# Arts & Culture

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17.01.2019

Che cosa si intende per diversity? Qualsiasi manifestazione del sé che si allontani da quella che potremmo definire come la normalità percepita. Nell’era digitale anche chi non si muove da casa può entrare in contatto con gli stili di vita più diversi e scegliere quello più giusto per sé. A quel punto, è necessario che la libertà di conoscere le alternative coincida con la libertà di viverle, ma come si convince il mondo ad accettare le diversità? Dimostrando quanto migliorino la vita di ciascuno e aumentino il benessere dell’individuo, dell’azienda e del mercato, e come possano aggiungere un punto di vista inedito per risolvere un problemao per inventare un nuovo modo di raccontare un fatto o un’idea.  Non è dunque un caso che l’Onu abbia da tempo iniziato a promuovere iniziative in questa direzione. L’UNESCO ha emanato nel 2001 il documento Universal Declaration on Cultural Diversity, e proclamato nel 2002 il 21 maggio di ogni anno World Day for Cultural Diversity for Dialogue and Developmentper tenere alta l’attenzione su questi temi.  Si parla di futuro e di sensibilità sempre più forti. Le aziende si stanno attrezzando con la figura del “diversity manager”, le università e le fondazioni organizzano master e laboratori di ricerca sui temi della diversity. La dimensione della diversità come risorsa, insomma, si fa concreta e si traduce (anche) in business. La diversity nei mediaOsservare come, dove, quando e quanto si parla di diversità può svelarci molto di come la sua percezione si sta evolvendo. Diversity è un’associazione italiana fondata nel 2013 con l’obiettivo di promuovere l’idea della diversità come valore e risorsa, che fra le altre cose ha lanciato l’osservatorio Diversity Media Watch per seguire l’evoluzione del discorso pubblico su questi temi.  “La società italiana è molto più sensibile al tema dell’inclusione di quanto non sembri se la si guarda dall’alto”, spiega Francesca Vecchioni, fondatrice di Diversity. “Nella vita di tutti i giorni siamo costantemente a contatto con persone considerate dalle aree della diversity, e noi stessi a volte, senza rendercene conto, ne facciamo parte.Questoperché le discriminazioni avvengono non solo sui temi dell’orientamento sessuale, ma anche sul genere, sull’età, sulla condizione socioeconomica o la disabilità, l’etnia o la religione”.  Dall’analisi del Diversity Media Report 2018 svolta sui Tg con l’Osservatorio di Pavia e sui prodotti di intrattenimento con diversi atenei italiani (diversitylab.it) è emerso che, pur non occupandosene la politica, questi temi sono ormai entrati a far parte della rappresentazione mediatica: i programmi e le serie TV mostrano una società varia e diversificata, molto vicina alla realtà. Che la diversity tocchi la sensibilità di fasce sempre più ampie di popolazione lo dimostrano i risultati delle aziende che la includono nella propria comunicazione. “Oggi”, ci dice ancora Francesca Vecchioni, “le aziende che non comprendono il valore che genera l’inclusione restano indietro. I dati emersi dalla ricerca Diversity Brand Index (Diversitybrandsummit.it) parlano chiaro: per le aziende che consumatori e consumatrici percepiscono come più inclusive, le politiche d’inclusione hanno generato quasi il 17% di ricavi in più rispetto alla media. L’obiettivo del nostro lavoro è coniugare entrambe le accezioni del termine “valore” in relazione alla diversity, quello etico-morale e quello economico”. La diversità, dunque, è una risorsa e uno strumento per anticipare e plasmare il futuro di brand, aziende e organizzazioni. Integrare le differenze diventa un modo per rivolgersi a tutto il pubblico che rappresentano, capendo esigenze e sensibilità. E l’effetto collaterale, che di certo non guasta, è una crescita del benessere economico e sociale. 

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14.01.2019

La gloriosa Pinacoteca di Brera è stata per molto tempo uno dei gioielli italiani più sottovalutati. Ma questo appartiene ormai al passato. Con un patrimonio artistico secondo forse soltanto a quello degli Uffizi e opere di Bellini, Mantegna, Raffaello, Tintoretto e Caravaggio, lo storico museo milanese si è finalmente liberato della sua immagine vagamente stantia e polverosaper trasformarsi in un’istituzione di statura internazionale. Dietro questa epica impresa c’è un signore anglo-canadese che ama collezionare libri rari e indossa magnifici ed eccentrici panciotti. È James Bradburne, museologo, cultural manager ed ex-direttore di Palazzo Strozzi a Firenze, nominato direttore della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense nel 2015 dall’allora Ministro della Cultura Dario Franceschini. Dipingere le pareti a colori forti, installare un nuovo sistema d’illuminazione, commissionare nuove didascalie compilate da scrittori e curatori e nuove divise per il personale firmate da Trussardi, invitare tassisti, concierge d’albergo e guide turistiche a visitare il museo gratis sono alcune delle strategie che ha utilizzato per rilanciare la Pinacoteca, restituendola alla comunità locale, trasformandola in uno dei luoghi più “cool della città” e offrendo ai visitatori stranieri un servizio eccellente. Abbiamo parlato con il signor Bradburne per capire meglio la sua visione della Pinacoteca e della città di Milano, che ha adottato come residenza elettiva.  Brera, la Pinacoteca e l’Accademia hanno giocato un ruolo importante nella storia dell’arte italiana e internazionale, eppure per molto tempo sono rimaste fuori dai riflettori. Perché?JB: Brera nel suo insieme – la galleria, l’Accademia, la biblioteca, l’orto, l’osservatorio e l’Istituto Lombardo – è stata fisicamente, intellettualmente e culturalmente al centro di Milano per molti secoli, prima come quartiere dei Gesuiti e poi come “Palazzo Reale della Scienza e delle Arti” di Napoleone. Purtroppo, a metà degli anni Settanta, la creazione del Ministero della Cultura ha centralizzato la gestione di Brera portandola a Roma e questo, insieme alla morte del visionario direttore Franco Russoli nel 1977, ne ha profondamente minato l’autonomia. Solo la riforma del 2014 ha finalmente restituito a Brera l’autonomia di cui aveva goduto in passato, e la trasformazione di questi ultimi anni ne è il risultato più lampante. In questi tre anni lei ha lavorato per trasformare la Pinacoteca in un luogo più accessibile, godibile e moderno, per riportarla nel cuore della città. Quali sono i risultati fino ad ora? JB: C’è stato senza dubbio un incremento dei giovani e delle famiglie con bambini fra i visitatori, e un netto aumento del numero di milanesi che frequentano il museo.  Per la prima volta da decenni, inoltre, Brera conquista regolarmente le attenzioni della stampa internazionale.È opinione diffusa (o forse soltanto un cliché) che gli italiani sottovalutino il proprio patrimonio culturale. Concorda?JB: Gli italiani danno un po’ per scontata la cultura- se a Cincinnati avessero un acquedotto romano sono certo che attrarrebbe molta più attenzione. D’altro canto, però, ciò non significa che la sottovalutino, tutt’altro: gli italiani sono molto orgogliosi del proprio patrimonio e consapevoli di quanto esso sia importante per la loro identità nazionale. Da neo-milanese che idea si è fatto della città? JB: Sono arrivato a Milano dopo l’Expo e l’ho trovata molto dinamica, ma ho immaginato che fosse così da sempre. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo, e questa immensa varietà rende Milano un luogo eccezionale dove vivere e lavorare.  Qual è, invece, il principale difetto della città?JB: Una mancanza di strumenti per aiutare le diverse istituzioni a creare sinergie. Può indicarci alcune delle cose o dei luoghi che preferisce a Milano e che fanno parte della sua quotidianità?JB: Ovviamente le mie giornate di lavoro trascorrono fra Brera e i suoi immediati dintorni. Di solito cominciano con un caffè al Beverin e spesso comprendono una visita da Demetra, il negozio di libri rari, e un pranzo da Tokyo Grill, proprio qui di fronte. In qualche rara occasione riesco a concedermi una passeggiata nel parco fino alla Triennale, o verso via Montenapoleone attraversando l’Orto BotanicoCi dia tre ragioni per visitare Milano. JB: La prima: non è ancora stata invasa dallo tsunami del Turismo di massa. La seconda: il suo mix di arte, musica, design e moda è straordinario. La terza: è internazionale, dinamica e contemporaneaQuali artisti o periodi della storia dell’arte preferisce e che rapporto ha con l’arte al di fuori del lavoro? JB: Ho dei gusti molto eclettici, ho curato mostre sul Manierismo del XVI secolo così come sul Trompe l’Oeil all’americana. Al di là del lavoro, invece, preferisco collezionare libri rari.Può suggerirci tre musei minori o poco conosciuti nel mondo che vale la pena di scoprire?JB: Il Museum of Jurassic Technology a Los Angeles, il Museon Arlaten ad Arles, in Francia e l’Ashmolean Museum a Oxford, in Inghilterra.

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18.12.2018

Il Museo del futuro è a Mestre, ci chiama M9 e ha grandi ambizioni, anche se è appena nato. Per prima cosa, vuole accompagnare i visitatori dentro al ’900 sfruttando al massimo le tecnologie digitali per sperimentare con i sensi momenti storici, paesaggi dimenticati, oggetti che hanno innescato rivoluzioni nei costumi e nelle abitudini ma che non abbiamo mai visto o usato. Poi vuole avviare l’evoluzione di una città, Mestre, cresciuta nei decenni come costola industriale e produttiva della vicina Veneziae oggi intenzionata a diventare a sua volta luogo capace di generare fascino e curiosità vestendosi di avanguardia. Ultimo ma non meno importante, vuole stabilire un nuovo standard nella possibilità di mescolare sostenibilità e architettura, funzionalità e sperimentazione, grazie alle soluzioni adottate dallo studio berlinese Sauerbach Hutton, che sono valsi a M9 la certificazione Leed Gold del Green Building Council, la più grande organizzazione internazionale attiva nel mercato delle costruzioni sostenibili. M9 è il cuore di una nuova “piazza”. I suoi tre piani dalla facciata policroma sono il tratto distintivo di uno spazio urbano che vede sette strutture con età, stili e usi diversi: c’è un ex convento del XVI secolo, ci sono strutture per uffici degli anni ’70 e tre edifici creati ad hoc. Il filo conduttore è una concezione “smart”: dal Museo all’Auditorium (oltre 280 metri quadrati destinati a musica e cinema), dalle panchine della piazza ai negozi, tutto è connesso, interattivo, multimediale. In questo senso, Fondazione Venezia, che ne ha ideato, finanziato e promosso la creazione, definisce M9 un “format di rigenerazione urbana”: un metodo di modulazione dello spazio per stimolare lo scambio e la condivisione di idee.  In M9 si tocca con mano come le radici del presente affondino nel passato e siano il punto di riferimento per costruire il futuro. I primi due piani sono dedicati alla mostra permanente sul ’900. Migliaia di oggetti, volti, eventi, immagini raccolti fra 150 archivi, selezionati e curati da una squadra di 47 esperti e resi in un’esposizione multimediale e interattiva. Oltre 60 installazioni permettono di muoversi all’interno di ricostruzioni in 3D di ambienti o eventi storici, magari partecipando a una manifestazione o lavorando in una fabbrica d’inizio secolo. Display digitali e touch orientano l’esplorazione secondo gli interessi di ciascuno e si affiancano ad attività concrete come, ad esempio, montare e smontare oggetti o device elettronici delle decadi più recenti, dando la possibilità di capire perché funzionano e come sono costruiti. Il museo si articola in 8 sezioni che esplorano l’evoluzione, impetuosa e contraddittoria, dell’Italia del ’900, secolo che ha visto le guerre mondiali e il boom economico, il raddoppio della popolazione e la scolarizzazione di massa, il passaggio da un’economia agricola al terziario avanzato. Si parla di evoluzione demografica e del paesaggio, consumi e costumi, scienza, economia, del modo di intendere la partecipazione alla vita pubblica, della crescita progressiva di una identità nazionale. L’ultima sezione è una sfida per capire cosa parliamo oggi quando parliamo dell’essere italiani, con un interessante dialogo con le opinioni raccolte in merito in tutto il mondo. Il terzo piano è dedicato alle esposizioni permanenti. Qui, il 22 dicembre apre la prima mostra: L’Italia dei Fotografi. 24 Storie d’autore, con opere di, fra gli altri, Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna, Giovanni Chiaromonte, Gabriele Basilico, Maurizio Galimberti e Francesco Jodice.  

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05.12.2018

Viaggiando da Ferrara verso il mare Adriatico potreste avere la sensazione di essere vittime di un miraggio. Nel mezzo della pianura, non lontano dal delta del Po, vi apparirebbero quasi dal nulla le imponenti architetture di Tresigallo, non a caso definita “città metafisica”. Gli edifici dalle geometrie perfette, i colori evanescenti e le alte torri sembrano la versione tridimensionale di un quadro di Giorgio De Chiricoo il plastico di uno studio di urbanistica reso a grandezza naturale. Nella realtà, Tresigallo è la sintesi di queste due anime: la forza propulsiva del futurismo e il rigore architettonico del razionalismofusi per creare da zero una città-utopia, che voleva unire imprenditori e contadini, la terra e i suoi frutti con le aziende necessarie a lavorarli e a produrre le macchine per coltivare, per far rinascere un territorio altrimenti destinato all’immobilismo. Tutto successe fra il 1933 e il 1939, quando Edmondo Rossoni, nativo del paese, arrivò a essere Ministro dell’Agricoltura, raccogliendo le risorse necessarie a realizzare l’ideale emancipazione di queste terre da sempre votate al latifondo. La piccola comunità rurale si espanse fino a raggiungere i 12.000 abitanti, crescita bruscamente interrotta con l’inizio della seconda guerra mondiale e quindi declinata fino ai 4.000 abitanti di oggi: una popolazione ridotta, che rende ancora più suggestivo e straniante il contrasto con la maestosità degli edifici.  Visitare Tresigallo significa camminare dentro un’idea di città, un’idea guidata dai principi cardine del razionalismo e dal primato indiscusso della funzione, dell’uso pratico di edifici e oggetti: citando Louis Henry Sullivan, architetto e fondatore del modernismo statunitense, “la forma segue necessariamente la funzione”. L’ordine e la pulizia degli elementi ne è una conseguenza diretta: il design deve essere comprensibile, ogni forma di decorazione è un elemento di potenziale confusione. L’equilibrio complessivo deve produrre un senso di quiete, frutto della sintonia fra estetica e ingegnerizzazione. Infine, il punto sul quale si è più dibattuto: la certezza razionalista che il rispetto della funzione secondo i criteri indicati generi automaticamente bellezza.  Oggi, a raccontare la storia di questa città un po’ dimenticata è l’associazione Torri di Marmo, che invita gli studenti di architettura a entrare in questo paese sospeso per fare esperienza di ciò che stanno studiando, sentendo con ogni senso quanto il pensiero architettonico possa pesare sullo spazio e plasmare la vita quotidiana e le percezioni di chi lo abita. Per tutti, Tresigallo è un’esperienza di bellezza letteralmente unica, capace di aprire interrogativi e trasportare in una dimensione altra, che condensa la storia rimanendo immune al passare del tempo.  

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22.11.2018

Quando agli inizi del ’900 l’architetto Albert Baert progettò La Piscine di Roubaix, di certo non pensava che nella grande piscina centrale di 40 metri un giorno avrebbe trovato posto una galleria di sculture d’arte moderna.  Eppure è esattamente questo che è successo: a distanza di un secolo La Piscine – André Diligent Museum of Art and Industry di Roubaix ha cambiato il modo di vivere questo grande complesso architettonico art déco trasformandolo da centro termale a museo capace di attirare oltre duecentomila visitatori l’anno in questo angolo di Francia incastonato nelle cosiddette Fiandre francesi. Una cosa non è cambiata: La Piscine è da sempre il centro nevralgico di Roubaix, il luogo in cui potevano e possono incontrarsi le molte anime di questa città. Roubaix è una città industriale, capitale del tessile francesedalla fine dell’Ottocento fino a metà Novecento, quando comincia a cambiare la geografia produttiva della Francia e del mondo. Da faro della meccanica industriale e origine di grandi fortune (la famosa azienda di vendita per corrispondenza La Redoutenasce proprio qui), Roubaix perde sempre più la sua identità storica e sociale e il suo ruolo.  La Piscine recupera e trasfigura il patrimonio storico, materiale e di evoluzione della città e lo trasforma in esperienza distribuendolo in ordine cronologico e tematico negli spazi di quello che è il suo edificio pubblico più simbolico, dove tutte le famiglie della città trascorrevano il tempo del riposo.  Il Museo dell’Industria di Roubaix, che dal 1835 aveva accompagnato la vita cittadina, porta in eredità le scienze e le arti applicate, la moda, il design e la ceramica. Le opere delle belle arti, sculture e dipinti che portano le firme, fra gli altri, di Giacometti, Rodin, Claudel e Picasso, creano un percorso che celebra la bellezza e la creatività in qualunque modo si esprimano e completano il passaggio a museo nazionale dell’arte e dell’industria. La trasformazione da piscina a museo si è svolta in due tempi sotto la guida dell’architetto Jean-Paul Philippon. Dopo la chiusura delle piscine nel 1985, è il 2001 l’anno che segna il nuovo inizio e l’apertura del museo, al quale si accede seguendo il lungo muro di mattoni rossi del vecchio cotonificio adiacente. La prima ristrutturazione ha riportato agli splendori iniziali i mosaici Art Decòche circondavano la vasca della piscina centrale e le sale dei bagni termali laterali con tutti gli spazi pubblici circostanti. In ciascuno di questi spazi sono state distribuite le oltre 70.000 opere d’arte e manufatti che compongono la collezione: le sculture nella piscina centrale, le opere pittoriche nelle sale dei bagni termali laterali e la selezione di antichi manufatti tessili, dall’Antico Egitto a oggi, negli spazi che alloggiavano le docce, trasformati in teche. La luce naturale che arriva dalle grandi vetrate colorate aggiunge fascino e suggestione all’esposizione e spiega perché il prestigioso Journal des Artsabbia definito La Piscine-Roubaix il più bel Museo di Francia fuori Parigi. Il 20 ottobre 2018, dopo due anni di lavori, è stata inaugurata la nuova veste del museo con l’aggiunta di tre nuove aree realizzata sempre da Jean Paul Philippon nel rispetto della massima armonia rispetto allo stile degli edifici esistenti. I nuovi spazi, oltre 2.000 metri quadri in più, ospiteranno rinnovate aree servizi per i visitatori (in particolare bambini) e aree espositive dedicate alla storia di Roubaix e agli artisti emergenti locali.  Oltre alla collezione permanente, fino a inizio 2019 La Piscine-Roubaix presenterà tre esposizioni principali dedicate rispettivamente a Hervé di Rosa, pittore contemporaneo francese, e a due opere particolari di Pablo Picasso e Alberto Giacometti: rispettivamente la scultura L’uomo con la pecorae il Ritratto di Rol-Tanguy, eroe della resistenza francese. In entrambi i casi, le opere diventano l’eccezionale pretesto per descrivere il contesto storico e biografico che le ha prodotte, mettendo in relazione storia e arte come è nella natura di questo museo letteralmente unico. 

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02.11.2018

Immaginate questo: venti biker su altrettante Harley Davidson che sfrecciano lungo una highway californiana con il loro corredo di tatuaggi, capelli lunghi, bandane e anelli di metallo. Cosa manca? Il suono del motore. Sì, perché nel 2019 arriverà Livewire, la prima Harley Davidson elettrica, e il mondo dei biker cambierà suono senza cambiare faccia. Questo è solo uno degli esempi raccolti in The Current, libro dedicato alla mobilità alternativa che dovrà diventare quotidiana per abbattere i consumi di combustibili fossili ma che è già presente per chi è alla ricerca di avanguardia. The Currentè edito da Gestalten, casa editrice di Berlino che, come già dichiarato nel nome (gestaltensigifica alla lettera “dare forma”), fa della consonanza fra forma e sostanza uno dei cardini del suo progetto.  Per Gestalten il futuro dell’editoria è questo: scommettere sulla bellezza, sullo studio del design e dell’estetica come promessa di un contenuto altrettanto stimolante. Gestalten nasce mescolando architettura, graphic design e visual culture. Il processo è circolare: la contaminazione continua con creativi e professionisti di vari settori e lo scouting costantesui cinque continenti sono fonti di ispirazione e generatori di intuizioni sulla direzione in cui si muove l’avanguardia.  Il tema è quello che verrà: intercettare le tendenzenel contatto quotidiano con i visionari di ogni ambito, dare loro una forma, produrre libri che raccontino il futuro e che siano belli, per forma e di sostanza. Come Farm Life. From Farm To Table And New Country Culture, un altro titolo che racconta una strada alternativa da esplorare. Realizzato da Cecilie Dawes e dal collettivo norvegese Food Studio, Factory Farm è una collezione di ritratti di persone che hanno scelto di vivere la campagna imparando a allevare e coltivare senza rinunciare al proprio istinto creativo. La campagna qui non è isolamento ma ispirazione, in ambito gastronomico ma non solo, con esempi indimenticabili: chef rinomati che preparano cene squisite in una cucina senza elettricità, parcheggi abbandonati che diventano orti e tante altre storie dove i ritmi eterni della natura incontrano la capacità di immaginare nuove vite.   Northern Comfort: The Nordic Art of Creative Living entra nel cuore del lifestyle nordico per raccontare, con immagini e storie, come sia possibile quel perfetto equilibrio che dall’estetica minimal del design arriva alla visione dei ruoli familiari e percorre tutta la società. Un altro mondo che già esiste ma che per quasi tutto il mondo è un’aspirazione da tenere sempre viva. Gestalten sceglie storie di artisti, designer, imprenditori, ciascuna esemplare e capace di ispirare, con leggerezza, nuove strade da percorrere per disegnare il miglior futuro possibile. 

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26.10.2018

In mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Pixar. 30 anni di animazione è una rassegna di oltre 400 oggetti, disegni, modelli che raccontano il processo produttivo dei film d’animazione che dal 1986 a oggi hanno rivoluzionato e plasmato l’immaginario collettivo. Si parte da Toy Storye si arriva al recente Coco: le produzioni originali Pixar scandiscono gli ultimi decenni portando al cinema bambini e adulti, raccontando storie che mescolano archetipi universali e contesti particolari che toccano i cinque continenti e qualsiasi età. Curata da Elyse Klaidman e, per l’edizione di Roma, da Maria Grazia Mattei, Pixar. 30 anni di animazionemostra la quota di manualità artigiana che si nasconde dietro le produzioni digitali in computer grafica, ambito di cui la Pixar fu pioniera vincendo nel 1988 il Premio Oscar con il primo cortometraggio realizzato con questa tecnica. Si può parlare di nuovo umanesimo per la quota di capacità narrativa, creatività e innovazione che ognuna delle produzioni Pixar presenta e che è testimoniata da disegni animati e pennarello, dipinti in acrilico, acquerelli, calchi e modelli fatti a mano. Gli eroi de Gli Incredibili, le macchine di Cars, gli insetti di A Bug’s Life sono piccole sculture perfette che prendono vita con la tecnologia, ma nascono dalle mani. Ma la storia della Pixar è anche la storia di un’epoca pionieristica e di sfide imprenditoriali. Nata da una costola della Lucas Film di George Lucas all’inizio degli anni ’80, la Pixar fu comprata da Steve Jobs nel 1986 che diede a John Lasseter, talento creativo ex Disney, la possibilità di sperimentare la commistione fra tecnologia e narrazione. Lo sviluppo della complessità narrativa e creativa procedeva forzando le capacità dei computer via via disponibili: dalle forme geometriche semplici degli inizi ai peli dei mostri diMonsters & Co, frutto di un grande salto tecnologico per la quantità di dati che dovevano essere elaborati per permettere loro di avere un movimento morbido e realistico. Toy Storyè il primo lungometraggio di successo mondiale, frutto di un accordo di collaborazione con la Disney che arriverà poi a comprare la Pixar nel 2006. Pixar. 30 anni di animazioneè un viaggio nella tecnologia e nella fantasia, con numerose attività collaterali: dai laboratori per i bambini alla rassegna cinematografica che ripercorre tutta la produzione Pixar, fino agli incontri con gli esperti del ciclo “A regola d’arte” che entrano nel dettaglio della componente creativa e artistica dell’animazione digitale. Secondo la curatrice Maria Grazia Mattei, la mostra descrive una vera e propria “bottega rinascimentale digitale”, sintetizzando la suggestione della bellezza del contesto romano con il desiderio di condividere storie e punti di vista alla base di ogni film.  

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12.10.2018

Il Museo della Arti Decorative di Parigi dedica a Gio Ponti un’importante retrospettiva con oltre 400 pezzi, alcuni dei quali esposti per la prima volta. Dal 19 ottobre al 10 febbraio Tutto Ponti. Gio Ponti archi-designer racconterà uno degli sguardi più visionari e attivi del ’900, capace di metabolizzare l’industrializzazione e di vedere in questo processo un’occasione per la diffusione della bellezza, non il suo contrario.  L’esempio sono le ceramiche Richard-Ginori, storica azienda toscana di cui Ponti (1891-1979) divenne direttore artistico all’inizio della carriera, nel 1923. Quasi immediatamente, la capacità di creare oggetti dalle proporzioni curate e dal grande gusto di ispirazione neoclassica lo portarono a vincere il premio della Mostra Internazionale di Arti Decorative della stessa Parigi che oggi si muove per ricordarne l’opera. Gio Ponti si divertiva a superare i confini ovunque fossero: fra serialità e artigianato, architettura e arte, scrittura e progetto. La mostra parigina sceglie di descrivere il suo percorso in ordine rigorosamente cronologico, avvicinando le creazioni e le iniziative di Ponti per contemporaneità. Le sei sale tematiche che chiudono il percorso mettono in scena le sei decadi di attività dell’architetto e designer, scegliendo per ciascuna un progetto architettonico iconico: la villa Bouilhet a Garches, nei dintorni di Parigi, detta “L’Ange Volant”; la nuova sede dell’azienda Montecatini fra via Moscova e via Turati a Milano; la “scala del sapere” all’interno del Palazzo del Bo a Padova; l’abitazione dello stesso Ponti in via Dezza a Milano del 1957; l’Hotel Parco dei Principi di Sorrento e Villa Planchart a Caracas.  La mostra è un viaggio nel tempo e nello spazio che sottolinea la generosità e la passione di Ponti e fa emergere i tratti riconoscibili del suo stile, come il ritmo degli elementi architettonici che generano simmetrie e armonie, riconoscibili e semplici, accoglienti.  Ogni progetto di Ponti era legato a una collaborazione e a un’ispirazione; disegnare palazzi e case, disegnare oggetti, produrre opere d’arte (Ponti amava anche la pittura a olio) o lanciare giornali (come Domus e Stile) erano modi diversi di esprimere la stessa idea: l’architettura, l’arte e il design circondano e ispirano i gesti e i comportamenti e per questo vanno curati con attenzione. Che sia un oggetto di uso quotidiano, magari dal costo più che accessibile, o un grande edificio religioso, ogni cosa entra nel vissuto di ciascuno e deve arricchirlo di bellezza: un’idea che ha attraversato il ’900 e che Parigi rilancia con forza oggi. 

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05.10.2018

Per raccontare un nuovo tempo ci vogliono nuovi spazi. Milano ne ha da poco guadagnati tre: tre musei con strutture e anime nate per interpretare la fluidità della cultura contemporanea e dell’arte che la rappresenta. La parola d’ordine è esperienza: il museo contemporaneo è un luogo dove far succedere cose in cui coinvolgere tutti. Si parla di arte, di moda, di cinema e di vita quotidiana all’interno di spazi già di per sé iconici. Ecco dove trovarli. Fondazione PradaMilano Sud. In un’ex distilleriadel 1910 nasce la sede permanente della Fondazione Prada. L’architettura, firmata da Rem Koolhaas, Chris Van Duijn e Federico Pompignoli (Studio OMA), mescola passato e futuro, aggiungendo alla struttura storica, memoria di Milano, tre spazi inediti come la Torre, il Podium e il cinema. La domanda è come fare cultura oggi, la risposta è nelle arti visive capaci di trasfigurare il quotidiano e di rappresentare i cambiamenti. La collezione permanente raccoglie opere del XX e XXI secolo a cui si affiancano mostre, eventi e incontri. Il Bar Luce è un’esperienza estetica immersiva: l’interior design, immaginato da Wes Anderson, trasporta in un’altra dimensione che omaggia la storia della città con un tocco surreale. MUDECLa grande piazza centrale coperta del Museo delle Culture di Milano è grande oltre 17.000 metri quadrati, uno spazio immenso che rimette in moto gli ex stabilimenti industriali dell’Ansaldo, storica azienda meccanica diventata un esempio di archeologia industriale. Da qui si muovono le esposizioni, permanenti e temporanee, selezionate per restituire il senso della complessità vivace e stimolante delle culture che abitano il mondo, oggi e nei secoli. Obiettivo: coinvolgere. Accanto allo straordinario patrimonio etnico-antropologico del Comune di Milano (oltre 7000 opere fra oggetti d’uso quotidiano, tessuti e strumenti musicali da tutto il mondo), MUDEC organizza esposizioni temporanee di livello internazionale che mettono in scena la storia di artisti e fenomeni di costume che hanno cambiato l’immaginario collettivo. L’autunno 2018 porterà le mostre dedicate a Paul Klee e allo street artist Bansky, presentando due modalità differenti di intendere l’arte e il ruolo del museo. Armani SilosPerché Silos? Perché nei silos si stiva il grano, ciò che è essenziale per vivere. Secondo Giorgio Armani la moda, la creatività e l’arte sono altrettanto indispensabili per nutrire l’anima e la mente. Il colpo d’occhio su questo elegante edificio in via Bergognone, accanto alla zona dei Navigli, sintetizza la poetica di uno dei Maestri della moda internazionale: essenzialità, purezza, ricerca di geometrie chiare. Nato nel 2015 per ospitare le celebrazioni per i 40 anni di carriera dello stilista, Armani Silos ospita la mostra permanente degli abiti che hanno fatto la storia del marchio, cambiando la storia del costume, ed esibizioni temporanee come l’attuale From one season to another by Sarah Moon, in programma fino al 6 gennaio 2019.  

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27.09.2018

La storia ci regala status symbol imprevedibili. Ad esempio, nella Firenze dei Medici, fra il ’400 e il ’700, grandi giardini e piante esotiche erano un indiscusso segno della vastità e della ricchezza di un regno. I progetti erano curati con grande attenzione e c’era sempre spazio per accogliere esemplari esotici e rari provenienti da ricerche e esplorazioni in tutto il mondo conosciuto. Villa Castello, anche per questo, era la residenza preferita di Cosimo I de Medici. Nel 1538, appena salito al potere, decise che il giardino di quella grande villa nelle campagne a nord di Firenze doveva raccontare la forza del suo regno. Nacque così il giardino all’italiana, con siepi e alberi a disegnare geometrie precise, fontane, sculture e grotte artificiali che simulavano un mondo fantastico e onirico. Al di là della bellezza della natura, c’era e c’è quello che può essere colto solo da un occhio particolarmente attento: la varietà di piante, in particolare di limoni, che Villa Castello ancora oggi ospita grazie soprattutto al lavoro di Paolo Galeotti, direttore dell’area Parchi e Giardini dei Musei della Toscana, che dal 1978 si occupa di far rivivere la ricchezza botanica del giardino con le sue oltre 600 piante.  La prima tappa del lavoro di valorizzazione e conservazione compiuto da Galeotti è stata riconoscere e catalogare le piante presenti: Villa Castello hala più grande collezione esistente di piante in vaso di limoni, molte delle quali ibride e rarissime. I due grandi edifici di oltre 1.200 metri quadri destinati a custodire le piante durante l’inverno, primo e più importante strumento di protezione, hanno subito nel tempo ogni tipo di occupazione e uso, diventando addirittura un ospedale da campo durante la Prima Guerra Mondiale. Per porre rimedio a questo caos e restituire a tutti la consapevolezza del valore di quel patrimonio botanico, ci voleva qualcuno come Paolo Galeotti che si tuffasse nelle antiche tavole illustrate conservate alla Biblioteca Nazionale e all’Archivio Nazionale di Firenze riconoscendo a una a una la forma delle foglie, il profilo dei frutti, le abitudini di piante di limoni letteralmente uniche al mondo come il Citrus Bizzarria, un tipo di agrume diffuso ai tempi dei Medici, che si credeva estinto e che Galeotti ha ritrovato, identificato e fatto rinascere. Passeggiare nel giardino di Villa Castello è come entrare in una macchina del tempo fatta di piante, fiori e frutti. Il valore è inestimabile almeno quanto il piacere di riconoscere la varietà e la fantasia della natura, l’intelligenza di piante che, ferme nei loro vasi, hanno prodotto frutti e semi per arrivare fino a noi e, ci auguriamo, proseguire oltre nonostante le difficoltà del presente e l’incertezza di un futuro dove non è scontato avere altri Paolo Galeotti, con quella passione e quella tenacia. Visitare il giardino è anche un modo per testimoniare attenzione e affetto, con lo stesso sguardo con cui i Medici osservavano quella natura, celebrata in uno dei dipinti più celebri della storia, nato per Villa Castello e lì custodito fino agli inizi del ’900: la Primaveradi Sandro Botticelli

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21.09.2018

Chi l’avrebbe mai detto che Miami sarebbe diventata un centro d’arte e cultura d’avanguardia fra i più interessanti del mondo? Quando si ha a disposizione il cielo della Florida, la luce abbagliante di Ocean Drive, il verde delle palme che punteggiano il perimetro di Biscayne Bay, cosa si può cercare di diverso?  Eppure il terzo millennio ha visto (ri)nascere una nuova Miami oltre Biscayne Bay, dove già la città si estendeva per decine di chilometri in ogni direzione con case, fabbriche, magazzini, e dove l’anima cosmopolita, multiculturale e creativa della città già viveva nelle facce e nelle abitudini delle persone, ma ancora lontana dai riflettori.  Il punto di svolta è il 2005: in quell’anno, Craig Robins, immobiliarista e filantropo, trasforma un’enorme area di diciotto isolati ai margini dello storico quartiere Buena Vista e appena a sud di Little Haiti in uno spazio aperto per gallerie, artisti e designer. La scommessa è vinta: una quota importante del mercato dell’arte contemporanea e del design mondiale entra in quello che diventerà il Miami Design Districte lo trasforma in uno dei quartieri a più alto tasso di glamour del mondo.  L’approdo nella zona di South Beach di Art Basel, tra le fiere d’arte più importanti, incorona Miami come città dell’arte contemporanea: nasce Art Basel Miami, fulcro della Miami Art Weekche si svolge ogni anno (quest’anno dal 6 al 9 dicembre) con una media di oltre 200 gallerie e 4.000 artisti presenti. Un simile fenomeno sociale e di costume, oltre che culturale ed economico, si spiega con l’esplosiva carica creativa che Miami ha nel DNA grazie alla grande diversità delle influenze che da sempre la attraversanoe che fin dall’inizio del ’900 si sono espresse in una notevole attenzione all’estetica. South Beach, SoBe per gli habitué, è un rincorrersi di edifici art decó dai tratti inconfondibili: colori pastello, forme arrotondate, un grande slancio verso l’alto, grandi vetrate che descrivono una continua ricerca della luce.  Fra i grattacieli di Ocean Drive, le architetture di luoghi come The Essex House, storico hotel da 70 stanze tuttora attivo edificato negli anni ’30, o The Carlyle, per fare alcuni esempi, ricordano che la storia di Miami come buen retiromondano e di gusto affonda le radici lontano nel tempo.  Il quartiere di Buena Vista, sul lato continentale di Biscayne Bay, è un altro luogo dove si respira da generazioni lo spirito caraibico della città. La zona fra la 38ae la 54astrada è un continuo susseguirsi di villette a un piano immerse nel verde, piccoli ristoranti e negozi quasi mimetizzati fra palme, fiori e siepi.  A sud di Buena Vista c’è il Miami Design District, proseguendo ancora si arriva a Winwood, un’altra grande area urbana ex industriale che da zona popolare è stata trasformata in uno dei più grandi musei a cielo aperto di street artgrazie all’azione di una ONG locale, Primary Flight, e di un imprenditore filantropo, Tony Goldman.  Entrambi, partendo da storie e con obiettivi diversi, hanno progressivamente adottato i muri dei vecchi magazzini della zona, trasformandoli in ideali tele sulle quali artisti e appassionati potevano dare libero sfogo alla propria creatività. Oggi, tutta l’area fra la 36ae la 20astrada è un susseguirsi continuo di opere di street art per visitare le quali vengono organizzati veri e propri art walkogni secondo sabato del mese, consuetudine nata anche nel Design District.  Se a dicembre siete impegnati e volete scegliere un altro momento interessante per visitare Miami, il suggerimento è per il mese di febbraio: dal 16 al 18 si svolge il Coconut Grove Art Festival, che riempie con l’opera di oltre 300 artisti un tratto di oltre un miglio lungo l’omonima strada sul lungomare di Biscayne Bay.   

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19.09.2018

La “magnifica luna di metà autunno”: è questo il significato dell’espressione chūshū no meigetsu, che in Giappone indica la celebrazione della luna piena autunnale, conosciuta anche come tsukimi. Tradizionalmente questo evento si svolge il 15° giorno dell’ottavo mese del calendario lunare, che quest’anno cade il 24 settembre. Oltre allo tsukimi, Settembre a Tokyo e in tutto il Giappone è un mese denso di celebrazioni tradizionali is packed with events that will allow you to experience the rich traditions of the old Edo period in modern Tokyo. Tokyo Tower Otsukimi Diamond VeilLa perennemente illuminata Tokyo Tower spegnerà le sue luci più alte e più basse per non essere d’ostacolo allo spettacolo del meigetsu,le luciazzurro acqua che si accenderanno attorno alla sua terrazza principalea metà altezza. I 600 scalini che portano fin lì resteranno aperti fino alle 10 e ad attendere i visitatori ci saranno i dango, gnocchi dolci di riso tipici delle festività24 Settembre Sankei’en Moon-Viewing GatheringQuesto splendido giardino giapponese in stile Edo e Shōwaè stato inaugurato nel 1906 da Hara Sankei, un uomo d’affari di Yokohama che costruì una fortuna grazie al commercio della seta. Dal 21 al 25 settembre, il giardino sarà lo scenario di danze e concertisullo sfondo della pagoda a tre piani di villa Rinshunkaku illuminata.21-25 settembre Ikebukuro’s Fukuro Matsuri and Tokyo YosakoiIl Fukuro Matsuri è un evento inaugurato mezzo secolo, in pieno miracolo economico, fa per promuovere i negozi del quartiere a ovest della stazione di Ikeburo. Quest’anno il festival, che comprende danze e processionicon altari portatili (mikoshi), si svolgerà il 22 e 23 settembre. Il 7 ottobre, oltre 100 squadre di ballerini provenienti da tutto il paese si riuniranno a Tokyo per il festival di danza Yosakoi. 22-23 settembre e 8 ottobre   Chūshū Kangen-sai at Hie ShrineAl santuario di Hie, a Chiyoda, la luna piena di metà autunno si celebra con la musica tradizionale di cortegagakuecon le danzebugakue kaguraeseguite dallemiko, le giovani donne che lavorano preso i templi shintoisti.4 ottobre Shinagawa Shukuba MatsuriQuesto festival celebra il ruolo di Shinagawa come prima delle 53 stazioni lungo la strada di Tōkaidō, la principale arteria est-ovest che collegava Edo (l’attuale Tokyo) a Kyoto. L’evento dura due giorni e vede 100.000 persone partecipare alla parata sfilando fra due lunghe file di bancarelle e stand gastronomici.29 e 30 settembre  

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17.09.2018

Ci sarà un motivo se Milano oggi è l’indiscussa capitale mondiale del design, celebrata ogni anno dall’imperdibile rito pagano del Salone del Mobile. Il ’900 milanese è pieno di tracce della particolare attitudine locale per l’architettura, un misto di coraggio, ricerca estetica e sperimentazione frutto della visione lungimirante di grandi committenti, spesso provenienti dall’alta borghesia industriale.  L’architetto Cleopatro Cobianchi firmò nel 1924 il primo “albergo diurno” di Milano, al quale si accedeva tramite un’elegante scala in ferro battuto che conduceva allo spazio interrato sotto via Silvio Pellico, accanto a Piazza Duomo, dove, fra banconi in radica e decorazioni, si trovavano una sala di lettura, una cassaforte per depositare preziosi, vere e proprie sale riunioni e la prima agenzia viaggi della città.  All’architetto Piero Portaluppi si deve invece il “diurno” di Porta Venezia (1926), il maestoso spazio colonnato con decori art déco sotto Piazza Oberdan che forniva servizi di toeletta (docce, barberia) agli uomini d’affari in transito nella città.  Giò Ponti curò il restauro dell’attuale Clinica Columbus in via Buonarroti, sorta in perfetto stile liberty a inizio ’900 per opera dell’architetto Giuseppe Sommaruga e diventata negli anni ’20 la villa di Nicola Romeo, patron dell’omonima casa automobilistica. La villa contava oltre 30 stanze disposte su due piani, giardino e portineria con dettagli di valore come le sculture di nudi femminili di Ernesto Bazzaro, portate da Palazzo Castiglioni dove diedero scandalo, tanto da far soprannominare lo stabile Cà di Ciap’ (“casadelle natiche”). Ponti lavorò alla villa negli anni ’40, mentre Milano veniva trasfigurata dalla Seconda Guerra Mondiale, di cui restano segni importanti che, dopo decenni di oblio, oggi sono tornati a essere riconosciuti e riconoscibili luoghi di memoria e pensiero.  Parliamo, ad esempio, del binario 21 della Stazione Centrale, trasformato nel memoriale della Shoah. Quattro vagoni di treni merci dell’epoca sono stati collocati sotto al binario dal quale partirono fra il 1943 e il 1945 centinaia di ebrei e perseguitati politici destinati ai campi di sterminio nazisti. Una linea del tempo descrive il periodo dal 1922 al 1945, quando a poco a poco la politica degenerò fino a trasformarsi in una macchina di morte. Un’alta struttura in cemento, chiamata ‘Matitone’ per la sua forma, è il segno dei bombardamenti che la città subì durante la guerra e che distrussero un terzo dei suoi edifici. Si tratta del rifugio antiaereo del quartiere Adriano, inglobato fino agli anni ’90 nei grandi stabilimenti della Magneti-Marelli. Sotto l’attuale scuola primaria Giacomo Leopardi di viale Bodio, nello storico quartiere industriale della Bovisa oggi sede del Politecnico e di numerose start up, si trova il rifugio 87, dove gli abitanti del quartiere si riversavano al suonare delle sirene di allarme.  Milano fu ferita dalla guerra ma riacquistò presto il suo ruolo di città aperta e curiosa. La casa 770di Milano è un esempio di rinascita. Si tratta di un curioso edificio in stile gotico-olandese in via Poerio 35 che si ripete in 16 città del mondo, in ciascuna delle quali ospita le attività del gruppo ebraico Chabad-Lubavitch. Ognuna di queste case prende il nome del civico al quale si trovava la casa del fondatore a Brooklyn, al 770 di Eastern Parkway. Attiva dagli anni ’60, ha preso la forma attuale negli anni ’90 grazie all’intervento dell’architetto Stefano Valabrega, che ha trasformato una delle villette milanesi tradizionali tipiche del quartiere in una vera casa 770, oggi luogo di studio e divulgazione della cultura ebraica.  

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10.09.2018

Milano ha imparato bene nascondersi mettendosi sempre in luce. Capitale della moda, della comunicazione e del design, cavalca l’arte di raccontarsi da molto prima che esistessero branding e storytelling. Ben educata e borghese, è aperta a modo suo: se la si vuole conoscere bisogna cercarla dietro le quinte, al di là del biglietto da visita che porge ai nuovi arrivati.Partiamo da un tempo molto lontano, ma da un luogo centralissimo, a pochi metri da Corso Magenta, elegante e antica strada. Qui si trova la Torre di Ansperto, un’imponente costruzione edificata nel III secolo d.C. quando Milano divenne capitale dell’Impero Romano d’Occidente e la struttura urbana fu rinforzata con una nuova cinta muraria. Il nome viene da Ansperto da Biassono, arcivescovo di Milano che la restaurò nel IX .Un ponte fra la Milano romana e quella medioevale è la cosiddetta colonna del diavoloaccanto alla celebre chiesa di Sant’Ambrogio. La colonna ha due fori e la leggenda vuole che siano dovuti alle corna del diavolo che lì si incastrarono durante la lotta con Ambrogio e che si possa sentire ancora nei paraggi odore di zolfo.  Del XIII secolo è l’antico ossario oggi nella chiesa di San Bernardino, nella centralissima via Verziere, costruita in stile barocco nel 1750 e decorata dagli affreschi di Sebastiano Ricci. L’ossario raccoglieva i resti dei malati di lebbraaccolti nel vicino Ospedale del Brolo, poi distrutto.  Il Quattrocento è il secolo degli Sforza, che regalarono alla città uno dei suoi periodi più splendenti. Lo ricordano il Castello e l’opera di Leonardo da Vinci, coetaneo di Ludovico il Moro e suo grande protetto, ma anche gioielli nascosti come la cosiddetta Vigna di Leonardo, oggi ristrutturata e visitabile, con tanto di bistrot, e rimessa in attività grazie a una filologica riscoperta dei vitigni dell’epoca in collaborazione con l’Università di Milano. Il terreno e la vigna, di fronte al cenacolo e a Santa Maria delle Grazie, furono donate a Leonardo dallo stesso Ludovico il Moro. Nell’idea del Signore della città, fra le attuali via San Vittore e via Zenale doveva nascere un nuovo quartiere di particolare bellezza dove avrebbero vissuto i fedelissimi del Moro. La conquista da parte dell’esercito francese nel 1500 interruppe il progetto ma il giardino della Casa degli Atellani, unica dimora rimasta e sapientemente ristrutturata nel ‘900 dall’architetto Pietro Portaluppi, fa respirare ancora quell’atmosfera.  Agli Sforza si deve anche l’arrivo in città del Bramante e, con lui, dell’arte rinascimentale che stava fiorendo in Italia. La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro, a pochi passi dal Duomo, custodisce un finto coro da che rappresenta uno dei più sorprendenti esempi di pittura prospettica rinascimentale.  Seguendo Ludovico il Moro si arriva a un altro tesoro della Milano nascosta: la chiesa di San Cristoforo al Naviglio, alla quale si accede attraversando il Naviglio Grande su un antico ponte pedonale “a schiena d’asino” che al tramonto regala scorci indimenticabili. In questa piccola chiesa su una delle vie d’acqua più importanti della città, Ludovico il Moro incontrò per la prima volta la sua futura sposa Beatrice d’Este, in arrivo da Ferrara. Qui nel 1176 venne dato l’annuncio della sconfitta a Legnano di Federico Barbarossa e della vittoria della Lega Lombarda. Qui, secoli dopo, nel 1813, si bruciarono gli atti della Repubblica Cisalpina dando il via alla rivolta che la fece crollare. Così questa chiesa, frutto dell’unione di due piccole cappelle edificate nel XII secolo, caratterizzata da elementi gotici e tardo romanici, con il soffitto a cassettoni e gli affreschi di più epoche alle pareti, ha visto passare la storia di Milano, compresa la peste del ’600 descritta da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi: dietro la sacrestia c’è la cosiddetta “cappella dei morti”, dalla quale si accedeva al lazzaretto.   

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07.09.2018

A dar retta a Elliott Erwitt, quasi tutte le scelte che hanno fatto di lui uno dei più importanti fotografi del ’900 sono state del tutto casuali. Il bianco e nero mantenuto per (quasi) tutta la carriera, i ritratti rubati di Andy Warhol, Nixon, Che Guevara o Marilyn Monroe, le inquadrature capaci di mettere in relazioni oggetti e animali (chi l’avrebbe mai detto che un airone e una fontana si mettessero in posa per mostrare di avere la stessa silhouette?) e molti altri colpi di genio.  Anche la scelta di fotografare cani di ogni tipo e carattere fu, secondo lui, casuale. E se una buona parte dell’arte del fotografare sta nella selezione delle immagini da pubblicare, fu proprio osservando la sua produzione che, un giorno, Erwitt scoprì una gran quantità di foto di cani e decise di farne un libro.   Sarà stato anche questo un caso, ma oggi quella scelta diventa una mostra alla Casa dei Carraresi di Treviso: Elliott Erwitt. I cani sono come gli umani, solo con più capelli. Basta il titolo per intuire che qualsiasi risposta, fotografia o espressione di Erwitt va vista con le lenti dell’ironia, vera musa di questo fotografo nato in Francia nel 1928 da una famiglia di emigrati russi, che passò l’infanzia in Italia dalla quale scappò a causa delle leggi razziali nel 1938 (il suo nome vero è Elio Romano Erwitz) per essere adottato dalla New York in ascesa, dove fu a contatto con giganti della fotografia come Robert Capa e Edward Steichen e quindi ammesso alla prestigiosa agenzia Magnum negli anni ’50.  La mostra, organizzata da Suazes in collaborazione con Fondazione Cassamarca e Magnum Photos, è curata da Marco Minuz e presenta oltre 80 fotografie, video e documentia tema attraversi i quali immergersi nel punto di vista di Erwitt sulla realtà, sempre inaspettato, spesso ad altezza cane.  Alla domanda su cosa avessero di tanti speciale i cani, una volta Erwitt rispose che avevano il grande pregio di non chiedere una stampa della loro foto e, anche in questo caso, l’ironia nasconde la verità: la capacità del cane di mettere a fuoco, per contrasto, le qualità e i difetti dell’umano. Tanto sono composti e concentrati gli uomini, tanto sono dinamici e imprevedibili i cani: su questa differenza lavorava Erwitt, usando spesso una trombetta da far suonare al momento dello scatto per catturare la reazione naturale, istintiva, senza filtro del cane.  Momenti irripetibili catturati dall’obiettivo di Erwitt, che si schermiva di fronte alle lodi ricordando le migliaia di foto scattate per trovare quell’unico istante perfetto. Dal 22 settembre al 3 febbraiolo sguardo irriverente di Erwitt sarà in mostra insieme ai ‘suoi’ cani per ricordarci la forza rivoluzionaria dell’ironia e del sorriso e il potere empatico di un quadrupede con molti più capelli di noi al nostro fianco. 

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05.09.2018

Il mitico Reinassance Casino & Ballroom, detto “The Aristocrat of Harlem”, mecca del jazz dove suonò Duke Ellington, non esiste più. Le ruspe ne hanno raccolto gli ultimi residui della demolizione nel 2015. E lo stesso destino è toccato di lì a poco al luogo che nel 1965 ospitò i funerali di Malcolm X, la Childs Memorial Temple Church of God in Christ. Che cosa ne è stato della Harlem che il mondo conosceva?Qualcosa è certamente cambiato. Il quartiere newyorchese simbolo della cultura afroamericana sta subendo già dagli anni Novanta una lenta ma implacabile metamorfosi, il cui segno più evidente è il sorgere di condomini di lusso dalle facciate tutte vetri fra le belle villette a schiera Vittoriane di fine Ottocento, l’arrivo delle famiglie di americani bianchi e dei turisti da tutto il mondo.Qualcuno la chiama gentrification, “imborghesimento”, ed è senza dubbio un fenomeno controverso che, se da un lato porta gli affitti alle stelle e minaccia l’autenticità e l’identità culturale del quartiere, dall’altro lo rende anche più vivibile per chi – posto che se lo possa permettere - continua ad abitarci.Se mettendo piede in questa grande area nel nord di Manhattan sopra Central Park vi aspettate di trovare musica in ogni angolo oppure di respirare le della Harlem anni Ottanta,  forse resterete un po’ delusi. Ma in compenso il quartiere è diventato più sicuro e ha visto un proliferare di locali, negozi, ristoranti e istituzioni culturali davvero sorprendente, dove si cerca in qualche modo di preservare l’identità del quartiere attraverso l’arte, la musica, l’artigianato e il cibo.Ed è proprio avventurarsi fra questi luoghi e fra le strade del quartiere alla ricerca di esperienze e sapori il modo migliore per riuscire a cogliere lo spirito di Harlem, sospeso fra l’avanzare prepotente del cambiamento e il desiderio di conservare la propria memoriaEsperienzeLa Amateur Night all’Apollo TheatreSul leggendario palcoscenico calcato da James Brown, Aretha Franklin ed Ella Fitzgerald, ogni mercoledì che Dio manda in terra salgono le probabili stelle di domani, in una competizione fra “dilettanti” particolarmente dura per via del pubblico esigente e rumoroso, cui spetta il compito di decidere chi vale.  L’arte afroamericana (e non solo) dello Studio MuseumQuesto museo fondato nel 1968 è una delle più importati istituzioni culturali di Harlem, tutta dedicata alle opere di artisti di discendenza africana o ispirate all’arte africana. Oltre alle mostre ospita lezioni seminari e conferenze e supporta artisti emergenti. Due volte l’anno offre al pubblico la possibilità di vedere in anteprima le opere realizzate dagli artisti “resident” ospitati temporaneamente nei suoi atelier.  Una passeggiata nel Marcus Garvey ParkDedicato a uno dei fondatori del movimento nazionalista nero d’inizio Novecento, questo parco è stato al centro della vita pubblica e sociale del quartiere per 150 anni, anche se sotto un nome diverso, ed è il luogo ideale per immergersi nell’atmosfera autentica di Harlem, fra natura, parchi giochi, piscine e campi da baseball.  La messa gospel Nonostante siano spesso affollate di turisti, le messe con cori gospel nelle chiese battiste di Harlem restano funzioni vere e proprie, con sermoni in cui i pastori mettono tuto il loro impegno. Per questo è consigliabile di restare per tutta la messa, evitando di sgattaiolare via dopo aver ascoltato i canti. Solo così potrete capire davvero il senso di questo rito. La più celebre fra le chiese che ospitano messe con coro gospel (la funzione inizia di solito alle 11.00 della domenica mattina) c’è la Abyssinian Baptist Church (132 W 138th St), talmente popolare e sovraffollata che ha una zona riservata ai turisti. Se invece cercate qualcosa di non troppo turistico il consiglio è quello di dirigervi verso luoghi un po’ meno gettonati come la Salem United Methodist Church (2190 Adam Clayton Powell Jr Blvd).  Mangiare & bereRed RoosterQuesto ristorante nel cuore del quartiere, seppure nato in tempi relativamente recenti, è un’autentica dichiarazione d’amore nei confronti di Harlem, della sua storia e della sua cultura. A cominciare dal nome, ispirato a un celebre speakeasy della Harlem novecentesca. Il comfort food di Marcus Samuelsson, la musica e l’atmosfera calda non potranno che conquistarvi.  Sylvia’sEcco un’altra icona di Harlem: il mitico ristorante aperto nel 1962 da Sylvia Woods,la “regina del soul food”. Tutt’ora di proprietà dei Woods, continua a servire piatti della tradizione afroamericana, dal pollo fritto alle pannocchie imburrate.  Levain BakeryNel 2011, le due ragazze di Manhattan che, nonostante arrivino dal mondo della moda e delle banche d’investimenti, a detta di molti cucinano i migliori biscotti della città, hanno aperto ad Harlem una succursale della loro mitica bakery (nell’Upper West Side) a Harlem. Il successo è stato immediato, e continua grazie ai loro enormi e deliziosi chocolate cookie.  Harlem TavernNella stessa strada della Levain Bakery, quel Frederick Douglass Boulevardche, dopo i nuovi palazzi residenziali, si è riempito di locali e ristorante, la Harlem Tavern ha un grande beer garden che occupa gli spazi di un’ex-officina di ricambi d’auto. Qui si viene soprattutto in gruppo per stare all’aperto e bere birra artigianale.  

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31.08.2018

Siamo nel Chianti, il paesaggio di borghi e colline che da Firenze scendono verso Siena, patria dell’omonimo vino rosso e terra amata e concupita per la sua pace e la sua bellezza da artisti, intellettuali ed esteti di tutto il mondo. Questi settantamila ettari di terreno così denominati da Cosimo III de’ Medici nel 1716, hanno da poco vissuto il loro 300° anniversario, e proprio in quell’occasione si è tenuta per la prima volta The Art of the Treasure Huntuna caccia al tesoro di rara raffinatezza che vede opere d’arte contemporanea di artisti sia emergenti che affermati incastonarsi nei bellissimi borghi antichi che ospitano le celebri cantine del Chianti.  Con la curatela di Kasia Redzisz, senior curator della Tate Liverpool, la caccia ai tesori d’arte nelle cantine del Chianti ritorna per la terza volta nell’estate 2018, facendo spazio per 14 artisti provenienti da 11 Paesi e per l’arte contemporanea in sei preziose cantine e altrettanti borghi: Castello di Brolio, Colle Bereto, Felsina, Borgo San Felice, Castello di Volpaia e Villa di Geggiano. Il tema del 2018 è Time is the Game of Man. Agli artisti il compito di rappresentare la propria idea di tempo, portando ciascuno il suo vissuto e la sua biografia: da Magdalena Abakanowicz, classe 1930, a Angélique Stehli, nata nel 1993. Il contrasto fra l’assoluta avanguardia delle opere e l’antica bellezza dei borghi e delle colline è quanto di più suggestivo e quanto di più imprevedibile: sperimentare la resa di ogni installazione in ciascuna delle cantine fra le colline diventa davvero una caccia al tesoro nel segno dell’arte e della bellezza. Sylvie Fleury crea, sullo sfondo del Castello di Brolio, tre grandi funghi iridescenti ispirati a Alice nel Paese delle Meraviglie. Nella limonaia dello stesso Castello Pascale Marthine Tayou ha portato dieci bambole di cristallo decorate con nastri, piume, fiori di plastica e fasci di legno: Poupées Pascales, questo il nome dell’opera, che evoca le statue femminili africane avvolte dai segni del mondo globalizzato. A Colle Bereto, Kevin Francis Grayha scelto il marmo di Carrara per la sua scultura Soho Girl, nella quale la bellezza è fermata nel tempo per sempre, il tutto accanto all’installazione al neon Eden is a Liedi Ciryl de Commarquee allaFlower Fountain di Kiki Smith.  Le sfere in plexiglass colorate di Alfredo Pitti, direttamente dalla sua retrospettiva al MACRO di Roma, animano Borgo San Felice, dove si trovano anche i lavori di Raul de Nieves e Alin Bozbiciu, Henrik Hakansson e Stefan Bruggemann. Incontrare queste e altre opere e storie è il premio dell’Art of Treasure Hunt 2018: godere di un supplemento di bellezza in una terra già baciata dalla fortuna e dall’energia dei contrasti, che nell’aria rilassata dell’estate trovano facilmente lo spazio utile a produrre nuove idee. 

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27.08.2018

L’altro spazio è il film-documentario di Marcello Pastonesi e Carlo Furgeri Gilbert voluto da Mario Cucinella, architetto e curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura 2018 in corso a Venezia. Il tema di questa edizione è “Freespace” e mette l’accento sulla dimensione pubblica che ha ogni architettura per il fatto di diventare paesaggio. Il punto è la relazione fra architettura e territorio, un territorio fatto di persone, particolarmente interessante se applicato all’Italia, con la sua varietà di situazioni che intrecciano le caratteristiche specifiche degli spazi e storie umane radicate nei secoli. La scelta è quella di allontanarsi dalle direttrici di transito più comuni, che legano le grandi città, e, partendo da Venezia, inoltrarsi nei luoghi più difficili, fra montagne e isole. Il punto di vista dell’architettura parla con le immagini del documentario di Pastonesi e Furgeri Gilbert, prodotto da Someone con Rai Cinema e in proiezione quotidiana alla Biennale. Ne abbiamo parlato con loro. L'Altro Spazio è un viaggio lungo l'Italia lontana dai riflettori, è in qualche modo anche un viaggio nel tempo?MP: In parte sì, perchè è un viaggio alla ricerca di tradizioni, usanze, modi di fare, costruire, gestire il territorio e la natura.CFG: È un viaggio nel tempo ma non vuole essere un viaggio della memoria o del compiacimento. È un viaggio che solleva questioni, che pone domande, come ogni viaggio dovrebbe fare. Abbiamo attraversato territori e incontrato persone che solo apparentemente vivono in un altro tempo. Sono molto collegati al mondo, sanno quello che succede fuori. Questi territori hanno un potenziale enorme. Sono di fatto la culla del DNA della cultura italiana. Si tratta di capire come creare le condizioni perché si sviluppino e si rilancino, evitandone lo spopolamento e il degrado. Con cosa identificano e riconoscono i luoghi le persone che li abitano? La natura, i profili delle case, gli odori, i colori?MP: Le persone che abbiamo incontrato hanno un'idea ben chiara di cosa siano le città e le periferie, molto spesso ci hanno abitato e lavorato. Sono attaccati ai loro luoghi con cognizione di causa, non perché ne siano "spaventati". Sono attaccati ai luoghi e come ci si vive. Sono attaccati all'idea di comunità.La comunità nelle aree interne funge da ammortizzatore sociale, da educatore, da baby-sitter, tramanda le storie, il sapere e i mestieri. E la difendono.Prendi Orgosolo per esempio. Li ci hanno raccontato con orgoglio come sono riusciti a opporsi alla costruzione di una base militare americana.La diffidenza delle persone nasce anche dall'aver visto la propria terra subire danni da parte dell'industrializzazione.Costruzione di fabbriche, con la promessa di rilancio economico, posti di lavoro, e poi invece l'abbandono, danni ambientali e a volte anche danni alla salute delle persone. CFG: Direi principalmente le relazioni umane. In questo viaggio abbiamo scoperto chesono le relazioni che la comunità crea e intesse la vera linfa vitale di questi luoghi. Non sono tutti luoghi “belli”, ci sono anche situazioni difficili, territori deturpati ma con un potenziale umano altissimo. E nonostante tutto molte persone vogliono rimanere, perché quella è casa loro. E come dice Marcello, la comunità funziona da ammortizzatore sociale. Che ruolo ha l'architettura nel disegnare il modo con cui i luoghi vengono usati?CFG: Il ruolo dell'architettura è fondamentale. Oggi purtroppo si associa alla parola architetto un significato a volte negativo – speculazione, cementificazione, ma l'architetto e l'architettura hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione di questo paese. Senza gli architetti non esisterebbero le città e le bellezze che tutto il mondo oggi ci invidia. Il punto è qui. Bisogna ricominciare ad associare il ruolo dell'architetto e dell'architettura un valore positivo recuperando quello che oltre mille anni di storia ci hanno insegnato. Oggi dobbiamo però ripensare questo ruolo e capire come si possa fare un'architettura che non sia calata dall'alto ma parta della reale esigenze delle persone e dei luoghi. Si parla infatti sempre più spesso di architettura partecipata.  Progettare vuole dire innanzitutto comprendere e ascoltare, per questo motivo ci sono anche molti progetti che partono da comunità di ascolto dove è la comunità locale a sviluppare insieme all'architetto e non solo, un programma, una “mission”, come si dice oggi, per il proprio territorio.La musica è un elemento del vostro racconto: che legame vedete fra musica e architettura?MP: Abbiamo cercato di scegliere e far comporre musica che fosse in armonia con in luoghi e le loro costruzioni. Mentre viaggiavamo spesso cercavo stazioni radio locali, per sentire voci, accenti, argomenti di attualità e anche musica. Qualche spunto è arrivato da lì, qualcuno da artisti di strada, qualcuno dalle persone intervistate. In montaggio poi, in base all'atmosfera delle immagini e all'argomento capivamo quale musica si adattasse all'architettura e al tema in argomento.Quindi si, c'è sicuramente un legame tra ambiente e musica. Per me funziona per associazione di idee. La sensazione che ti da un paesaggio, un palazzo, te la può dare anche un colore, un suono, un materiale, un profumo. Il gioco è capire quale. Cosa vi piacerebbe che gli abitanti degli “altri spazi” scoprissero grazie al vostro documentario proprio dei luoghi che pensavano di conoscere sempre?MP: A me piacerebbe che lo trovassero utile. Mi piacerebbe organizzare delle proiezioni. Che si divertissero a rivedersi, ma anche che il film sia un’occasione per creare dibattito, che poi scaturisca in qualche cosa di pratico, che si costruisca o faccia qualcosa di utile per loro.CFG: Sono assolutamente d'accordo con Marcello, vorrei che il film fosse utile. Che fosse un modo per fare domande, interrogarsi anche in prima persona sul nostro ruolo di cittadini. Sarebbe bellissimo se poi si organizzassero delle proiezioni di piazza, come si usava fare una volta in quello spazio libero e gratuito che è luogo della democrazia per antonomasia.   

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20.08.2018

La fondazione Lafayette Anticipationsdichiara già nel nome la sua vocazione pionieristica e d’avanguardia. In questo palazzo storico del Marais non si vuole solo selezionare e raccogliere arte ma produrla, riscoprire il ruolo fondamentale di mecenati e committentie restituire agli artisti la libertà di immaginare, dando loro uno spazio e un tempo esattamente a questo scopo. Così hanno pensato i fondatori nel 2013 e da quel momento in quella direzione ha lavorato il presidente Guillaume Hauzé che infatti dichiara: “L’istituzione è un luogo nato per supportare costantemente gli artisti e i loro progetti, con l’idea che solo la creazione può cogliere il senso del movimento di un’era e la sua unicità e portarci quindi ogni giorno verso un nuovo orizzonte”.Lafayette Anticipation ha aperto il 10 marzo 2018 e si candida ad essere il nuovo punto di riferimento parigino per gli amanti dell’arte contemporanea, del design e della moda. La dimensione collettiva del progetto creativo coinvolge artisti, committenza, curatori e pubblico in una continua trasformazione reciproca, è un luogo aperto e di dibattito, dove tutte le idee possono incontrarsi per capire e orientare l’evoluzione dell’arte e del presente.Lo spazio è decisivo, perché l’obiettivo è che molte delle opere esposte vengano prodotte proprio all’interno dei laboratori di 9 Rue du Plâtre. Il progetto di ristrutturazione e rigenerazione dell’edificio del 1891, già magazzino e poi scuola, è stato affidato all’architetto olandese Rem Koolhaase al suo studio di progettazione OMA. La Fondazione si sviluppa nella struttura a U dell’edificio antico, ristrutturato rispettandone rigorosamente volumi e estetica, con l’aggiunta di una torre espositiva nel cortile centrale. Il risultato è uno spazio espositivo di 875 metri quadri sui 2.200 complessivi, che comprendono laboratori, caffè e shop. Fino al 9 settembre, Lafayette Anticipations accoglie la mostra Il centro non può reggere, collettiva di opere inedite realizzate su commissione da una selezionata rosa di artisti e in buona parte realizzate all’interno della sede della Fondazione. Con il supporto curatoriale di François Quintin, la mostra prende il titolo da uno scritto del poeta inglese W.B. Yeats e porta il discorso sull’evoluzione contemporanea della relazione fra centro e periferiache forse ha perso il suo senso e chiede di essere sostituita da altre categorie più flessibili, che spostino l’attenzione dalla difesa dei confini e delle definizioni ai minimi comuni denominatori di tutti i prodotti dell’umano (dati, segni, tradizioni). All’arte il compito di dare una prima risposta. 

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09.08.2018

David Robert Jones aveva un anno quando 492 immigrati chiamati dal governo inglese approdarono alle coste britanniche. Sarebbero diventati presto i suoi nuovi vicini di casa. Era il 1948, la nave che li portò dagli arcipelaghi caraibici alle nebbie londinesi era un’ex nave da crociera tedesca recuperata come bottino di guerra, l’Empire Windrush.  I nuovi londinesi si stabilirono nella zona sud della città, prima a Clapham e poi a Brixton. Fu in mezzo alla loro musica che David diventò grande ed è facile immaginare che tanti di quei suoni e di quella cultura contribuirono a creare David Bowie, uno dei figli più amati di Brixton, per il quale ogni giorno spuntano fiori freschi sul murale a lui dedicato in Turnstall Road. Quartiere multietnico per definizione,culla della cultura caraibica in Europama anche luogo di forti scontri fra abitanti e polizia negli anni ’80 e ’90, oggi Brixton è semplicemente il posto in cui andare se si vuole vedere l’avanguardia brit contemporanea. Musica, arte e cibo sono i protagonisti e i motori di un’esplosione di vivacità da cui non si può scappare quando si arriva al capolinea sud della metro Victoria. Il cuore è Windrush Place, dal nome della nave che cambiò il destino del quartiere. Qui si affacciano il cinema Ritzy, fondato nel 1911 e ancora oggi orgogliosamente indipendente, con le sue cinque sale nemmeno troppo scomode, e il Black Cultural Archives, il primo e unico centro britannico dedicato alla conservazione e alla divulgazione della storia delle culture africane e caraibiche in Gran Bretagna. Luogo di incontri, mostre, studi e confronti, il Black Cultural Archives ha anche vinto il New London Architect Award nel 2015. Su Brixton Road si trova il Brixton Market: attivo sette giorni su sette, è una finestra aperta sugli altri continenti, con le più bizzarre merci, alimentari e non, provenienti da tutto il mondo e raccontate da pittoreschi venditori e venditrici. Sia all’aperto che al chiuso, è il regno dello street food etnico. Questo dedalo di chioschi e ristoranti è stato per decenni lo spazio della nostalgia e oggi è meta di pellegrinaggi per gli amanti del genere ma anche per la popolazione del quartiere che, soprattutto dagli anni 2000, si è fatta molto più composita grazie all’arrivo di artisti, musicisti e designer provenienti dall’Asia, dall’Europa continentale o semplicemente da altre zone di Londra, attratti dalla vivacità della zona e dall’identità forte e carismatica di Brixton.  Qualcuno la chiama gentrification, per altri può essere l’evoluzione naturale di un luogo in continuo mutamento come dimostra Pop Brixton, un’installazione di container al 53 di Brixton Station Road che ospitano start up, piccoli negozi, chioschi, ristoranti, spazi dedicati al design, all’innovazione ma anche al mondo del sociale. Pop Brixton dovrebbe durare fino all’autunno 2018, visto il successo si vedrà: è un esempio di come un’area abbandonata può rinascere in tempo record e diventare un vero e proprio hub di iniziative a disposizione di tutti.  L’arte e l’espressione sono sempre state dovunque in queste strade e oggi conoscono una prima formalizzazione: Electric Avenue ospita piccole gallerie d’arte contemporaneacon una forte vocazione sperimentale. La musica è di ogni tipo, dall’hip hop all’electropassando per il reggae e il rock, basta scegliere dove ascoltarla nei tantissimi locali disponibili, soprattutto a partire dalle 23.00. Nel dubbio, Electric 02 Academy sono una garanzia. 

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20.07.2018

Nel 1967 i Beatles pubblicavano Magical Mistery Tour, e ad Amsterdam il movimento Provo definiva la città olandese “Magical Centre Amsterdam”. Dove era la magia? Forse nella potenza dell’immaginazione, che inventava modi e spazi nuovi per dire le cose e, dicendole in modo diverso, le trasformava e trasformava il mondo.  In quella fine degli anni ’60, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, vocato da sempre ad accogliere le novità, cominciò a mettere insieme quello che restava dell’energia esplosa nelle strade da un nuovo tipo di giovani artisti che con le loro vite sperimentali erano per primi opere d’arte.  La mostra Amsterdam, The Magic Center, in programma per tutto il 2018, riassume l’energia degli anni fra il 1967 e il 1970, quando la città divenne uno dei crocevia più fertili e vivaci della nuova generazioni di artisti. Curata da Bart Guldemold, la mostra raccoglie 250 fra opere e oggetti e 100 riproduzioni raccolte fra la collezione interna dello Stedelijk, del Rijksmuseum e dell’Institute of Social History, Sound and Vision. Il filo conduttore è l’ironia, attraverso la quale vengono messe in luce le contraddizioni della società del tempo, trovando una sponda nello sguardo dell’interlocutore attraverso l’umorismo. Si parla dei poster di Daniel Buren, fra i primi esempi di street art, o delle testimonianze della performance di Wim T. Schipper, che mise insieme un improbabile albero di Natale in piena estate in Leidseplain, una delle piazze centrali della città.  Sunny Imploo fu un’altra delle invenzioni del tempo: una sfera luminosa all’interno della quale si poteva infilare la testa godendo di un supposto effetto rilassante e che, secondo gli autori Louis van Gasteren e Fred Wessels, avrebbe dovuto essere messa a disposizione di tutti a ogni angolo di strada, ma che di fatto non uscì dallo Stedelijk. Operazioni apparentemente bizzarre ma capaci, a distanza di 50 anni, di riportare l’orologio emotivo indietro nel tempo, a un momento in cui il terremoto era quotidiano e proiettato a un futuro tutto da ridefinire, dove anche le artiste donne cominciavano ad avere un ruolo decisivo. Fra le centinaia di opere e simboli dell’epoca, fra cui i tanti magazine indipendenti espressioni dei vari movimenti, la mostra presenta alcuni materiali originali dal Bed-in for Peace di John Lennon e Yoko Onoche accadde all’Hilton di Amsterdam nel 1969. Amsterdam riscopre il suo ruolo centrale nel fermento artistico della fine degli anni ’60 proprio mentre, sulla facciata in muratura di uno dei magazzini dello Stedelijk, viene letteralmente scoperto il più grande murales di Keith Haring in Europarealizzato nel 1986 e quindi coperto da una struttura in alluminio funzionale alla resistenza termica dell’edificio. Oggi, grazie all’intervento di artisti e fondazioni, l’opera è stata resa di nuovo visibile: 12 metri di altezza per 15 di larghezza, il largo tratto bianco caratteristico di Haring disegna sul muro un uomo a cavallo di un animale marino con la testa di cane. Lo si può vedere da Willem De Zwijgerlaan Street, per iniziare il viaggio nel tempo nella Amsterdam dell’avanguardia.  

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20.07.2018

Nel 2017, per il 15esimo anno di fila, l’Adachi Art Museumè stato eletto miglior giardino tradizionale del Giappone dalJournal of Japanese Gardening, la pubblicazione americana dedicata al mondo dei giardini e dell’architettura giapponesi. Il museo Adachi, specializzato in arte moderna giapponese, è nato nel 1970 nella città di Yasugi, prefettura di Shimane, su iniziativa di Zenkō Adachi ed è famoso per ospitare 130 opere di Yokoyama Taikane per il suo giardino.  Zenkō Adachi era un trasportatore di carbone che viaggiava spesso fra le campagne e il porto di Yasugi; dopo la Seconda Guerra Mondiale, si ritrovò a fare parecchi lavori fra cui il grossista di tessuti e l’agente immobiliare a Osaka. Nello stesso periodo cominciò a collezionare opera di pittura giapponese, per la quale da sempre aveva una passione, e alla fine divenne un collezionista.  Per tutta la sua vita, inoltre, Zenkō si dilettò a progettare giardini. Nel 1970, all’età di 70 anni, in segno di gratitudine nei confronti della sua città natale, Yasugi, fondò il museo Adachiallo scopo di favorire lo sviluppo culturale della prefettura di Shimane.  La sua impresa più importante fu l’acquisizione, nel 1979, di diverse opere di Taikan Yokoyamadalla collezione Kitazawa, fra cui Foglie d’autunno, Montagne dopo un temporale edEstate - Four Seasons Of The Sea. Zenkō Adachi considerava il giardino una sorta di emakimono(un’opera narrativa tipicamente giapponese dipinta in orizzontale su un rotolo dipinto) e fece installare dei pannelli orizzontali attraverso cui ammirare la bellezza del giardino in costante mutamento.Dopo la sua morte all’età di 91 anni nel 1990, il giardino, diviso in sei sezioni per un totale di circa 165,000 metri quadrati, fu ufficialmente designato come uno dei giardini più rappresentativi del Giappone, una sorta di dipinto giapponese viventeche si è guadagnato tre stelle nella Michelin Green Guide Japan. I sei giardini cambiano aspetto in ogni stagione e sono incorniciati dal magnifico paesaggio delle montagne circostanti.  

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16.07.2018

Dal V secolo d.C., epoca alla quale risalgono i primi Benedettini, a oggi i monasteri hanno mantenuto intatta una caratteristica precisa che va oltre qualunque tradizione religiosa: essere un luogo dove rifugiarsi. Che ci si volesse allontanare da scorribande e povertà, come avveniva nel Medioevo, o che si tenti di mettere un po' di distanza fra se stessi e il proprio quotidiano, come accade probabilmente oggi, i monasteri mantengono il fascino di luogo fuori dal tempo, dove il ritmo può tornare a essere quello scandito lentamente dalle campane. Attraversati per secoli da pellegrini, viaggiatori e fedeli conservano una particolare energia che si somma alla bellezza delle antiche architetture conservate nel tempo, come i manoscritti custoditi in molte delle loro biblioteche. L’Europa è ricca di questi luoghi, da visitare in giornata o scegliere per un soggiorno ristoratore nella quiete. Ne proponiamo cinque che molto probabilmente ancora non conoscete. Monastero dell’Isola di Reichenau (Germania)Reichenau è un’isola del lago di Costanza, ai piedi delle Alpi. Definita Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, l’isola custodisce un monastero benedettino dell’VIII secolo con tre chiese all’incrocio fra l’architettura carolingia, quella ottomana e gli stilemi della dinastia Salian, che regnò sul Sacro Impero Germanico fra il 1024 e il 1125. La sua particolarità è costituita dalle grandi pitture murali alle pareti: in particolare, quelle all’interno della chiesa di San Giorgio sono le meglio conservate in assoluto a nord delle Alpi fra i dipinti murali risalenti a prima dell’anno Mille.  Monastero della Santa Croce di Fonte Avellana (Italia)Di questo eremo ai piedi del Monte Catria parla Pier Damiani nel XXI Canto del Paradiso nella Divina Commedia di Dante. Era già un punto di riferimento: fin dalla fine del X secolo i primi monaci si erano insediati in questo scampolo di valle al confine fra Marche e Umbria, dando vita a quello che sarebbe diventato uno dei più importanti complessi monastici camaldolesi d’Italia. Ospitalità e dialogo sono i valori da sempre portati avanti, con un calendario di iniziative che copre tutto l’anno e la possibilità di ritirarsi per qualche giorno a guardare da vicino la natura, i boschi e il cielo. RenioLinossi3.0 Monastero di Ostrog (Montenegro)Il Santuario di Ostrog si staglia dalle rocce delle montagne nel cuore del Montenegro, rifugio degli uccelli e santuario dei venti, nella valle Bjelopavlićinon lontano da Podgorica. Fondato nel 1671, è composto da due strutture, una superiore e una inferiore, collegate da una lunga e tortuosa scala. Di tradizione ortodossa, i monaci celebrano con continuità riti e sacramenti e sono ben lieti di raccontare la lunga storia di questo luogo e dei miracoli che sembra aver ospitato.  Abbazia di Saint Gall (Svizzera)Le prime pietre di questo grande complesso monastico benedettino risalgono all’VIII secolo, così come alcuni dei manoscritti più antichi qui custoditi. La biblioteca è infatti il fiore all’occhiello, sia per la struttura barocca che per la grande quantità di manoscritti degli ultimi dodici secoli, fra i quali il primo progetto architettonico su pergamena. L’architettura è il secondo focus perché, fra una cappella e un chiostro, sono rappresentati tutti gli stili architettonici da Carlo Magno in poi, che aggiungono un ulteriore motivo di interesse a uno dei centri culturali più vivaci d’Europa. Arnaud 254.0  Eremo di Santa Caterina dal Sasso (Italia)Arrivando dal lago, si mette a fuoco per prima la grande torre campanaria e quindi la sequenza di archi del tratto porticato che corre lungo il lago alla base dell’Eremo. Siamo a Leggiuno, sul Lago Maggiore. L’eremo ha due strutture conventuali, la più antica risalente al XIII secolo, e una chiesa dalla struttura originale, frutto della fusione nel tempo di tre diverse cappelle. Gli affreschi alle pareti conservano colori vivaci e una particolare forza nel raccontare scene di vita e storie intrise di misticismo. Quando d’inverno sale la nebbia dal lago la sensazione è quella di essere veramente altrove. 

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13.07.2018

È una delle mezzo soprano più apprezzate al mondo, un’appassionata di musica barocca, un’artista generosa e una madre orgogliosa. La cantante svedese Ann Hallenberg canta l’Opera da 25 anni e ha calcato i più prestigiosi palcoscenici del mondo, continuando sempre ad arricchire il suo repertorio con meravigliose arie barocche salvate dall’oblio grazie anche al supporto di suo marito, il musicologo tedesco Holger Schmitt-Hallenberg. Con lei abbiamo parlato di vita, lavoro e passioni sorseggiando uno Spritz a Venezia.  Può raccontarci come lei, Ann, è diventata Ann Hallenberg, la famosa mezzo soprano?AH: Sono in un certo senso la prova vivente della grande influenza che i media possono avere sui bambini. Sono cresciuta in una casa dove la musica era presente. Mio padre era nel coro della chiesa, per cui ho sempre ascoltato la musica, ma si trattava perlopiù di inni sacri, mai di opera.Poi, un giorno, avevo sei anni, mi lasciarono per qualche motivo da sola davanti alla TV, e davano l’adattamento televisivo di un’operetta, il Bettlerstudentdi Millöcker. Ne fui folgorata. Ricordo che mi misi a piangere perché tutto lasciava supporre un finale tragico, e che poi, invece, davanti al lieto fine cominciai a saltare sul divano. Il giorno seguente chiesi a mio padre di comprarmi il disco, e a mia madre di farmi un vestito proprio come quello della prima donna. Fu allora, in quel preciso istante, che decisi di diventare una cantante d’opera! E così sta vivendo il suo sogno di bambina.AH:Già, per tutta la vita ho fatto ciò che desideravo fare. So di essere molto fortunata, e sono consapevole del lusso che mi è toccato. Anche se, mentre studiavo, continuavo a ripetermi che non era possibile, che non sarei diventata una cantante lirica così, su due piedi. Visto che ero molto appassionata anche di storia, preparai un piano B: diventare un’archeologa.  Ma alla fine non ne ha avuto bisogno. Quando ha capito che ce l’avrebbe fatta per davvero?AH:Credo sia stato quando ho fatto un’audizione all’ultimo momento per L’Italiana in Algeri a Oslo. È stato tuto velocissimo: da un giorno all’altro mi hanno chiamata, ho fatto l’audizione, ho ringraziato e stavo già correndo giù dal palco per andare a prendere l’aereo per Stoccolma quando mi hanno fermata e mi hanno detto che la parte era mia. Durante la produzione di quell’opera ho capito che ce l’avevo fatta. Avevo finito la scuola di opera da 4 anni. Da allora, il mio mantra è sempre stato: “crescita lenta, musica di qualità”. Quali momenti, nel corso della sua carriera, le hanno dato maggior soddisfazione?AH:Ce ne sono stati molti, a livello professionale, ma personalmente l’episodio che ricordo con maggior affetto riguarda la sera che tornai a casa dopo un’audizione con Luca Targetti della Scala di Milano e dissi ai miei: “Canterò alla Scala!”. La gioia sul viso di mio padre, in pigiama nel bel mezzo della notte, è qualcosa che non dimenticherò mai.  Da dove nasce la sua passione per la musica barocca del XVII e XVIII secolo? AH:Ho scoperto la musica barocca tramite la mia collega mezzo soprano svedese Anne Sophie von Otter, e mi è piaciuta subito. E poi mi sono resa conto che cantando Verdi, Puccini e Mozart, non sarei mai stata protagonista. Sarei sempre rimasta un passo più indietro rispetto alle soprano, a passare loro una sedia, un fazzoletto e a supportarle mentre cantavano le loro arie. Con il Barocco, al contrario, potevo esprimermi cantando intere arie, e inoltre questo genere di composizione si presta benissimo alla mia voce.   Nel suo disco Carnevale 1729ha cantato una raccolta di 14 arie barocche sconosciute scelte fra quelle eseguite durante il Carnevale di Venezia del 1729. Come mai questa selezione così particolare? AH: L’ispirazione nasce da quei CD venduti per pochi euro negli Autogrill: “Greatest Hits 1985”, “Summer Hits 2010”, cose del genere. Ho cominciato a domandarmi come avrebbe potuto essere un “greatest hits” settecentesco, quali “successi” avrebbe raccolto, ad esempio, un disco dedicato al Carnevale di Venezia in uno qualsiasi degli anni di quel secolo. Alla fine abbiamo scelto l’anno 1729 perché era incredibilmente denso di arie meravigliose e miracolosamente sopravvissute all’oblio. Il1729 fu un anno speciale anche perché tutti i grandi nomi dell’Opera italiana tornarono in patria dopo alcuni dissapori con Händel,loro impresario in Inghilterra. Il legame con un nome famoso come quello di Händel è stato anche un “gancio” importante per farci vendere il disco. Non sarebbe stato più facile e remunerativo registrare qualcosa di Händel? Perché scegliere compositori sconosciuti ai più come Orlandini o Giacomelli?AH: Ne sono perfettamente consapevole. Io adoro Händel, e nel caso specifico di Carnevale 1729mi sono detta che “usare” il suo nome per far conoscere al pubblico gli altri compositoripoteva essere una buona idea. Qualcosa di simile succede ogni volta che si mette a punto il programma per un recital di musica barocca: ci si sente quasi “obbligati” a inserire qualcosa di Händel per accontentare il pubblico. Ma di recente le cose stanno cambiando: sia le case discografiche, sia gli appassionati di musica cominciano finalmente ad apprezzare anche i compositori meno conosciuti.   C’è un autore in particolare che, a suo avviso, meriterebbe più attenzione da parte del pubblico? AH: Ce ne sono molti. A cominciare da Pietro Torri, Giovanni Porta, e naturalmente Geminiano Giacomelli. Ma non è facile promuovere le loro opere. Sono praticamente sconosciuti, e non esistono composizioni “famose” da cui partire per fare in modo che il pubblico ne approfondisca la conoscenza. E poi c’è sempre dietro molta ricerca, perché gli spartiti e le edizioni scarseggiano. Non da ultimo, c’è una sorta di pregiudizio negativo nei confronti dei compositori meno noti, motivato dall’idea che, se fossero davvero validi, tutti li conoscerebbero.  Se si tratta di un pregiudizio, perché allora alcuni compositori sono meno conosciuti di altri? Perché Händel e Vivaldi e non, ad esempio, Torri e Giacomelli?AH: C’è un discorso di qualità, ma vale solo fino a un certo punto. È innegabile che Händel fosse unico e che avesse davvero un dono divino. Ma occorre anche tenere conto di altri aspetti: alcuni compositori hanno vissuto pienamente nel loro tempo, scrivendo musica per guadagnarsi da vivere. Senza viaggiare molto,senza pensare a scrivere musica “eterna” (questo concetto è nato soltanto dopo, con la cultura del “genio”), prendendo una commissione dopo l’altra, senza essere per questo meno bravi nella propria arte. Perciò, sì: Händel era un genio, e forse lo era anche Torri, ma quest’ultimo non è riuscito a far eseguire le proprie composizioni nei teatri per secoli e secoli com’è accaduto invece con il Messiahdi Händel, e dunque non è mai divenuto altrettanto popolare. La verità è che le persone amano ascoltare ciò che già conoscono: in questo senso, una composizione in qualche modo familiare ha un vantaggio infinito su una completamente sconosciuta. Qual è il genere che preferisce cantare?AH: L’Opera è stata il mio primo amore, l’ho cantata per 25 anni. È davvero magica, sia in scena sia dietro le quinte, dove tutti si muovono perfettamente coordinati come in un balletto! Ma richiede anche moltissimo lavoro, e molto tempo lontana da casa.A volte, poi, cantare l’Opera può diventare un’esperienza frustrante, soprattutto da quando i direttori d’orchestra sono diventati così importanti da esercitare il proprio potere anche sul senso stesso della composizione. Perciò, giunta a questo punto della mia carriera, se decido di cantare l’Opera deve trattarsi di qualcosa di davvero speciale. Un’artista che canta qualsiasi cosa non è credibile. In questo settore bisogna essere capaci anche di dire dei no. È un gesto coraggioso e allo stesso tempo rigenerante. Qual è il suo rapporto con gli applausi e le chiamate alla ribalta? Che cosa passa per la testa di un artista in quei momenti?AH: Nonostante i molti anni di esperienza, sono sempre terrorizzata. Credo che la paura di non ricevere un applauso sia l’incubo peggiore di ogni artista, ma fortunatamente non mi è mai successo. L’applauso rappresenta la dimostrazione ultima che hai fatto un buon lavoro, e che il pubblico ti sta a suo modo restituendo ciò che hai dato. È una sorta di alchimia.  Come riesce a bilanciare il suo ruolo di madre con quello di artista?AH: Sono in viaggio circa 200 giorni all’anno, perciò il vero eroe, qui, è mio marito. È senza dubbio un lavoro di squadra, perché se lui non si occupasse di nostra figlia e di tutto ciò che c’è da fare a casa, semplicemente non potrei viaggiare. Io sono quella sotto le luci della ribalta, sono quella che riceve l’applauso, ma dietro le quinte c’è qualcuno che si prende cura di tutto il resto. Per quanto riguarda me personalmente, sono rimasta una persona normale nonostante la mia carriera artistica. Mi piace ancora scendere senza trucco a comprare il latte nel paesino dove sono nataAnche suo marito, Holger Schmitt-Hallenberg, è nel settore musicale. Questo aiuta il vostro ménage familiare?  AH: Holger è un musicologo, nonché la mia enciclopedia vivente! Questo significa che possiamo collaborare, ed è perfetto. In più ha lavorato nei teatri, e sa come funziona la mia professione, non serve che io gli spieghi nulla. Ma in generale credo che due artisti, ad esempio due cantanti, facciano molta più fatica a far funzionare le cose: uno dei due dovrà per forza fare un passo indietro, prima o poi.  Come si rilassa nel tempo libero?AH: Lavorando a maglia! Sento il bisogno di fare qualcosa di manuale. Il mio lavoro si conclude nel momento in cui mi esibisco. Canto, e tutto si traduce in aria. Ogni tanto mi serve qualcosa di più tangibile

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04.07.2018

Nato nel 1991 a La Neuveville, in Svizzera, lo studio di architettura atelier oï si distingue da sempre per il suo percorso creativo mai banale nell’ideazione e nella costruzione di oggetti e spazi. Il cuore di tutto è la tensione a mescolare le carte, i generi architettonici e le discipline, spaziando fra architettura, scenografia, interior e design di prodotto. Il 2018 è un anno speciale lo studio fondato da Aurel Aebi, Armand Louis e Patrick Reymond, perché vede ben due mostre monograficheraccontarlo e ripercorrerne i passi. Oïphorieè la mostra in corso fino al 30 settembre al Museum für Gestaltung di Zurigo, storico punto di riferimento per il design svizzero aperto dal 1878. Oïphorie è una selezione di progetti rappresentativa dei 27 anni di attività dello studio, realizzati per i più diversi committenti, dai più importanti brand internazionali del design e del lusso a prestigiosi enti culturali. L’obiettivo è mostrare le fasi di ideazione e realizzazione del progetto, partendo dalla manipolazione dei materiali, filo rosso di tutta l’attività dell’atelier, alla realizzazione dei prototipi, al risultato finale.  Dall’altra parte del mondo, il Museu da Casa Brasileira di San Paolo, fra i più importanti luoghi dedicati al design e all’architettura della metropoli brasiliana, ospiterà ad agosto 2018 la mostra Handmade Industryche metterà l’accento sull’approccio di atelier oï ai materiali, approfondendo, con progetti ed esempi, come la competenza sui materiali, sul loro trattamento e sulle loro reazioni, possa e debba combinarsi con gli spazi liberi del design e della cultura.  Da questo incontro, fra materiali e idee, nasce l’impalpabile spazio emotivo che avvolge le creazioni e le installazioni di atelier oï, capaci di lasciare sempre un pensiero aperto, disponibile all’interpretazione. L’intuizione che dà vita al progetto è la scintilla che si specchia nei sensi di chi il progetto è chiamato a viverlo, entrando in contatto con la sua forma e la sua superficie, usandolo con gli occhi o con le mani.  

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29.06.2018

Correva l’anno 1999 quando Massimiliano di Battista, appassionato d’arte ed esperto di relazioni pubbliche, fondò a New York con il suo socio Marco Fincato l’innovativa agenzia fotografica Management+Artists+Organization, specializzata nella moda e nata per guidare e sostenere gli artisti anche sotto il profilo creativo. Oggi, l’agenzia è una realtà internazionale con sedi a Londra, Parigi e Milano, ma Massimiliano è rimasto fedele alla “sua” New York, dove vive da quasi vent’anni non come un “expat”, ma da vero newyorchese. Come vivi New York da italiano? MDB:Personalmente ho cercato di adattarmi fin da subito, creando la mia famiglia e il mio microcosmo per rendere l’esperienza serena. New York è una città molto affascinante perché ti può sorprendere ogni giorno, perché è sempre in movimento ed è l’unica città al mondo dove tante razze convivono in modo pacifico.Ma è anche complessa e dura, e la qualità della vita è bassa, anche quando sei “arrivato” e hai buone disponibilità finanziarie. Per qualità della vita intendo la qualità dei rapporti umani: qui è difficile avere e sviluppare dei rapporti umani profondi, seri, onesti e trasparenti.  Ti sei mai chiesto perché?MDB:Certamente. E la spiegazione che mi sono dato è questa: i veri newyorchesi nati e cresciuti a New York sono pochissimi, la maggior parte delle persone vengono con un progetto preciso: raggiungere un sogno, il successo, l’indipendenza finanziaria, il potere, l’attenzione. New York è una città basata sul lavoro e sul successo, meno sui rapporti umani. Perciò, se riesci a coltivare dei rapporti autentici è importante investire su questi rapporti.  Fino a che punto New York incarna gli Stati Uniti, e in che cosa invece si distingue profondamente dal resto del paese?MDB:È una domanda molto complessa, ma per sintetizzare al massimo direi che New York è allo stesso tempo lo specchio e l'antitesi del resto dell'America. Lo specchio per via delle grandi contraddizioni che la contraddistinguono, assimilabili a quelle dell’intero questo paese. L'antitesi per il suo senso di appartenenza, per la mancanza di tensioni razziali, per un dinamismo e una voglia di fare e costruireche mancano in molte altre parti degli Stati Uniti. Quali sono le parti e le esperienze della città che ami di più? MDB:I miei luoghi ideali a New York sono quelli che in qualche modo mi fanno sentire “a casa” e mi danno qualche emozione. Come la metropolitana, sulla quale adoro viaggiare per osservare le persone, immaginare le loro vite, i loro desideri, i loro sogni. È forse il luogo più “democratico” della città, quello dove c’è la più grande integrazione fra le classi sociali. OppureBroadwaye la scena di off Broadway, che per quanto in un certo senso “scontata” e turistica ti offre la possibilità incredibile di ammirare dal vivo alcuni dei più grandi attori di Hollywood. Un altro concetto classico newyorchese a cui sono affezionato è il cosiddetto restaurant date, vale a dire la serata al ristorante: in una città dove non si invitano gli amici a casa, dove ci sono pochi bar e manca la tradizione dell’aperitivo, il ristorante è diventato il luogo della socialità per eccellenza. I miei ristoranti preferiti al momento sono EN Brasserie e O-ya per la cucina giapponese, The Pool Room e The Polo Bar per una situazione elegante e un po’ formale, e poi i ristoranti “farm to table” a Brooklyn o nel Queens, dove si possono assaggiare piatti a base di prodotti locali. E infine lo shopping, per il quale New York rimane una delle città più entusiasmanti al mondo. Mi piace scoprire negozietti anche in quartieri meno noti o luoghi inaspettati, e qui davvero ne nascono di nuovi quasi ogni giorno. In particolare, suggerisco il Lower East Side, Madison Square Park, Chinatown e Chelsea West. Credi che per un fotografo, o per un creativo in generale, lavorare a New York sia una buona idea nel 2018? MDB:Oggi non è necessario vivere a New York per un creativo di moda. Anzi, forse può essere addirittura dannoso. La maggior parte dei clienti sono aziende commerciali che parlano alla massa, e a livello editoriale pochissime testate che offrono possibilità creative ai fotografi.La situazione è più adatta ai creativi della nuova generazione digitale, multidisciplinari, digitali e in generale in grado di unire tecnologia e creatività. Negli Stati Uniti oggi si parla solo di contenuto mobile. La stampa è diventata un semplice accessorio. Per un fotografo o uno stylist, forse ha più senso vivere a Londra o a Hong Kong. 

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27.06.2018

Inutile negarlo: abbiamo un problema di eccesso di plastica. Negli ultimi 50 anni, la produzione e il consumo di uno dei più comuni materiali prodotti dall’uomo sono cresciuti costantemente. In questo contesto, la scoperta del verme “mangia-plastica” da parte della ricercatrice italiana Federica Bertocchiniappare assolutamente importante, e potrebbe addirittura fornirci un’arma in più nella guerra contro un problema causato dalla nostra stessa inefficienza e scarsa lungimiranza.  Già Research Career Development Fellow presso l’Istituto di Biomedicina e Biotecnologie della Cantabria a Santander, in Spagna, Federicaè una biologa molecolare laureata all’Università di Pisa e con un PhD dell’Istituto San Raffaele, e ha alle spalle 20 anni di ricerca fra Londra e New York con una specializzazione nello sviluppo embrionario dei vertebrati. Ma è stata una scoperta casuale a indirizzarla verso lo studio della biodegradazione delle plastiche. Federica ha infatti un hobby un po’ particolare, quello dell’apicultura, ed è stato proprio dopo aver ripulito alcune arnie infestate dai bruchi della cera e aver chiuso i bruchi in un sacchetto che si è accorta di come questi avessero bucato il sacchetto, mangiandone alcuni frammenti per liberarsi. La ricerca che è seguita a quella scoperta, supportata anche da un gruppo di scienziati dell’Università di Cambridge, ha svelato che i “vermi della cera”, vale a dire le larve dei lepidotteri che vivono nei favi degli alveari, mangiano la plastica: secondo i test di laboratorio, 100 vermi sarebbero in grado di mangiare92 milligrammi di polietilene in 12 ore, utilizzando gli stessi enzimi con i quali digeriscono la cera d’api.  Tuttavia, per essere certi che la biodegradazione a opera dei vermi della cera possa essere un’arma concreta contro il problema della plastica, occorre proseguire nella ricerca, e Federica è pronta a continuare. 

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20.06.2018

160 fotografie di moda realizzate da oltre 80 fotografi e rappresentative di un intero secolo di evoluzione del costume e della società: questi sono i numeri di Icons of Style: A Century of Fashion Photography 1911-2011, la mostra che si svolgerà al J.Paul Getty Museum di Los Angeles dal 26 Giugno al 21 Ottobre 2018.  La fotografia di moda è lo specchio della società a cui si rivolge proprio perché è, prima di tutto, fotografia commerciale e quindi necessariamente efficace nell’attirare l’attenzione e allineata con le curiosità del momento. Sia essa in forma di copertina, illustrazione, video, pubblicità o reportage, quando la fotografia di moda si salda con la creatività (e con il desiderio) il risultato è un ritratto fedele delle aspirazioni di un’epoca. Aspirazioni, non realtà, ma non per questo meno significative per ricostruire un periodo storico e meritare una retrospettiva d’autore in uno spazio prestigioso.  Durante la depressione degli anni ’20 l’enfasi dei primi magazine sul glamour rispondeva a un bisogno reale di evasione, mentre negli anni della seconda guerra mondiale, in particolare negli Stati Uniti, si abbandonano per una visione pragmatica, sempre fiduciosa e entusiasta della vita quotidiana.  La fotografia di moda come sintomo dello spirito del tempo: la rinascita degli anni ’50 è negli obiettivi di Irving Penn e Richard Avedon, che qui iniziano a celebrare il glamour e la magnificenza che arriva da Parigi con le creazioni di Cristòbal Balenciaga e Christian Dior, fra gli altri. La rivoluzione del costume negli anni ’60 è nella camera 35mm scelta da William Kleinper avvicinarsi alla nuova cultura della strada o nell’estetica psichedelica e surreale di Neil Barr. Gli anni ’70 introducono la diversity, coinvolgendo persone con provenienze, età e attitudini diverse, in linea con lo spirito del tempo, fra sperimentazioni e avanguardie.  La mostra vince la scommessa di portare in un museo immagini nate per obiettivi commerciali ma, per fortuna di tutti, filtrate dal genio e dal talento di maestri del loro tempo e dalla presenza di visi realmente iconici, il cui significato è ormai completamente staccato dalla persona, per quanto celebre, e assurto a segno astratto di un’idea di bellezza.Arrivano gli anni ’80 e la ribalta italiana: da Versace a Giorgio Armani, Milano diventa il fulcro di una moda elegante e sensuale, nascono le supermodel e la fotografia di moda diventa oggetto di consumo quotidiano, patrimonio popolare e serbatoio di sogni sufficiente per un decennio. L’ebbrezza finirà alle soglie degli anni ’90 quando, da una frenata dell’economia, arrivano le malinconie del grunge e il minimalismo. La chiosa della mostra assegna ai fashion blog, a partire da The Sartorialistdi Scott Schuman, e a Instagram il definitivo spostamento dell’obiettivo della fotografia di moda sulla strada, cioè sulla moltitudine delle interpretazioni individuali. Come si formeranno i fotografi che ricorderemo fra un secolo? La nuova sfida è qui. 

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18.06.2018

È un giornalista, un autore di thriller, un saggista. È preside della facoltà di Comunicazione, Relazioni Pubbliche e Pubblicità dello IULM di Milano, ed è stato il fondatore del leggendario mensile Duel, la prima rivista cinematografica italiana ad aver allargato la prospettiva dal cinema al più ampio panorama mediatico contemporaneo. Stiamo parlando di Gianni Canova, uno dei più autorevoli critici cinematografici italiani – sebbene non ami definirsi tale e preferisca piuttosto pensare a se stesso come a qualcuno in grado di “contagiare” i suoi allievi e lettori alla passione per il cinema. Con lui abbiamo parlato di film fondamentali, cinema italiano contemporaneo e Netflix. Perché il cinema italiano sembra non riuscire a riconquistare la fama dei suoi anni d'oro? GC:Abbiamo talenti e tecnici a go-go. Abbiamo registi straordinari. Ma è il sistema che non funziona. I festival sono conservatori, promuovono snobisticamente solo film per cinefili duri e puri. L'apparato produttivo è viziato da anni e anni di eccessivo aiuto di stato. Personalmente, sogno più cultura del rischio, sogno processi innovativi nella comunicazione del prodotto film, sogno una rivoluzione culturale che restituisca al cinema la dignità che aveva da noi negli anni Sessanta e che ora non ha più. Perché in Francia andare al cinema è "figo" e da noi no? Credo che il nocciolo della questione sia tutto qui.   Quali sono i registi italiani contemporanei che consiglierebbe a un giovane studente di cinema straniero?GC:Paolo Sorrentino è uno dei più grandi creatori di forme di tutto il cinema mondiale. Non c'è una sola immagine nei suoi film che sia ovvia, scontata, prevedibile, banale. Ogni suo film è una rieducazione dello sguardo alla bellezza. Vedi La grande Bellezza, o Youth, e ti senti come davanti a una donna che ti piace: intuisci tutti i suoi difetti, eppure ti fa impazzire. Va visto tutto. Lo stesso vale per Matteo Garrone: un talento visionario, capace di andare oltre, di inventare mondi, di scovare demoni e fantasmi.  Se invece dovesse scegliere tre film nella storia del cinema di tutti i tempi per spiegare a un extraterrestre (ma anche a uno spettatore digiuno e sprovveduto) che cos'è il Cinema, quali sceglierebbe e perché?GC:La finestra sul cortiledi Hitchcock perché rivela una volta per tutte il voyeur che si nasconde dentro ogni spettatore.8 e 1/2di Fellini perché è una fantasmagoria danzante sull'insensatezza del fare un film. E 2001 Odissea nello spaziodi Kubrick perché ci ricorda come il cinema sia la più straordinaria palestra mentale che il nostro tempo mette a disposizione di ognuno di noi.   Qual è la sua opinione sul fenomeno delle piattaforme di streaming online?GC:Le piattaforme di streaming sonoil trionfo dei film e la morte del cinema. Non si sono mai visti tanti film come adesso, ma sul tablet, sul monitor della TV o sul display dello smartphone. I film non sono più cinema, sono un'altra cosa. Come diceva il saggio McLuhan,“il medium è il messaggio”. La serialità televisiva è una strepitosa invenzione per spostare investimenti, capitali e consumi dal medium cinema ad altri media. Tutto qui. Pura guerra di posizionamento sul mercato dell'entertainment, con tutto quel che ne consegue. Netflix non è produttore di cinema. Casomai, è produttore di film per nutrire se stesso. Produce per autoalimentarsi; nulla di male, ma di fronte al grande schermo io mi sentivo dominato da qualcosa di più grande di me, e di questo qualcosa potevo farne un mito. Non nasceranno più miti da immagini tanto più piccole di noi, poco più che francobolli digitali che noi dominiamo con sicurezza, ma che non sapranno mai darci le emozioni rapinose che ci dava il cinema, quando era IL cinema.    Ha sempre voluto essere uno studioso del cinema o ha anche coltivato, in qualche momento della sua vita, il desiderio di dirigere un film? GC:Mi piace troppo vedere film per sobbarcarmi la fatica di provare a farne uno. Stare su un set è una delle esperienze più noiose e ripetitive che ti possano capitare. Vedere film, invece, è sempre un'esperienza eccitante. Per quanti film io abbia visto, ogni volta che in sala si spengono le luci provo l'emozione che ho provato la prima volta che ho visto un film in una sala buia.   

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08.06.2018

Gaetano Pesce ha messo le cose in chiaro fin dagli inizi della sua carriera: durante gli studi di architettura all’università di Venezia scrisse il manifesto “in difesa del diritto all’incoerenza”, perché ai creativi doveva essere permesso e richiesto di spaziare, sperimentare, contaminare sempre. Era la fine degli anni ’50 e a Padova nasceva il gruppo Enne, consesso di studenti affascinati dalle macchine e dalle possibilità della tecnologia applicate all’arte, vicini all’arte cinetica che stava prendendo piede a Milano. Per questo legame speciale, Padova celebra oggi il progettista, visionario, artista e architetto Gaetano Pesce, nato a La Spezia nel 1939, con la retrospettiva Il tempo multidisciplinare dentro e fuori il Palazzo della Ragione, che festeggia a sua volta gli 800 anni dall’edificazione.  La mostra, aperta fino al 23 settembre 2018, presenta 200 opere che toccano tutte le forme espressive sperimentate da Pesce nella sua vita, oggetti di design e progetti urbanistici in prima linea, evitando ogni percorso definito perché anche i visitatori si lascino trasportare dal perenne brainstorming che è l’arte di Pesce.  L’incoerenza ha un filo conduttore costante nella curiositàche anima un percorso mai lineare di ricerca dell’essenza della contemporaneità e dei luoghi. Esposte al MoMa di New York, al Victoria & Albert Museum di Londra, al Museo Vitra di Berlino e al Centre Pompidou di Parigi, le idee di Gaetano Pesce a Palazzo della Ragione prendono la forma della poltrona fuori scala Un Gigante di Vestiti, alta quattro metri, rivestita di abiti femminili rappresentati di epoche e stili diversi.  In quest’opera esemplare la potenza scenografica si unisce al messaggio civile, come accade spesso nel suo lavoro: intorno alla sedia, sei colonne reggono altrettante teste di belve feroci, a rappresentare l’aggressività che si scatena nell’uomo di fronte alla paura del femminile. La Maestà Tradita, scultura dedicata alla donna martire, e Italia in Crocedel 1978 si trovano all’esterno del Palazzo della Ragione, spunti liberi di ricerca e riflessione per tutta la città.  Fra le opere inedite proposte c’è infine Padova Onora Galileo, un progetto urbanistico dedicato alla città patavina e a uno dei suoi più illustri ospiti, un omaggio ai pensatori senza confini, capaci di spaziare fra arte, fisica, astronomia e lettere ai quali Pesce da sempre si ispira. 
 
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