud della città, sono in crescita. A est, Dalston e Hackney continuano a fiorire. Ma la metamorfosi coinvolge anche piccoli angoli del centro – Lamb’s Conduit Street a Bloomsbury, ad esempio, è molto cambiata negli ultimi anni. SJ: The Monocle Guide to Better Living è uno scrigno di cose belle, luoghi e consigli per migliorare la vita a tutti i livelli. Quali sono i segreti e le piccole strategie quotidiane di Andrew Tuck per vivere meglio?AT: Uscire, incontrare persone, prendere tutto il meglio che mi offre il luogo in cui vivo. Ho la fortuna di abitare nel centro di Londra e di poter raggiungere quasi tutto a piedi o in bicicletta. La mia città non mi appare mai come un luogo difficile da navigare. SJ: Quali sono le tue 3 città preferite nel mondo, a parte Londra? AT: Beirut, per le persone e per lo stile di vita che, nei momenti migliori, è piacevolmente spensierato; Rio de Janeiro per l’architettura modernista, il verde e l’abitudine di vivere all’aperto; e Sydney, una città dove la vita quotidiana in un giorno di sole è qualcosa d’imbattibile. 

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17.08.2017

La prima cosa che affiora alla mente quando si pensa a Buenos Aires è senza dubbio il tango, il ballo coinvolgente e sensuale che qui è nato e che ancora rappresenta una parte importantissima dell’identità argentina e di quella della capitale in modo particolare. Tuttavia, esistono altri aspetti più sottili della cultura popolare di Buenos Aires che, pur senza la medesima popolarità planetaria, pervadono la città a tal punto da trasformarsi in segnali inconfondibili del fatto che ci si trova proprio là. Fra questi c’è la storica arte del Filete, una tradizione nata all’inizio del XX secolo a opera degli immigrati italiani impiegati nelle fabbriche di carri a trazione. Inizialmente considerato una semplice forma di artigianato, con il tempo il Filete si arricchì e si perfezionò, acquisendo sempre maggiore popolarità e assurgendo a vera e propria icona culturale e democratica, utilizzata sui carri e poi sui vagoni degli autobus in tutta la città.La forte riconoscibilità del Filete è dovuta ad alcuni suoi tratti caratteristici, in particolare la preponderanza di colori primari e brillanti, l’utilizzo di caratteri gotici e molto dettagliati e le cornici dipinte che circondano ciascuna composizione, ispirate a elementi architettonici tipici dell’epoca come i nastri a spirale e arricchite da immagini simboliche come il ferro di cavallo benaugurante. Oggi, il Filete resta parte dell’identità visiva e culturale di Buenos Aires, e con un po’ d’attenzione lo si può ritrovare in ogni angolo, dalle vetrine dei negozi alle facciate dei palazzi e ai mezzi di trasporto, persino nei tatuaggi. Fra i molti artisti che ancora oggi portano avanti quest’arte, magari arricchendola e adattandola al gusto contemporaneo, c’è il fileteador Alfredo Genovese, che ha contribuito in modo decisivo alla risc alla rinnovata popolarità del Filete argentino. Fra i luoghi in città dove ammirare le più interessanti espressioni del Filete storico e contemporaneo le strade di San Telmo, Calle on Jean Juarès e il mercato di San Telmo

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26.07.2017

Molto prima di diventare una grande città, Londra è stata un grande porto lungo il Tamigi, il fiume che nasce quasi in sordina sulle Cotswold Hills, nel Gloucestershire, e raggiunge nella capitale i 240 metri di larghezza, per poi continuare la sua corsa verso l’estuario e il Mare del Nord. Fin dall’anno 50, quando i Romani fondarono Londinium, lungo le rive del fiume si sono svolte tutte le vicende più cruciali della storia del paese; ma il Tamigi è più di un testimone silenzioso della storia della città: ne è esso stesso protagonista, è “storia liquida”, come disse una volta il politico britannico John Burns. Camminare lungo le sue sponde, dunque, significa ripercorrere le tante epoche vissute dalla città. Cominciando dalla periferia est della città, la prima cosa che s’incontra sono le grandi barriere costruite fra il 1974 e il 1984 per proteggere Londra dalle ondate di alta marea che ancora periodicamente minacciano la città. Proseguendo verso ovest attraverso un paesaggio industriale, si raggiunge la curva che racchiude sulla sponda sud il Millennium Dome e il grande complesso The O2, dedicato all’intrattenimento. Siamo nel bel mezzo della Londra d’inizio millennio, tanto che a fare da contrappunto, sull’altra sponda del fiume, ci sono il polo fieristico dell’ExCel (aperto nel 2000) e il Canary Wharf, dominato dal famoso grattacielo a matita One Canada Square. Comincia da queste parti anche l’ampia area nota come London Docklands: si tratta delle ex-aree portuali dove un tempo sorgevano i magazzini per le merci trasportate via nave, oggetto di un grande progetto di recupero che, fra gli anni ’80 e ’90, le ha trasformate in zone commerciali e residenziali di prestigio. E a Greenwich, dove passa il meridiano numero zero e dal 1675 sorge il celebre Osservatorio, la storia ha lasciato molte tracce legate alla vita del fiume, dall’Old Royal Naval College al Cutty Sark, l’ultimo dei grandi velieri che navigarono sulla rotta delle Indie per il trasporto del the e della lana. La lunga porzione di fiume che attraversa il centro della città, cui fa idealmente da porta l’ottocentesco Tower Bridge, è un vero e proprio viaggio attraverso le epoche e gli eventi più importanti della storia di Londra. Oggi, la grande struttura mobile sembra quasi fare da ponte fra il potere monarchico, di cui è emblema l’antica Tower of London, nata come residenza reale, e l’attuale potere cittadino, che ha sede nel futuristico municipio tutto vetri di Norman Foster. Sulla sponda nord si susseguono poi The Monument, la colonna eretta in ricordo del Grande Incendio di Londra del 1666, e la maestosa cattedrale di St Paul, simbolo della cristianità anglicana, con la City alle sue spalle. Sulla sponda sud, invece, c’è la Londra shakespeariana di Southwark, uno dei più antichi insediamenti della città, con la sua magnifica cattedrale e la riproduzione del leggendario Globe Theatre - ma anche The Shard di Renzo Piano (2012), il più alto grattacielo della città. E in mezzo ecco il London Bridge, il ponte più antico di Londra: sebbene infatti la struttura attuale risalga al 1973, il primo ponte di Londra, quello in legno costruito dai Romani nell’anno 50, si trovava proprio qui. E poco più a est sorgeva, fino al 1831, lo storico London Bridge costruito nel 1209. Superato il profilo sottile del Millennium Bridge, si avanza fra la massiccia ex-centrale elettrica che ospita la Modern Tate Gallery da una parte e le romantiche panchine affacciate sul fiume del Victoria Embankement dall’altra. Siamo nel centro della Londra turistica, che si srotola oltre la curva del fiume fra il London Eye e il Big Ben, fino alle Houses of Parliament e all’Abbazia di Westminster, dove da mille anni s’incoronano i sovrani d’Inghilterra. Lasciati alle spalle i panorami da cartolina, scivoliamo fino alla prossima curva, dove lo sguardo è catturato da una visione familiare: è quella della Battersea Power Station, la famosa centrale termoelettrica immortalata sulla celebre copertina di Animals dei Pink Floyd. Sulla sponda opposta, la ricca zona residenziale di Chelsea lascia spazio a Fulham, dove ancora sorge, in riva al fiume, l’antico Palazzo dei Vescovi (704) con il suo magnifico giardino paesaggistico, e poi a Hammersmith, ex-quartiere industriale che ospitava un tempo la famosa fabbrica di lampadine Osram. Poco più a ovest, a Chiswick, già sede della famosa etichetta Chiswick Records (1975-1981), ci sono oggi i British Grove Studios, lo studio di registrazione dell’ex Dire Strait Marc Knopfler. Siamo ormai giunti ai confini occidentali di Londra. Se sulla sponda sud si estende la ricca e verde Richmond, da sempre buen retiro dei reali e dei ricchi e famosi d’Inghilterra, la nostra passeggiata prosegue e si conclude invece sulla sponda nord, a Twickenham. Qui, oltre allo Stadio della Nazionale Inglese di Rugby, sorge una piccola isoletta nel fiume nota come Eel Pie Island che, curiosamente, vanta un ruolo di primo piano nella storia della musica inglese. Fino al 1967, l’isola ospitava infatti un famoso albergo, l’Eel Pie Island Hotel, noto fin dagli anni ’20 per aver ospitato grandi musicisti jazz, e in seguito concerti di star del calibro di David Bowie, The Rolling Stones, The Who e dei Pink Floyd. Proprio mentre scriviamo, sta aprendo a Twickenham l’Eel Pie Island Museum, un museo interamente dedicato a quell’epoca d’oro.  

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13.07.2017

Che cosa c’è sotto i nostri occhi? Cosa nasconde il sottofondo visivo quotidiano della città, quello che il nostro sguardo ormai non registra più? Cosa succede quando l’obiettivo fotografico traduce uno spazio industriale in pura forma? Sono alcune delle domande che pone la mostra FuoriCentro, in programma al Chiericati Underground, lo spazio sotterraneo del palladiano Palazzo Chiericati, sede dei Musei Civici di Vicenza. FuoriCentro nasce infatti da una sfida: quella di filtrare attraverso la fotografia d’autore l’immagine di una periferia che è costantemente sotto lo sguardo di tutti, ma che raramente qualcuno osserva con attenzione. Le immagini in mostra, realizzate da Rocco Rorandelli, Lavinia Parlamenti e dal duo Andrea e Magda propongono dunque interpretazioni differenti, contrastanti e inusuali dell’area urbana industriale di Vicenza Ovest, considerata periferica ma di fatto ormai del tutto inglobata nel tessuto urbano cittadino. L’obiettivo era quello di applicare l’arte fotografica all’analisi del territorio, per fermare nel tempo dello scatto l’evoluzione della città e farne un punto di riferimento utile a cogliere il cambiamento ora e nel futuro. Fabbriche, case, luoghi privati e di lavoro hanno dunque accolto l’obiettivo dei fotografi, che hanno vissuto nell’area per diverse settimane sviluppando una propria visione personale dei luoghi attraverso il lavoro sul campo e il confronto costante. La mostra resterà aperta dal 28 luglio al 24 settembre.  

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28.06.2017

Radiohead, 5 luglio, Manchester Arena, Manchester (UK)Un’occasione rara per chi vuole ascoltare la resa dal vivo dell'acclamato A moon shaped pool fuori dal circuito dei festival estivi. E chissà che Yorke & Co. non colgano anche l'occasione del ventennale di Ok Computer per eseguire il loro album-capolavoro nella sua interezza. Primal Scream, 14 luglio, Convento dell'Annunziata, Sestri Levante (Italia)Dagli anni psichedelici di Sonic Flower Groove e dell'elettronica lisergica del capolavoro del 1991 Screamadelica, i Primal Scream non hanno mai smesso di stupire e di cambiare pelle. E per chi vuole ancora stupirsi, quest'estate può farlo andando a vederli nella magnifica location del Convento dell'Annunziata di Sestri Levante, tra il golfo della Baia del Silenzio a levante ed il golfo della Baia delle Favole a ponente. Coldplay, 15-16-18 luglio, Stade de France, Parigi (Francia)Non è un caso se una band utilizza ben tre date del proprio tour per esibirsi in uno degli stadi più grandi del mondo. Ed infatti dai tempi di Yellow, Chris Martin e sodali hanno macinato centinaia di concerti e milioni (più di 80) di copie vendute. Bjork, 30 luglio, Naeba (Giappone)L'ex enfant prodige islandese torna con un mini-tour la cui tappa più suggestiva è - senza alcun dubbio - quella del Fuji Rock Festival, l'importante rassegna giapponese che si svolge nella bucolica località di Naeba. Erykah Badu + Mary J. Blige, 12 luglio, Piazza Napoleone, Lucca (Italia)Nella splendida cornice della “Piazza Grande” del Lucca Summer Festival si incontrano la controversa attivista e cantautrice soul Erykah Badu e la “regina dell'Hip-Hop Soul” Mary J. Blige. U2, 22 luglio, Croke Park, Dublino (Irlanda)Gli U2 tornano a casa per il tour che commemora il trentesimo anniversario di The Joshua Tree, il lavoro che li ha fatti entrare nell'Olimpo degli dei del Rock. L'album del 1987 verrà ovviamente risuonato per intero – per la gioia dei fan. Muse, 22 luglio, Jones Beach Theater, Wantagh (USA)Una delle band più spettacolari e teatrali del rock in una delle location per concerti più attraenti e stravaganti degli Stati Uniti, il Jones Beach Theater. La cui peculiarità sta tutta nella sua unica conformazione, con le scalinate della platea abbarbicate sulle rive della Zachs Bay ed il palco sospeso sopra l'acquaThe Who, dal 29 luglio all'11 Agosto, Colosseum at Caesars Palace, Las Vegas (USA)Per gli irriducibili mod e per chi ancora non avesse visto dal vivo Pete Townshend far roteare il braccio destro prima di colpire la sua Fender durante l'intro di Baba O'Riley, l'opportunità da cogliere può essere proprio questa striscia di concerti degli Who al mitico Colosseum di Las VegasFeist, 2 agosto, Circus Krone, Monaco di Baviera (Germania)La canadese Leslie Feist, lanciata 10 anni fa dalla hit 1234, conduce la tourné del suo nuovo lavoro Pleasure nell'inusuale cornice del bizzarro e coloratissimo Circus Krone di Monaco, uno dei pochi circhi permanenti ancora attivi in Europa. Interpol, 13 agosto, Fortezza di Kalemegdan, Belgrado (Serbia)Gli alfieri del revival post-punk di inizio anni duemila, quest'estate attraversano il mondo ripropongono il loro debutto del 2002 Turn on the bright lights. Fra le date più affascinanti c’è quella presso il Kalemegdan di Belgrado, una fortezza medievale sita alla confluenza dei fiumi Sava e Danubio. Van Morrison, 13 agosto, Slieve Donard Hotel, Newcastle (Irlanda del Nord)“Van the man” è ormai parte della Storia della Musica. Sue sono alcune delle più belle canzoni degli ultimi 50 anni: Gloria, Brown-Eyed Girl, Domino e Wild Night. Se siete nei paraggi di Newcastle a metà Agosto approfittate della chance di vederlo cantare nell'atmosfera intima dello Slieve Donard HotelBelle and Sebastian, 16 agosto, Chicago Theatre, Chicago (USA)Stuart Murdoch traghetta il pop da cameretta dei suoi Belle and Sebastian lontano dalla natia Scozia e fino allo splendore architettonico di inizio '900 dello Chicago Theatre. Patti Smith, 16 agosto, Stadtpark, Amburgo (Germania)Da 40 anni a questa parte nel verde dell'enorme Stadtpark di Amburgo si tengono alcuni dei migliori concerti all'aperto di Germania. Quest'estate ad esibirsi ci sarà anche la sacerdotessa del rock Patti Smith. Depeche Mode, 9 settembre, Madison Square Garden, New York (USA)Sono riusciti a sopravvivere ad una carriera da stelle del synth-pop continuando a cercare nuove soluzioni e nuovi suoni. A più di 35 anni dal loro primo LP, i Depeche Mode tornano con un concerto tra le mura del Madison Square Garden che si prospetta come una vera e propria. Gorillaz, 18 settembre, Fox Theatre, Detroit (USA)La band-emblema del crossover culturale e musicale di inizio XXI secolo porta il suo live act in un luogo-simbolo del XX secolo americano: l'imponente ex Palazzo del Cinema Fox di Detroit. Jesus and Mary Chain, 21 settembre, Liverpool Olympia, Liverpool (UK)Per molti la notizia dell'uscita di Damage and Joy è stata una sorpresa: sono passati quasi 20 anni dal precedente album Munki. Conoscendo la scarsa prolificità della band new wave, i fan faranno bene a non mancare all'antico Teatro Olympia di Liverpool. Beach House, 23 Settembre, Hollywood Bowl, Los Angeles (USA)La band dream pop di Baltimora si esibisce in uno dei più famosi anfiteatri del mondo, lo storico Hollywood Bowl, dove dalla fine degli anni '20 ad oggi hanno suonato artisti come Ella Fitzgerald, Kanye West, i Beatles e i Nine Inch Nails. Fleet Foxes, 27 Settembre, Red Rocks Amphitheatre, Red Rocks, Morrison (USA)Torna dopo uno iato di più di 5 anni il gruppo portabandiera dell'indie-folk americano. Le occasioni per assistere ad un loro concerto, di qua e di là dell'Atlantico, sono molte, ma poche possono rivaleggiare in bellezza con l'anfiteatro naturale di Red Rocks, immortalato nel celebre video-concerto degli U2 Under a blood red sky. Mogwai, 22 Ottobre, TivoliVredenburg, Utrecht (Paesi Bassi)Per promuovere il loro nono album in uscita in Autunno la band post-rock scozzese attraverserà Europa e Nordamerica. Il TivoliVredenburg, le cui sale sono state progettate per ospitare i migliori ensemble di musica contemporanea d'Europa, promette un’esperienza acusticamente perfettaFather John Misty + Weyes Blood, 18 Novembre, Sala Razzmatazz, Barcellona (Spagna)Lui è uno dei più divertenti ed improbabili cantautori americani della nuova generazione (con un passato da batterista dei Fleet Foxes) e lei un astro nascente del nuovo folk psichedelico. L'occasione per vederli entrambi è il concerto all'iconica Sala Razzmatazz di Barcellona.  

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12.06.2017

Avete mai sentito parlare di ley line, linee temporanee o linee di prateria? Si tratta di presunti "allineamenti" fra punti geografici in corrispondenza di luoghi o monumenti che, secondo alcuni, sarebbero caratterizzati da energie speciali, di natura magica o spirituale. Fra questi c’è anche la cosiddetta Linea di San Michele che, al di là degli esoterismi, rappresenta una scusa perfetta per visitare alcuni luoghi davvero magnifici, seguendo la linea ideale che attraversa l’Europa conducendo dall’Irlanda fino a Israele e toccando nel suo percorso sette splendidi santuari, alcuni più noti e raggiungibili e altri così isolati e impervi da rappresentare un serio motivo d’avventura. Ad accomunarli sono la forte dimensione spirituale e il culto di San Michele, l’Arcangelo che per la religione ebraica rappresenta il difensore del popolo d’Israele e per quella cristiana l’avversario del demonio, al quale avrebbe sferrato il colpo di spada definitivo, simboleggiato appunto da questa Linea Sacra. Ecco le sette tappe di quello che potrebbe rivelarsi un itinerario emozionante e, per la maggior parte, lontano dai grandi flussi turistici. Skellig Michael, IrlandaA 17 chilometri dalle coste del Kerry, nel sud ovest dell’Irlanda, c’è un isolotto che è poco più di uno scoglio di forma piramidale, sulla cui sommità sorge il luogo più impervio di tutta l’Irlanda: si tratta di un monastero risalente al 588 (dichiarato nel 1996 Patrimonio dell’Umanità UNESCO) e fondato da un gruppo di monaci devoti a San Michele. Oltre a essere decisamente inaccessibile, questo affascinante luogo sacro è doverosamente protetto dal governo irlandese: solo 10 imbarcazioni hanno il permesso di salpare dalle coste del Kerry, con un massimo di 12 persone a bordo e soltanto una volta al giorno. Ciò non ha impedito tuttavia che l’isolotto fosse utilizzato come set per le riprese del settimo episodio della saga di Star Wars, Il risveglio della ForzaSt. Michael’s Mount, CornovagliaAncora su un’isola, questa volta di fronte a Marazion, in Cornovaglia, nel sud ovest dell’Inghilterra, sorge la versione inglese del ben più noto monastero di Mont Saint Michel francese. Situato nel punto in cui sarebbe apparso l’Arcangelo nel 495, questo luogo di culto fu costruito da un gruppo di monaci benedettini provenienti proprio da Mont Saint Michel. Oggi, dell’abbazia, più tardi sostituita da una fortezza, restano soltanto la chiesa e il refettorio. Come Mont Saint Michel, l’isola tidale si può raggiungere in traghetto oppure a piedi lungo una lingua di terra che emerge quando c’è bassa marea. Mont Saint-Michel, NormandiaIl più celebre e visitato fra i santuari della Linea è senza dubbio l’Abbazia benedettina di Mont Saint-Michel, sulle coste della Normandia, arroccata su di un isolotto tidale che però aveva quasi perso la sua insularità, fino all’abbattimento della strada che lo collegava alla terraferma, recentemente sostituita con un nuovo ponte. Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco dal 1979, Mont Saint-Michel deve il proprio nome alla leggendaria apparizione dell’Arcangelo nel 709, il quale intimò a Sant’Auberto di far costruire a suo nome una chiesa scavata nella roccia. A portare a termine l’impresa furono poi i benedettini intorno al 900. Oltre alla suggestione del paesaggio, davvero interessante è anche la stratificazione di stili che caratterizza l’edificio sacro, e decisamente grazioso, seppure molto turistico, è anche il villaggio medievale che sorge attorno all’Abbazia. Sacra di San Michele, PiemonteLa spettacolare vista di questo grande complesso religioso risalente a prima dell’anno Mille sul Monte Pirchiriano è senza dubbio una delle più suggestive cartoline dalla bella Val di Susa. Dominato dall’antica Abbazia, il santuario, da sempre meta di fedeli e pellegrini lungo l’antica via Francigena, si raggiunge a piedi dal paese di Chiusa di San Michele oppure da Sant’Ambrogio, ma forse dà il meglio di sé proprio visto da lontano, da una delle cime circostanti, avvolto nelle nuvole come una visione senza tempo – così unica da aver ispirato al grande Umberto Eco il suo più celebre romanzo, Il nome della rosaSantuario di San Michele Arcangelo, PugliaUn migliaio di chilometri più a sud lungo lo stivale, sul Gargano (e più precisamente a Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia), ecco un’altra importantissima tappa lungo la Linea di San Michele, un santuario la cui costruzione, risalente al 490 circa, si deve alla prima apparizione dell’Arcangelo Michele a San Lorenzo Maiorano. Anch’esso Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco (dal 2011), il santuario è costituito da due livelli: quello superiore con la bella basilica romanica e il campanile eretto da Carlo D’Angiò come ringraziamento al Santo per la conquista dell'Italia meridionale e quello inferiore, più antico, con la grotta e le cripteSantuario di San Michele a Symi, GreciaOccorre attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’isola di Symi, nel Dodecanneso e poco a nord di Rodi, nella cui parte meridionale sorge un altro santuario dedicato a San Michele considerato parte della Linea. Si tratta di un monastero ortodosso in stile veneziano eretto intorno al XII secolo e ricostruito nel XVIII secolo, il cui più grande vanto è una grande icona del Santo, molto venerato dai greci, alta circa tre metri. Inutile dire che l’occasione è perfetta anche per godersi le molte e bellissime spiagge dell’isola, tutte facilmente raggiungibili poiché Symi ha una superficie di appena 58 km quadrati. Monastero di Stella Maris, IsraeleL’ultima tappa di questo itinerario sospeso fra religione, cultura e bellezza si trova sul Monte Carmelo ad Haifa, in Alta Galilea. Non si tratta di un altro santuario dedicato a San Michele, ma di un luogo molto significativo sotto il profilo spirituale, considerato sacro fin dai tempi degli Egizi, caro agli ebrei, citato nella Bibbia e da sempre meta di eremitaggi. Qui, nel XII nacque l’Ordine Carmelitano e nel XVIII secolo sorse un primo monastero poi distrutto dai Turchi. L’edificio attuale risale al 1828 e gli interni sono decorati da dipinti moderni dedicati alla storia dell’Ordine. 

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05.06.2017

Musei senza quadri, senza tele, senza sculture, ma ricolmi di suoni, memorabilia e strumenti musicali. Sono le tante istituzioni culturali nel mondo dedicate alla musica in ogni sua forma e manifestazione temporale – le mete più amate dai grandi appassionati dopo le sale da concerto. Ce ne sono tante e diverse, da quelle votate alla storia della musica e degli strumenti fino a quelle dedicate a un singolo compositore o artista, speso pervase da un’irresistibile aura di nostalgia. Da quelle tradizionali, che propongono un percorso museale classico, a quelle più interattive, multimediali o sperimentali, dove l’esperienza aspira a coinvolgere tutti i sensi. Se come noi considerate la musica una parte fondamentale della vostra esistenza, seguiteci in questo viaggio attraverso cinque musei musicali dall’atmosfera unica, indipendentemente dal genere e dall’epoca. MIM, BruxellesIndossando un paio di cuffie a infrarossi, al MIM si può girare per le grandi sale distribuite sui 4 piani di un bellissimo edificio Art Nouveau ascoltando i suoni degli strumenti più disparati in esposizione, da quelli occidentali classici fino agli strumenti meccanici ed elettronici e ai meno noti strumenti africani e tibetani. Un vero e proprio viaggio musicale attraverso il tempo e lo spazio, dedicato a curiosi e appassionati. Beethoven-Haus, BonnCalpestare il suolo della casa natale di Ludwig van Beethoven è un’emozione difficile da descrivere: il pensiero che proprio qui sia venuto al mondo nel 1770 uno dei più grandi geni musicali di tutti i tempi non è cosa da poco. Ad amplificare l’emozione contribuisce anche la ricchissima raccolta di quadri, manoscritti, lettere, strumenti e altri oggetti appartenuti al compositore, compreso lo spartito originale della Sonata al Chiaro di Luna. Musée Edith Piaf, ParigiNel piccolo appartamento di Ménilmontant dove Edith Piaf visse all’inizio della sua carriera, oggi c’è un delizioso museo che raccoglie oggetti personali, manifesti, ritratti e memorabilia legati alla vita e alla carriera della più celebre e amata cantautrice francese, compreso il suo celebre abito nero. Ogni pezzo contribuisce a rievocare lo spirito unico della Piaf, sublime e tragica, cristallina ed eccessiva, proprio come la sua Parigi. Motown Museum, DetroitMarvin Gaye, Diana Ross, Stevie Wonder, i Jackson Five... sono solo alcuni degli artisti legati alla leggendaria etichetta di musica rhythm & blues e soul di Detroit fondata da Berry Gordy nel 1959, il cui culto si celebra in questo museo ricolmo di oggetti, immagini e memorabilia. Accennare qualche nota di Stop in the Name of Love nel mitico Studio A dove i The Supremes la incisero nel 1965, circondati da strumenti ed equipaggiamento originali, non ha prezzo. Icelandic Punk MuseumSe non sapete nulla di punk islandese o fino a oggi ne ignoravate addirittura l’esistenza, questo singolare museo ricavato all’interno di una ex-toilette pubblica di Reykjavík è il posto giusto per farvi una cultura. Inaugurato l’anno scorso da John Lydon - a.k.a. Johnny Rotten dei Sex Pistols in persona – racconta in particolare la scena punk e new wave degli anni ’70 e ’80, che in qualche modo ha contribuito alla nascita dell’universo musicale di artisti islandesi più noti come Bjork e i Sigur Ros.   

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05.06.2017

Nel nord-ovest della prefettura giapponese di Nagano sorge la catena dei monti Hida, detti anche “Alpi settentrionali”, le cui cime raggiungono anche i 3.000 metri, come i monti Kashimayari, Jii e Renge. Nel 2001, Ōmachi, considerata la porta d’accesso alla prefettura di Nagano dal lato della diga di Kurobe e della strada alpina di Tateyama Kurobe, è stata designata “Città montana della cultura”. Ōmachi è una famosa destinazione per escursioni e scalate, dove si possono svolgere attività sportive all’aria aperta che vanno ben oltre il semplice sci invernale. Nella parte settentrionale della città, i tre laghi di Nishina – Kizaki, Nakatsuna e Aoki – sono conosciuti per le crociere e per le meravigliose lucciolate estive. Infine, Ōmachi è nota anche per il tunnel sotto il monte Tate, che porta alla diga di Kurobe. La sua difficoltosa costruzione negli anni Cinquanta e Sessanta ha ispirato nel 1964 un celebre romanzo di Shoji Kimoto, dal quale sono poi stati tratti diversi film per il cinema e la TV. Proprio in questo periodo, lo straordinario paesaggio dei monti Hida si prepara a ospitare un bellissimo festival d’arte diretto da Fram Kitagawa e concentrato sui temi dell’acqua, del legno, della terra e del cielo, con la partecipazione di numerosi artisti giapponesi e stranieri che esporranno le proprie opere e un fitto programma di performance, musica ed eventi enogastronomici. Le donne del posto allieteranno gli ospiti raccontando leggende locali e preparando gli okohiru, le merende tradizionalmente consumate dai contadini durante le pause dal lavoro nei campi di riso, e lo Yōsuke Yamashita’s Special Quartet delizierà il pubblico con la sua musica jazz, che risuonerà oltre le valli fino ai monti e ai cuori degli ascoltatori. Per un’estate da ricordare. 

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22.05.2017

Martin Scorsese con Boardwalk Empire e Vinyl, David Fincher con House of Cards, le sorelle Wachowski con Sense8. Il fenomeno della migrazione di grandi nomi del cinema verso il piccolo schermo è sotto gli occhi di tutti: cimentarsi nella produzione e nella regia di serie per i grandi network e per i servizi di streaming è ormai considerato un motivo di vanto e di prestigio, così come lo è per gli attori entrare a far parte dei cast di queste produzioni, il cui livello è spesso equiparabile o superiore a quello delle produzioni cinematografiche. Tuttavia, questo accadeva anche nel passato, anche se con uno spirito diverso: dirigere per la televisione per un regista cinematografico poteva essere un modo per coprire periodi di inattività cinematografica, per sperimentare, oppure una sorta di scuola, un passo intermedio verso il cinema vero e proprio. Ecco alcuni dei grandi registi del Novecento che si sono prestati alle serie televisive, dai casi più noti a quelli più inaspettati. Alfred HitchcockCome dimenticare la panciuta silhouette del maestro del thriller nella sigla di apertura della serie Alfred Hitchcock Presents della CBS, andata in onda dal 1955 al 1962? All’epoca Hitchcock era già un mito e aveva diretto molti dei suoi film più celebri. Fra gli episodi più memorabili c’è Lamb to the Slaughter, tratto da un racconto del celebre scrittore Roald Dahl, più noto per i suoi libri per ragazzi. Richard DonnerPrima di dirigere film cult come I Goonies e Arma Letale con relativi sequel, Richard Donner, classe 1930, ha lavorato a lungo per la televisione, a partire dagli anni Cinquanta. Fra le serie di cui ha diretto episodi si contano L’isola di Gillighan, L’uomo da sei milioni di dollari e soprattutto un famoso episodio della serie Ai confini della realtà del 1963, Incubo a 20.000 piediRainer Werner FassbinderCorreva l’anno 1980 quando il regista che insieme a Herzog, Wenders e altri fu protagonista del Nuovo Cinema Tedesco (JDF) decise di adattare per la TV il romanzo di Alfred Döblin Berlin Alexanderplatz. Il risultato fu una monumentale miniserie di 14 episodi interpretati, fra gli altri dalla sua musa Anna Shygulla. Steven SpielbergForse non tutti sanno che il primo vero episodio di una delle serie investigative della storia della televisione è stato diretto nientemeno che da un venticinquenne Steven Spielberg agli esordi. Stiamo parlando di Colombo, che nel 1971 prese il via dopo due episodi pilota proprio con l’episodio diretto da Spielberg, Un giallo da manuale. Robert AltmanA fine anni Ottanta, quando a Hollywood trionfavano i film di cassetta, Altman visse un periodo un po’ difficile e così si rivolse alla televisione, dove aveva già lavorato a lungo in passato dirigendo celebri show (fra cui il western Bonanza). Nel 1988 diresse il geniale  Tanner ’88, un mockumentary (finto documentario) in cui un falso candidato presidenziale interpretato da Michael Murphy concorreva alle Primarie dei democratici del 1988 (vinta poi nella realtà da Michael Dukakis, sconfitto dal repubblicano George Bush senior). David LynchQuello di Lynch è forse il caso più emblematico di un regista cinematografico che dirige una serie TV di concezione già pienamente contemporanea. Con le sue due stagioni (per un totale di 30 episodi), infatti, I segreti di Twin Peaks (1990) è un po’ l’antesignana delle odierne serie thriller, seppure con tutte le peculiarità che da sempre contraddistinguono l’inclassificabile immaginario lynchiano, sospeso fra horror, soprannaturale, surreale e grottesco. A proposito, è di questi giorni il debutto della terza stagione, a 26 anni di distanza dalla trasmissione dell’ultimo episodio della seconda. 

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10.05.2017

Percorrendo le sponde del Tamigi nell’estremo ovest di Londra, nel quartiere di Twickenham, s’incontra un grazioso ponte pedonale che conduce fino a un’isoletta in mezzo al fiume. La leggenda vuole che qui Enrico VIII venisse a incontrare le sue amanti, ma il nome dell’isola, Eel Pie Island, deriva più semplicemente dalle deliziose pie ripiene di anguilla che qui si preparavano per sfamare i naviganti di passaggio, impegnati a trasportare le merci lungo il fiume. Curiosamente, però, Eel Pie Island vanta anche un ruolo di primo piano nella storia della musica inglese. Fino al 1967, infatti, sull’isola sorgeva un famoso albergo ottocentesco, l’Eel Pie Island Hotel, noto fin dagli anni ’20 per aver ospitato grandi musicisti jazz. Nel 1956 il rigattiere Arthur Chisnall riportò in vita l’Eel Pie Island Jazz Club, noto da quel momento in poi come Eelpiland Club, e l’operazione ebbe un tale successo che a partire dal 1963 il locale ospitò prima i quasi-esordienti Rolling Stones e poi, a seguire, artisti del calibro di David Bowie, Black Sabbath,The Who e Pink Floyd. In altre parole, quest’isoletta si conquistò un ruolo di primo piano sulla mappa della musica jazz, blues e rock britannica. Tuttavia, quell’epoca d’oro era destinata a terminare a breve: nel 1967, non disponendo dei capitali per la necessaria ristrutturazione, Chisnall chiuse il club, che in seguito venne occupato da un gruppo di anarchici, e più tardi ospitò la più vasta comune hippie d’Inghilterra. Nel 1970, un misterioso incendio mise fine alla gloriosa storia dell’Eel Pie Island Hotel, devastando completamente l’edificio. Ma gli abitanti dell’isola - una piccola ed eclettica comunità di meno di 150 persone che conta numerosi artisti ea artigiani - e i residenti di Twickenham non hanno dimenticato questa meravigliosa storia. Ed è proprio una di loro, Michele Whitby, ad aver lanciato l’idea di aprire un vero e proprio museo dedicato all’isola e alle vicende che l’hanno resa celebre nella strada principale del quartiere. Dopo aver raccolto fondi pubblici e contributi privati e radunato immagini, oggetti e cimeli legati all’avventura musicale dell’Eelpiland Club e aperto un museo pop-up nella biblioteca di Twickenham nel 2015, finalmente Whitby sembra essere riuscita nell’impresa e dalla prossima estate aprirà finalmente le porte la sede permanente dell’Eel Pie Island Museum. L’indirizzo è 1-3 Richmond Road, nel cuore del quartiere.   

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02.05.2017

C’è qualcosa di davvero distintivo nelle creazioni di SA13: è un delicato equilibrio di leggerezza, ironia e raffinatezza che rende le loro ceramiche, i loro oggetti e i loro poster subito familiari e, allo stesso tempo dotati di quel guizzo di creatività in più. Forse sarà perché uniscono l’estro artistico a funzionalità molto evidenti e concrete, fatto sta che in qualche caso capita di gridare al genio. C’è il porta riviste che è anche un porta carta igienica, c’è il portaburro targato Last Tango in Paris, ci sono le coppie di piatti che, insieme, raccontano una storia, e il poster che grida Fuck Minimalism a grossi caratteri contro ogni banalizzazione del “less is more”. Dietro tutto questo ci sono i padovani Silvia Montemitro, architetto, e Antonio Guion, artista. SA13 è il loro progetto a metà strada fra arte e design, nato nel 2014 da un'esigenza emotiva, quella di creare qualcosa che oltre ad avere una funzionalità pratica, contenesse il seme dell'opera d'arte, e che quindi potesse far pensare, sorridere, citare o evocare vicende. SJ: Qual è stata la vostra ispirazione iniziale?S&A: Ci facciamo influenzare da qualsiasi cosa, non solo dal mondo dell'arte o del design, ma da tutto ciò che ci stupisce, emoziona, appassiona. Tutto è nato un po' per scherzo. Abbiamo pensato di iniziare a disegnare una serie di grafiche per creare dei poster e per decorare dei piatti in ceramica. SJ: A proposito di ceramiche, le vostre sono prodotte a Nove (Vicenza) da artigiani esperti...S&A: Già. Produciamo in Italia, perché applichiamo un concetto di design “a chilometro zero”: usiamo fornitori locali, artigiani delle nostre zone. Per quanto spesso sia ormai un’etichetta vuota, il Made In Italy non potrà avere futuro se non ci rimbocchiamo le maniche.  SJ: Qual è la vostra formula per dosare funzionalità ed estro artistico quando di tratta di creare un oggetto?S&A: Non vogliamo fare cose eccentriche, strane o originali a tutti i costi. Vogliamo far sorridere, pensare, raccontare delle storie, fare cose che si possano usare o ammirare come pezzi d'arte. Non è un approccio migliore di altri, ma è il nostro. SJ: Qual è il vostro rapporto con il mondo del design in generale?S&A: Anche se naturalmente siamo curiosi e seguiamo quello che ci succede attorno, quello che fanno gli altri, non c’interessa competere o seguire le leggi del mercato, ma sviluppare un percorso fatto di ricerca e sperimentazione. Sicuramente non è facile - ci vogliono impegno, costanza e un po' di follia - ma siamo certi che tutto questo arriverà in qualche modo a chiunque possiederà un nostro pezzo. SJ: Come definireste la vostra azienda?S&A: Anche se immaginiamo, progettiamo e realizziamo nel nostro studio/officina, la maggior parte dei nostri prodotti, non siamo un'azienda, ci definiamo più una "bottega" contemporanea. In questa prima fase ci occupiamo di tutto: pensiamo, progettiamo, lavoriamo, stocchiamo, parliamo con i clienti, i negozi, i fornitori, facciamo le spedizioni, realizziamo, la grafica, le foto e i video.  SJ: Progetti per il futuro?S&A: Vorremmo che SA13, un giorno, diventasse un laboratorio dove convogliare creativi e curiosi ai quali insegnare tutte le tecniche di lavorazione, dove potranno imparare non solo a lavorare la ceramica, a saldare, o a lavorare il legno e tutto il resto, ma potranno anche interagire per la realizzazione delle immagini pubblicitarie, dei video, potranno modellare in 3D e stampare prove e prototipi, discutere con noi e un giorno staccarsi per mettere in pratica ciò che hanno imparato. Chiunque desiderasse venirci a trovare, per scambiare idee, per proporre delle collaborazioni, sappia che è il benvenuto, la nostra porta è aperta, il caffè è sul fuoco, i macchinari in funzione, appena varcata la soglia a dar loro in benvenuto una scritta: "YOU ARE NOT HERE". 

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20.04.2017

Succursale di Hollywood negli anni Cinquanta e Sessanta e da sempre scenario prediletto per l’ambientazione di molti film di culto, Roma è la capitale dell’industria cinematografia italiana fin dal 1937, anno di fondazione di Cinecittà, sorta in epoca fascista per evitare che il cinema americano e quello tedesco mettessero in ombra la cinematografia italiana. Sebbene abbia perso un po’ dello smalto e della grandezza che doveva esercitare ai tempi dei grandi colossal, la “Fabbrica dei sogni” merita ancora una visita, soprattutto per vedere dal vivo i grandi set, fra i quali la Roma antica utilizzata per le riprese di Cleopatra e Ben Hur.  Tuttavia, se i tour organizzati non fanno per voi, non serve certo andare a Cinecittà per esplorare la Roma cinematografica: è infatti la città stessa, quella vera, ad aver fatto da sfondo ad alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema. Ciascuno può dunque divertirsi a costruire un itinerario a tema sulle tracce dei propri film preferiti. La filmografia felliniana vi porterà da via Veneto alla Fontana di Trevi (La dolce vita), dalla Passeggiata Archeologica sull’Appia Antica (Le notti di Cabiria) fino alle sponde del Tevere sotto Ponte Sant’Angelo (Lo sceicco bianco). Seguendo Pasolini attraverserete Trastevere (Mamma Roma) e il Testaccio (Accattone), mentre sul Lungotevere Flaminio riconoscerete l’ambientazione della commovente scena finale di uno dei più grandi capolavori di Vittorio De Sica, Ladri di biciclette. E via così fino a Vacanze Romane di Wiliam Wyler, dove compaiono Palazzo Barberini, la scalinata di Trinità dei Monti e la Bocca della Verità sotto il portico di Santa Maria in Cosmedin. 

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03.04.2017

Tutti amano New York, giusto? Eppure, non è sempre stato così: a metà degli anni Settanta le strade della città erano sporche, pericolose e infestate dal crimine. C’erano quartieri nei quali non era proprio il caso di mettere piede, epidemie da eroina e cocaina e continui scioperi dei netturbini. Nel 1975, la città evitò per un pelo la bancarotta, per non parlare del famoso blackout del 1977 e dei disordini che seguirono. La città aveva bisogno di soldi, e soprattutto di una nuova immagine. E fu proprio a quel punto che entrò in gioco la celebre campagna I Love New York. Ideata dall’agenzia pubblicitaria Wells Rich Green e accompagnata dall’iconico logo disegnato da Milton Glaser, l’operazione includeva anche una serie di spot televisivi (lanciati il 14 febbraio 1978) per promuovere la programmazione teatrale di Broadway, con la partecipazione di molte celebrità e star di Broadway actors fra cui Gregory Peck, Liza Minnelli, Cher, Mickey Rooney, Lauren Bacall e Angela Lansbury. Il jingle, composto da Steve Karmen nel 1977, divenne di lì a poco l’inno ufficiale dello stato di New York, committente della campagna; poi arrivarono le magliette e i gadget con il logo, e il resto è storia: l’operazione funzionò come un catalizzatore di energie positive, la città si rimise lentamente in piedi, i suoi abitanti ritrovarono l’orgoglio nei confronti ella Grande Mela e il turismo esplose. La rinascita era finalmente cominciata. 38 anni più tardi, nel 2016, 60.3 milioni di persone hanno visitato la città, segnando un nuovo, incredibile record. 

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27.03.2017

La Milano-Laghi è la più antica autostrada del mondo, ma a renderla speciale è soprattutto il percorso su cui si sviluppa: superato l'aereoporto di Milano Malpensa, la frenesia urbana cede definitivamente il passo e un'atmosfera accogliente e vagamente surreale - ci troviamo nel cuore di una delle aree più industrializzate d'Europa, eppure siamo circondati da boschi. È la Milano prealpina, dove i centri urbani costellano senza soluzione di continuità la pianura padana che diventa collina. I laghi lombardi sono frutto dell'erosione dei ghiacciai avvenuta milioni di anni fa e sembrano scivolare dalle alpi alle colline moreniche che ne interrompono la corsa a sud. Fra questi, il più noto è forse il Lario o Lago di Como, con i due inconfondibili rami alle cui estremità si trovano, appunto, Como e Lecco. Como è una cittadina dalle tante anime che offre allo sguardo le sue piazze e le sue architetture con una sorta di timidezza, come a non voler sfidare l'insuperabile bellezza del lago e il suo profilo di montagne, fra le quali il Sacro Monte, patrimonio dell'Unesco dal 2003. Cuore della città è la Cattedrale di Santa Maria Assunta, che molti indicano come l'ultima cattedrale gotica costruita in Italia, accanto alla quale sorgono i coevi Palazzo del Broletto e la Torre Civica. Porta Torre è l'emblema della Como Medievale, nonché l'ultima porta rimasta intatta delle mura che cingevano all'epoca tutta la città, mentre il neoclassico Tempio Voltiano del 1928 e la Torre Gattoni, trasformata nel 1783 in laboratorio di fisica, sono legati alla figura di Alessandro Volta, il grande scienziato inventore della pila e del primo generatore elettrico, che nacque qui nel 1745. Ma Como è anche una città futurista e razionalista, segnata dall'attività dell'architetto Giuseppe Terragni nella prima metà del '900 Sembra insomma che ogni secolo abbia aggiunto lustro alla città, che prosegue idealmente con i paesi sulle rive del lago con le meraviglie delle loro maestose ville circondate da enormi giardini all'italiana e orti botanici perlopiù visitabili: Villa D'Este a Cernobbio, hotel di lusso dal 1873; Villa Serbelloni e Villa Melzi d'Eril a Bellagio, Villa Lucini Passalacqua a Moltrasio, Villa Carlotta con le sue statue e fontane e la casa museo Villa Monastero a Varenna, antico convento e dimora patrizia. Ubicate sul promontorio alla giunzione dei due rami del lago, queste ville raccontano lo splendore della nobiltà lombarda dal Seicento al XX secolo e oggi regalano un'atmosfera di aristocratico relax nella natura che ha sedotto le celebrità di tutto il mondo. Da non perdereUn giro in battello fino a Cernobbio Percorrere il Lario con il battello da una sponda all’altra è il modo migliore per prendere confidenza con questi meravigliosi luoghi. Grazie all’efficiente servizio di navigazione che collega tutte le località lariane, è possibile muoversi comodamente a bordo di battelli, traghetti e piroscafi. Per un breve ma intenso viaggio, consigliamo la partenza dal porto della città di Como con arrivo a Cernobbio, dove si potrà trascorrere l’intera giornata tra straordinari profumi e colori tipiciL’isola di Comacina Unica isola del Lago di Como, Comacina fu protagonista della storia comasca in età romana e medievale come importante centro diocesano, prima di essere rasa al suolo nel 1169, quando decadde rapidamente finendo in uno stato di abbandono. Soltanto dal 1900, grazie alla costruzione di un piccolo villaggio per artisti, l’isola ricominciò a vivere, e oggi grazie alla bellezza di quelle costruzioni e agli splendidi panorami vale decisamente una visita, anche perché si tratta di una delle aree di testimonianza archeologica più interessanti dell’Italia settentrionale per quanto riguarda l’alto Medioevo. BellagioProprio sulla punta del promontorio che separa i due rami del Lago di Como, quello comasco e quello lecchese, si trova la piccola cittadina di Bellagio, detta la “Perla del Lago di Como” ma anche “la Città dei Giardini” grazie alla presenza di numerosi boschi di querce, abeti, faggi e castagni.Il centro del paese è una piccola e incantata successione di vicoli che si arrampicano sul promontorio fra abitazioni colorate, lunghe scalinate e antiche chiese, fino ad arrivare alla punta Spartivento, l’estremità dove i due rami del lago si fondono in uno solo. Sontuose ville furono costruite qui da nobili e ricchi borghesi fra il Settecento e l’Ottocento, con lo scopo di ospitare personaggi illustri di fama internazionale, fra i quali Napoleone Bonaparte, Franz Liszt e Alessandro Manzoni, che scrisse diversi capitoli de I Promessi Sposi, ambientato proprio sul lago, durante il suo soggiorno presso Villa Serbelloni. Domaso e Gera LarioDomaso è un antico paese di pescatori situato in un’incantevole posizione nell’Alto Lario occidentale, alla foce del fiume Livo, e caratterizzato da importanti strutture architettoniche come la chiesa di San Bartolomeo con la famosa tela di Giulio Cesare Procaccini “Madonna con il bambino e San Pietro”. Proseguendo lungo le rive del lago verso nord est, Gera Lario, meta prediletta per gli amanti degli sport d’acqua e del trekking, conta fra le sue bellezze la chiesa romanica di San Vincenzo, famosa per i suoi resti romani e paleocristiani. La Funicolare Como – Brunate Costruita nel 1894 allo scopo di connettere le due città in modo veloce, questa funicolare che dal lungolago nel centro di Como porta fino alla località montana di Brunate, a 720 metri d’altezza, nel corso degli anni è stata più volte restaurata, fino a raggiungere il suo aspetto attuale nel 1951. Il viaggio dura appena 7 minuti, e da lassù la vista spazia dal lago alla pianura fino alle Alpi occidentali.  Crediti fotografici:Villa Bernasconi a Cernobbio: foto di Dario Crespi su licenza CC BY-SA 4.0La funicolare Como-Brunate: foto di Nicolago su licenza CC BY-SA 3.0

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23.03.2017

Intorno agli anni Venti, la New York Public Library cominciò a documentare i cambiamenti della città di New York raccogliendo immagini storiche e contemporanee con una particolare attenzione ai nuovi edifici e cantieri. La collezione continuò ad arricchirsi sistematicamente nel tempo attraverso immagini commissionate, acquisti vari e donazioni fino agli anni Settanta, trasformandosi in una risorsa davvero interessante composta da oltre 80,000 fotografie originali di New York datate dal 1870 circa fino al 1970. Oggi, grazie alla digitalizzazione di quelle immagini, la collezione Photographic Views of New York City, 1870s-1970s può essere consultata direttamente da tutti sul sito della NYPL, ma poiché la quantità di documenti è davvero enorme la navigazione può risultare difficile, specie se non si ha una chiave di ricerca precisa. Ed è proprio qui che ci viene in aiuto Old NYC, un side-project realizzato dall’ex ingegnere di Google Dan Vanderkam con l’obiettivo di offrire un sistema alternativo di navigazione dell’archivio. Vanerkam e i suoi collaboratori, con l’aiuto della NYPL, hanno sostanzialmente associato latitudine e longitudine alle immagini della collezione, georeferenziandole in modo che fosse possibile farle corrispondere a dei punti sulla mappa città. Il risultato è che l’utente può cliccare su un luogo in particolare e visualizzare immediatamente l’immagine di come appariva in un passato più o meno lontano. Davvero fantastico!  

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16.03.2017

Il susseguirsi dei gesti ripetitivi di Copi, l’impiegato bancario protagonista di Alike, riprende quello che è un po’ uno standard della rappresentazione cinematografica, a partire dalla catena di montaggio di Charlie Chaplin in Tempi moderni. L’aspetto alienante del lavoro, in effetti, sembra essersi tutt’altro che estinto con il passaggio dall’economia industriale a quella dei servizi, e anzi nel mondo digitale l’isolamento e la solitudine dell’impiegato appaiono ancor più evidenti, insieme alla quantità crescente di tempo che, in un mondo in cui siamo perennemente connessi, la sfera lavorativa fagocita sottraendola a quella personale e affettiva. Ed è proprio su questa semplice costatazione, tanto naïf quanto illuminante, che gli otto minuti di Alike si concentrano, mostrandoci l’assurdità latente del nostro stile di vita attraverso gli occhi di un bambino, Paste, sul quale il padre Copi - come il nome stesso evoca - sta gradualmente e inesorabilmente “incollando” la propria rassegnazione alle regole di un’esistenza letteralmente grigia e priva di distrazioni. Ma una speranza, naturalmente, c’è, e qui ci appare sotto forma di un’epifania musicale che si risolve in un abbraccio capace di ridare colore all’esistenza. Alike è in film diretto da Daniel Martínez Lara e Rafa Cano Méndez e prodotto da Daniel Martínez Lara e La Fiesta P.C. con il supporto di Pepe-School-Land.  

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13.03.2017

“La Cina è vicina”, recitava il titolo di un celebre film del 1967. Oggi, questo adagio, che in quel contesto voleva essere una semplice boutade, è più vero che mai. I rapporti fra Italia e Cina sono sempre più stretti e forti, sia per motivi commerciali sia grazie alla presenza nel nostro paese di una comunità cinese che supera i 330.000 residenti. Eppure, la convivenza di questi due mondi non è necessariamente sinonimo di uno scambio culturale e di conoscenza reciproca fra le due culture. Ecco perché iniziative come quella che sta per aprirsi a Vicenza nella splendida cornice della Basilica Palladiana sono non soltanto benvenute, ma necessarie. Stiamo parlando di Flow, l’evento a cura di Maria Yvonne Pugliese e Peng Feng organizzato dal Comune di Vicenza in collaborazione con l’Associazione Culturale YARCWork in progress giunto quest’anno alla sua seconda edizione, ancora una volta questa mostra dalle caratteristiche uniche mette in scena un dialogo ideale fra l’arte contemporanea cinese e quella italiana grazie al lavoro e alle opere di 24 artisti italiani e cinesi che, oltre a parlare due lingue diverse, utilizzano i più disparati supporti materiali e immateriali e linguaggi artistici, dalla performance dal vivo alla ceramica, dal plexiglas al neon, dalla lana alla carta, dalla tela alle tecnologie digitali. Il risultato è un’esperienza inevitabilmente ricca e insolita, dove i punti di vista sulle due culture e sul loro incontro si moltiplicano senza vincoli e senza limiti, lasciando l’osservatore libero di costruire la propria personale interpretazione delle singole opere e degli accostamenti avvicinandosi così a un’altra cultura ma anche a se stesso e ai propri mondi interiori. A “guidare” in un certo senso il visitatore saranno soltanto i video autoprodotti dagli stessi artisti, nei quali si racconta il percorso di idee e di azioni hanno portato alla realizzazione delle opere, e le parole di due filosofi, Marcello Ghilardi e Riccardo Caldura, chiamati ad approfondire il senso della parola cardine della mostra: quel “dialogo” che essa intende instaurare fra Italia e Cina. 

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07.03.2017

Romantica, caotica, folle, violenta, pittoresca o surreale. Qualunque sia la Parigi alla quale siamo più affezionati, non c’è dubbio che a comporne l’immagine nella nostra mente non sia stata soltanto l’esperienza diretta, ma anche quella cinematografica, che nel tempo ha depositato strati d’immagini, storie e visioni nel nostro immaginario, rimescolando il tutto per restituirci un’idea della città, della sua essenza e dello stile parigino che – quella sì – è in un certo senso soltanto nostra. Un’idea nella quale gli elementi si sono ormai talmente ingarbugliati che a volte è impossibile distinguere la Parigi reale da quella ideale. Difficile dire se Parigi sia il luogo più cinematografico del mondo o semplicemente la città che più di tutte il cinema ha contribuito a immortalare - fatto sta che nella nostra idea di Parigi queste storie e queste immagini giocano un ruolo di primo piano Sotto i tetti di Parigi (René Clair, 1930)Quella raccontata dal primo film sonoro francese, girato in realtà su un grande set a Épinay, alle porte della città, è una Parigi popolare abitata da artisti di strada, ladruncoli e personaggi dalle condizioni modeste. Sul paesaggio spiccano i tetti del titolo, ripresi dall’alto nella sequenza iniziale fra il fumo dei camini e il suono di una fisarmonica. I 400 colpi (François Truffaut, 1959)Per il dodicenne Antoine Doinel, abbandonato a se stesso dalla scuola e dalla famiglia, la Parigi di fine anni Cinquanta è il luogo della formazione, della libertà e dell’avventura, che sa farsi tanto affascinante quanto pericolosa. Indimenticabili le sequenze che raccontano il suo girovagare. Bande à part (Jean-Luc Godard, 1964)Una sola parola: Louvre. L’immagine dei tre ragazzi che corrono tenendosi per mano attraverso le sale del Musée du Louvre per superare un fantomatico record di velocità è forse una delle più citate e familiari del cinema francese, quasi un cliché (ripresa anche in anni recenti da Bertolucci nel film The Dreamers). Ma non nell’originale, film emblema di quella Nouvelle Vague che tanto ha dato a Parigi in termini d’immagine. Ultimo tango a Parigi (Bernardo Bertolucci, 1972)A dispetto del titolo, il mondo di Ultimo Tango a Parigi è tutto racchiuso in un interno, nell’appartamento di rue Jules Verne (quartiere di Passy) dove due sconosciuti s’incontrano e, attraverso il sesso e la passione, cercano di costruirsi un’identità alternativa. Fuori, per le strade della città, nel locale si balla il famoso tango, c’è la realtà, e con essa tutto ciò a cui desiderano sfuggire – fallimenti, mancanze, miseria, convenzioni. Tre colori - Film blu (Krzysztof Kieślowski, 1993)Una grande città dove trovare la solitudine e l’anonimato necessari per affrontare il lutto: questa è Parigi per la vedova Julie, che dopo essere sopravvissuta all’incidente che ha ucciso il marito e la figlia abbandona la sua villa di campagna per affittare un appartamento. Per quanto presenti e simbolicamente significativi, i mercati, le strade, i caffè, i locali equivoci, la piscina Pontoise, restano come sfocati sullo sfondo, un po’ cianotici sotto le luci azzurrine. L’odio (Mathieu Kassovitz, 1994)Con La Haine, la Parigi delle banlieue - della quale una ventina d’anni più tardi si sentirà parlare parecchio - fa per la prima volta la sua comparsa sul grande schermo, avvolta da un crudo bianco e nero che evoca i reali fatti di cronaca ai quali i film è ispirato. Sfondo delle turbolente vicende è la banlieue di Chanteloup-les-Vignes, un agglomerato urbano di palazzoni brutalisti eretto negli anni Sessanta nelle campagne fuori Parigi. Il favoloso mondo di Amélie (Jean-Pierre Jeunet, 2001)Quella di Jeunet e della sua adorabile e stramba Amélie è una Parigi insolita, romantica, sorniona e un po’ surreale, tinta di colori desaturati e pastellosi, e abitata da personaggi altrettanto bizzarri. Un “favoloso mondo”, per l’appunto, di cui protagonista assoluta è tutta la zona intorno alla Butte, la collina di Montmartre, già di per sé pittoresca, dove si trovano anche il Café des deux Moulins, dove Amélie lavora, e la bottega Au marché della Butte, dove fa la spesa. Prima del tramonto (Richard Linklater, 2004)Restiamo sul romanticismo puro con il secondo episodio della famosa trilogia di Linklater, che qui ci fa ritrovare Jessie e Celine di Prima dell’alba a nove anni di distanza, non più a Vienna ma in una Parigi un po’ patinata dove la fanno da padroni Shakespeare & Co., il lungosenna e i bistró. La città si fa un po’ più “vera” quando i due protagonisti lasciano la strada per addentrarsi nel bel cortile dove vive Celine in Court de l’Étoile d’Or, a due passi da Place de la Bastille. Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)  “Che Parigi esista e qualcuno scelga di vivere in un altro posto nel mondo sarà sempre un mistero per me”. Non servivano certo queste parole, attribuite al personaggio di Adriana, per comprendere quanto Woody Allen ami Parigi, o meglio ciò che per lui la città rappresenta. E la Parigi ideale di Woody Allen è quella degli anni Venti, quella di Picasso, Buñuel, Dalì, quella Gertrude Stein e Cole Porter, di Francis Scott e Zelda Fitzgerald. Tutti personaggi che come macchiette popolano una città da cartolina simile a quella già comparsa in Tutti dicono I love you, ma in versione retrò. La schiuma dei giorni (Michel Gondry, 2013)Fra i tanti volti cinematografici di Parigi non poteva mancare quello di Gondry, certamente il più straniante, tanto più in questo film tratto da uno dei romanzi più strani della storia, La schiuma dei giorni di Boris Vian. Gondry traspone lo stile insolito del romanzo in visioni altrettanto surreali, e così ecco Parigi piegarsi agli stati d’animo dei protagonisti nella forma e nel colore, e riempirsi di quelle strane creature meccaniche che rappresentano un po’ il marchio di fabbrica del regista. 

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06.03.2017

Era il 1917 quando il pittore Theo van Doesburg fondò a Leida, nell’Olanda meridionale, una rivista chiamata De Stijl (Lo Stile) per promuovere l’omonimo movimento artistico d’avanguardia olandese, del quale facevano parte artisti famosi come Gerrit Rietveld, Bart van der Leck e soprattutto Piet Mondriaan, il cui uso dei colori primari unito alle linee verticali, che fu d’ispirazione a molti altri architetti, designer, pubblicitari e stilisti. Alla base di DeStijl c’era l’idea di fondare un’arte nuova, unita alla convinzione che attraverso il design e l’architettura si potesse in qualche modo cambiare il mondo e renderlo migliore. Una convinzione, quest’ultima, che resta ancora oggi, a un secolo di distanza, profondamente radicata nella cultura olandese; ed è proprio per celebrare questa continuità che, in occasione del centenario della fondazione della rivista, per tutto il 2017 il tema “Da Mondriaan al design olandese” sarà protagonista di svariati eventi in diverse città del paese. L’occasione è dunque perfetta per imparare a conoscere l’Olanda oltre Amsterdam, seguendo il filo dell’arte e del design. Ecco qualche spunto da cui cominciare. All’Aia sulle tracce di MondriaanIl bellissimo edificio in stile Art Déco del Gemeentemuseum Den Haag all’Aia che conserva diverse opere di Monet, Picasso, Schiele, Kandinsky, Louise Bourgeois, Francis Bacon e molti altri, dal 30 giugno al 24 settembre ospiterà ben 300 opere di Piet Mondriaan nonché la più grande collezione al mondo di opere d'arte di De Stijl. In più, fino al 21 maggio, la mostra già in corso Piet Mondrian e Bart van der Leck - L'invenzione di una nuova arte esplora in 80 opere il rapporto tra i due artisti olandesi, mentre dal 10 giugno al 17 settembre con L'architettura e gli interni di De Stijl s’indaga su come il movimento riuscì ad anticipare i tempi gettando le basi del design contemporaneo - le stesse che influenzano ancora oggi le nostre vite.  A Leida, città della fondazioneA mezz’ora dall’Aia, questa deliziosa città universitaria a due passi dal mare e circondata da campi di fiori è l’ideale per un’esplorazione primaverile. Ma si tratta anche della città dove Theo van Doesburg e Modriaan fondarono De Stijl un secolo fa, e dunque quest’anno sarà protagonista con diversi eventi, a cominciare dalla mostra a cielo aperto Openlucht Museum De Lakenhal (dal 2 giugno al 27 settembre), che vedrà la bellissima Pieterskerkplein (la piazza antistante la Chiesa di San Pietro) ospitare un prototipo esclusivo della Maison d'Artiste, un'elaborata casa di artisti cubista progettata da Van Doesburg e dall'architetto Cor van Eesteren nel 1923. Dall'11 maggio al 2 settembre, la Galleria LUMC presenterà le opere di 10 artisti contemporanei ispirate all'astrazione geometrica di De Stijl, mentre dal 18 maggio al 6 agosto, davanti all’imponente chiesa gotica di San Pancrazio nel centro storico, si potranno ammirare diverse sculture contemporanee ispirate a De StijlNel distretto olandese del designLa regione del Brabante Settentrionale, luogo natale di Vincent van Gogh e Hieronymus Bosch, comprende e città le città di Eindhoven, Den Bosch, Breda, Tillburg e Helmond ed è considerato il distretto del design olandese. Dalla Settimana del Design Olandese di Eindhoven ai numerosi musei ed edifici da scoprire, inutile dire che queste zone sono la meta ideale per chi desidera approfondire il tema del design nonché la conoscenza di pionieri come Gerrit Rietveld, autore della famosa sedia rossa e blu, esponenti del design contemporaneo ed emergenti. Fra gli eventi di quest’anno segnaliamo la possibilità di visitare l’edificio dell’ex fabbrica tessile De Ploeg, a Bergeijk, progettata da Rietveld secondo i principi del movimento De Stijl e circondata dal parco opera  dell'acclamato architetto paesaggista Mien Ruys. 

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01.03.2017

Correva l’anno 1944 quando il fascinoso Humphrey Bogart, allora quarantacinquenne, conobbe la diciannovenne e bellissima Lauren Bacall sul set di Acque del sud. Fu amore a prima vista, seguito dal matrimonio l’anno successivo e dalla nascita di due figli. In queste immagini della Settimana Incom del 10 maggio 1951 tratte dal prezioso archivio dell’Istituto Luce, vediamo la leggendaria coppia hollywoodiana in vacanza a Venezia, alle prese con il classico giro in gondola, con tanto di Ponte di Rialto sullo sfondo. Una vera e propria cartolina d’epoca accompagnata dall’inconfondibile retorica e dalla voce impostata ereditate dai classici cinegiornali degli anni Quaranta, dei quali la Settimana Incom fu un po’ l’erede. La favola d’amore fra i due divi, dopo aver riempito i rotocalchi di mezzo mondo, sarebbe durata ancora fino alla prematura morte di lui, appena sei anni dopo. 

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14.02.2017

Un “palazzo della cultura”. Così il Presidente del Consiglio Mattarella ha definito la nuova Fondazione Feltrinelli di via Pasubio a Milano, l’edificio di vetro e cemento che da qualche tempo svetta a ridosso dei vecchi caselli di Porta Volta, in un’area nel cuore della città distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e rimasta inutilizzata per settant’anni. Opera del celebre studio di architettura svizzero Herzog & De Meuron, inaugurata nello scorso dicembre a due anni dalla posa della prima pietra, l’iconica struttura non è infatti l’ennesimo edificio di rappresentanza affidato all’estro dell’archistar di turno, bensì il frutto di un progetto culturale a tutto tondo che, pur essendo stato realizzato con capitali interamente privati, si propone come servizio pubblico per il quartiere e per la città. La sostanza è data innanzitutto dall’eredità della Fondazione che porta il nome di Giangiacomo Feltrinelli, fondatore dell’omonimo Istituto e dalla casa editrice, e che dal 1974 porta avanti la sua opera di promozione della letteratura e della cultura. Un’eredità che conta 270.000 volumi e 16.000 periodici e che fa della Fondazione uno dei maggiori centri europei di documentazione e ricerca nel campo delle scienze storiche, politiche, economiche e sociali. Questo patrimonio è consultabile da studiosi e privati grazie al lavoro del personale della Biblioteca, ma rappresenta anche la base dei tanti eventi e incontri culturali organizzati dalla fondazione nei suoi spazi, a cominciare dalla Sala Polifunzionale. La bellissima Sala Lettura al quinto piano, sotto il tetto spiovente del palazzo e inondata dalla luce che entra dalle grandi vetrate affacciate sulla città, è forse il luogo più suggestivo della nuova sede, e anche quello più amato da chi la frequenta, tanto che è davvero dura trovare un posto libero. Vi si può accedere gratuitamente fino a esaurimento posti, godendone la tranquillità e la vista, e naturalmente approfittando del ricchissimo archivio della Fondazione. Al piano terra c’è la libreria – non una Libreria Feltrinelli qualunque, ma un concept store più piccolo i cui settori ricalcano gli ambiti disciplinari di ricerca della Fondazione, dalle scienze umane e sociali fino alla letteratura e alle arti visive. E proprio all’interno della libreria c’è un altro spazio che vive con il quartiere, il Bar Babitonga, un’isola fra i libri aperta fino a tarda sera, ai cui tavoli si può mangiare qualcosa in ogni momento della giornata, dal caffè con brioche mattutino fino al cocktail post-cena, o magari, se si è di passaggio, improvvisare una salvifica postazione di lavoro usufruendo del wi-fi gratuito. Ospite del palazzo è anche Microsoft, la cui nuova sede comprende un’area dedicata al mondo dei consumatori dove scoprire e sperimentare le ultime tecnologie del gruppo e un laboratorio didattico dedicato a sviluppatori, startup e professionisti IT. 

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17.01.2017

Non è un mistero che Monaco di Baviera custodisca un patrimonio artistico e culturale di enorme valore, eppure i suoi musei sono meno conosciuti del Louvre di Parigi e della National Gallery di Londra. Ma la verità è che meritano senza dubbio una visita approfondita - in particolare le tre Pinakotheken che, letteralmente a due passi l’una dall’altra nel centralissimo quartiere dei musei, offrono al visitatore la possibilità d’immergersi nella storia dell’arte dal 1300 a oggi. Inaugurata nel 1836, la Alte Pinakothek raccoglie 700 capolavori eseguiti fra il ’300 e il ’700, commissionati e raccolti nel corso dei secoli dai reali bavaresi. Fra i nomi compresi nella collezione figurano quelli di Rubens, Dürer, Bruegel, Rembrandt, Leonardo, Tiziano, Raffaello, Tiepolo, Giotto, Van Dyck e Velásquez. Parzialmente danneggiato nel corso della Seconda Guerra Mondiale (le opere erano state preventivamente messe in salvo allo scoppio della guerra, nel 1939), l’edificio fu ristrutturato e riaperto al pubblico nel 1957. Il nostro viaggio prosegue con i capolavori dell’Ottocento conservati presso la Neue Pinakothek, la cui sede attuale, proprio di fronte alla Alte Pinakothek, è in stile contemporaneo e venne inaugurata nel 1981 su progetto di Alexander von Branca. Il museo originale, fatto costruire da Ludwig I di Baviera, era infatti stato particolarmente danneggiato dai bombardamenti. La collezione raccoglie dipinti e sculture realizzate a partire da fine ’700 fino ai primi del Novecento, arrivando a comprendere le correnti del Simbolismo e del Liberty. Passeggiando fra le sue sale si spazia dunque da Delacroix e Courbet ai maestri dell’impressionismo, da Van Gogh a Gauguin, da Klimt a Munch. Un’esperienza davvero incredibile, ulteriormente arricchita dalle magnifiche statue di Rodin, Canova e altri grandi scultori. L’arte moderna e contemporanea, insieme a scultura fotografia, design, grafica e architettura dal ’900 a oggi, trova spazio infine nella bellissima Pinakothek der Moderne, il più importante museo d’arte contemporanea di tutta la Germania. Il grande complesso museale, progettato da Stephan Braunfels e inaugurato nel 2002, comprende quattro musei indipendenti ma collegati fra loro: la galleria d’Arte Moderna, la Neue Sammlung, dedicata al design, il Museo d’architettura della Technische Universität di Monaco e la Collezione grafica statale. Kandinskij, Klee, Magritte, Dalì, Picasso Bacon, Baselitz, Warhol, Boccioni, Giorgio de Chirico e Fontana sono solo alcuni degli artisti le cui opere potrete ammirare in questo spazio avveniristico e inondato di luce - in particolare nella famosa cupola di vetro al centro dell’edificio. Crediti fotograficiFacciata della Alte Pinakothek: foto di Gras-Ober su licenza CC-BY-SA-3.0Neue Pinakothek: foto di Nicholas Even su licenza CC-BY-SA-2.5Pinakothek der Moderne: foto di Rufus46 su licenza CC-BY-SA-3.0 

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17.01.2017

Una cittadina a nord est Parigi, alle porte della città, ma separata dalla Ville Lumière dal confine fisico e simbolico della Péripherique, il raccordo anulare parigino. È Pantin, dove la città incontra la campagna, attraversata dall’ottocentesco Canal de l’Ourcq e caratterizzata da ampi spazi verdi e da diversi esempi di archeologia industriale. Negli ultimi anni, questa zona prima considerata decisamente extraurbana, seppure ben collegata con Parigi, sta subendo una progressiva trasformazione, che in qualche modo “minaccia” di risucchiarla nel tessuto della città secondo il classico copione della gentrification, che porta nuovi abitanti nei quartieri più periferici delle grandi città comportando una riqualificazione e, al contempo, un aumento vertiginoso del prezzo degli affitti e degli immobili. Succede a New York, succede a Londra e succede anche a Parigi. Ma nel caso di Pantin, per il momento questo fenomeno sta generando soltanto ricadute positive. Galleristi, aziende di moda e di design, agenzie di comunicazione e persino banche – BNP-Paribas si è insediata nel rinnovato edificio industriale dei Grands Moulins de Pantin - sono approdate in questa zona per lungo tempo dimenticata, promuovendone il rinnovamento e contribuendo ad attirare i parigini che già amavano passeggiare lungo il canale e ammirare i graffiti che adornavano l’edificio noto come magasins généraux, un vecchio magazzino per lo stoccaggio di grano e farina affacciato sul corso d’acqua. E proprio i magasins généraux sono nati a nuova vita da qualche mese grazie al colosso della pubblicità BETC, che ha trasferito qui parte delle sue attività impegnandosi attivamente nella vita culturale del quartiere in collaborazione con il Municipio. Così, del 22.000 metri quadri del grande edificio, 1.800 sono riservati a un’area chiamata The Garage, dedicata a musicisti, artisti, registi e produttori. Tutto il piano terra dei magasins è aperto al pubblico, con lo spazio creativo La Grande Salle, il mercato di prodotti bio Le Pantin e il ristorante con musica dal vivo Les Docks de la Bellevilloise, la cui apertura è prevista per la primavera. Allo stesso tempo, BETC s’impegna a preservare il patrimonio di graffiti che da anni adornavano l’edificio tramite il progetto Graffiti Général, che prevede la realizzazione di un sito web e di un volume dedicati, oltre a una grande mostra nella quale saranno esposti una trentina di pezzi già messi in salvo. Infine, l’agenzia promuove costantemente  le attività di tutte e altre istituzioni culturali di Pantin: BETC è infatti uno degli ultimi arrivi nel “quartiere”, perché qui già erano attivi, fra gli altri, la celebre galleria d’arte di Thaddaeus Ropac, il Centre National de la Danse, il Banlieues Blues Jazz Festival, il birrificio Gallia, i centri di produzione e sviluppo di Hermès and Chanel, senza dimenticare il Théâtre du Fil de L’Eau, all’interno di un’ex-fabbrica affacciata anch’essa sul canale. Dunque sembra proprio che nei prossimi mesi e anni sentiremo parlare di Pantin sempre più spesso. Nel frattempo, per restare aggiornati su quel che succede lungo il Canal de l’Ourcq, potete consultare la pagina di BETC dedicata agli eventi culturali in zona. Crediti fotograficiLes Grands Moulins de Pantin: foto di Benh LIEU SONG su licenza CC BY-SA 3.0  

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09.01.2017

Da dove vengono gli abiti che indossiamo? Chi li ha cuciti, tinti, tagliati, chi ha coltivato le materie prime? Quali sono i volti, le condizioni e le vicende delle persone che hanno contribuito a confezionarli? Forse, se tutti ci facessimo questa domanda prima di scegliere un capo, i nostri comportamenti d’acquisto potrebbero cambiare notevolmente. Come ha detto l’attivista irlandese (nonché moglie del più celebre Bono Vox) Ali Hewson, “portiamo addosso le storie delle persone che hanno creato i nostri abiti. Ecco il messaggio forte e chiaro che arriva da questo bellissimo cortometraggio di qualche anno fa commissionato dall’agenzia inglese Eco-Age, specializzata nella comunicazione di valori etici e sostenibili, e diretto da Mary Nighy. Nel film vediamo la splendida Elettra Rossellini Wiedemann indossare un abito elegante e una serie di accessori e gioielli, mentre le mani delle persone che li hanno realizzati si materializzano, come impronte viventi (di qui il titolo, Handprint). Ad accompagnare le mani arrivano poi anche le voci, i volti e i nomi. Un’idea davvero interessante e realizzata con grande maestria ed efficacia. Il film è stato prodotto da White Lodge, divisione fashion di Blink, e scritto in collaborazione con Zoe Franklin. 

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04.01.2017

Il fiume non smette mai di scorrere, eppure l’acqua non è mai la stessa. Con queste parole tratte dall’Hojoki (un classico del 1212 scritto dal poeta, musicista ed eremita giapponese Kamo no Chomei), Kouhei Nakama riassume il senso delle meravigliose immagini di questo piccolo capolavoro di video arte. Visual art director presso lo studio WOW, Kouhei traduce in visioni i cambiamenti che il corpo umano attraversa in ogni momento delle nostre vite, invisibili dall’esterno ma rintracciabili sulle nostre cellule e sui nostri organi, dove vita e morte si susseguono in continuazione. La vita, dunque, esiste proprio grazie a questo ciclo di vita e di morte interna al corpo, che nell’immaginazione di Nakama prende la forma di una spirale fluida, capace di operare piccoli cambiamenti successivi fino ad esplodere verso l’esterno. Bellissimo e commovente. 

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28.12.2016

Con centinaia di musei e gallerie, Londra è da sempre una destinazione di primaria importanza per gli appassionati d’arte di tutto il mondo, una città che riunisce, sparsi fra le sue numerose istituzioni culturali, capolavori di ogni epoca, e che permette davvero di fare un meraviglioso viaggio attraverso la storia della pittura e della scultura. Noi ci siamo divertiti a immaginare un itinerario minimo, scegliendo fra questa moltitudine di meraviglie 10 quadri imprescindibili dal Quattrocento al Novecento, conservati presso alcuni dei principali musei cittadini. 1) I coniugi ArnolfiniJan Van Eyck, 1434, The National GalleryQuello del mercante lucchese Giovanni Arnolfini e della moglie Giovanna è senza dubbio uno dei ritratti più famosi della storia. Merito soprattutto di quel piccolo specchio convesso al centro dell’immagine, che riflette la scena offrendo una prospettiva differente e includendo anche lo stesso pittore nell’immagine. Numerosi anche i simbolismi a tratti misteriosi, per non parlare dell’incredibile abilità del maestro nel riprodurre la luce. 2) Battesimo di CristoPiero della Francesca, 1450, The National GalleryConsiderato una delle più riuscite rappresentazioni del battesimo, questo dipinto commissionato per la badia camaldolese della sua natia Sansepolcro è considerato anche uno dei migliori di Piero della Francesca. La sua caratteristica più prominente è forse la costruzione perfetta dell’immagine, che segue precise regole matematiche. Ma agli occhi di un profano ciò che arriva è soprattutto un senso di armonia e di pace. 3) I cartoni originai degli Arazzi di RaffaelloRaffaello Sanzio,1516, The Victoria and Albert MuseumRealizzati per la Cappella Sistina su disegno di Raffaello, questi preziosi arazzi dedicati alle vite dei santi Pietro e Paolo furono commissionati da Leone X e tessuti a Bruxelles. Oggi sono esposti a rotazione in Vaticano, ma i sette cartoni originali sopravvissuti si trovano al V&A Museum di Londra, dopo essere stati di proprietà dei reali inglesi fin dal 1623. Per Raffaello, la sfida nel realizzarli fu duplice: non solo dovette disegnare in maniera specchiata per consentire la tessitura, ma, vista la destinazione,  sapeva anche di doversi confrontare con Michelangelo, autore dei celeberrimi affreschi della Volta. 4) Ragazzo morso da un ramarroMichelangelo Merisi da Caravaggio, 1594, The National GalleryVersione alternativa dello stesso dipinto conservato a Firenze presso la Fondazione Longhi, questo famoso capolavoro caravaggesco si contraddistingue per l’abile uso della luce, che entra nel quadro come una sorta di lampo nel buio. Soprattutto, però, colpisce il realismo dell’espressione del soggetto, inorridito di fronte al morso di un ramarro. Quest’ultimo è riconducibile probabilmente al filone dello studio della rappresentazione dei moti dell’animo in pittura, portato in auge da Leonardo Da Vinci. 5) Pioggia, vapore e velocitàJ. W. Turner, 1844, The National GalleryDifficile immaginare l’effetto dirompente di questo quadro sull’immaginazione contemporanei di Turner. Si tratta infatti di uno dei primi “ritratti” di un treno a vapore, inventato soltanto da poco, realizzato per di più con una modalità per l’epoca rivoluzionarie: macchie di luce e di colore, oggetti appena riconoscibili, per un effetto “impressionistico” che decisamente anticipa e apre la strada alla nuova pittura ottocentesca. Davvero imperdibile. 6) OpheliaJohn Everett Millais, 1852, Tate BritainCapolavoro della pittura preraffaelita di metà Ottocento, questa celebre tela ritrae il personaggio di Ofelia abbandonato alla corrente di un ruscello, come narrato nella tragedia shakespeariana Amleto. Il volto della donna è quello della modella Lizzie Siddal, musa dei preraffaeliti e moglie del pittore e poeta Dante Gabriel Rossetti, anch’egli fra i fondatori di questa corrente pittorica. La vegetazione è invece quella ai bordi del fiume Hogswell, nel Surrey, a lungo studiata e ritratta dall’artista. 7) Il bar delle Folies-BergèreEdouard Manet, 1881, The Courtauld GalleryNel suo inconfondibile stile pre-impressionista, con questo celebre quadro Manet ci porta dritti nella Parigi godereccia della Belle Époque, e in particolare nel music-hall più famoso della città, riflesso nello specchio che sta alle spalle del soggetto principale, con tutta probabilità una barista realmente esistita, Suzon. Fra gli aspetti più dibattuti in merito a quest’opera c’è la prospettiva insolita: per vedere la scena dal punto proposto da Manet di vista occorrerebbe trovarsi non di fronte al quadro ma sulla destra, più o meno dove si riflette la figura dell’uomo baffuto con cappello. 8) Bagnanti ad AsnièresGeorges Seurat, 1884, The National GalleryUna scena che appare sospesa nel tempo, quasi surreale nella sua immobilità: è il primo impatto sull’osservatore di questo capolavoro post-impressionista dipinto da Seurat per il Salon des Artistes di Parigi (e clamorosamente rifiutato dalla giuria). L’effetto è dato dalla tecnica “architettonica” con cui sono dipinte le figure dei bagnanti, simili a sculture prive di espressività, in contrasto a quella impressionistica con cui il maestro rende gli elementi naturali, e in particolare luce, acqua e vegetazione. 9) Donna che piangePablo Picasso, 1937, Tate Modern GalleryQuesta rappresentazione cubista ma non eccessivamente scomposta dell’amante di Picasso, Dora Maar, a sua volta fotografa di grande talento, lascia trasparire la natura tragica e distruttiva del rapporto fra i due artisti. La donna, nota per essere una delle più sofferenti fra le “vittime” della passione di Picasso, è ritratta con le mani portate al volto rigato di lacrime, e sembra voler rappresentare un’idea di sofferenza femminile universale, ma è anche un forte stimolo ad approfondire le vicende biografiche di Dora Maar. 10) A Bigger SplashDavid Hockney, 1967, Tate BritainImpossibile non riconoscere all’istante questa grande tela quadrata, che il pittore inglese David Hockney dedica nel 1967 alla sua immagine ideale della California, dove si è da poco trasferito. Una piscina, simbolo della California di quegli anni e dello stile di vita rilassato e vacanziero, le palme, il turchese del cielo sereno e l’azzurro dell’acqua fermano letteralmente un’epoca. A infrangere quella perfetta staticità solo uno spruzzo d’acqua, che qualcuno ha sollevato tuffandosi nella piscina. 

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27.12.2016

Sono passati meno di due mesi dalla scomparsa del grande Leonard Cohen, ma già la sua mancanza si fa sentire. Oggi vogliamo ricordarlo con leggerezza attraverso la versione cartoon di una vecchia intervista del 1974, trasformata in un insolito cartone animato per un recente episodio della webserie Blank On Blank del network americano PBS. L’intervista si apre con la lettura da parte dello stesso Cohen, allora quarantenne, di una sua poesia, Two Went To Sleep, che prende vita attraverso le animazioni di Patrick Smith. Al termine della lettura, con la sua indimenticabile voce “fumosa”, sommessa e allo stesso tempo profonda, Cohen racconta poi la genesi della celebre canzone Sisters of Mercy, ricordando un’insolita notte di qualche anno prima trascorsa ad Edmonton, Canada. Una vera chicca. 

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22.12.2016

Se un turista che si trovava in visita nella Londra degli anni Novanta fosse stato catapultato in avanti di una ventina d’anni fino alla Londra di oggi, probabilmente avrebbe stentato a riconoscerla. Lo skyline della capitale inglese è radicalmente cambiato nel corso delle ultime due decadi; se nel 1990 gli unici grattacieli degni di questo nome erano la NatWest Tower (1981) il One Canada Square a Canary Wharf (datato1990), da allora sono spuntati il Gherkin di Norman Foster (2003), la Heron Tower (2008), The Shard di Renzo Piano (2012), il Leadenhall Building (2014, detto “la grattugia”) e naturalmente il controverso “Walkie Talkie” (2014). Dalla cima di alcuni di questi altissimi edifici - così come dall’altra icona londinese relativamente recente, la grande ruota panoramica London Eye - è possibile osservare la città a volo d’uccello.Ma a dire il vero i londinesi hanno sempre osservato la loro città dall’alto, fin da quando a svettare sui tetti delle case erano soltanto le Houses of Parliament e il Big Ben. Per farlo bastava (e basta ancora) raggiungere le tante colline (tutte sotto i 100 metri) integrate nel tessuto urbano della città.Ecco alcuni dei nostri punti panoramici naturali preferiti. Greenwich ObservatorySe doveste fare un salto a Greenwich per provare l’emozione di camminare sul Meridiano 0 o per visitare il bel Museo Marittimo, approfittatene per arrampicarvi in cima alla collina del Greenwich Park davanti al Royal Observatory e, tempo permettendo, potrete godere di un panorama immortalato a suo tempo da Turner, con l’aggiunta dei nuovi grattacieli che svettano lungo la grande curva del Tamigi. Parliament HillA sei miglia dalla City, la sommità di questa verde collina di Hampstead Heath nei giorni più limpidi lascia correre lo sguardo fino all’estuario del Tamigi, sfiorando nel percorso The Gherkin, Saint Paul’s Cathedral e altri edifici iconici della città. Primrose HillQuesta collina di 78 metri nella parte nord di Regent’s Park, oltre a essere una zona residenziale di lusso abitata da numerose celebrity, offre anche una delle più belle viste sulla città. Per goderne a pieno suggeriamo un picnic negli spazi verdi aperti oppure una salita in notturna per ammirare le mille luci di Londra. Muswell HillQuesto delizioso sobborgo nel nord della città è innanzitutto una destinazione per staccare dalla città e respirare un’atmosfera autentica, uno scampolo di vecchia Londra felicemente sopravvissuto alla sua metamorfosi in metropoli globale. In più, c’è la vista dall’alto sulla città, che sorge laggiù oltre i pittoreschi tetti Edwardiani delle case del quartiere. Horniman Gardens A Forest Hill, sobborgo del sud-est di Londra, sorge uno dei gioielli meno conosciuti di Londra, l’Horniman Museum and Gardens, un museo gratuito specializzato in antropologia, storia naturale e strumenti musicali aperto fin dall’epoca Vittoriana, quando Frederick John Horniman aprì per la prima volta la sua casa e la sua preziosa collezione di oggetti al pubblico. Dal giardino di 65.000 metri quadri la vista sulla città è bellissima, e si possono anche ammirare una serra ottocentesca e un palco per orchestra del 1912.Photo creditsCopertina: Londra da Hampstead Heath, foto di Michael Clarke su licenza CC BY 2.0Parliament Hill: foto di Chesdovi su licenza CC BY-SA 3.0 Primrose Hill: foto di Duncan su licenza CC BY 2.0 Muswell Hill: foto di Chris Whippet su licenza CC BY 2.0 Horniman Gardens: foto di Cmglee su licenza CC BY-SA 3.0  

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19.12.2016

Dal registratore fatto a mano ai bicchieri di vetro soffiato, dai tatuaggi temporanei fino a quei piccoli contributi in grado di contribuire al benessere del pianeta, abbiamo raccolto qualche idea regalo in puro stile slow. Per ispirarvi, incuriosirvi e magari portare un po’ di bellezza, musica e natura nel Natale delle persone a cui tenete di più.Spave Oddity by Brand New NoiseNel suo laboratorio di Brooklyn, New York, il maker barbuto Richard Upchurch crea registratori e altri gadget musicali totalmente artigianali e semplicemente irresistibili. Per omaggiare David Bowie, che ci ha purtroppo lasciati quest’anno, ha creato un piccolo registratore di suoni con cui sbizzarrirsi a creare loop e modificare il tono e la velocità della della voce, decorato dal famoso lampo rosso e blu di Ziggy Stardust. Dan Kruger’s Loring Place Apron by Todd SnyderSe avete intenzione di convincere qualcuno a passare un po’ di tempo in cucina, provateci con il grembiule creato per celebrare l’apertura del ristorante più atteso di New York – Loring Place dell’amatissimo chef Dan Kluger - che ha aperto proprio in questi giorni nel Greenwich Village. Pratico, resistente ed elegante, è tutto in cotone Chambray e s’ispira alle vecchie uniformi da lavoro. Save the Arctic by GreenpeaceBabbo Natale è in serio pericolo: a causa del riscaldamento globale, il Polo Nord continua a sciogliersi e la sua fabbrica di giocattoli rischia di sprofondare. Come se non bastasse, si continua a trivellare il fondo del Mar Glaciale Artico alla ricerca di petrolio e così Greenpeace ha deciso di potare la questione in tribunale. Per contribuire basta firmare una petizione. Pianta un albero con TreedomAvocado, mango, guava o makhamia. Sono i quattro tipi di alberi che potete acquistare e piantare in Kenya con un click a nome di chi desiderate, e “regalarlo” a Natale con un biglietto di auguri, facendo felice anche chi se ne prenderà cura in loco. L’idea è di Treedom, una Benefit Corporation fiorentina che dal 2010 a oggi ha già piantato oltre 280.000 alberi in Africa. Tattly, i tattoo temporanei e stagionaliCorna di renna, fiocco di neve o pungitopo? Se volete regalare il Natale da indossare sulla pelle, i tatuaggi temporanei di Tattly possono essere un’idea divertente. Ci sono anche design discreti e sofisticati per chi non ama dare troppo nell’occhio, e moltissime proposte colorate dedicate ai bambini. Imperia, la regina della pastaPreparare la pasta fresca all’uovo fatta in casa non è poi così difficile, basta avere lo strumento giusto. E se volete approfittare delle feste per mettere alla prova voi stessi o i vostri amici, questa classica e robusta macchinetta è un autentico gioiellino. E saranno tagliatelle, ravioli, cappellacci e tortellini per tutti. New York City by Lego ArchitecturePer aspiranti architetti e architetti mancati, Lego ha inventato la bellissima serie Architecture, che permette di costruire con i celebri mattoncini alcuni degli edifici più iconici e degli skyline delle grandi città del mondo. Il set dedicato a New York City comprende il Flatiron Building, il Chrysler Building, l'Empire State Building, il One World Trade Center e l’immancabile Statua della Libertà. Master & Dynamic, la perfezione del suonoElegantissime e resistenti, queste cuffie ideate e progettate a New York City sono fatte con materiali super robusti come pellami di prima qualità e acciaio inossidabile, e studiate per durare nel tempo grazie alla facilità con cui si possono sostituire le varie componenti. Ma soprattutto promettono un paesaggio sonoro così ampio da riuscire a cogliere i più piccoli dettagli di qualsiasi genere musicale, purché la musica in questione sia stata incisa a dovere. Bora by Carlo MorettiDalla “fabbrica d’autore” Carlo Moretti di Murano, i 54 bellissimi bicchieri tutti diversi della collazione Bora sono pezzi unici ispirati all’omonimo vento del nord est, e appaiono asimmetrici e quasi piegati dal suo forte soffio. Realizzati in cristallo di Murano trasparente, sono soffiati a bocca, arricchiti da decorazioni applicate a caldo e tutti singolarmente firmati e datati.  Nebra Magnum  by 32 via dei BirraiUn’idea originale per il brindisi? Dal micro birrificio artigianale di Pederobba, Treviso, ecco la prima birra della storia nata in collaborazione con un profumiere, Angelo Orazio Pregoni. È Nebra, ambrata doppio malto, che per celebrare i 10 anni di attività di 32 via dei Birrai è stata realizzata in formato magnum in edizione limitata. La confezione contiene anche le pile e i meccanismi per trasformare la confezione in un orologio da parete

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19.12.2016

Prendete un grande regista come Francis Ford Coppola e un autore innovativo e sopra le righe come William S. Burroughs, considerato uno degli artisti più importanti del Novecento, e poi metteteli alle prese con lo spirito natalizio. Il risultato di questo insolito cocktail sarà The Junky’s Christmas, decisamente non il solito film di Natale. Prodotto da Coppola nel 1993, questo apprezzabile quanto surreale cortometraggio animato diretto da Nick Donkin e Melodie McDaniel è basato su un racconto di Burroughs uscito per la prima volta nel 1989, e narrato dalla voce dell’autore stesso. Il protagonista della storia è un vecchio tossicomane alla disperata ricerca di una dose, che finirà però per trovare al suo posto lo spirito del Natale grazie all’incontro con un ragazzo in preda ad atroci dolori a causa di una colica renale. Buona visione! 

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15.12.2016

Se pensavate che svegliare l’intera famiglia all’alba del giorno di Natale al suono di una tromba da stadio e obbligare tutti a scartare i regali in pigiama entro le sette fosse una tradizione natalizia a suo modo originale, ricredetevi. Sul pianeta Terra c’è gente pronta a fare di tutto per aggiudicarsi il premio per il Natale più assurdo. Babbo bastardoUno spaventoso uomo caprone che invade le strade a caccia di bambini cattivi, seminando il panico al suono di un campanaccio. È il Krampus, servitore di San Nicolò, e lo si può incontrare di questi tempi in Trentino, Friuli, in Austria e nel sud della Germania. Si salvi chi può. Non da lì, per favoreCome il nome lascia facilmente intuire, quella del Caga Tió catalano è una tradizione piuttosto singolare: si tratta infatti di un tronco riempito (a partire dall’8 dicembre) di dolciumi, che a Natale viene poi simpaticamente invitato ad “evacuare” a bastonate dai bambini. Pattinando verso la messaIn Venezuela, la mattina di Natale, si va a messa sui pattini, e le strade vengono liberate per permettere ai fedeli di avere via libera. La tradizione ebbe inizio negli anni Cinquanta come festa di strada in occasione delle feste, ma ancora oggi in giro per il paese (e ove possibile, considerato che Caracas è in cima alla lista delle città più pericolose al mondo) di questi tempi ci si può sempre imbattere in una patinata. Vade retro ramazzaSecondo i norvegesi, la vigilia di Natale è la notte degli spiriti maligni e delle streghe, che si aggirano indisturbati per casa terrorizzandone gli abitanti. Meglio dunque nascondere tutte le scope per tempo nel caso venisse loro voglia di cavalcarle – un’ottima scusa per saltare il turno di pulizie natalizio. Il ragno porta guadagnoPerché riempire l’albero di palline e ghirlande quando si può affidarne la decorazione a un operoso ragno e alla naturale bellezza di un’epica ragnatela? In Ukraina, la leggenda della poverella che, non potendo adornare l’albero, fu aiutata proprio da un ragno ha preso così tanto piede che oggi finte ragnatele e rispettivi ragni portafortuna sono fra i best-seller della decorazione natalizia. Chi trova un cetriolino trova un tesoroNella case americane, l’albero di Natale cela fra i suoi rami una minuscola decorazione a fora di cetriolino sottaceto. A chi riesce a scovarlo, la mattina di Natale, il cetriolino di Natale promette tanta fortuna per l’anno che sta iniziando - ma di solito a queste incerte promesse i bambini preferiscono ricevere seduta stante un regalo supplementare. Fritto è buono anche un brucoLe proprietà nutrizionali degli insetti e la loro validità come “cibo del futuro” per l’uomo sono state ormai ampiamente confermate, ed è tempo che il microcosmo cominci a tremare. Nel frattempo, in Sudafrica si continua a festeggiare il Natale sgranocchiando bruchi fritti come se non ci fosse un domani. Un bagno tonificanteSono pazzi questi inglesi, specie nel nord est dell’Inghilterra, dove è ormai tradizione che il giorno di Santo Stefano migliaia di persone si tuffino nel Mare del Nord con addosso gli abiti della festa. A loro discolpa, il fine ultimo è decisamente nobile: le associazioni che organizzano queste gelide nuotate lo fanno allo scopo di raccogliere soldi per vari progetti di beneficenza. Aggiungi un posto a tavolaSe in Portogallo doveste trovarvi seduti a una tavola natalizia e vi accorgeste che c’è un posto in più, sappiate che il convitato probabilmente farà no-show. In occasione del Natale, infatti, è tradizione riservare un posto a tavola per i cari estinti. Superato quell’attimo di macabro terrore, se ci pensate è anche un pensiero carino. Ogni scusa è buonaSapete cos’è un pub crawl? Praticamente una via crucis dei pub, dove a ogni sosta si tracanna almeno una birra. A Philadelphia e New Orleans, con l’annuale Running of the Santas, pare che il Natale sia diventato l’occasione d’oro per onorare questa pregiatissima tradizione britannica, travestendosi da Babbo Natale, elfo, renna o qualsiasi altro cliché natalizio e spostandosi di bar in bar. La sbronza è garantita. 

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13.12.2016

Lo scorso novembre, Netflix ha rilasciato quella che era stata annunciata come la serie pronta a prendere il posto di Downton Abbey nel cuore del pubblico inglese e non solo – The Crown, dedicata al cammino di una giovanissima Elisabetta II d’Inghilterra verso il trono. Le vicende legate alla giovinezza della neo-novantenne Regina II sono così tornate prepotentemente alla ribalta, dando il via a innumerevoli confronti tra la versione autentica dei fatti e quella filtrata attraverso la scrittura avvincente e la fotografia curatissima della serie Se anche voi avete amato The Crown e siete curiosi di rivedere immagini e filmati che ritraggono la vera Elisabetta, la BBC ha dedicato un’intera sezione del suo archivio proprio al periodo immortalato dalla serie. Fra i filmati proposti ci sono anche il matrimonio con Filippo e un lungo servizio sul tour reale in Sudafrica trasmesso nel 1947. 

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29.11.2016

1.200 chilometri quadrati di area urbanizzata, oltre 8 milioni d’anime di tutte le nazionalità, quasi 11.000 persone per metro quadrato, e 800 lingue parlate. Ecco un caso in cui i numeri, lungi dall’essere sterili, parlano chiaro e forte: non è difficile capire come mai tutto ciò che più conta al mondo sembri accadere a New York City.Ed è così più o meno da sempre, o almeno fin da quando ha avuto inizio la storia moderna della città, nella seconda metà dell’Ottocento, l’epoca dei primi grattacieli e della Rivoluzione Industriale.Eppure, a volte, persi fra le mille luci della città che corre e il suo skyline in continua evoluzione, è difficile ritrovare una prospettiva storica, recuperare le radici della metropoli contemporanea e immaginare il quadro più ampio. Un modo relativamente semplice e interessante per farlo è quello di rivolgersi alla letteratura che, nelle diverse epoche, è riuscita a fotografarla nelle sue diverse reincarnazioni, spesso anche meglio del cinema e della saggistica.  Naturalmente, la bibliografia su New York City è virtualmente sterminata, e la scelta sarà sempre e comunque parziale e personale. Noi abbiamo semplicemente seguito il cuore, soffermandoci sulle storie legate alla città che abbiamo amato di più. 1 L’eta dell’innocenza, Edith Wharton, 1920A fare da sfondo alla coinvolgente storia di un amore impossibile e osteggiato c’è la New York della Gilded Age, la cosiddetta “epoca dorata” intorno agli anni Settanta dell’Ottocento, un periodo caratterizzato da una rapida crescita economica ma anche dalla caduta di quella supposta innocenza fatta d’ipocrisie e convenzioni sociali poste come una sottile “doratura” sui crescenti conflitti sociali. 2 Il Grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald, 1925Ambientato fra la Grande Mela e Long Island, dove vivono il narratore Nick Carraway e il vero protagonista, Jay Gatsby, splendido prototipo di eroe romantico e destinato alla sconfitta, questo grande classico dipinge la New York dei Roaring Twenties e dell’era del jazz. Ma anche quella della caduta del sogno americano, dove dietro lo sfavillio delle luci, delle feste e delle automobili sportive si consuma il dramma della solitudine e della fragilità umana. 3 Tre camere a Manhattan, Georges Simenon, 1946New York City vista da un europeo negli anni Quaranta è decisamente noir, complice la matrice un po’ torbida della storia d’amore clandestina d’ispirazione autobiografica raccontata da Simenon. Sullo sfondo di questo amour fou, la città è tutta bar fumosi aperti fino a tarda notte, squallidi hotel e strade cupe, popolate da personaggi tormentati. Un’atmosfera malinconica che ricorda certe celebri opere di Edward Hopper. 4 Il Giovane Holden, J.D. Salinger, 1951Siamo verso la fine degli anni Quaranta ed è fra Central Park e il Greenwich Village che si svolgono, nell’arco di un fine settimana, le vicende narrate con ironia e delicatezza da Salinger in questo moderno romanzo di formazione, un vero cult per intere generazioni. La città è la grande metropoli vista da un sedicenne, un luogo bizarro, pieno di confusione e soprattutto enorme, a tratti soverchiante e spaventoso. 5 Just Kids, Patti Smith, 2010È la fine fine anni 60 quando una giovanissima Patti Smith, non ancora sacerdotessa del rock ma ragazza di campagna sfuggita a una gravidanza indesiderata, incontra a New York Robert Mapplethorpe, futuro maestro della fotografia. Il resto è storia: la New York underground degli anni ’70, il Chelsea Hotel e la sua popolazione di artisti e sbandati, ma soprattutto la storia di un amore e di un’amicizia che sono tutto incontro di anime e di talenti, raccontata con una maestria rara. 6 La Fortezza della Solitudine, Jonathan Lethem, 2003Da una delle voci letterarie più apprezzate della città, un affresco di Brooklyn fra gli anni ’70 e gli anni ’90, fra tensioni razziali, graffiti, sottoculture musicali e imborghesimento, a fare da sfondo al racconto semi-autobiografico di un’amicizia. Un nuovo classico a tutti gli effetti, fondamentale per capire il percorso che ha portato Brooklyn a essere quella che è oggi, vale a dire uno dei luoghi dove la vita costa di più in America. 8 American Psycho, Bret Easton Ellis, 1991Una pietra miliare, un viaggio allucinogeno dal finale dostoevskiano sospeso fra genio e follia, punteggiato da infiniti elenchi di pezzi d’abbigliamento e accessori con relativi marchi di lusso, di delitti creativi quanto efferati, di recensioni musicali, di digressioni sulla grammatura e la goffratura dei biglietti da visita. Sullo sfondo, la Manhattan degli anni Ottanta, Wall Street, la cocaina e gli yuppie, mai descritti in modo così grottesco eppure così lucido. 9 Underworld, Don De Lillo, 1997Autentico pezzo da novanta della letteratura americana postmoderna, quest’opera di De Lillo dipinge un ritratto degli USA nella seconda parte del XX secolo attraverso storie personali sullo sfondo delle grandi vicende mondiali, legate dal filo di una palla da baseball che passa di mano in mano. Molte e davvero godibili le pagine ambientate nel Bronx, dove lo stesso autore è nato ha trascorso l’infanzia, all’inizio degli anni Cinquanta. 10 Molto forte, incredibilmente vicino, Jonathan Safran Foer, 2005Fra i molti eccellenti romanzi del post-settembre 2001, quello di Jonathan Safran Foer è forse il più commovente nonostante la consueta macchinosità della struttura narrativa. Nel suo avventurarsi da solo per la città in cerca d’indizi legati al padre, morto nell’attentato alle torri gemelle, il piccolo Oskar Schell affronta un epico viaggio attraverso i quarteri della città, sempre sull’orlo del collasso emotivo. Photo credits: The Chelsea Hotel, photo by Velvet under the CC BY-SA 3.0 license 

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24.11.2016

Geometrie perfette, frutto di rigorosi calcoli matematici, che a un primo sguardo somigliano a circuiti o schemi di cablaggio illuminati da colori netti e violenti. Sono le opere di Iler Melioli, artista reggiano classe 1949, selezionate per Res Extensa, la mostra in programma dal 2 dicembre presso la galleria Yvonneartecontemporanea di Vicenza. Esplorando l’idea di rete, l’esposizione mette quadri e sculture in contatto fra di loro e con lo spazio espositivo, travalicando i confini delle opere stesse per “invadere” le pareti, ed evocando così quella che è la modalità preponderante della nostra esistenza: l’interconnessione.In un mondo in cui siamo perennemente connessi e cablati, in cui interrogare un motore di ricerca e accedere a una rete infinita d’informazioni è un gesto quotidiano e costante, anche l’opera d’arte esce necessariamente dal suo isolamento formale e finisce per essere definita non tanto dai suoi bordi, quanto dai suoi prolungamenti. E così pervade tutto, trasformando lo spazio che la ospita, e persino l’osservatore, in uno snodo della sua rete: un gesto dal valore simbolico così potente da rendere lampante l’affinità con il mondo contemporaneo. Al punto che quelle immagini e sculture apparentemente astratte finiscono per acquisire un certo realismo tutto filosofico, suscitando infinite riflessioni sull’esistenza al tempo della rete. Un concept davvero coinvolgente e “immersivo” nel senso più nobile del termine. Galleria YvonneartecontemporaneaContrà Porti 21, VicenzaDal 2 dicembre 2016 al 22 gennaio 2017 

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22.11.2016

Per abbracciare la storia di Milano in un solo sguardo basta osservare la facciata del suo Duomo: un’opera maestosa e mastodontica, della quale il celebre romanziere americano Mark Twain scrisse “non riesco a capire come possa essere secondo a qualsiasi altra opera eseguita dalla mano dell'uomo”. Ma il Duomo è anche un edificio che è in costruzione da oltre 6 secoli, e che in un certo senso non sarà mai compiuto, perché avrà sempre bisogno dell’intervento costante della Veneranda Fabbrica, all’opera dal 1386. Così come sempre incompiuta potrà dirsi la costruzione della città, in perenne evoluzione. Ricostruirla richiederebbe intere enciclopedie, mentre molto più coinvolgente è scoprirne alcuni dei capitoli più interessanti, rappresentati dagli edifici-simbolo di Milano. Ecco dunque un piccolo itinerario in 10 tappe attraverso alcuni dei capolavori architettonici della città più o meno noti, dal Medioevo a oggi. Basilica di Sant’AmbrogioAnno: 1129 nella forma attualeSemplicemente uno dei luoghi cruciali della storia di Milano, le cui origini vanno fatte risalire al 386 quando il vescovo di Milano Ambrogio la fece costruire sul luogo dove erano stati sepolti i cristiani martirizzati dai Romani. Simbolo della chiesa ambrosiana e seconda per importanza soltanto al Duomo, è anche un raro esempio di romanico lombardo rimasto intatto, risalente al 1099 quando fu radicalmente ricostruita per volere del vescovo Anselmo. Ca’ GrandaAnno: 1456Questo edificio di rara bellezza progettato dall’architetto fiorentino Filarete su commissione di Francesco Sforza è uno dei primi edifici rinascimentali di Milano, nonché mirabile esempio di architettura pubblica della Milano Sforzesca. Divenuto nel corso del tempo un ospedale, poi distrutto sotto le bombe della Seconda Guerra Mondiale e infine ricostruito e trasformato in sede universitaria, ha visto passare attraverso le sue stanze e i suoi cortili tutta la storia della città. Palazzo RealeAnno: 1773 nella ristrutturazione del PiermariniDa sempre al cospetto del Duomo, Palazzo Reale, oggi importante sede museale, nasce all’epoca dei Comuni, nel basso Medioevo, e fin da allora è sede del governo della città. Ospita i Gonzaga, gli Asburgo, Napoleone, D’Azeglio e i Savoia. Cantiere perenne, distrutto e ricostruito più volte nei secoli (la sua facciata attuale risale alla metà del Settecento ed è firmata dal Piermarini), continuerà a subire danni e interventi spesso devastanti, fra cui le modifiche volute da Mussolini e le bombe della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere  ristrutturato significativamente solo intorno al 2000. Grand Hotel et De MilanAnno: 1860Con la sua facciata neogotica, questo bellissimo edificio che domina dal 1863 la centrale via Manzoni è da sempre un albergo di lusso, frequentato da diplomatici businessmen (poiché fu fra i primi a offrire il servizio telegrafico e postale) e celebrità come Giuseppe Verdi. Ancora amatissimo, oggi, pur rinnovato, conserva le atmosfere sontuose di una Milano d’altri tempi. Palazzo CastiglioniAnno: 1904L’edificio Art Nouveau per eccellenza di Milano si trova al n°47 di Corso Venezia e fu progettato dall’architetto Giuseppe Sommaruga su commissione di un ricco imprenditore, Ermenegildo Castiglioni. Abbellito da un basamento di roccia grezza e da decorazioni ispirate agli stucchi settecenteschi, nella sua versione originale l’edificio aveva anche due grandi statue femminili rappresentanti la pace e l’industria. Rimosse per lo scandalo suscitato all’epoca dalla loro nudità, queste ultime valsero comunque al palazzo il soptannome di Ca’ di ciapp (“casa delle natiche”), tutt’ora in uso fra i milanesi. “Grattacieli” di Piazza PiemonteAnno: 1923In un’epoca in cui era proibito costruire edifici più alti di 28 metri, l’architetto Mario Borgato ottenne il permesso d’innalzare due palazzi quasi gemelli alti ciascuno 38 metri – dunque considerati al tempo davvero grattacieli – in virtù della grande estensione della Piazza sulla quale si affacciavano. Inconfondibili, con i loro cupolini leggermente diversi che un tempo svettavano sul cielo di Milano, hanno visto la città salire progressivamente verso il cielo lasciandoli a presidiare l’ingresso di uno dei quartieri alto-borghesi della città. Stazione CentraleAnno: 1931Per alcuni è un autentico capolavoro, per altri un vistoso “panettone”, fatto sta che la Stazione Centrale di Milano, seconda in Italia per flusso di passeggeri, non passa inosservata. Inaugurata nel 1931, in pieno Ventennio fascista, fu progettata dall’architetto romano Ulisse Stacchini, che la definì Cattedrale del Movimento. Monumentale, interamente costruita in marmo e pietra del Carso e disseminata di simboli celebratori del Regime, è sospesa fra Liberty e RazionalismoTorre VelascaAnno: 1958Simbolo per eccellenza del Brutalismo, l’inconfondibile edificio alto 100 metri che ricorda vagamente un fungo a pochi passi dal Duomo fu progettato dallo studio BBPR (acronimo dai nomi degli architetti Barbiano di Belgiojoso, Peressutti e Rogers). Da sempre oggetto di dibattito per il suo design ardito e fuori dalle righe, è stato definito alternativamente orribile e capolavoro assoluto. Quel che è certo è che resta un indubbio emblema della Milano ottimista e innovativa del miracolo economico. Chiesa di San Francesco D’Assisi al FopponinoAnno:1964Opera di Giò Ponti, il celebre architetto del Grattacielo Pirelli, questa moderna chiesa nei pressi di Piazzale Aquileia, che sorge sul sito di un antico cimitero, è considerata un gioiello dell’architettura contemporanea. Fra gli aspetti più caratteristici ci sono le finestre sospese nel vuoto sulla facciata centrale, che lasciano filtrare il cielo facendone un vero e proprio elemento architettonico. Bosco Verticale Anno: 2014La nostra rassegna non poteva che concludersi con l’edificio-simbolo della nuova Milano, quella post-Expo, quella che sale verso l’alto sul modello delle grandi capitali internazionali. È l’innovativo Bosco Verticale di Stefano Boeri, il “grattacielo più bello del mondo” secondo l’americano Council on Tall Buildings and Urban Habitat, che ha il merito di portare in cielo un po’ di terra sotto forma di alberi e oltre 90 specie di piante. Photo creditsBasilica di Sant’Ambrogio: foto di Randi Hausken su licenza CC BY-SA 2.0Ca’ Granda: foto di Giovanni Dall’OrtoPalazzo Reale e Palazzo Castiglioni: foto di Geobia su licenza CC BY-SA 3.0Stazione Centrale: foto di Thomas Ledl su licenza CC BY-SA 4.0Torre Velasca: foto di CEphoto, Uwe Aranas su licenza CC BY-SA 3.0San Francesco d’Assisi al Fopponino: © 2011 Parrocchia S.Francesco d'Assisi al FopponinoBosco verticale: foto di Christos Barbalis 

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16.11.2016

Il mio vicino Totoro, Il castello errate di Howl, La città incantata, Ponyo sulla scogliera. Sono soltanto alcuni dei titoli che hanno reso Hayao Miyazaki - regista, sceneggiatore, animatore, fumettista e produttore cinematografico giapponese - noto in tutto il mondo, portandolo persino a essere nominato all’Oscar. L’affascinante mondo di Miyazaki, popolato di spiriti, fantasmi e presenze ultraterrene, ha generato negli annni un seguito di appassionati davvero notevole, tanto che in Giappone nel 2001 è stato aperto un grande Museo interamente dedicato al suo Studio Ghibli, che la scorsa estate è stato anche protagonista di una bellissima retrospettiva a Tokyo. In questi giorni, però, anche i fan europei possono godere di una piccola fetta del mondo di Miyazaki grazie al pop-up store dello Studio Ghibli allestito a Parigi al 26 di rue Charles Baudelaire, nel 12° arrondissement, che resterà aperto fino al 3 dicembre. Il negozio, battezzato Le Château éphémère in omaggio al film Il castello errate di Howl, è un vero scrigno di tesori per appassionati, tutti ispirati ai capolavori di Miyazaki: gadget, cartoleria, DVD, peluche, bento box, carillon, soprammobili e oggetti di ogni genere. Certo, probabilmente molte cose si potrebbero acquistare anche online, ma ritrovarsi immersi nell’immaginario del maestro giapponese, e per di più nel cuore di Parigi, non ha prezzo. Le Château éphémère12, rue Charles Baudeleaire, ParigiFino al 3 dicembre  

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14.11.2016

Sci e musica. Snowboard e musica. Come tutti gli sport solitari, anche quelli invernali si praticano più volentieri con la musica nelle orecchie, scegliendo il ritmo e l’atmosfera giusti per le proprie discese. Ma sulle piste la musica non si ascolta soltanto in cuffia: ogni anno, infatti, in tutta Europa gli ski party celebrano il connubio fra neve e suoni portando band e DJ sulle cime innevate, dando vita a una serie di festival a misura di sci. Ecco quelli da non perdere. BergfestivalLa stagione si apre con un grande festival di musica rock sullo sfondo delle piste da sci austriache, dove le montagne s’imbiancano presto. Da godere quando scende la sera, dopo un bella discesa con gli sci o con lo snowboard sulla neve fresca.Saalbach Hinterglemm, AustriaDal 2 al 4 dicembre 2016 SnowboxxSi prosegue a marzo sulle Alpi francesi, nella bellissima stazione sciistica di Avoriaz a 1.800 metri di altitudine. Qui viene allestito un vero e proprio “Festival Village” per questo ormai leggendario evento dedicato alla musica (dance, hip-hop, rap, drum & bass e altri generi) per ballare sulla neve e sotto le stelle. Non mancano le bancarelle di street food, i cocktail e gli after-party negli igloo.Avoriaz, FranciaDal 18 al 23 marzo 2017 Rock the PistesNello stesso periodo dello Snowboxx, le piste francesi del comprensorio della Porte du Soleil (di cui fa parte anche Avoriaz) ospitano una serie di concerti e DJ set gratuiti sulle piste, ai quali si accede semplicemente con lo ski pass. Si comincia alle12.45 con i DJ set per riscaldare l’ambiente e alle 13.30 partono i concerti principali.Portes du Soleil, FranciaDal 19 al 25 marzo 2017 Horizon FestivalSono i Pirenei lo scenario di questa settimana dedicata alla musica e al divertimento, con due palcoscenici in quota dove gli artisti si alternano a partire dall’una del pomeriggio per continuare fino a notte fonda, con un contorno di club e cocktail bar e addirittura un evento segreto nel bosco a base di musica elettronica.Arinsal, AndorraDal 26 marzo al 2 aprile 2017 SnowbombingLa stagione si conclude di nuovo in Austria, con quello che è forse il più noto fra tutti i festival sulla neve, una sorta di Glastonbury sullo snowboard a oltre 2.500 metri d’altezza. In principio dedicato alla musica dance ed elettronica, negli ultimi anni ha inglobato l’ondata indie, e comprende anche feste a tema, un villaggio di igloo, saune e idromassaggi.Mayrhofen, AustriaDal 3 all’8 aprile 2017 

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09.11.2016

800 opere che prendono vita in 3.000 immagini proiettate sulle pareti di un museo, animandosi e coinvolgendo il visitatore in un’esperienza che definire “immersiva” sarebbe riduttivo. Sono queste le premesse della grande mostra itinerante Van Gogh Alive, e anche i motivi principali per andare a vedere l’ennesima esposizione dedicata a questo artista - stavolta a Roma, seconda e ultima tappa italiana del tour, prima del trasferimento in Polonia e, successivamente, in Colombia. In questo caso, poi, c’è anche un motivo in più: la sede prescelta per la tappa romana di questo blockbuster globale è infatti il novecentesco Palazzo degli Esami a Trastevere, riaperto dopo decenni proprio per l’occasione. Nei suo grandi spazi, che un tempo ospitavano le sessioni degli esami di Stato, il mondo del grande pittore olandese prende vita attraverso un’esposizione multisensoriale della durata di 40 minuti grazie a un sistema sviluppato da Grande Exhibitions, società specializzata nella creazione di grandi eventi artistici itineranti, che armonizza motion graphic multicanale e suono surround di qualità cinematografica impiegando oltre 40 proiettori ad alta definizione per fornire immagini dettagliate e particolari in primo piano Lo “spettatore” viaggia così attraverso i Paesi Bassi, la Parigi degli Impressionisti, Arles, Saint Rémy e Auver-sur Oise, attraverso 800 opere realizzate tra il 1880 e il 1890. Ma il viaggio è anche un percorso affasciante nel pensiero creativo del maestro, scandito dal colore, dalle pennellate, dal disegno e dai molti riferimenti alla biografia dell’artista. Decisamente non la “solita” mostra su Van Gogh. Fino al 26 marzo 2017 

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31.10.2016

Veloce e brillante come una cometa, Jeff Buckley ha attraversato il cielo della musica rock lasciando dietro di sé una scia di fan esterrefatti per la purezza del suo genio musicale, scomparso prematuramente a soli 31 anni. Da qualche settimana è online il catalogo dei dischi che hanno costruito il gusto musicale di Buckley, canzone per canzone. Tutto ebbe inizio quando Tom Mullen, direttore del digital marketing alla Legacy Recordings/Sony, decise di andare alla fonte delle cover pubblicate nell'ultimo album postumo del musicista americano, You and I: allora Mullen si imbatté in alcune foto scattate dalla madre di Buckley della collezione di vinili del figlio. Questa “Record Collection” è ora visibile ed accessibile sul sito www.jeffbuckleycollection.com, dove si può consultare scorrendola in ordine alfabetico nella sua interezza, selezionando un disco e ascoltando uno snippet di 30 secondi per ogni canzone. In alternativa, per accedere all'intero album, si può cliccare il link a Spotify. A sorprendere e a stupire molti fan sarà sicuramente la vastità dei gusti musicali dell'autore di Grace: solo all'interno della lettera M si susseguono “vicini” improbabili come il re del reggae Bob Marley, il rock politicizzato degli MC5, l'heavy metal dei Metallica, il jazz irrequieto di Charles Mingus, il cantautorato raffinato di Joni Mitchell e il pop miserabilista di Morrissey. E la M non è certo un'eccezione: si possono passare i giorni a cercare di far collimare i Clash con Miles Davis, David Bowie con i Fishbone, Nusrat Fateh Ali Khan con i Jesus Lizard, Nick Cave con Jaco Pastorius, o i Rush con Siouxie and the Banshees. La collezione termina, fatalmente, nel 1996, con un pugno di vinili. Di lì a pochi mesi, Jeff Buckley avrebbe trovato la sua morte precoce nelle spire del Wolf River, mentre canticchiava proprio una delle canzoni presenti nella sua raccolta di vinili - Whole lotta love dei Led Zeppelin. 

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20.10.2016

Justin Vernon è passato dall'essere un semisconosciuto cantante underground a vincere un Grammy Award nel giro di pochi anni. Adesso, dopo una pausa durata cinque anni, è uscito il suo terzo album firmato con l'alias Bon Iver,  22, A Million: un lavoro denso e frastagliato che ha tutte le caratteristiche per diventare il suo album di culto. Un’opera il più distante possibile dal debutto come Bon Iver con For Emma, Forever Ago: Justin Vernon, chiaramente, non si sente più a proprio agio nei panni dell'hipster/folkster, e preferisce prendere come riferimenti per la sua musica artisti come James Blake e Kanye West (con i quali ha talvolta collaborato). Ed ecco quindi perché, sulle canzoni (dai titoli stravaganti) di questo album ha lavorato più come su un prodotto di hip-hop o di elettronica che come su  uno di cantautorato: basta sentirlo cantare, con il suo caratteristico falsetto, sopra un tappeto di chitarre elettriche, glitch elettronici e voci accelerate o trattate con l'auto-tune - in 22 (over soon) - combinare arpeggi di banjo, vocoder ed una pomposa batteria à la Phil Collins  - in 10 d E A T h b R E a s T - e comporre gospel post-moderni per voci e sassofono effettati (in  ____45_____). Tuttavia, in quest'album c'è ancora spazio per le canzoni struggenti che hanno reso popolare Vernon: nel mix di Jackson Browne e Elliot Smith di 29 #Strafford APTS, nel pulsare downbeat di 8 (circle) (che a qualcuno ricorderà Mutineer, la gentile ballata del 1995 dello scomparso Warren Zevon), e nel malinconico piano della conclusiva 00000 Million. 22, A Million è disponibile in streaming su Spotify e Apple Music. 

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13.10.2016

Correva l’anno 1938 quando Sigmund Freud lasciò l’Austria con la sua famiglia in seguito all’Anschluss nazista, rifugiandosi a Londra. Nella capitale britannica, il padre della psicanalisi prese casa a Hampstead, un verde sobborgo a nord del centro, ed è proprio in quella villetta - abitata dalla figlia più giovane Anna fino alla sua morte nel 1982 - che oggi si trova il Freud Museum. Per tutti gli amanti della psicanalisi e dell’interpretazione dei sogni, l’occasione di entrare nello studio di Freud e di vedere il lettino originale su cui faceva stendere i suoi pazienti, ricoperto da un pregiato tappeto iraniano, è imperdibile. Ma il museo è interessante anche per i profani, non solo perché offre uno sguardo intimo e privato sulla storia del grande studioso, ma anche perché rappresenta uno spaccato di vita dell’epoca. La famiglia Freud riuscì infatti a portare con sé a Londra tutto il proprio mobilio e gli effetti personali, compresi alcuni splendidi pezzi Biedermeier e una bella collezione di mobili dipinti in stile campagnolo della tradizione austriaca sette-ottocentesca. Lo studio di Sigmund conserva poi la sua biblioteca e, soprattutto, la sua ricca collezione di antichità egizie, greche, romane e orientali: quasi 2.000 pezzi distribuiti nelle vetrine e sparsi ovunque, persino sulla scrivania. Aperto a tutti i visitatori e curiosi, il museo offre anche importanti risorse bibliografiche e icongrafiche per la ricerca sulla vita e sull’opera di Sigmund Freud e della figlia Anna, a sua volta psicanalista specializzata in psicanalisi infantile. Ospita inoltre mostre d’arte, conferenze e un seminario annuale su Anna Freud. 

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06.10.2016

Elegante, tradizionalista, festaiola. Così Monaco di Baviera generalmente appare a un primo sguardo superficiale. Ma la città tedesca ha un altro volto, decisamente più inedito e spesso tutto da scoprire, che si nasconde- o meglio, si svela - anche attraverso la bellezza dei suoi musei. Uno dei più sorprendenti è senza dubbio il Deutsches Museum: visitare i suoi 50mila metri quadri significa intraprendere un viaggio affascinante nella storia della scienza e della tecnica dalle origini fino ai tempi moderni. Fondato nel 1903 dall'ingegnere Oskar von Miller, si trova su un'isola lungo il fiume Isar, raccoglie originali storici come il primo telefono a trasmissione elettrica, gli emisferi di Magdeburgo, il primo motore Diesel e la prima apparecchiatura con cui venne scoperta la fissione nucleare, oltre a centinaia di modelli, esperimenti e dimostrazioni che possono essere messi in funzione anche dallo stesso visitatore. Aperto negli anni Settanta nel quartier generale della BMW e rinnovato nel 2008, il BMW Welt è uno dei musei dell’automobile più antichi della Germania. Al suo interno, la storia del celebre marchio bavarese è raccontata attraverso sette aree tematiche e 120 veicoli, dalle storiche auto sportive fino ai prototipi. Strizza l’occhio al Futurismo l’architettura dell’edificio, che somiglia a un’insalatiera argentata - tanto da essersi guadagnata l’appellativo di The Bowl. Lungo il percorso a spirale, i visitatori possono imbattersi in icone del mondo dei motori, come la BMW R 32, la BMW 507 e la leggendaria BMW 2002. Un edificio coloratissimo - per la facciata sono state utilizzate ben 36.000 tessere di ceramica - progettato degli architetti Sauerbruch e Hutton è la sede del Museo Brandhorst, che ospita una delle collezioni di più prestigiose e vaste del mondo, quella di arte contemporanea di Udo e Anette Brandhorst. Al suo interno, oltre 700 opere che vanno dalla seconda metà del XX secolo al XXI secolo, fra le quali alcuni capolavori assoluti di Andy Warhol, Joseph Beuys, Mario Merz, Jannis Kounellis, Sigmar Polke, Georg Baselitz, Gerhard Richter, Bruce Nauman, Damien Hirst e altri. Della collezione fanno inoltre parte 112 libri in edizione originale illustrati da Picasso e diverse opere su carta di artisti quali Malevic e Schwitters. Tutt’altra atmosfera si respira alla Glyptothek affacciata sulla Königsplatz, un’elegante piazza fatta costruire da Re Ludwig I (il nonno del "re delle favole" Ludwig II) nella prima metà dell'Ottocento come tassello del grande progetto urbanistico che il sovrano attuò per trasformare Monaco in una Atene sul fiume Isar. Meta imperdibile per gli amanti dell’arte classica, la Glyptothek è frutto di un progetto ambizioso del sovrano Ludwig I, che nel 1830 volle aprire al grande pubblico i tesori dei Wittelsbach, fino a quel momento custoditi nelle residenze di corte. Una collezione prestigiosa che annovera, tra le centinaia di opere suddivise in quattro sezioni, l'Apollo di Tenea (metà VI secolo a.C.) e le sculture del tempio di Aphaia (fine VI - inizio V secolo a.C.) provenienti dai due frontoni e dalla decorazione interna del tempio situato nell'isola greca di Egina. Disegnata e abitata da uno dei padri del movimento Secessionista, Franz Von Stuck, l’odierno museo Villa Stuck è certamente una meta per gli amanti dell’arte, oltre che un gioiello raro di stile Liberty. Costruita nel XIX secolo dall’artista bavarese, maestro di Vassilij Kandinskij e Paul Klee, Villa Stuck va visitata con rispetto, come se si entrasse in un rifugio privato. Oggi il museo ospita diverse mostre, ma la parte più interessante rimane quella relativa alle opere dell’artista che ideò ed arredò completamente anche gli interni della villa. Solo alcune sale sono aperte al pubblico, ma tutte di grande suggestione. Crediti fotograficiIn copertina: Glyptotek, foto © Simone LippolisVilla Stuck: foto di Wikiolo su licenza CC BY-SA 4.0Museo Brandhorst: foto di Andreas Lechtape © Museum Brandhorst ​ 

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08.09.2016

Insieme alle rinomate Maximilian-, Ludwig- e Prinzregentenstraße, Brienner Straße fa parte della rete di strade dello shopping di lusso nella città di Monaco di Baviera, interessante quanto le più sfolgoranti sorelle nonostante la sua natura schiva e dimessa. Ed è forse proprio la sua condotta introversa a renderla così unica, la perfetta destinazione per quanti amano dedicarsi allo shopping senza per questo trascurare la storia. Sin dal XVIII secolo, i regnanti della dinastia reale dei Wittelsbach, che guidarono il Regno di Baviera per più di 700 anni, poterono contare su un'ampia strada maestra lunga circa 5 km e delimitata da un’aggraziata fila di alberi di tiglio che li conduceva dal cuore dell'odierna città vecchia di Monaco fino al Castello di Nymphenburg, la loro meravigliosa residenza estiva. Era dunque scritto nel destino che la sua designazione quale Fürstenweg, ossia "strada dei principi" o "principale", avrebbe reso Brienner Straße nobile di fatto, elevandola con l’andar del tempo al rango di Prachtstraße: una strada elegante, di vita vissuta, di dame a passeggio e mercanti, di storie sovrapposte e narrate. Per chiunque si trovi a Monaco, vale la pena di prendersi del tempo per seguire le orme dei reali, ripercorrendo le tappe principali attraverso cui un tempo passavano le loro belle carrozze trainate dai cavalli. Königsplatz – La piazza del reIconica, severamente quadrata, eppure unica: immersa nel quartiere centrale di Maxvorstadt, la straordinaria Königsplatz ha attraversato una miriade di cambiamenti prima di acquistare la sempre attuale nomea di “piazza delle piazze”. L’area, su progetto originario del celebre architetto Leo Von Klenze del 1814, è incorniciata su tre lati da tre edifici in stile neoclassico: i Propilei (il portale ovest della “Atene dell’Isar”, così come il re Ludwig I desiderava fosse conosciuta la capitale della Baviera), la Gliptoteca (ossia una collezione di capolavori scultorei greci e romani) e le Staatliche Antikensammlungen (Collezioni Nazionali di Oggetti Antichi). In estate, l’enorme piazza dismette i suoi panni austeri e si trasforma in un vero e proprio palco a cielo aperto per gli Open Air concerts.  Karolinenplatz – Il centro per gli appassionati bibliofiliIntitolata a Friederike Wilhelmine Karoline von Baden, eletta prima regina di Baviera nel 1806, questa piazza, raggiungibile semplicemente lasciandosi alle spalle Königsplatz e attraversando Arcisstraße, vi accoglierà con la sua stele commemorativa alta 29 metri e ricavata dalla fusione dei cannoni impiegati durante le guerre napoleoniche. Ciò che non tutti sanno è che sulla piazza, circondata da case taciturne e strade disposte a raggiera, si affacciano diversi edifici storicamente significativi: tra questi spicca il Freyberg-Palais al n. 5 di Briennerstraße, ricostruito in rinnovato stile barocco e di proprietà dell’editore tedesco Hugo Bruckmann e della moglie Else, che nel tardo XIX secolo erano soliti ospitare esponenti di spicco del panorama letterario dell’epoca come Hugo von Hofmannsthal e Rainer Maria RilkeWittelsbacherplatz – Dove fiorisce l’arteSpalleggiati da una buona dose di tenacia e curiosità, non resterete certo delusi una volta giunti sulla Wittelsbacherplatz: prima di poterne calcare i sampietrini, la sola cosa da fare sarà superare sia la Piazza delle Vittime del Nazionalsocialismo, riconoscibile per il monumento alla memoria realizzato da Andreas Sobeck e sormontato da una gabbia bronzea contenente un fuoco perenne, sia il Cafè Luitpold. Quest’ultimo, inserito nella classifica dei tre ritrovi letterari più importanti d’Europa tra XIX e XX secolo, è ancora il principale punto di attrazione del Luitpoldblock, primo edificio a vocazione commerciale al di là delle mura cittadine. Poco più avanti troverete finalmente Wittelsbacherplatz, che si vanta di essere una delle piazze più attraenti della “Monaco luminosa”, così come la definì Thomas Mann. Seguiti dallo sguardo della statua equestre di Massimiliano I, potrete lentamente gironzolare tra i negozi di artigianato di questo pregevole angolo di quartiere, dove in ogni cantuccio spuntano gallerie d’arte, famose botteghe di porcellane e boutique. Proprio qui, in un’area che si è consacrata interamente all’arte al grido di Mode raus, Kunst rein (“fuori la moda, dentro l’arte”) e che col tempo si è trasformata in uno dei più esclusivi centri per lo shopping della capitale bavarese, il nuovissimo negozio Slowear ha fatto la sua comparsa, coniugando moda e arte in un abbraccio genuino di bellezza. Crediti fotografici:Glyptotek, Königsplatz – foto di High Contrast su licenza CC BY 3.0 DEKarolineplatz – foto di Benson.by su licenza CC BY-SA 3.0Wittelsbacherplatz – foto di Florian Adler su licenza CC BY-SA 3.0Luitpoldblock – foto di Luitpoldblock su licenza CC BY-SA 3.0 

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06.09.2016

Fra gli otto milioni e mezzo di abitanti di New York City ne esistono una manciata che hanno deciso di dare alla propria passione la dignità di opera d'arte, per quanto sui generis. Il risultato sono alcuni piccoli musei che mettono a fuoco minuscole porzioni della cultura contemporanea impossibili da dimenticare. MmuseummQuando la location fa la differenza. Mmuseum è allestito all'interno di un montacarichi a TriBeCa e può ospitare al massimo tre curiosi alla volta (è necessaria la prenotazione). Si tratta di una sorta di museo di storia naturale della postmodernità dove oggetti di per sé insignificanti vengono raccolti perché protagonisti di episodi che hanno fatto, a modo loro, la storia: dalla scarpa lanciata a George W. Bush durante una conferenza stampa a Baghdad nel 2008 alla collezione di false carte d'identità, passando per una raccolta di orologi appartenuti a Saddam Hussein. Unendo i puntini tracciati da questi cimeli si costruisce un percorso e un'immagine stranamente coerente dei nostri tempi, e poco importa se l'autenticità dei reperti è quanto meno dubbia. Torah Animal WorldAccanto agli hipster di Williamsburg esiste a Brooklyn una comunità di ebrei ortodossi che riserva non poche sorprese. Fra queste, la collezione degli animali citati nella Torah, nella Bibbia e nel Talmud imbalsamati e ospitati da uno zelante rabbino chassidico nel suo salotto. La raccolta di questi reperti antichi, nata per dare ai bambini l'occasione di capire meglio il senso di analogie e metafore presenti nei testi sacri, diventa un'occasione perfetta per tutti per immergersi in un mondo esotico e lontano. American Gangster MuseumA St.Mark's Place, nell'East Village, basta varcare una soglia per trovarsi negli anni '20, nel pieno del proibizionismo, e provare il brivido di frequentare uno speakeasy, il tipico locale rifornito quotidianamente di alcool da infaticabili contrabbandieri e frequentato da un pubblico di fidati avventori. Intorno a due casseforti che sicuramente hanno visto transitare buona parte del denaro esistente all'epoca in questo lato della città, è costruito il museo dedicato ai cimeli della criminalità organizzata made in Usa dal tempo dei Padri Pellegrini e della tratta degli schiavi fino, appunto, agli anni '20. Fra la forza evocativa degli oggetti e l'atmosfera del luogo il viaggio nel tempo è assicurato. Troll MuseumIl Lower East Side è terra di contaminazioni e visioni, alcune più lisergiche di altre. Al sesto piano senza ascensore di un condominio altrimenti anonimo abitano l'unica autonominata trollologist di New York City, Reverend Jen, e il suo assistente formato chihuahua. Nella sua casa una collezione di troll vintage e multicolori vasta e ipnotica, veri memorabilia da un mondo che diventa di minuto in minuto più reale, mentre lo si studia immergendosi nelle parole di Jen. Treasures in the Trash MuseumQuello che una città consuma racconta molto di come vivono, cosa scelgono, di cosa si nutrono (in tutti i sensi) i suoi abitanti. Se un giorno un dipendente del servizio di nettezza urbana di New York City (DSNY) decide di stivare i reperti più intriganti che trova e continua per 33 anni, il risultato è una vera e propria collezione che descrive l'evoluzione degli usi e costumi della città. Oggi quella raccolta è esposta al secondo piano del quartier generale della NYSD di East Harlem (MANEAST11), nota come The Treasures in the Trash Museum. Per visitarla è necessario prenotare ed essere autorizzati, una piccola trafila che vale la pena di fare.

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08.08.2016

Intellettuali, bambini, famiglie e professori: il Grimm Welt di Kassel è il museo che mette d'accordo tutti e conferma il ruolo di custode della cultura tedesca di questa città della Germania profonda aggiungendo questa tappa a Documenta, l'imponente mostra di arte contemporanea che qui nacque nel 1955. Il museo Grimm Welt celebra il lavoro e il pensiero dei fratelli Grimm andando ben oltre le fiabe che li hanno resi celebri in tutto il mondo. Gli autori di Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Rapunzel, Hänsel e Gretel  – per citarne solo alcune - erano infatti prima di tutto raffinati filologi e linguisti, autori fra l'altro dei 33 volumi del primo dizionario della lingua tedesca, che si pone fra i capisaldi del tedesco moderno secondo solo alla traduzione che Lutero fece della Bibbia secoli addietro. Lo spazio si presenta quindi come una vera e propria porta per immergersi nella cultura tedesca, con i suoi molteplici livelli di lettura che spaziano dalla linguistica alla storia per arrivare alle fiabe, in un corto circuito vivace e ininterrotto fra cultura alta e popolare, il tutto animato da esperienze interattive e spazi di gioco capaci di coinvolgere e divertire sia gli studiosi che i bambini. La scansione dei temi accentua la dimensione non convenzionale del museo: si sviluppa infatti come una sequenza di parole che simula un glossario e stimola l'attenzione e la costruzione di collegamenti fra tutte le idee in gioco. L'interculturalità e la contaminazione fra i saperi è infatti la chiave per capire il senso profondo della ricerca dei fratelli Grimm, che per tutta la vita raccolsero storie fra la gente e le trasferirono per la prima volta dalla tradizione orale a quella scritta in forma di fiaba per diffonderle in tutto il mondo, nascondendo fra avventure e happy ending i valori di una nazione.  

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29.07.2016

Il Museum Quartier di Vienna è uno dei poli museali più grandi e vivaci al mondo, con oltre 90.000 metri quadri di superficie distribuiti fra 60 istituzioni culturali, che comprendono musei fondamentali per la storia dell'arte moderna e contemporanea. Per goderselo a pieno bisogna ricordare che è un vero e proprio laboratorio, dove si avvicendano mostre, seminari e iniziative che spaziano dall'arte per i bambini a infiniti archivi di progetti di alta architettura per addetti ai lavori. Ciascuno può trovare pane per le sue passioni. Inoltre, già passeggiare fra gli edifici contrastanti del quartier è un'esperienza, magari approfittando delle sedute che punteggiano il percorso e che sono a loro volta divertenti opere d'arte pop. Detto questo, ci sono alcuni artisti davvero imprescindibili le cui tracce vanno seguite nei diversi musei. Eccone cinque. Gustav KlimtHa vissuto a Vienna tutta la vita, ne ha visto tramontare l'Impero a cavallo fra XIX e XX secolo, ne ha assorbito la nobiltà decadente trasformandola in una visione fluida e mortale della bellezza, che anche nello sfolgorìo dell'oro nasconde un fondo di malinconia. Il Leopold Museum raccoglie una serie di opere fondamentali, fra le quali Vita e morte, che Klimt dipinge fra il 1910 e il 1915, quasi al termine della sua esistenza. Egon SchieleAustriaco, allievo di Klimt, Schiele ha assorbito l'arte Europea dei primi del '900 e ne ha tratto uno stile del tutto personale e riconoscibile. Capofila dell'espressionismo europeo, a suo agio fra disegni e dipinti, ha costruito una collezione di tipi umani e paesaggi che sembrano sempre sul punto di andare altrove, raccontando un'intuizione di fine del mondo propria dell'Europa del tempo. Non si può visitare Vienna e non incontrare Schiele al Leopold MuseumPaul KleePittore solitario e autodidatta, svizzero di nascita, si lascia sedurre dall'incontro nel 1911 con gli artisti del gruppo Der Blaue Reiter, il cavaliere azzurro, fra i quali Wassily Kandinskij. Klee è fra i nomi più importanti dell'astrattismo europeo, al quale aggiunge un particolare amore per il colore che racconta un tocco di esuberanza decisamente anomalo nei consessi artistici dell'epoca. Al Mumok opere come Boat and Cliffs decisamente meritano una sosta. Andy WarholLet's do Pop Art. Rappresentare il secondo '900 dell'arte europea è (anche) ricordare il legame con l'arte nordamericana. Consumo, serialità e benessere vanno a braccetto e Warhol capisce per primo che saper raccontare una cosa, magari per immagini, è più importante che saperla fare. Al Mumok, imperdibile museo di arte contemporanea, Orange Crash 1963 è un bell'esempio di serialità, per ciò che rappresenta e perché parte di una serie. Roy LichtensteinAncora pop art e ancora Stati Uniti per seguire l'evoluzione dell'immaginario artistico del secondo '900. I dipinti di Lichtenstein raccontano con i tratti del realismo una realtà immaginaria di cavalieri e fumetti capaci di insinuare il dubbio che siano loro i più veri del vero. Qui il cavaliere azzurro di Klee diventa rosso (The Red Horseman, sempre al Mumok) e sostituisce il romanticismo con l'agonismo degli anni '70. Copertina: il Mumok, foto di Gryffindor su licenza CC Attribution-Share Alike 3.0  

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26.07.2016

Conosciuta anche con l'appellativo di "museo all'aria aperta", per 1.000 anni  Gyeongju, sulla costa sud-orientale della Corea del Sud, è stata la capitale della dinastia Silla, celebre per la grande quantità di reperti storici giunti fino a noi. Oggi Gyeongju appare, nella sua parte antica, letteralmente disseminata di templi, pagode, tombe, incisioni nella roccia, statue buddhiste, e le sue rovine sono sparse su di un'area di ben 1.323 chilometri quadrati, per cui è decisamente consigliabile decidere con anticipo quali luoghi visitare perché gli spostamenti possono richiedere anche molte ore di viaggio. Chi non è mai stato da queste parti, sappia che lo aspettano ampie zone di vegetazione rigogliosa dove sorgono tumuli e monumenti funerari, intervallate a una struttura urbana davvero caratteristica. E poi tetti colorati e complesse architetture locali sullo sfondo di verdi montagne. Il tutto migliorato dai grandi sforzi  in termini di restauri portati avanti negli ultimi anni per restituire a Gyeongju il suo antico splendore.  Qualunque itinerario scegliate, il nostro consiglio è di non perdere questi tre luoghi:Tempio di BulguksaSi tratta del tempio principale dell'ordine Jogye del Buddhismo coreano, risalente all'VIII secolo. Notevoli le pagode gemelle di pietra, le scalinate in legno e il grande Buddha di bronzo. Grotta di SeokguramScavata 750 metri sopra il livello del mare, la grotta ospita un'imponente statua del Buddha seduto ed è il luogo migliore per godersi lo spettacolo mozzafiato dell'alba sul Mar del Giappone. Tempio di GolgulsaScavato nella roccia, questo bel tempio offre anche ospitalità per un soggiorno che v'insegnerà i rudimenti del Sunmudo, un'antica arte marziale meditativa.   Crediti fotografici:Tempio di Bulguksa, foto di Junho Jung via flickr su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported La statua di Buddha nella grotta di Seokugram, foto di Junho Jung via flickr su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported Una dimostrazione di Sunmudo (arte marziale Zen) preso il tempio di Golgulsa, foto di Myllissa via flickr su licenza CC Attribution 2.0 Generic  

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07.06.2016

Fondatrice dell’agenzia fotografica londinese che dirige, We Folk, e della casa editrice See W, specializzata nella pubblicazione di lavori artistici inediti e nella commissione di nuovi progetti, Olivia Gideon Thomson è una professionista di successo nel mondo della cultura e della creatività, ma anche una mamma che cerca di barcamenarsi fra la sua carriera e la famiglia nella capitale inglese. Olivia vive a Londra da molti anni e adora la sua città. Con lei abbiamo chiacchierato un po’ dei suoi angoli di Londra preferiti e della vita di tutti i giorni in una delle città più affascinanti del mondo. SJ: Ciao Olivia, raccontaci qualcosa di te.OGD: Vivo a Londra da oltre 20 anni, ho studiato qui, qui ho acquistato il mio primo appartamento, mi sono sposata, ho avuto un figlio, ho fondato un’azienda e lasciato l’appartamento per una casa. Questa città ormai mi è entrata nel sangueSJ: Quanto è importante per chi lavora nel settore della creatività vivere a Londra?OGD: Oggi le persone cercano maggiore flessibilità nella loro vita lavorativa, e qualcuno riesce anche a concedersi il lusso di vivere fuori città. Immagino che sia difficile costruirsi una carriera fuori da Londra, ma quando arrivi al punto in cui ti senti sufficientemente realizzato, forse la cosa più importante è decidere dove vivere, e a quel punto sarà il lavoro a seguire te, se sei abbastanza fortunato. SJ: Qual è il tuo posto preferito in città?OGD: Mi piacciono i quartieri di notte, quando le strade si svuotano, quando il rumore cessa, oppure all’alba quando tutti ancora si stanno svegliando. E poi i periodi di vacanza, quando tutti partono e finalmente chi resta riesce ad arrivare in tempo agli appuntamenti. Ho molti luoghi del cuore, ma forse quello che più di tutti genera in me un senso di appartenenza è il fiume, soprattutto quando volando in aereo sopra la città mi rendo conto di quanto sia grande e profondo nel suo serpeggiare - è un’immagine che mi fa sentire davvero a casa.  SJ: Raccontaci com’è il tuo weekend ideale in città.OGD: Nel fine settimana ho una specie di routine tutta mia, di solito sono molto impegnata a fare cose con e per mio figlio. C’è un’amica che incontro tutti i sabati mattina - ci aggiorniamo e parliamo della settimana appena trascorsa per incoraggiarci a vicenda. Lei è madre e dirigente, e la necessità di barcamenarsi fra la carriera e i bambini è una cosa di cui parliamo tanto, perché ci troviamo ad affrontarla tutti i giorni. Sono molto socievole e adoro vedere gli amici, ma sto bene anche da sola. Se ho voglia di un po’ di tranquillità esco per una lunga camminata, oppure mi rannicchio sul divano a leggere, faccio un pisolino e mi rilasso un po’. Nella zona dove vivo conosco molte persone anche per via delle amicizie di mio figlio, così a volte capita d’imbattersi in qualcuno e di fermarsi a bere un bicchiere di vino, un’occasione davvero preziosa. SJ: Puoi consigliarci qualche posto in città in linea con lo stile Slowear?OGD: In una città caotica come Londra, per me la cosa più importante è fare un po’ di spazio nella testa, e il modo in cui ci sono sempre riuscita è stato frequentando musei e gallerie, dove mi è spesso accaduto di avere momenti di grande profondità. Ho visto i lavori di Yayoi Kusama alla  Serpentine, quelli di Mark Wallinger alla Whitechapel Gallery, il Light show alla Hayward Gallery. Ricordo quei momenti in ogni dettaglio, ma sono stati attimi di scoperta - non sapevo realmente che cosa avrei visto. Nella mia vita non ho quasi mai pianificato nulla, ho sempre incontrato le cose. Dopo la laurea, ricordo che mio padre mi mandò a scuola di dattilografia; in pausa pranzo andavo al Victoria & Abert Museum a South Kensington a guardare i tappeti persiani e lì sentivo finalmente il mio cervello rallentare, e riuscivo a trovare una dimensione diversa. Qualunque luogo dove gli occhi possano soffermarsi e recepire le cose senza che la testa sia troppo coinvolta va bene! Entrate nelle chiese, sedetevi nei parchi, camminate per la città nel fine settimana quando le strade sono più tranquille. SJ: Quindi credi che prendere le cose con più lentezza e godere di tutto ciò che c’è di bello nella vita sia possibile?OGD: Sì – ho sviluppato la capacità di notare tutto quello che mi circonda, e ciò di cui riempio la mia vita mi rende serena. Evito di fare ciò che non mi piace, e passo molto tempo con gli amici e con la famiglia. Leggo tanto, penso tanto e ho un cane completamente pazzo che mi fa fare un sacco di ginnastica. Tutte le mie idee e soluzioni migliori mi vengono in mente quando cammino. Sono cresciuta in campagna, ed è come se fossi riuscita a portare quell’atmosfera e quegli spazi qui con me, in città. Quando riesco a non stare troppo al telefono e a non perdermi nei meandri dei social network, direi che me la passo piuttosto beneFoto di Jenny Hands (@wefolk) 

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03.06.2016

Sweem è un musicista francese. Il successo, per lui, è arrivato grazie a The Voice, ma noi lo abbiamo conosciuto quando è entrato nella nostra boutique parigina alla ricerca di una giacca burgundy. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui su Parigi  e sullo stile Slow. SJ: Ciao Sweem, descrivi te stesso in tre parole.S: Viaggiare, fare nuovi incontri e condividere. SJ: Non esci mai di casa senza... ?S: Il mio cappello. Praticamente fa parte della mia testa. E poi qualcosa per scrivere e prndere appunti, ad esempio il mio smartphone, con cui passo parecchio tempo. SJ: Raccontaci qualcosa di Parigi che per te rappresenta una fonte d'ispirazione.  S: Parigi è un'ispirazione continua! Adoro la sua vita notturna, quel non so che di speciale nell'aria, quella bohème che ti fa sentire libero. Mi basta affacciarmi alla finestra e vedere Parigi di notte, immaginare tutte le cose pazze e romantiche che  succedono là fuori. SJ: Suggeriscisi qualcosa da fare a Parigi con 24 ore a disposizione.S: Cominciamo con un posto interessante vicino a dove vivo (nel 1° arrondissement): Killiwatch è un fantastico negozio nel 2° arrondissement, e il suo reparto vintage è da impazzire, davvero enorme e con una scelta incredibile. La cosa bella è che non solo gli abiti sono vintage, ma anche l'ambiente. Un altro indirizzo che adoro è rue des Abesses nel 18°, dove ancora si può passeggiare per le vecchie stradine acciottolate di Parigi.  Poi prenderei la funicolare per Montmartre, da dove la vista su Parigi è meravigliosa, e ci si può sedere in tranquillità rapiti dalla vista.Un'altra cosa che farei è andare a guardarmi la vetrina del miglior negozio di effetti per chitarre in città in Rue Victor Masse al 37 - lungo la stessa strada ci sono diversi negozi di strumenti musicali. Un altro posto davvero interessante per la musica è Petit Bain, nel 13°, una piccola sala da concerti per musica alternativa dove si tengono anche DJ set. In estate si sta benissimo sulla terrazza, con un mojito in mano e qualche amico con cui chiacchierare. A questo punto sarà giunta l'ora di mangiare qualcoasa, ma probabilmente saremo un po' in ritardo sulla nostra tabella di marcia. Non ci resta che fare un salto da Au Pied de Cochon, un ristorante davvero carino e accogliente che è sempre aperto, a qualsiasi ora. Per chi non se la sente di assaggiare ill famoso pied de cochon (in pratica lo zampone) ci sono i frutti di mare, da abbinare a un buon vino bianco ghacciato. Adesso un po' di divertimento puro, magari al Bus Paladium di Pigalle, con i suoi interni fantastici e l'atmosfera unica. Per chi preferisce i club duri e puri c'è Carmen , un ex bordello trasformato in discoteca, oppure l'Orphee, poco più in là. SJ: Ci è giunta voce che stai lanciando il tuo nuovo progetto musicale. Ci racconti qualcosa?S: Sto lavornado al mio EP che uscirà a breve. Sono appena tornato da Berlino, dove ho girato alcuni video per le mie nuove canzoni, e me ne sono innamorato. SJ: Quando sei passato per caso davanti alla vetrina del nostro negozio di Parigi hai avuto una specie di colpo di fulmine per lo stile Slowear. Spiegaci meglio che cosa ti ha colpito.S: Stavo lavorando con il mio stylist all'outfit per il giorno successivo e pensavamo di aver concluso il nostro shopping. Poi mi sono imbattuto nella vostra vetrina del Marais e quello che ho visto ha catturato la mia attenzione. Già da un po' ero alla ricerca di una giacca burgundy e lì c'era esattamente quello che avevo in mente. I commessi sono stati così gentili che mi sono sentito subito a casa, Abbiamo chiacchierato un po' del mio progetto, e il risultato è che la cover del mio album adesso è brandizzata Slowear. Nulla accade mai per caso! Per saperne di più su Sweem date un'occhiata alla sua Fanpage su Facebook

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20.05.2016

I caffè dove poter bere qualcosa o consumare un pasto leggero leggendo un libro sono sempre più numerosi, a Tokyo. Ecco una lista di posti dove potrete sentirvi a vostro agio proprio come nel salotto di casa, leggendo e sorseggiando il vostro caffè in un’atmosfera piacevolmente rilassata. Mori no ToshoshitsuMori no Toshoshitsu (alla lettera “la libreria di Mori”) è un caffè di Shibuya aperto fino a tarda note. Offre la possibilità di consultare i libri, utilizzare il Wi-Fi e le prese elettriche. All’interno dei libri c’è un menu con la lista del cibo e delle bevande disponibili. Si servono anche alcoliciBooks BunnyBooks Bunny è una libreria, bar e caffè. La libreria comprende pubblicazioni occidentali di ogni genere, dall’arte alla moda. Il caffè propone diversi tipi di miscele, snack e proposte per il pranzo.   BundanBundan è il caffè letterario di Tokyo Pistol, un’azienda che opera nel settore della creatività. La selezione di libri conta circa 20.000 titoli, compresi volumi rari, capolavori della letteratura giapponese e anche testi sulle sottoculture. Il caffè propone bevande associate agli autori e i loro piatti preferiti, oltre a cibi e bibite citati nei loro romanzi. Book & Café PhosphorescenceQuesto caratteristico caffè ospitato all’interno di un edificio di mattoni rossi prende il nome da un racconto di Osamu Dazai. Gli interni sono un po’ angusti, com’è tipico dei negozietti di libri di seconda mano. Oltre a ospitare una vasta collezione di opere letterarie, organizza spesso mostre ed eventi dedicati all’opera di Osamu . Yoru no HiruneQuesto caffè dalle parti della stazione di Asagaya ha interni decorati in stile Shōwa  e trasmette musica e video tutto il giorno. Il catalogo spazia dai manga fino ai libri di scienze naturali, d’arte e alle riviste. Il menu include bevande alcoliche e cibo, e si organizzano spesso eventi e concerti.

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18.05.2016

La capitale della Bosnia Erzegovina è una città come nessun'altra in Europa - il tempo l'ha segnata in modo indelebile: è sopravvissuta al controllo ottomano ed austroungarico, ed ha attraversato il comunismo di Tito ed il più lungo assedio nella Storia moderna. Ma le bellezze di Sarajevo sono ancora tra di noi, più vive che mai, come hanno rimarcato di recente il National Geographic ed il Guardian. Sarajevo è infatti uno dei segreti meglio nascosti d'Europa. Un segreto di cui è facile innamorarsi. Una tazza di caffè bosniacoLa prima cosa da fare arrivati in città è sorseggiare un bosanska kafa: questo caffè bosniaco è molto forte (e abbastanza simile al caffè turco) e lo troverete servito al meglio in una delle tipiche kafane della Baščaršija (la città vecchia). E' di solito accompagnato da alcuni lokum (caramelle di zucchero e amido) dai colori sgargianti.Non dovete fare altro che sedervi su uno sgabello o su di un cuscino e godervelo. VijećnicaNon potete perdervi la Vijećnica. Costruita ai tempi in cui la Bosnia era una provincia dell'impero austroungarico, da allora venne utilizzata come municipio e come biblioteca nazionale ed universitaria. Poi arrivò la guerra degli anni '90: il 25 Agosto del 1992, durante l'assedio, le forze militari serbo-bosniache la bombardarono. L'intero edificio e più di due milioni di libri vennero distrutti. Ci vollero più di venti anni per ricostruirla esattamente com'era – in tutta la sua stravagante bellezza pseudo-moresca. Passeggiata lungo la MiljackaA questo punto dovete solo fare qualche passo fuori dalla Vijećnica ed iniziare la vostra passeggiata lungo la Miljacka per ammirare i più bei ponti della città. Il primo è il ponte ottomano Šeher-Ćehaja, ed il secondo è il famoso Ponte Latino, dove fu assassinato l'arciduca Franz Ferdinand (il casus belli della Prima Guerra Mondiale). Se proseguite verso ovest, dopo altri due ponti, arriverete al recente Festina Lente (del 2012) con la sua caratteristica forma “a nodo”. Sarajevo Film FestivalNato durante le condizioni più avverse – nel 1995, durante gli ultimi giorni dell'assedio, quando i film potevano arrivare in città solo in formato VHS – il SFF è il più importante festival cinematografico dei Balcani ed il più grande evento culturale della Bosnia Erzegovina. Nei suoi venti anni di storia, il premio “Heart of Sarajevo” è andato ad alcuni dei migliori talenti emergenti del cinema moderno, tra cui Danis Tanović (per No Man's Land) e Deniz Gamze Ergüven (per il film Mustang del 2015).La prossima edizione si terrà tra il 12 ed il 20 Agosto 2016. La Fortezza GiallaSarajevo è anche la città dei panorami mozzafiato, grazie alle montagne ed alle colline che la circondano. Il più facile a cui accedere è il panorama visibile dalla Žuta Tabija. La Fortezza Gialla è parte delle mura cittadine settecentesche, e dalla sua cima potrete scattare alcune delle migliori foto della vostra vita e, allo stesso tempo, bervi qualcosa al bar aperto solo di recente.

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15.05.2016

1. Non è su Spotify.Quindi, se volete ascoltarlo senza iscrivervi a Tidal o ad Apple music, ad oggi, l'unica possibilità è andare sul sito della BBC ed approfittare del Radiohead listening party. 2. Contiene molte canzoni vecchie. Come al solito.Sono apparse in questi giorni molte recensioni che hanno sottolineato con sorpresa come molti brani di A Moon Shaped Pool fossero già stati suonati dal vivo da Thom Yorke o dalla band nella sua interezza (Diffuser.fm l'ha addirittura definito un “bizarro greatest hits package”). Ma in realtà i Radiohead hanno sempre avuto l'abitudine di provare e riprovare canzoni per anni prima di farle uscire ufficialmente su disco. Solo per citarne qualcuna: Nude è apparsa sull'album del 2007 In rainbows ma risaliva al 1997, e The National Anthem è apparsa e scomparsa durante diversi concerti per almeno sei anni prima di entrare a far parte della tracklist di Kid A. 3. Anche i bambini di otto anni ne scrivono recensioni.Una utente di Twitter di nome Beth Gordon ha postato la recensione traccia-per-traccia del suo figlio di otto anni. Il verdetto? La traccia 1 è “festosa”, la 8 “mi ricorda Kung Fu Panda” (!?!?), e la 11 “potrebbe far piangere le persone”. 4. Nessuno ci azzecca al primo ascolto con i Radiohead.In molti hanno recensito online A Moon Shaped Pool solo poche ore dopo l'apparizione dell'album. Ma qualsiasi loro fan accanito vi assicurerebbe (controllate pure sul fansite At Ease) che per ogni loro album non bastano pochi ascolti: serve più tempo per coglierne meglio le sfumature e la bellezza delle canzoni. Specialmente con un disco denso come AMSP. 5. L'orchestra è il membro aggiunto.Gli archi sono ovunque in A Moon Shaped Pool: nelle parti “col legno” dell'opener Burn the Witch, nelle esplosioni atonali che si ripetono a corrente alternata durante tutto l'LP, e nella stupenda figura di violoncello posta in chiusura della strappalacrime Glass Eyes. Non c'è da meravigliarsi se anche gli appassionati di musica classica lo apprezzano.

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03.05.2016

Milano l’hanno raccontata in tanti, artisti, scrittori, poeti e, naturalmente, innumerevoli guide turistiche. Difficile, dunque, dare un punto di vista originale sulla città; eppure, Moleskine ci è riuscita con I am Milan, prima uscita della sua nuova collana I am the city, una serie di ritratti e di inni alle grandi metropoli e alla loro vitalità. A portarci a spasso per la città con illustrazioni e parole è Carlo Stanga, pluripremiato architetto, illustratore e autore italiano, che invita il lettore a scoprire la Milano più classica ma anche quella “segreta”, nascosta nei dettagli e nel tessuto architettonico e meravigliosamente ritratta con il suo stile inconfondibile. Un lavoro che è valso a Stanga già  due importanti riconoscimenti, e che va dritto al cuore di chi ama Milano.  Abbiamo sentito Carlo, che vive e lavora fra Milano e Berlino, per approfondire le ispirazioni che hanno dato forma a I am Milan e il suo rapporto con le due città.SJ: Questo libro è una dichiarazione d'amore a Milano fatta a distanza, da Berlino. Che cosa ami di più della città, che cosa ti manca e che cosa invece non ti manca per niente?CS: Mi piace considerare I am Milan come una lettera affettuosa alla città in cui ho studiato e sono cresciuto professionalmente. Quello che amo di più di Milano è l’atmosfera elegante che si respira ovunque, mi pare proprio la caratteristica che la distingue maggiormente rispetto alle altre città del mondo. Forse è questo il carattere principale. Non mi mancano invece il caos, l’inquinamento e la burocraziaSJ: Puoi citare ti tuoi luoghi del cuore in città?CS: Tra i tanti luoghi che amo di Milano ci sono i Navigli, perché ho sempre vissuto in via Vigevano ed è sempre stato quello il mio quartiere (a parte un anno nella diversa ma comunque splendida via Canova). Poi mi piace la Triennale, con i meravigliosi spazi del grande architetto Giovanni Muzio, e la ricchezza di mostre spesso interessanti. Corso Garibaldi, dove si leggono ancora le ferite dei bombardamenti dell’ultima guerra, è per me un altro luogo amato per la sua eterogeneitá architettonica e il quartiere così tranquillo e gradevole, pur essendo in posizione centrale. Qui ho lavorato per alcuni anni. SJ: Perché ha lasciato l'Italia e perché ha scelto Berlino? Com'è il rapporto con la sua città adottiva?CS: La creatività ha spesso bisogno di cambiamento, di nuovi luoghi e orizzonti, così ho lasciato Milano e l’Italia con la loro classicità e inclinazione di gusto più tradizionale per una metropoli completamente diversa e più alternativa. Berlino ha molti vantaggi perché è ricca di creatività, con il maggior numero di gallerie d’arte al mondo, quasi 200 musei di livello internazionale e una vita culturale effervescente. Oltre alle arti visive, è la musica a fare da padrona qui. Berlino è l’unica città al mondo ad avere 3 teatri d’opera di livello inarrivabile e una filarmonica straordinaria. Poi è una città con molti centri, non uno solo, senza la pericolosa contrapposizione gerarchica tra centro e periferia, un esempio urbanistico che molti vorrebbero imitare. Berlino è una metropoli molto amata e attrattiva, che cresce di popolazione enormemente di anno in anno. Non c’è stress, ma una alta qualità della vita nonostante l’enormità della città, una serenità che qui chiamiamo Deutsche Vita, ricordando la “dolce vita”. Poi c’è tantissimo verde, un terzo dell’area urbana è occupato da parchi, fiumi e laghi balneabili e quasi 100 darsene. L’inquinamento è relativamente basso, qui sgranano gli occhi se dico che da noi c’è il blocco del traffico… A proposito, i mezzi pubblici sono efficientissimi e si usa molto la bicicletta. È una città all’avanguardia, molto qui nasce o comunque arriva prima. È stata una delle primissime metropoli a utilizzare il car sharing ed è qui che ora si studia la nuova iCar a guida senza conducente. Ci sono più di 100 centri di ricerca in molte discipline scientifiche, insomma tanto futuro. Con Milano, naturalmente, ho un ottimo rapporto. Ci torno spesso, per ritrovare la famiglia, gli amici e anche per lavoro. SJ: Fra i tuoi maestri c'è stato anche il grande Bruno Munari: in che modo ti ha influenzato? Quali altri artisti ti sono stati d’ispirazione?CS: Con Bruno Munari ho collaborato per alcuni laboratori creativi subito dopo la laurea al Politecnico. Mi ha insegnato a vedere il mondo in modo libero, cogliendo gli aspetti apparentemente insignificanti per i più, ma ricchi in realtà di senso e di nuove soluzioni. Con Munari era come ritornare bambini, ma con una consapevolezza e capacità critica matura. Era un vero rivoluzionario. Oggi tutto sembra omologato al “super”, “ arci”, “ archi-star”, con forme bizzarre ma poco intelligenti, rendering tanto  “ iper” e “ cool” quanto bugiardi. Insomma, poca sostanza, poca vera innovazione e molta idiozia.Tra gli artisti che amo di più in generale ci sono David Hockney, Francis Bacon, e ovviamente Picasso. Un illustratore italiano, anche lui architetto, che ammiro e mi ha dato buoni consigli è Guido Scarabottolo. Voglio ricordare qui anche la poesia delle fotografie di Gabriele Basilico che mi ha sempre molto colpito, cogliendo l’anima più profonda della città. SJ: Le città possono essere più o meno adatte all'illustrazione così come lo sono alla fotografia?CS: Credo che tutte le città siano fotogeniche, dipende solo da chi le guarda e le rappresenta e da quanto ne sia emotivamente coinvolto, che si tratti di un pittore, di un illustratore o di un fotografo. Personalmente, amo le città più complesse, con forti contrasti e infinite e sempre nuove sfaccettature, come Tokyo, Città del Messico, Berlino, ma naturalmente anche Milano - che pur piccola e monocentrica negli ultimi anni si è arricchita di nuovi luoghi importanti. SJ: Dopo Milano creerai altri volumi per I am city?CS: Sí, ora sto lavorando su Londra, che mi coinvolge molto, e poi sarà la volta di Parigi, New York e spero altre. Il mondo è sempre sorprendente!

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26.04.2016

Le sigle dei cartoni animati giapponesi e i loro personaggi sono diventati un simbolo e un carissimo ricordo per intere generazioni di fan. I manga dai quali queste serie sono tratte sono ormai riconosciuti in tutto il mondo come un’espressione della cultura popolare giapponese, ma all’inizio erano considerati poco più che schizzi senza valore, come suggerisce il loro stesso nome. L’origine dei manga resta sconosciuta, ma il nome entrò nell’uso comune con la pubblicazione dell’Hokusai Manga nel 1814. Nell’ultimo anno, le vendite di manga sono cresciute ancora, attestandosi sui 500 milioni di copie vendute fra edizioni stampate e digitali, per un ricavo  di oltre 356.9 miliardi di yen - un settore decisamente redditizio.  Non stupisce dunque che in Giappone siano stati istituiti svariati musei dedicati proprio ai più amati artisti mangaka giapponesi. Vediamo quali sono i principali. Osamu Tezuka Manga MuseumOsamu Tezuka è stato un fumettista, mangaka, animatore e regista noto soprattuto come il principale narratore del secondo dopoguerra giapponese e fonte d’ispirazione per molti suoi colleghi. Fra i suoi lavori, Astro Boy, Kimba il Leone Bianco, La principessa Zaffiro e La Fenice. L’Osamu Tezuka Manga Museum si trova nella città di Takarazuka, dove Osamu visse dai 5 ai 24 anni. Il museo si concentra sulla vita e sull’opera dell’autore, con oltre 170 pezzi fra cui manga e anime, e una parte dedicata all’esperienza della creazione degli animeFujiko F Fujio MuseumDedicato al duo creativo formato da Hiroshi Fujimoto e Motoo Abiko, gli autori del successo planetario di Doraemon il gatto spaziale, questo museo di Kawasaki ha anche un mini-teatro e un caffè, e vende moltissimi gadget dedicati alle serie più recenti. Consigliatissimo per grandi e piccini. Shotarō Ishinomori Memorial MuseumShotarō Ishinomori è stato l’autore di moltissimi manga (fra i quali Chobin) e tokusatsu, ossia film dedicati ai supereroi e pieni di effetti speciali, in particolare Cyborg 009, Kamen Rider, L’androide Kikaider e Himitsu Sentai Gorenger. Il museo si trova a Tōme, Miyagi, nella casa dove Shōtaro era nato e cresciuto. Fra video ed esposizione, questo museo è davvero irrinunciabile per tutti i fan più accaniti del genere manga. Go Nagai Wonderland MuseumNato e cresciuto a Wajima, Ishikawa, Go Nagai ha cominciato la sua carriera come assistente di  Shotarō Ishinomori per poi realizzare successi internazionali del calibro di Devil Man, Cutie Honey e Mazinga Z. Fuori dal museo, che si trova a Wajima, ci sono una riproduzione di Mazinga alta due metri e una statua di Devil Man in dimensioni reali. All’interno, una vasta collezione di tavole e disegni originali. Shigeru Mizuki MuseumShigeru Mizuki, la cui fama e reputazione sono eguagliate solo da quelle di Osamu Tezuka, è scomparso l’anno scorso. Per rendere onore al suo mondo di mostri e fantasmi costruito attorno al personaggio di Kitaro dei Cimiteri, nella sua città natale, Sakaiminato (prefettura di Shimane) è nato un museo in sua memoria. L’esposizione dedicata ai mostri è stata realizzata sotto forma di casa infestata dagli spiriti, all’interno della quale i visitatori possono scoprire dettagli sulla vita e sulla carriera dell’autore e vedere una ricostruzione del suo studio.  Hasegawa Machiko Art MuseumMachiko Hasegawa fu la prima donna mangaka in Giappone. Trasferitasi da Fukuoka a Tokyo, studiò con Suihō Tagawa, per diventare fumettista. La sua celebre striscia Sazae-san comparve sulle pagine del quotidiano serale Fukunichi per poi passare ad essere pubblicata sull’Asahi Shimbun, uno dei più importanti giornali giapponesi. Di lì a poco, la versione animata della serie divenne il programma preferito da tutti i giapponesi e trasmesso la domenica all’ora di cena. La storia si sviluppa attorno alla protagonista Sazae Fuguta, e alla sua famiglia. Il museo dedicato all’autrice si trova a Setagaya, Tokyo, dove la Hasegawa visse fino ai suoi ultimi giorni, e ospita manga e schizzi originali oltre alla collezione di opere d’arte appartenuta a Machiko e alla sua sorella maggiore.   Ghibli MuseumSebbene non sia dedicato ad alcun mangaka, il Ghibli Museum, nel bel mezzo della foresta di Mitaka, è assolutamente da visitare, poiché celebra i premiati e amatissimi film animati portati al successo internazionale dallo Studio Ghibli. Fondato nel 1985 come succursale della Tokuma Shoten Publishing dopo il successo di Nausicaa nella Valle del Vento e chiamato come l’omonimo vento del deserto libico, lo studio debuttò con Laputa il Castello nel Cielo. Nel corso degli anni, lo Studio Ghibli ha  realizzato circa venti film animati opera di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Il museo, progettato dallo stesso Miyazaki, accoglie i visitatori con una statua gigante di Totoro ed è arricchito da ponti, balconi, scalinate e ogni sorta di strano macchinario.

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21.04.2016

Contrariamente a ciò che molti pensano, da sempre la moda è stata influenzata da ciò che indossavano gli uomini, oltre che dagli abiti femminili. Nel Settecento, gli aristocratici indossavano abiti a tre pezzi notevolissimi per stile e fattura, e sontuosi almeno quanto quelli della loro controparte femminile; i dandy del XIX secolo furono promotori di un tipo di eleganza meno vistoso e più raffinato; nel XX secolo, i mod sposarono stili moderni e iper-colorati; e l’uomo del XXI secolo, con i suoi abiti ultra-chic di giorno e gli smoking a stampe floreali per la sera, sta ridefinendo ancora una volta il concetto di moda maschile.   Mettendo in discussione l’ormai trita equazione fra moda e femminilità, la mostra Reigning Men: Fashion in Menswear, 1715–2015 al LACMA di Los Angeles non solo rimette al centro l’abito maschile, ma stabilisce collegamenti illuminanti fra la storia e l’alta moda, seguendo il filo delle influenze culturali attraverso i secoli, esaminando come alcuni elementi delle uniformi militari abbiano contribuito a dare forma alla moda maschile, e svelando quanto anche il corpo maschile, come quello femminile, sia stato (e a volte sia ancora) strizzato in bustini o aiutato con imbottiture. Il percorso espositivo è stato costruito attorno a 200 outfit provenienti per la stragrande maggioranza dalla prestigiosa collezione di costumi e tessili del LACMA, fra i quali ci sono diversi esempi di pezzi rari e mai esposti appartenuti a uomini di diverse classi sociali e risalenti all’epoca della Rivoluzione Francese - dai pantaloni dei rivoluzionari sanculotti alle carmagnole, semplici giacche portate dagli operai. I curatori hanno poi arricchito la collezione con altri pezzi rappresentativi di alcuni momenti storici importanti, fra cui un raro esempio di zoot suit originale, il tipico abbigliamento da uomo diffuso nelle comunità afroamericane, chicane e italoamericane intorno agli anni Quaranta, con la lunga giacca a spalle larghe e i pantaloni a vita altissima. Reigning Men comprende infine anche una selezione di scarpe, accessori e stoffe a complemento degli outfit esposti. I marchi e gli stilisti rappresentati sono oltre 50.  Fino al 21 agosto

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19.04.2016

Sono ormai lontani gli anni in cui era abitudine per nonni e genitori rispolverare dai cassetti i vecchi album di famiglia e mostrare, con orgoglio e un po’ di nostalgia, le immagini di tutta una vita. Una pratica ormai perduta, da quando abbiamo iniziato a disseminare fotografie in Hard-Disk esterni, schede SD, chiavette USB e sistemi iCloud di cui nemmeno ricordiamo più la password per accedervi. Ben lontani dall’epoca in cui la fotografia era un prezioso simulacro della persona raffigurata, una presenza in assenza, da custodire gelosamente e portare sempre con sé, oggi sembra che tutte quelle immagini relegate in cartelle digitali, più che conservate, siano intrappolate. Il problema è tanto semplice quanto grave: le fotografie non vengono più stampate.  Ciò che sta accadendo è un vero e proprio controsenso; l’attuale proliferazione incontrollata e smisurata di immagini, prodotta per il timore che qualcosa o qualcuno possa cadere nell’oblio, paradossalmente sortisce l’effetto opposto, generando un ammasso informe di ricordi destinati in breve tempo a perdere ogni valore e significato, fino ad essere totalmente dimenticati. Questo ossessivo ed impulsivo scattare fotografie risulta, quindi, privo di alcuna utilità dal momento che la maggior parte delle volte dà alla luce una serie di immagini doppioni, sfocate, insoddisfacenti e, onestamente, brutte che rimangono per anni relegate in computer e in angoli della memoria in attesa di essere, chissà quando, riaperte. Per di più, va spezzata la convinzione che le nostre fotografie, affidate a tali scrigni virtuali, saranno per sempre a nostra disposizione; questi sistemi infallibili di conservazione sono infatti più fragili di quanto pensiamo.A dirlo è niente meno che uno dei padri di internet, Vint Cerf, Chief Internet Evangelist di Google che, con toni tutt’altro che rassicuranti, ci mette in guardia sul fatto che stiamo inconsciamente creando “un deserto digitale, un buco nero dell’informazione che a posteriori ridurrà la nostra epoca in un nuovo Medioevo”. A causa dei continui aggiornamenti di software e sistemi operativi, c’è il rischio concreto che, in un futuro non troppo prossimo, i documenti e le immagini salvate con le tecnologie attuali diventino illeggibili e non più accessibili. I bit del passato non saranno più interpretabili e, destinati a marcire virtualmente, determineranno la perdita di quei file che si credevano destinati a durare per sempre. Di fronte a questo comportamento autodistruttivo, è lo stesso Cerf ad esortare a ricorrere alla “vecchia” stampa per tutte quelle immagini a cui teniamo particolarmente e che non vorremmo andassero distrutte”.Allora ricominciamo a creare copie fisiche delle nostre fotografie preferite, a raccoglierle in album da sfogliare, ad attaccarle ai muri come teenager: facciamo tutto ciò che è in nostro potere per liberarle dallo stato di sterili file digitali. 

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14.04.2016

Theo Jansen è un personaggio che potrebbe essere uscito da un film di Tim Burton - lunghi capelli bianchi, due occhi di ghiaccio, un bel viso espressivo, un’elegante giacca sartoriale di velluto a coste con la quale compare spesso nei filmati e nelle foto che lo ritraggono. Theo ha 68 anni, è un artista olandese, vive a Delft, sulla costa del Mare del Nord, e da oltre vent’anni passa le sue giornate a costruire e perfezionare delle strane creature fatte di tubi di plastica (che in Olanda si usano per contenere i fili elettrici), chiamate Strandbeest (l’olandese per “animali da spiaggia”) che si muovono da solo sospinte dal vento. Chi abita da quelle parti è abituato a vederle “camminare” sulla grande spiaggia di Delft, vicino al ristorante De Fuut, il locale in riva al mare di un amico dove Theo passa gran parte delle sue giornate quando non è nel suo laboratorio a costruire nuovi animali da spiaggia. Li ha addirittura catalogati in diverse generazioni in base all’era geologica - vale a dire ai materiali utilizzati e alle varie abilità di movimento. I più evoluti, oltre alla struttura in tubi di plastica, hanno hanno vele, pale per sollevare la sabbia, addirittura tesori che li avvertono se vanno in secca. Ma da cosa nasce l’idea? Nel 1990, Theo scrisse un articolo sul pericolo che l’innalzarsi del livello dei mari riportasse l’Olanda a essere sommersa fino a ritornare alle sue dimensioni medievali, e si propose di risolvere il problema creando enormi animali capaci di muoversi per inerzia e di riequilibrare il rapporto fra terra e acqua spalando la sabbia in aria e facendola precipitare sulle dune marine e, di conseguenza, innalzandole. Innumerevoli esperimenti e generazioni di Strandbeest dopo, queste creature sono però diventate un’autentica ossessione, e un vero e proprio progetto artistico che viaggia per i musei del mondo - da Tokyo a Chicago, da Parigi ad Amsterdam, da Salem a Madrid. Tuttavia, il luogo migliore per osservarle resta la spiaggia, dove Theo spera un giorno di poterle lasciare libere perché possano vivere di vita propria. Anche quest’anno sono previste le sempre affollatissime Beach Session estive fra giugno e settembre lungo il litorale olandese, durante le quali le dream machine più recenti uscite dal laboratorio vengono sguinzagliate in riva al mare. Obbligatorio prenotarsi.

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12.04.2016

Conoscere le regole dell’etichetta previste per un incontro d’affari  è uno strumento di comunicazione essenziale. Un po’ come l’olio negli ingranaggi, aiuta le persone a rapportarsi in modo più fluido. La regola fondamentale è molto semplice, ed è quella che riguarda ogni genere d’interazione sociale: mai far sentire a disagio chi ci sta di fronte. In fondo, se quella che conta è la prima impressione, meglio che sia molto buona.Secondo alcuni sondaggi condotti da aziende in espansione su scala globale, il Giappone è il paese con la più rigida etichetta di comportamento per quanto riguarda i rapporti di lavoro. Se avete in previsione un viaggio di lavoro in Giappone o un incontro con un’azienda giapponese, dunque, questi pochi consigli potranno esservi molto utili per cavarvela con le buone maniere e dare un’ottima impressione. Salutare e inchinarsiPer prima cosa, scambiatevi qualche parola di saluto e inchinatevi, tenendo gli occhi bassi. Solo quando v’inchinerete per la seconda volta potrete alzare lo sguardo e guardare l’interlocutore negli occhi.Ci sono tre tipi d’inchino: informale, formale e molto formale.L’inchino informale si fa inclinando il busto con un’angolazione di circa 15 gradi e un  leggero cenno del capo. Questo tipo d’inchino è adatto per salutare i colleghi o i superiori quando li s’incrocia nei corridoi dell’ufficio.Per l’inchino formale occorre piegarsi un po’ di più, a un’angolazione di circa trenta gradi. Utilizzate quest’inchino ogni volta che incontrate un socio d’affari, un cliente, o se avete bisogno di un favore da qualcuno. Infine, l’inchino molto formale è un inchino più pronunciato, che supera i 30 gradi. Abusarne rischia di farvi apparire affettati, perciò va riservato per le occasioni in cui intendete esprimere profonda gratitudine oppure scusarvi. Scambiarsi i biglietti da visitaAnche lo scambio dei biglietti da visita fa parte dei saluti. Si comincia presentandosi brevemente, dicendo il proprio nome e, infine, porgendo il bigliettino. è fondamentale che a porgere per prime il biglietto siano le persone più in alto nella gerarchia, o che i vostri clienti ricevano per primi il biglietto e non viceversa. Nel caso siate i primi a ricevere il biglietto, non potrete usare entrambe le mani perché nell’altra mano avrete il vostro biglietto pronto da porgere. Se invece avete già consegnato il vostro biglietto, è raccomandabile ricevere quello dell’altra persona con entrambe le mani. Usate entrambe le mani anche quando porgete il vostro biglietto, girato dalla parte sulla quale compare il nome, e tenuto non più in alto del vostro busto. Nel ricevere il biglietto dell’interlocutore, è abitudine confermarne il nome leggendolo ad alta voce. Fate dunque attenzione che le vostre dita non coprano il nome della persona o dell’azienda sul bigliettino. Se per sbaglio vi siete scambiati il biglietto simultaneamente, assicuratevi di non essere i primi a mettere via il biglietto dell’altro. Evitate di tirare fuori il biglietto dal portafogli o dalle tasche all’ultimo momento, e non scrivete appunti sul bigliettino dell’altra persona davanti a lei. Non scambiatevi i biglietti a tavola. Infine, inutile specificare che il vostro bigliettino dev’essere immacolato, senza pieghe né macchie. Sedersi secondo un ordine precisoIl posto migliore in una sala riunioni è detto kamiza, ed è riservato alla persona che sta più in alto nella gerarchia; in genere è quello a capotavola, il più lontano possibile dall’ingresso. La persona di grado inferiore nella stanza, al contrario, dovrà sedersi a debita distanza dal superiore, accanto alla porta, e il suo posto avrà il nome di shimoza. Se ci sono divani o poltrone, anch’essi saranno riservati ai superiori. Un altro criterio può essere l’aspetto del posto prescelto: se accanto alla sedia ci sono statue, quadri o finestre, questa andrà alla persona più importante.

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04.04.2016

Un materiale affascinante, plasmabile, che prende vita grazie al calore e al respiro di un uomo, e che mantiene inalterati i colori anche una volta raffreddatosi. Fin dal Medioevo, i veneziani sono riusciti a comprendere e valorizzare le virtù del vetro, ispirati dagli artigiani orientali e dai tanti e fecondi scambi e commerci che la città aveva stabilito con le più lontane terre del mondo. Le origini dell’arte vetraria si fanno risalire a una data precisa, il 1291, quando la Repubblica di Venezia decise di spostare le fornaci presenti in città sull’isola di Murano per evitare incendi che avrebbero minacciato di distruggere la città, i cui edifici erano in gran parte costruiti in legno. Da allora, Murano divenne la patria incontrastata del vetro, ed è proprio qui, dove esistono tradizioni e addirittura aziende che fin da allora portano avanti quest’antica arte, sorge il Museo del Vetro, nato nel 1861 su iniziativa di Antonio Colleoni, allora sindaco di Murano, e dell’abate Vincenzo Zanetti, cultore di arte vetraria, con l’idea di istituire un archivio di testimonianze sulla storia e la vita dell’isola. Ben presto, l’archivio si trasformò in museo grazie a numerose donazioni di vetri antichi e contemporanei da parte dalle fornaci muranesi, e quando nel 1923 il museo entrò a far parte del patrimonio della città le collezioni vennero riordinate e arricchite con i vetri di altre raccolte civiche veneziane, compresi preziosi pezzi antichi e rinascimentali. Oggi il percorso di visita parte dai reperti d’epoca romana (I/IV secolo d.C.) e si snoda lungo settecento anni di storia del vetro muranese con numerosi approfondimenti sulle tecniche e su particolari aspetti di quest’arte, ma gli spazi del museo ospitano anche numerose mostre e una sala tutta dedicata al vetro contemporaneo e dedicata a Marie Brandolini D’Adda, appassionata interprete e conoscitrice dell’arte muranese. E proprio al panorama contemporaneo è dedicato il secondo museo veneziano del vetro, il Vitraria Glass+A Museum, nato nel 2014 all’interno del meraviglioso Palazzo Nani Mocenigo, ex sede dell'Università Ca' Foscari. Qui, l’arte vetraria tradizionale non viene presentata con il classico taglio storico-didattico, ma attraverso un approccio universale. Ecco perché le opere esposte non sono realizzate esclusivamente in vetro: l’uso di altri materiali (ferro, resina, video, fotografia) serve a comunicare idee e riflessioni che si ispirano alle caratteristiche della materia, come la fragilità, la trasparenza, la liquidità e la trasformabilità. Il percorso museale ha un intento narrativo per così dire "aperto": non ci sono cartellini informativi a definire le opere, e il visitatore è invitato a vivere l’esperienza sulla propria pelle, dando una forma, una struttura, un significato assolutamente personali alle opere.Accanto a grandi nomi dell’arte contemporanea, come Bill Viola, Frank Stella e AES + F, Vitraria Glass +A Museum ospita artisti emergenti a livello locale, come Sofia Olmeda, che realizza i suoi lavori con il supporto di un vecchio scanner. 

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24.03.2016

Non vogliamo sapere come gli sia venuta l’idea - se in seguito a una lunga riflessione sul rapporto fa cinema e musica, sui canoni compositivi della musica pop applicati alla narrazione filmica o semplicemente a conclusione di una memorabile sbronza. Resta il fatto che Peter Salomone, autore comico e video editor americano, ha avuto l’idea più apparentemente insensata, assurda e bislacca che si possa immaginare e, come a volte accade per le leggi del caso o della probabilità, quest’idea si è inspiegabilmente rivelata geniale. Prima che abbandoniate la lettura sconsolati vi sveliamo l’arcano. L’ipotesi che sta dietro The Walk of Life Project è molto semplice: l’omonimo e orecchiabile pezzo dei Dire Straits, uscito nel 1985, è perfetto per accompagnare il finale di un qualsiasi film della storia mondiale del cinema. Il che può anche suonare credibile nel caso di un blockbuster contemporaneo o di una commedia romantica, ma appare decisamente demenziale nel caso del cinema muto o di quello d’autore. Riuscite a immaginare la scanzonata melodia suonata al sintetizzatore dell’intro seguita da un semplice riff di chitarra sul finale sospeso de I Quattrocento Colpi di Truffaut, sullo sguardo inquietante di Norman Bates a conclusione al capolavoro hitchcockiano Psycho, o magari sotto l’ultima celebre scena de L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov? Beh, immaginarlo non serve perché il signor Salomone l’ha già fatto. Per dimostrare la sua ipotesi - o boutade che sia - sul campo, si è letteralmente messo a montare il pezzo dei Dire Straits su queste ed altre storiche pellicole, dalle più alle meno improbabili. E il risultato è a tratti perfetto, a tratti comico o addirittura grottesco - ma sempre e comunque  illuminante. Decisamente l’esercizio di stile sul cinema più divertente dai tempi dei trailer “maroccati” di Be Kind Rewind di Michel Gondry. Dopo un attento e minuzioso studio dei montaggi alternativi di Salomone, possiamo dirvi che il nostro finale “wolkizzato” preferito è quello di 2001 Odissea nello Spazio.

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18.03.2016

Nara, nota un tempo come Yamato e antica capitale del Giappone, è un luogo pieno di meraviglie, Patrimonio dell’Umanità e Tesoro Nazionale. Nonostante la sua universale popolarità, tuttavia, basta allontanarsi di poco dai principali siti turistici per trovare meravigliosi templi buddhisti, ciliegi in fiore e santuari shintoisti. Shin’yakushi-jiIl tempio di Shin’yakushi-ji, eretto nel 747 in pieno Periodo Nara e utilizzato dai buddhisti Kegon, si trova a pochi passi dal tempio di Tōdai-ji. Le statue dei Dodici Generali Celesti che circondano e proteggono lo Yakushi-nyorai - il Buddha Guaritore – nella sala principale sono un vero spettacolo. Il corpo del Buddha Guaritore custodisce gli otto rotoli del Sutra del Loto, mentre i Generali, i più antichi conservati in tutto il Giappone, seguono le dodici direzioni cosmiche e sono considerati i numi tutelari dello zodiaco cinese. Ogni anno, l’8 di aprile, i monaci si riuniscono nella sala del Buddha per i riti e le tradizionali processioni con le torce in occasione dell’Ōtaimatsu.
Santuario di Omiwa Quello di Ōmiwa è il più antico santuario shintoista in Giappone. Costruito nell’anno 91, si trova sul Monte Miwa (altezza 467 metri), luogo di venerazione della natura e delle divinità che abitano queste alture fin dall’era Jōmon (14.000-300 AC). Qui si adorano i divini fondatori della nazione insieme ai santi protettori dell’agricoltura, dell’industria, del commercio, della divinazione, della salute, dei viaggiatori, dei marinai e della vita umana. Ma il Santuario di Ōmiwa è dedicato in particolar modo ai medici e ai produttori di saké. I pellegrini giungono fin qui da tutto il paese e percorrono il bel sentiero costeggiato da pini, cedri giapponesi e cipressi Hinoki – abbattere gli alberi è da sempre proibito nei siti sacri come questo. Una volta raggiunto il Santuario di Sai, i pellegrini possono placare la propria sete presso il Kusuri Ido, o “pozzo della guarigione”, da cui sgorgano le sacre acque del monte Miwa. Tempio di Hase-deraHase-dera è il tempio principale della corrente Buzan del buddhismo Shingon-shu. Risalente al 686, fu espanso nel 727 con la creazione della sala principale, rimasta in piedi fino a oggi. Noto da tempo immemore come il “tempio dei fiori”, è adornato da peonie fiorite tutto l’anno, ed è citato anche in due classici della letteratura giapponese, il Genji Monogatari e le Note del Guanciale. Si tratta dell’ottavo tempio del Pellegrinaggio Saigoku Kannon Pilgrimage, attraverso il quale i devoti implorano la misericordia e la compassione di Buddha. Una scalinata coperta porta dalla Porta di Niōmon fino alla sala principale, 399 gradini più in alto. Oltre alle peonie perenni, in Aprile il tempio offre lo spettacolo mozzafiato dei ciliegi in fiore.
Tempio di Taima-deraCostruito sotto l’Imperatrice Suiko nel 612, il tempio di Taima-dera è noto per la venerazione del Taima Mandala, una rappresentazione della Terra Pura, e per la leggenda della Principessa Chūjō, conosciuta anche come la Cenerentola giapponese. Insieme al santuario di Tanzan, il Taime-dera fa parte del circolo delle Sette Fortune e degli Otto Tesori di Yamato, ed è l’undicesimo tempio del Pellegrinaggio Saigoku Kannon. Vi si può sperimentare l’arte di disegnare il Buddha (shabutsu), meditare o imparare a preparare il matcha, il the verde giapponese. Prentando con anticipo si possono inoltre assaggiare dei deliziosi piatti vegetariani. Tanzan ShrineEretto nel 680 nella città di Sakurai, il Santuario di Tanzan è dedicato a Fujiwara no Kamatari, uno statista giapponese vissuto fra il 614 e il 669, e fa parte del circolo delle Sette Fortune e degli Otto Tesori di Yamato. Oltre alla pagoda su tre livelli, costruita in origine per il tempio di Ōbara-dera e annoverata fra i Tesori Nazionali giapponesi, c’è un’altra pagoda di 13 piani anch’essa designata fra le proprietà culturali più importanti del paese. A causa della moderata altitudine (619m), qui i ciliegi fioriscono nella tarda primavera, mentre in molti vengono per il momijigari, ossia per ammirare il variopinto foliage autunnale (e la splendida illuminazione notturna). Il 29 di aprile e la seconda domenica di novembre vi si tiene un celebre Kemari Matsuri, un torneo di kickball. Santuario di Niukawakami Lungo il fiume Niu, il Santuario di Niukawakami comprende tre edifici su tre livelli diversi, il più basso dei quali è dedicato al Dio dell’Acqua e nume tutelare della pioggia. Tutto intorno c’è il paesaggio del Monte Yoshino ricoperto da una lussureggiante foresta di cedri che a primavera cambia colore grazie alla spettacolare fioritura dei ciliegi Sakura. Poiché i cavalli erano considerati il sacro veicolo delle divinità, si usava offrire un cavallo nero per chiedere la necessaria quantità d’acqua, e un cavallo bianco per chiedere il bel tempo. Nel corso del tempo, quell’usanza si tramutò nell’utilizzo degli ema, targhette di legno con il disegno di un cavallo su un lato e un desiderio scritto sull’altro, ancora in uso oggi.Alla boutique Slowear di Midtown si inaugura SAKURA (fiori di ciliegie). The Slowear Store Tokyo Midtown celebra in questi giorni la fioritura dei ciliegi Sakura per il 2016 in compagnia di FossMarai Kir Royale, uno dei migliori prosecchi italiani arricchito con una goccia di liquore alla ciliegia. Venite a trovarci in negozio e saremo felici di bridare con voi alla primavera!

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14.03.2016

Quando si parla di Firenze città d’arte, forse molti dimenticano che il patrimonio di questa città unica - giustamente considerata la capitale dell’arte dal momento che circa la metà delle opere d'arte più importanti in Italia si trovano qui – non si ferma a Botticelli, Michelangelo e Brunelleschi. Il rapporto tra Firenze e l’arte è storia che vive, è un filo che approda al presente e che oggi si ritrova soprattutto nella vivacità delle gallerie d’arte contemporanea che promuovono artisti italiani e internazionali, noti ma anche emergenti. Eccone soltanto alcune per dare il via alla vostra prossima esplorazione. Aria Art GalleryQuesta bella galleria di Borgo Santi Apostoli si contraddistinugue per il suo antico ed esotico giardino creato nel Cinquecento dalla moglie di un grande mecenate d’arte, disseminato oggi di sculture contemporanee.Gli artisti esposti spaziano da nomi arcinoti dell’arte contemporanea internazionale ai talenti emergenti, con una partcolare attenzione alla fotografiaBiagiotti Progetto ArteLa galleria e fondazione privata no-profit diretta da Carole Biagiotti è nata con l’obiettivo di promuovere giovani artisti contemporanei italiani e stranieri. Perciò se volete scoprire cosa c’e di nuovo nel panorama artistico italiano e internazionale è qui che dovete venire, in questo palazzo seicentesco del centro storico dove l’arte contemporanea intesa in senso ampio - pittura, fotografia, video, installazioni, street art e performance – si trova al centro della scena. Frittelli ArteLa nuova sede della gallerie Frittelli Arte in via val di Marina, zona nord-ovest di Firenze, è un grande spazio di 2.000 metri quadri dedicato all’arte contemporanea. Oltre alle sale per le esposizioni temporanee, il centro ospita in un allestimento permanente opere di artisti con cui la galleria ha collaborato sin dall'inizio della propria attività, e c’è anche un auditorium dedicato alla proiezione dei video realizzati per ogni mostra, agli incontri e ai seminari d’arte contemporanea. Galleria Poggiali e ForconiPiccola ma ricca di nomi importanti, questa galleria a due passi dal Giardino di Boboli ha spazi essenziali e dall’atmosfera post-industriale, nei quali si alternano artisti di fama internazionale ed emergenti. Le opere esposte vanno dalla pittura ai nuovi media, con un accento più recente sulla fotografia – ha esposto qui anche David Lachapelle.

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01.03.2016

L’immenso repertorio di gesti quotidiani che accompagnano i discorsi degli italiani sono stati fonte d’ispirazione per gli artisti ben prima dell’avvento del cinema. A farne bottino per primi furono gli attori della cosiddetta “commedia dell’arte”, popolare fra il Cinquecento e il Settecento, una forma povera di teatro basata sull’improvvisazione e popolata da personaggi - o meglio da maschere - caricaturali e grottesche, così come grotteschi ed eccessivi divennero i gesti nella loro interpretazione. Facendo un ardito salto temporale commedia dell’arte fino alla più nota “commedia all’italiana”, quel genere cinematografico nato negli anni Cinquanta per rappresentare vizi e virtù degli italiani sotto forma di commedia satirica e di costume, ecco tornare l’assoluto protagonismo della gestualità, destinata a dar vita, nei casi più riusciti, a intramontabili tormentoni. Come il celeberrimo gesto dell’ombrello di Alberto Sordi ne I vitelloni, un film che resta uno dei pochi ma fondamentali contributi di Federico Fellini alla commedia all’italiana. Difficile risalire con esattezza all’origine del gesto: c’è chi ne individua le origini in un misunderstanding gestuale fra inglesi e francesi durante la Guerra dei Cent’anni, ma per farla breve sembra che tutto nasca da una “magificazione” dall’osceno digitus impudicus degli Antichi Romani - in altre parole dal dito medio, già citato in un epigramma di Marziale nel primo secolo dopo Cristo. Il senso, a questo punto, è facilmente intuibile: l’ombrello (o manichetto) è un modo goliardico per mandare l’interlocutore a ‘quel paese’ – ostentando superiore scaltrezza (tiè, t’ho fregato!) o manifestando la chiara intenzione di non cadere nel suo tranello. Nel caso specifico, il personaggio interpretato da Alberto Sordi, una delle più celebri icone di questo filone cinematografico, accompagna il gesto di battere con la mano destra l’incavo del gomito sinistro alzando tutto l’avambraccio sinistro con una sonora pernacchia. L’obiettivo? Schernire con uno sberleffo gli operai delle ferrovie dall’alto del suo status di “vitellone” o perdigiorno di provincia, abituato a vivere alla giornata senza preoccuparsi di lavorare. Salvo poi doversene pentire, ma questa è un’altra storia.

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24.02.2016

Per molti secoli, lo skyline di Vienna è rimasto invariato, dominato dal monumentale duomo romanico-gotico di Santo Stefano. Poi, a fine Ottocento, è arrivata la modernità, quella di Otto Wagner, Josef Hoffmann, Adolf Loos e Joseph Maria Olbrich, ai quali si devono opere dal carattere unico come la Secession, uno dei più noti edifici Art Nouveau d’Europa, la Postsparkasse e la Looshaus. E da allora l’evoluzione è stata continua ed esaltante, basti pensare agli esperimenti di edilizia popolare, dal Karl-Marx Hof (1926) un enorme complesso abitativo nel sobborgo di Heiligenstadt pensato per offrire agli inquilini ogni genere di servizio, dagli asili agli studi medici, fino alla bellissima Hundertwasserhaus, un edificio di case popolari concepito dal pittore e architetto austriaco Hundertwasser per rendere più gradevoli i 50 appartamenti destinati a cittadini poco abbienti con colori vivi, linee morbide, ceramiche colorate, terrazze e giardini pensili. Negli ultimi anni, invece, l’impennata è stata tutta verso l’alto, con la nascita di grattacieli, facciate a specchio e progetti futuristici, ma sempre con quell’attenzione tutta austriaca all’aspetto sociale e al benessere dei cittadini. Ne è un buon esempio Gasometer City a Simmering, il grande progetto di riconversione dei grandi gasometri viennesi di fine Ottocento, enormi cilindri di mattoni trasformati nel 2001 in appartamenti, uffici e negozi da grandi firme dell’architettura contemporanea, fra le quali quella di Jean Nouvel. Sempre a Jean Nouvel si deve il nuovo Sofitel Stephansdom con i suoi soffirtti dipinti dall’artista svizzero Pipilotti Rist perfettamente visibili anche dall’esterno grazie alle grandi vetrate, mentre una delle ultime aggiunte allo skyline della città è la prima delle due DC Towers di Dominique Perrault a Donaucity, attualmente il più alto grattacielo di tutta l’Austria con i suoi 250 metri comprensivi di antenna, destinato a principalmente a uffici. Senza dimenticare il nuovo campus dell’università di Economia con l’imponente biblioteca progettata da Zaha Hadid  e della nuova stazione centrale, appena completata. E per il prossimo futuro? Sono già partiti i lavori a ridosso della vecchia stazione per il nuovo Quartier Belvedere, e sempre in questa zona piuttosto centrale dove la demolizione della Südbahnhof  e della Ostbanhof hanno aperti nuovi spazi troverà posto un progetto residenziale con albergo di Renzo PianoFoto di copertina: wien.info

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23.02.2016

Ogni grande città nasconde una piccola collezione di luoghi perlopiù sconosciuti, spesso sorprendenti e inattesi, capaci di svelarne aspetti nuovi. Nel caso di New York, gli spazi per custodire questi luoghi si moltiplicano a dismisura, perché il tessuto urbano si estende abbondantemente non soltanto a livello del terreno, ma anche verso il cielo e dentro la terra, offrendo illimitate occasioni di scoperta. Così, anche chi sostiene di conoscere la città “come le proprie tasche” probabilmente avrà sempre qualcosa di nuovo da imparare. A cominciare da questi quattro piccoli segreti. Il rifugio antiatomico sotto il ponte Brooklyn Nella “pancia” del più celebre ponte d’America si nasconde un rifugio antiatomico che risale ai tempi della Guerra Fredda. Utilizzato fra fine anni Cinquanta e inizio Anni Sessanta, è rimasto un segreto fino al 2006, quando durante un’ispezione strutturale di routine alcuni operai lo scoprirono per caso, con tanto di riserve di cracker, lenzuola, acqua e medicinali. Per motivi di sicurezza non si può visitare, ma c’è una piccola apertura sulla porta attraverso la quale si può dare un’occhiata all’interno. Marble CemeteryUn cimitero ottocentesco in cui le sepolture in camere sotterranee sono contrassegnate da placche di marmo sul terreno. Dall’alto, e in particolare dalle finestre posteriori della lobby del Bowery Hotel, dietro al quale si nasconde il cimitero, sembra un grazioso parchetto. Vi si accede da un cancello in fondo a uno stretto vicolo che s’ìmbocca dalla Seconda Avenue. Il cimitero delle navi a Staten IslandVecchie imbarcazioni arrugginite e malandate che galleggiano spettrali in fondo a un canale. Siamo a Staten Island, a una ventina di chilometri dalla fermata del traghetto che collega l’isola con Manhattan, eppure sembra di essere sul set di un film gotico. Uno dei luoghi più affascinanti di tutta New YorkPomander WalkUna stradina di Londra in pieno Upper West Side? C’è anche questo, a New York. I colorati edifici in stile Tudor di Pomander Walk, sovrastati dai grattacieli, sono l’eredità di un impresario di nightclub, il quale li fece costruire nel 1921 in previsione di erigere sul luogo un abergo che, però, non fu mai realizzato. Il nome si deve a una commedia romantica che debuttò in città nel 1910, ambientata appunto in un immaginario crescent londinese. Foto: Sonja Stark via Flickr

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22.02.2016

Chi per prendere in giro gli italiani simula un concitato gesticolare non ha tutti i torti: quando si tratta di esprimersi a gesti sappiamo il fatto nostro, e anche se forse nella realtà non gesticoliamo poi così tanto quest’abitudine è profondamente radicata nella nostra cultura. Il fatto è che ci esercitiamo a parlare con le mani fin dai tempi della Magna Grecia, e nel tempo abbiamo sviluppato una tale varietà di gesti simbolici da far concorrenza al linguaggio dei segni. Sul serio: chi li ha contati ne ha individuati decine e decine con altrettante sfumature e variazioni, date non solo dalla forma e dalla posizione della mano ma anche dal tipo di movimento e dall’espressione del viso. Fra i gesti più noti ed emblematici dell’italianità c’è senza dubbio quello della mano a borsa o a carciofo, meravigliosamente descritto dallo scrittore Carlo Emilio Gadda che lo rinominò “mano a tulipano”: la mano si muove su e giù a palmo in alto, con le dita che si toccano le punte, proprio come i petali di un tulipano. Il significato è più o meno “che succede” o “cosa diavolo stai dicendo”, ma varia in base alla situazione: associato a uno sguardo perplesso può indicare una mancata comprensione delle parole dell’interlocutore o del contesto. Già, perché a differenza di altri popoli così orgogliosi da faticare ad ammettere di non aver compreso un’affermazione o di non conoscere una risposta, noi italiani in genere non ci facciamo troppi problemi a confessare socraticamente che non ne abbiamo un’idea. Se invece l’espressione è accigliata, il gesto può a associarsi a un più retorico “cosa vuoi da me”, e lì la situazione potrebbe letteralmente sfuggire di mano.

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15.02.2016

Con oltre 100 musei disseminati per le 5 grandi aree che la compongono, New York non si può certo dire pienamente rappresentata da istituzioni pur impareggiabili quali il Met, il MoMa, il Guggenheim o il Whitney Museum, eppure raramente capita di sentir parlare di quei piccoli musei che, sommando i loro patrimoni, contribuiscono a restituire un ritratto composito della città.E invece alcuni di questi possono rivelarsi inaspettatamente interessanti. A cominciare da questi quattro che abiamo selezionato per voi. National Museum of the American IndianEra il 1524 quando l’esploratore italiano Giovanni Da Verrazzano approdò all’isola di Mannahatta, alla foce del fiume Hudson, abitata da una tribù di Algonchino. E le origini della città vanno cercate proprio qui, nella variegata storia dei nativi americani, ai quali è dedicata questa grande raccolta di manufatti, documenti e fotografie. El Museo del BarrioPuerto Rico, i Caraibi, l’America Latina: ecco altre tre componenti fondamentali del melting pot newyorchese. A queste “minoranze” culturali sono dedicate le mostre e le collezioni di questo piccolo museo nell’Upper East Side fondato nel 1969. Museum at Eldridge StreetCi spostiamo nel Lower East Side, zona che per lunghi anni accolse immigrati da tutto il mondo ed ex enclave ebraica. Qui, in una sinagoga di fine Ottocento è ospitato un museo dedicato alle radici ebraiche del quartiere, che invita a scoprire anche in modo giocoso attraverso eventi dedicati ai più piccoli. The Skyscraper MuseumI grattacieli come protagonisti assoluti della metropoli verticale per eccellenza sono al centro dell’esposizione permanente e delle mostre di questo museo di Battery Park City, esplorati non solo sotto il profilo architettonico ma anche sotto quello tecnologico, economico e abitativo. Un’interessante storia dell’evoluzione dello skyline newyorchese. Nella foto: El Museo del Barrio

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15.02.2016

Urlanti, il viso rigato di lacrime, le mani che percuotono il petto oppure tese per invocare Dio o qualche Santo, preferibilmente vestiti di nero. Così il cinema straniero ha spesso rappresentato gli italiani e la loro disperazione, con fare serio o più spesso ironico, alla stregua di tragiche macchiette. E un po’ siamo complici anche noi, perché abbiamo portato in giro per il mondo attori drammatici straordinari come Anna Magnani, che la disperazione sapeva interpretarla con tutta se stessa, dentro e fuori dallo schermo. Ma in Italia ci si dispera davvero così tanto? È cosa nota che da queste parti tendiamo a essere un tantino enfatici, forse però fuori dall’Italia ignorano che il grado di disperazione è direttamente proporzionale all’aumentare della temperatura dell’aria e delle passioni: in altre parole, tende a crescere man mano che si percorre lo stivale da nord verso sud, e con lui si modificano anche i gesti che accompagnano lo sconforto. Così, lo stesso evento moderatamente avverso che in un milanese suscita appena un’alzata di sopracciglio e una lamentela soffiata sotto i baffi, può portare un romano a mordersi una mano azzardando un “te possino” e un napoletano addirittura ad alzare le mani al cielo per tirare in ballo San Gennaro. Sembra facile, se non fosse che – accidenti a noi - ci siamo mescolati così bene che non è raro trovare un napoletano a Milano che alza il sopracciglio invocando sotto i baffi San Gennaro, o un romano che a Napoli si morde la mano imprecando in dialetto milanese. In generale, di fronte alla disperazione di un italiano è sempre bene fare le dovute proporzioni: a volte sul momento la prendiamo davvero male, ma - forse per un difetto della memoria a breve termine - riusciamo a mettere da parte le sventure con altrettanta rapidità. E anche a scherzarci sopra. Nella foto: Anna Magnani in Made in Italy di Nanni Loy (1965)

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05.02.2016

A chiunque visiti il Giappone per la prima volta può capitare di non capire perché qualcuno, specie al ristorante, lo stia guardando di sbieco con aria tutt’altro che compiaciuta. In effetti, ci sono alcune piccole accortezze legate all’etichetta locale che sarebbe bene conoscere, soprattutto quando si tratta dei pasti. Ad esempio, quando si mangia un piatto di soba è del tutto normale risucchiare rumorosamente i noodle - ma per carità, non fatevi mai e poi mai beccare a soffiarvi il naso.Vi è mai capitato di sobbalzare nel sentire qualcuno al tavolo accanto trangugiare i suoi spaghetti con un grugnito? Probabilmente è quello che prova un giapponese quando ci sente soffiarci il naso. Paese che vai, usanza che trovi. Per parafrasare una celebre massima “quando sei a Tokyo, fai come fanno gli abitanti di Tokyo”. Quando e dove sedersi: questione di gerarchia o di etàQuando si tratta di sedersi, in America e in Europa la precedenza va alle donne. In Giappone, invece, non importa se siete uomini o donne, ma contano l’età e il rango gerarchico. Gli ospiti devono occupare per primi i posti a sedere più lontani dall’ingresso, in ordine discendente dalla persona di rango più alto o più anziana a quella di rango inferiore o più giovane. Vietato giocare con le bacchetteAnche se vi state annoiando, evitate di giocare con le bacchette. Il piatto non è un tamburo e agitare le bacchette mentre si conversa è considerato sconvenienteSoffiarsi il naso a cena (o a pranzo, o a colazione) non è una buona idea Se avete bisogno di soffiarvi il naso, chiedete permesso e andate in bagno. In alternativa soffiatelo, ma con delicatezza e senza fare troppo rumore. Attenzione a come si versa la birraSpesso, prima di pranzo, si usa fare un brindisi con la birra. Non versate la birra nei bicchieri degli ospiti da una bottiglia quasi vuota. Potete versarla solo se la quantità contenuta nella bottiglia è sufficiente a riempire il bicchiere fino all’orlo. Il soba va mangiato rumorosamenteQuando mangiate il soba risucchiate i noodle poderosamente, perché è proprio risucchiando che il delizioso aroma del grano saraceno riempirà le vostre narici, lasciandovi una piacevole sensazione. Il soba non si gusta in bocca, ma nella gola. Il nodogoshi, o “sapore nella gola”, è fondamentale. Per lo stesso motivo, il soba non va masticato troppo a lungo. Chissà, magari potremmo provarci anche con gli spaghetti (difficile).

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01.02.2016

Città del Messico e l’arte sono indissolubilmente legati. I primi volti che ci vengono in mente pensando alla capitale messicana sono certamente quelli di Frida Kahlo e Diego Rivera, gli stessi che si possono trovare sulle banconote da 500 pesos e sulla quasi totalità dei gadget venduti dai negozi di souvenir. Le loro opere sono ovunque, nei musei loro dedicati così come negli edifici pubblici del centro, sotto forma di murales. Ma l’arte a Mexico City è fatta anche di arte contemporanea, di musei futuristici come il nuovo Museo Jumex progettato da David Chipperfield, che contiene la stupefacente collezione di arte contemporanea del proprietario dell’omonima azienda produttrice di succhi di frutta. E poi c’è tutto il mondo delle piccole e grandi gallerie, che raccolgono artisti emergenti locali e internazionali in luoghi insoliti e speciali - e lo fanno da sempre, anche se solo di recente il mondo sembra essersene accorto. È proprio qui che, forse, emerge meglio lo spirito del Messico contemporaneo e di questa città unica, così piena di contraddizioni, ricca di opportunità e pregna di scoperte. Ecco alcune delle più interessanti, per cominciare il vostro viaggio alla scoperta dell’arte contemporanea a Città del Messico. Galeria OMRUna vera e propria istituzione, un luogo dedicato all’arte d’avanguardia fin dal 1983, che sta per aprire la sua nuova sede. Ottimo punto di partenza per scoprire artisti messicani affermati ed emergenti ma anche opere di artisti internazionali. KurimanzuttoEcco un altro indirizzo imperdibile: oltre a rappresentare l’artista messicano più noto al mondo, Gabriel Orozco, questa galleria fondata nel 1999 offre un’eccezionale panoramica dell’arte messicana contemporanea. YautepecLa creatura di Brett Schultz, nato a Chicago, e della sua partner messicana Daniela Elbahara è il centro di una ‘rete’ che comprende anche la nuova Material Art Fair, un evento alternativo tutto dedicato all’arte emergente internazionale. LuluUna delle ultime nate in città, questa piccola e affascinante galleria indipendente fondata e diretta dall’artista Martin Soto Climent e dal curatore Chris Sharp espone nella sua unica e immacolata stanza al piano terra di una villetta artisti di fama internazionale, anche messicani. Nella foto: Gabriel Orozco, Kurimanzutto, 2013

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21.01.2016

Sono tanti gli aspetti, i nomi, le suggestioni che contribuiscono a fare di Parigi ciò che rappresenta per ciascuno di noi. Ma senza dubbio una buona parte della carta d’identità della città si trova nei suoi musei, che ne raccolgono l’arte, la storia e il DNA. Ci sono quelli che tutti abbiamo visitato almeno una volta, anche se forse senza riuscire a vedere tutto ciò che custodiscono: il Louvre, il Musée d’Orsay, il Centre Pompidou, le Galeries Nationales du Grand Palais, il Petit Palais e il Musèe Rodin. E poi ci sono tanti piccoli musei che contribuiscono a completare il mosaico e che spesso si rivelano altrettanto interessanti, sebbene raramente si trovi il modo o il tempo di esplorarli. Noi ne abbiamo scelti cinque che ci stanno particolarmente a cuore. Musée de la Vie Romantique La Parigi di George Sand, icona romantica per eccellenza, rivive nelle stanze di quella che fu la casa del pittore Ary Scheffer, datata 1830, nel quartiere noto come La Nouvelle Athènes, a Pigalle. Il piano terra è tuttto dedicato alla romanziera fra ritratti, gioielli e mobili d’epoca, mentre al primo piano sono esposte le tele del pittore, accanto a quele di alcuni suoi contemporanei. Se la stagione lo consente, dopo la visita si può prendere un the nel delizioso giardino. Musée de MontmartreOttimo pretesto per visitare il più antico edificio della Butte, la collina di Montmartre, questo grazioso museo arricchito da un giardino affacciato sulle vigne racconta tutto ciò che c’è da sapere su Montmartre e sui suoi protagonisti nelle varie epoche. Ospitato all’interno di quella che fu la Maison du Bel Air, costruita nel 1600, nonché luogo d’incontro e residenza di molti famosi artisti che qui ebbero il loro atelier, fra i quali Auguste Renoir, Suzanne Valadon, Émile Bernard i fauvisti  Émile-Othon Friesz e Raoul Dufy. Musée Zakdine Questa casa-museo dedicata alla memoria e all’opera dello scultore di origini russe Ossip Zadkine, che visse e operò qui fra il1928 e il 1967, è uno dei pochi atelier scultorei preservati così com’erano in tutta Parigi. Zadkine è legato a un altro leggendario periodo dela vita parigina, quella della cosiddetta “Scuola di Parigi”, il gruppo di artisti stranieri ritrovatisi a Parigi dopo la Prima Guerra Mondiale che averbbero dato vita ad avanguardie come cubismo, fauvismo e post-impressionismo. Palais Galliera (Musée de la Mode) Inutile dire che la couture è un’altra delle prerogative di questa meravigliosa città. Il Museo della Moda, a due passi dal Trocadero e ospitato all’interno di un magnifico palazzo appena ristrutturato, è il posto ideale per ripercorrerne la storia attraverso le collezioni permanenti (dal 1700 in poi), ma ospita anche mostre molto interessanti come quella attualmente in corso sul guardaroba della contessa Greffulhe, musa di Proust e icona del suo tempo. Musée Edith Piaf Chi meglio di Edith Piaf sintetizza lo spirito di Parigi? Sublime e tragica, cristallina ed eccessiva, e soprattutto unica. Il museo è un piccolo appartamento di Ménilmontant dove la Piaf visse all’inizio della sua carriera; raccoglie oggetti personali, manifesti, ritratti, memorabilia e anche il suo celebre abito nero. 

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19.01.2016

Che cos’hanno in comune il ricordo dei vecchi grammofoni, la tecnologia bluetooth, le clipart di Windows, l’artigianato veneto e quel design essenziale di matrice nordica che gli italiani hanno imparato così bene a reinterpretare? Pressoché nulla, se non fosse che per un caso del destino - o meglio grazie all’idea del designer veronese Paolo Cappello, classe 1980 - tutte queste suggestioni sono riunite in un solo oggetto, che sta fra l’arredamento e l’hi-fi. L’oggetto in questione si chiama Caruso ed è una cassa pensata per amplificare la musica di qualsiasi dispositivo dotato di tecnologia bluetooth, ma anche per dare un tocco di carattere all’ambiente che lo ospita in virtù del suo aspetto inconfondibile. Oltre alla tecnologia e alla cura del design, infatti, in Caruso c’è tanta nostalgia per la musica d’altri tempi, a partire dal nome, un chiaro omaggio al celebre e indimenticato tenore napoletano. Lo speaker a forma di tromba non può non richiamare alla memoria l’imbuto di un grammofono, reinterpretato con un pizzico d’ironia grazie alle proporzioni e ai colori decisi - rosa, rosso, giallo, verde - che contrastano coi toni più sobri dell’armadietto in lacca o legno naturale. Il materiale scelto per la tromba è la ceramica, che com’è noto ha il merito di amplificare ottimamamente il suono. E poi c’è l’aspetto artigianale: Caruso, distribuito da Miniforms, è realizzato interamente a mano dagli artigiani di Meolo (Venezia),e proprio per questo motivo per averlo occorre ordinarlo, perché non è prodotto in serie.

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14.01.2016

In questi anni la digitalizzazione degli archivi è stato un tema centrale per tutte le istituzioni culturali: la necessità di allungare la vita delle immagini, dei suoni, dei documenti, dei libri ha imposto a biblioteche e musei un grande lavoro di “trasposizione” da un supporto all’altro. Di recente queste stesse istituzioni hanno cominciato ad approfittare della digitalizzazione dei propri archivi per metterli a disposizione di tutti, in modo che anche il pubblico possa usufruirne; lo ha fatto il Rijksmuseum di Amsterdam con la sua magnifica collezione di opere d’arte in alta risoluzione, lo hanno fatto l’Università della California con i cilindri di Edison e la Fondazione Lomax con i preziosi archivi audio dell’omonimo etnomusicologo americano, e più di recente l’ha fatto anche la New York Public Library, che ha messo a disposizione di tutti oltre 180.000 pezzi della sua collezione digitale fra foto, cartoline, mappe e altro, scaricabili in alta risoluzione e riutilizzabili senza restrizioni. Il motivo? Incoraggiarne il riutilizzo creativo, invitare gli utenti a immergersi i questo mare di dati, immagini e informazioni per realizzare qualcosa di nuovo. E se qualche utente l’ha già fatto con successo, la stessa NYPL ha creato degli esempi inventando tre “giochetti” tutt’altro che banali. Mansion Maniac permette di esplorare la planimetria catastale di alcuni dei più imponenti edifici d’inizio Novecento a New York City,  Fifth Avenue, Then and Now confronta scorci della Quinta Strada di oggi con identiche prospettive tratte da fotografie del 1911, e Navigating the Green Books consente di pianificare un viaggio secondo le indicazioni delle omonime guide, nate all’epoca della segregazione per indicare ai cittadini afroamericani gli hotel, i ristoranti, i bar e le stazioni di servizio in cui i neri erano ben accolti. Un lavoro davvero ben fatto e di grande ispirazione.

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11.01.2016

Elegantissime, fatte per durare e progettate per offrire un suono ricco e caldo. Come potremmo non amare le cuffie (e gli auricolari) di Master & Dynamic? Ideate e progettate a New York City, queste bellezze sono il compagno di viaggio ideale per esplorare la città, naturalmente accompagnate da una degna colonna sonora. Realizzate con materiali super robusti come pellami di prima qualità e acciaio inossidabile, le cuffie di Master & Dynamic sono state studiate per durare nel tempo senza perdere la precisione delle loro performance, grazie anche alla facilità con cui si possono sostituire le varie componennti, e promettono un paesaggio sonoro così ampio da riuscire a cogliere i più piccoli dettagli di qualsiasi genere musicale, purché la musica in questione sia stata incisa a dovere. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Jonathan Levine, fondatore e CEO dell'azienda, per scoprire qualcosa di più sulle idee che hanno dato vita al progetto. SJ: Come nasce l'idea dele cuffie Master & Dynamic e che cos'hanno di speciale?JL: Il mio figlio maggiore ha cominciato a produrre musica e a fare il DJ ad appena 13 anni, e a casa abbamo sempre avuto un piccolo studio. Qualche anno fa, stavamo visitando un museo quando mi sono imbattuto in un paio di cuffie degli anni '40 che avevano ampiamente superato la prova del tempo. Quelle cuffie sono state l'ispirazione per Master & Dynamic. Ho deciso di usare soltanto materiali d'eccellenza come cuoio fiore, alluminio fucinato, acciaio inossidabile e driver di alta qualità al neodimio per fare in modo che le nostre cuffie siano ottime nell'aspetto così come nella qualità del suono, caldo e ricco. Oltre che per la qualità del suono, abbiamo avuto il piacere di ricevere ottime recensioni anche in termini di comfort e design. SJ: Perché Master & Dynamic?JL: Siamo dell'idea che la maestria ("mastery") sia un'esplorazione infinita che ha bisogno di un approccio dinamico. Il nostro blog, The 10,000, è un omaggio a tutti gli sforzi che è necessario fare per raggiungere l'eccellenza in qualche cosa, che si tratti di 10.000 pennellate, 10.000 scale musicali o 10.000 righe di codice. Continuiamo a studiare, a imparare e a sforzarci di raggiungere risultati sempre miglioriSJ: New York sembra essere una parte cruciale dell'identità di M&D. Quali sono le caratteristiche della città che hanno ispirato il brand?JL: Il suono e la creatività sono la nostra ossessione - ciò che ci appassiona di più è l'idea di creare prodotti belli, ben realizzati e tecnologicamente sofisticati per menti creative. E poche città al mondo hanno una densità di creativi come New York, dove distinguersi diventa davvero difficile. L'energia della città c'ispira e ci spinge a perfezionare la nostra maestria, un impegno che coinvolge il nostro team quotidianamente. Pensiamo alle nostre cuffie come a concreti strumenti di riflessione, da indossare per aiutare la concentrazione, trovare ispirazione e lasciarsi trasportare dalla mente. E nel corso degli anni ci siamo resi conto che il numero crescente dei nostri estimatori la pensa allo stesso modo. SJ: Se le vostre cuffie potessero letteralmente catturare il suono della città, che musica trasmetterebbero? Puoi condurci in un breve viaggio nel paesaggio sonoro contemporaneo di New York City attarverso i luoghi più significativi dedicati alla musica?  JL: Siamo ispirati da molti brani e da diversi generi. Il nostro studio di registrazione interno ci permette addiritura di far parte del paesaggio sonoro della città, così come la nostra presenza in luoghi come la Billboard Lounge al Barclays Center e nelle radio satellitari del gruppo SiriusXM. Ma New York è così piena di luoghi storici dedicati alla musica che è difficile scegliere quelli più significativi.Certamente, il Barclays Center e il Madison Square Garden sono il top per i grandi eventi live. Luoghi classici come come il Radio City Music Hall e l'Apollo Theatre hanno altrettanto carattere, così come indirizzi più in voga come la Webster Hall, l'Irving Plaza e il Beacon Theatre, tutti perfettamente allineati con la nostra filosofia. E poi c'è la scena teatrale, che a New York è davvero eccezionale -  per completare il quadro è fondamentale concedersi almeno uno spettacolo a Broadway.

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05.01.2016

Prendete un artista di talento, una chiesa centenaria e un guppo di appassionati di skate, mescolate nel modo giusto e avrete uno dei più spettacolari progetti di riconversione che si siano visti negli ultimi anni. Tutto è cominciato nella città spagnola di Llanera, nelle Asturie, dove tre anni fa una chiesa sconsacrata è stata trasformata in uno skate park a dir poco unico grazie all'opera del collettivo  di appassionati Church Brigade. Dopo aver visitato l'edificio, l'artista spagnolo Okuda ha deciso di aggiungere il suo personalissimo tocco al progetto, e grazie a una riuscita campagna di crowdfunding e al contributo di Red Bull, tre anni dopo la già bella Iglesia Skate si è trasformata nel Kaos Temple, il suo più imponente progetto di sempre. Per chi non conosce le opere di Okuda, si tratta di pezzi molto riconoscibili realizzati in tuto il mondo, dal Sudafrica all'India fino alle Alpi Svizzere - per la maggior parte murales caratterizzati da colori forti e disegni geometrici o simboli - ispirati al surrealismo ma anche alla pop art e alle diverse culture con le quali l'artista entra in contatto nel corso dei suoi viaggi. In questo caso, il suo stile si adatta perfettamente agli archi, alle volte e alle vetrate della chiesa, dove campeggiano le sue inconfondibili fantasie, i suoi personaggi e i suoi simboli - come la "stella del caos", una stella dei venti isometrica alla quale l'intera opera deve il nome. Un lavoro davvero ben riuscito, che porta l'arte di Okuda un gradino più in su e, allo stesso tempo, conferisce allo skate pak un'atmosfera unica e a suo modo mistica. Davvero bellissimo e ricco d'ispirazione.

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17.12.2015

Come appare l’Italia nelle immagini scattate dai più grandi maestri della fotografia internazionale di sempre? La risposta ci viene dalla mostra Henri Cartier-Bresson e gli altri – I Grandi fotografi e l’Italia, in corso presso il  Palazzo della Ragione di Milano, i cui spazi sono da tempo dedicati all’arte della fotografia.   Il primo è il francese Henri Cartier-Bresson, maestro induscusso: al suo viaggio in Italia, durato oltre trent’anni, è affidato il compito di introdurre l’itinerario fotografico che, in compagnia di altri 35 autori, ci parla di una paese onirico e crudele, vanitoso e pieno di grazia. A seguire, più di 200 immagini scattate da nomi che vanno da List a Salgado, da Newton a McCurry, e ci regalano il racconto di un’Italia senza la quale la grande fotografia non sarebbe stata la stessa. “Affascinati dal suo paesaggio, dalla sua gente, dalla sua storia”, ha dichiarato l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno, “gli artisti in mostra ci rivelano, a noi che lo abitiamo, lo stupore che il nostro Paese suscita all’estero, in culture e sensibilità diverse dalla nostra, costringendoci a riflettere sul valore del nostro patrimonio naturale, artistico, storico e sociale”. Di grande impatto il reportage di Robert Capa al seguito delle truppe americane durante la Campagna d’Italia del 1943, elegante e insolita la rilettura del mondo della fede affrontata da David Seymour, unico il fascino esercitato da un’Italia minore su una giovanissima Cuchi White. L’Italia, così piccola eppure così molteplice è perfettamente rappresentata nelle fotografie di Sebastião Salgado che raccontano l’epopea degli ultimi pescatori di tonni in Sicilia con le loro facce belle tagliate dal sole. Così lontane dalla bellezza della Roma monumentale ed elegante immortalata da Helmut Newton, dalla Cinecittà visionaria di Gregory Crewdson e dalla bellezza aristocratica di Milano vista attraverso gli occhi di Irene Kung. Un Grand Tour, su e giù per il Bel Paese, a tratti documentario e crudo (come nelle fotografie di Paul Strand), a tratti patinato e da cartolina, come nelle immagini di Joel Meyerowitz che ritraggono le luci magiche della Toscana, a tratti ironico, come nell’irriverente ritratto della Costiera Amalfitana realizzato dall’inimitabile Martin Parr. Fino al 7 febbraio 2016Foto: Sebastião Salgado, Gli equipaggi, condotti dal rais, si radunano all’alba per dare inizio alla mattanza. Trapani, 1991 © Sebastião Salgado / Amazonas Images

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09.12.2015

Ascoltare una conferenza di Theodore Roosevelt del 1919 dalla sua viva voce, o scoprire il teatro vaudeville immergendosi in una registrazione originale: oggi è possibile grazie a un progetto avviato dall'Università della California. Oggetto dell'azione sono migliaia di cilindri di cera impressi con suoni e parole fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, frutto dell'invenzione di Thomas Edison (1877), che puntava a creare uno strumento capace di trascrivere i suoni e quindi permetterne la riproduzione, il fonografo. Il disco e il grammofono sarebbero stati inventati solo nel 1892, e sappiamo bene che il '900 ne decreterà la definitiva supremazia con la scomparsa dei fonografi concorrenti, ma esiste un patrimonio di testimonianze storiche che vale la pena di conservare perché siano riproducibili e ascoltabili. Il progetto di conversione digitale in corso ha permesso già di salvare oltre 10.000 cilindri, e sul sito dell'università è possibile ascoltare alcuni campioni, così come “adottare” un cilindro facendo una donazione di circa 60 dollari e finanziandone il restauro e il recupero, perché gli ascolti reiterati hanno danneggiato i cilindri rendendone sempre più difficile la riproduzione e l'ascolto. L'UCSB Cylinder Audio Archive rappresenta oggi un interessante esperimento di conservazione di testimonianze storiche assortite, dai discorsi dei presidenti americani a spettacoli di cultura popolare. L'archivio californiano potrebbe diventare anche un esempio di salvaguardia di informazioni incise su supporti resi obsoleti dalla tecnologia ma non per questo meno meritevoli di essere ricordati.

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07.12.2015

La Fifth Avenue è anche il Museum Mile di New York. Fra mete imprescindibili come il Guggenheim e il MET, si trovano musei solo in apparenza minori che vale la pena di scoprire per specchiarsi in un punto di vista diverso. Fra design, belle arti e storia ecco il Jewish Museum che, in uno splendido edificio neogotico dei primi '900, raccoglie oltre 30.000 pezzi, dall'archeologia all'arte contemporanea, con l'obiettivo di tracciare il disegno dell'evoluzione della storia e della cultura ebraica. Il Jewish Museum di New York si pone come un punto di riferimento per tutti coloro i quali, appartenendo alla cultura ebraica, sono desiderosi di vederla declinata nelle sue mille sfaccettature, ma anche per appassionati e curiosi, che qui possono confrontarsi con una prospettiva insolita, trasversale a epoche e luoghi. Nato nel 1904 da un primo lascito effettuato alla Jewish Theological Seminary Library, il museo ha progressivamente ingrandito la sua proposta di oggetti d’arte laica e religiosa e reperti preziosi di vita quotidiana. Nel 1947 è entrato nell'attuale sede che ospita, oltre alle migliaia di pezzi della permanente, una serie di mostre temporanee di fotografia e arte contemporanea, facendo convergere suggestioni da tutto il mondo in questo luogo fuori dal tempo a due passi da Central Park. Alcuni esempi? The Power of Pictures (nella foto) è la mostra che, fino al 7 febbraio 2016, ripercorre la fotografia e la cinematografia russa d'avanguardia dal 1917 agli anni '30, da Alexander Rodchenko a Max Penson. Accanto, Unorthodox un dialogo fra opere che esplora l'ortodossia e il ruolo dirompente dell'arte come elemento di discussione e critica di ogni status quo. I ritratti di Elizabeth Taylor e Marylin Monroe realizzati da Andy Warhol spiccano nella mostra Becoming Jewish: Warhol's Liz and Marylin sul tema della conversione e dei suoi riflessi (anche) sulla costruzione dell'immagine pubblica.

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24.11.2015

Nel 1926, nella zona sud di Chicago, fu costruito un imponente edificio neoclassico per ospitare la sede di una banca. Per la sua posizione e il suo pregio architettonico, il palazzo divenne in poco tempo un vivace luogo di scambi e uno degli elementi distintivi del quartiere. Negli anni '80 la banca fu chiusa e l'edificio abbandonato e ormai dichiarato prossimo alla demolizione fino a quando non è stato rilevato da un artista locale per ben un dollaro. Ce ne sono voluti poi oltre 3 milioni per ristrutturarlo interamente e restituirlo al quartiere, ma per Theaster Gates Jr. non è un'impresa nuova. È sua infatti l'idea di fondare la Rebuild Foundation, associazione no-profit che ha deciso di dedicarsi alla rinascita degli edifici abbandonati nella zona sud di Chicago. L'idea è che gli edifici che hanno avuto una storia per la città siano parte dell'identità del quartiere e possano dare un sapore diverso e specifico a qualunque iniziativa, installazione o opera d'arte ospitino. La Stony Island Arts Bank oggi è stata restituita al pubblico, ospita una biblioteca e ampi spazi dove si tengono mostre e iniziative culturali, tutte accessibili gratuitamente e tutte dedicate in primis alla valorizzazione dei talenti del territorio.  Sono già quattro gli spazi recuperati in questo modo nella zona di Greater Grand Crossing: oltre alla Stony Island Arts Bank ci sono la Listening House (sede di archivi e aule in collaborazione con scuole e università), la Black Cinema House (dedicata al cinema africano) e la Dorchester Art + Housing (che offre alloggi ad artisti locali), trasformati da spina nel fianco del panorama urbano a meta privilegiata per gli appassionati di tutte le arti. Del resto se Theaster Gates Jr, artista nato e cresciuto a Chicago, è stato riconosciuto dal Wall Street Journal come Innovator of The Year 2012 un motivo ci sarà.

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18.11.2015

Immagini antiche di volti, abiti e corpi contemporanei. È un vero e proprio viaggio nel tempo, a tratti spiazzante, quello proposto da Carlo Furgeri Gilbert, fotografo anglo-italiano di stanza a Milano che ha recuperato l’antica tecnica fotografica del collodio umido. Una sorta di operazione archeologica, nata per riscoprire due valori fondamentali diluiti fino a scomparire nell'epoca del digitale: il tempo - quello dei processi chimici da vegliare con cura e quello della ricerca e della messa a punto - e l'imperfezione, quella del soggetto, che non può essere corretta perché il collodio non ammette post-produzione ma che, accolta e conservata, rivela l'unicità autentica di ciò che viene ritratto. Nata nel 1851, questa tecnica consiste infatti nel dar vita a un “ferrotipo”, cioè un'immagine prodotta  in esemplare unico su una lastra di alluminio, capace di conservare la storia di ciò che ritrae e di chi l'ha lavorata. Il processo esige una ritualità precisa per venire alla luce, e l’immagine emerge poco a poco dell'esito parzialmente imprevedibile delle reazioni chimiche. Ecco perché, secondo Furgeri Gilbert, un’immagine al collodio contiene tutti i caratteri di una vera esperienza, ed è in grado di trasmetterla generando un'emozione autentica. Dal 20 novembre al 31 dicembre, la mostra Alchemical Beauty arricchirà lo spazio dell'atelier Altrove nel cuore di Venezia, dando voce a un mix ipnotico di eleganza e sensualità per invitarci alla riscoperta di una tecnica fotografica che ci restituisce il meglio del passato, e alla quale Furgeri Gilbert riesce a donare una straordinaria contemporaneità. Foto: © Carlo Furgeri Gilbert

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10.11.2015

Una casa della cultura immensa, distribuita su oltre trentamila metri quadrati: è Dokk1, la nuova Biblioteca di Aarhus, in Danimarca, nonché la biblioteca pubblica più grande dei Paesi Scandinavi. Eppure, non sono le enormi dimensioni a rendere unica Dokk1, ma il suo animo green. Il progetto architettonico firmato da Schmidt Hammer Lassen Architects riflette infatti pienamente lo spirito dei paesi del nord Europa: moderno, ibrido, ecologico. Dal punto di vista del risparmio energetico, risponde in pieno ai requisiti della Danish 2015 energy classification, formata com’è da ben 3.000 metri quadrati di pannelli solari posizionati direttamente sul tetto. Gli interni sono estremamente luminosi grazie alla scelta architettonica delle pareti in vetro, e l’intera struttura è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Dokk1 fa parte del progetto Urban Mediaspace, che sta trasformando le banchine del porto di Aarhus in una sorta di centro civico con diversi tipi di servizi ai cittadini: oltre alla biblioteca, un centro di assistenza ai cittadini, un parcheggio e nuovi spazi pubblici per il porto. Alla vista la biblioteca si presenta come un edificio di forma poligonale quasi completamente in vetro che stabilisce un collegamento visivo fra l’interno e l’esterno - una scelta simbolica che riflette lo scambio di conoscenze e opportunità al quale ogni biblioteca pubblica dovrebbe fare da sfondo. La struttura si sviluppa su tre livelli: un grande podio con scalinate, un edificio vetrato e l’ultimo piano poligonale, che contiene gli uffici. La facciata è realizzata in lamiera stirata; la città e il porto si riflettono in essa, rompendosi e trasformandosi. All’interno, la biblioteca presenta spazi molto ariosi e aperti che stabiliscono connessioni fra le varie funzioni dell’edificio e invitano il visitatore a esplorare e vivere a pieno questo luogo di cultura.

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09.11.2015

Gli appassionati di arredamento vintage a Milano hanno un nuovo indirizzo da esplorare. Si chiama 100FA e si trova all’interno di uno dei magici cortili di Viale Col di Lana 8, a due passi dalla Darsena e dal centro storico della città. L’impressione è quella di ritrovarsi in un tempo impreciso ma passato, dominato da un piacevole caos creativo fra sedie impilate, cassettoni, lampade d’antàn, valigie stravissute, vecchie bilance rosse e sgabelli ottocenteschi da dentista. Gli oggetti in vendita, che arrivano tutti rigorosamente da Francia e Inghilterra, vanno dai mobili da mestiere a quelli industriali provenienti da fabbriche dismesse, dall’arredamento per la casa e dai mobili bureau fino a pezzi provenzali trovati in antiche dimore di campagna e raffinati arredi da giardino. Tutto è rigorosamente autentico, tranne il disordine: quello è pura apparenza, perché nasconde un filo conduttore ben preciso, frutto di una ricerca mirata e di accostamenti mai banali. E c’è anche un laboratorio per il restauro conservativo degli oggetti e degli arredi, a disposizione anche di chi è in cerca di soluzioni personalizzate da realizzare con l’utilizzo di materiali vintage.

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06.11.2015

31 Ottobre 1975: i Queen pubblicavano Bohemian Rhapsody. In pochi casi una singola canzone aveva richiesto un tempo di produzione così lungo e mai un costo così alto. Il gruppo inglese e, in particolare, il suo leader Freddie Mercury avevano scelto di osare e di puntare il massimo impegno su un pezzo totalmente anticonvenzionale, scritto al di fuori di ogni regola della metrica pop rock e frutto di un mix apparentemente incontrollato di generi: una intro melodica, una strofa a ballata, un'incursione nel fraseggio operistico e quindi una virata hard rock fino alla coda finale che chiude il cerchio e si ricongiunge con le sonorità iniziali. La dichiarazione d'intenti è, del resto, già nel titolo: rapsodia riporta infatti a composizioni musicali senza schema, all'accompagnamento sonoro della narrazione di un fatto o di una storia, rifacendosi alla tradizione della Grecia antica, dove il termine fu coniato per indicare un componimento epico narrato con la musica. Nonostante tutti questi apparenti ostacoli, il successo fu immediato, sia al momento dell'uscita (sebbene le radio fossero in principio riluttanti a passare un brano della durata di oltre sei minuti) sia nel 1991, quando il pezzo venne rieditato diventando il terzo singolo più venduto della storia in UK. Oggi, a distanza, di 40 anni Bohemian Rhapsody resta un punto di riferimento per tutte le generazioni che l'hanno ascoltata, ritorna in colonne sonore e jingle pubblicitari, subisce citazioni e riprese in film di ogni genere e si candida a diventare un pezzo incrollabile della cultura pop del '900, intesa nel senso più alto del termine. Per celebrare il quarantennale, è stato da poco pubblicato online un documentario del 2002 che racconta la genesi del pezzo con interviste a Brian May e Roger Taylor, rispettivamente chitarrista e batterista del quartetto.

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05.11.2015

Scegliere un libro è un piacere da assaporare lentamente, girando fra gli scaffali, dandosi il tempo di lasciarsi sedurre da una copertina, da un titolo o dalla prima frase sulla quale cade l'occhio aprendo una pagina a caso. Parigi, così languida e intellettuale, è lo scenario perfetto per concedersi una lunga sosta in libreria, magari scegliendone una che mescoli il fascino d'antan degli scaffali pieni ai profumi di café e bistrot. Lungo la Senna, di fronte all’isola su cui sorge Notre-Dame, la leggendaria libreria inglese Shakespeare & Co ha appena aperto il suo café literaire, dove, all'atmosfera satura di legno e storia delle stanze dove Hemingway leggeva e scriveva si aggiunge uno spazio dove immergersi fra le pagine sorseggiando centrifugati bio e caffè fumanti. A tre minuti a piedi da St.Michel si trova invece la storica libreria e bistro La Fourmi Aillée: all'interno di un edificio antico già protetto dalle Belle Arti, un camino accoglie i visitatori fra scaffali alti di libri e piccoli tavoli perfetti per una cena romantica. Il menù accoglie tutti ricordando che secoli prima gli studenti studiavano su balle di fieno e per questo la via si chiama Rue de La Fouarre, strada del foraggio. Non meno d'atmosfera è Used Book, con i suoi 10.000 volumi d'occasione fra i quali perdersi. Dal nome al menù, le ascendenze inglesi sono dichiarate e, fra le specialità parigine di ogni bistrot, spuntano a qualsiasi ora scrambled eggs e scones. Viaggiando fra pagine e cibi si arriva al Manga Café, zona Sorbona, sede parigina dell'omonima insegna che conta oltre 3.000 aperture in tutto il mondo ma che qui vanta anche la più grande collezione di manga del paese e un menù capace di sostenere gli appassionati abituati a perdere la cognizione del tempo alla ricerca dell'ultima uscita. Se oltre a buon cibo e ottime letture si cercano concerti, incontri e attività l'indirizzo giusto è la Librairie des Orgues, zona La Villette, con il suo calendario fitto di idee e generi, da consultare per scegliere il momento perfetto per raggiungere questa interessante zona della Parigi nord-orientale.

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04.11.2015

Il quartiere emergente della Istanbul asiatica si chiama Yeldeğirmeni, cioè “mulini a vento”, perché fino agli inizi del '900 erano loro, i mulini a vento, i padroni incontrastati del paesaggio. Poi Istanbul ha iniziato la sua corsa verso l'Europa e una nuova modernità e ha invitato maestranze europeee a costruire imponenti edifici pubblici, come la stazione ferroviaria di Haydarpasa che accoglie chi varca il Bosforo con il suo profilo e i suoi colori decisamente occidentali. A quegli stessi europei chiamati a costruire la stazione si devono le prime case in muratura della Istanbul orientale, che si trovano proprio qui e che hanno a poco a poco sostituito le tradizionali case in legno. Yeldeğirmeni continua oggi la sua tradizione di avanguardia, lasciando plasmare il proprio profilo dai nuovi segni del tempo. Dal 2012, ad esempio, si svolge ogni anno fra queste strade Mural Istanbul, festival dedicato alla street art, che ha trasformato il quartiere in una galleria d'arte a cielo aperto. Qui l'avanguardia urbanistica si mescola all'avanguardia culturale, con numerosi spazi dedicati alla condivisione di conoscenze ed esperienze, come il centro culturale Yeldeğirmeni Sanat, ospitato all'interno della ex chiesa di Notre Dame du Rosaire costruita nel 1895. Non passa inosservata la frequenza di insegne dedicate a Don Chisciotte e Sancho Panza, magari scelte pensando all'obiettivo comune di chi sceglie questa zona per vivere e lavorare: mantenere un baluardo di multiculturalismo semplice e quotidiano. Come sempre, anche la proposta di cibo segue l'anima del quartiere e affianca ai café su strada, perfetti per osservare lo street style autenticamente originale degli autoctoni, anche locali vegani come il Mahatma, una rarità nella metropoli e un luogo piacevole dalla buona cucina che dimostra ancora una volta la capacità di questa metropoli di  condensare e interpretare ogni stimolo. Foto: Mural Istanbul

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03.11.2015

Il progetto pilota è partito a inizio anno e ha coinvolto “solo” gli studenti delle scuole di New York, Boston e Dallas. L'idea era quella di trovare un modo per far divertire i ragazzi e, contemporaneamente, migliorare la loro salute e fare in modo che potessero aiutare anche bambini decisamente meno fortunati a causa di fame e povertà. Impossibile? Non se si parte dall'idea che ogni bambino nasconda un super eroe pronto all'azione. Per attivarlo è nato Kid Power Band, un braccialetto che contiene una app in grado di indicare ai bambini una serie di sfide da affrontare e azioni da compiere, otenendo così punti che, a quantità fisse, vengono trasmessi al quartier generale e fanno scattare una donazione in cibo e medicinali per un bambino in difficoltà a migliaia di chilometri di distanza. I bambini americani sono invitati a giocare, a socializzare, a fare movimento e attività fisica così da migliorare la propria salute, nonché a imparare le nozioni base legate alla sana alimentazione e al giusto stile di vita per crescere al meglio e una nuova consapevolezza del proprio ruolo nell'aiutare chi soffre la fame e vede a rischio ogni giorno la propria vita. A marzo 2015, i 12.000 bambini delle tre città pilota che hanno partecipato sono riusciti a ottenere, giocando e facendo sport, pacchetti di cibo e aiuti per ben 1.259 bambini.Il progetto, nato e sviluppato sotto l'egida dell'Unicef, arriva dal 29 novembre 2015 nei department store americani Target, dove sarà possibile per tutti i bambini acquistare il braccialetto. Target si impegnerà quindi a portare l'azione nuovamente anche nelle scuole, perché educazione all'aiuto e alla salute diventino un pensiero quotidiano e un modo divertente e utile per scoprirsi super eroi.

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29.10.2015

Per l'immaginario collettivo, la California del secondo dopoguerra resta il luogo dove davvero qualsiasi utopia poteva diventare realtà. Al di là dei luoghi comuni, la California offriva effettivamente lo spazio per sperimentare e rischiare con una leggerezza inedita per gli Stati Uniti, plasmati dalla corsa al posto al sole fra i grattacieli della East Coast. Frank Gehry, classe 1929, arriva a Los Angeles dal Canada nel 1947, si laurea in architettura e, dopo essersi fatto le ossa in studi importanti negli Usa e in Europa, apre nel 1962 il suo ufficio a Santa Monica. Da qui usciranno gli schizzi e i modelli degli edifici che lo eleggeranno icona del decostruttivismo in architettura e che diventeranno punti di riferimento per i territori che li ospitano. Dalla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles (1989) alla recente Fondazione Louis Vuitton di Parigi, terminata nel 2014, Gehry ha scelto di forzare i limiti dell'occhio e della statica, scomponendo gli edifici perché rinunciassero alla tradizionale simmetria classica e si trasformassero in somme di forme geometriche dai profili imprevedibili. Le linee curve diventano ipnotiche protagoniste di edifici sinuosi che suggeriscono una leggerezza impensabile. La relazione con il paesaggio e il contesto, fondamentale nel lavoro di Gehry, lasciano che ogni progetto assorba le linee di ciò che lo circonda, rendendolo per forza di cose unico. Gli schizzi e i modelli che hanno tracciato il lavoro di Frank Gehry sono ora raccolti e esposti fino al marzo 2016 al Los Angeles County Museum of Art. Il percorso della mostra segue le dicotomie che hanno dato e danno forma al lavoro del grande architetto: decomposizione e segmentazione, flusso e continuità, unità e singolarità, conflitto e tensione – per citarne alcune – tutte analizzate con l'obiettivo di definire una nuova estetica urbanistica, dove si mescolano tecnologia e relazione con il paesaggio umano e naturale di ogni luogo. Foto: Fredrik Nilsen

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26.10.2015

The Territories è un sito web dal design raffinato e dell'obiettivo curioso: presentare l'Australia, la grandezza dei suoi territori e la profondità della sua storia, ma anche provare a descrivere un Paese non partendo dalla sua geografia, bensì da un mix volutamente multiforme di stimoli e punti di vista. Se l'uomo produce arte per spiegare ciò che vede e sente rispetto a un luogo, allora perché non pensare che l'insieme di queste letture storiche e artistiche della realtà contribuiscano a creare l'identità di un luogo proprio come le montagne e i fiumi che lo attraversano? Del resto, questi stessi luoghi naturali sono i soggetti ritratti e descritti dalla pittura, dalla fotografia e dalla musica. Il web è il luogo perfetto per raccogliere tutto questo, perché è un contenitore multimediale, visibile e aperto ai contributi di tutti. Così, per chi vuole conoscere il continente australiano, 'The Territories' è un modo per osservarlo con gli occhi di chi ci è nato e ne ha già selezionato i caratteri eccezionali. Per chi cerca modi nuovi di spiegare la natura di un Paese, è un esempio mirabile, un mix di dati e astrazioni, poesia e fatti, una macchina che si muove nel tempo e nello spazio regalando istantanee da un continente. I progetto è frutto della collaborazione fra la rivista  Australian Geographic e il Museum of Old and New ArtFoto: Micca Delaney

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21.10.2015

La scommessa di Everblock è che ci sia un designer in ciascuno di noi. L'idea è che non ci si accontenti di creare il proprio habitat scegliendo semplicemente dove posizionare oggetti creati da altri, ma si abbia voglia di costruire da zero l'arredo della propria casa o di cambiare faccia alle stanze aggiungendo o togliendo una parete, costruendo o trasformando gli elementi già presenti, perché no. Il progetto parte da New York alla conquista di un mondo di adulti rimasti un po' bambini o semplicemente portatori sani di un pizzico di nostalgia per i giochi dell'infanzia. I protagonisti della scommessa sono blocchi rettangolari in plastica, leggera e resistente, componibili e compatibili fra loro, realizzati in 12 colori e in diverse dimensioni da scegliere e abbinare per fare qualsiasi cosa: dalla base di una scrivania a una parete, da un tavolo a una poltrona. La chiave sta nel desiderio di sperimentazione, nella possibilità di cambiare idea, nel lusso di concedersi tentativi ed errori da fare in leggerezza: in sintesi, nell'eterno desiderio di giocare. Del resto, la tendenza è chiara: in un mondo adulto iperflessibile, tanto vale gustare anche il lato positivo cambiando pelle in continuazione, anche alla propria casa. I blocchi in plastica di Everblock ricordano i Lego e questa somiglianza è un irresistibile detonatore: qualsiasi combinazione può essere sempre modificata, se si vuole cambiare faccia a una stanza o se semplicemente si vuole provare una combinazione nuova, per giocare come bambini ma con i gusti definiti di un adulto.

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20.10.2015

L'essenziale è invisibile agli occhi, dicevano. Sono invisibili anche certe fondamentali trasformazioni che l'azione umana e le sostanze chimiche di uso industriale e quotidiano compiono intorno a noi, nei terreni, nei parchi, negli spazi aperti che punteggiano e circondano ogni città. Allo stesso tempo, è proprio la vista il senso che più colpisce e induce all'azione, il meno facile da eludere. Brandon Seidler, fotografo del New Jersey classe 1991, ha combinato questi due elementi e li ha sintetizzati in Impure Photography, progetto fotografico nato per caso e cresciuto grazie al crowdfunding attirando curiosità e riflessioni da tutto il mondo. L'idea è semplice: fotografare luoghi inquinati da sostanze chimiche invisibili e utilizzare quelle stesse sostanze nella fase di sviluppo delle immagini. La distorsione che l'agente inquinante produce sull'immagine stessa rende immediatamente riconoscibile l'intervento della sostanza sui terreni e sull'ecosistema dell'area fotografata. La bellezza dei colori e degli effetti che questa distorsione genera produce un profondo senso di fascinazione, da un lato, e disorientamento, dall'altro, simulando la stessa lotta, profondamente umana, fra la bellezza della trasformazione e del progresso e la consapevolezza dei rischi legati all'innescare reazioni a catena potenzialmente fuori controllo. Nel lavoro di Brandon Seidler la vertigine delle domande si ferma alla superficie dell'immagine, senza giudizi e senza prese di posizione, semplicemente con la forza di ciò che lo sguardo non può più ignorare. Tutte le foto sono state scattate in analogico con una Nikon F100 su pellicola Fujifilm Superia X-tra.

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19.10.2015

Dal 22 al 25 ottobre Parigi ospita due appuntamenti speciali dedicati all'arte contemporanea: Art Elysées, sulla Avenue des Champs Elysées, e la FIAC, la Fiera Internazionale dell’Arte Contemporanea al Grand Palais. In totale, a Parigi convergeranno opere e curatori di oltre 250 gallerie da tutto il mondo, trasformandola nella città ideale per chi voglia fare il punto sullo stato dell'arte contemporanea, da insider o da semplice appassionato. Un'occasione unica per approfondire questo mondo, ma anche per vedere la città cambiare volto, seguendo un trend che è ormai consolidato. Sta succedendo spesso, e per fortuna, che un appuntamento prima riservato a una schiera di fortunati addetti ai lavori debordi dai suoi luoghi tradizionali e cominci a invadere la città, riproducendosi in formato ridotto in ogni spazio pubblico e privato disponibile. Il Salone del Mobile di Milano è ormai inscindibile dalle centinaia di eventi del Fuori Salone che occupano tutta la città, così come avviene per il London Design Festival ma ormai anche, in queste stesse città, in occasione delle Fashion Week, i cui spettacoli sotto forma di passerelle erano riserva di caccia di pochi eletti e oggi si allargano a macchia d'olio nelle strade, fra streaming e fashion blogger.  Così Fiac propone Hors le Murs: una carrellata di esposizioni, performance, appuntamenti e veri e propri eventi che dal Grand Palais, sede centrale della manifestazione, si irradiano in tutta la città. Da Place Vendôme, tradizionale sede di numerose gallerie di prestigio, fino ai giardini delle Tuileries, ogni angolo sarà occupato da installazioni e opere che, dai più celebri Marina Abramovic a Olafur Eliasson fino alle piccole realtà sperimentali, aggiungeranno un'ottima ragione per approfittare della bellezza della città della luce in versione autunnale. Foto: Marc Domage

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12.10.2015

Si chiama Cirkelbroen il ponte circolare fresco di inaugurazione immaginato dall’artista Olafur Eliasson, che ha portato a Copenhagen un nuovo concetto di architettura urbana. Per prima cosa perché si tratta di un ponte circolare, la cui forma insolita è un richiamo alla bellezza e non alla semplice funzionalità. “Il Cirkelbroen crea nuovi spazi sul lungomare della città, avvicina al mare e incoraggia chi lo attraversa a rallentare il passo e prendere un momento di pausa”, afferma Eliasson. “Spero che diventi un nuovo spazio urbano, un punto di riferimento per ritrovarsi in città. Nella mia arte lavoro elementi “transitori” quali il vento, la nebbia o i flussi d’acqua. È stato per me meraviglioso poter creare una struttura come il Cirkelbroen, che incarna questo senso di transitorietà: da un lato la stabilità e la lunga vita del ponte, dall’altro il passaggio continuo dell’acqua che crea la calda l’atmosfera del waterfront.” Il Cirkelbroen comprende cinque piattaforme circolari di diverse dimensioni, ognuna con il suo “albero” al centro. La figura geometrica del cerchio vuole essere una sorta di contraltare alla classica forma lineare, che induce i passanti ad attraversare un ponte di fretta senza soffermarsi a notarne la presenza. In questo caso, invece, pedoni e ciclisti sono costretti a rallentare, e il risultato è che il Cirkelbroen non è un mero collegamento fra le due aree urbane che congiunge, ma un vero e proprio spazio da vivere.

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01.10.2015

Se siete appassionati di TV la fine dell'estate per voi significa una sola cosa: nuove serie televisive. Infatti, all'arrivo dell'autunno i network americani, i canali via cavo e i nuovi provider streaming lanciano i loro programmi più importanti. Anche quest'anno è così, perciò abbiamo pensato di aiutarvi a scegliere il meglio della stagione in arrivo. Marvel's Jessica Jones (Netflix)Dopo il successo di Daredevil, Netflix ci riprova con una serie targata Marvel: Jessica Jones racconta la storia di una ex supereroina che ora lavora come investigatore privato a New York. Lo show promette di essere crudo quasi come Daredevil e, proprio come la serie con l'eroe cieco, ha nel suo cast anche una star nel ruolo del cattivo -  l'ex Doctor Who David Tennant. Ash vs. Evil Dead (Starz)Sono passati solo due anni dal reboot de La Casa (The Evil Dead in lingua originale). Adesso la vecchia gang (Sam Raimi incluso) è tornata con una serie tv che riprende la storia dell'originale Ash (alias Bruce Campbell), lo spregevole e improbabile eroe della saga. Sono trascorsi trentanni dalla sua ultima avventura – ma è ancora un outsider egoista e pieno di sé con niente da perdere... e naturalmente si ritroverà a dover salvare il mondo ancora una volta. The Man in the High Castle (Amazon)Amazon ha lanciato The Man in the High Castle nell'ultima stagione di pilot programmata a gennaio – e lo show ispirato al celebre ed omonimo romanzo di Philip Dick è diventato il pilot di Amazon più guardato di sempre. Ecco quindi che ne è stata fatta una intera serie: scritto da Frank Spotnitz (ex sceneggiatore di X-Files), racconta la storia di un universo parallelo dove l'Asse ha vinto la seconda guerra mondiale e tedeschi e giapponesi si sono spartiti gli Stati Uniti. The Expanse (Syfy)The Expanse promette di essere lo show più importante di Syfy dai tempi di Battlestar Galactica. Basata sulla saga di Jamas A. Corey dallo stesso nome, è ambientato duecento anni nel futuro, quando l'umanità ha ormai colonizzato il Sistema Solare. La trama si svolge attraverso una investigazione per un omicidio, una cospirazione, ed una guerra fredda interplanetaria. The Grinder (Fox)Protagonista Rob Lowe (West Wing, Parks and Recreation), The Grinder tratta di Dean Sanderson, un famoso avvocato televisivo che decide di tornare nella città dove è nato dopo la cancellazione del suo popolarissimo show. Con estremo disappunto del fratello (che è un vero avvocato) decide presto di entrare a far parte dello studio legale di famiglia.

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29.09.2015

Inaugurare un museo nel 2015 significa prima di tutto decidere cosa sia un museo nel 2015 e cosa ne permetta l'evoluzione e la sopravvivenza. Nell'anno di Expo a Milano è successo anche questo: è nato Mudec, il Museo delle Culture, concretizzando un progetto partito negli anni '90 che voleva destinare le aree industriali ex Ansaldo di via Tortona a finalità di promozione culturale. Oggi quell'idea è realtà e il taglio scelto è tutt'altro che scontato. Partendo dalla necessità di trovare una casa agli oltre 7.000 reperti etnografici, cioè collegati allo studio dei popoli e delle culture, patrimonio del Comune di Milano, questo maestoso tempio urbano dell'archeologia industriale, simbolo del '900, ha scelto di raccontare la cultura contemporanea come un intreccio di culture che si compenetrano e si modificano reciprocamente a un ritmo sempre più veloce. Il Museo delle Culture è il luogo dove questo incontro si materializza rendendo comprensibile la forza dello scambio interculturale sia a livello ideale, sia nella pratica quotidiana dove pop e arte si mescolano continuamente e dove l'esotico diventa sempre più vicino. Mudec ospita lo scambio e vuole promuoverlo con i suoi spazi per conferenze e la grande biblioteca, aperti a istituzioni pubbliche e private. Il risultato è un mix curioso di stimoli che ci mettono di fronte la complessità degli ingredienti di cui siamo fatti e l'impossibilità contemporanea di trovare qualcosa che non sia cultura, cioè non contribuisca, per somiglianza o differenza, a identificarci e costruirci. Ne avremo la prova dal 28 ottobre quando prenderà il via il secondo ciclo di mostre, che affiancherà l'esibizione dedicata a Gauguin e intitolata Racconti dal Paradiso alla mostra dedicata a Barbie-The Icon, l'apoteosi della pop culture al femminile.

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24.09.2015

Riusciremo, un giorno, a scoprire tutto di Roma? Non esiste città al mondo così densa di storia, così pregna di meraviglia. Anche oggi, in mezzo a tutte le contraddizioni e travolta da un’ingiusta corruzione che fa il giro dei quotidiani mondiali, Roma vibra di bellezza nascosta. Così, se si siete già inchinati di fronte alla bellezza della Roma imperiale, se la Roma Barocca vi ha rubato il cuore e quella dei Papi vi ha riempito di magnificenza, c’è un nuovo itinerario, intimo, silenzioso, che vi porta nelle case della Roma d’autore, artisti e scrittori che hanno cambiato il corso delle cose, da Moravia a Goethe, da Pirandello a De Chirico. Casa Museo Luigi PirandelloIn quella che fu l'ultima dimora romana abitata dallo scrittore siciliano, dal 1962 ha sede l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro italiano contemporaneo. L’appartamento comprende un ampio soggiorno-studio, una camera da letto e una terrazza, con gli arredi originali risalenti al 1933, anno in cui lo scrittore vi si trasferì al suo rientro in Italia, dopo gli anni trascorsi a Berlino e a Parigi.La biblioteca comprende circa 2.000 volumi appartenuti a Pirandello, mentre lo studio conserva la piccola macchina da scrivere portatile divenuta un inseparabile strumento di lavoro e numerosi i manoscritti relativi a poesie, romanzi e drammi. Casa Museo Alberto MoraviaNel quartiere Della Vittoria, l’appartamento di Alberto Moravia si trova all’ultimo piano di un palazzo anni ’30 affacciato sul Tevere. Nei diversi ambienti dell’appartamento, visitatori e studiosi possono ammirare le opere d’arte e gli oggetti della collezione in mostra sulle pareti delle stanze e dei corridoi: dipinti e opere su carta donati negli anni allo scrittore dai molti amici artisti, oltre a maschere e altri oggetti raccolti da Moravia stesso nei tanti viaggi in Oriente e in Africa. A emergere è soprattutto lo stretto rapporto dello scrittore con il mondo dell’arte e gli artisti che, fin dagli anni Trenta, ebbe modo di frequentare, da Mario Schifano a Dacia Maraini, da Renato Guttuso a Toti Scialoja sino a Pier Paolo Pasolini e Bernardo Bertolucci. Casa Museo di Giorgio de ChiricoLa casa di Giorgio de Chirico, dove l’artista trascorse gli ultimi trent’anni della sua vita, occupa i tre piani superiori del seicentesco Palazzetto dei Borgognoni al civico 31 di Piazza di Spagna. Giunto a Roma nel 1944 dopo un lungo girovagare tra diverse città Europee e un soggiorno importante a New York, de Chirico vi si stabilì nel 1948, all’età di sessant’anni. Oggi casa de Chirico è accessibile al pubblico e offre un’occasione unica per avvicinarsi al mondo privato e quotidiano dell’artista e al suo originale immaginario artistico, in un sorprendente e suggestivo intreccio tra arte e vita. Keats-Shelley HouseA poca distanza dalla sontuosa dimora di De Chirico, proprio accanto alla Scalinata di Piazza di Spagna, si trova l’ultima dimora di John Keats, dove il poeta morì per le conseguenze della tubercolosi nel 1821, a soli venticinque anni. Aperta al pubblico nel 1909, questa casa museo contiene una ricca collezione di quadri, sculture, manoscritti, oggetti e prime edizioni delle opere di Keats, Shelley e Lord Byron, ovvero i più importanti esponenti della seconda generazione romantica inglese. La casa possiede una ricca biblioteca specializzata in letteratura romantica, che conta attualmente più di ottomila volumi. Casa di GoetheNelle stanze dove Johann Wolfgang von Goethe soggiornò durante il suo Grand Tour dal 1786 al 1788 insieme ad altri artisti tedeschi, è stato inaugurato nel 1997 l'unico museo tedesco all'estero, la Casa di Goethe.La casa-museo conserva al suo interno una mostra permanente con testi in tedesco, italiano e inglese che raccontano il viaggio in Italia del poeta e il suo soggiorno romano e numerose mostre contemporanee, dedicate a temi italo-tedeschi e alla tradizione del viaggio in Italia fino ai nostri giorni. La grande biblioteca specializzata conserva numerose prime edizioni delle opere di Goethe.

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17.09.2015

Nel 1996 David Foster Wallace era al culmine della sua carriera di scrittore: aveva appena pubblicato Infine Jest, il suo secondo romanzo (lungo più di mille pagine), mentre da molti critici veniva acclamato come la voce della sua generazione. Quando si presentò alla sua porta il suo giovane collega David Lipsky per passare con lui cinque giorni del tour promozionale del suo libro, una strana relazione scattò: i due scrittori iniziarono una discussione che spaziava dalla letteratura, all'emergente internet, ad Alanis Morisette, e fino ai pericoli dell'intrattenimento insiti nell'America delle multinazionali. Più tardi, nel 2010, quei cinque giorni divennero un libro, ed ora un film – The End of the Tour. Il film ha creato molte discussioni attorno a sé, fin dall'inizio - soprattutto quando uscì la notizia che ad interpretare Wallace sarebbe stato l'attore comico (e scrittore) Jason Segel, noto soprattutto per il ruolo di Marshall nella sit-com How I met your mother. Le reazioni su internet spaziavano in uno spettro che andava dall'incredulità fino al rifiuto più totale. Ma dopo la prima proiezione della pellicola al Sundance Festival qualcosa ha iniziato a cambiare: l'interpretazione di Segel viene ora elogiata quasi unanimemente, e The End of the Tour sta diventando un piccolo fenomeno indipendente grazie alle molte recensioni positive – tanto che il sito wallaciano semi-ufficiale Howling Fantods ha difficoltà a seguire tutti gli update. Sarebbe però inutile negare che molti tra quelli che andranno a vedere il film lo faranno a causa della fama postuma di Wallace, e a causa della sua triste scomparsa. Lo stesso Lipsky ha asserito che “Il suicidio è un finale potente[...]. Porta con sè come una forza magnetica: Alla fine tutti i ricordi e tutte le impressioni vengono trascinati in quella direzione”. Inoltre, difficilmente un film può cogliere l'intensità e la potenza della prosa di Wallace (l'accecante bellezza del solo e famoso primo paragrafo dell'incompiuto Il Re Pallido parla per sè). Ma The End of the Tour se la cava più che egregiamente nel suo lavoro, cioè nel raccontare la strana storia di due scrittori che ingaggiano una lunga battaglia verbale durante la loro breve avventura on the road. E contemporaneamente riesce a essere un film sia intelligente, sia divertente.

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15.09.2015

1987: lo scrittore americano Frank White definisce 'the overview effect' il cambio di prospettiva radicale rispetto a se stessi e al mondo che gli astronauti vivono nel momento in cui vedono la Terra dallo spazio. Secondo White, la meraviglia nasce dal capire l'interdipendenza di ogni elemento che compone la vita terrestre. Per vivere questa vertigine estetica non è però indispensabile essere astronauti: basta visitare dailyoverview.com e lasciarsi avvolgere dalle spettacolari immagini di angoli di Terra fotografati dall'alto, dal punto più alto possibile. Daily Overview è un progetto che prende l'idea di White e la cala nel quotidiano attraverso la fotografia. Osservando la gallery, l'impressione immediata è quella di una superficie, la Terra, ricoperta di linee e colori come una tela. Solo in un secondo momento si capisce il senso di quei disegni, l'obiettivo per il quale sono stati tracciati (un aeroporto, una coltivazione intensiva, la pianta di una città) e il fatto che siano prodotti il più delle volte dall'uomo. Le immagini che alimentano il sito sono fornite da professionisti e volontari che partecipano all'idea di tenere vivo l'overview effect e si sfidano sul sito in un vero e proprio quiz per testare se si riescono a riconoscere i panorami fotografati, concentrandosi per distinguere profili familiari e decodificabili nell'intrico di linee e colori trasfigurati dalla distanza. Dal deserto dell'Arizona al Golden Gate, dall'intrico di vie e case di Guadalajara – la città più popolosa del Messico – al disegno formato dai camion in sosta prima di passare lo Stretto della Manica a Calais, ogni immagine celebra la bellezza della Terra e, spesso, dell'azione umana. Per tutte le foto: Daily Overview | Satellite images (c) 2015, Digital Globe, Inc

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09.09.2015

La parola profumo nasce dall'espressione latina pro fumo, “attraverso il fumo”, ed è collegata alle antiche cerimonie e assemblee accompagnate dalla bruciatura di incensi o legni capaci di evocare dimensioni altre e divine. Nei secoli, l'uso del profumo ha assunto valenze sempre diverse, strizzando l'occhio alle pratiche alchemiche nel Medioevo e avvicinandosi sempre di più al racconto di un milieu culturale e sociale dal Rinascimento in poi. Il terzo millennio accompagna il profumo in una dimensione sempre più onirica e artistica, cioè capace di interpretare il presente trasformandolo. In questo filone si inserisce Laboratorio Olfattivo, un'officina di profumeria artistica nata per raccontare storie e dipingere paesaggi attraverso una grammatica di profumi che si combinano in modo sempre diverso per costruire frammenti di discorsi pieni di memorie e suggestioni. Il mare, la primavera, la casa, la pelle: grazie all’abilità e al talento dei creativi che collaborano con Laboratorio Olfattivo, l'esperienza si traduce in fragranza, e sperimenta un linguaggio nuovo fatto di sensi. L'eau del parfum è la forma scelta per questi profumi dedicati alla persona e agli ambienti che oggi sono conosciuti in oltre 30 paesi al mondo, completata da un packaging essenziale e minimalista. Ogni singolo prodotto è confezionato manualmente all'interno del laboratorio con un processo meticoloso, del tutto analogo al processo di creazione delle fragranze da parte dei 'nasi'. Il carattere di ogni profumo si trasforma così in immagine, evocando un'esperienza di bellezza che diventa quotidiana.

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08.09.2015

L'Olimpo era il confine invalicabile per gli umani, il luogo del divino e della possibilità assoluta. Emma Dante, regista siciliana, in occasione del 68° ciclo di spettacoli classici del Teatro Olimpico di Vicenza, invita un’eccezionale rosa di artisti internazionali a superare le barriere del tempo e raggiungere l'Olimpo del teatro classico greco scuotendone le fondamenta. Dante, direttrice artistica della rassegna, vuole far arrivare al pubblico i semi di una lettura nuova del teatro, origine di quei Fiori dell'Olimpo, che danno il titolo all'edizione 2015. Lo spazio del Teatro Olimpico di Vicenza si propone come luogo ideale per far incontrare passato e presente: realizzato fra il 1580 e il 1585, è l'opera ultima di Andrea Palladio, l'architetto che ha plasmato la città berica, e oggi il più antico teatro stabile coperto dell'epoca moderna. L’Olimpico accompagna quindi fuori dal tempo un suggestivo cartellone di titoli e personalità. Per citarne alcuni, si va dalla catalana Angelica Liddell, che porta per la prima volta in Italia la sue letture della Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, ai laboratori teatrali curati dalla stessa Emma Dante, al nuovo allestimento delle Eumenidi curato da Vincenzo Perrotta: il filo conduttore è il corpo, la dimensione materica e profana del pensiero nella quale la sacralità assume forme nuove. Il testo di Valeria Parrella fa quindi da sfondo a Euridice e Orfeo, raccontando, con l'aiuto delle voci e dei volti di Isabella Ragonese e Michele Riondino, il labirinto di amore, morte, volere divino e desiderio umano che il mito da millenni porta con sé.La conclusione del ciclo è affidata ad Alessandro Baricco, che sceglie di riportare alla parola e alla memoria Palamede, eroe condannato dagli dei e da Ulisse all'oblio, ricordando la potenza creatrice del racconto teatrale e dell'arte che danno forma al presente anche ridisegnando il passato, coltivando così i semi del possibile, i fiori dell'Olimpo. Foto di Pino Ninfa

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07.09.2015

Ghibli è il nome dato dai soldati italiani durante la seconda guerra mondiale al vento caldo del nord Africa, e il nome di un loro aereo da ricognizione. Ma nel 1985 è diventato anche il nome dello studio che ha segnato l'evoluzione del film d'animazione e l'immaginario di più di una generazione, attivo ancora oggi e sede di un museo dedicato alle sue creazioni, meta di veri e propri pellegrinaggi a opera di turisti e appassionati da tutto il mondo. Disegnatore, regista e co-fondatore, Hayao Miyazaki, classe 1941, fece omaggio così a due sue passioni: gli aeroplani e il vento, soggetti ricorrenti nei suoi mondi fantastici e simbolo entrambi della possibilità di osservare le cose da un altro punto di vista scoprendone nuovi magici volti, in continua trasformazione nel tempo come nello spazio. Accanto a lui Isao Takahata, regista e mentore di Miyazaki nonché produttore, con ritmi, personalità e approccio perfettamente complementari. Lo Studio Ghibli apre i battenti portando l'eredità di successo e aspettative di serie animate come Heidi e lungometraggi animati come Lupin III – Il Castello di Cagliostro e Nausicaa nella Valle del Vento, realizzati dai fondatori nelle precedenti esperienza professionali.  Laputa – Castello nel Cielo del 1986 è il primo film animato firmato Ghibli: questo, come tutti i successivi, nasce da tavole illustrate a mano dai collaboratori dello studio, impegnati in una minuziosa ricerca tecnica per rendere nel modo più esatto proporzioni e movimento da un lato e per creare i più immaginifici personaggi dall'altro. Nelle produzioni dello Studio Ghibli, infatti, situazioni quotidiane e reali si mescolano senza soluzione di continuità a spiriti dalle forme fantastiche, personaggi di passaggio fra l'umano e il naturale che spesso si rivelano fondamentali chiavi di volta nello scorrere della storia.  Il Mio Vicino Totoro (1988) e La Principessa Mononoke, fra gli altri, aprono la strada al più grande successo dello studio: La Città Incantanta, vincitore dell'Orso d'Oro al festival del cinema di Berlino nel 2001. Seguiranno Il Castello Errante di Howl e l'ultimo, Si Alza il Vento, del 2013, alla cui lavorazione è dedicato il documentario Il Regno dei Sogni e della Follia, che svela con discrezione i pensieri e la vita di Hayao Miyazaki, e in particolare la forza dirompente del suo sguardo capace di celebrare la varietà della vita e di trasformare in personaggi il tempo e le emozioni, creando un mondo di sogni che non hanno bisogno di diventare realtà per essere veri e che continua a rapire gli sguardi di ogni età.

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03.09.2015

Viene da Hong Kong e si chiama Bullet from a shooting star la struttura metallica di 35 metri conficcata nel terreno sulla collina di Greenwich; è solo uno dei landmark che segnaleranno l'avvio della dodicesima edizione del London Design Festival, celebrazione del design e della creatività made in UK ma soprattutto punto d’incontro di creativi e oggetti pensati su ogni continente, nella migliore tradizione della città più multiculturale del mondo. London Design Festival si propone come spazio di ricerca per addetti ai lavori negli spazi istituzionali della fiera di Olimpya, nell'elegante edificio datato 1886, a Syon Park con Decorex International, dedicato alla fascia luxury, o a Chelsea Harbour, ad esempio, con il programma di incontri 'Conversation in Design' dedicato alle nuove avanguardie. La novità di questa edizione è nella sempre più importante dimensione di festival diffuso, che coinvolge quest'anno ben 7 distretti cittadini, ciascuno con un apposito programma e un taglio preciso. Si tratta delle zone più vitali e creative della città, che organizzano laboratori, incontri, mostre e eventi a qualsiasi ora e raccontano la propria storia e l'identità attraverso oggetti, arredi e manifattura. Bankside (Southwark, Waterloo, Borough) lancia 'Colourful Crossings', una serie di installazioni di luci e fotografia digitale che illuminano gli attraversamenti stradali coinvolgendo tutti i pedoni, mentre al Borough Market – il più antico mercato alimentare d'Inghilterra - si tengono laboratori di lettering e calligrafia, mentre partono i Bankside Ghostsign Walking Tour alla ricerca delle tracce di design e comunicazione d'autore per le strade del quartiere.  Islington, Shoreditch e Queens Park amplificano per l'occasione la loro natura di quartieri d'avanguardia, dove professioni sempre più liquide si mescolano agli spazi e ai tempi della vita quotidiana: negozi, piccole showroom e café ospitano incontri, installazioni e showcase, gli studi di architettura aprono tutte le porte raccontando ciascuno la propria specializzazione: ceramiche, tessuti per l'arredo, tavoli allungabili, biciclette, per citare solo alcuni esempi del ricco programma che i siti di ogni singolo distretto snocciolano. Proseguendo nell'esplorazione della Londra del design, Chelsea tiene fede alla sua fama dedicandosi all'interior design e organizzando conferenze, laboratori e mostre a tema mentre la zona di Clerkenwell, storicamente legata all'artigianato, propone al Craft Central la mostra 'Material Consequences' dedicata alla lavorazione della materia prima, e, al Goldsmith's Centre, 'A sense of Jewellery', che racconta i percorsi dell'arte orafa made in Uk.  Brompton è il più internazionale dei distretti, dove Italia, Austria, Svezia, Norvegia e perfino Mongolia trovano eco delle proprie tradizioni negli oggetti di design sviluppati da designer emergenti mescolati ai più grandi nomi del settore, in quel gioco di contrasti e stimoli che strada dopo strada disegnano il profilo della Londra del design. Foto: Ruth Ward

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02.09.2015

I Castelli di Strassoldo, in provincia di Udine, sono bellissimo un esempio di borgo medievale rimasto intatto in quasi mille anni di storia e presentano tutti gli elementi di un piccolo centro abitato autosufficiente e destinato a presidiare la via di collegamento con la Carinzia, di importanza fondamentale per l'allora Patriarcato di Aquileia. Grazie all'impegno della famiglia dei conti di Strassoldo, che costruirono il castello e che tutt'ora vivono all'interno, oggi sono perfettamente conservate le mura esterne, i ponti di accesso, il mastio centrale, gli antichi alloggi della servitù e dei contadini, la torre difensiva. Come tutti gli insediamenti antichi, anche i Castelli di Strassoldo, quello di sopra e quello di sotto, sorgono alla confluenza di fiumi e ruscelli, così che cascate, mulini ad acqua ancora in attività e ponti di legno completano il paesaggio e aggiungono un tocco di colore e vivacità all'insieme. Osservando le varie costruzioni dei castelli è possibile riconoscere i segni e le trasformazioni portate dai secoli di attività: nel '700 buona parte del piccolo paese all'interno delle mura fu ricostruito per rimediare ai danni subiti per gli attacchi militari e dal tempo, oltre che per adeguarlo al gusto dell'epoca che trasformò nei decenni lo stile del mastio centrale da austero edificio difensivo a elegante villa in stile veneto. Gli interni sono altrettanto ben conservati, con arredi e affreschi riconducibili alle diverse epoche che hanno visto passare per i Castelli generazioni di nobili e militari. Due volte l'anno, i Castelli di Strassoldo aprono le loro porte: in primavera e in autunno, per un fine settimana, è possibile accedere a tutti gli edifici e ai giardini, immergendosi in un'atmosfera che fonde bellezza e storia. Per l’occasione, giardini e sale ospitano una mostra mercato di artigianato di alta qualità, in rappresentanza delle eccellenze del Triveneto: dai mastri artigiani del legno e dei tessuti, ai vivaisti con fiori e piante, alle specialità alimentari della zona, con un occhio particolare per i dolci. La prossima edizione della manifestazione, intitolata “Frutti, acque e castelli”, è in programma per sabato 24 e domenica 25 ottobre.

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31.08.2015

Ispettore Callaghan: il caso "Scorpio" è tuo!! (1971) / Dirty Harry Se volete ripercorrere le orme del serial killer Scorpio, sappiate che l'Holiday Inn utilizzato per l'omicidio in piscina -  al 750 di Kearny Street – è stato chiuso, ma solo per essere riaperto nel 2006 come Hilton. Non cercate però di salire fin sul tetto: su 28 piani, con l'ascensore si può purtroppo arrivare solo fino al ventisettesimo. Sempre sulle tracce di Scorpio, proseguite verso la splendida Saints Peter and Paul Church, proprio di fronte al Washington Square Park (dove il killer nel film cerca di colpire un cittadino tranquillamente seduto su una panchina proprio di fronte alla chiesa). Blue Jasmine (2013)Il film del 2013 di Woody Allen vi darà la possibilità di scoprire una San Francisco enogastronomica. Ecco quindi il Ramp sul Terry A Francois Boulevard – dove pare servano delle ottime ostriche. Oppure, se preferite il cibo italiano, correta da Gaspare’s Pizza House & Italian Restaurant. Anche se in entrambi Jasmine, più che mangiare, beve vodka... The Game (1997)Se invece siete appena arrivati in città e non sapete dove alloggiare, The Game è il film che fa per voi: il protagonista Nicholas Van Orton non bada a spese, e  - se ve li potete permettere - gli hotel che frequenta sono tra i migliori del mondo: il Ritz-Carlton di Stockton Street e lo storico Palace Hotel a New Montgomery Street, nel distretto finanziario di San Francisco. La signora di Shanghai (1948)Per i veri cinephile, il classico di Orson Welles La signora di Shanghai è l’ispirazione giusta per scoprire quanto è cambiata la città dagli anni '40 del secolo scorso a oggi. A cominciare magari dallo Steinhart Aquarium dove Welles e Rita Hayworth passeggiano all’inizio del film: modernizzato, ma ancora attivo, lo stupendo acquario californiano è ancora in attività.Così come è sempre lì Portsmouth Square a Chinatown: soltanto il centro della piazza è cambiato (ha un enorme garage e diversi monumenti). Al contrario, il parco dei divertimenti in cui si ritrova Welles sul finale, il Whitney's Playland at the Beach, è stato abbattuto nel 1972. Ma c’è di buono che la vecchia giostra dei cavalli è stata salvata e trasferita agli Yerba Buena GardensLa donna che visse due volte (1958)Un altro classico del cinema – Vertigo di Hitchcock – è un buon pretesto per riscoprire numerose bellezze di San Francisco – in particolare due: la Mission Dolores Church and Cemetery  - usata nel film come location per la tomba di Carlotta, nonché una delle più antiche strutture tutt’ora visitabili in California -  e il Palace of Fine Arts – la cui laguna è una delle immagini più mozzafiato della città.

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27.08.2015

In Giappone, nella prefettura agricola di Niigata, c'è una casa costruita secondo i criteri degli antichi luoghi di meditazione, dove le tradizionali pareti in carta di riso lasciano filtrare all'esterno ipnotici giochi di luce con la stessa grazia con cui accolgono il variare della luce del sole nel passare delle ore del giorno. Si tratta della House of Light, una delle oltre 160 opere d'arte chiamate a rivitalizzare una provincia agricola spopolata dalla fuga dei giovani verso la città e che anima la Triennale d'Arte Echigo-Tsumari Art Field (fino al 13 settembre), estesa su un'area di 760 chilometri quadrati già visitata da oltre mezzo milione di appassionati. The House of Light è un'idea di James Turrell, artista statunitense classe 1943 da sempre impegnato nello studio della luce e della sua relazione con lo sguardo.Si tratta di un'opera d'arte visitabile durante il giorno come qualsiasi museo per scoprire le installazioni visive che la punteggiano, ma è anche e soprattutto il luogo di un'esperienza più ampia, di coinvolgimento e scambio profondo. C’è infatti la possibilità di trascorrere tutta la giornata presso la House of Light e pernottare occupando uno dei futon disponibili, condividendo con gli ospiti il mutare della luce a ogni ora del giorno dentro e fuori la casa e le variazioni dei colori del paesaggio circostante, in un gioco di continui piccoli cambiamenti che legano ogni elemento e ogni momento in una continuità assoluta di luci e ombre. Mescolando la propria tecnica artistica con i criteri antichi dell'architettura giapponese, James Turrell ha scelto di mettere in relazione il proprio uso della luce con la modalità tradizionale con cui la struttura delle case giapponesi trattava il passaggio dalla notte al giorno, dalla luce alle ombre. A ogni ora, la casa da una parte e le installazioni luminose di Turrell dall'altra dialogano con la luce naturale rendendo lo sguardo degli ospiti partecipe del succedere del tempo e delle stagioni.

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26.08.2015

Londra, interno giorno: due manager e un architetto più o meno trentenni hanno in mente un progetto. Siamo nel 2010, l'e-commerce sta prendendo sempre più piede e l'idea di design vira progressivamente verso il quotidiano: la bellezza nella funzionalità è una richiesta costante. Da questo mix di atmosfere e personalità nasce Made.com, una piattaforma on-line che mette in contatto designer e appassionati con l'obiettivo di offrire oggetti per la casa e arredi di qualità ad un prezzo accessibile, con il valore aggiunto di sostenibilità e qualità garantite. La novità sta nella filiera cortissima: i designer, selezionati fra i talenti emergenti di tutta Europa, propongono sul sito i propri oggetti di arredamento che vengono prodotti su richiesta nel momento in cui viene effettuata on line la scelta. I tempi di consegna sono quindi legati ai tempi di produzione e, se è vero che questo può scoraggiare i più impazienti, è in realtà un piccolo scotto da pagare a  fronte del piacere di circondarsi di oggetti esclusivi da scegliere fra un'offerta che si rinnova di continuo. Per chi fosse impaziente di toccare con mano il proprio acquisto (o di fugare ogni dubbio prima di procedere), made.com ha pensato a Unboxed, una sorta di social network dove i clienti di Made.com sono invitati a raccontare con immagini l'uso che hanno fatto dell'oggetto acquistato e dove è possibile scoprire, inserendo il proprio codice postale, chi ha acquistato lo stesso oggetto che si vorrebbe comprare nella propria zona. Made.com crea così una comunità di appassionati che raccontano il loro modo di vivere il design. Con questo approccio semplice e essenziale alla bellezza e al design i quattro fondatori, dal loro quartier generale di Soho, nel cuore di Londra, sono approdati in oltre sei paesi (Regno Unito. Francia, Italia, Olanda, Belgio e Germania), diffondendo un'idea di qualità accessibile e creativa a un pubblico sempre più vasto.

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25.08.2015

Hanno segnato l’adolescenza di molti noi, ci hanno fatto sognare di frequentare la West Beverly High School, amare New York e Los Angeles, desiderare di condividere l’appartamento con amici spassosi come Monica, Rachel, Joey e Chandler e provocato qualche notte in bianco per la paura. Stiamo parlando, ovviamente, delle serie televisive cult degli anni Novanta e Duemila, da Beverly Hills 90210 a Twin Peaks, da Friends a Sex and The City. Chi non ha desiderato, almeno una volta, di poter vivere nelle case dove si svolgevano quelle storie a episodi? Mangiare nella cucina di Monica di Friends, per esempio, o curiosare nel guardaroba di Carrie Bradshaw. Dimore entrate nelle nostre vite quotidiane, lontane migliaia di chilometri dalle nostre vere case eppure così familiari che ci hanno rubato il cuore. Tanto che, per i più accaniti fan delle serie televisive, è praticamente impossibile immaginare un viaggio nelle città che li ospitano senza organizzare una visita poterle vederle dal vivo. Ma è sempre possibile? Quali di queste case esistono e quante, sognando un po’, si possono perfino affittare? In alcuni casi, come per esempio per quanto riguarda i due grandi appartamenti “gemelli” di Friends, quello di Monica e Rachel e quello di Joey e Chandler nel cuore di Manhattan, i fan potrebbero avere una cocente delusione: lo spazioso living dei ragazzi con le mitiche poltrone reclinabili, la cucina super attrezzata delle ragazze e il comodo divano sempre ingombro di amici non esistono. O meglio, sono un set cinematografico ospitato negli studi della Warner Bros. a Burbank, in California. Altro che atmosfera newyorkese e infinite serate trascorse al bar dietro l’angolo, il Central Perk (del quale l’anno scorso è stata aperta una sorta di riproduzione temporanea l’anno scorso in occasione del ventennale della serie). Il palazzo utilizzato per le riprese esterne, però, esiste davvero e si trova nel Greenwich Village. Sempre nel Greenwich Village, al 66 di Perry Street, si trova la facciata del palazzo utilizzato per le riprese esterne di Sex and the City, quello che ospiterebbe l’appartamento di Carrie Bradshaw, sebbene l’indirizzo ufficiale della giornalista più stilosa della storia televisiva sia 245 E. 73rd Street, nell’Upper East Side. E che dire della cabina armadio, ricolma di Manolo Blahnik e vestiti di tulle, e del piacevole disordine femminile della camera da letto con le riviste patinate e l’inseparabile Mac alla finestra? Un altro set, ahimè. Cambio di scena e si vola a Pasadena, in California, dove si trova in realtà la bella villa della famiglia Walsh di Beverly Hills 90210: siamo in uno dei migliori quartieri della città a nordest di Los Angeles, e a decine di chilometri da quella che era l’ambientazione della serie TV. Per quella casa, che esiste davvero, negli anni ’90 i Walsh avrebbero dovuto pagare tra 1,25 e 1,5 milioni di dollari. Oggi lo stesso immobile ha un valore di circa 5,5 milioni di dollari. Tutt’altra atmosfera, decisamente più inquietante, per quanto riguarda un'altra dimora in vendita: la casa di Laura Palmer della serie Twin Peaks. La bella villa, che risale agli anni Trenta e si trova in realtà al 708 della 33esima strada a Everett, nello stato di Washington, è sul mercato per 549.950 dollari, circa 400.000 euro, ma sembra che gli acquirenti scarseggino. Tutta colpa di David Lynch, che ci ha terrorizzati per anni con i misteri, le follie e gli indizi dell'omicidio più seguito della storia delle fiction.

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06.08.2015

Può essere trasportata comodamente in un portabagagli ma, una volta aperta, Travelbox svela un piccolo mondo. Anzi, di più, una casa in miniatura per chi ama viaggiare on the road: sopra la testa un soffitto di stelle, sotto i piedi erba soffice e profumata. Creata dal designer austriaco Stefan Juust, al modico costo di 132 sterline (circa 185 euro), Travelbox si apre per offrire al proprio interno un letto con materasso in piume e cuscini, tavolo e sedie, spazi dove conservare oggetti personali (vestiti, libri e alimenti) che fungono anche da parete divisoria e persino una bicicletta per spostarsi facilmente da un posto all'altro durante il viaggio. Resistente all'usura dei viaggi internazionali Travelbox ha la scocca in acciaio e la struttura in legno massiccio e può essere spedita ovunque. Anche perché quando è chiusa le sue dimensioni sono sorprendentemente ridotte: pesa 60 kg, è lunga solo 2,09 metri, alta 125 centimetri e larga 39. A dire il vero la scatola magica di Stefan Juust può rivelarsi molto utile non solo per i viaggiatori dai gusti raffinati ma, forse ancora di più, per assicurarsi uno spazio per dormire e riporre le proprie cose nel caso in cui si stia per periodi più o meno brevi a casa di amici e per risolvere una volta per tutte l’annoso problema dei mobili durante un trasloco. Anche perché i pezzi di arredo contenuti nella Travelbox austriaca sono curatissimi nel design: linee moderne e semplici, che ben si adattano a quasi tutte le dimore.

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05.08.2015

Che cos’è un nuraghe? Cosa sono le Tombe dei Giganti? Dedicare una giornata di vacanza in Sardegna alla scoperta di questi tesori della preistoria è un'esperienza indimenticabile capace di regalare nuova profondità alla conoscenza di quest'isola da 570 milioni di anni presidia il cuore del Mediterraneo. Basta percorrere i 50 chilometri che separano Macomer (NU) da Cabras (OR), nella Sardegna centro-occidentale, per incontrare quattro siti archeologici capaci di comporre il quadro di della civiltà nuragica che ha popolato l'isola fra il 1600 e il 730 a.C., prima di trasformarsi per sempre grazie all'incontro con le culture puniche e fenicie che avrebbero, a ragione, scelto questa costa come punto nevralgico dei propri commerci. Si parte dalle colline di Macomer, dove si trova l'area archeologica di Tamuli risalente alla media Età del Bronzo (1700 a.C.) e caratterizzata da tre imponenti Tombe dei Giganti, monumenti funerari a pianta rettangolare composti da monoliti di grandi dimensioni conficcati nella terra, fulcro di un insediamento abitato di cui si scorge ancora il profilo. Scendendo verso sud lungo la statale 131, asse viario principale dell'isola, si entra nella provincia di Oristano. La prima tappa è il nuraghe Losa, a Abbasanta, una fortezza composta da blocchi di pietra sovrapposti con una cupola a anelli concentrici dall'inconfondibile forma a cono, con una camera circolare al centro. A Paulilatino si trova il Pozzo Sacro di Santa Cristina, un tempio a pozzo in basalto locale che s’immerge nel terreno creando una cella sotterranea ogivale a cui si accede tramite una profonda scala. Luogo di culto edificato in piena Età del Ferro (1000 a.C.), il pozzo di Santa Cristina è circondato da un villaggio-santuario. Proseguendo verso sud, s’incontra l'antico villaggio di pescatori di Cabras, che custodisce nel suo Museo Civico i Giganti di Mont'e Prama, statue di grandi dimensioni raffiguranti uomini guerrieri e risalenti al periodo compreso fra il X° e l'VIII° secolo a.C. Il viaggio approda infine al mare e alla città di Tharros, nella penisola del Sinis, sullo stretto promontorio che si affaccia al culmine del golfo di Oristano. La suggestione dei colori e del paesaggio si somma all'imponenza di un insediamento attivo già in età nuragica e arrivato fino all'età fenicia, quando diede asilo e riparo ai mercanti orientali che fecero di questo lembo di terra una delle più importanti città cartaginesi del Mediterraneo.

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30.07.2015

Che aspetto potrebbero avere i primi scatti dell’uomo sul pianeta rosso? Il fotografo parigino Julien Mauve ha provato a immaginarlo con una sorprendente collezione fotografica dal titolo Greetings from Mars, dando sfogo alla sua fascinazione per il viaggio e la scoperta di mondi inesplorati. “Mi sono sempre chiesto come sarebbe scoprire un mondo completamente diverso, senza vita, pieno di paesaggi selvaggi e di fotografarlo per la prima volta, come se fossi Ansel Adams. Così sono arrivato fino a questo progetto: un progetto di esplorazione dello spazio e di scoperta, certo, ma anche dell’uomo, delle sue reazioni di fronte all’ignoto, al lontano e all’incosueto”. Fotografie fantastiche e dal sapore ultraterreno, gli scatti di Mauve svelano come potrebbe essere potenzialmente il nostro futuro di “colonizzatori dello spazio”. E si tratta di un futuro tutto sommato possibile, viso che la Nasa sta lavorando per rendere Marte un pianeta vivibile per gli umani. Per le realizzare le sue fotografie, Mauve ha cercato dei luoghi che assomigliassero al pianeta rosso e li ha utilizzati come sfondi per le sue fotografie. Numerose immagini mostrano un astronauta che scatta dei selfie, o in posa come un qualunque turista sulla Terra.

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16.07.2015

Ci sono oggetti che fanno parte della quotidianità da generazioni - confezioni, tubetti, strumenti dall’aspetto familiare, prodotti divenuti icone dell’italianità senza che nemmeno ce ne accorgessimo. Sono prodotti come la coccoina, quella colla dall’odore inconfondibile che a tutti noi ricorda l’infanzia, o l’acqua di rose Roberts con il suo flaconcino blu e le scritte Liberty, che usavano magari le nostre mamme o le nostre nonne, o ancora la brillantina Linetti e il tamarindo Erba. Qualcuno ha avuto la geniale idea di raccogliere queste piccole madeleine capaci di sprigionare infiniti ricordi in una sorta di catalogo online; si tratta di Anna Lagorio, giornalista, e Alex Carnevali, fotografo, i creatori di Fattobene, una piattaforma per la ricerca e la promozione di oggetti italiani ormai “storici”, noti e meno noti, dando vita a una mappatura a 360 gradi del patrimonio industriale e artigianale su tutto il territorio nazionale. “Qualche anno fa”, raccontano, “durante un viaggio in Calabria e Basilicata, abbiamo iniziato a raccogliere piccoli oggetti quotidiani. All'inizio era una specie di gioco, ma il risultato è stato stupefacente: abbiamo ascoltato storie straordinarie, ci siamo inerpicati sulle montagne per conoscere da vicino tessitrici di tappeti, abbiamo visitato distretti industriali e conosciuto tradizioni antiche. In seguito, ci siamo accorti che molti di questi oggetti sono praticamente sconosciuti al di fuori dei confini regionali”. E lo strumento scelto per farli conoscere a tutti è la narrazione: ecco allora che diero ogni immagine c’è la storia di quella confezione così familiare, e si scoprono aneddoti curiosi, spedizioni in luoghi remoti, guerre di brevetti, intuizioni coraggiose. L’idea è quella di salvare dall’oblio e  dall’estinzione oggetti che, in alcuni casi, hanno attraversato indenni due guerre mondiali, facendolo soprattutto all'estero, dove c'è un grande desiderio di un’Italia autentica e fresca, soprattutto in occasione di Expo.  Ogni oggetto è accompagnato dalla propria storia e da riferimenti bibliografici: “Così, chi arriva in Italia è avvertito: qui, anche un giro in un supermercato può trasformarsi in un'esperienza museale. Basta sapere dove guardare”. A questo scopo, Fattobene aprirà a breve anche il suo store online.

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15.07.2015

Cercate un’alternativa contemporanea al municipio, alla cattedrale gotica o a un’antica chiesetta romanica di campagna dove scambiare i voti matrimoniali, ma ma altrettanto bella e affascinante? Forse a Shanghai potrebbe esserci il posto per voi. È la Rainbow Chapel, una struttura circolare composta da pannelli di vetro traslucidi di 65 colori diversi e inondata da una luce surreale, circondata da un canale e da un parco. Si trova all’interno del G+ PARK, il parco tematico dedicato alla lavorazione del vetro che ospita anche  il bellissimo Museo del Vetro di Shanghai, dedicato a questo prezioso materiale, alle tecniche di lavorazione, al suo linguaggio specifico ma anche ai possibili usi presenti e futuri nell’arte, nell’artigianato e nell’urbanistica. La cappella è stata progettata dallo studio Coordination Asia con l’idea di costruire uno spazio dalla dimensione artistica elevata per arricchire la città e chi la vive, sperimentando allo stesso tempo sul materiale. La Rainbow Chapel sta già contribuendo notevolmente al successo del museo stesso, attirando nel parco giovani coppie creative in cerca di un luogo originale che possa fare da degno sfondo a un giorno così speciale.

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14.07.2015

A chi non è mai capitato di pensare qualcosa come “ma è già domenica?”. Il passare rapidissimo delle settimane, dei mesi, delle stagioni è la dimostrazione più chiara del fatto che il presente ci sfugge fra le dita, spesso senza che nemmeno riusciamo a goderci l’istante, come se la vita fosse qualcosa di troppo straordinario per riuscire a viverla a pieno. È una sensazione familare, universale, come quella di rendersi conto soltanto a posteriori, ripensandoci, di quanto un momento sia stato bello o importante. A condividerla è anche Scott Thrift, un giovane artista americano che ha deciso di provare a “rallentare” il tempo inventando un nuovo modo di misurarlo, una nuova prospettiva. E lo ha fatto progettando e costruendo un orologio annuale significativamente chiamato The Present, le cui lancette impiegano un intero anno per completare il giro. Il cambiamento delle stagioni è rappresentato da lievi sfumature di colore, dal bianco candido del solstizio d’inverno al verde puro della primavera, dal giallo pieno dell’estate al rosso intenso dell’equinozio d’autunno. La semplicità meditativa di questo sistema cromatico, l’accorgersi un giorno che la lancetta si è spostata, nell’idea originale dell’artista ha il potere di modificare sottilmente ma in modo significativo il nostro modo di concepire il presente. Come? Anche solo stimolando conversazioni sul tempo, o magari spingendoci a ristabilire le proporzioni e ad accorgerci che la vita ha un ritmo più lento di quello dei nostri impegni e dei nostri appuntamenti segnati sulle rigide caselle di un’agenda o di un calendario. The Present è stato prodotto in versione limitata negli Stati Uniti. Quest’anno ne sono stati realizzati 1.000 pezzi, in vendita esclusivamente presso il Moma Design Store, anche online.

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22.06.2015

La ricetta per un domani più sano e sostenibile? Secondo la Repubblica di Corea, il segreto sta in un recupero della tradizione - con il suo radicato buon senso testato da millenni di civiltà - proiettato verso il futuro.Al padiglione della Corea di Expo Milano, uno dei primi che s’incontrano accedendo al sito, tutto è infatti ispirato alle affascinanti radici di una cultura antica, e in particolare agli aspetti legati all’arte, alll’artigianato e, naturalmente, all’alimentazione.A cominciare dalla forma stessa del padiglione, costruito seguendo il tema architettonico del "Moon Jar", un tradizionale vaso di ceramica che ricorda la forma della luna piena. Nel passato, l’arte della ceramica in Corea si è evoluta in un percorso che ha portato da semplici ciotole utilizzate per zuppe e piatti tradizionali fino a meravigliosi celadon e porcellane.Ma il moon jar è anche il classico contenitore in cui si fanno fermentare i cibi, e richiama un altro tema portante Padiglione coreano, quello dedicato appunto alla fermentazione, una pratica alimentare che è da sempre alla base della cucina coreana, e che consente, oltre alla lunghissima conservazione dei cibi, anche la scomposizione della materia organica originaria, dando luogo a un processo di sintesi e creazione di nuovi sapori ed elementi nutritivi.Seguendo nell’ordine proposto il percorso espositivo, la prima sala che s’incontra è quella dedicata alle nefaste conseguenze delle abitudini alimentari dell’uomo moderno - obesità, malattie, il progressivo esaurimento delle risorse alimentari e il costante aumento di cibi preconfezionati – il tutto rappresentato sotto forma di opere visive e immagini efficaci.La soluzione proposta arriva fortunatamente nella tappa immediatamente successiva, quella dedicata all’Hansik, l’antica tradizione gastronomica caratterizzata da un saggio equilibrio dettato dalla considerazione delle stagioni, dei colori dei cibi e degli ingredienti (rappresentato dalla performance visiva delle “braccia meccaniche” che girano a 360 gradi).Una tradizionale tavola imbandita, o hansangcharim, comprende il bap (riso cotto) e i banchan (contorni), propone innumerevoli combinazioni e garantisce ottimi sapori e nutrimento.Alla fermentazione, o “scienza del tempo”- poiché richiede almeno un mese ma può anche protrarsi oltre - è dedicata un’installazione che proietta virtualmente questo antico processo su una grande giara. Alla conservazione dei cibi è dedicata infine l’ultima sala, composta da una distesa di onggi (ceramiche tradizionali) sulle quali sono proiettate tutte le specialità della tradizione Hansik.A concludere il percorso, riscendendo al pian terreno, è il ristorante Hansik, affiancato da una bottega di prodotti culturali e artgianali. Da Hansik si possono finalmente assaggiare i piatti tradizionali a base d’ingredienti freschi e di stagione, offerti in un menù speciale basato sui concetti di salute, armonia e guarigione, e presentati in un’inedita versione “fusion”, in forma di roll o avvolti da una piadina.

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17.06.2015

Mentre molti di noi abbandonano progressivamente la macchina fotografica, anche quella digitale, per fermare i ricordi attraverso lo schermo di uno smartphone, a Los Angeles si celebra la fotografia analogica in uno dei suoi aspetti più tecnici eppure più potenzialmente creativi: la sensibilità alla luce e i processi chimici attraverso i quali l’immagine s’imprime sulla carta fotografica.La mostra, ospitata negli spazi del Getty Museum, si chiama Light, Paper, Process: Reinventing Photography e ripercorre le origini della fotografia in termini di sperimentazione soto il profilo di questi aspetti tecnici per introdurre il lavoro di sette artisti che, nell’era della fotografia digitale, continuano a sperimentare su carta e luce per esplorare nuove potenzialità espressive.E di vera sperimentazione si tratta, perché Matthew Brandt, Marco Breuer, John Chiara, Chris McCaw, Lisa Oppenheim, Alison Rossiter e James Wellin danno alla fotografia un senso molto più ampio del semplice catturare la realtà: John Chiara costruisce macchine fotografiche customizzate con lenti speciali in grado d’imprimere le immagini direttamente su carta fotografica senza utilizzare il rullino; Alison Rossiter resuscita carta fotografica d’antiquariato alla gelatina d’argento immergendola in prodotti per lo sviluppo nella camera oscura, ottenendo immagini a volte simili a paesaggi; Marco Brewer crea opere astratte sottoponendo carta fotosensibile non fotografica a processi abrasivi, bruciature e graffi tramite prodotti per lo sviluppo; Lisa Oppenheim sviluppa a contatto negativi ingranditi servendosi della luce del sole, della luna o di una fiamma.Un approccio a dir poco originale, che rovescia le teorie in base alle quali la fotografia analogica sarebbe al tramonto, e lo fa mostrando opere decisamente contemporanee e fuori dagli schemi, che non sembrano avere nulla a che fare con la fotografia e invece nascono proprio dalle sue tecniche più basilari e primoridali.Che sia questa, estrema, sperimentale, astratta, la nuova frontiera della fotogtafia analogica?Fino al 6 settembre. Foto principale: Rainbow Lake, WY A20, negativo, 2012; stampa, 2013, Matthew Brandt, stampa cromogenica immersa nelle acque del Rainbow Lake. Proprietà: J. Paul Getty Museum, acquistata con i fondi del Photographs Council. © Matthew Brandt 

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15.06.2015

Vivere la città in modo sostenibile, a passo d’uomo, riappropriandosi creativamente dei suoi spazi: è questa l’idea alla base di Slow Town Milano, un sito che raccoglie spunti ed esperienze slow per abbandonare l’ormai obsoleta idea della frenetica  “Milano da bere”, scegliendo invece di “degustare” la città attraverso percorsi alternativi.Dietro questa bella idea c’è Sonia Guidazzi, autrice ed esperta di contenuti multimediali. Abbiamo parlato con lei per saperne di più.SJ: Come nasce l'idea di "Slow Town" e quali sono le caratteristiche che una città dovrebbe idealmente avere per definirsi tale?SG: Slow Town nasce per proporre uno stile di vita a basso impatto ambientale e per dimostrare, al di là della retorica, che esiste la possibilità di procedere verso uno sviluppo sostenibile senza dover per forza rinunciare a qualcosa. Il successo che abbiamo inseguito affannandoci nelle ultime decadi non solo non ha portato alla felicità promessa, ma ha compromesso gravemente la salute del pianeta: è il momento di osare qualche percorso differente. Non è difficile: visitare una mostra, fare la spesa al mercato agricolo o leggere un libro sono nel loro piccolo attività che comportano un basso spreco di risorse e un alto tasso di soddisfazione. Una Slow Town è semplicemente un aggregato di persone che si muove evitando lo spreco, ponderando le scelte e prediligendo la qualità alla quantità.SJ: Credi sia davvero possibile pensare che Milano, così frenetica e inquinata, possa trasformarsi in una slowtown o comunque essere vissuta in modo slow?SG: Milano è già una Slow Town. C’è voglia di una qualità della vita migliore tradotta in proposte concrete e facilmente raggiungibili, e non è un caso che di recente nascano con tanta frequenza iniziative virtuose come ristoranti a km 0, orti e giardini pensili, concerti nei chiostri… I musei hanno toccato punte di affluenza mai viste, ma i milanesi hanno anche riscoperto luoghi storici come i Navigli e le Porte Vinciane, recentemente restaurate nella Conca, hanno riominciato a usare la bicicletta e a vivere i luoghi verdi e all’aperto.SJ: Puoi citarci qualche esempio si esperienza slow imperdibile da fare a Milano?SG: Partirei dalla storia e dai luoghi simbolo della nostra città: un tramonto sulle guglie del Duomo, una passegiata sulle passerelle appena riaperte che percorrono i tetti della Galleria Vittorio Emanuele II, un aperitivo sulla Terrazza della Triennale, una passeggiata lungo la nuova Darsena, un po’ di jogging al parco Sempione e un concerto in Santa Maria delle Grazie. Potrei proseguire con un film nel cortile di Palazzo Reale, una visita al nuovo allestimento della Pietà Rondadini, una mostra al GAM o un giro in bicicletta tra le viuzze della Milano romana. E sono tutte attività a costo quasi zero.SJ: I temi di Slow Town sono decisamente in linea con quelli di Expo 2015; la città a tuo avviso è già cambiata da maggio? Che cosa dovrebbe lasciarci in eredità Expo?SG: I temi di Slow Town sono in linea con quelli di Expo perché è un progetto che precede, attraversa e sopravviverà all’Esposizione Universale, trattenendo dall’evento un patrimonio di conoscenze utili per il nostro futuro. La città è senz’altro cambiata, nel senso che è stata tirata a lucido, ha ritrovato i suoi luoghi del cuore ed è ricca come non mai di eventi imperdibili; la mia impressione è che Milano abbia improvvisamente ritrovato la sua anima e la sua voglia di fare, qualità sopita che però la caratterizza da sempre. Quando il Financial Times ha parlato di “nuovo Rinascimento” non ha sbagliato - anche se Milano, in realtà, si è sempre distinta per la capacità di fare progresso e ragionare al di fuori dei binari canonici. Non credo che si potrà più tornare indietro: in termini di messaggi ed energie, Expo è un evento che coinvolge tutta la città. La speranza è che si riesca a sfruttare questa nobile onda anomala per riuscire a cambiare definitivamente rotta, per il bene di tutti. Saper fare e ingegno non ci sono mai mancati forse potremmo cogliere l’occasione per dimostrare ancora una volta di essere un paese molto creativo, soprattutto in caso di emergenza.Foto di Sonia Guidazzi

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04.06.2015

Quando un regista come Wes Anderson, creatore di magnifici mondi verosimili ma immaginari, decide di curare gli interni di un luogo fisico e reale, l’ispirazione non può che essere cinematografica.Ed è proprio ispirato a due classici del cinema neorealista italiano – Miracolo a Milano e Rocco e i suoi fratelli - il nuovo e decisamente insolito Bar Luce della Fondazione Prada, a Milano, che riproduce l’atmosfera di un caffè anni Cinquanta filtrata attraverso l’immaginazione di Anderson.Entrare qui è un po’ come vedere uno dei celebri modellini di cartone di Anderson animarsi e ritrovarcisi in mezzo, e l’effetto può essere spiazzante: i soffitti, complice l’edificio, una ex-distilleria che ospita l’intero complesso della Fondazione, sono alti e arcuati e ricordano una versione in miniatura di quelli della Galleria Vittorio Emanuele, uno dei simboli di Milano, poi ci sono vecchi flipper, pavimenti di graniglia, tavoli e sedie in formica, pannelli di legno impialacciato, tutto nei colori tipici di quegli anni, dalle sfumature del verde a quelle del marrone.La collaborazione fra Wes Anderson e Prada non è una novità: il regista ha già lavorato ad alcuni spot e al divertente cortometraggio Castello Cavalcanti, che ripropone le stesse atmostere anni Cinquanta di Luce.A proposito di Luce lo stesso Anderson ha dichiarato che “potrebbe essere il set ideale di un film, o ancora meglio per scrivere un film”, ma soprattutto “è il bar dove vorrei passare i miei pomeriggi nella vita reale”.E a quanto pare molti la pensano come lui, dal momento che il locale è perennemente affollato fin dal giorno della sua inaugurazione, nel maggio scorso. Bar Luce è aperto tutti i giorni dalle 9 del mattino alle 10 di sera. Vi si accede dalla Fondazione oppure direttamente dalla strada, in via Orobia.Foto: Attilio Maranzano/ Courtesy Fondazione Prada

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06.05.2015

Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. 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Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)

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28.04.2015

Hanno partecipato in 177 mila da 171 paesi, inviando i loro scatti al Sony World Photography Awards, il contest fotografico più famoso del mondo, rivolto a professionisti e amatori. Fotografi di ogni età, background e livello d'esperienza, invitati a partecipare a un concorso dove l'immaginazione è l'ingrediente principale, insieme alle emozioni, alla tensione, allo studio dei soggetti e alla capacità di fermare l’attimo. A conquistare i primo posto fra gli italiani nell’edizione 2015 del Sony World Photography Awards è stato il pratese Andrea Rossato, che ha convinto con la sua Industrial Geometries, un’immagine incentrata sulle geometrie del taglio e sul potere della luce. Scattata a Martignacco, in provincia di Udine, la foto è stata premiata nel corso della cerimonia ufficiale. tenutasi a Londra il 23 aprile, e sarà esposta fino al 10 maggio alla Somerset House. Secondo italiano classificato è Pierumberto Pampanin, seguito da Mirko Boni. Fra le altre, d’incredibile suggestione l’immagine del vietnamita Pham Van Ty, che come in un quadro rinascimentale ci consegna la magia del lavoro di due tessitrici, e quello dello spagnolo José Luis Vilar Jordan, con la sua bicicletta che sfreccia tra bianche e immacolate impalcature. E se la tedesca Uwe Hennig è riuscita a rendere poetica persino una zanzara, fermata nell’attimo in cui sembra danzare sull’acqua, è invece una ballerina in carne, ossa e infinita grazia quella resa immortale dalla fotografia di Courtney Colantonio Ray, migliore candidata statunitense. Il britannico Byron Dilkes ci porta per metà (la sua macchina rimane a pelo d’acqua) in un mondo sottomarino da sogno, mentre l’australiano Karl Grenet, giustamente premiato con una mezione speciale, ci strappa un sorriso con la sua insolita emeroteca Indian style, dove il giornale si legge in posizioni non convenzionali. Parole: C.L.G.Nella foto: le tessitrici di Pham Van Ty

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27.04.2015

In Italia se ne parla, nel bene e nel male, da diversi anni, ma ormai siamo davvero agli sgoccioli: EXPO Milano 2015 sta per cominciare e, al netto delle polemiche ormai quotidiane (le ultime in ordine di tempo sono quella sulle spese per il Padiglione Italia e quella sui posti di lavoro rifiutati), è tempo di vedere con i nostri occhi di che cosa si tratta e quanta gente arriverà. Lavori finiti o non finiti (l’avanzamento si può seguire con video postati periodicamente grazie al progetto Belvedere in Città), il 1° maggio le porte di Expo si apriranno e allora potremo dare una valutazione in prima persona.Nel frattempo, abbiamo cercato di capire come funziona e come visitarla al meglio. Il temaOrmai lo sappiamo, l’Expo di Milano sarà tutta dedicata al tema del cibo e dell’alimentazione. Ma “Nutrire il pianeta – Energia per la vita” rispecchia, almeno sulla carta, un punto di vista molto specifico sull’argomento: quello che considera la necessità impellente di nutrire tutti i popoli, e di farlo in modo sano e nel rispetto del pianeta. Un tema non da poco, che certamente richiederà molta coerenza sia da parte di Expo nella gestione (sostenibile) dell’evento, sia da parte degli ospiti e delle aziende che si occuperanno di nutrire i visitatori. Già, perché a Expo non ci limiteremo a scoprire la tradizione agroalimentare dei paesi partecipanti, ma anche ad assaggiarla. Ogni padiglione avrà un ristorante, e per l’Italia ci saranno anche molti altri punti di ristorazione d’eccellenza - ma di questo ci occuperemo più avanti. I clusterI misteriosi cluster di cui tanto si sente parlare non sono altro che dei padiglioni collettivi creati a partire da un tema o da un alimento particolare, nei quali ciascun paese avrà il suo spazio espositivo. Ci sono il cluster del riso, quello del caffè, quello del cacao e cioccolato, e ancora quelli dedicati a frutta e legumi, spezie, cereali e tuberi. Infine, tre cluster tematici dedicati al Mediterraneo, al mare e alle isole e alle zone aride, dove protagonisti saranno sempre i prodotti alimentari e le cucine. Le aree tematicheRealizzate per rendere il tema ell’Expo più tangibile, anche attraverso l’interazione, le Aree Tematiche si trovano in corrispondenza dei vari ingressi e in alcune zone particolari del villaggio Expo. Alcune sono dedicate a famiglie e bambini, come il Children Park, con giochi, installazioni e zone per riposarsi.Il Biodiversity Park è un’area di 8.500 metri quadri ed è l’Area Tematica di Expo Milano 2015 dedicata alla biodiversità e alle eccellenze alimentari italiane, che comprende un grande parco, un teatro e due Padiglioni, quello del biologico e quello dedicato alla Mostra delle Biodiversità.Il Padiglione Zero è una vera e propria introduzione all’Expo che racconta la storia dell’uomo sulla Terra attraverso il suo rapporto con la natura e il cibo, Arts & Foods esplora il rapporto fra cibo e arte chiaando in causa quadri, film, oggetti e copertine di film e di libri, e infine il Future Food District, dove s’immagina come il cibo sarà prodotto, distribuito, preparato e consumato grazie alle nuove tecnologie. Padiglioni & CoCurati dai paesi partecipanti, i Padiglioni nazionali sono enormi vetrine in cui ciascuno di essi può esporre ed esprimere il meglio della propria cultura agroalimentare, e far conoscere la propria cucina grazie al ristorante interno.Sono costruiti secondo principi prestabiliti di sostenibilità, risparmio energetico e facilità nello smontaggio.Leggermente diverso il discorso per il Padiglione Italia, una struttura composita che comprende Palazzo Italia, l’unico che non verrà smantellato e resterà a disposizione della città anche dopo Expo, da una piazza che si sviluppa attorno a un bacino d’acqua (Lake Arena) e da quattro sotto-padiglioni distribuiti lungo il Cardo, una delle due arterie principali dell’Expo village.Fra le altre strutture degne di nota c’è il Padiglione dela Società Civile, ospitato all’interno di una ex-cascina ristrutturata (anche questa rimarrà in eredità alla cittadinanza Milanese); la sua particolarità è quella di essere interamente dedicato a quelle organizzzazioni nazionali e internazionali nate appunto in seno alla società civile che hanno contribuito alla risoluzione dei grandi problemi dell’umanità, e in particolare di quello che è protagonista di Expo, “sfamare il mondo” in modo sostenibile ed equo.

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26.04.2015

Il 3 Marzo del 1995 i personaggi della serie di fantascienza Sliders (trasmessa da FOX) stavano viaggiando - come ogni settimana – verso una Terra alternativa.Appena giunti a destinazione, le somiglianze con il loro mondo erano tali da far loro pensare che ce lavessero fatta, che fossero finalmente tornati a casa. Ma al primo stand di hot dog rimasero esterrefatti da quello che avevano davanti: in TV cera un messaggio del Presidente Clinton. Hillary Clinton.Sicuramente, quella non era la loro Terra. Correva l’anno 1995, e lo stupore dei personaggi di Sliders (ben visibile nel video) rende lidea di quanto sia cambiato il mondo, e con esso la politica americana. Oggi, la prospettiva di Hillary Clinton Presidente sembra più che probabile. E basta accendere la TV per accorgersi che i suoi “cloni” si sono moltiplicati. Nelle serie TV a sfondo politico, i tenaci personaggi femminili che somigliano alla ex First Lady non sono pochi: ci sono la Madam Secretary di Tea Leoni (già il titolo tradisce lispirazione), la First Lady – e aspirante Presidente – Bellamy Young di Scandals, e prima di loro cera il presidente americano interpretato da Cherry Jones in 24. Come se non bastasse, un blog del Washington Post è arrivato persino alla conclusione che “ogni show televisivo parla – e ha sempre parlato – di Hillary Clinton”, aggiungendo alla lista di cui sopra anche programmi come Commander in Chief, Parks and Recreation, Borgen (che però è danese) e persino Top Chef e I Soprano. E adesso che la campagna elettorale è iniziata sul serio, è molto probabile che Hillary e i suoi doppi fittizi continueranno a moltiplicarsi. Parole: M.S.Nella foto: la finta Hillary Clinton del Saturday Night Live, interpretata da Kate McKinnon, a confronto con quella vera

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19.04.2015

Si chiama Montage of Heck l’ultimo documentario su Kurt Cobain, compianto cantante e leader dei Nirvana, diretto da Brett Morgen e prodotto con lausilio e lapprovazione della famiglia (inclusa la vedova Courtney Love e la figlia Frances Bean). Il film di Morgen arriva dopo una serie di altre opere che si sono cimentate nel tentativo di fare luce sul tragico suicidio: famoso è il “complottista” Kurt & Courtney, che cerca di gettare unombra inquietante sul rapporto tra moglie e marito, meno il modesto About a son di A. J. Schnack. Ma Montage of Heck, grazie alla cooperazione di familiari e amici, e soprattutto grazie alla grande mole di documenti video e audio, aspira a essere il film definitivo sul leader dei Nirvana. Il documentario – che percorre lesistenza del cantante di Aberdeen, WA, dalla nascita fino alla morte – dà particolare risalto agli anni della formazione: ci sono i filmini familiari che lo ritraggono in presenza di parenti e amici durante la sua infanzia, ci sono i disegni su cui lo stesso Cobain si cimentava nel periodo della scuola, e ci sono le interviste con i suoi genitori. Al centro dellinterpretazione di Morgen è sicuramente la convinzione che nell’infanzia del cantante/chitarrista (e nel suo rapporto infelice con la famiglia) si trovi almeno una possibile spiegazione dello squilibrio che portò Cobain ad uccidersi il 5 Aprile 1994. Di particolare interesse per i fan sono i materiali inediti audio e video: demo, alcune canzoni mai sentite fino a oggi, e filmati di concerti dei Nirvana. Non mancano certo difetti e lacune, testimonianze e dati assenti che avrebbero potuto chiarire più di un fatto sulla vita di Cobain. In particolare, si fa sentire lassenza del batterista della band (e ora leader dei Foo Fighters) Dave Grohl, così come - nota anche Variety – sarebbe stato utile approfondire il tema dei cronici dolori allo stomaco di cui soffriva il musicista americano, sicuramente “una causa del suo abuso di droghe e della sua depressione”. Letture consigliate:Charles H. Cross, Heavier than HeavenKurt Cobain, Journals Parole: M.S.

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14.04.2015

Ci siamo, anche quest’anno settimana più amata e allo stesso tempo temuta da tutti i milanesi, quella del Salone del Mobile, è cominciata. E mentre la popolazione della città raddoppia e tutti sembrano improvvisamente saper apprezzare un mobile di bella fattura, mentre le strade dei “Design District” si riempiono di hipster e di architetti svedesi, mentre ogni esercente del cento sembra pronto a offrire cocktail sull’onda del Fuorisalone, a noi viene sempre un po’ di malinconia. Perché se da un lato è vero che la Design Week è uno dei pochi momenti in cui la città davvero si risveglia moltiplicando le occasioni d’incontro e accendendo il desiderio di stare fuori per le strade approfittando della bella stagione, dall’altro quasi si stenta a riconoscere quella Milano un po’ burbera e schiva che i suoi abitanti hanno imparato ad amare, e che i turisti del design d’autore non conosceranno mai. Così scatta la nostalgia, e per placarla non resta che rifugiarsi là dove l’allegro frastuono trova pace e il tintinnio dei bicchieri non arriva, per consolarsi con l’arte, la storia, la natura e il buon cibo. 1. Alle origini del designTiepolo, Canaletto, Caravaggio, Modigliani, Braque. Se dopo aver visto l’ennesima poltrona di design nel Brera Design District dovesse venirvi voglia di un po’ di tranquillità e di bellezza, passeggiate per la Pinacoteca di Brera e vi troverete faccia a faccia con il meraviglioso Cristo morto del Mantegna. Ma non ditelo troppo in giro, potrebbe diventare l’evento gratuito più gettonato del Fuorisalone. 2. Trompe l’oeilNascosta in un angolo della caotica via Torino, la chiesetta di San Satiro è decisamente quello che potremmo definire un gioiello di design, progettata nientemeno che da Donato Bramante. Minuscola ma incredibilmente ariosa, cela un magnifico esempio di finta fuga prospettica profonda 97 centimetri studiata per sostituire l’abside, che non fu possibile realizzare per mancanza di spazio. 3. Calma solenneSembra incredibile, ma vista dall’alto Milano è tutta verde. Se da terra non si vede è perché i giardini sono gelosamente nascosti nelle chiese e nei palazzi. La Basilica di San Simpliciano, a due passi da Corso Garibaldi, cela un magnifico chiostro adornato di rose. Per vederlo occorre chiamare la Facoltà di Teologia e prendere appuntamento, ma ne vale la pena. 4. La campagna in cittàSe avete voglia di respirare ossigeno ma il Parco Sempione è più affollato di Piazza Duomo, sappiate che basta uscire dalla cerchia dei bastioni per trovare spazi verdi degni di Central Park. Verso ovest ci sono i laghi del Parco delle Cave e i prati del Bosco in Città, verso est il Parco Lambro con le sue collinette ombreggiate. 5. Fuori portaPerché rispolverare la tradizione della gita fuori porta proprio durante il Salone? Perché probabilmente i ristoranti in città saranno già tutti prenotati, e allora quale migliore occasione per assaggiare una bella cotoletta alla milanese lungo il Naviglio Grande? A due passi dalle colorate cascine di Gaggiano c’è L’Antica Trattoria del Gallo, un’istituzione fin dal 1870.

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08.04.2015

Grandi notizie per i fani di X-Files: a oltre dieci anni dalla fine dellultima stagione, Chris Carter, lideatore della serie, e i protagonisti David Duchovny e Gillian Anderson hanno annunciato limminente produzione di sei nuovi episodi, durante lestate del 2015. Chris Carter ha aggiunto che cercherà di far tornare, oltre ai protagonisti Mulder e Scully, anche i personaggi degli agenti Doggett e Reyes. I sei episodi – ha anticipato ancora lo scrittore e produttore – proporranno delle storie auto-conclusive, ma risolveranno anche alcune questioni aperte dalla mitologia di X-Files, in particolare sulla fine di William, il figlio di Mulder e Scully. Nellattesa, vi proponiamo una breve selezione di episodi che puntano lobbiettivo della narrazione sui personaggi della serie. X-Files 1x04: ConduitLagente speciale Fox (detto “spettrale”) Mulder è ossessionato dal paranormale. Nel quarto episodio della prima stagione, apprendiamo perché abbia scelto di essere la pecora nera dellFBI e di occuparsi dei casi irrisolti che coinvolgono fenomeni inspiegati. X-Files 1x13: Beyond The SeaMulder e Scully devono parlare con Arthur Boggs, un sedicente psichico condannato a morte che dice di avere informazioni riguardanti un serial killer in attività. Scully, ancora scossa dalla recente morte del padre, sembra voler credere a Boggs, nonostante lo scetticismo iniziale di Mulder. X-Files 2x13: IrresistibleUn episodio perfetto per comprendere la partnership Mulder/Scully. I due agenti sono alla ricerca di un killer feticista e profanatore di cadaveri. Nel finale, si assiste al primo segno visibile di affetto tra i due. X-Files 3x21: AvatarLazione è interamente incentrara sul vice-direttore Skinner: il capo e responsabile di Mulder e Scully è accusato di omicidio. Nonostante i due agenti cerchino in tutti i modi di aiutarlo a scagionarsi, lui sembra rassegnato a essere essere giudicato colpevole. X-Files 8x17: EmpedoclesGli anni sono passati, Mulder ha abbandonato gli X-Files e Scully è incinta (di William). A occuparsi dei casi ora sono gli agenti Doggett e Reyes (poco amati dai fan della serie). Questo episodio funge da buona introduzione ai due nuovi arrivati. X-Files 9x16Mulder è in fuga e non vuole essere rintracciato nemmeno da Scully, nonostante sia il padre biologico del piccolo William. Quando appare un uomo interamente sfigurato, intento a rubare alcuni x-file, lagente Doggett sospetta che – dietro le cicatrici – si possa celare proprio Mulder. La visita di questuomo convincerà Scully che non è solo il suo ex partner ad essere in pericolo, ma anche loro figlio. Parole: M.S.

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06.04.2015

C’è un posto a Las Vegas dove riposano le vecchie insegne scintillanti che per molti anni hanno illuminato la notte della città nel deserto lungo il suo celebre Boulevard. È un luogo affascinante, una sorta di cimitero postmoderno che traspira decadenza e allo stesso tempo celebra un mito, concentrandone la storia sotto forma di luci al neon. Stiamo parlando del Neon Museum, aperto nel 2012 al numero 770 di Las Vegas Boulevard North, all’incrocio con Freemont Street, per mettere in salvo e restaurare alcune gloriose insegne dismesse donate da privati o da aziende, alcune delle quali sono tornate a splendere fra quelle più nuove. La struttura comprende una grande area all’aperto scherzosamente rinominata “The Boneyard (“il cimitero), dove si può camminare in mezzo a oltre 150 vecchie insegne e scattare foto decisamente insolite. Ogni singola insegna racconta una storia – la storia di chi l’ha creata, di ciò che l’ha ispirata, ma anche la storia di Las vegas e quella dell’evoluzione della tecnologia e del design dagli anni Trenta a oggi. E poi c’è il visitor center ospitato all’interno dell’ex-motel La Concha, con la sua architettura inconfondibilmente retrofuturistica datata 1961, dove sono esposte altre insegne interessanti e, come nella migliore tradizione locale, si celebrano matrimoni lampo. Foto: The Neon Museum Las Vegas

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01.04.2015

Ci sono tessuti sui quali si legge la storia. Una storia antica fatta di campi di cotone, di tessiture e tinture realizzate a mano, di rammendi e di toppe. Un universo affascinante e ricco di bellezza che, strano a dirsi, svela se stesso in un loft del quartiere di Greenpoint, a Brooklyn, grazie alla cultura e alla passione di un curatore d’arte orientale e collezionista, Stephen Szczepanek. Nel corso dei suoi numerosi viaggi di lavoro in India e Giappone, Stephen si è appassionato ai tessuti d’epoca orientali, e nel 2001 li ha portati nella Grande Mela per trasformarli nel fulcro della sua attuale professione, quella di proprietario di Sri Textiles, una galleria specializzata in tessuti d’epoca giapponesi e indiani. Sri, la parola che per gli Hindu indica il concetto di prosperità, non è un nome scelto a caso: la collezione, dedicata a collezionisti di tessuti d’epoca ma anche a cultori e appassionati in cerca d’ispirazione, comprende una preziosa e ricca varietà di rari tessuti originali boro – i classici tessuti giapponesi da kimono in cotone bianchi e blu, spesso ricondotti alla tradizione rurale sebbene originariamente, nel Settecento, fossero indossati dai nobili di città, proprio per via della loro esclusività. Tessute e tinte a mano, queste stoffe realizzate con i cotoni coltivati in Giappone fin dal Cinquecento sono state costantemente selezionate da Stephen in base alla loro rarità e bellezza, ma anche alle tecniche di lavorazione, che hanno nomi esotici come kasuri, katazome, tsutsugaki, sashiko, sakiori, shibori e asa. La collezione di tessuti antichi e contemporanei dell’India rispecchia una tradizione altrettanto venerabile, a tratti sorprendente per fantasie e colori. Sri riceve su appuntamento, ma alcuni tessuti della collezione si possono acquistare anche online direttamente dal sito.

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23.03.2015

A più di dieci anni dal loro ultimo album, ad Aprile uscirà The Magic Whip dei Blur. Abbiamo scelto una manciata di irrinunciabili, piccoli, acquerelli pop per raccontare la loro storia. Dal primo disco (era il 1991) ad oggi. Du bist sehr schon But we havent been introducedPrima del Britpop cera quel mix di musica da ballo e rock chiamata baggy: Girls & Boys, con il suo intro synth-pop ed il suo refrain ossessivo (fino alla dipendenza), ne è un ottimo esempio. Per il remix si scomoderanno anche i semidei del pop britannico anni 80, i Pet Shop Boys. Hes reading Balzac, knocking back prozacCountry house è la canzone della “Battle of Britpop”: lo stesso giorno (14 Agosto 1995) escono i singoli delle due band rivali, Country house dei Blur e Roll with it degli Oasis. Ma Country House segna soprattutto un momento di straordinaria forma della band, quando il successo di pubblico va di pari passo con lispirazione delle melodie e dei testi dissacranti di Damon Albarn. When I feel heavy metalAlbarn, Coxon, James e Rowntree abbandonano le certezze musicali del passato ed i riferimenti agli anni 60. Song 2, con il suo slancio grunge-pop, è quasi una liberazione. Nonché, nel 1997, la canzone da pogo definitiva. Tender is the touch of someone that you love too much13 è lalbum “strano” e difficile dei Blur. Si intrecciano le influenze più disparate – tra elettronica, indie ed hip-hop – ma la direzione sembra quasi persa. Pesa forse anche la fine della lunga relazione tra Albarn e Justin Frischmann delle Elastica. Lopener Tender è un improbabile - ma riuscito - mix di gospel e pop. Wheres the love song? To set us freeI Blur riescono nel miracoloso intento di sciogliersi e lasciare ai fan un album intriso di bellezza e grazia. Miracolo che non riusciva dai tempi degli Smiths. E Out of Time è lì a dimostrarlo. Im getting sad alone, dancing with myselfGo Out è il singolo che annuncia lalbum del ritorno, più di dieci anni dopo lultima raccolta di inediti. Sghembo e spiazzante, fa sperare per il meglio. Parole: M.S.Foto: Dominic Lipinski/PA Wire/Press Association Images

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18.03.2015

Fra le immagini più iconiche degli anni Sessanta c’è senza dubbio In Bed for Peace, una fotografia che ritrae John Lennon e Yoko Ono nella loro stanza dell’Hotel Hilton di Amsterdam, intenti a mettere in atto un’insolita protesta contro la guerra in Vietnam. Quella fotografia fu scattata nel 1969 da Cor Jaring, un fotografo olandese che proprio in quegli anni era salito alla ribalta per aver immortalato il movimento anarchico non violento Provo. Ma Jaring non era sempre stato famoso. La sua carriera era cominciata negli anni Cinquanta al porto di Amsterdam, come operaio. Proprio lì aveva cominciato a scattare immagini del lavoro al porto, della sua sterile e progressiva meccanizzazione, dei quartieri degradati che frequentava, dei suoi amici e compagni di lavoro. Ma la cosa che fino a oggi era sconoscita ai più è che Cor Jaring non si è limitato a fotografare la sua Amsterdam, spingendosi fino all’Estremo Oriente per ritrarre strade, personaggi e desolazioni di una città come Tokyo. A scoprirlo è stato uno dei suoi più grandi estimatori, il fotografo Sander Troelstra, classe 1976, che di Jaring è stato anche grande amico, facendo ricerca nel suo archivio. È nata così la mostra in corso in questi giorni al museo dela fotografia Huis Marseille di Amsterdam, che oltre ad alcune delle immagini più celebri di Cor Jaring, quelle degli anni Sessanta, raccoglie lavori mai visti come quelli scattati in Giappone, e studi di nudo tratti dal suo archvio personale, corredati da lettere e altri materiali forniti dalla famiglia e dagli amici. A conclusione del percorso ci sono i toccanti ritratti scatatti al fotografo da Sander Troelstra, che documentano gli ultimi anni della sua vita. Fino al 28 giugno 

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16.03.2015

La celeberrima immagine di copertina di Abbey Road, undicesimo album dei Beatles pubblicato nel 1969, è da sempre oggetto di illazioni e leggende. Scattata in fretta e furia intorno alle 11.30 del mattino dell’8 agosto 1969 davanti agli studi della EMI in Abbey Road, a Londra, la copertina è ispirata a uno schizzo di Paul McCartney. E la storia finirebbe qui, se non fosse che, come accade da sempre intorno a qualsiasi cosa riguardi la storica band inglese, ogni suo più banale dettaglio è stato sviscerato e interpretato, a partire dai piedi scalzi dello stesso McCartney. Ma quella di cui vogliamo parlare in questo caso è un’interpretazione assolutamente ludica, al pari delle foto che fan e turisti immancabilmente si fanno scattare mentre attraversano quelle ormai mitiche strisce pedonali. L’idea viene da Bito, uno studio taiwanese di motion design composto da un giovane team di designer, artisti, animatori, fotografi e registi dalla creatività decisamente insolita. Si chiama Bitoy, e come il nome stesso suggerisce, è una versione giocattolo dei Beatles in edizione limitata da tenere sulla scrivania come soprammobile, o come antistress nei momenti di tensione. Acconciature e abbigliamento dei Fab Four sono fedelmente ispirati quelli immortalati sulla copertina di Abbey Road, piedi scalzi di Paul compresi, e gli appositi piedistalli consentono di riprodurre l’intera scena, con tanto d’istruzioni su come posizionare gambe, braccia e teste ruotabili. Il gadget perfetto per fan dotati di senso dell’umorismo e legerezza.

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15.03.2015

Due cuori, due paia di piedi pronti a percorrere molta strada e due zaini pieni di entusiasmo e voglia di scoprire. Stefano Battain e Daniela Biocca, veneto lui e marchigiana lei, poco più di sessant’anni in due, sono decisamente una coppia atipica. Dopo aver lavorato per anni nella cooperazione in Africa (si sono conosciuti proprio in Tanzania) ed essere tornati in Italia per sposarsi, hanno deciso d’intraprendere insieme una nuova, ambiziosa avventura: Alterrative, un viaggio lungo 266 giorni che li porterà in 22 paesi e 5 continenti per scoprire i movinenti e le organizzazioni internazionali impegnati nelle difesa del diritto alla terra e dei diritti delle donne. SJ: Che cosa spinge due giovani sposi a rinunciare alla casa e al classico viaggio di nozze per intraprendere un itinerario di studio ed esplorazione così complesso?SB: Il progetto nasce dalle nostre esperienze professionali e da spunti personali, letture e curiosità che vogliamo approfondire. Dopo gli anni trascorsi in Africa a contatto con la società civile locale abbiamo cominciato a interrogarci sul nostro lavoro, sulle relazioni con le persone, sui motivi che la prima volta ci avevano spinti a partire. Lo scorso anno, abbiamo realizzato di aver bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare tutto quello che stavamo vivendo. Una pausa per lasciare spazio allo sconvolgimento che l’Africa aveva portato nelle nostre vite.Abbiamo pensato di mettere nella lista nozze quello che per noi era più importante in quel momento: chilometri di viaggio per un giro intorno al mondo che ci permettesse di conoscere e capire le diverse realtà che ci circondano. SJ: Puoi quantificare le percentuali di solidarietà, interesse accademico, senso dellavventura, vocazione nomadica e incoscienza che danno forma alle vostre motivazioni?SB: La percentuale più bassa va sicuramente all’incoscienza, perché siamo abituati a viaggiare e ci stiamo preparando al meglio. Tutte le altre componenti sono presenti in percentuale diversa e in base al posto scelto: alcuni paesi sono stati scelti per interesse accademico, altri perché ci attiravano dal punto di vista dell’avventura. La vocazione nomadica e l’interesse accademico sono stati fondamentali nello sviluppo delle nostre idee, ma non siamo né nomadi né accademici, facciamo questo viaggio provando a non avere addosso alcuna etichetta.  SJ: Quanto tempo vi è servito per organizzare tutto?SB: L’idea ci è venuta ad agosto. A settembre, dopo il matrimonio, abbiamo iniziato a organizzarci ma fino ai primi di febbraio ci siamo occupati del progetto solo nei ritagli di tempo che il lavoro umanitario in Sud Sudan ci permetteva.Prima abbiamo prima realizzato un concept del progetto, poi abbiamo chiesto commenti e feedback esterni per poterlo migliorare e contattato organizzazioni non governative dei paesi che intendiamo visitare affinché potessero metterci in contatto con le organizzazioni dei movimenti sociali con i quali collaborano.Quanto agli itinerari, abbiamo un’idea di massima dei paesi che vogliamo visitare, più dettagliata per i primi 5-6 paesi.  SJ: La vostra ricerca è supportata da unistituzione accademica o è del tutto indipendente? Cosa pensate di farne una volta completata?SB: Dal punto di vista materiale, la ricerca è indipendente, ma abbiamo alcuni contatti a livello universitario che ci stanno già supportando con informazioni e consigli. Una volta competata la ricerca, l’idea sarebbe di pubblicarla e di condividerla con le organizzazioni visitate e con tutti coloro che sono interessati a scoprire di più sul mondo dei movimenti sociali contadini e femministi. Ci piacerebbe organizzare anche una mostra fotografica e un breve documentario. SJ: Vi siete appoggiati a una campagna di crowdfunding, a sponsor o avete semplicemente attinto alle vostre risorse e ai regali di nozze?SB: Finora il nostro budget si basa solo sui regali di nozze e sui nostri risparmi, ma per chi volesse supportarci economicamente abbiamo creato una pagina su Indiegogo dove si può donare in supporto al progetto ALTERRATIVE.Abbiamo anche il nostro primo sponsor: il brand italiano EastcoastSJ: Che cosa porterete nello zaino per stare via 266 giorni?SB: La voglia di destrutturarci, disimparare e reimparare rimanendo aperti a tutte le nuove idee e stili di vita con cui verremo a contatto, 2 spazzolini da denti e 6 paia di mutande. SJ: Che ruolo avranno i social media e la rete nella vostra impresa?SB: Ne stiamo facendo uso, abbiamo creato profili su Facebook, Twitter, Linkedin e Instagram, per comunicare in maniera frequente e tempestiva con chi ci vorrà seguire. SJ: Avete pensato anche al lato sostenibile del vostro viaggio in termini di mezzi di trasporto e impatto ambientale? Come?SB: Sia per rispettare l’ambiente, sia per risparmiare, adotteremo sempre i mezzi di trasporto a minor impatto ambientale: autobus e treni pubblici, car sharing e, per quanto possible, i nostri piedi. Terremo conto di tutti i voli che prenderemo e, una volta tornati, contribuiremo ad un programma di riduzione dell’ anidride carbonica attraverso il sito CarbonfootprintIntervista a cura di F.S.Foto: Mirko Mezzacasa

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02.03.2015

C’è una nuova casa della cultura a Barcellona, il Museu del Disseny, aperto qualche mese fa per raccogliere in un unico spazio e in un progetto comune le collezioni di quattro diverse istituzioni: il museo delle arti figurative, quello della ceramica, quello delle arti grafiche e quello del tessile e dell’abbigliamento. Oltre 70.000 oggetti che celebrano un elemento comune: l’oggetto e tutto ciò che esso ha rappresenta e significato per la vita quotidiana delluomo, dall’epoca pre-industriale fino a quella digitale, dalla concezione alla produzione. L’esposizione si articola in quattro collezioni permanenti più una mostra temponaea, che cambierà in base alla programmazione, alle quali si affianca un fitto calendario di conferenze, laboratori, servizi educativi, pubblicazioni, corsi e altre attività. Il Disseny Hub building, sede del nuovo spazio museale, si trova in Plaça de les Glòries Catalanes, a poche centinaia di metri dalla famosa torre Agbar, ed è stato progettato dall’equipe di architetti MBM Arquitectes. La forma ricorda quella di un parallelepipedo scomposto in più sezioni che sorge al di sopra di un nuovo spazio pubblico articolato in percorsi e strutture allaperto connessi gli uni agli altri e sviluppati su più livelli: aree verdi, aree pavimentate e piani gradonati che connettono il percorso con uno specchio d’acqua. L’edificio vero e proprio è composto da due parti: una semi-sotterranea, e un’altra che sale fino a un’altezza di 14,5 m sopra il livello della piazza, con due ingressi ai lati opposti su altezze differenti e piani collegati da un sistema di scale, scale mobili e ascensori, grazie ai quali è possibile salire i quattro piani più alti dove si trovano le quattro sale dedicate alle mostre temporanee, un grande spazio per gli eventi e lauditorium, il cui volume sporge sulla strada sottostante. Il cuore del museo è distribuito fra i due piani inferiori e il mezzanino, che comprendono la principale sala di esposizione, il centro di documentazione e le sale di ricerca, il bar-ristorante e il negozio.L’intera struttura è stata concepita in termini di sostenibilità e autosufficienza energetica.

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24.02.2015

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un’intervista ad Alessandro Dalai a proposito del ruolo dell’editore e di come sta cambiano all’epoca degli e-book. In quell’occasione gli abbiamo ache chiesto di parlarci della sua Milano e delle sfide che la città si prepara ad affrontare alla vigilia di Expo 2015. SJ: Milano è la sua città, una città che lei ha dichiarato di amare profondamente. Come la descriverebbe a chi non la conosce affatto? C’è una mappa sentimentale della città che le piacerebbe condividere con noi? AD: Milano è una città che amo/odio profondamente, perché ha perso nel tempo il suo carattere di cenacolo creativo di unione di simili legati dalle stesse passioni: per tutti l’immagine della Brera degli anni ‘60/’70, con la fisicità del rapporto con gli artisti, gli scrittori, gli attori, ma anche la bellezza del periodo della “rivoluzione” studentesca degli anni ’70, fondamentale nella creazione di una generazione di nuove persone, nuovi rapporti, nuovi media.Ora la città è cambiata profondamente, a mio avviso in meglio, rendendo completamente diversa la sua skyline e promuovendo l’intera modificazione di quartieri come l’Isola, la zona di Porta Garibaldi ma anche l’Ortica, dove a volte ti capita di passare e di renderti conto che la consuetudine delle abitudini si sottrae al cambiamento che i tempi rapidamente portano alla città.Mi piace molto la zona dove abito e lavoro, cioè quel triangolo che va dal Carrobbio a Corso Genova a Sant’Ambrogio: una zona ancora a dimensione umana, con l’inevitabile comparsa di un melting pot etinico meno forte che in altre città europee, ma certamente ormai radicato e crescente.È scomparsa Brera, dedicata ormai alla moda che, nella sua inevitabilità sottrae spazi, negozi e luoghi per far largo alle aperture di shop che hanno una vita giornaliera molto breve, il tempo dell’apertura.Penso che i Navigli e la zona sud della città che parte dalla Darsena e costeggia lo sviluppo dei Navigli stessi sia la zona più affascinante della città, mentre il centro è purtroppo desertificato e non riesce a sostituire il periodo del giorno in cui si concentra no lavoro ed apertura degli spazi con un’impressionante rarefazione serale, persino delle persone che si incontrano per strada.Questa mi sembra la mancanza più grossa di Milano rispetto ad altre città italiane (penso a Roma) ed europee che hanno due momenti di vita: quello del lavoro e quello del dopo-lavoro che riempiono i centri delle città.A Milano sembra che ci si debba chiudere in casa dopo una giornata lavorativa che evidentemente tra tempo di trasporto “commuting” e tempi lavorativi lascia poco spazio alla voglia di vivere fuori.Trovo che i salotti borghesi della città siano rifugio degli “happy few” rispetto alla voglia di mischiarsi tra la gente che solo il periodo estivo e qualche momento particolare come il Salone del Mobile ed il Fuorisalone permettono alla città. SJ: Proprio a Milano è dedicato un suo recente progetto collaterale, quello del magazine Milano Arte Moda. Può raccontarci com’è nata l’idea e di che cosa si tratta?AD: Il magazine Milano Arte Moda nasce proprio dall’esigenza di raccontare non solo Milano, ma un tratto più nazionale ed internazionale degli avvenimenti che dovrebbero caratterizzare una città aperta e un’iniziativa nota nel tempo, e che con il marchio EXPO in città coglie la possibilità di coprire in 6 lingue tutte le iniziative che si svilupperanno a Milano e fuori dall’EXPO per tutti gli eventi culturali che si riusciranno a realizzare.L’ambizione è sempre quella di proseguire con le lingue e con il racconto anche dopo il periodo di EXPO e di rappresentare quella Milano che sta nascendo e che vogliamo raccontare ai milioni di persone che dalla città passeranno durante il periodo dell’Esposizione Universale; è evidentemente una delle ultime opportunità da non perdere per rilanciare una città più creativa, più giovane, più cosmopolita.Intervista a cura di F.S.Foto: Yorick39

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22.02.2015

Che piaccia oppure no, il nuovo progetto di ristrutturazione del quartiete di Les Les Halles, a Parigi, non può lasciare indifferenti. Dopo mesi di lavori e con molto ancora da terminare e sistemare, unenorme ed eterea struttura di vetro e metallo comincia finalmente a emergere dal cuore dellarea commerciale nel cuore di Parigi, primo arrondissement, sulla riva destra della Senna. Si tratta della Canopée, una copertura dai riflessi dorati che sembra atterrata come una mastodontica nave spaziale a coprire il grande centro commerciale interrato di Les Halles nonché la più grande stazione ferroviaria sotterranea del mondo, che ospita fra le altre cose una piscina di 50 metri, una media library e una multisala. E nonostante la trasformazione in corso, i negozi e gli altri servizi - quasi tutti e quasi sempre - continuano a funzionare regolarmente.  Leffetto è quello di un rinnovamento iper-contemporaneo, forse meno dirompente del vicino Centre Pompidou, ma più adatto a convivere con la confinante chiesa di Saint Eustache – risalente allanno 1532 – e ledificio neoclassico della Borsa, costruito nel 1889. La zona di Les Halles è stata per secoli il principale mercato alimentare di Parigi, sfondo del celbre romanzo Il ventre di Parigi di Emile Zola, che descrive la vita dei commercianti di verdure, dei macellai e dei pescivendoli dai quali si riforniva lalta borghesia della città.  Il mercato fu inaugurato nel 1137 e lì restò, nonostante il cambiare delle leggi e le oscillazioni nella densità demografica, fino agli anni Settanta, quando il mercato centrale fu spostato a La Vilette, nella zona est di Parigi (in particolare quello della carne), e a Rungis, a sud della città. La monumentale struttura in vetro e metallo del mercato coperto costruita da Victor Baltard fra il 1852 e il 1870 fu demolita, e al suo posto trovò spazio un grande giardino. Più tardi, sul sito del vecchio mercato, sorse anche il famoso Forum Les Halles. Nonostante i grandi nomi che contribuirono al suo progetto, il Forum si trasformò ben presto in unaccozzaglia di stili diversi e poco conciliabili, e questo fatto, insieme al riversarsi costante di grandi folle dalle periferie a bordo dei treni della metropolitana, contribuì a rendere la zona sempre meno allettante e raccomandabile, con il fiorire di fast food e birrerie che sgomitavano per farsi spazio fra i sex shop di rue Saint Denis - una delle più vecchie strade di Parigi, dove il mestiere più antico è ancora in gran voga.  Solo in anni più recenti, qualche boutique di moda o negozio di alimentari di buon livello ha cominciato ad affacciarsi fra Les Halles e place des Victoires e, verso nord, dalle parti di rue Montorgeuil. I nuovi lavori di ristrutturazione e la Canopée hanno dunque lo scopo di rivalorizzare larea, senza per questo dover necessariamente rinunciare alle grandi catene di abbigliamento o ai fast food. Il centro commerciale interrato verrà aperto allaria e alla luce, mentre un nuovo grande parco regalerà ossigeno e spazio ai bambini. I lavori dovrebbero concludersi entro il 2016. Parole: M.M.

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18.02.2015

Dietro ogni libro che abbiamo amato c’è il lavoro di molte persone: l’autore, naturalmente, ma anche l’editor, il traduttore e - a monte - l’editore, scopritore di talenti per eccellenza e cultore del bello scrivere. Ancora oggi, all’epoca degli ebook e della cosidetta “vanity press” digitale che consente a chiunque di pubblicare il proprio romanzo autonomamente, a costi più che abbordabili e senza alcun intermediario, la figura dell’editore resta avvolta da un alone romantico. Ma quanto c’è di vero in tutto questo? Quanto conta ancora la figura dell’editore e come è cambiata? L’abbiamo chiesto a un editore dalla formazione tradizionale ma decisamente proiettato verso il futuro, Alessandro Dalai, classe 1947, fondatore di Baldini Castoldi Dalai (oggi Baldini & Castoldi, rifondata nel 2013 dal figlio Michele) con un passato in Mondadori ed Einaudi, “scopritore” di casi editoriali di enorme successo come Susanna Tamaro e Giorgio Faletti. E abbiamo cercato di carpire qualcosa in più anche sulla vita quotidiana di un grande editore. SJ: Dottor Dalai, oggi è difficile immaginare quale sia il ruolo di un editore. Quanto è vera l’immagine romantica dello scopritore di talenti e come si concilia con la necessità di trovare strategie vincenti in un mercato sempre più complesso? AD: Il ruolo dell’editore come scopritore di talenti è sicuramente invariato, anche se il marketing assume un’importanza maggiore. Naturalmente con un mercato molto più piccolo, con librerie molto più selettive, con nuovi strumenti/device a disposizione per l’autopubblicazione che rendono facilmente superabile l’intermediazione culturale dell’editore, l’interpretazione del mercato e del singolo testo diventano ancora più difficili ma fondamentali.Quanto alla necessità di restare a galla in un mercato complesso e in evoluzione, credo che l’ottica dell’agire sul piano internazionale sia l’opportunità per allargare il mercato sia per la lingua (fondamentalmente l’inglese), sia per gli ebook che permettono a tutti gli editori del mondo di promuovere o quantomeno di lanciare i propri libri. SJ: Com’è invece la vita di un editore? C’è spazio per l’ozio creativo e la riflessione? AD: La vita dell’editore è costituita da una continua riflessione, operatività ideativa a 360° in continuo sviluppo e una scontata predisposizione al trial and error. Per rallentare bisogna cambiare luogo, paesaggio, visione, perché altrimenti si continua a riflettere sempre sugli stessi concetti; solo la lettura ti dà un orrizzonte diverso, uno spazio e un tempo per fortuna in cambiamento. SJ: L’obiettivo di questo magazine è promuovere uno stile di vita slow, che consiste nell’applicare principi come l’etica, la sostenibilità, il rispetto per il lavoro, per l’ambiente e per la dignità umana a tutte le nostre scelte, comprese quelle dacquisto. Che cosa ne pensa? Crede che sia estendibile anche al suo lavoro? AD: Credo che la vita dell’editore sia per definizione “slow”, seppur contrassegnata da una serie di decisioni “fast”. Si tratta del tipico “one man job”: l’editore assume l’inevitabile ruolo di decision maker finale di tutte le fattispecie della pubblicazione di un libro.Il libro, in quanto prodotto, è certamente slow e quindi creare prodotti slow in modo fast risulta non uno stimolo, ma una divertente schizofrenia. L’ambiente del nostro lavoro rimane comunque slow, anche se il web c’impone di diventare veloci.L’approccio ai comportamenti di acquisto risulta invece secondario rispetto a una vita che è quasi una missione, essendo caratterizzata più dal piacere dei rapporti interpersonali che non dalla necessità di esibire il possesso di oggetti. Intervista a cura di F.S.

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16.02.2015

Due fiumi, il Rodano e il Saona, che confluiscono. Una città, Lione. E un edificio che sembra atterrato da una galassia proiettata verso il futuro. Stiamo parlando del Musée des Confluences, un nuovo museo che ha visto da poco la luce dopo molti anni di progetti. La sua particolarità sta nel fatto di essere un museo interdisciplinare, che unisce etnologia, antropologia, scienze naturali, geografia e tecnologia per raccontare l’avventura dell’uomo e delle altre specie viventi sul pianeta. Il nome è decisamente simbolico: non è un caso che si trovi proprio all’estremità della penisola che vede confluire i due fiumi, così come differenti saperi confluiscono per dar forma al percorso espositivo che comprende oltre due milioni di oggetti fra cui meteoriti, tigri siberiane, ricostruzioni dell’uomo di Neanderthal, srmature di samurai e persino lo scheletro di un Camarasaurus vissuto 155 milioni di anni fa. Quanto al monumentale edificio di vetro e metallo che lo ospita, il progetto è opera dello studio viennese Coophimmelblau, e s’ispira anch’esso al concetto di confluenza. In questo caso, a confluire sono una struttura a nuvola, che fluttua su pilastri e contiene un susseguirsi di scatole nere prive di luce naturale pensate per esaltare al massimo gli oggetti esposti, e una di cristallo, luminosissima, che si proietta verso la città pronta ad accogliere i visitatori. Parole: F.S.

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08.02.2015

Gli occhi curiosi e la mente aperta di un bambino sono forse le doti ideali per poter comprendere un’opera d’arte. Ma occorre trovare il modo giusto per raccontarla - il linguaggio giusto, familiare, semplice e diretto. Ci hanno provato in tanti, eppure l’esperimento di Art Stories ci sembra uno dei più riusciti, forse perché unisce una grande abilità nel raccontare a quello che è ormai un mezzo ben noto alle generazioni di “nativi digitali”: l’applicazione per tablet e smartphone. Art Stories è una giovane start-up milanese che già l’anno scorso ha pubblicato una app dedicata al Castello Sforzesco e pensata per bambini dai 5 ai 10 anni – un gioco, ma anche uno strumento didattico originale e coinvolgente, in grado di far scoprire la storia dell’edificio attraverso animazioni, giochi, storie e illustrazioni originali. Quest’anno è la volta del Duomo di Milano, raccontato nientemeno che dai doccioni della cattedrale, personaggi buffi e sapienti che svelano ai più piccoli episodi e fatti legati a uno dei più imponenti edifici sacri del mondo: le statue, le guglie, le vetrate, i 600 anni di lavoro impiegati per la costruzione, e ancora le parole pronunciate da Napoleone di fronte alla cattedrale milanese prima di essere incoronato. Art Stories Duomo è disponibile su Apple Store al prezzo di lancio di 0,99€ per un periodo limitato (successivamente a 2,99€).

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04.02.2015

C’è la Roma da cartolina che tutto il mondo ci invidia: quella del Colosseo, delle file chilometriche di fronte ai Musei Vaticani, delle sfide architettoniche tra Bernini e Borromini. E poi c’è la Roma ancora da scoprire: bella, insolita e sconosciuta - spesso agli stessi romani.Ecco cinque luoghi romani fuori dai soliti itinerari che v’insegneranno ad apprezzarla in modo nuovo. Necropoli di Porto, FiumicinoQuando la bellezza abbonda, può capitare di dimenticarne qualche non trascurabile pezzetto. Come nel caso di questo insediamento funerario splendidamente conservato, che racchiude oltre 200 sepolture a forma di casetta risalenti al periodo fra la fine del I secolo d.C e il IV secolo d.C.Qui, sono stati sepolti commercianti, piccoli imprenditori e liberti che lavoravano nel porto marittimo di Roma, quello che oggi è Fiumicino - uno straordinario spaccato della vita quotidiana della Roma imperiale. L’accesso, gratuito, è possibile soltanto due volte al mese. MUCRIIl Museo Criminologico di Roma, meglio noto come MUCRI, si cela inaspettatamente nella romantica via del Gonfalone. Costruito nel 1930 in ricordo delle antiche e temutissime carceri che nei tempi antichi i pontefici avevano fatto costruire in queste zone, è un istruttivo resoconto degli aspetti più cruenti della giustizia vintage, dai vari strumenti di tortura alle gogne, dalla cosiddetta “vergine di Norimberga” fino agli scudisci, alle fruste e ai diversi ferriutilizzati per torturare e uccidere i condannati. Quartiere CoppedèNel cuore di Roma, tra la Salaria e la Nomentana, si trova un insolito complesso di 26 palazzine e 17 villini che è tutto un fiorire di architetture Liberty, decorazioni Art Decò, richiami all’arte greca, reminiscenze gotiche e opulenze barocche. Conosciuto come “quartiere Coppedè” è stato realizzato tra il 1913 e il 1926 dall’eclettico architetto Gino Coppedè, da cui prende il nome, ed è particolarmente amato dai registi; Dario Argento vi ambientò due dei suoi film più riusciti: Inferno e L’uccello dalle piume di cristallo. Catacombe di PriscillaNel tratto della Via Salaria che costeggia il parco di Villa Ada, al civico 430, si trova uno dei più antichi cimiteri sotterranei di Roma: 13 chilometri di gallerie che conservano sepolture risalenti alla prima metà del II secolo d.C., dove riposano alcuni dei martiri più importanti degli albori del cristianesimo a Roma. Grazie alle molte iscrizioni presenti è stato possibile risalire alla fondatrice: Priscilla, una nobile matrona romana vissuta in quell’epoca. VigamusUn museo decisamente all’avanguardia nella storica via Sabotino, tutto dedicato alla storia del videogioco e alla sua evoluzione fatta di personaggi memorabili e storie avvincenti.L’intento è quelo fare cultura e di rendere il videogioco accessibile a tutti, con una particolare attenzione a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo. Imperdibile per ogni geek che si rispetti. Parole: C.L.G.Foto: Repubblica.it

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03.02.2015

Washington, Capitol Hill e la Casa Bianca sono diventati alcuni tra gli scenari preferiti di molte serie tv made in USA. Ma chi influenza chi? Tutto inizia nel 1999 con i lunghi “walk and talk” tra i corridoi della Casa Bianca in West Wing: Martin Sheen è il presidente degli Stati Uniti, e a servirlo cè un gruppo di giovani e loquaci idealisti. Ma lo scenario cambia presto volto, con larrivo di serie che gettano uno sguardo più cinico sui luoghi del potere: Kevin Spacey, in House of Cards, è un politico spietato e immorale (e non perde spesso loccasione di ricordarcelo), mentre il gruppo d’investigatori e spin doctor di Scandal si ritrovano spesso al servizio di doppiogiochisti in meschini giochi di potere che fanno sembrare Washington una sorta di Gomorra sul Potomac. Solo la nuova Madam Secretary di Tea Leoni è (finalmente) un personaggio positivo. Ma nonostante lo scenario perlopiù a tinte fosche, i politici di qua dello schermo televisivo non fanno mistero di apprezzare queste serie. Ed è qui che inizia il corto-circuito tra finzione e realtà: perché lattuale (e vera) amministrazione USA si è ispirata proprio a West Wing per il “Big Block of Cheese Day”, un’iniziativa che ha virtualmente “aperto” gli uffici della Casa Bianca al pubblico, rispondendo alle domande degli americani attraverso i social media. Ma la classe politica di Wahington non si limita a essere al centro della narrazione di drama, dato che è anche protagonista (e derisa) di comedy e telefilm satirici come Alpha House, Veep, e Parks and Recreation. Ed è proprio in questultimo show della NBC che fiction e realtà si sovrappongono ancora: ultimamente, infatti, politici di primo piano come il vicepresidente Biden ed il senatore McCain sono apparsi addiritturacome guest star. E guardando la clip in cui Leslie Knope (interpretata da Amy Poehler) incontra lattuale vicepresidente, viene quasi da chiedersi chi sia più credibile.

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27.01.2015

Quando un luogo mantiene le promesse, non serve molto per rendersene conto. E questo vale senz’altro nel caso di aA Design Museum, a Seoul – uno spazio ibrido tutto dedicato al design che è in parte museo, in parte showroom e in parte café. Tanti piani per altrettante destinazioni d’uso, con stili differenti, per un luogo dove incontrare il design fra passato e presente, per poi concedersi un caffè circondati dalla bellezza. aADesign Museum è una sorta di museo contemporaneo e destrutturato, che ospita collezioni multiformi: il secondo piano seminterrato ha un aspetto industrial come le opere che vi sono esposte; il secondo piano seminterrato, chiamato aA Life, è uno showroom destinato alla vendita di libri d’architettura e pezzi di design. Al primo piano dell’edificio si trova il Café aA, dove l’esperienza espositiva continua in modo diverso: le sedie sulle quali ci si siede, i tavolini sui quali si appoggiano piatti e bicchieri sono pezzi unici, creazioni dei più importanti maestri del design internazionale, con una storia da raccontare. Il secondo piano è dedicato alle produzioni “scandinave” mentre il terzo, intitolato “Bauhaus”, propone pezzi vintage e articoli contemporanei. L’idea di fondo è quella di proporre mobili di design difficilmente reperibili altrove in Corea, valorizzandone peculiarità e autori. Le collezioni cambiano di continuo e propongono spesso alcuni dei nomi più interessanti del panorama creativo internazionale.

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25.01.2015

Chi non ha mai immaginato, almeno un volta, di ricominciare daccapo, di rivoluzionare la propria vita per darsi un’altra possibiità? A immaginarlo siamo in tanti - poi c’è chi lo fa sul serio, nonostante gli ostacoli, nonostante la crisi, con quell’indispensabile dose di positività, fiducia e incoscienza. Roberto d’Incau è uno che non soltanto ha cambiato radicalmente la propria vita a 40 anni per inseguire le sue passioni, ma che ha fatto del cambiamento virtuoso e rigenerante il centro della propria vita anche professionale, scrivendo due libri sul tema (Il lato bimbo, con Laura D’Onofrio, e Quasi quasi mi licenzio), diventando un vero e proprio “guru del cambiamento” e aiutando le persone a superare la propria "comfort zone" per tirar fuori il meglio di sé dal punto di vista professionale e personale. SJ: Da ciò che scrive traspare un ottimismo davvero raro in Italia, di questi tempi. Questo suo atteggiamento deriva da unesperienza personale? Può raccontarci come ha reinventato innanzitutto se stesso?RD: L’ottimismo sta nel carattere, va detto, ma un po’ può essere coltivato: ho deciso di scrivere un libro sul “lato bimbo”, proprio perché, per una serie di ragioni, in parte legate al contesto e in parte no, mi è sembrato che uno dei temi fondamentali, nelle persone che seguo come coach e come headhunter, fosse la perdita dell’entusiasmo a tutti i livelli.La crisi ha colpito tutti, in Europa nessun paese ne è stato escluso, ma noi Italiani siamo risultati, in un recente sondaggio, tra i più pessimisti in assoluto, e questo paralizza, toglie la voglia di fare.Per quanto mi riguarda, ho avuto la fortuna di fare carriera presto, a 34 anni ero già general manager; poi però, verso i 40 anni, grazie anche a un incontro fortunato, una persona che non c’è più e che è stato il mio “maestro”, uno dei primi headhunter italiani, ho capito che la mia strada non era l’azienda, ma la consulenza, e mi ci sono buttato, con entusiasmo e un po’ di sana incoscienza.Ho scritto Quasi quasi mi licenzio proprio perché l’ho fatto in prima persona: ho reinventato la mia vita professionale e personale senza troppa paura, e sono felice di averlo fatto.La società di cui sono partner fondatore, Lang&Partners, è nata sei anni fa, in un momento di grande crisi: anche qui, un po’di sana incoscienza e il piacere della scommessa ci hanno aiutati. SJ: Comè la vita di un "cacciatore di teste" e coach di fama internazionale? Cè spazio per lozio, la meditazione, per fare un giro in bicicletta o per prendere un caffè con gli amici?RD: Lavoro tanto, questo sì, ma ho un segreto: mi circondo di collaboratori di cui mi fido molto e che, pur essendo diversi da me come è giusto che sia, sono in piena sintonia con il mio carattere e con la mia visione del business.Mi piace lavorare in un clima sereno e potermi fidare al 100% delle persone con cui lavoro: una nuova collaboratrice mi ha detto recentemente che da noi si lavora con serenità - è un grande complimento, ed è vero.Sono una persona semplice, chi mi conosce bene lo sa, non rimuncerei mai ai momenti passati con i miei amici, a una nuotata (quando posso), o a un week end in una città che m’interessa.Il lavoro e la vita privata vanno a braccetto, se non c’è equilibrio le cose non possono funzionare bene, di questo sono totalmente convinto. SJ: Le sue scelte in termini di carriera sono state dettate dalla passione, e questa è una conquista tuttaltro che scontata. Quali sono le cose in grado di entusiasmarla?RD: “Inseguire la passione” sembra una frase fatta, ma non lo è affatto. Per fortuna non c’è solo la motivazione estrinseca, quella fatta di potere, riconoscimenti e denaro; seguo molto la motivazione intrinseca, il piacere di un lavoro fatto bene, la cura della relazione col cliente o di chi viene da me per lavoro, la condivisione di un progetto ben riuscito.Mi entusiasma poter fare le cose che mi piacciono, avere curiosità sul mondo, guardare avanti: sono un cinquantenne, ma mi guardo molto poco indietro, mi sembra sempre di dovere e poter fare cose ancora più belle, nel prossimo futuro.In assoluto, la cosa che mi entusiasma di più è proprio vedere quello che fanno i giovaniSJ: In questi giorni si fa un gran parlare di come il New York Times, complice lExpo, abbia inserito Milano fra le 52 destinazioni da visitare assolutamente nel 2015. È d’accordo? Che cosa c’è di così bello a MilanoRD: Vi racconterò un aneddoto: qualche mese fa venne a trovarmi una cara amica romana che non amava Milano, e che prima di venire qui per il week end mi disse: “Vengo solo per te, Roberto, perché Milano è così brutta che l’idea di passarci tutto un week end non mi entusiasma proprio”.Arrivò un venerdi pomeriggio e, la domenica sera, non voleva più andarsene; le piaceva troppo l’energia di Milano, le strade, i negozi, un locale come il Plastic, dove andammo a ballare con gli amici.Ognuno può scoprire la sua Milano, se ha gli occhi per guardarla davvero senza pregiudizi. È una città che mi ha dato tanto, e che continua a darmi molto: viaggio molto per lavoro, ma ci torno e ci vivo sempre volentieri.Fra i miei posti preferiti ci sono via del Carmine, a Brera, dove il tempo sembra quasi essersi fermato, e piazza Mirabello, un angolo di Parigi a Milano. Intervista a cura di F.S.

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14.01.2015

Complici il freddo e la pioggia di questi giorni invernali, a Parigi i turisti tendono  a rifugiarsi in massa nei musei. Ma per raggiungere il calduccio confortevole delle sale, il prezzo da pagare è sostare in fila allaperto per molto tempo - basta vedere le folle che si accalcano davanti al Louvre o alla Gare dOrsay, sede del celebre Museo degli Impressionisti. Eppure ci sono tanti altri musei da visitare, piccoli e grandi gioielli ricchi di sorprese ma sconosciuti ai più - alcuni sono statali, altri gestiti dal comune. E a dimostrazione del fatto che i Parigini autentici potete trovarli qui, cè anche un pass annuale dal costo di 40 euro che consente di visitarli tutti. Dallarte antica dei paesi del mondo a quella francese classica, dalla storia della moda e del costume fino a quella della città, la scelta è davvero immensa ed è molto probabile che troverete qualcosa che fa al caso vostro, con il vantaggio di non dover fare a gomitate per vedere un dipinto. Ecco qualche idea per cominciare. Musée du quai BranlyAperto nel 2006, questo museo molto particolare è specializzato nelle arti e nelle culture indigene dellAfrica, dellAsia, dellOceania e delle Americhe.37, Quai Branly Musée Jacquemart AndréQuella che fu la sontuosa villa ottocentesca del ricco Edouard André e di sua moglie, lartista Nélie Jacquemart, ospita oggi la loro collezione privata. Prima di accedere al primo piano per vedere le opere, si possono visitare le elegantissime stanze al piano terra. Ci sono una collezione permanente e un programma di mostre temporanee - ancora per pochi giorni potete visitare quella sul Perugino.158, Boulevard Haussmann  Musée Marmottan MonetUnaltra villa trasformata in museo, questa volta nellesclusivo 16° arrondissement, non lontano dal Bois de Boulogne. La collezione è concentrata sulle opere del celebre pittore impressionista Claude Monet.2, Rue Louis Boilly Muséé de la Vie RomantiqueOspitato nella dimora del pittore romantico Ary Scheffer, il museo si trova in una zona soprannominata Nuova Atene, perché qui vivevano molti artisti e pensatori. Nel suo salotto, Scheffer riceveva spesso amici e colleghi a dir poco eminenti, fra i quali Delacroix, Rossini, Sand, Chopin, Gounod, Turguenev e Dickens.Le sale conservano inoltre molti oggetti appartenuti alla scrittrice George Sand.6, Rue Chaptal  Muséé CarnavaletVolete saperne di più su Parigi? In questo museo ospitato allinterno di un ex-albergo del Marais cè una collezione permanente tutta dedicata alla storia della città, e si organizzano mostre tematihe sullo stesso argomento.16, rue des Francs-Bourgeois  Palais GallieraSebbene in questi mesi sia chiuso per ristrutturazione, a marzo il museo della moda e del costume di Parigi riaprirà in grande stile con una mostra dedicata alla maison Jeanne Lanvin, la più antica casa di moda francese ancora attiva.10, Avenue Pierre 1er de Serbie Parole: M.M.Foto: Musée Carnavalet

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23.12.2014

Tutto contribuisce alla creazione di un’opera d’arte, persino un uovo rotto male durante la preparazione di una frittata. Così almeno la pensa Zeren Badar, artista newyorchese di origine turca, un lavoro nel mondo della moda e una passione ribelle per arte e fotografia che lo porta in giro per la Grande Mela a scovare il bello là dove si nasconde, anche quando è bizzarro e multiforme. E proprio da un piccolo incidente domestico nascono le operedi Accident Series, una serie di fotografie che hanno portato alla ribalta, anche in Italia, il nome del giovane artista. Per prima cosa, Badar si è procurato un certo numero di quelle stampe a buon mercato dei grandi maestri della storia dell’arte che si trovano un po’ ovunque: Leonardo Da Vinci, Vincent Van Gogh, Tiziano, per intenderci. Poi, seguendo il principio di Jasper Johns, uno dei maggiori esponenti del neo-dadaismo, li ha messi in relazione con qualcosa di esterno: Take an object. Do something to it. Do something else to it (“prendi un oggetto, fanne qualcosa, fanne qualcosa di diverso”). Ma come fare per ottenere qualcosa di nuovo e insolito da un quadro celeberrimo? Ad esempio combinare un pasticcio in cucina – così, se un uovo si rompe per sbaglio su una stampa di Duchamp, nasce una nuova opera. Se lo si colloca in contesti inusuali e persino un po’ dissacranti come quelli di una cucina, anche un quadro arcinoto può diventare insolitamente trasgressivo e moderno. La Gioconda di Leonardo da Vinci ci vede doppio e la bottiglia di vodka vuota al suo fianco ci fa venire qualche dubbio sul perché. L’autoritratto di Van Gogh spunta con lo sguardo smarrito da una cornice di fette di agrumi, mentre un gentiluomo in gorgiera mostra spavaldo un rosso d’uovo al posto dell’occhio. Tra sardine, pomodori e cupcake, vien voglia di fare uno spuntino o di correre a visitare il primo museo aperto. Parole: C.L.G.Immagine: © Zeren Basar 

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21.12.2014

Anche quest'anno, milioni di persone si raduneranno davanti al computer per godersi lo spirito del Natale guardando vecchi film, clip imbarazzanti e assurde canzoni natalizie. Ma nei meandri di Youtube si annidano anche alcuni dei più improbabili video natalizi di tutti i tempi. Ecco i nostri preferiti. Il Natale 2.0Iniziamo con un po' di storia: che cos'è il Natale? Un'agenzia web portoghese ha pensato bene di ricapitolare l’intera storia della Natività in versione digitale, con il contributo di tutti i giganti dei nuovi media: Facebook, Twitter, YouTube, Google, Wikipedia, Google Maps, GMail, Foursquare e Amazon. Pubblicità da brividiE se, per sbaglio, al re dell'horror John Carpenter dovessero commissionare uno spot natalizio? La stessa domanda devono essersela posti anche a The Poke, dove hanno rimontato una celebre pubblicità di John Lewis in modo… spaventoso. Natale sull’EnterprisePer tutti i fan di Star Trek - The Next Generation che hanno sempre sentito il bisogno di più episodi a tema natalizio della celebre serie tv sci-fi ambientata nel XXIV secolo, il video editor James Covenant ha pensato bene di supplire alla mancanza con una clip in cui il Capitano Picard ed il resto dell'equipaggio cantano Let is snowNonsense natalizioChi non si è chiesto – almeno una volta nella vita – che cos’hanno in comune il Natale, Arnold Schwarzenegger e Mike Tyson? Alla ABC - correva l’anno 1989 - si sono stranamente sentiti in obbligo di rispondere alla domanda. La risposta è stata affidata a un surreale special TV dal titolo A Very Special Christmas Party. Speciale Guerre StellariMa il Natale non è mai avaro di momenti televisivi imbarazzanti, tanto che persino uno dei franchise cinematografici di maggiore successo di tutti i tempi è riuscito a incappare in un flop: trasmesso soltanto una volta, nel 1979, e mai messo in commercio per l'home video, lo Star Wars Holiday Special è ormai diventato un trash cult su youtube. Parole: M.S.Foto: Wookieepedia

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08.12.2014

È un periodo decisamente interessante per gli appassionati di musica e televisione: se da un lato il teen-show Glee chiuderà i battenti a giugno, dallaltro nei prossimi mesi vedranno la luce due nuove serie "musicali" di grande peso - Empire della FOX, sullhip-hop, ma soprattutto il drama (ancora senza titolo) prodotto da Martin Scorsese e Mick Jagger per HBO incentrato sulla scena musicale americana degli anni ’70. Scorsese e Jagger sono – idealmente – la coppia più adatta per gestire una serie sulla musica: il primo non solo è un grande fan dei Rolling Stones, ma è anche riuscito, con i suoi film, a creare alcune delle migliori interazioni tra musica e immagini nella storia del cinema, servendosi spesso proprio di brani degli Stones. Il secondo è, ovviamente, un grande sopravvissuto, uno dei più grandi testimoni diretti della storia del rock. Senza contare che i due hanno già dato prova di lavorare bene insieme in Shine a light, il film-concerto dei Rolling Stones uscito al cinema nel 2008, diretto proprio da Scorsese. Scritto dallo showrunner Terence Winter (già responsabile di Boardwalk Empire), il nuovo show HBO si concentra sulla vita di Richie Finestra (Bobby Carnevale, anche lui proveniente dal gruppo di lavoro di Boardwalk Empire), un produttore musicale e scopritore di talenti che attraversa la storia della musica degli anni ’70, dalla disco al punk. Nel cast sono presenti anche il figlio di Jagger, James, il comico Andy “Dice” Clay (visto recentemente in Blue Jasmin di Woody Allen), e Ray Romano (Parenthood). Scorsese non si limita a produrre la serie con il frontman degli Stones, ma ne ha anche diretto lepisodio pilotaParole: M.S.

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19.11.2014

C’è qualcosa di eroico nell’idea di attraversare comodamente interi continenti volando in prima classe, raggiungere un’isola deserta sperduta in mezzo all’Oceano e poi restarci per quasi un mese in totale solitudine, dormendo dove capita, mangiando quello che offre la natura, approfittando di tutto ciò che la marea porta a riva – tozzi di pane e resti di verdure compresi. Ma forse, ciò che appare eroico a chi già quotidianamente deve metaforicamente procacciarsi il sostentamento è semplicemente salvifico per un milionario inglese di 64 anni che possiede barche da sogno e può permettersi di dormire negli alberghi più lussuosi del mondo. Questa però non è la storia di un ricco annoiato che si spoglia dei suoi beni per cercare il senso della vita; è semplicemente a storia di un uomo, Ian Argus Stuart, che ama l’avventura nella sua forma più estrema, quella che ti porta a lottare per la sopravvivenza. Come spiega lui stesso, ricchezza e povertà non c’entrano nulla con questa scelta, “non occorre essere ricchi o poveri, occorre desiderarlo”. Desiderare che cosa? Ad esempio di restare per 21 giorni su un’isola vulcanica completamente disabitata in mezzo al Pacifico come sta facendo proprio in questi giorni – con l’aggravante di non saper nuotare - armato soltanto di wi-fi, un machete, ami e lenza, qualche bottiglia d’acqua e poco altro. Come se non bastasse, Ian ha anche tutta l’intenzione di raggiungere la cima del vulcano – un po’ per vedere com’è il cratere, un po’, forse, per avere più campo e connettersi con la Borsa di Londra e comprare azioni. A consentirgli di fare tutto questo è Docastaway, un’agenzia spagnola specializzata nell’offerta di soggiorni di una settimana o più su un’isola deserta a scelta fra quelle accuratamente selezionate in Indonesia, Filippine e Centramerica. Noi, dal canto nostro, non possiamo che augurargli buona fortuna!

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11.11.2014

Negli anni Sessanta, Joan Jonas era una delle giovani esponenti dellavanguardia newyorchese. Oggi, a quarantanni di distanza, questartista vitale e prolifica continua a girare il mondo cone le sue performance e le sue opere di video arte. E con successo, dal momento che la sua prossima installazione sarà in mostra nel 2015 alla Biennale di Venezia, in rappresentanza degli Stati Uniti. Se doveste trovarvi a passare per Milano, però, potrete conoscerne lintera opera nel contesto di uno spazio davvero unico, lHangarBicocca di Pirelli, un ex hangar trasformato in spazio espositivo. La retrospettiva sintitola Light Time Tales ed è una raccolta di film, video e installazioni la cui influenza sulla perfomance art internazionale è stata fondamentale per molti decenni. Attraverso questi mezzi espressivi eterogenei, Jonas affronta temi ambiziosi come lo spazio, lidentità e il corpo. Tre sono le opere principali: Waltz, che mette in discussione il ruolo dellartista e il suo corpo; Mirage, una ricombinazione di alcuni studi dellartista risalenti agli esordi; e Reanimation, ispirata alla letteratura islandese. Cè poi Volcano Saga, uninstallazione multimediale con la partecipazione dellattrice Tilda Swinton. Basata anchessa sulla letteratura islandese, racconta la leggenda nota come Laxdaela Saga, nella quale una donna chiede a un indovino dinterpretare i suoi sogni. Nonostante questo lavoro risalga al 1985, Jonas, che concepisce la sua opera come un corpus in continua evoluzione, lha più volte rivisto nel corso degli anni. Lintera retrospettiva è stata preparata dallartista stessa, che per la prima volta ha avuto loccasione di riunire tutte le sue opere in un solo spazio. “Muovendosi attraverso lesposizione le opere assumono un carattere tridimensionale - un po come se fossero sculture", ha spiegato Jonas. Light Time Tales resterà in mostra fino al 1° febbraio 2015. Parole: G.C.Foto: Hangar Bicocca

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09.11.2014

Frank Gehry è senza alcun dubbio uno dei maestri indiscussi dell’architettura contemporanea. Famoso per i suoi edifici monumentali simbolo della corrente decostruttivista – primo fra tutti l’inconfondibile Museo Guggenheim di Bilbao - ha imposto una visione originale e innovativa del rapporto fra architettura e spazio urbano. Era dunque tempo che l’Europa dedicasse una retrospettiva al grande architetto canadese – a farsi avanti è stata Parigi, e in particolare il Centre Pompidou di Parigi, dove ha da poco inaugurato una mostra dal carattere onirico che attraversa tutte le fasi della sua produzione, dal 1960 fino a oggi. Due i temi fondamentali: l’urbanistica e lo sviluppo di nuovi sistemi di progettazione digitale e di fabbricazione, raccontati attraverso disegni, modelli e documenti relativi a sessanta grandi progetti tra i quali il Vitra Design Museum in Germania (1989), la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles (2003) e la Torre Beekman a New York (2011), per arrivare, in ordine di tempo, alla Fondazione Louis Vuitton per l’Arte Contemporanea, recentemente inaugurata a Parigi. Dopo gli esordi nei primi anni Sessanta a Los Angeles, Gehry entrò in contatto con alcune personalità della scena artistica californiana, come Ed Ruscha, Richard Serra, Claes Oldenburg e Ron Davis. Ma fu il suo incontro con l’opera di Robert Rauschenberg e Jasper Johns ad aprire la strada a una profonda trasformazione del suo lavoro di architetto, perfettamente incarnato dalla sua casa di Santa Monica. Tutta la straordinaria carriera di Frank Gehry è stata accompagnata da un riflessi