# Arts & Culture

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27.03.2017

La Milano-Laghi è la più antica autostrada del mondo, ma a renderla speciale è soprattutto il percorso su cui si sviluppa: superato l'aereoporto di Milano Malpensa, la frenesia urbana cede definitivamente il passo e un'atmosfera accogliente e vagamente surreale - ci troviamo nel cuore di una delle aree più industrializzate d'Europa, eppure siamo circondati da boschi. È la Milano prealpina, dove i centri urbani costellano senza soluzione di continuità la pianura padana che diventa collina. I laghi lombardi sono frutto dell'erosione dei ghiacciai avvenuta milioni di anni fa e sembrano scivolare dalle alpi alle colline moreniche che ne interrompono la corsa a sud. Fra questi, il più noto è forse il Lario o Lago di Como, con i due inconfondibili rami alle cui estremità si trovano, appunto, Como e Lecco. Como è una cittadina dalle tante anime che offre allo sguardo le sue piazze e le sue architetture con una sorta di timidezza, come a non voler sfidare l'insuperabile bellezza del lago e il suo profilo di montagne, fra le quali il Sacro Monte, patrimonio dell'Unesco dal 2003. Cuore della città è la Cattedrale di Santa Maria Assunta, che molti indicano come l'ultima cattedrale gotica costruita in Italia, accanto alla quale sorgono i coevi Palazzo del Broletto e la Torre Civica. Porta Torre è l'emblema della Como Medievale, nonché l'ultima porta rimasta intatta delle mura che cingevano all'epoca tutta la città, mentre il neoclassico Tempio Voltiano del 1928 e la Torre Gattoni, trasformata nel 1783 in laboratorio di fisica, sono legati alla figura di Alessandro Volta, il grande scienziato inventore della pila e del primo generatore elettrico, che nacque qui nel 1745. Ma Como è anche una città futurista e razionalista, segnata dall'attività dell'architetto Giuseppe Terragni nella prima metà del '900 Sembra insomma che ogni secolo abbia aggiunto lustro alla città, che prosegue idealmente con i paesi sulle rive del lago con le meraviglie delle loro maestose ville circondate da enormi giardini all'italiana e orti botanici perlopiù visitabili: Villa D'Este a Cernobbio, hotel di lusso dal 1873; Villa Serbelloni e Villa Melzi d'Eril a Bellagio, Villa Lucini Passalacqua a Moltrasio, Villa Carlotta con le sue statue e fontane e la casa museo Villa Monastero a Varenna, antico convento e dimora patrizia. Ubicate sul promontorio alla giunzione dei due rami del lago, queste ville raccontano lo splendore della nobiltà lombarda dal Seicento al XX secolo e oggi regalano un'atmosfera di aristocratico relax nella natura che ha sedotto le celebrità di tutto il mondo. Da non perdereUn giro in battello fino a Cernobbio Percorrere il Lario con il battello da una sponda all’altra è il modo migliore per prendere confidenza con questi meravigliosi luoghi. Grazie all’efficiente servizio di navigazione che collega tutte le località lariane, è possibile muoversi comodamente a bordo di battelli, traghetti e piroscafi. Per un breve ma intenso viaggio, consigliamo la partenza dal porto della città di Como con arrivo a Cernobbio, dove si potrà trascorrere l’intera giornata tra straordinari profumi e colori tipiciL’isola di Comacina Unica isola del Lago di Como, Comacina fu protagonista della storia comasca in età romana e medievale come importante centro diocesano, prima di essere rasa al suolo nel 1169, quando decadde rapidamente finendo in uno stato di abbandono. Soltanto dal 1900, grazie alla costruzione di un piccolo villaggio per artisti, l’isola ricominciò a vivere, e oggi grazie alla bellezza di quelle costruzioni e agli splendidi panorami vale decisamente una visita, anche perché si tratta di una delle aree di testimonianza archeologica più interessanti dell’Italia settentrionale per quanto riguarda l’alto Medioevo. BellagioProprio sulla punta del promontorio che separa i due rami del Lago di Como, quello comasco e quello lecchese, si trova la piccola cittadina di Bellagio, detta la “Perla del Lago di Como” ma anche “la Città dei Giardini” grazie alla presenza di numerosi boschi di querce, abeti, faggi e castagni.Il centro del paese è una piccola e incantata successione di vicoli che si arrampicano sul promontorio fra abitazioni colorate, lunghe scalinate e antiche chiese, fino ad arrivare alla punta Spartivento, l’estremità dove i due rami del lago si fondono in uno solo. Sontuose ville furono costruite qui da nobili e ricchi borghesi fra il Settecento e l’Ottocento, con lo scopo di ospitare personaggi illustri di fama internazionale, fra i quali Napoleone Bonaparte, Franz Liszt e Alessandro Manzoni, che scrisse diversi capitoli de I Promessi Sposi, ambientato proprio sul lago, durante il suo soggiorno presso Villa Serbelloni. Domaso e Gera LarioDomaso è un antico paese di pescatori situato in un’incantevole posizione nell’Alto Lario occidentale, alla foce del fiume Livo, e caratterizzato da importanti strutture architettoniche come la chiesa di San Bartolomeo con la famosa tela di Giulio Cesare Procaccini “Madonna con il bambino e San Pietro”. Proseguendo lungo le rive del lago verso nord est, Gera Lario, meta prediletta per gli amanti degli sport d’acqua e del trekking, conta fra le sue bellezze la chiesa romanica di San Vincenzo, famosa per i suoi resti romani e paleocristiani. La Funicolare Como – Brunate Costruita nel 1894 allo scopo di connettere le due città in modo veloce, questa funicolare che dal lungolago nel centro di Como porta fino alla località montana di Brunate, a 720 metri d’altezza, nel corso degli anni è stata più volte restaurata, fino a raggiungere il suo aspetto attuale nel 1951. Il viaggio dura appena 7 minuti, e da lassù la vista spazia dal lago alla pianura fino alle Alpi occidentali.  Crediti fotografici:Villa Bernasconi a Cernobbio: foto di Dario Crespi su licenza CC BY-SA 4.0La funicolare Como-Brunate: foto di Nicolago su licenza CC BY-SA 3.0

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23.03.2017

Intorno agli anni Venti, la New York Public Library cominciò a documentare i cambiamenti della città di New York raccogliendo immagini storiche e contemporanee con una particolare attenzione ai nuovi edifici e cantieri. La collezione continuò ad arricchirsi sistematicamente nel tempo attraverso immagini commissionate, acquisti vari e donazioni fino agli anni Settanta, trasformandosi in una risorsa davvero interessante composta da oltre 80,000 fotografie originali di New York datate dal 1870 circa fino al 1970. Oggi, grazie alla digitalizzazione di quelle immagini, la collezione Photographic Views of New York City, 1870s-1970s può essere consultata direttamente da tutti sul sito della NYPL, ma poiché la quantità di documenti è davvero enorme la navigazione può risultare difficile, specie se non si ha una chiave di ricerca precisa. Ed è proprio qui che ci viene in aiuto Old NYC, un side-project realizzato dall’ex ingegnere di Google Dan Vanderkam con l’obiettivo di offrire un sistema alternativo di navigazione dell’archivio. Vanerkam e i suoi collaboratori, con l’aiuto della NYPL, hanno sostanzialmente associato latitudine e longitudine alle immagini della collezione, georeferenziandole in modo che fosse possibile farle corrispondere a dei punti sulla mappa città. Il risultato è che l’utente può cliccare su un luogo in particolare e visualizzare immediatamente l’immagine di come appariva in un passato più o meno lontano. Davvero fantastico!  

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16.03.2017

Il susseguirsi dei gesti ripetitivi di Copi, l’impiegato bancario protagonista di Alike, riprende quello che è un po’ uno standard della rappresentazione cinematografica, a partire dalla catena di montaggio di Charlie Chaplin in Tempi moderni. L’aspetto alienante del lavoro, in effetti, sembra essersi tutt’altro che estinto con il passaggio dall’economia industriale a quella dei servizi, e anzi nel mondo digitale l’isolamento e la solitudine dell’impiegato appaiono ancor più evidenti, insieme alla quantità crescente di tempo che, in un mondo in cui siamo perennemente connessi, la sfera lavorativa fagocita sottraendola a quella personale e affettiva. Ed è proprio su questa semplice costatazione, tanto naïf quanto illuminante, che gli otto minuti di Alike si concentrano, mostrandoci l’assurdità latente del nostro stile di vita attraverso gli occhi di un bambino, Paste, sul quale il padre Copi - come il nome stesso evoca - sta gradualmente e inesorabilmente “incollando” la propria rassegnazione alle regole di un’esistenza letteralmente grigia e priva di distrazioni. Ma una speranza, naturalmente, c’è, e qui ci appare sotto forma di un’epifania musicale che si risolve in un abbraccio capace di ridare colore all’esistenza. Alike è in film diretto da Daniel Martínez Lara e Rafa Cano Méndez e prodotto da Daniel Martínez Lara e La Fiesta P.C. con il supporto di Pepe-School-Land.  

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13.03.2017

“La Cina è vicina”, recitava il titolo di un celebre film del 1967. Oggi, questo adagio, che in quel contesto voleva essere una semplice boutade, è più vero che mai. I rapporti fra Italia e Cina sono sempre più stretti e forti, sia per motivi commerciali sia grazie alla presenza nel nostro paese di una comunità cinese che supera i 330.000 residenti. Eppure, la convivenza di questi due mondi non è necessariamente sinonimo di uno scambio culturale e di conoscenza reciproca fra le due culture. Ecco perché iniziative come quella che sta per aprirsi a Vicenza nella splendida cornice della Basilica Palladiana sono non soltanto benvenute, ma necessarie. Stiamo parlando di Flow, l’evento a cura di Maria Yvonne Pugliese e Peng Feng organizzato dal Comune di Vicenza in collaborazione con l’Associazione Culturale YARCWork in progress giunto quest’anno alla sua seconda edizione, ancora una volta questa mostra dalle caratteristiche uniche mette in scena un dialogo ideale fra l’arte contemporanea cinese e quella italiana grazie al lavoro e alle opere di 24 artisti italiani e cinesi che, oltre a parlare due lingue diverse, utilizzano i più disparati supporti materiali e immateriali e linguaggi artistici, dalla performance dal vivo alla ceramica, dal plexiglas al neon, dalla lana alla carta, dalla tela alle tecnologie digitali. Il risultato è un’esperienza inevitabilmente ricca e insolita, dove i punti di vista sulle due culture e sul loro incontro si moltiplicano senza vincoli e senza limiti, lasciando l’osservatore libero di costruire la propria personale interpretazione delle singole opere e degli accostamenti avvicinandosi così a un’altra cultura ma anche a se stesso e ai propri mondi interiori. A “guidare” in un certo senso il visitatore saranno soltanto i video autoprodotti dagli stessi artisti, nei quali si racconta il percorso di idee e di azioni hanno portato alla realizzazione delle opere, e le parole di due filosofi, Marcello Ghilardi e Riccardo Caldura, chiamati ad approfondire il senso della parola cardine della mostra: quel “dialogo” che essa intende instaurare fra Italia e Cina. 

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07.03.2017

Romantica, caotica, folle, violenta, pittoresca o surreale. Qualunque sia la Parigi alla quale siamo più affezionati, non c’è dubbio che a comporne l’immagine nella nostra mente non sia stata soltanto l’esperienza diretta, ma anche quella cinematografica, che nel tempo ha depositato strati d’immagini, storie e visioni nel nostro immaginario, rimescolando il tutto per restituirci un’idea della città, della sua essenza e dello stile parigino che – quella sì – è in un certo senso soltanto nostra. Un’idea nella quale gli elementi si sono ormai talmente ingarbugliati che a volte è impossibile distinguere la Parigi reale da quella ideale. Difficile dire se Parigi sia il luogo più cinematografico del mondo o semplicemente la città che più di tutte il cinema ha contribuito a immortalare - fatto sta che nella nostra idea di Parigi queste storie e queste immagini giocano un ruolo di primo piano Sotto i tetti di Parigi (René Clair, 1930)Quella raccontata dal primo film sonoro francese, girato in realtà su un grande set a Épinay, alle porte della città, è una Parigi popolare abitata da artisti di strada, ladruncoli e personaggi dalle condizioni modeste. Sul paesaggio spiccano i tetti del titolo, ripresi dall’alto nella sequenza iniziale fra il fumo dei camini e il suono di una fisarmonica. I 400 colpi (François Truffaut, 1959)Per il dodicenne Antoine Doinel, abbandonato a se stesso dalla scuola e dalla famiglia, la Parigi di fine anni Cinquanta è il luogo della formazione, della libertà e dell’avventura, che sa farsi tanto affascinante quanto pericolosa. Indimenticabili le sequenze che raccontano il suo girovagare. Bande à part (Jean-Luc Godard, 1964)Una sola parola: Louvre. L’immagine dei tre ragazzi che corrono tenendosi per mano attraverso le sale del Musée du Louvre per superare un fantomatico record di velocità è forse una delle più citate e familiari del cinema francese, quasi un cliché (ripresa anche in anni recenti da Bertolucci nel film The Dreamers). Ma non nell’originale, film emblema di quella Nouvelle Vague che tanto ha dato a Parigi in termini d’immagine. Ultimo tango a Parigi (Bernardo Bertolucci, 1972)A dispetto del titolo, il mondo di Ultimo Tango a Parigi è tutto racchiuso in un interno, nell’appartamento di rue Jules Verne (quartiere di Passy) dove due sconosciuti s’incontrano e, attraverso il sesso e la passione, cercano di costruirsi un’identità alternativa. Fuori, per le strade della città, nel locale si balla il famoso tango, c’è la realtà, e con essa tutto ciò a cui desiderano sfuggire – fallimenti, mancanze, miseria, convenzioni. Tre colori - Film blu (Krzysztof Kieślowski, 1993)Una grande città dove trovare la solitudine e l’anonimato necessari per affrontare il lutto: questa è Parigi per la vedova Julie, che dopo essere sopravvissuta all’incidente che ha ucciso il marito e la figlia abbandona la sua villa di campagna per affittare un appartamento. Per quanto presenti e simbolicamente significativi, i mercati, le strade, i caffè, i locali equivoci, la piscina Pontoise, restano come sfocati sullo sfondo, un po’ cianotici sotto le luci azzurrine. L’odio (Mathieu Kassovitz, 1994)Con La Haine, la Parigi delle banlieue - della quale una ventina d’anni più tardi si sentirà parlare parecchio - fa per la prima volta la sua comparsa sul grande schermo, avvolta da un crudo bianco e nero che evoca i reali fatti di cronaca ai quali i film è ispirato. Sfondo delle turbolente vicende è la banlieue di Chanteloup-les-Vignes, un agglomerato urbano di palazzoni brutalisti eretto negli anni Sessanta nelle campagne fuori Parigi. Il favoloso mondo di Amélie (Jean-Pierre Jeunet, 2001)Quella di Jeunet e della sua adorabile e stramba Amélie è una Parigi insolita, romantica, sorniona e un po’ surreale, tinta di colori desaturati e pastellosi, e abitata da personaggi altrettanto bizzarri. Un “favoloso mondo”, per l’appunto, di cui protagonista assoluta è tutta la zona intorno alla Butte, la collina di Montmartre, già di per sé pittoresca, dove si trovano anche il Café des deux Moulins, dove Amélie lavora, e la bottega Au marché della Butte, dove fa la spesa. Prima del tramonto (Richard Linklater, 2004)Restiamo sul romanticismo puro con il secondo episodio della famosa trilogia di Linklater, che qui ci fa ritrovare Jessie e Celine di Prima dell’alba a nove anni di distanza, non più a Vienna ma in una Parigi un po’ patinata dove la fanno da padroni Shakespeare & Co., il lungosenna e i bistró. La città si fa un po’ più “vera” quando i due protagonisti lasciano la strada per addentrarsi nel bel cortile dove vive Celine in Court de l’Étoile d’Or, a due passi da Place de la Bastille. Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)  “Che Parigi esista e qualcuno scelga di vivere in un altro posto nel mondo sarà sempre un mistero per me”. Non servivano certo queste parole, attribuite al personaggio di Adriana, per comprendere quanto Woody Allen ami Parigi, o meglio ciò che per lui la città rappresenta. E la Parigi ideale di Woody Allen è quella degli anni Venti, quella di Picasso, Buñuel, Dalì, quella Gertrude Stein e Cole Porter, di Francis Scott e Zelda Fitzgerald. Tutti personaggi che come macchiette popolano una città da cartolina simile a quella già comparsa in Tutti dicono I love you, ma in versione retrò. La schiuma dei giorni (Michel Gondry, 2013)Fra i tanti volti cinematografici di Parigi non poteva mancare quello di Gondry, certamente il più straniante, tanto più in questo film tratto da uno dei romanzi più strani della storia, La schiuma dei giorni di Boris Vian. Gondry traspone lo stile insolito del romanzo in visioni altrettanto surreali, e così ecco Parigi piegarsi agli stati d’animo dei protagonisti nella forma e nel colore, e riempirsi di quelle strane creature meccaniche che rappresentano un po’ il marchio di fabbrica del regista. 

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06.03.2017

Era il 1917 quando il pittore Theo van Doesburg fondò a Leida, nell’Olanda meridionale, una rivista chiamata De Stijl (Lo Stile) per promuovere l’omonimo movimento artistico d’avanguardia olandese, del quale facevano parte artisti famosi come Gerrit Rietveld, Bart van der Leck e soprattutto Piet Mondriaan, il cui uso dei colori primari unito alle linee verticali, che fu d’ispirazione a molti altri architetti, designer, pubblicitari e stilisti. Alla base di DeStijl c’era l’idea di fondare un’arte nuova, unita alla convinzione che attraverso il design e l’architettura si potesse in qualche modo cambiare il mondo e renderlo migliore. Una convinzione, quest’ultima, che resta ancora oggi, a un secolo di distanza, profondamente radicata nella cultura olandese; ed è proprio per celebrare questa continuità che, in occasione del centenario della fondazione della rivista, per tutto il 2017 il tema “Da Mondriaan al design olandese” sarà protagonista di svariati eventi in diverse città del paese. L’occasione è dunque perfetta per imparare a conoscere l’Olanda oltre Amsterdam, seguendo il filo dell’arte e del design. Ecco qualche spunto da cui cominciare. All’Aia sulle tracce di MondriaanIl bellissimo edificio in stile Art Déco del Gemeentemuseum Den Haag all’Aia che conserva diverse opere di Monet, Picasso, Schiele, Kandinsky, Louise Bourgeois, Francis Bacon e molti altri, dal 30 giugno al 24 settembre ospiterà ben 300 opere di Piet Mondriaan nonché la più grande collezione al mondo di opere d'arte di De Stijl. In più, fino al 21 maggio, la mostra già in corso Piet Mondrian e Bart van der Leck - L'invenzione di una nuova arte esplora in 80 opere il rapporto tra i due artisti olandesi, mentre dal 10 giugno al 17 settembre con L'architettura e gli interni di De Stijl s’indaga su come il movimento riuscì ad anticipare i tempi gettando le basi del design contemporaneo - le stesse che influenzano ancora oggi le nostre vite.  A Leida, città della fondazioneA mezz’ora dall’Aia, questa deliziosa città universitaria a due passi dal mare e circondata da campi di fiori è l’ideale per un’esplorazione primaverile. Ma si tratta anche della città dove Theo van Doesburg e Modriaan fondarono De Stijl un secolo fa, e dunque quest’anno sarà protagonista con diversi eventi, a cominciare dalla mostra a cielo aperto Openlucht Museum De Lakenhal (dal 2 giugno al 27 settembre), che vedrà la bellissima Pieterskerkplein (la piazza antistante la Chiesa di San Pietro) ospitare un prototipo esclusivo della Maison d'Artiste, un'elaborata casa di artisti cubista progettata da Van Doesburg e dall'architetto Cor van Eesteren nel 1923. Dall'11 maggio al 2 settembre, la Galleria LUMC presenterà le opere di 10 artisti contemporanei ispirate all'astrazione geometrica di De Stijl, mentre dal 18 maggio al 6 agosto, davanti all’imponente chiesa gotica di San Pancrazio nel centro storico, si potranno ammirare diverse sculture contemporanee ispirate a De StijlNel distretto olandese del designLa regione del Brabante Settentrionale, luogo natale di Vincent van Gogh e Hieronymus Bosch, comprende e città le città di Eindhoven, Den Bosch, Breda, Tillburg e Helmond ed è considerato il distretto del design olandese. Dalla Settimana del Design Olandese di Eindhoven ai numerosi musei ed edifici da scoprire, inutile dire che queste zone sono la meta ideale per chi desidera approfondire il tema del design nonché la conoscenza di pionieri come Gerrit Rietveld, autore della famosa sedia rossa e blu, esponenti del design contemporaneo ed emergenti. Fra gli eventi di quest’anno segnaliamo la possibilità di visitare l’edificio dell’ex fabbrica tessile De Ploeg, a Bergeijk, progettata da Rietveld secondo i principi del movimento De Stijl e circondata dal parco opera  dell'acclamato architetto paesaggista Mien Ruys. 

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01.03.2017

Correva l’anno 1944 quando il fascinoso Humphrey Bogart, allora quarantacinquenne, conobbe la diciannovenne e bellissima Lauren Bacall sul set di Acque del sud. Fu amore a prima vista, seguito dal matrimonio l’anno successivo e dalla nascita di due figli. In queste immagini della Settimana Incom del 10 maggio 1951 tratte dal prezioso archivio dell’Istituto Luce, vediamo la leggendaria coppia hollywoodiana in vacanza a Venezia, alle prese con il classico giro in gondola, con tanto di Ponte di Rialto sullo sfondo. Una vera e propria cartolina d’epoca accompagnata dall’inconfondibile retorica e dalla voce impostata ereditate dai classici cinegiornali degli anni Quaranta, dei quali la Settimana Incom fu un po’ l’erede. La favola d’amore fra i due divi, dopo aver riempito i rotocalchi di mezzo mondo, sarebbe durata ancora fino alla prematura morte di lui, appena sei anni dopo. 

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14.02.2017

Un “palazzo della cultura”. Così il Presidente del Consiglio Mattarella ha definito la nuova Fondazione Feltrinelli di via Pasubio a Milano, l’edificio di vetro e cemento che da qualche tempo svetta a ridosso dei vecchi caselli di Porta Volta, in un’area nel cuore della città distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e rimasta inutilizzata per settant’anni. Opera del celebre studio di architettura svizzero Herzog & De Meuron, inaugurata nello scorso dicembre a due anni dalla posa della prima pietra, l’iconica struttura non è infatti l’ennesimo edificio di rappresentanza affidato all’estro dell’archistar di turno, bensì il frutto di un progetto culturale a tutto tondo che, pur essendo stato realizzato con capitali interamente privati, si propone come servizio pubblico per il quartiere e per la città. La sostanza è data innanzitutto dall’eredità della Fondazione che porta il nome di Giangiacomo Feltrinelli, fondatore dell’omonimo Istituto e dalla casa editrice, e che dal 1974 porta avanti la sua opera di promozione della letteratura e della cultura. Un’eredità che conta 270.000 volumi e 16.000 periodici e che fa della Fondazione uno dei maggiori centri europei di documentazione e ricerca nel campo delle scienze storiche, politiche, economiche e sociali. Questo patrimonio è consultabile da studiosi e privati grazie al lavoro del personale della Biblioteca, ma rappresenta anche la base dei tanti eventi e incontri culturali organizzati dalla fondazione nei suoi spazi, a cominciare dalla Sala Polifunzionale. La bellissima Sala Lettura al quinto piano, sotto il tetto spiovente del palazzo e inondata dalla luce che entra dalle grandi vetrate affacciate sulla città, è forse il luogo più suggestivo della nuova sede, e anche quello più amato da chi la frequenta, tanto che è davvero dura trovare un posto libero. Vi si può accedere gratuitamente fino a esaurimento posti, godendone la tranquillità e la vista, e naturalmente approfittando del ricchissimo archivio della Fondazione. Al piano terra c’è la libreria – non una Libreria Feltrinelli qualunque, ma un concept store più piccolo i cui settori ricalcano gli ambiti disciplinari di ricerca della Fondazione, dalle scienze umane e sociali fino alla letteratura e alle arti visive. E proprio all’interno della libreria c’è un altro spazio che vive con il quartiere, il Bar Babitonga, un’isola fra i libri aperta fino a tarda sera, ai cui tavoli si può mangiare qualcosa in ogni momento della giornata, dal caffè con brioche mattutino fino al cocktail post-cena, o magari, se si è di passaggio, improvvisare una salvifica postazione di lavoro usufruendo del wi-fi gratuito. Ospite del palazzo è anche Microsoft, la cui nuova sede comprende un’area dedicata al mondo dei consumatori dove scoprire e sperimentare le ultime tecnologie del gruppo e un laboratorio didattico dedicato a sviluppatori, startup e professionisti IT. 

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17.01.2017

Non è un mistero che Monaco di Baviera custodisca un patrimonio artistico e culturale di enorme valore, eppure i suoi musei sono meno conosciuti del Louvre di Parigi e della National Gallery di Londra. Ma la verità è che meritano senza dubbio una visita approfondita - in particolare le tre Pinakotheken che, letteralmente a due passi l’una dall’altra nel centralissimo quartiere dei musei, offrono al visitatore la possibilità d’immergersi nella storia dell’arte dal 1300 a oggi. Inaugurata nel 1836, la Alte Pinakothek raccoglie 700 capolavori eseguiti fra il ’300 e il ’700, commissionati e raccolti nel corso dei secoli dai reali bavaresi. Fra i nomi compresi nella collezione figurano quelli di Rubens, Dürer, Bruegel, Rembrandt, Leonardo, Tiziano, Raffaello, Tiepolo, Giotto, Van Dyck e Velásquez. Parzialmente danneggiato nel corso della Seconda Guerra Mondiale (le opere erano state preventivamente messe in salvo allo scoppio della guerra, nel 1939), l’edificio fu ristrutturato e riaperto al pubblico nel 1957. Il nostro viaggio prosegue con i capolavori dell’Ottocento conservati presso la Neue Pinakothek, la cui sede attuale, proprio di fronte alla Alte Pinakothek, è in stile contemporaneo e venne inaugurata nel 1981 su progetto di Alexander von Branca. Il museo originale, fatto costruire da Ludwig I di Baviera, era infatti stato particolarmente danneggiato dai bombardamenti. La collezione raccoglie dipinti e sculture realizzate a partire da fine ’700 fino ai primi del Novecento, arrivando a comprendere le correnti del Simbolismo e del Liberty. Passeggiando fra le sue sale si spazia dunque da Delacroix e Courbet ai maestri dell’impressionismo, da Van Gogh a Gauguin, da Klimt a Munch. Un’esperienza davvero incredibile, ulteriormente arricchita dalle magnifiche statue di Rodin, Canova e altri grandi scultori. L’arte moderna e contemporanea, insieme a scultura fotografia, design, grafica e architettura dal ’900 a oggi, trova spazio infine nella bellissima Pinakothek der Moderne, il più importante museo d’arte contemporanea di tutta la Germania. Il grande complesso museale, progettato da Stephan Braunfels e inaugurato nel 2002, comprende quattro musei indipendenti ma collegati fra loro: la galleria d’Arte Moderna, la Neue Sammlung, dedicata al design, il Museo d’architettura della Technische Universität di Monaco e la Collezione grafica statale. Kandinskij, Klee, Magritte, Dalì, Picasso Bacon, Baselitz, Warhol, Boccioni, Giorgio de Chirico e Fontana sono solo alcuni degli artisti le cui opere potrete ammirare in questo spazio avveniristico e inondato di luce - in particolare nella famosa cupola di vetro al centro dell’edificio. Crediti fotograficiFacciata della Alte Pinakothek: foto di Gras-Ober su licenza CC-BY-SA-3.0Neue Pinakothek: foto di Nicholas Even su licenza CC-BY-SA-2.5Pinakothek der Moderne: foto di Rufus46 su licenza CC-BY-SA-3.0 

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17.01.2017

Una cittadina a nord est Parigi, alle porte della città, ma separata dalla Ville Lumière dal confine fisico e simbolico della Péripherique, il raccordo anulare parigino. È Pantin, dove la città incontra la campagna, attraversata dall’ottocentesco Canal de l’Ourcq e caratterizzata da ampi spazi verdi e da diversi esempi di archeologia industriale. Negli ultimi anni, questa zona prima considerata decisamente extraurbana, seppure ben collegata con Parigi, sta subendo una progressiva trasformazione, che in qualche modo “minaccia” di risucchiarla nel tessuto della città secondo il classico copione della gentrification, che porta nuovi abitanti nei quartieri più periferici delle grandi città comportando una riqualificazione e, al contempo, un aumento vertiginoso del prezzo degli affitti e degli immobili. Succede a New York, succede a Londra e succede anche a Parigi. Ma nel caso di Pantin, per il momento questo fenomeno sta generando soltanto ricadute positive. Galleristi, aziende di moda e di design, agenzie di comunicazione e persino banche – BNP-Paribas si è insediata nel rinnovato edificio industriale dei Grands Moulins de Pantin - sono approdate in questa zona per lungo tempo dimenticata, promuovendone il rinnovamento e contribuendo ad attirare i parigini che già amavano passeggiare lungo il canale e ammirare i graffiti che adornavano l’edificio noto come magasins généraux, un vecchio magazzino per lo stoccaggio di grano e farina affacciato sul corso d’acqua. E proprio i magasins généraux sono nati a nuova vita da qualche mese grazie al colosso della pubblicità BETC, che ha trasferito qui parte delle sue attività impegnandosi attivamente nella vita culturale del quartiere in collaborazione con il Municipio. Così, del 22.000 metri quadri del grande edificio, 1.800 sono riservati a un’area chiamata The Garage, dedicata a musicisti, artisti, registi e produttori. Tutto il piano terra dei magasins è aperto al pubblico, con lo spazio creativo La Grande Salle, il mercato di prodotti bio Le Pantin e il ristorante con musica dal vivo Les Docks de la Bellevilloise, la cui apertura è prevista per la primavera. Allo stesso tempo, BETC s’impegna a preservare il patrimonio di graffiti che da anni adornavano l’edificio tramite il progetto Graffiti Général, che prevede la realizzazione di un sito web e di un volume dedicati, oltre a una grande mostra nella quale saranno esposti una trentina di pezzi già messi in salvo. Infine, l’agenzia promuove costantemente  le attività di tutte e altre istituzioni culturali di Pantin: BETC è infatti uno degli ultimi arrivi nel “quartiere”, perché qui già erano attivi, fra gli altri, la celebre galleria d’arte di Thaddaeus Ropac, il Centre National de la Danse, il Banlieues Blues Jazz Festival, il birrificio Gallia, i centri di produzione e sviluppo di Hermès and Chanel, senza dimenticare il Théâtre du Fil de L’Eau, all’interno di un’ex-fabbrica affacciata anch’essa sul canale. Dunque sembra proprio che nei prossimi mesi e anni sentiremo parlare di Pantin sempre più spesso. Nel frattempo, per restare aggiornati su quel che succede lungo il Canal de l’Ourcq, potete consultare la pagina di BETC dedicata agli eventi culturali in zona. Crediti fotograficiLes Grands Moulins de Pantin: foto di Benh LIEU SONG su licenza CC BY-SA 3.0  

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09.01.2017

Da dove vengono gli abiti che indossiamo? Chi li ha cuciti, tinti, tagliati, chi ha coltivato le materie prime? Quali sono i volti, le condizioni e le vicende delle persone che hanno contribuito a confezionarli? Forse, se tutti ci facessimo questa domanda prima di scegliere un capo, i nostri comportamenti d’acquisto potrebbero cambiare notevolmente. Come ha detto l’attivista irlandese (nonché moglie del più celebre Bono Vox) Ali Hewson, “portiamo addosso le storie delle persone che hanno creato i nostri abiti. Ecco il messaggio forte e chiaro che arriva da questo bellissimo cortometraggio di qualche anno fa commissionato dall’agenzia inglese Eco-Age, specializzata nella comunicazione di valori etici e sostenibili, e diretto da Mary Nighy. Nel film vediamo la splendida Elettra Rossellini Wiedemann indossare un abito elegante e una serie di accessori e gioielli, mentre le mani delle persone che li hanno realizzati si materializzano, come impronte viventi (di qui il titolo, Handprint). Ad accompagnare le mani arrivano poi anche le voci, i volti e i nomi. Un’idea davvero interessante e realizzata con grande maestria ed efficacia. Il film è stato prodotto da White Lodge, divisione fashion di Blink, e scritto in collaborazione con Zoe Franklin. 

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04.01.2017

Il fiume non smette mai di scorrere, eppure l’acqua non è mai la stessa. Con queste parole tratte dall’Hojoki (un classico del 1212 scritto dal poeta, musicista ed eremita giapponese Kamo no Chomei), Kouhei Nakama riassume il senso delle meravigliose immagini di questo piccolo capolavoro di video arte. Visual art director presso lo studio WOW, Kouhei traduce in visioni i cambiamenti che il corpo umano attraversa in ogni momento delle nostre vite, invisibili dall’esterno ma rintracciabili sulle nostre cellule e sui nostri organi, dove vita e morte si susseguono in continuazione. La vita, dunque, esiste proprio grazie a questo ciclo di vita e di morte interna al corpo, che nell’immaginazione di Nakama prende la forma di una spirale fluida, capace di operare piccoli cambiamenti successivi fino ad esplodere verso l’esterno. Bellissimo e commovente. 

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28.12.2016

Con centinaia di musei e gallerie, Londra è da sempre una destinazione di primaria importanza per gli appassionati d’arte di tutto il mondo, una città che riunisce, sparsi fra le sue numerose istituzioni culturali, capolavori di ogni epoca, e che permette davvero di fare un meraviglioso viaggio attraverso la storia della pittura e della scultura. Noi ci siamo divertiti a immaginare un itinerario minimo, scegliendo fra questa moltitudine di meraviglie 10 quadri imprescindibili dal Quattrocento al Novecento, conservati presso alcuni dei principali musei cittadini. 1) I coniugi ArnolfiniJan Van Eyck, 1434, The National GalleryQuello del mercante lucchese Giovanni Arnolfini e della moglie Giovanna è senza dubbio uno dei ritratti più famosi della storia. Merito soprattutto di quel piccolo specchio convesso al centro dell’immagine, che riflette la scena offrendo una prospettiva differente e includendo anche lo stesso pittore nell’immagine. Numerosi anche i simbolismi a tratti misteriosi, per non parlare dell’incredibile abilità del maestro nel riprodurre la luce. 2) Battesimo di CristoPiero della Francesca, 1450, The National GalleryConsiderato una delle più riuscite rappresentazioni del battesimo, questo dipinto commissionato per la badia camaldolese della sua natia Sansepolcro è considerato anche uno dei migliori di Piero della Francesca. La sua caratteristica più prominente è forse la costruzione perfetta dell’immagine, che segue precise regole matematiche. Ma agli occhi di un profano ciò che arriva è soprattutto un senso di armonia e di pace. 3) I cartoni originai degli Arazzi di RaffaelloRaffaello Sanzio,1516, The Victoria and Albert MuseumRealizzati per la Cappella Sistina su disegno di Raffaello, questi preziosi arazzi dedicati alle vite dei santi Pietro e Paolo furono commissionati da Leone X e tessuti a Bruxelles. Oggi sono esposti a rotazione in Vaticano, ma i sette cartoni originali sopravvissuti si trovano al V&A Museum di Londra, dopo essere stati di proprietà dei reali inglesi fin dal 1623. Per Raffaello, la sfida nel realizzarli fu duplice: non solo dovette disegnare in maniera specchiata per consentire la tessitura, ma, vista la destinazione,  sapeva anche di doversi confrontare con Michelangelo, autore dei celeberrimi affreschi della Volta. 4) Ragazzo morso da un ramarroMichelangelo Merisi da Caravaggio, 1594, The National GalleryVersione alternativa dello stesso dipinto conservato a Firenze presso la Fondazione Longhi, questo famoso capolavoro caravaggesco si contraddistingue per l’abile uso della luce, che entra nel quadro come una sorta di lampo nel buio. Soprattutto, però, colpisce il realismo dell’espressione del soggetto, inorridito di fronte al morso di un ramarro. Quest’ultimo è riconducibile probabilmente al filone dello studio della rappresentazione dei moti dell’animo in pittura, portato in auge da Leonardo Da Vinci. 5) Pioggia, vapore e velocitàJ. W. Turner, 1844, The National GalleryDifficile immaginare l’effetto dirompente di questo quadro sull’immaginazione contemporanei di Turner. Si tratta infatti di uno dei primi “ritratti” di un treno a vapore, inventato soltanto da poco, realizzato per di più con una modalità per l’epoca rivoluzionarie: macchie di luce e di colore, oggetti appena riconoscibili, per un effetto “impressionistico” che decisamente anticipa e apre la strada alla nuova pittura ottocentesca. Davvero imperdibile. 6) OpheliaJohn Everett Millais, 1852, Tate BritainCapolavoro della pittura preraffaelita di metà Ottocento, questa celebre tela ritrae il personaggio di Ofelia abbandonato alla corrente di un ruscello, come narrato nella tragedia shakespeariana Amleto. Il volto della donna è quello della modella Lizzie Siddal, musa dei preraffaeliti e moglie del pittore e poeta Dante Gabriel Rossetti, anch’egli fra i fondatori di questa corrente pittorica. La vegetazione è invece quella ai bordi del fiume Hogswell, nel Surrey, a lungo studiata e ritratta dall’artista. 7) Il bar delle Folies-BergèreEdouard Manet, 1881, The Courtauld GalleryNel suo inconfondibile stile pre-impressionista, con questo celebre quadro Manet ci porta dritti nella Parigi godereccia della Belle Époque, e in particolare nel music-hall più famoso della città, riflesso nello specchio che sta alle spalle del soggetto principale, con tutta probabilità una barista realmente esistita, Suzon. Fra gli aspetti più dibattuti in merito a quest’opera c’è la prospettiva insolita: per vedere la scena dal punto proposto da Manet di vista occorrerebbe trovarsi non di fronte al quadro ma sulla destra, più o meno dove si riflette la figura dell’uomo baffuto con cappello. 8) Bagnanti ad AsnièresGeorges Seurat, 1884, The National GalleryUna scena che appare sospesa nel tempo, quasi surreale nella sua immobilità: è il primo impatto sull’osservatore di questo capolavoro post-impressionista dipinto da Seurat per il Salon des Artistes di Parigi (e clamorosamente rifiutato dalla giuria). L’effetto è dato dalla tecnica “architettonica” con cui sono dipinte le figure dei bagnanti, simili a sculture prive di espressività, in contrasto a quella impressionistica con cui il maestro rende gli elementi naturali, e in particolare luce, acqua e vegetazione. 9) Donna che piangePablo Picasso, 1937, Tate Modern GalleryQuesta rappresentazione cubista ma non eccessivamente scomposta dell’amante di Picasso, Dora Maar, a sua volta fotografa di grande talento, lascia trasparire la natura tragica e distruttiva del rapporto fra i due artisti. La donna, nota per essere una delle più sofferenti fra le “vittime” della passione di Picasso, è ritratta con le mani portate al volto rigato di lacrime, e sembra voler rappresentare un’idea di sofferenza femminile universale, ma è anche un forte stimolo ad approfondire le vicende biografiche di Dora Maar. 10) A Bigger SplashDavid Hockney, 1967, Tate BritainImpossibile non riconoscere all’istante questa grande tela quadrata, che il pittore inglese David Hockney dedica nel 1967 alla sua immagine ideale della California, dove si è da poco trasferito. Una piscina, simbolo della California di quegli anni e dello stile di vita rilassato e vacanziero, le palme, il turchese del cielo sereno e l’azzurro dell’acqua fermano letteralmente un’epoca. A infrangere quella perfetta staticità solo uno spruzzo d’acqua, che qualcuno ha sollevato tuffandosi nella piscina. 

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27.12.2016

Sono passati meno di due mesi dalla scomparsa del grande Leonard Cohen, ma già la sua mancanza si fa sentire. Oggi vogliamo ricordarlo con leggerezza attraverso la versione cartoon di una vecchia intervista del 1974, trasformata in un insolito cartone animato per un recente episodio della webserie Blank On Blank del network americano PBS. L’intervista si apre con la lettura da parte dello stesso Cohen, allora quarantenne, di una sua poesia, Two Went To Sleep, che prende vita attraverso le animazioni di Patrick Smith. Al termine della lettura, con la sua indimenticabile voce “fumosa”, sommessa e allo stesso tempo profonda, Cohen racconta poi la genesi della celebre canzone Sisters of Mercy, ricordando un’insolita notte di qualche anno prima trascorsa ad Edmonton, Canada. Una vera chicca. 

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22.12.2016

Se un turista che si trovava in visita nella Londra degli anni Novanta fosse stato catapultato in avanti di una ventina d’anni fino alla Londra di oggi, probabilmente avrebbe stentato a riconoscerla. Lo skyline della capitale inglese è radicalmente cambiato nel corso delle ultime due decadi; se nel 1990 gli unici grattacieli degni di questo nome erano la NatWest Tower (1981) il One Canada Square a Canary Wharf (datato1990), da allora sono spuntati il Gherkin di Norman Foster (2003), la Heron Tower (2008), The Shard di Renzo Piano (2012), il Leadenhall Building (2014, detto “la grattugia”) e naturalmente il controverso “Walkie Talkie” (2014). Dalla cima di alcuni di questi altissimi edifici - così come dall’altra icona londinese relativamente recente, la grande ruota panoramica London Eye - è possibile osservare la città a volo d’uccello.Ma a dire il vero i londinesi hanno sempre osservato la loro città dall’alto, fin da quando a svettare sui tetti delle case erano soltanto le Houses of Parliament e il Big Ben. Per farlo bastava (e basta ancora) raggiungere le tante colline (tutte sotto i 100 metri) integrate nel tessuto urbano della città.Ecco alcuni dei nostri punti panoramici naturali preferiti. Greenwich ObservatorySe doveste fare un salto a Greenwich per provare l’emozione di camminare sul Meridiano 0 o per visitare il bel Museo Marittimo, approfittatene per arrampicarvi in cima alla collina del Greenwich Park davanti al Royal Observatory e, tempo permettendo, potrete godere di un panorama immortalato a suo tempo da Turner, con l’aggiunta dei nuovi grattacieli che svettano lungo la grande curva del Tamigi. Parliament HillA sei miglia dalla City, la sommità di questa verde collina di Hampstead Heath nei giorni più limpidi lascia correre lo sguardo fino all’estuario del Tamigi, sfiorando nel percorso The Gherkin, Saint Paul’s Cathedral e altri edifici iconici della città. Primrose HillQuesta collina di 78 metri nella parte nord di Regent’s Park, oltre a essere una zona residenziale di lusso abitata da numerose celebrity, offre anche una delle più belle viste sulla città. Per goderne a pieno suggeriamo un picnic negli spazi verdi aperti oppure una salita in notturna per ammirare le mille luci di Londra. Muswell HillQuesto delizioso sobborgo nel nord della città è innanzitutto una destinazione per staccare dalla città e respirare un’atmosfera autentica, uno scampolo di vecchia Londra felicemente sopravvissuto alla sua metamorfosi in metropoli globale. In più, c’è la vista dall’alto sulla città, che sorge laggiù oltre i pittoreschi tetti Edwardiani delle case del quartiere. Horniman Gardens A Forest Hill, sobborgo del sud-est di Londra, sorge uno dei gioielli meno conosciuti di Londra, l’Horniman Museum and Gardens, un museo gratuito specializzato in antropologia, storia naturale e strumenti musicali aperto fin dall’epoca Vittoriana, quando Frederick John Horniman aprì per la prima volta la sua casa e la sua preziosa collezione di oggetti al pubblico. Dal giardino di 65.000 metri quadri la vista sulla città è bellissima, e si possono anche ammirare una serra ottocentesca e un palco per orchestra del 1912.Photo creditsCopertina: Londra da Hampstead Heath, foto di Michael Clarke su licenza CC BY 2.0Parliament Hill: foto di Chesdovi su licenza CC BY-SA 3.0 Primrose Hill: foto di Duncan su licenza CC BY 2.0 Muswell Hill: foto di Chris Whippet su licenza CC BY 2.0 Horniman Gardens: foto di Cmglee su licenza CC BY-SA 3.0  

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19.12.2016

Dal registratore fatto a mano ai bicchieri di vetro soffiato, dai tatuaggi temporanei fino a quei piccoli contributi in grado di contribuire al benessere del pianeta, abbiamo raccolto qualche idea regalo in puro stile slow. Per ispirarvi, incuriosirvi e magari portare un po’ di bellezza, musica e natura nel Natale delle persone a cui tenete di più.Spave Oddity by Brand New NoiseNel suo laboratorio di Brooklyn, New York, il maker barbuto Richard Upchurch crea registratori e altri gadget musicali totalmente artigianali e semplicemente irresistibili. Per omaggiare David Bowie, che ci ha purtroppo lasciati quest’anno, ha creato un piccolo registratore di suoni con cui sbizzarrirsi a creare loop e modificare il tono e la velocità della della voce, decorato dal famoso lampo rosso e blu di Ziggy Stardust. Dan Kruger’s Loring Place Apron by Todd SnyderSe avete intenzione di convincere qualcuno a passare un po’ di tempo in cucina, provateci con il grembiule creato per celebrare l’apertura del ristorante più atteso di New York – Loring Place dell’amatissimo chef Dan Kluger - che ha aperto proprio in questi giorni nel Greenwich Village. Pratico, resistente ed elegante, è tutto in cotone Chambray e s’ispira alle vecchie uniformi da lavoro. Save the Arctic by GreenpeaceBabbo Natale è in serio pericolo: a causa del riscaldamento globale, il Polo Nord continua a sciogliersi e la sua fabbrica di giocattoli rischia di sprofondare. Come se non bastasse, si continua a trivellare il fondo del Mar Glaciale Artico alla ricerca di petrolio e così Greenpeace ha deciso di potare la questione in tribunale. Per contribuire basta firmare una petizione. Pianta un albero con TreedomAvocado, mango, guava o makhamia. Sono i quattro tipi di alberi che potete acquistare e piantare in Kenya con un click a nome di chi desiderate, e “regalarlo” a Natale con un biglietto di auguri, facendo felice anche chi se ne prenderà cura in loco. L’idea è di Treedom, una Benefit Corporation fiorentina che dal 2010 a oggi ha già piantato oltre 280.000 alberi in Africa. Tattly, i tattoo temporanei e stagionaliCorna di renna, fiocco di neve o pungitopo? Se volete regalare il Natale da indossare sulla pelle, i tatuaggi temporanei di Tattly possono essere un’idea divertente. Ci sono anche design discreti e sofisticati per chi non ama dare troppo nell’occhio, e moltissime proposte colorate dedicate ai bambini. Imperia, la regina della pastaPreparare la pasta fresca all’uovo fatta in casa non è poi così difficile, basta avere lo strumento giusto. E se volete approfittare delle feste per mettere alla prova voi stessi o i vostri amici, questa classica e robusta macchinetta è un autentico gioiellino. E saranno tagliatelle, ravioli, cappellacci e tortellini per tutti. New York City by Lego ArchitecturePer aspiranti architetti e architetti mancati, Lego ha inventato la bellissima serie Architecture, che permette di costruire con i celebri mattoncini alcuni degli edifici più iconici e degli skyline delle grandi città del mondo. Il set dedicato a New York City comprende il Flatiron Building, il Chrysler Building, l'Empire State Building, il One World Trade Center e l’immancabile Statua della Libertà. Master & Dynamic, la perfezione del suonoElegantissime e resistenti, queste cuffie ideate e progettate a New York City sono fatte con materiali super robusti come pellami di prima qualità e acciaio inossidabile, e studiate per durare nel tempo grazie alla facilità con cui si possono sostituire le varie componenti. Ma soprattutto promettono un paesaggio sonoro così ampio da riuscire a cogliere i più piccoli dettagli di qualsiasi genere musicale, purché la musica in questione sia stata incisa a dovere. Bora by Carlo MorettiDalla “fabbrica d’autore” Carlo Moretti di Murano, i 54 bellissimi bicchieri tutti diversi della collazione Bora sono pezzi unici ispirati all’omonimo vento del nord est, e appaiono asimmetrici e quasi piegati dal suo forte soffio. Realizzati in cristallo di Murano trasparente, sono soffiati a bocca, arricchiti da decorazioni applicate a caldo e tutti singolarmente firmati e datati.  Nebra Magnum  by 32 via dei BirraiUn’idea originale per il brindisi? Dal micro birrificio artigianale di Pederobba, Treviso, ecco la prima birra della storia nata in collaborazione con un profumiere, Angelo Orazio Pregoni. È Nebra, ambrata doppio malto, che per celebrare i 10 anni di attività di 32 via dei Birrai è stata realizzata in formato magnum in edizione limitata. La confezione contiene anche le pile e i meccanismi per trasformare la confezione in un orologio da parete

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19.12.2016

Prendete un grande regista come Francis Ford Coppola e un autore innovativo e sopra le righe come William S. Burroughs, considerato uno degli artisti più importanti del Novecento, e poi metteteli alle prese con lo spirito natalizio. Il risultato di questo insolito cocktail sarà The Junky’s Christmas, decisamente non il solito film di Natale. Prodotto da Coppola nel 1993, questo apprezzabile quanto surreale cortometraggio animato diretto da Nick Donkin e Melodie McDaniel è basato su un racconto di Burroughs uscito per la prima volta nel 1989, e narrato dalla voce dell’autore stesso. Il protagonista della storia è un vecchio tossicomane alla disperata ricerca di una dose, che finirà però per trovare al suo posto lo spirito del Natale grazie all’incontro con un ragazzo in preda ad atroci dolori a causa di una colica renale. Buona visione! 

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15.12.2016

Se pensavate che svegliare l’intera famiglia all’alba del giorno di Natale al suono di una tromba da stadio e obbligare tutti a scartare i regali in pigiama entro le sette fosse una tradizione natalizia a suo modo originale, ricredetevi. Sul pianeta Terra c’è gente pronta a fare di tutto per aggiudicarsi il premio per il Natale più assurdo. Babbo bastardoUno spaventoso uomo caprone che invade le strade a caccia di bambini cattivi, seminando il panico al suono di un campanaccio. È il Krampus, servitore di San Nicolò, e lo si può incontrare di questi tempi in Trentino, Friuli, in Austria e nel sud della Germania. Si salvi chi può. Non da lì, per favoreCome il nome lascia facilmente intuire, quella del Caga Tió catalano è una tradizione piuttosto singolare: si tratta infatti di un tronco riempito (a partire dall’8 dicembre) di dolciumi, che a Natale viene poi simpaticamente invitato ad “evacuare” a bastonate dai bambini. Pattinando verso la messaIn Venezuela, la mattina di Natale, si va a messa sui pattini, e le strade vengono liberate per permettere ai fedeli di avere via libera. La tradizione ebbe inizio negli anni Cinquanta come festa di strada in occasione delle feste, ma ancora oggi in giro per il paese (e ove possibile, considerato che Caracas è in cima alla lista delle città più pericolose al mondo) di questi tempi ci si può sempre imbattere in una patinata. Vade retro ramazzaSecondo i norvegesi, la vigilia di Natale è la notte degli spiriti maligni e delle streghe, che si aggirano indisturbati per casa terrorizzandone gli abitanti. Meglio dunque nascondere tutte le scope per tempo nel caso venisse loro voglia di cavalcarle – un’ottima scusa per saltare il turno di pulizie natalizio. Il ragno porta guadagnoPerché riempire l’albero di palline e ghirlande quando si può affidarne la decorazione a un operoso ragno e alla naturale bellezza di un’epica ragnatela? In Ukraina, la leggenda della poverella che, non potendo adornare l’albero, fu aiutata proprio da un ragno ha preso così tanto piede che oggi finte ragnatele e rispettivi ragni portafortuna sono fra i best-seller della decorazione natalizia. Chi trova un cetriolino trova un tesoroNella case americane, l’albero di Natale cela fra i suoi rami una minuscola decorazione a fora di cetriolino sottaceto. A chi riesce a scovarlo, la mattina di Natale, il cetriolino di Natale promette tanta fortuna per l’anno che sta iniziando - ma di solito a queste incerte promesse i bambini preferiscono ricevere seduta stante un regalo supplementare. Fritto è buono anche un brucoLe proprietà nutrizionali degli insetti e la loro validità come “cibo del futuro” per l’uomo sono state ormai ampiamente confermate, ed è tempo che il microcosmo cominci a tremare. Nel frattempo, in Sudafrica si continua a festeggiare il Natale sgranocchiando bruchi fritti come se non ci fosse un domani. Un bagno tonificanteSono pazzi questi inglesi, specie nel nord est dell’Inghilterra, dove è ormai tradizione che il giorno di Santo Stefano migliaia di persone si tuffino nel Mare del Nord con addosso gli abiti della festa. A loro discolpa, il fine ultimo è decisamente nobile: le associazioni che organizzano queste gelide nuotate lo fanno allo scopo di raccogliere soldi per vari progetti di beneficenza. Aggiungi un posto a tavolaSe in Portogallo doveste trovarvi seduti a una tavola natalizia e vi accorgeste che c’è un posto in più, sappiate che il convitato probabilmente farà no-show. In occasione del Natale, infatti, è tradizione riservare un posto a tavola per i cari estinti. Superato quell’attimo di macabro terrore, se ci pensate è anche un pensiero carino. Ogni scusa è buonaSapete cos’è un pub crawl? Praticamente una via crucis dei pub, dove a ogni sosta si tracanna almeno una birra. A Philadelphia e New Orleans, con l’annuale Running of the Santas, pare che il Natale sia diventato l’occasione d’oro per onorare questa pregiatissima tradizione britannica, travestendosi da Babbo Natale, elfo, renna o qualsiasi altro cliché natalizio e spostandosi di bar in bar. La sbronza è garantita. 

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13.12.2016

Lo scorso novembre, Netflix ha rilasciato quella che era stata annunciata come la serie pronta a prendere il posto di Downton Abbey nel cuore del pubblico inglese e non solo – The Crown, dedicata al cammino di una giovanissima Elisabetta II d’Inghilterra verso il trono. Le vicende legate alla giovinezza della neo-novantenne Regina II sono così tornate prepotentemente alla ribalta, dando il via a innumerevoli confronti tra la versione autentica dei fatti e quella filtrata attraverso la scrittura avvincente e la fotografia curatissima della serie Se anche voi avete amato The Crown e siete curiosi di rivedere immagini e filmati che ritraggono la vera Elisabetta, la BBC ha dedicato un’intera sezione del suo archivio proprio al periodo immortalato dalla serie. Fra i filmati proposti ci sono anche il matrimonio con Filippo e un lungo servizio sul tour reale in Sudafrica trasmesso nel 1947. 

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29.11.2016

1.200 chilometri quadrati di area urbanizzata, oltre 8 milioni d’anime di tutte le nazionalità, quasi 11.000 persone per metro quadrato, e 800 lingue parlate. Ecco un caso in cui i numeri, lungi dall’essere sterili, parlano chiaro e forte: non è difficile capire come mai tutto ciò che più conta al mondo sembri accadere a New York City.Ed è così più o meno da sempre, o almeno fin da quando ha avuto inizio la storia moderna della città, nella seconda metà dell’Ottocento, l’epoca dei primi grattacieli e della Rivoluzione Industriale.Eppure, a volte, persi fra le mille luci della città che corre e il suo skyline in continua evoluzione, è difficile ritrovare una prospettiva storica, recuperare le radici della metropoli contemporanea e immaginare il quadro più ampio. Un modo relativamente semplice e interessante per farlo è quello di rivolgersi alla letteratura che, nelle diverse epoche, è riuscita a fotografarla nelle sue diverse reincarnazioni, spesso anche meglio del cinema e della saggistica.  Naturalmente, la bibliografia su New York City è virtualmente sterminata, e la scelta sarà sempre e comunque parziale e personale. Noi abbiamo semplicemente seguito il cuore, soffermandoci sulle storie legate alla città che abbiamo amato di più. 1 L’eta dell’innocenza, Edith Wharton, 1920A fare da sfondo alla coinvolgente storia di un amore impossibile e osteggiato c’è la New York della Gilded Age, la cosiddetta “epoca dorata” intorno agli anni Settanta dell’Ottocento, un periodo caratterizzato da una rapida crescita economica ma anche dalla caduta di quella supposta innocenza fatta d’ipocrisie e convenzioni sociali poste come una sottile “doratura” sui crescenti conflitti sociali. 2 Il Grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald, 1925Ambientato fra la Grande Mela e Long Island, dove vivono il narratore Nick Carraway e il vero protagonista, Jay Gatsby, splendido prototipo di eroe romantico e destinato alla sconfitta, questo grande classico dipinge la New York dei Roaring Twenties e dell’era del jazz. Ma anche quella della caduta del sogno americano, dove dietro lo sfavillio delle luci, delle feste e delle automobili sportive si consuma il dramma della solitudine e della fragilità umana. 3 Tre camere a Manhattan, Georges Simenon, 1946New York City vista da un europeo negli anni Quaranta è decisamente noir, complice la matrice un po’ torbida della storia d’amore clandestina d’ispirazione autobiografica raccontata da Simenon. Sullo sfondo di questo amour fou, la città è tutta bar fumosi aperti fino a tarda notte, squallidi hotel e strade cupe, popolate da personaggi tormentati. Un’atmosfera malinconica che ricorda certe celebri opere di Edward Hopper. 4 Il Giovane Holden, J.D. Salinger, 1951Siamo verso la fine degli anni Quaranta ed è fra Central Park e il Greenwich Village che si svolgono, nell’arco di un fine settimana, le vicende narrate con ironia e delicatezza da Salinger in questo moderno romanzo di formazione, un vero cult per intere generazioni. La città è la grande metropoli vista da un sedicenne, un luogo bizarro, pieno di confusione e soprattutto enorme, a tratti soverchiante e spaventoso. 5 Just Kids, Patti Smith, 2010È la fine fine anni 60 quando una giovanissima Patti Smith, non ancora sacerdotessa del rock ma ragazza di campagna sfuggita a una gravidanza indesiderata, incontra a New York Robert Mapplethorpe, futuro maestro della fotografia. Il resto è storia: la New York underground degli anni ’70, il Chelsea Hotel e la sua popolazione di artisti e sbandati, ma soprattutto la storia di un amore e di un’amicizia che sono tutto incontro di anime e di talenti, raccontata con una maestria rara. 6 La Fortezza della Solitudine, Jonathan Lethem, 2003Da una delle voci letterarie più apprezzate della città, un affresco di Brooklyn fra gli anni ’70 e gli anni ’90, fra tensioni razziali, graffiti, sottoculture musicali e imborghesimento, a fare da sfondo al racconto semi-autobiografico di un’amicizia. Un nuovo classico a tutti gli effetti, fondamentale per capire il percorso che ha portato Brooklyn a essere quella che è oggi, vale a dire uno dei luoghi dove la vita costa di più in America. 8 American Psycho, Bret Easton Ellis, 1991Una pietra miliare, un viaggio allucinogeno dal finale dostoevskiano sospeso fra genio e follia, punteggiato da infiniti elenchi di pezzi d’abbigliamento e accessori con relativi marchi di lusso, di delitti creativi quanto efferati, di recensioni musicali, di digressioni sulla grammatura e la goffratura dei biglietti da visita. Sullo sfondo, la Manhattan degli anni Ottanta, Wall Street, la cocaina e gli yuppie, mai descritti in modo così grottesco eppure così lucido. 9 Underworld, Don De Lillo, 1997Autentico pezzo da novanta della letteratura americana postmoderna, quest’opera di De Lillo dipinge un ritratto degli USA nella seconda parte del XX secolo attraverso storie personali sullo sfondo delle grandi vicende mondiali, legate dal filo di una palla da baseball che passa di mano in mano. Molte e davvero godibili le pagine ambientate nel Bronx, dove lo stesso autore è nato ha trascorso l’infanzia, all’inizio degli anni Cinquanta. 10 Molto forte, incredibilmente vicino, Jonathan Safran Foer, 2005Fra i molti eccellenti romanzi del post-settembre 2001, quello di Jonathan Safran Foer è forse il più commovente nonostante la consueta macchinosità della struttura narrativa. Nel suo avventurarsi da solo per la città in cerca d’indizi legati al padre, morto nell’attentato alle torri gemelle, il piccolo Oskar Schell affronta un epico viaggio attraverso i quarteri della città, sempre sull’orlo del collasso emotivo. Photo credits: The Chelsea Hotel, photo by Velvet under the CC BY-SA 3.0 license 

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24.11.2016

Geometrie perfette, frutto di rigorosi calcoli matematici, che a un primo sguardo somigliano a circuiti o schemi di cablaggio illuminati da colori netti e violenti. Sono le opere di Iler Melioli, artista reggiano classe 1949, selezionate per Res Extensa, la mostra in programma dal 2 dicembre presso la galleria Yvonneartecontemporanea di Vicenza. Esplorando l’idea di rete, l’esposizione mette quadri e sculture in contatto fra di loro e con lo spazio espositivo, travalicando i confini delle opere stesse per “invadere” le pareti, ed evocando così quella che è la modalità preponderante della nostra esistenza: l’interconnessione.In un mondo in cui siamo perennemente connessi e cablati, in cui interrogare un motore di ricerca e accedere a una rete infinita d’informazioni è un gesto quotidiano e costante, anche l’opera d’arte esce necessariamente dal suo isolamento formale e finisce per essere definita non tanto dai suoi bordi, quanto dai suoi prolungamenti. E così pervade tutto, trasformando lo spazio che la ospita, e persino l’osservatore, in uno snodo della sua rete: un gesto dal valore simbolico così potente da rendere lampante l’affinità con il mondo contemporaneo. Al punto che quelle immagini e sculture apparentemente astratte finiscono per acquisire un certo realismo tutto filosofico, suscitando infinite riflessioni sull’esistenza al tempo della rete. Un concept davvero coinvolgente e “immersivo” nel senso più nobile del termine. Galleria YvonneartecontemporaneaContrà Porti 21, VicenzaDal 2 dicembre 2016 al 22 gennaio 2017 

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22.11.2016

Per abbracciare la storia di Milano in un solo sguardo basta osservare la facciata del suo Duomo: un’opera maestosa e mastodontica, della quale il celebre romanziere americano Mark Twain scrisse “non riesco a capire come possa essere secondo a qualsiasi altra opera eseguita dalla mano dell'uomo”. Ma il Duomo è anche un edificio che è in costruzione da oltre 6 secoli, e che in un certo senso non sarà mai compiuto, perché avrà sempre bisogno dell’intervento costante della Veneranda Fabbrica, all’opera dal 1386. Così come sempre incompiuta potrà dirsi la costruzione della città, in perenne evoluzione. Ricostruirla richiederebbe intere enciclopedie, mentre molto più coinvolgente è scoprirne alcuni dei capitoli più interessanti, rappresentati dagli edifici-simbolo di Milano. Ecco dunque un piccolo itinerario in 10 tappe attraverso alcuni dei capolavori architettonici della città più o meno noti, dal Medioevo a oggi. Basilica di Sant’AmbrogioAnno: 1129 nella forma attualeSemplicemente uno dei luoghi cruciali della storia di Milano, le cui origini vanno fatte risalire al 386 quando il vescovo di Milano Ambrogio la fece costruire sul luogo dove erano stati sepolti i cristiani martirizzati dai Romani. Simbolo della chiesa ambrosiana e seconda per importanza soltanto al Duomo, è anche un raro esempio di romanico lombardo rimasto intatto, risalente al 1099 quando fu radicalmente ricostruita per volere del vescovo Anselmo. Ca’ GrandaAnno: 1456Questo edificio di rara bellezza progettato dall’architetto fiorentino Filarete su commissione di Francesco Sforza è uno dei primi edifici rinascimentali di Milano, nonché mirabile esempio di architettura pubblica della Milano Sforzesca. Divenuto nel corso del tempo un ospedale, poi distrutto sotto le bombe della Seconda Guerra Mondiale e infine ricostruito e trasformato in sede universitaria, ha visto passare attraverso le sue stanze e i suoi cortili tutta la storia della città. Palazzo RealeAnno: 1773 nella ristrutturazione del PiermariniDa sempre al cospetto del Duomo, Palazzo Reale, oggi importante sede museale, nasce all’epoca dei Comuni, nel basso Medioevo, e fin da allora è sede del governo della città. Ospita i Gonzaga, gli Asburgo, Napoleone, D’Azeglio e i Savoia. Cantiere perenne, distrutto e ricostruito più volte nei secoli (la sua facciata attuale risale alla metà del Settecento ed è firmata dal Piermarini), continuerà a subire danni e interventi spesso devastanti, fra cui le modifiche volute da Mussolini e le bombe della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere  ristrutturato significativamente solo intorno al 2000. Grand Hotel et De MilanAnno: 1860Con la sua facciata neogotica, questo bellissimo edificio che domina dal 1863 la centrale via Manzoni è da sempre un albergo di lusso, frequentato da diplomatici businessmen (poiché fu fra i primi a offrire il servizio telegrafico e postale) e celebrità come Giuseppe Verdi. Ancora amatissimo, oggi, pur rinnovato, conserva le atmosfere sontuose di una Milano d’altri tempi. Palazzo CastiglioniAnno: 1904L’edificio Art Nouveau per eccellenza di Milano si trova al n°47 di Corso Venezia e fu progettato dall’architetto Giuseppe Sommaruga su commissione di un ricco imprenditore, Ermenegildo Castiglioni. Abbellito da un basamento di roccia grezza e da decorazioni ispirate agli stucchi settecenteschi, nella sua versione originale l’edificio aveva anche due grandi statue femminili rappresentanti la pace e l’industria. Rimosse per lo scandalo suscitato all’epoca dalla loro nudità, queste ultime valsero comunque al palazzo il soptannome di Ca’ di ciapp (“casa delle natiche”), tutt’ora in uso fra i milanesi. “Grattacieli” di Piazza PiemonteAnno: 1923In un’epoca in cui era proibito costruire edifici più alti di 28 metri, l’architetto Mario Borgato ottenne il permesso d’innalzare due palazzi quasi gemelli alti ciascuno 38 metri – dunque considerati al tempo davvero grattacieli – in virtù della grande estensione della Piazza sulla quale si affacciavano. Inconfondibili, con i loro cupolini leggermente diversi che un tempo svettavano sul cielo di Milano, hanno visto la città salire progressivamente verso il cielo lasciandoli a presidiare l’ingresso di uno dei quartieri alto-borghesi della città. Stazione CentraleAnno: 1931Per alcuni è un autentico capolavoro, per altri un vistoso “panettone”, fatto sta che la Stazione Centrale di Milano, seconda in Italia per flusso di passeggeri, non passa inosservata. Inaugurata nel 1931, in pieno Ventennio fascista, fu progettata dall’architetto romano Ulisse Stacchini, che la definì Cattedrale del Movimento. Monumentale, interamente costruita in marmo e pietra del Carso e disseminata di simboli celebratori del Regime, è sospesa fra Liberty e RazionalismoTorre VelascaAnno: 1958Simbolo per eccellenza del Brutalismo, l’inconfondibile edificio alto 100 metri che ricorda vagamente un fungo a pochi passi dal Duomo fu progettato dallo studio BBPR (acronimo dai nomi degli architetti Barbiano di Belgiojoso, Peressutti e Rogers). Da sempre oggetto di dibattito per il suo design ardito e fuori dalle righe, è stato definito alternativamente orribile e capolavoro assoluto. Quel che è certo è che resta un indubbio emblema della Milano ottimista e innovativa del miracolo economico. Chiesa di San Francesco D’Assisi al FopponinoAnno:1964Opera di Giò Ponti, il celebre architetto del Grattacielo Pirelli, questa moderna chiesa nei pressi di Piazzale Aquileia, che sorge sul sito di un antico cimitero, è considerata un gioiello dell’architettura contemporanea. Fra gli aspetti più caratteristici ci sono le finestre sospese nel vuoto sulla facciata centrale, che lasciano filtrare il cielo facendone un vero e proprio elemento architettonico. Bosco Verticale Anno: 2014La nostra rassegna non poteva che concludersi con l’edificio-simbolo della nuova Milano, quella post-Expo, quella che sale verso l’alto sul modello delle grandi capitali internazionali. È l’innovativo Bosco Verticale di Stefano Boeri, il “grattacielo più bello del mondo” secondo l’americano Council on Tall Buildings and Urban Habitat, che ha il merito di portare in cielo un po’ di terra sotto forma di alberi e oltre 90 specie di piante. Photo creditsBasilica di Sant’Ambrogio: foto di Randi Hausken su licenza CC BY-SA 2.0Ca’ Granda: foto di Giovanni Dall’OrtoPalazzo Reale e Palazzo Castiglioni: foto di Geobia su licenza CC BY-SA 3.0Stazione Centrale: foto di Thomas Ledl su licenza CC BY-SA 4.0Torre Velasca: foto di CEphoto, Uwe Aranas su licenza CC BY-SA 3.0San Francesco d’Assisi al Fopponino: © 2011 Parrocchia S.Francesco d'Assisi al FopponinoBosco verticale: foto di Christos Barbalis 

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16.11.2016

Il mio vicino Totoro, Il castello errate di Howl, La città incantata, Ponyo sulla scogliera. Sono soltanto alcuni dei titoli che hanno reso Hayao Miyazaki - regista, sceneggiatore, animatore, fumettista e produttore cinematografico giapponese - noto in tutto il mondo, portandolo persino a essere nominato all’Oscar. L’affascinante mondo di Miyazaki, popolato di spiriti, fantasmi e presenze ultraterrene, ha generato negli annni un seguito di appassionati davvero notevole, tanto che in Giappone nel 2001 è stato aperto un grande Museo interamente dedicato al suo Studio Ghibli, che la scorsa estate è stato anche protagonista di una bellissima retrospettiva a Tokyo. In questi giorni, però, anche i fan europei possono godere di una piccola fetta del mondo di Miyazaki grazie al pop-up store dello Studio Ghibli allestito a Parigi al 26 di rue Charles Baudelaire, nel 12° arrondissement, che resterà aperto fino al 3 dicembre. Il negozio, battezzato Le Château éphémère in omaggio al film Il castello errate di Howl, è un vero scrigno di tesori per appassionati, tutti ispirati ai capolavori di Miyazaki: gadget, cartoleria, DVD, peluche, bento box, carillon, soprammobili e oggetti di ogni genere. Certo, probabilmente molte cose si potrebbero acquistare anche online, ma ritrovarsi immersi nell’immaginario del maestro giapponese, e per di più nel cuore di Parigi, non ha prezzo. Le Château éphémère12, rue Charles Baudeleaire, ParigiFino al 3 dicembre  

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14.11.2016

Sci e musica. Snowboard e musica. Come tutti gli sport solitari, anche quelli invernali si praticano più volentieri con la musica nelle orecchie, scegliendo il ritmo e l’atmosfera giusti per le proprie discese. Ma sulle piste la musica non si ascolta soltanto in cuffia: ogni anno, infatti, in tutta Europa gli ski party celebrano il connubio fra neve e suoni portando band e DJ sulle cime innevate, dando vita a una serie di festival a misura di sci. Ecco quelli da non perdere. BergfestivalLa stagione si apre con un grande festival di musica rock sullo sfondo delle piste da sci austriache, dove le montagne s’imbiancano presto. Da godere quando scende la sera, dopo un bella discesa con gli sci o con lo snowboard sulla neve fresca.Saalbach Hinterglemm, AustriaDal 2 al 4 dicembre 2016 SnowboxxSi prosegue a marzo sulle Alpi francesi, nella bellissima stazione sciistica di Avoriaz a 1.800 metri di altitudine. Qui viene allestito un vero e proprio “Festival Village” per questo ormai leggendario evento dedicato alla musica (dance, hip-hop, rap, drum & bass e altri generi) per ballare sulla neve e sotto le stelle. Non mancano le bancarelle di street food, i cocktail e gli after-party negli igloo.Avoriaz, FranciaDal 18 al 23 marzo 2017 Rock the PistesNello stesso periodo dello Snowboxx, le piste francesi del comprensorio della Porte du Soleil (di cui fa parte anche Avoriaz) ospitano una serie di concerti e DJ set gratuiti sulle piste, ai quali si accede semplicemente con lo ski pass. Si comincia alle12.45 con i DJ set per riscaldare l’ambiente e alle 13.30 partono i concerti principali.Portes du Soleil, FranciaDal 19 al 25 marzo 2017 Horizon FestivalSono i Pirenei lo scenario di questa settimana dedicata alla musica e al divertimento, con due palcoscenici in quota dove gli artisti si alternano a partire dall’una del pomeriggio per continuare fino a notte fonda, con un contorno di club e cocktail bar e addirittura un evento segreto nel bosco a base di musica elettronica.Arinsal, AndorraDal 26 marzo al 2 aprile 2017 SnowbombingLa stagione si conclude di nuovo in Austria, con quello che è forse il più noto fra tutti i festival sulla neve, una sorta di Glastonbury sullo snowboard a oltre 2.500 metri d’altezza. In principio dedicato alla musica dance ed elettronica, negli ultimi anni ha inglobato l’ondata indie, e comprende anche feste a tema, un villaggio di igloo, saune e idromassaggi.Mayrhofen, AustriaDal 3 all’8 aprile 2017 

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09.11.2016

800 opere che prendono vita in 3.000 immagini proiettate sulle pareti di un museo, animandosi e coinvolgendo il visitatore in un’esperienza che definire “immersiva” sarebbe riduttivo. Sono queste le premesse della grande mostra itinerante Van Gogh Alive, e anche i motivi principali per andare a vedere l’ennesima esposizione dedicata a questo artista - stavolta a Roma, seconda e ultima tappa italiana del tour, prima del trasferimento in Polonia e, successivamente, in Colombia. In questo caso, poi, c’è anche un motivo in più: la sede prescelta per la tappa romana di questo blockbuster globale è infatti il novecentesco Palazzo degli Esami a Trastevere, riaperto dopo decenni proprio per l’occasione. Nei suo grandi spazi, che un tempo ospitavano le sessioni degli esami di Stato, il mondo del grande pittore olandese prende vita attraverso un’esposizione multisensoriale della durata di 40 minuti grazie a un sistema sviluppato da Grande Exhibitions, società specializzata nella creazione di grandi eventi artistici itineranti, che armonizza motion graphic multicanale e suono surround di qualità cinematografica impiegando oltre 40 proiettori ad alta definizione per fornire immagini dettagliate e particolari in primo piano Lo “spettatore” viaggia così attraverso i Paesi Bassi, la Parigi degli Impressionisti, Arles, Saint Rémy e Auver-sur Oise, attraverso 800 opere realizzate tra il 1880 e il 1890. Ma il viaggio è anche un percorso affasciante nel pensiero creativo del maestro, scandito dal colore, dalle pennellate, dal disegno e dai molti riferimenti alla biografia dell’artista. Decisamente non la “solita” mostra su Van Gogh. Fino al 26 marzo 2017 

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31.10.2016

Veloce e brillante come una cometa, Jeff Buckley ha attraversato il cielo della musica rock lasciando dietro di sé una scia di fan esterrefatti per la purezza del suo genio musicale, scomparso prematuramente a soli 31 anni. Da qualche settimana è online il catalogo dei dischi che hanno costruito il gusto musicale di Buckley, canzone per canzone. Tutto ebbe inizio quando Tom Mullen, direttore del digital marketing alla Legacy Recordings/Sony, decise di andare alla fonte delle cover pubblicate nell'ultimo album postumo del musicista americano, You and I: allora Mullen si imbatté in alcune foto scattate dalla madre di Buckley della collezione di vinili del figlio. Questa “Record Collection” è ora visibile ed accessibile sul sito www.jeffbuckleycollection.com, dove si può consultare scorrendola in ordine alfabetico nella sua interezza, selezionando un disco e ascoltando uno snippet di 30 secondi per ogni canzone. In alternativa, per accedere all'intero album, si può cliccare il link a Spotify. A sorprendere e a stupire molti fan sarà sicuramente la vastità dei gusti musicali dell'autore di Grace: solo all'interno della lettera M si susseguono “vicini” improbabili come il re del reggae Bob Marley, il rock politicizzato degli MC5, l'heavy metal dei Metallica, il jazz irrequieto di Charles Mingus, il cantautorato raffinato di Joni Mitchell e il pop miserabilista di Morrissey. E la M non è certo un'eccezione: si possono passare i giorni a cercare di far collimare i Clash con Miles Davis, David Bowie con i Fishbone, Nusrat Fateh Ali Khan con i Jesus Lizard, Nick Cave con Jaco Pastorius, o i Rush con Siouxie and the Banshees. La collezione termina, fatalmente, nel 1996, con un pugno di vinili. Di lì a pochi mesi, Jeff Buckley avrebbe trovato la sua morte precoce nelle spire del Wolf River, mentre canticchiava proprio una delle canzoni presenti nella sua raccolta di vinili - Whole lotta love dei Led Zeppelin. 

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20.10.2016

Justin Vernon è passato dall'essere un semisconosciuto cantante underground a vincere un Grammy Award nel giro di pochi anni. Adesso, dopo una pausa durata cinque anni, è uscito il suo terzo album firmato con l'alias Bon Iver,  22, A Million: un lavoro denso e frastagliato che ha tutte le caratteristiche per diventare il suo album di culto. Un’opera il più distante possibile dal debutto come Bon Iver con For Emma, Forever Ago: Justin Vernon, chiaramente, non si sente più a proprio agio nei panni dell'hipster/folkster, e preferisce prendere come riferimenti per la sua musica artisti come James Blake e Kanye West (con i quali ha talvolta collaborato). Ed ecco quindi perché, sulle canzoni (dai titoli stravaganti) di questo album ha lavorato più come su un prodotto di hip-hop o di elettronica che come su  uno di cantautorato: basta sentirlo cantare, con il suo caratteristico falsetto, sopra un tappeto di chitarre elettriche, glitch elettronici e voci accelerate o trattate con l'auto-tune - in 22 (over soon) - combinare arpeggi di banjo, vocoder ed una pomposa batteria à la Phil Collins  - in 10 d E A T h b R E a s T - e comporre gospel post-moderni per voci e sassofono effettati (in  ____45_____). Tuttavia, in quest'album c'è ancora spazio per le canzoni struggenti che hanno reso popolare Vernon: nel mix di Jackson Browne e Elliot Smith di 29 #Strafford APTS, nel pulsare downbeat di 8 (circle) (che a qualcuno ricorderà Mutineer, la gentile ballata del 1995 dello scomparso Warren Zevon), e nel malinconico piano della conclusiva 00000 Million. 22, A Million è disponibile in streaming su Spotify e Apple Music. 

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13.10.2016

Correva l’anno 1938 quando Sigmund Freud lasciò l’Austria con la sua famiglia in seguito all’Anschluss nazista, rifugiandosi a Londra. Nella capitale britannica, il padre della psicanalisi prese casa a Hampstead, un verde sobborgo a nord del centro, ed è proprio in quella villetta - abitata dalla figlia più giovane Anna fino alla sua morte nel 1982 - che oggi si trova il Freud Museum. Per tutti gli amanti della psicanalisi e dell’interpretazione dei sogni, l’occasione di entrare nello studio di Freud e di vedere il lettino originale su cui faceva stendere i suoi pazienti, ricoperto da un pregiato tappeto iraniano, è imperdibile. Ma il museo è interessante anche per i profani, non solo perché offre uno sguardo intimo e privato sulla storia del grande studioso, ma anche perché rappresenta uno spaccato di vita dell’epoca. La famiglia Freud riuscì infatti a portare con sé a Londra tutto il proprio mobilio e gli effetti personali, compresi alcuni splendidi pezzi Biedermeier e una bella collezione di mobili dipinti in stile campagnolo della tradizione austriaca sette-ottocentesca. Lo studio di Sigmund conserva poi la sua biblioteca e, soprattutto, la sua ricca collezione di antichità egizie, greche, romane e orientali: quasi 2.000 pezzi distribuiti nelle vetrine e sparsi ovunque, persino sulla scrivania. Aperto a tutti i visitatori e curiosi, il museo offre anche importanti risorse bibliografiche e icongrafiche per la ricerca sulla vita e sull’opera di Sigmund Freud e della figlia Anna, a sua volta psicanalista specializzata in psicanalisi infantile. Ospita inoltre mostre d’arte, conferenze e un seminario annuale su Anna Freud. 

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06.10.2016

Elegante, tradizionalista, festaiola. Così Monaco di Baviera generalmente appare a un primo sguardo superficiale. Ma la città tedesca ha un altro volto, decisamente più inedito e spesso tutto da scoprire, che si nasconde- o meglio, si svela - anche attraverso la bellezza dei suoi musei. Uno dei più sorprendenti è senza dubbio il Deutsches Museum: visitare i suoi 50mila metri quadri significa intraprendere un viaggio affascinante nella storia della scienza e della tecnica dalle origini fino ai tempi moderni. Fondato nel 1903 dall'ingegnere Oskar von Miller, si trova su un'isola lungo il fiume Isar, raccoglie originali storici come il primo telefono a trasmissione elettrica, gli emisferi di Magdeburgo, il primo motore Diesel e la prima apparecchiatura con cui venne scoperta la fissione nucleare, oltre a centinaia di modelli, esperimenti e dimostrazioni che possono essere messi in funzione anche dallo stesso visitatore. Aperto negli anni Settanta nel quartier generale della BMW e rinnovato nel 2008, il BMW Welt è uno dei musei dell’automobile più antichi della Germania. Al suo interno, la storia del celebre marchio bavarese è raccontata attraverso sette aree tematiche e 120 veicoli, dalle storiche auto sportive fino ai prototipi. Strizza l’occhio al Futurismo l’architettura dell’edificio, che somiglia a un’insalatiera argentata - tanto da essersi guadagnata l’appellativo di The Bowl. Lungo il percorso a spirale, i visitatori possono imbattersi in icone del mondo dei motori, come la BMW R 32, la BMW 507 e la leggendaria BMW 2002. Un edificio coloratissimo - per la facciata sono state utilizzate ben 36.000 tessere di ceramica - progettato degli architetti Sauerbruch e Hutton è la sede del Museo Brandhorst, che ospita una delle collezioni di più prestigiose e vaste del mondo, quella di arte contemporanea di Udo e Anette Brandhorst. Al suo interno, oltre 700 opere che vanno dalla seconda metà del XX secolo al XXI secolo, fra le quali alcuni capolavori assoluti di Andy Warhol, Joseph Beuys, Mario Merz, Jannis Kounellis, Sigmar Polke, Georg Baselitz, Gerhard Richter, Bruce Nauman, Damien Hirst e altri. Della collezione fanno inoltre parte 112 libri in edizione originale illustrati da Picasso e diverse opere su carta di artisti quali Malevic e Schwitters. Tutt’altra atmosfera si respira alla Glyptothek affacciata sulla Königsplatz, un’elegante piazza fatta costruire da Re Ludwig I (il nonno del "re delle favole" Ludwig II) nella prima metà dell'Ottocento come tassello del grande progetto urbanistico che il sovrano attuò per trasformare Monaco in una Atene sul fiume Isar. Meta imperdibile per gli amanti dell’arte classica, la Glyptothek è frutto di un progetto ambizioso del sovrano Ludwig I, che nel 1830 volle aprire al grande pubblico i tesori dei Wittelsbach, fino a quel momento custoditi nelle residenze di corte. Una collezione prestigiosa che annovera, tra le centinaia di opere suddivise in quattro sezioni, l'Apollo di Tenea (metà VI secolo a.C.) e le sculture del tempio di Aphaia (fine VI - inizio V secolo a.C.) provenienti dai due frontoni e dalla decorazione interna del tempio situato nell'isola greca di Egina. Disegnata e abitata da uno dei padri del movimento Secessionista, Franz Von Stuck, l’odierno museo Villa Stuck è certamente una meta per gli amanti dell’arte, oltre che un gioiello raro di stile Liberty. Costruita nel XIX secolo dall’artista bavarese, maestro di Vassilij Kandinskij e Paul Klee, Villa Stuck va visitata con rispetto, come se si entrasse in un rifugio privato. Oggi il museo ospita diverse mostre, ma la parte più interessante rimane quella relativa alle opere dell’artista che ideò ed arredò completamente anche gli interni della villa. Solo alcune sale sono aperte al pubblico, ma tutte di grande suggestione. Crediti fotograficiIn copertina: Glyptotek, foto © Simone LippolisVilla Stuck: foto di Wikiolo su licenza CC BY-SA 4.0Museo Brandhorst: foto di Andreas Lechtape © Museum Brandhorst ​ 

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08.09.2016

Insieme alle rinomate Maximilian-, Ludwig- e Prinzregentenstraße, Brienner Straße fa parte della rete di strade dello shopping di lusso nella città di Monaco di Baviera, interessante quanto le più sfolgoranti sorelle nonostante la sua natura schiva e dimessa. Ed è forse proprio la sua condotta introversa a renderla così unica, la perfetta destinazione per quanti amano dedicarsi allo shopping senza per questo trascurare la storia. Sin dal XVIII secolo, i regnanti della dinastia reale dei Wittelsbach, che guidarono il Regno di Baviera per più di 700 anni, poterono contare su un'ampia strada maestra lunga circa 5 km e delimitata da un’aggraziata fila di alberi di tiglio che li conduceva dal cuore dell'odierna città vecchia di Monaco fino al Castello di Nymphenburg, la loro meravigliosa residenza estiva. Era dunque scritto nel destino che la sua designazione quale Fürstenweg, ossia "strada dei principi" o "principale", avrebbe reso Brienner Straße nobile di fatto, elevandola con l’andar del tempo al rango di Prachtstraße: una strada elegante, di vita vissuta, di dame a passeggio e mercanti, di storie sovrapposte e narrate. Per chiunque si trovi a Monaco, vale la pena di prendersi del tempo per seguire le orme dei reali, ripercorrendo le tappe principali attraverso cui un tempo passavano le loro belle carrozze trainate dai cavalli. Königsplatz – La piazza del reIconica, severamente quadrata, eppure unica: immersa nel quartiere centrale di Maxvorstadt, la straordinaria Königsplatz ha attraversato una miriade di cambiamenti prima di acquistare la sempre attuale nomea di “piazza delle piazze”. L’area, su progetto originario del celebre architetto Leo Von Klenze del 1814, è incorniciata su tre lati da tre edifici in stile neoclassico: i Propilei (il portale ovest della “Atene dell’Isar”, così come il re Ludwig I desiderava fosse conosciuta la capitale della Baviera), la Gliptoteca (ossia una collezione di capolavori scultorei greci e romani) e le Staatliche Antikensammlungen (Collezioni Nazionali di Oggetti Antichi). In estate, l’enorme piazza dismette i suoi panni austeri e si trasforma in un vero e proprio palco a cielo aperto per gli Open Air concerts.  Karolinenplatz – Il centro per gli appassionati bibliofiliIntitolata a Friederike Wilhelmine Karoline von Baden, eletta prima regina di Baviera nel 1806, questa piazza, raggiungibile semplicemente lasciandosi alle spalle Königsplatz e attraversando Arcisstraße, vi accoglierà con la sua stele commemorativa alta 29 metri e ricavata dalla fusione dei cannoni impiegati durante le guerre napoleoniche. Ciò che non tutti sanno è che sulla piazza, circondata da case taciturne e strade disposte a raggiera, si affacciano diversi edifici storicamente significativi: tra questi spicca il Freyberg-Palais al n. 5 di Briennerstraße, ricostruito in rinnovato stile barocco e di proprietà dell’editore tedesco Hugo Bruckmann e della moglie Else, che nel tardo XIX secolo erano soliti ospitare esponenti di spicco del panorama letterario dell’epoca come Hugo von Hofmannsthal e Rainer Maria RilkeWittelsbacherplatz – Dove fiorisce l’arteSpalleggiati da una buona dose di tenacia e curiosità, non resterete certo delusi una volta giunti sulla Wittelsbacherplatz: prima di poterne calcare i sampietrini, la sola cosa da fare sarà superare sia la Piazza delle Vittime del Nazionalsocialismo, riconoscibile per il monumento alla memoria realizzato da Andreas Sobeck e sormontato da una gabbia bronzea contenente un fuoco perenne, sia il Cafè Luitpold. Quest’ultimo, inserito nella classifica dei tre ritrovi letterari più importanti d’Europa tra XIX e XX secolo, è ancora il principale punto di attrazione del Luitpoldblock, primo edificio a vocazione commerciale al di là delle mura cittadine. Poco più avanti troverete finalmente Wittelsbacherplatz, che si vanta di essere una delle piazze più attraenti della “Monaco luminosa”, così come la definì Thomas Mann. Seguiti dallo sguardo della statua equestre di Massimiliano I, potrete lentamente gironzolare tra i negozi di artigianato di questo pregevole angolo di quartiere, dove in ogni cantuccio spuntano gallerie d’arte, famose botteghe di porcellane e boutique. Proprio qui, in un’area che si è consacrata interamente all’arte al grido di Mode raus, Kunst rein (“fuori la moda, dentro l’arte”) e che col tempo si è trasformata in uno dei più esclusivi centri per lo shopping della capitale bavarese, il nuovissimo negozio Slowear ha fatto la sua comparsa, coniugando moda e arte in un abbraccio genuino di bellezza. Crediti fotografici:Glyptotek, Königsplatz – foto di High Contrast su licenza CC BY 3.0 DEKarolineplatz – foto di Benson.by su licenza CC BY-SA 3.0Wittelsbacherplatz – foto di Florian Adler su licenza CC BY-SA 3.0Luitpoldblock – foto di Luitpoldblock su licenza CC BY-SA 3.0 

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06.09.2016

Fra gli otto milioni e mezzo di abitanti di New York City ne esistono una manciata che hanno deciso di dare alla propria passione la dignità di opera d'arte, per quanto sui generis. Il risultato sono alcuni piccoli musei che mettono a fuoco minuscole porzioni della cultura contemporanea impossibili da dimenticare. MmuseummQuando la location fa la differenza. Mmuseum è allestito all'interno di un montacarichi a TriBeCa e può ospitare al massimo tre curiosi alla volta (è necessaria la prenotazione). Si tratta di una sorta di museo di storia naturale della postmodernità dove oggetti di per sé insignificanti vengono raccolti perché protagonisti di episodi che hanno fatto, a modo loro, la storia: dalla scarpa lanciata a George W. Bush durante una conferenza stampa a Baghdad nel 2008 alla collezione di false carte d'identità, passando per una raccolta di orologi appartenuti a Saddam Hussein. Unendo i puntini tracciati da questi cimeli si costruisce un percorso e un'immagine stranamente coerente dei nostri tempi, e poco importa se l'autenticità dei reperti è quanto meno dubbia. Torah Animal WorldAccanto agli hipster di Williamsburg esiste a Brooklyn una comunità di ebrei ortodossi che riserva non poche sorprese. Fra queste, la collezione degli animali citati nella Torah, nella Bibbia e nel Talmud imbalsamati e ospitati da uno zelante rabbino chassidico nel suo salotto. La raccolta di questi reperti antichi, nata per dare ai bambini l'occasione di capire meglio il senso di analogie e metafore presenti nei testi sacri, diventa un'occasione perfetta per tutti per immergersi in un mondo esotico e lontano. American Gangster MuseumA St.Mark's Place, nell'East Village, basta varcare una soglia per trovarsi negli anni '20, nel pieno del proibizionismo, e provare il brivido di frequentare uno speakeasy, il tipico locale rifornito quotidianamente di alcool da infaticabili contrabbandieri e frequentato da un pubblico di fidati avventori. Intorno a due casseforti che sicuramente hanno visto transitare buona parte del denaro esistente all'epoca in questo lato della città, è costruito il museo dedicato ai cimeli della criminalità organizzata made in Usa dal tempo dei Padri Pellegrini e della tratta degli schiavi fino, appunto, agli anni '20. Fra la forza evocativa degli oggetti e l'atmosfera del luogo il viaggio nel tempo è assicurato. Troll MuseumIl Lower East Side è terra di contaminazioni e visioni, alcune più lisergiche di altre. Al sesto piano senza ascensore di un condominio altrimenti anonimo abitano l'unica autonominata trollologist di New York City, Reverend Jen, e il suo assistente formato chihuahua. Nella sua casa una collezione di troll vintage e multicolori vasta e ipnotica, veri memorabilia da un mondo che diventa di minuto in minuto più reale, mentre lo si studia immergendosi nelle parole di Jen. Treasures in the Trash MuseumQuello che una città consuma racconta molto di come vivono, cosa scelgono, di cosa si nutrono (in tutti i sensi) i suoi abitanti. Se un giorno un dipendente del servizio di nettezza urbana di New York City (DSNY) decide di stivare i reperti più intriganti che trova e continua per 33 anni, il risultato è una vera e propria collezione che descrive l'evoluzione degli usi e costumi della città. Oggi quella raccolta è esposta al secondo piano del quartier generale della NYSD di East Harlem (MANEAST11), nota come The Treasures in the Trash Museum. Per visitarla è necessario prenotare ed essere autorizzati, una piccola trafila che vale la pena di fare.

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08.08.2016

Intellettuali, bambini, famiglie e professori: il Grimm Welt di Kassel è il museo che mette d'accordo tutti e conferma il ruolo di custode della cultura tedesca di questa città della Germania profonda aggiungendo questa tappa a Documenta, l'imponente mostra di arte contemporanea che qui nacque nel 1955. Il museo Grimm Welt celebra il lavoro e il pensiero dei fratelli Grimm andando ben oltre le fiabe che li hanno resi celebri in tutto il mondo. Gli autori di Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Rapunzel, Hänsel e Gretel  – per citarne solo alcune - erano infatti prima di tutto raffinati filologi e linguisti, autori fra l'altro dei 33 volumi del primo dizionario della lingua tedesca, che si pone fra i capisaldi del tedesco moderno secondo solo alla traduzione che Lutero fece della Bibbia secoli addietro. Lo spazio si presenta quindi come una vera e propria porta per immergersi nella cultura tedesca, con i suoi molteplici livelli di lettura che spaziano dalla linguistica alla storia per arrivare alle fiabe, in un corto circuito vivace e ininterrotto fra cultura alta e popolare, il tutto animato da esperienze interattive e spazi di gioco capaci di coinvolgere e divertire sia gli studiosi che i bambini. La scansione dei temi accentua la dimensione non convenzionale del museo: si sviluppa infatti come una sequenza di parole che simula un glossario e stimola l'attenzione e la costruzione di collegamenti fra tutte le idee in gioco. L'interculturalità e la contaminazione fra i saperi è infatti la chiave per capire il senso profondo della ricerca dei fratelli Grimm, che per tutta la vita raccolsero storie fra la gente e le trasferirono per la prima volta dalla tradizione orale a quella scritta in forma di fiaba per diffonderle in tutto il mondo, nascondendo fra avventure e happy ending i valori di una nazione.  

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29.07.2016

Il Museum Quartier di Vienna è uno dei poli museali più grandi e vivaci al mondo, con oltre 90.000 metri quadri di superficie distribuiti fra 60 istituzioni culturali, che comprendono musei fondamentali per la storia dell'arte moderna e contemporanea. Per goderselo a pieno bisogna ricordare che è un vero e proprio laboratorio, dove si avvicendano mostre, seminari e iniziative che spaziano dall'arte per i bambini a infiniti archivi di progetti di alta architettura per addetti ai lavori. Ciascuno può trovare pane per le sue passioni. Inoltre, già passeggiare fra gli edifici contrastanti del quartier è un'esperienza, magari approfittando delle sedute che punteggiano il percorso e che sono a loro volta divertenti opere d'arte pop. Detto questo, ci sono alcuni artisti davvero imprescindibili le cui tracce vanno seguite nei diversi musei. Eccone cinque. Gustav KlimtHa vissuto a Vienna tutta la vita, ne ha visto tramontare l'Impero a cavallo fra XIX e XX secolo, ne ha assorbito la nobiltà decadente trasformandola in una visione fluida e mortale della bellezza, che anche nello sfolgorìo dell'oro nasconde un fondo di malinconia. Il Leopold Museum raccoglie una serie di opere fondamentali, fra le quali Vita e morte, che Klimt dipinge fra il 1910 e il 1915, quasi al termine della sua esistenza. Egon SchieleAustriaco, allievo di Klimt, Schiele ha assorbito l'arte Europea dei primi del '900 e ne ha tratto uno stile del tutto personale e riconoscibile. Capofila dell'espressionismo europeo, a suo agio fra disegni e dipinti, ha costruito una collezione di tipi umani e paesaggi che sembrano sempre sul punto di andare altrove, raccontando un'intuizione di fine del mondo propria dell'Europa del tempo. Non si può visitare Vienna e non incontrare Schiele al Leopold MuseumPaul KleePittore solitario e autodidatta, svizzero di nascita, si lascia sedurre dall'incontro nel 1911 con gli artisti del gruppo Der Blaue Reiter, il cavaliere azzurro, fra i quali Wassily Kandinskij. Klee è fra i nomi più importanti dell'astrattismo europeo, al quale aggiunge un particolare amore per il colore che racconta un tocco di esuberanza decisamente anomalo nei consessi artistici dell'epoca. Al Mumok opere come Boat and Cliffs decisamente meritano una sosta. Andy WarholLet's do Pop Art. Rappresentare il secondo '900 dell'arte europea è (anche) ricordare il legame con l'arte nordamericana. Consumo, serialità e benessere vanno a braccetto e Warhol capisce per primo che saper raccontare una cosa, magari per immagini, è più importante che saperla fare. Al Mumok, imperdibile museo di arte contemporanea, Orange Crash 1963 è un bell'esempio di serialità, per ciò che rappresenta e perché parte di una serie. Roy LichtensteinAncora pop art e ancora Stati Uniti per seguire l'evoluzione dell'immaginario artistico del secondo '900. I dipinti di Lichtenstein raccontano con i tratti del realismo una realtà immaginaria di cavalieri e fumetti capaci di insinuare il dubbio che siano loro i più veri del vero. Qui il cavaliere azzurro di Klee diventa rosso (The Red Horseman, sempre al Mumok) e sostituisce il romanticismo con l'agonismo degli anni '70. Copertina: il Mumok, foto di Gryffindor su licenza CC Attribution-Share Alike 3.0  

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26.07.2016

Conosciuta anche con l'appellativo di "museo all'aria aperta", per 1.000 anni  Gyeongju, sulla costa sud-orientale della Corea del Sud, è stata la capitale della dinastia Silla, celebre per la grande quantità di reperti storici giunti fino a noi. Oggi Gyeongju appare, nella sua parte antica, letteralmente disseminata di templi, pagode, tombe, incisioni nella roccia, statue buddhiste, e le sue rovine sono sparse su di un'area di ben 1.323 chilometri quadrati, per cui è decisamente consigliabile decidere con anticipo quali luoghi visitare perché gli spostamenti possono richiedere anche molte ore di viaggio. Chi non è mai stato da queste parti, sappia che lo aspettano ampie zone di vegetazione rigogliosa dove sorgono tumuli e monumenti funerari, intervallate a una struttura urbana davvero caratteristica. E poi tetti colorati e complesse architetture locali sullo sfondo di verdi montagne. Il tutto migliorato dai grandi sforzi  in termini di restauri portati avanti negli ultimi anni per restituire a Gyeongju il suo antico splendore.  Qualunque itinerario scegliate, il nostro consiglio è di non perdere questi tre luoghi:Tempio di BulguksaSi tratta del tempio principale dell'ordine Jogye del Buddhismo coreano, risalente all'VIII secolo. Notevoli le pagode gemelle di pietra, le scalinate in legno e il grande Buddha di bronzo. Grotta di SeokguramScavata 750 metri sopra il livello del mare, la grotta ospita un'imponente statua del Buddha seduto ed è il luogo migliore per godersi lo spettacolo mozzafiato dell'alba sul Mar del Giappone. Tempio di GolgulsaScavato nella roccia, questo bel tempio offre anche ospitalità per un soggiorno che v'insegnerà i rudimenti del Sunmudo, un'antica arte marziale meditativa.   Crediti fotografici:Tempio di Bulguksa, foto di Junho Jung via flickr su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported La statua di Buddha nella grotta di Seokugram, foto di Junho Jung via flickr su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported Una dimostrazione di Sunmudo (arte marziale Zen) preso il tempio di Golgulsa, foto di Myllissa via flickr su licenza CC Attribution 2.0 Generic  

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07.06.2016

Fondatrice dell’agenzia fotografica londinese che dirige, We Folk, e della casa editrice See W, specializzata nella pubblicazione di lavori artistici inediti e nella commissione di nuovi progetti, Olivia Gideon Thomson è una professionista di successo nel mondo della cultura e della creatività, ma anche una mamma che cerca di barcamenarsi fra la sua carriera e la famiglia nella capitale inglese. Olivia vive a Londra da molti anni e adora la sua città. Con lei abbiamo chiacchierato un po’ dei suoi angoli di Londra preferiti e della vita di tutti i giorni in una delle città più affascinanti del mondo. SJ: Ciao Olivia, raccontaci qualcosa di te.OGD: Vivo a Londra da oltre 20 anni, ho studiato qui, qui ho acquistato il mio primo appartamento, mi sono sposata, ho avuto un figlio, ho fondato un’azienda e lasciato l’appartamento per una casa. Questa città ormai mi è entrata nel sangueSJ: Quanto è importante per chi lavora nel settore della creatività vivere a Londra?OGD: Oggi le persone cercano maggiore flessibilità nella loro vita lavorativa, e qualcuno riesce anche a concedersi il lusso di vivere fuori città. Immagino che sia difficile costruirsi una carriera fuori da Londra, ma quando arrivi al punto in cui ti senti sufficientemente realizzato, forse la cosa più importante è decidere dove vivere, e a quel punto sarà il lavoro a seguire te, se sei abbastanza fortunato. SJ: Qual è il tuo posto preferito in città?OGD: Mi piacciono i quartieri di notte, quando le strade si svuotano, quando il rumore cessa, oppure all’alba quando tutti ancora si stanno svegliando. E poi i periodi di vacanza, quando tutti partono e finalmente chi resta riesce ad arrivare in tempo agli appuntamenti. Ho molti luoghi del cuore, ma forse quello che più di tutti genera in me un senso di appartenenza è il fiume, soprattutto quando volando in aereo sopra la città mi rendo conto di quanto sia grande e profondo nel suo serpeggiare - è un’immagine che mi fa sentire davvero a casa.  SJ: Raccontaci com’è il tuo weekend ideale in città.OGD: Nel fine settimana ho una specie di routine tutta mia, di solito sono molto impegnata a fare cose con e per mio figlio. C’è un’amica che incontro tutti i sabati mattina - ci aggiorniamo e parliamo della settimana appena trascorsa per incoraggiarci a vicenda. Lei è madre e dirigente, e la necessità di barcamenarsi fra la carriera e i bambini è una cosa di cui parliamo tanto, perché ci troviamo ad affrontarla tutti i giorni. Sono molto socievole e adoro vedere gli amici, ma sto bene anche da sola. Se ho voglia di un po’ di tranquillità esco per una lunga camminata, oppure mi rannicchio sul divano a leggere, faccio un pisolino e mi rilasso un po’. Nella zona dove vivo conosco molte persone anche per via delle amicizie di mio figlio, così a volte capita d’imbattersi in qualcuno e di fermarsi a bere un bicchiere di vino, un’occasione davvero preziosa. SJ: Puoi consigliarci qualche posto in città in linea con lo stile Slowear?OGD: In una città caotica come Londra, per me la cosa più importante è fare un po’ di spazio nella testa, e il modo in cui ci sono sempre riuscita è stato frequentando musei e gallerie, dove mi è spesso accaduto di avere momenti di grande profondità. Ho visto i lavori di Yayoi Kusama alla  Serpentine, quelli di Mark Wallinger alla Whitechapel Gallery, il Light show alla Hayward Gallery. Ricordo quei momenti in ogni dettaglio, ma sono stati attimi di scoperta - non sapevo realmente che cosa avrei visto. Nella mia vita non ho quasi mai pianificato nulla, ho sempre incontrato le cose. Dopo la laurea, ricordo che mio padre mi mandò a scuola di dattilografia; in pausa pranzo andavo al Victoria & Abert Museum a South Kensington a guardare i tappeti persiani e lì sentivo finalmente il mio cervello rallentare, e riuscivo a trovare una dimensione diversa. Qualunque luogo dove gli occhi possano soffermarsi e recepire le cose senza che la testa sia troppo coinvolta va bene! Entrate nelle chiese, sedetevi nei parchi, camminate per la città nel fine settimana quando le strade sono più tranquille. SJ: Quindi credi che prendere le cose con più lentezza e godere di tutto ciò che c’è di bello nella vita sia possibile?OGD: Sì – ho sviluppato la capacità di notare tutto quello che mi circonda, e ciò di cui riempio la mia vita mi rende serena. Evito di fare ciò che non mi piace, e passo molto tempo con gli amici e con la famiglia. Leggo tanto, penso tanto e ho un cane completamente pazzo che mi fa fare un sacco di ginnastica. Tutte le mie idee e soluzioni migliori mi vengono in mente quando cammino. Sono cresciuta in campagna, ed è come se fossi riuscita a portare quell’atmosfera e quegli spazi qui con me, in città. Quando riesco a non stare troppo al telefono e a non perdermi nei meandri dei social network, direi che me la passo piuttosto beneFoto di Jenny Hands (@wefolk) 

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03.06.2016

Sweem è un musicista francese. Il successo, per lui, è arrivato grazie a The Voice, ma noi lo abbiamo conosciuto quando è entrato nella nostra boutique parigina alla ricerca di una giacca burgundy. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui su Parigi  e sullo stile Slow. SJ: Ciao Sweem, descrivi te stesso in tre parole.S: Viaggiare, fare nuovi incontri e condividere. SJ: Non esci mai di casa senza... ?S: Il mio cappello. Praticamente fa parte della mia testa. E poi qualcosa per scrivere e prndere appunti, ad esempio il mio smartphone, con cui passo parecchio tempo. SJ: Raccontaci qualcosa di Parigi che per te rappresenta una fonte d'ispirazione.  S: Parigi è un'ispirazione continua! Adoro la sua vita notturna, quel non so che di speciale nell'aria, quella bohème che ti fa sentire libero. Mi basta affacciarmi alla finestra e vedere Parigi di notte, immaginare tutte le cose pazze e romantiche che  succedono là fuori. SJ: Suggeriscisi qualcosa da fare a Parigi con 24 ore a disposizione.S: Cominciamo con un posto interessante vicino a dove vivo (nel 1° arrondissement): Killiwatch è un fantastico negozio nel 2° arrondissement, e il suo reparto vintage è da impazzire, davvero enorme e con una scelta incredibile. La cosa bella è che non solo gli abiti sono vintage, ma anche l'ambiente. Un altro indirizzo che adoro è rue des Abesses nel 18°, dove ancora si può passeggiare per le vecchie stradine acciottolate di Parigi.  Poi prenderei la funicolare per Montmartre, da dove la vista su Parigi è meravigliosa, e ci si può sedere in tranquillità rapiti dalla vista.Un'altra cosa che farei è andare a guardarmi la vetrina del miglior negozio di effetti per chitarre in città in Rue Victor Masse al 37 - lungo la stessa strada ci sono diversi negozi di strumenti musicali. Un altro posto davvero interessante per la musica è Petit Bain, nel 13°, una piccola sala da concerti per musica alternativa dove si tengono anche DJ set. In estate si sta benissimo sulla terrazza, con un mojito in mano e qualche amico con cui chiacchierare. A questo punto sarà giunta l'ora di mangiare qualcoasa, ma probabilmente saremo un po' in ritardo sulla nostra tabella di marcia. Non ci resta che fare un salto da Au Pied de Cochon, un ristorante davvero carino e accogliente che è sempre aperto, a qualsiasi ora. Per chi non se la sente di assaggiare ill famoso pied de cochon (in pratica lo zampone) ci sono i frutti di mare, da abbinare a un buon vino bianco ghacciato. Adesso un po' di divertimento puro, magari al Bus Paladium di Pigalle, con i suoi interni fantastici e l'atmosfera unica. Per chi preferisce i club duri e puri c'è Carmen , un ex bordello trasformato in discoteca, oppure l'Orphee, poco più in là. SJ: Ci è giunta voce che stai lanciando il tuo nuovo progetto musicale. Ci racconti qualcosa?S: Sto lavornado al mio EP che uscirà a breve. Sono appena tornato da Berlino, dove ho girato alcuni video per le mie nuove canzoni, e me ne sono innamorato. SJ: Quando sei passato per caso davanti alla vetrina del nostro negozio di Parigi hai avuto una specie di colpo di fulmine per lo stile Slowear. Spiegaci meglio che cosa ti ha colpito.S: Stavo lavorando con il mio stylist all'outfit per il giorno successivo e pensavamo di aver concluso il nostro shopping. Poi mi sono imbattuto nella vostra vetrina del Marais e quello che ho visto ha catturato la mia attenzione. Già da un po' ero alla ricerca di una giacca burgundy e lì c'era esattamente quello che avevo in mente. I commessi sono stati così gentili che mi sono sentito subito a casa, Abbiamo chiacchierato un po' del mio progetto, e il risultato è che la cover del mio album adesso è brandizzata Slowear. Nulla accade mai per caso! Per saperne di più su Sweem date un'occhiata alla sua Fanpage su Facebook

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20.05.2016

I caffè dove poter bere qualcosa o consumare un pasto leggero leggendo un libro sono sempre più numerosi, a Tokyo. Ecco una lista di posti dove potrete sentirvi a vostro agio proprio come nel salotto di casa, leggendo e sorseggiando il vostro caffè in un’atmosfera piacevolmente rilassata. Mori no ToshoshitsuMori no Toshoshitsu (alla lettera “la libreria di Mori”) è un caffè di Shibuya aperto fino a tarda note. Offre la possibilità di consultare i libri, utilizzare il Wi-Fi e le prese elettriche. All’interno dei libri c’è un menu con la lista del cibo e delle bevande disponibili. Si servono anche alcoliciBooks BunnyBooks Bunny è una libreria, bar e caffè. La libreria comprende pubblicazioni occidentali di ogni genere, dall’arte alla moda. Il caffè propone diversi tipi di miscele, snack e proposte per il pranzo.   BundanBundan è il caffè letterario di Tokyo Pistol, un’azienda che opera nel settore della creatività. La selezione di libri conta circa 20.000 titoli, compresi volumi rari, capolavori della letteratura giapponese e anche testi sulle sottoculture. Il caffè propone bevande associate agli autori e i loro piatti preferiti, oltre a cibi e bibite citati nei loro romanzi. Book & Café PhosphorescenceQuesto caratteristico caffè ospitato all’interno di un edificio di mattoni rossi prende il nome da un racconto di Osamu Dazai. Gli interni sono un po’ angusti, com’è tipico dei negozietti di libri di seconda mano. Oltre a ospitare una vasta collezione di opere letterarie, organizza spesso mostre ed eventi dedicati all’opera di Osamu . Yoru no HiruneQuesto caffè dalle parti della stazione di Asagaya ha interni decorati in stile Shōwa  e trasmette musica e video tutto il giorno. Il catalogo spazia dai manga fino ai libri di scienze naturali, d’arte e alle riviste. Il menu include bevande alcoliche e cibo, e si organizzano spesso eventi e concerti.

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18.05.2016

La capitale della Bosnia Erzegovina è una città come nessun'altra in Europa - il tempo l'ha segnata in modo indelebile: è sopravvissuta al controllo ottomano ed austroungarico, ed ha attraversato il comunismo di Tito ed il più lungo assedio nella Storia moderna. Ma le bellezze di Sarajevo sono ancora tra di noi, più vive che mai, come hanno rimarcato di recente il National Geographic ed il Guardian. Sarajevo è infatti uno dei segreti meglio nascosti d'Europa. Un segreto di cui è facile innamorarsi. Una tazza di caffè bosniacoLa prima cosa da fare arrivati in città è sorseggiare un bosanska kafa: questo caffè bosniaco è molto forte (e abbastanza simile al caffè turco) e lo troverete servito al meglio in una delle tipiche kafane della Baščaršija (la città vecchia). E' di solito accompagnato da alcuni lokum (caramelle di zucchero e amido) dai colori sgargianti.Non dovete fare altro che sedervi su uno sgabello o su di un cuscino e godervelo. VijećnicaNon potete perdervi la Vijećnica. Costruita ai tempi in cui la Bosnia era una provincia dell'impero austroungarico, da allora venne utilizzata come municipio e come biblioteca nazionale ed universitaria. Poi arrivò la guerra degli anni '90: il 25 Agosto del 1992, durante l'assedio, le forze militari serbo-bosniache la bombardarono. L'intero edificio e più di due milioni di libri vennero distrutti. Ci vollero più di venti anni per ricostruirla esattamente com'era – in tutta la sua stravagante bellezza pseudo-moresca. Passeggiata lungo la MiljackaA questo punto dovete solo fare qualche passo fuori dalla Vijećnica ed iniziare la vostra passeggiata lungo la Miljacka per ammirare i più bei ponti della città. Il primo è il ponte ottomano Šeher-Ćehaja, ed il secondo è il famoso Ponte Latino, dove fu assassinato l'arciduca Franz Ferdinand (il casus belli della Prima Guerra Mondiale). Se proseguite verso ovest, dopo altri due ponti, arriverete al recente Festina Lente (del 2012) con la sua caratteristica forma “a nodo”. Sarajevo Film FestivalNato durante le condizioni più avverse – nel 1995, durante gli ultimi giorni dell'assedio, quando i film potevano arrivare in città solo in formato VHS – il SFF è il più importante festival cinematografico dei Balcani ed il più grande evento culturale della Bosnia Erzegovina. Nei suoi venti anni di storia, il premio “Heart of Sarajevo” è andato ad alcuni dei migliori talenti emergenti del cinema moderno, tra cui Danis Tanović (per No Man's Land) e Deniz Gamze Ergüven (per il film Mustang del 2015).La prossima edizione si terrà tra il 12 ed il 20 Agosto 2016. La Fortezza GiallaSarajevo è anche la città dei panorami mozzafiato, grazie alle montagne ed alle colline che la circondano. Il più facile a cui accedere è il panorama visibile dalla Žuta Tabija. La Fortezza Gialla è parte delle mura cittadine settecentesche, e dalla sua cima potrete scattare alcune delle migliori foto della vostra vita e, allo stesso tempo, bervi qualcosa al bar aperto solo di recente.

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15.05.2016

1. Non è su Spotify.Quindi, se volete ascoltarlo senza iscrivervi a Tidal o ad Apple music, ad oggi, l'unica possibilità è andare sul sito della BBC ed approfittare del Radiohead listening party. 2. Contiene molte canzoni vecchie. Come al solito.Sono apparse in questi giorni molte recensioni che hanno sottolineato con sorpresa come molti brani di A Moon Shaped Pool fossero già stati suonati dal vivo da Thom Yorke o dalla band nella sua interezza (Diffuser.fm l'ha addirittura definito un “bizarro greatest hits package”). Ma in realtà i Radiohead hanno sempre avuto l'abitudine di provare e riprovare canzoni per anni prima di farle uscire ufficialmente su disco. Solo per citarne qualcuna: Nude è apparsa sull'album del 2007 In rainbows ma risaliva al 1997, e The National Anthem è apparsa e scomparsa durante diversi concerti per almeno sei anni prima di entrare a far parte della tracklist di Kid A. 3. Anche i bambini di otto anni ne scrivono recensioni.Una utente di Twitter di nome Beth Gordon ha postato la recensione traccia-per-traccia del suo figlio di otto anni. Il verdetto? La traccia 1 è “festosa”, la 8 “mi ricorda Kung Fu Panda” (!?!?), e la 11 “potrebbe far piangere le persone”. 4. Nessuno ci azzecca al primo ascolto con i Radiohead.In molti hanno recensito online A Moon Shaped Pool solo poche ore dopo l'apparizione dell'album. Ma qualsiasi loro fan accanito vi assicurerebbe (controllate pure sul fansite At Ease) che per ogni loro album non bastano pochi ascolti: serve più tempo per coglierne meglio le sfumature e la bellezza delle canzoni. Specialmente con un disco denso come AMSP. 5. L'orchestra è il membro aggiunto.Gli archi sono ovunque in A Moon Shaped Pool: nelle parti “col legno” dell'opener Burn the Witch, nelle esplosioni atonali che si ripetono a corrente alternata durante tutto l'LP, e nella stupenda figura di violoncello posta in chiusura della strappalacrime Glass Eyes. Non c'è da meravigliarsi se anche gli appassionati di musica classica lo apprezzano.

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03.05.2016

Milano l’hanno raccontata in tanti, artisti, scrittori, poeti e, naturalmente, innumerevoli guide turistiche. Difficile, dunque, dare un punto di vista originale sulla città; eppure, Moleskine ci è riuscita con I am Milan, prima uscita della sua nuova collana I am the city, una serie di ritratti e di inni alle grandi metropoli e alla loro vitalità. A portarci a spasso per la città con illustrazioni e parole è Carlo Stanga, pluripremiato architetto, illustratore e autore italiano, che invita il lettore a scoprire la Milano più classica ma anche quella “segreta”, nascosta nei dettagli e nel tessuto architettonico e meravigliosamente ritratta con il suo stile inconfondibile. Un lavoro che è valso a Stanga già  due importanti riconoscimenti, e che va dritto al cuore di chi ama Milano.  Abbiamo sentito Carlo, che vive e lavora fra Milano e Berlino, per approfondire le ispirazioni che hanno dato forma a I am Milan e il suo rapporto con le due città.SJ: Questo libro è una dichiarazione d'amore a Milano fatta a distanza, da Berlino. Che cosa ami di più della città, che cosa ti manca e che cosa invece non ti manca per niente?CS: Mi piace considerare I am Milan come una lettera affettuosa alla città in cui ho studiato e sono cresciuto professionalmente. Quello che amo di più di Milano è l’atmosfera elegante che si respira ovunque, mi pare proprio la caratteristica che la distingue maggiormente rispetto alle altre città del mondo. Forse è questo il carattere principale. Non mi mancano invece il caos, l’inquinamento e la burocraziaSJ: Puoi citare ti tuoi luoghi del cuore in città?CS: Tra i tanti luoghi che amo di Milano ci sono i Navigli, perché ho sempre vissuto in via Vigevano ed è sempre stato quello il mio quartiere (a parte un anno nella diversa ma comunque splendida via Canova). Poi mi piace la Triennale, con i meravigliosi spazi del grande architetto Giovanni Muzio, e la ricchezza di mostre spesso interessanti. Corso Garibaldi, dove si leggono ancora le ferite dei bombardamenti dell’ultima guerra, è per me un altro luogo amato per la sua eterogeneitá architettonica e il quartiere così tranquillo e gradevole, pur essendo in posizione centrale. Qui ho lavorato per alcuni anni. SJ: Perché ha lasciato l'Italia e perché ha scelto Berlino? Com'è il rapporto con la sua città adottiva?CS: La creatività ha spesso bisogno di cambiamento, di nuovi luoghi e orizzonti, così ho lasciato Milano e l’Italia con la loro classicità e inclinazione di gusto più tradizionale per una metropoli completamente diversa e più alternativa. Berlino ha molti vantaggi perché è ricca di creatività, con il maggior numero di gallerie d’arte al mondo, quasi 200 musei di livello internazionale e una vita culturale effervescente. Oltre alle arti visive, è la musica a fare da padrona qui. Berlino è l’unica città al mondo ad avere 3 teatri d’opera di livello inarrivabile e una filarmonica straordinaria. Poi è una città con molti centri, non uno solo, senza la pericolosa contrapposizione gerarchica tra centro e periferia, un esempio urbanistico che molti vorrebbero imitare. Berlino è una metropoli molto amata e attrattiva, che cresce di popolazione enormemente di anno in anno. Non c’è stress, ma una alta qualità della vita nonostante l’enormità della città, una serenità che qui chiamiamo Deutsche Vita, ricordando la “dolce vita”. Poi c’è tantissimo verde, un terzo dell’area urbana è occupato da parchi, fiumi e laghi balneabili e quasi 100 darsene. L’inquinamento è relativamente basso, qui sgranano gli occhi se dico che da noi c’è il blocco del traffico… A proposito, i mezzi pubblici sono efficientissimi e si usa molto la bicicletta. È una città all’avanguardia, molto qui nasce o comunque arriva prima. È stata una delle primissime metropoli a utilizzare il car sharing ed è qui che ora si studia la nuova iCar a guida senza conducente. Ci sono più di 100 centri di ricerca in molte discipline scientifiche, insomma tanto futuro. Con Milano, naturalmente, ho un ottimo rapporto. Ci torno spesso, per ritrovare la famiglia, gli amici e anche per lavoro. SJ: Fra i tuoi maestri c'è stato anche il grande Bruno Munari: in che modo ti ha influenzato? Quali altri artisti ti sono stati d’ispirazione?CS: Con Bruno Munari ho collaborato per alcuni laboratori creativi subito dopo la laurea al Politecnico. Mi ha insegnato a vedere il mondo in modo libero, cogliendo gli aspetti apparentemente insignificanti per i più, ma ricchi in realtà di senso e di nuove soluzioni. Con Munari era come ritornare bambini, ma con una consapevolezza e capacità critica matura. Era un vero rivoluzionario. Oggi tutto sembra omologato al “super”, “ arci”, “ archi-star”, con forme bizzarre ma poco intelligenti, rendering tanto  “ iper” e “ cool” quanto bugiardi. Insomma, poca sostanza, poca vera innovazione e molta idiozia.Tra gli artisti che amo di più in generale ci sono David Hockney, Francis Bacon, e ovviamente Picasso. Un illustratore italiano, anche lui architetto, che ammiro e mi ha dato buoni consigli è Guido Scarabottolo. Voglio ricordare qui anche la poesia delle fotografie di Gabriele Basilico che mi ha sempre molto colpito, cogliendo l’anima più profonda della città. SJ: Le città possono essere più o meno adatte all'illustrazione così come lo sono alla fotografia?CS: Credo che tutte le città siano fotogeniche, dipende solo da chi le guarda e le rappresenta e da quanto ne sia emotivamente coinvolto, che si tratti di un pittore, di un illustratore o di un fotografo. Personalmente, amo le città più complesse, con forti contrasti e infinite e sempre nuove sfaccettature, come Tokyo, Città del Messico, Berlino, ma naturalmente anche Milano - che pur piccola e monocentrica negli ultimi anni si è arricchita di nuovi luoghi importanti. SJ: Dopo Milano creerai altri volumi per I am city?CS: Sí, ora sto lavorando su Londra, che mi coinvolge molto, e poi sarà la volta di Parigi, New York e spero altre. Il mondo è sempre sorprendente!

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26.04.2016

Le sigle dei cartoni animati giapponesi e i loro personaggi sono diventati un simbolo e un carissimo ricordo per intere generazioni di fan. I manga dai quali queste serie sono tratte sono ormai riconosciuti in tutto il mondo come un’espressione della cultura popolare giapponese, ma all’inizio erano considerati poco più che schizzi senza valore, come suggerisce il loro stesso nome. L’origine dei manga resta sconosciuta, ma il nome entrò nell’uso comune con la pubblicazione dell’Hokusai Manga nel 1814. Nell’ultimo anno, le vendite di manga sono cresciute ancora, attestandosi sui 500 milioni di copie vendute fra edizioni stampate e digitali, per un ricavo  di oltre 356.9 miliardi di yen - un settore decisamente redditizio.  Non stupisce dunque che in Giappone siano stati istituiti svariati musei dedicati proprio ai più amati artisti mangaka giapponesi. Vediamo quali sono i principali. Osamu Tezuka Manga MuseumOsamu Tezuka è stato un fumettista, mangaka, animatore e regista noto soprattuto come il principale narratore del secondo dopoguerra giapponese e fonte d’ispirazione per molti suoi colleghi. Fra i suoi lavori, Astro Boy, Kimba il Leone Bianco, La principessa Zaffiro e La Fenice. L’Osamu Tezuka Manga Museum si trova nella città di Takarazuka, dove Osamu visse dai 5 ai 24 anni. Il museo si concentra sulla vita e sull’opera dell’autore, con oltre 170 pezzi fra cui manga e anime, e una parte dedicata all’esperienza della creazione degli animeFujiko F Fujio MuseumDedicato al duo creativo formato da Hiroshi Fujimoto e Motoo Abiko, gli autori del successo planetario di Doraemon il gatto spaziale, questo museo di Kawasaki ha anche un mini-teatro e un caffè, e vende moltissimi gadget dedicati alle serie più recenti. Consigliatissimo per grandi e piccini. Shotarō Ishinomori Memorial MuseumShotarō Ishinomori è stato l’autore di moltissimi manga (fra i quali Chobin) e tokusatsu, ossia film dedicati ai supereroi e pieni di effetti speciali, in particolare Cyborg 009, Kamen Rider, L’androide Kikaider e Himitsu Sentai Gorenger. Il museo si trova a Tōme, Miyagi, nella casa dove Shōtaro era nato e cresciuto. Fra video ed esposizione, questo museo è davvero irrinunciabile per tutti i fan più accaniti del genere manga. Go Nagai Wonderland MuseumNato e cresciuto a Wajima, Ishikawa, Go Nagai ha cominciato la sua carriera come assistente di  Shotarō Ishinomori per poi realizzare successi internazionali del calibro di Devil Man, Cutie Honey e Mazinga Z. Fuori dal museo, che si trova a Wajima, ci sono una riproduzione di Mazinga alta due metri e una statua di Devil Man in dimensioni reali. All’interno, una vasta collezione di tavole e disegni originali. Shigeru Mizuki MuseumShigeru Mizuki, la cui fama e reputazione sono eguagliate solo da quelle di Osamu Tezuka, è scomparso l’anno scorso. Per rendere onore al suo mondo di mostri e fantasmi costruito attorno al personaggio di Kitaro dei Cimiteri, nella sua città natale, Sakaiminato (prefettura di Shimane) è nato un museo in sua memoria. L’esposizione dedicata ai mostri è stata realizzata sotto forma di casa infestata dagli spiriti, all’interno della quale i visitatori possono scoprire dettagli sulla vita e sulla carriera dell’autore e vedere una ricostruzione del suo studio.  Hasegawa Machiko Art MuseumMachiko Hasegawa fu la prima donna mangaka in Giappone. Trasferitasi da Fukuoka a Tokyo, studiò con Suihō Tagawa, per diventare fumettista. La sua celebre striscia Sazae-san comparve sulle pagine del quotidiano serale Fukunichi per poi passare ad essere pubblicata sull’Asahi Shimbun, uno dei più importanti giornali giapponesi. Di lì a poco, la versione animata della serie divenne il programma preferito da tutti i giapponesi e trasmesso la domenica all’ora di cena. La storia si sviluppa attorno alla protagonista Sazae Fuguta, e alla sua famiglia. Il museo dedicato all’autrice si trova a Setagaya, Tokyo, dove la Hasegawa visse fino ai suoi ultimi giorni, e ospita manga e schizzi originali oltre alla collezione di opere d’arte appartenuta a Machiko e alla sua sorella maggiore.   Ghibli MuseumSebbene non sia dedicato ad alcun mangaka, il Ghibli Museum, nel bel mezzo della foresta di Mitaka, è assolutamente da visitare, poiché celebra i premiati e amatissimi film animati portati al successo internazionale dallo Studio Ghibli. Fondato nel 1985 come succursale della Tokuma Shoten Publishing dopo il successo di Nausicaa nella Valle del Vento e chiamato come l’omonimo vento del deserto libico, lo studio debuttò con Laputa il Castello nel Cielo. Nel corso degli anni, lo Studio Ghibli ha  realizzato circa venti film animati opera di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Il museo, progettato dallo stesso Miyazaki, accoglie i visitatori con una statua gigante di Totoro ed è arricchito da ponti, balconi, scalinate e ogni sorta di strano macchinario.

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21.04.2016

Contrariamente a ciò che molti pensano, da sempre la moda è stata influenzata da ciò che indossavano gli uomini, oltre che dagli abiti femminili. Nel Settecento, gli aristocratici indossavano abiti a tre pezzi notevolissimi per stile e fattura, e sontuosi almeno quanto quelli della loro controparte femminile; i dandy del XIX secolo furono promotori di un tipo di eleganza meno vistoso e più raffinato; nel XX secolo, i mod sposarono stili moderni e iper-colorati; e l’uomo del XXI secolo, con i suoi abiti ultra-chic di giorno e gli smoking a stampe floreali per la sera, sta ridefinendo ancora una volta il concetto di moda maschile.   Mettendo in discussione l’ormai trita equazione fra moda e femminilità, la mostra Reigning Men: Fashion in Menswear, 1715–2015 al LACMA di Los Angeles non solo rimette al centro l’abito maschile, ma stabilisce collegamenti illuminanti fra la storia e l’alta moda, seguendo il filo delle influenze culturali attraverso i secoli, esaminando come alcuni elementi delle uniformi militari abbiano contribuito a dare forma alla moda maschile, e svelando quanto anche il corpo maschile, come quello femminile, sia stato (e a volte sia ancora) strizzato in bustini o aiutato con imbottiture. Il percorso espositivo è stato costruito attorno a 200 outfit provenienti per la stragrande maggioranza dalla prestigiosa collezione di costumi e tessili del LACMA, fra i quali ci sono diversi esempi di pezzi rari e mai esposti appartenuti a uomini di diverse classi sociali e risalenti all’epoca della Rivoluzione Francese - dai pantaloni dei rivoluzionari sanculotti alle carmagnole, semplici giacche portate dagli operai. I curatori hanno poi arricchito la collezione con altri pezzi rappresentativi di alcuni momenti storici importanti, fra cui un raro esempio di zoot suit originale, il tipico abbigliamento da uomo diffuso nelle comunità afroamericane, chicane e italoamericane intorno agli anni Quaranta, con la lunga giacca a spalle larghe e i pantaloni a vita altissima. Reigning Men comprende infine anche una selezione di scarpe, accessori e stoffe a complemento degli outfit esposti. I marchi e gli stilisti rappresentati sono oltre 50.  Fino al 21 agosto

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19.04.2016

Sono ormai lontani gli anni in cui era abitudine per nonni e genitori rispolverare dai cassetti i vecchi album di famiglia e mostrare, con orgoglio e un po’ di nostalgia, le immagini di tutta una vita. Una pratica ormai perduta, da quando abbiamo iniziato a disseminare fotografie in Hard-Disk esterni, schede SD, chiavette USB e sistemi iCloud di cui nemmeno ricordiamo più la password per accedervi. Ben lontani dall’epoca in cui la fotografia era un prezioso simulacro della persona raffigurata, una presenza in assenza, da custodire gelosamente e portare sempre con sé, oggi sembra che tutte quelle immagini relegate in cartelle digitali, più che conservate, siano intrappolate. Il problema è tanto semplice quanto grave: le fotografie non vengono più stampate.  Ciò che sta accadendo è un vero e proprio controsenso; l’attuale proliferazione incontrollata e smisurata di immagini, prodotta per il timore che qualcosa o qualcuno possa cadere nell’oblio, paradossalmente sortisce l’effetto opposto, generando un ammasso informe di ricordi destinati in breve tempo a perdere ogni valore e significato, fino ad essere totalmente dimenticati. Questo ossessivo ed impulsivo scattare fotografie risulta, quindi, privo di alcuna utilità dal momento che la maggior parte delle volte dà alla luce una serie di immagini doppioni, sfocate, insoddisfacenti e, onestamente, brutte che rimangono per anni relegate in computer e in angoli della memoria in attesa di essere, chissà quando, riaperte. Per di più, va spezzata la convinzione che le nostre fotografie, affidate a tali scrigni virtuali, saranno per sempre a nostra disposizione; questi sistemi infallibili di conservazione sono infatti più fragili di quanto pensiamo.A dirlo è niente meno che uno dei padri di internet, Vint Cerf, Chief Internet Evangelist di Google che, con toni tutt’altro che rassicuranti, ci mette in guardia sul fatto che stiamo inconsciamente creando “un deserto digitale, un buco nero dell’informazione che a posteriori ridurrà la nostra epoca in un nuovo Medioevo”. A causa dei continui aggiornamenti di software e sistemi operativi, c’è il rischio concreto che, in un futuro non troppo prossimo, i documenti e le immagini salvate con le tecnologie attuali diventino illeggibili e non più accessibili. I bit del passato non saranno più interpretabili e, destinati a marcire virtualmente, determineranno la perdita di quei file che si credevano destinati a durare per sempre. Di fronte a questo comportamento autodistruttivo, è lo stesso Cerf ad esortare a ricorrere alla “vecchia” stampa per tutte quelle immagini a cui teniamo particolarmente e che non vorremmo andassero distrutte”.Allora ricominciamo a creare copie fisiche delle nostre fotografie preferite, a raccoglierle in album da sfogliare, ad attaccarle ai muri come teenager: facciamo tutto ciò che è in nostro potere per liberarle dallo stato di sterili file digitali. 

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14.04.2016

Theo Jansen è un personaggio che potrebbe essere uscito da un film di Tim Burton - lunghi capelli bianchi, due occhi di ghiaccio, un bel viso espressivo, un’elegante giacca sartoriale di velluto a coste con la quale compare spesso nei filmati e nelle foto che lo ritraggono. Theo ha 68 anni, è un artista olandese, vive a Delft, sulla costa del Mare del Nord, e da oltre vent’anni passa le sue giornate a costruire e perfezionare delle strane creature fatte di tubi di plastica (che in Olanda si usano per contenere i fili elettrici), chiamate Strandbeest (l’olandese per “animali da spiaggia”) che si muovono da solo sospinte dal vento. Chi abita da quelle parti è abituato a vederle “camminare” sulla grande spiaggia di Delft, vicino al ristorante De Fuut, il locale in riva al mare di un amico dove Theo passa gran parte delle sue giornate quando non è nel suo laboratorio a costruire nuovi animali da spiaggia. Li ha addirittura catalogati in diverse generazioni in base all’era geologica - vale a dire ai materiali utilizzati e alle varie abilità di movimento. I più evoluti, oltre alla struttura in tubi di plastica, hanno hanno vele, pale per sollevare la sabbia, addirittura tesori che li avvertono se vanno in secca. Ma da cosa nasce l’idea? Nel 1990, Theo scrisse un articolo sul pericolo che l’innalzarsi del livello dei mari riportasse l’Olanda a essere sommersa fino a ritornare alle sue dimensioni medievali, e si propose di risolvere il problema creando enormi animali capaci di muoversi per inerzia e di riequilibrare il rapporto fra terra e acqua spalando la sabbia in aria e facendola precipitare sulle dune marine e, di conseguenza, innalzandole. Innumerevoli esperimenti e generazioni di Strandbeest dopo, queste creature sono però diventate un’autentica ossessione, e un vero e proprio progetto artistico che viaggia per i musei del mondo - da Tokyo a Chicago, da Parigi ad Amsterdam, da Salem a Madrid. Tuttavia, il luogo migliore per osservarle resta la spiaggia, dove Theo spera un giorno di poterle lasciare libere perché possano vivere di vita propria. Anche quest’anno sono previste le sempre affollatissime Beach Session estive fra giugno e settembre lungo il litorale olandese, durante le quali le dream machine più recenti uscite dal laboratorio vengono sguinzagliate in riva al mare. Obbligatorio prenotarsi.

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12.04.2016

Conoscere le regole dell’etichetta previste per un incontro d’affari  è uno strumento di comunicazione essenziale. Un po’ come l’olio negli ingranaggi, aiuta le persone a rapportarsi in modo più fluido. La regola fondamentale è molto semplice, ed è quella che riguarda ogni genere d’interazione sociale: mai far sentire a disagio chi ci sta di fronte. In fondo, se quella che conta è la prima impressione, meglio che sia molto buona.Secondo alcuni sondaggi condotti da aziende in espansione su scala globale, il Giappone è il paese con la più rigida etichetta di comportamento per quanto riguarda i rapporti di lavoro. Se avete in previsione un viaggio di lavoro in Giappone o un incontro con un’azienda giapponese, dunque, questi pochi consigli potranno esservi molto utili per cavarvela con le buone maniere e dare un’ottima impressione. Salutare e inchinarsiPer prima cosa, scambiatevi qualche parola di saluto e inchinatevi, tenendo gli occhi bassi. Solo quando v’inchinerete per la seconda volta potrete alzare lo sguardo e guardare l’interlocutore negli occhi.Ci sono tre tipi d’inchino: informale, formale e molto formale.L’inchino informale si fa inclinando il busto con un’angolazione di circa 15 gradi e un  leggero cenno del capo. Questo tipo d’inchino è adatto per salutare i colleghi o i superiori quando li s’incrocia nei corridoi dell’ufficio.Per l’inchino formale occorre piegarsi un po’ di più, a un’angolazione di circa trenta gradi. Utilizzate quest’inchino ogni volta che incontrate un socio d’affari, un cliente, o se avete bisogno di un favore da qualcuno. Infine, l’inchino molto formale è un inchino più pronunciato, che supera i 30 gradi. Abusarne rischia di farvi apparire affettati, perciò va riservato per le occasioni in cui intendete esprimere profonda gratitudine oppure scusarvi. Scambiarsi i biglietti da visitaAnche lo scambio dei biglietti da visita fa parte dei saluti. Si comincia presentandosi brevemente, dicendo il proprio nome e, infine, porgendo il bigliettino. è fondamentale che a porgere per prime il biglietto siano le persone più in alto nella gerarchia, o che i vostri clienti ricevano per primi il biglietto e non viceversa. Nel caso siate i primi a ricevere il biglietto, non potrete usare entrambe le mani perché nell’altra mano avrete il vostro biglietto pronto da porgere. Se invece avete già consegnato il vostro biglietto, è raccomandabile ricevere quello dell’altra persona con entrambe le mani. Usate entrambe le mani anche quando porgete il vostro biglietto, girato dalla parte sulla quale compare il nome, e tenuto non più in alto del vostro busto. Nel ricevere il biglietto dell’interlocutore, è abitudine confermarne il nome leggendolo ad alta voce. Fate dunque attenzione che le vostre dita non coprano il nome della persona o dell’azienda sul bigliettino. Se per sbaglio vi siete scambiati il biglietto simultaneamente, assicuratevi di non essere i primi a mettere via il biglietto dell’altro. Evitate di tirare fuori il biglietto dal portafogli o dalle tasche all’ultimo momento, e non scrivete appunti sul bigliettino dell’altra persona davanti a lei. Non scambiatevi i biglietti a tavola. Infine, inutile specificare che il vostro bigliettino dev’essere immacolato, senza pieghe né macchie. Sedersi secondo un ordine precisoIl posto migliore in una sala riunioni è detto kamiza, ed è riservato alla persona che sta più in alto nella gerarchia; in genere è quello a capotavola, il più lontano possibile dall’ingresso. La persona di grado inferiore nella stanza, al contrario, dovrà sedersi a debita distanza dal superiore, accanto alla porta, e il suo posto avrà il nome di shimoza. Se ci sono divani o poltrone, anch’essi saranno riservati ai superiori. Un altro criterio può essere l’aspetto del posto prescelto: se accanto alla sedia ci sono statue, quadri o finestre, questa andrà alla persona più importante.

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04.04.2016

Un materiale affascinante, plasmabile, che prende vita grazie al calore e al respiro di un uomo, e che mantiene inalterati i colori anche una volta raffreddatosi. Fin dal Medioevo, i veneziani sono riusciti a comprendere e valorizzare le virtù del vetro, ispirati dagli artigiani orientali e dai tanti e fecondi scambi e commerci che la città aveva stabilito con le più lontane terre del mondo. Le origini dell’arte vetraria si fanno risalire a una data precisa, il 1291, quando la Repubblica di Venezia decise di spostare le fornaci presenti in città sull’isola di Murano per evitare incendi che avrebbero minacciato di distruggere la città, i cui edifici erano in gran parte costruiti in legno. Da allora, Murano divenne la patria incontrastata del vetro, ed è proprio qui, dove esistono tradizioni e addirittura aziende che fin da allora portano avanti quest’antica arte, sorge il Museo del Vetro, nato nel 1861 su iniziativa di Antonio Colleoni, allora sindaco di Murano, e dell’abate Vincenzo Zanetti, cultore di arte vetraria, con l’idea di istituire un archivio di testimonianze sulla storia e la vita dell’isola. Ben presto, l’archivio si trasformò in museo grazie a numerose donazioni di vetri antichi e contemporanei da parte dalle fornaci muranesi, e quando nel 1923 il museo entrò a far parte del patrimonio della città le collezioni vennero riordinate e arricchite con i vetri di altre raccolte civiche veneziane, compresi preziosi pezzi antichi e rinascimentali. Oggi il percorso di visita parte dai reperti d’epoca romana (I/IV secolo d.C.) e si snoda lungo settecento anni di storia del vetro muranese con numerosi approfondimenti sulle tecniche e su particolari aspetti di quest’arte, ma gli spazi del museo ospitano anche numerose mostre e una sala tutta dedicata al vetro contemporaneo e dedicata a Marie Brandolini D’Adda, appassionata interprete e conoscitrice dell’arte muranese. E proprio al panorama contemporaneo è dedicato il secondo museo veneziano del vetro, il Vitraria Glass+A Museum, nato nel 2014 all’interno del meraviglioso Palazzo Nani Mocenigo, ex sede dell'Università Ca' Foscari. Qui, l’arte vetraria tradizionale non viene presentata con il classico taglio storico-didattico, ma attraverso un approccio universale. Ecco perché le opere esposte non sono realizzate esclusivamente in vetro: l’uso di altri materiali (ferro, resina, video, fotografia) serve a comunicare idee e riflessioni che si ispirano alle caratteristiche della materia, come la fragilità, la trasparenza, la liquidità e la trasformabilità. Il percorso museale ha un intento narrativo per così dire "aperto": non ci sono cartellini informativi a definire le opere, e il visitatore è invitato a vivere l’esperienza sulla propria pelle, dando una forma, una struttura, un significato assolutamente personali alle opere.Accanto a grandi nomi dell’arte contemporanea, come Bill Viola, Frank Stella e AES + F, Vitraria Glass +A Museum ospita artisti emergenti a livello locale, come Sofia Olmeda, che realizza i suoi lavori con il supporto di un vecchio scanner. 

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24.03.2016

Non vogliamo sapere come gli sia venuta l’idea - se in seguito a una lunga riflessione sul rapporto fa cinema e musica, sui canoni compositivi della musica pop applicati alla narrazione filmica o semplicemente a conclusione di una memorabile sbronza. Resta il fatto che Peter Salomone, autore comico e video editor americano, ha avuto l’idea più apparentemente insensata, assurda e bislacca che si possa immaginare e, come a volte accade per le leggi del caso o della probabilità, quest’idea si è inspiegabilmente rivelata geniale. Prima che abbandoniate la lettura sconsolati vi sveliamo l’arcano. L’ipotesi che sta dietro The Walk of Life Project è molto semplice: l’omonimo e orecchiabile pezzo dei Dire Straits, uscito nel 1985, è perfetto per accompagnare il finale di un qualsiasi film della storia mondiale del cinema. Il che può anche suonare credibile nel caso di un blockbuster contemporaneo o di una commedia romantica, ma appare decisamente demenziale nel caso del cinema muto o di quello d’autore. Riuscite a immaginare la scanzonata melodia suonata al sintetizzatore dell’intro seguita da un semplice riff di chitarra sul finale sospeso de I Quattrocento Colpi di Truffaut, sullo sguardo inquietante di Norman Bates a conclusione al capolavoro hitchcockiano Psycho, o magari sotto l’ultima celebre scena de L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov? Beh, immaginarlo non serve perché il signor Salomone l’ha già fatto. Per dimostrare la sua ipotesi - o boutade che sia - sul campo, si è letteralmente messo a montare il pezzo dei Dire Straits su queste ed altre storiche pellicole, dalle più alle meno improbabili. E il risultato è a tratti perfetto, a tratti comico o addirittura grottesco - ma sempre e comunque  illuminante. Decisamente l’esercizio di stile sul cinema più divertente dai tempi dei trailer “maroccati” di Be Kind Rewind di Michel Gondry. Dopo un attento e minuzioso studio dei montaggi alternativi di Salomone, possiamo dirvi che il nostro finale “wolkizzato” preferito è quello di 2001 Odissea nello Spazio.

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18.03.2016

Nara, nota un tempo come Yamato e antica capitale del Giappone, è un luogo pieno di meraviglie, Patrimonio dell’Umanità e Tesoro Nazionale. Nonostante la sua universale popolarità, tuttavia, basta allontanarsi di poco dai principali siti turistici per trovare meravigliosi templi buddhisti, ciliegi in fiore e santuari shintoisti. Shin’yakushi-jiIl tempio di Shin’yakushi-ji, eretto nel 747 in pieno Periodo Nara e utilizzato dai buddhisti Kegon, si trova a pochi passi dal tempio di Tōdai-ji. Le statue dei Dodici Generali Celesti che circondano e proteggono lo Yakushi-nyorai - il Buddha Guaritore – nella sala principale sono un vero spettacolo. Il corpo del Buddha Guaritore custodisce gli otto rotoli del Sutra del Loto, mentre i Generali, i più antichi conservati in tutto il Giappone, seguono le dodici direzioni cosmiche e sono considerati i numi tutelari dello zodiaco cinese. Ogni anno, l’8 di aprile, i monaci si riuniscono nella sala del Buddha per i riti e le tradizionali processioni con le torce in occasione dell’Ōtaimatsu.
Santuario di Omiwa Quello di Ōmiwa è il più antico santuario shintoista in Giappone. Costruito nell’anno 91, si trova sul Monte Miwa (altezza 467 metri), luogo di venerazione della natura e delle divinità che abitano queste alture fin dall’era Jōmon (14.000-300 AC). Qui si adorano i divini fondatori della nazione insieme ai santi protettori dell’agricoltura, dell’industria, del commercio, della divinazione, della salute, dei viaggiatori, dei marinai e della vita umana. Ma il Santuario di Ōmiwa è dedicato in particolar modo ai medici e ai produttori di saké. I pellegrini giungono fin qui da tutto il paese e percorrono il bel sentiero costeggiato da pini, cedri giapponesi e cipressi Hinoki – abbattere gli alberi è da sempre proibito nei siti sacri come questo. Una volta raggiunto il Santuario di Sai, i pellegrini possono placare la propria sete presso il Kusuri Ido, o “pozzo della guarigione”, da cui sgorgano le sacre acque del monte Miwa. Tempio di Hase-deraHase-dera è il tempio principale della corrente Buzan del buddhismo Shingon-shu. Risalente al 686, fu espanso nel 727 con la creazione della sala principale, rimasta in piedi fino a oggi. Noto da tempo immemore come il “tempio dei fiori”, è adornato da peonie fiorite tutto l’anno, ed è citato anche in due classici della letteratura giapponese, il Genji Monogatari e le Note del Guanciale. Si tratta dell’ottavo tempio del Pellegrinaggio Saigoku Kannon Pilgrimage, attraverso il quale i devoti implorano la misericordia e la compassione di Buddha. Una scalinata coperta porta dalla Porta di Niōmon fino alla sala principale, 399 gradini più in alto. Oltre alle peonie perenni, in Aprile il tempio offre lo spettacolo mozzafiato dei ciliegi in fiore.
Tempio di Taima-deraCostruito sotto l’Imperatrice Suiko nel 612, il tempio di Taima-dera è noto per la venerazione del Taima Mandala, una rappresentazione della Terra Pura, e per la leggenda della Principessa Chūjō, conosciuta anche come la Cenerentola giapponese. Insieme al santuario di Tanzan, il Taime-dera fa parte del circolo delle Sette Fortune e degli Otto Tesori di Yamato, ed è l’undicesimo tempio del Pellegrinaggio Saigoku Kannon. Vi si può sperimentare l’arte di disegnare il Buddha (shabutsu), meditare o imparare a preparare il matcha, il the verde giapponese. Prentando con anticipo si possono inoltre assaggiare dei deliziosi piatti vegetariani. Tanzan ShrineEretto nel 680 nella città di Sakurai, il Santuario di Tanzan è dedicato a Fujiwara no Kamatari, uno statista giapponese vissuto fra il 614 e il 669, e fa parte del circolo delle Sette Fortune e degli Otto Tesori di Yamato. Oltre alla pagoda su tre livelli, costruita in origine per il tempio di Ōbara-dera e annoverata fra i Tesori Nazionali giapponesi, c’è un’altra pagoda di 13 piani anch’essa designata fra le proprietà culturali più importanti del paese. A causa della moderata altitudine (619m), qui i ciliegi fioriscono nella tarda primavera, mentre in molti vengono per il momijigari, ossia per ammirare il variopinto foliage autunnale (e la splendida illuminazione notturna). Il 29 di aprile e la seconda domenica di novembre vi si tiene un celebre Kemari Matsuri, un torneo di kickball. Santuario di Niukawakami Lungo il fiume Niu, il Santuario di Niukawakami comprende tre edifici su tre livelli diversi, il più basso dei quali è dedicato al Dio dell’Acqua e nume tutelare della pioggia. Tutto intorno c’è il paesaggio del Monte Yoshino ricoperto da una lussureggiante foresta di cedri che a primavera cambia colore grazie alla spettacolare fioritura dei ciliegi Sakura. Poiché i cavalli erano considerati il sacro veicolo delle divinità, si usava offrire un cavallo nero per chiedere la necessaria quantità d’acqua, e un cavallo bianco per chiedere il bel tempo. Nel corso del tempo, quell’usanza si tramutò nell’utilizzo degli ema, targhette di legno con il disegno di un cavallo su un lato e un desiderio scritto sull’altro, ancora in uso oggi.Alla boutique Slowear di Midtown si inaugura SAKURA (fiori di ciliegie). The Slowear Store Tokyo Midtown celebra in questi giorni la fioritura dei ciliegi Sakura per il 2016 in compagnia di FossMarai Kir Royale, uno dei migliori prosecchi italiani arricchito con una goccia di liquore alla ciliegia. Venite a trovarci in negozio e saremo felici di bridare con voi alla primavera!

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14.03.2016

Quando si parla di Firenze città d’arte, forse molti dimenticano che il patrimonio di questa città unica - giustamente considerata la capitale dell’arte dal momento che circa la metà delle opere d'arte più importanti in Italia si trovano qui – non si ferma a Botticelli, Michelangelo e Brunelleschi. Il rapporto tra Firenze e l’arte è storia che vive, è un filo che approda al presente e che oggi si ritrova soprattutto nella vivacità delle gallerie d’arte contemporanea che promuovono artisti italiani e internazionali, noti ma anche emergenti. Eccone soltanto alcune per dare il via alla vostra prossima esplorazione. Aria Art GalleryQuesta bella galleria di Borgo Santi Apostoli si contraddistinugue per il suo antico ed esotico giardino creato nel Cinquecento dalla moglie di un grande mecenate d’arte, disseminato oggi di sculture contemporanee.Gli artisti esposti spaziano da nomi arcinoti dell’arte contemporanea internazionale ai talenti emergenti, con una partcolare attenzione alla fotografiaBiagiotti Progetto ArteLa galleria e fondazione privata no-profit diretta da Carole Biagiotti è nata con l’obiettivo di promuovere giovani artisti contemporanei italiani e stranieri. Perciò se volete scoprire cosa c’e di nuovo nel panorama artistico italiano e internazionale è qui che dovete venire, in questo palazzo seicentesco del centro storico dove l’arte contemporanea intesa in senso ampio - pittura, fotografia, video, installazioni, street art e performance – si trova al centro della scena. Frittelli ArteLa nuova sede della gallerie Frittelli Arte in via val di Marina, zona nord-ovest di Firenze, è un grande spazio di 2.000 metri quadri dedicato all’arte contemporanea. Oltre alle sale per le esposizioni temporanee, il centro ospita in un allestimento permanente opere di artisti con cui la galleria ha collaborato sin dall'inizio della propria attività, e c’è anche un auditorium dedicato alla proiezione dei video realizzati per ogni mostra, agli incontri e ai seminari d’arte contemporanea. Galleria Poggiali e ForconiPiccola ma ricca di nomi importanti, questa galleria a due passi dal Giardino di Boboli ha spazi essenziali e dall’atmosfera post-industriale, nei quali si alternano artisti di fama internazionale ed emergenti. Le opere esposte vanno dalla pittura ai nuovi media, con un accento più recente sulla fotografia – ha esposto qui anche David Lachapelle.

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01.03.2016

L’immenso repertorio di gesti quotidiani che accompagnano i discorsi degli italiani sono stati fonte d’ispirazione per gli artisti ben prima dell’avvento del cinema. A farne bottino per primi furono gli attori della cosiddetta “commedia dell’arte”, popolare fra il Cinquecento e il Settecento, una forma povera di teatro basata sull’improvvisazione e popolata da personaggi - o meglio da maschere - caricaturali e grottesche, così come grotteschi ed eccessivi divennero i gesti nella loro interpretazione. Facendo un ardito salto temporale commedia dell’arte fino alla più nota “commedia all’italiana”, quel genere cinematografico nato negli anni Cinquanta per rappresentare vizi e virtù degli italiani sotto forma di commedia satirica e di costume, ecco tornare l’assoluto protagonismo della gestualità, destinata a dar vita, nei casi più riusciti, a intramontabili tormentoni. Come il celeberrimo gesto dell’ombrello di Alberto Sordi ne I vitelloni, un film che resta uno dei pochi ma fondamentali contributi di Federico Fellini alla commedia all’italiana. Difficile risalire con esattezza all’origine del gesto: c’è chi ne individua le origini in un misunderstanding gestuale fra inglesi e francesi durante la Guerra dei Cent’anni, ma per farla breve sembra che tutto nasca da una “magificazione” dall’osceno digitus impudicus degli Antichi Romani - in altre parole dal dito medio, già citato in un epigramma di Marziale nel primo secolo dopo Cristo. Il senso, a questo punto, è facilmente intuibile: l’ombrello (o manichetto) è un modo goliardico per mandare l’interlocutore a ‘quel paese’ – ostentando superiore scaltrezza (tiè, t’ho fregato!) o manifestando la chiara intenzione di non cadere nel suo tranello. Nel caso specifico, il personaggio interpretato da Alberto Sordi, una delle più celebri icone di questo filone cinematografico, accompagna il gesto di battere con la mano destra l’incavo del gomito sinistro alzando tutto l’avambraccio sinistro con una sonora pernacchia. L’obiettivo? Schernire con uno sberleffo gli operai delle ferrovie dall’alto del suo status di “vitellone” o perdigiorno di provincia, abituato a vivere alla giornata senza preoccuparsi di lavorare. Salvo poi doversene pentire, ma questa è un’altra storia.

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24.02.2016

Per molti secoli, lo skyline di Vienna è rimasto invariato, dominato dal monumentale duomo romanico-gotico di Santo Stefano. Poi, a fine Ottocento, è arrivata la modernità, quella di Otto Wagner, Josef Hoffmann, Adolf Loos e Joseph Maria Olbrich, ai quali si devono opere dal carattere unico come la Secession, uno dei più noti edifici Art Nouveau d’Europa, la Postsparkasse e la Looshaus. E da allora l’evoluzione è stata continua ed esaltante, basti pensare agli esperimenti di edilizia popolare, dal Karl-Marx Hof (1926) un enorme complesso abitativo nel sobborgo di Heiligenstadt pensato per offrire agli inquilini ogni genere di servizio, dagli asili agli studi medici, fino alla bellissima Hundertwasserhaus, un edificio di case popolari concepito dal pittore e architetto austriaco Hundertwasser per rendere più gradevoli i 50 appartamenti destinati a cittadini poco abbienti con colori vivi, linee morbide, ceramiche colorate, terrazze e giardini pensili. Negli ultimi anni, invece, l’impennata è stata tutta verso l’alto, con la nascita di grattacieli, facciate a specchio e progetti futuristici, ma sempre con quell’attenzione tutta austriaca all’aspetto sociale e al benessere dei cittadini. Ne è un buon esempio Gasometer City a Simmering, il grande progetto di riconversione dei grandi gasometri viennesi di fine Ottocento, enormi cilindri di mattoni trasformati nel 2001 in appartamenti, uffici e negozi da grandi firme dell’architettura contemporanea, fra le quali quella di Jean Nouvel. Sempre a Jean Nouvel si deve il nuovo Sofitel Stephansdom con i suoi soffirtti dipinti dall’artista svizzero Pipilotti Rist perfettamente visibili anche dall’esterno grazie alle grandi vetrate, mentre una delle ultime aggiunte allo skyline della città è la prima delle due DC Towers di Dominique Perrault a Donaucity, attualmente il più alto grattacielo di tutta l’Austria con i suoi 250 metri comprensivi di antenna, destinato a principalmente a uffici. Senza dimenticare il nuovo campus dell’università di Economia con l’imponente biblioteca progettata da Zaha Hadid  e della nuova stazione centrale, appena completata. E per il prossimo futuro? Sono già partiti i lavori a ridosso della vecchia stazione per il nuovo Quartier Belvedere, e sempre in questa zona piuttosto centrale dove la demolizione della Südbahnhof  e della Ostbanhof hanno aperti nuovi spazi troverà posto un progetto residenziale con albergo di Renzo PianoFoto di copertina: wien.info

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23.02.2016

Ogni grande città nasconde una piccola collezione di luoghi perlopiù sconosciuti, spesso sorprendenti e inattesi, capaci di svelarne aspetti nuovi. Nel caso di New York, gli spazi per custodire questi luoghi si moltiplicano a dismisura, perché il tessuto urbano si estende abbondantemente non soltanto a livello del terreno, ma anche verso il cielo e dentro la terra, offrendo illimitate occasioni di scoperta. Così, anche chi sostiene di conoscere la città “come le proprie tasche” probabilmente avrà sempre qualcosa di nuovo da imparare. A cominciare da questi quattro piccoli segreti. Il rifugio antiatomico sotto il ponte Brooklyn Nella “pancia” del più celebre ponte d’America si nasconde un rifugio antiatomico che risale ai tempi della Guerra Fredda. Utilizzato fra fine anni Cinquanta e inizio Anni Sessanta, è rimasto un segreto fino al 2006, quando durante un’ispezione strutturale di routine alcuni operai lo scoprirono per caso, con tanto di riserve di cracker, lenzuola, acqua e medicinali. Per motivi di sicurezza non si può visitare, ma c’è una piccola apertura sulla porta attraverso la quale si può dare un’occhiata all’interno. Marble CemeteryUn cimitero ottocentesco in cui le sepolture in camere sotterranee sono contrassegnate da placche di marmo sul terreno. Dall’alto, e in particolare dalle finestre posteriori della lobby del Bowery Hotel, dietro al quale si nasconde il cimitero, sembra un grazioso parchetto. Vi si accede da un cancello in fondo a uno stretto vicolo che s’ìmbocca dalla Seconda Avenue. Il cimitero delle navi a Staten IslandVecchie imbarcazioni arrugginite e malandate che galleggiano spettrali in fondo a un canale. Siamo a Staten Island, a una ventina di chilometri dalla fermata del traghetto che collega l’isola con Manhattan, eppure sembra di essere sul set di un film gotico. Uno dei luoghi più affascinanti di tutta New YorkPomander WalkUna stradina di Londra in pieno Upper West Side? C’è anche questo, a New York. I colorati edifici in stile Tudor di Pomander Walk, sovrastati dai grattacieli, sono l’eredità di un impresario di nightclub, il quale li fece costruire nel 1921 in previsione di erigere sul luogo un abergo che, però, non fu mai realizzato. Il nome si deve a una commedia romantica che debuttò in città nel 1910, ambientata appunto in un immaginario crescent londinese. Foto: Sonja Stark via Flickr

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22.02.2016

Chi per prendere in giro gli italiani simula un concitato gesticolare non ha tutti i torti: quando si tratta di esprimersi a gesti sappiamo il fatto nostro, e anche se forse nella realtà non gesticoliamo poi così tanto quest’abitudine è profondamente radicata nella nostra cultura. Il fatto è che ci esercitiamo a parlare con le mani fin dai tempi della Magna Grecia, e nel tempo abbiamo sviluppato una tale varietà di gesti simbolici da far concorrenza al linguaggio dei segni. Sul serio: chi li ha contati ne ha individuati decine e decine con altrettante sfumature e variazioni, date non solo dalla forma e dalla posizione della mano ma anche dal tipo di movimento e dall’espressione del viso. Fra i gesti più noti ed emblematici dell’italianità c’è senza dubbio quello della mano a borsa o a carciofo, meravigliosamente descritto dallo scrittore Carlo Emilio Gadda che lo rinominò “mano a tulipano”: la mano si muove su e giù a palmo in alto, con le dita che si toccano le punte, proprio come i petali di un tulipano. Il significato è più o meno “che succede” o “cosa diavolo stai dicendo”, ma varia in base alla situazione: associato a uno sguardo perplesso può indicare una mancata comprensione delle parole dell’interlocutore o del contesto. Già, perché a differenza di altri popoli così orgogliosi da faticare ad ammettere di non aver compreso un’affermazione o di non conoscere una risposta, noi italiani in genere non ci facciamo troppi problemi a confessare socraticamente che non ne abbiamo un’idea. Se invece l’espressione è accigliata, il gesto può a associarsi a un più retorico “cosa vuoi da me”, e lì la situazione potrebbe letteralmente sfuggire di mano.

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15.02.2016

Con oltre 100 musei disseminati per le 5 grandi aree che la compongono, New York non si può certo dire pienamente rappresentata da istituzioni pur impareggiabili quali il Met, il MoMa, il Guggenheim o il Whitney Museum, eppure raramente capita di sentir parlare di quei piccoli musei che, sommando i loro patrimoni, contribuiscono a restituire un ritratto composito della città.E invece alcuni di questi possono rivelarsi inaspettatamente interessanti. A cominciare da questi quattro che abiamo selezionato per voi. National Museum of the American IndianEra il 1524 quando l’esploratore italiano Giovanni Da Verrazzano approdò all’isola di Mannahatta, alla foce del fiume Hudson, abitata da una tribù di Algonchino. E le origini della città vanno cercate proprio qui, nella variegata storia dei nativi americani, ai quali è dedicata questa grande raccolta di manufatti, documenti e fotografie. El Museo del BarrioPuerto Rico, i Caraibi, l’America Latina: ecco altre tre componenti fondamentali del melting pot newyorchese. A queste “minoranze” culturali sono dedicate le mostre e le collezioni di questo piccolo museo nell’Upper East Side fondato nel 1969. Museum at Eldridge StreetCi spostiamo nel Lower East Side, zona che per lunghi anni accolse immigrati da tutto il mondo ed ex enclave ebraica. Qui, in una sinagoga di fine Ottocento è ospitato un museo dedicato alle radici ebraiche del quartiere, che invita a scoprire anche in modo giocoso attraverso eventi dedicati ai più piccoli. The Skyscraper MuseumI grattacieli come protagonisti assoluti della metropoli verticale per eccellenza sono al centro dell’esposizione permanente e delle mostre di questo museo di Battery Park City, esplorati non solo sotto il profilo architettonico ma anche sotto quello tecnologico, economico e abitativo. Un’interessante storia dell’evoluzione dello skyline newyorchese. Nella foto: El Museo del Barrio

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15.02.2016

Urlanti, il viso rigato di lacrime, le mani che percuotono il petto oppure tese per invocare Dio o qualche Santo, preferibilmente vestiti di nero. Così il cinema straniero ha spesso rappresentato gli italiani e la loro disperazione, con fare serio o più spesso ironico, alla stregua di tragiche macchiette. E un po’ siamo complici anche noi, perché abbiamo portato in giro per il mondo attori drammatici straordinari come Anna Magnani, che la disperazione sapeva interpretarla con tutta se stessa, dentro e fuori dallo schermo. Ma in Italia ci si dispera davvero così tanto? È cosa nota che da queste parti tendiamo a essere un tantino enfatici, forse però fuori dall’Italia ignorano che il grado di disperazione è direttamente proporzionale all’aumentare della temperatura dell’aria e delle passioni: in altre parole, tende a crescere man mano che si percorre lo stivale da nord verso sud, e con lui si modificano anche i gesti che accompagnano lo sconforto. Così, lo stesso evento moderatamente avverso che in un milanese suscita appena un’alzata di sopracciglio e una lamentela soffiata sotto i baffi, può portare un romano a mordersi una mano azzardando un “te possino” e un napoletano addirittura ad alzare le mani al cielo per tirare in ballo San Gennaro. Sembra facile, se non fosse che – accidenti a noi - ci siamo mescolati così bene che non è raro trovare un napoletano a Milano che alza il sopracciglio invocando sotto i baffi San Gennaro, o un romano che a Napoli si morde la mano imprecando in dialetto milanese. In generale, di fronte alla disperazione di un italiano è sempre bene fare le dovute proporzioni: a volte sul momento la prendiamo davvero male, ma - forse per un difetto della memoria a breve termine - riusciamo a mettere da parte le sventure con altrettanta rapidità. E anche a scherzarci sopra. Nella foto: Anna Magnani in Made in Italy di Nanni Loy (1965)

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05.02.2016

A chiunque visiti il Giappone per la prima volta può capitare di non capire perché qualcuno, specie al ristorante, lo stia guardando di sbieco con aria tutt’altro che compiaciuta. In effetti, ci sono alcune piccole accortezze legate all’etichetta locale che sarebbe bene conoscere, soprattutto quando si tratta dei pasti. Ad esempio, quando si mangia un piatto di soba è del tutto normale risucchiare rumorosamente i noodle - ma per carità, non fatevi mai e poi mai beccare a soffiarvi il naso.Vi è mai capitato di sobbalzare nel sentire qualcuno al tavolo accanto trangugiare i suoi spaghetti con un grugnito? Probabilmente è quello che prova un giapponese quando ci sente soffiarci il naso. Paese che vai, usanza che trovi. Per parafrasare una celebre massima “quando sei a Tokyo, fai come fanno gli abitanti di Tokyo”. Quando e dove sedersi: questione di gerarchia o di etàQuando si tratta di sedersi, in America e in Europa la precedenza va alle donne. In Giappone, invece, non importa se siete uomini o donne, ma contano l’età e il rango gerarchico. Gli ospiti devono occupare per primi i posti a sedere più lontani dall’ingresso, in ordine discendente dalla persona di rango più alto o più anziana a quella di rango inferiore o più giovane. Vietato giocare con le bacchetteAnche se vi state annoiando, evitate di giocare con le bacchette. Il piatto non è un tamburo e agitare le bacchette mentre si conversa è considerato sconvenienteSoffiarsi il naso a cena (o a pranzo, o a colazione) non è una buona idea Se avete bisogno di soffiarvi il naso, chiedete permesso e andate in bagno. In alternativa soffiatelo, ma con delicatezza e senza fare troppo rumore. Attenzione a come si versa la birraSpesso, prima di pranzo, si usa fare un brindisi con la birra. Non versate la birra nei bicchieri degli ospiti da una bottiglia quasi vuota. Potete versarla solo se la quantità contenuta nella bottiglia è sufficiente a riempire il bicchiere fino all’orlo. Il soba va mangiato rumorosamenteQuando mangiate il soba risucchiate i noodle poderosamente, perché è proprio risucchiando che il delizioso aroma del grano saraceno riempirà le vostre narici, lasciandovi una piacevole sensazione. Il soba non si gusta in bocca, ma nella gola. Il nodogoshi, o “sapore nella gola”, è fondamentale. Per lo stesso motivo, il soba non va masticato troppo a lungo. Chissà, magari potremmo provarci anche con gli spaghetti (difficile).

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01.02.2016

Città del Messico e l’arte sono indissolubilmente legati. I primi volti che ci vengono in mente pensando alla capitale messicana sono certamente quelli di Frida Kahlo e Diego Rivera, gli stessi che si possono trovare sulle banconote da 500 pesos e sulla quasi totalità dei gadget venduti dai negozi di souvenir. Le loro opere sono ovunque, nei musei loro dedicati così come negli edifici pubblici del centro, sotto forma di murales. Ma l’arte a Mexico City è fatta anche di arte contemporanea, di musei futuristici come il nuovo Museo Jumex progettato da David Chipperfield, che contiene la stupefacente collezione di arte contemporanea del proprietario dell’omonima azienda produttrice di succhi di frutta. E poi c’è tutto il mondo delle piccole e grandi gallerie, che raccolgono artisti emergenti locali e internazionali in luoghi insoliti e speciali - e lo fanno da sempre, anche se solo di recente il mondo sembra essersene accorto. È proprio qui che, forse, emerge meglio lo spirito del Messico contemporaneo e di questa città unica, così piena di contraddizioni, ricca di opportunità e pregna di scoperte. Ecco alcune delle più interessanti, per cominciare il vostro viaggio alla scoperta dell’arte contemporanea a Città del Messico. Galeria OMRUna vera e propria istituzione, un luogo dedicato all’arte d’avanguardia fin dal 1983, che sta per aprire la sua nuova sede. Ottimo punto di partenza per scoprire artisti messicani affermati ed emergenti ma anche opere di artisti internazionali. KurimanzuttoEcco un altro indirizzo imperdibile: oltre a rappresentare l’artista messicano più noto al mondo, Gabriel Orozco, questa galleria fondata nel 1999 offre un’eccezionale panoramica dell’arte messicana contemporanea. YautepecLa creatura di Brett Schultz, nato a Chicago, e della sua partner messicana Daniela Elbahara è il centro di una ‘rete’ che comprende anche la nuova Material Art Fair, un evento alternativo tutto dedicato all’arte emergente internazionale. LuluUna delle ultime nate in città, questa piccola e affascinante galleria indipendente fondata e diretta dall’artista Martin Soto Climent e dal curatore Chris Sharp espone nella sua unica e immacolata stanza al piano terra di una villetta artisti di fama internazionale, anche messicani. Nella foto: Gabriel Orozco, Kurimanzutto, 2013

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21.01.2016

Sono tanti gli aspetti, i nomi, le suggestioni che contribuiscono a fare di Parigi ciò che rappresenta per ciascuno di noi. Ma senza dubbio una buona parte della carta d’identità della città si trova nei suoi musei, che ne raccolgono l’arte, la storia e il DNA. Ci sono quelli che tutti abbiamo visitato almeno una volta, anche se forse senza riuscire a vedere tutto ciò che custodiscono: il Louvre, il Musée d’Orsay, il Centre Pompidou, le Galeries Nationales du Grand Palais, il Petit Palais e il Musèe Rodin. E poi ci sono tanti piccoli musei che contribuiscono a completare il mosaico e che spesso si rivelano altrettanto interessanti, sebbene raramente si trovi il modo o il tempo di esplorarli. Noi ne abbiamo scelti cinque che ci stanno particolarmente a cuore. Musée de la Vie Romantique La Parigi di George Sand, icona romantica per eccellenza, rivive nelle stanze di quella che fu la casa del pittore Ary Scheffer, datata 1830, nel quartiere noto come La Nouvelle Athènes, a Pigalle. Il piano terra è tuttto dedicato alla romanziera fra ritratti, gioielli e mobili d’epoca, mentre al primo piano sono esposte le tele del pittore, accanto a quele di alcuni suoi contemporanei. Se la stagione lo consente, dopo la visita si può prendere un the nel delizioso giardino. Musée de MontmartreOttimo pretesto per visitare il più antico edificio della Butte, la collina di Montmartre, questo grazioso museo arricchito da un giardino affacciato sulle vigne racconta tutto ciò che c’è da sapere su Montmartre e sui suoi protagonisti nelle varie epoche. Ospitato all’interno di quella che fu la Maison du Bel Air, costruita nel 1600, nonché luogo d’incontro e residenza di molti famosi artisti che qui ebbero il loro atelier, fra i quali Auguste Renoir, Suzanne Valadon, Émile Bernard i fauvisti  Émile-Othon Friesz e Raoul Dufy. Musée Zakdine Questa casa-museo dedicata alla memoria e all’opera dello scultore di origini russe Ossip Zadkine, che visse e operò qui fra il1928 e il 1967, è uno dei pochi atelier scultorei preservati così com’erano in tutta Parigi. Zadkine è legato a un altro leggendario periodo dela vita parigina, quella della cosiddetta “Scuola di Parigi”, il gruppo di artisti stranieri ritrovatisi a Parigi dopo la Prima Guerra Mondiale che averbbero dato vita ad avanguardie come cubismo, fauvismo e post-impressionismo. Palais Galliera (Musée de la Mode) Inutile dire che la couture è un’altra delle prerogative di questa meravigliosa città. Il Museo della Moda, a due passi dal Trocadero e ospitato all’interno di un magnifico palazzo appena ristrutturato, è il posto ideale per ripercorrerne la storia attraverso le collezioni permanenti (dal 1700 in poi), ma ospita anche mostre molto interessanti come quella attualmente in corso sul guardaroba della contessa Greffulhe, musa di Proust e icona del suo tempo. Musée Edith Piaf Chi meglio di Edith Piaf sintetizza lo spirito di Parigi? Sublime e tragica, cristallina ed eccessiva, e soprattutto unica. Il museo è un piccolo appartamento di Ménilmontant dove la Piaf visse all’inizio della sua carriera; raccoglie oggetti personali, manifesti, ritratti, memorabilia e anche il suo celebre abito nero. 

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19.01.2016

Che cos’hanno in comune il ricordo dei vecchi grammofoni, la tecnologia bluetooth, le clipart di Windows, l’artigianato veneto e quel design essenziale di matrice nordica che gli italiani hanno imparato così bene a reinterpretare? Pressoché nulla, se non fosse che per un caso del destino - o meglio grazie all’idea del designer veronese Paolo Cappello, classe 1980 - tutte queste suggestioni sono riunite in un solo oggetto, che sta fra l’arredamento e l’hi-fi. L’oggetto in questione si chiama Caruso ed è una cassa pensata per amplificare la musica di qualsiasi dispositivo dotato di tecnologia bluetooth, ma anche per dare un tocco di carattere all’ambiente che lo ospita in virtù del suo aspetto inconfondibile. Oltre alla tecnologia e alla cura del design, infatti, in Caruso c’è tanta nostalgia per la musica d’altri tempi, a partire dal nome, un chiaro omaggio al celebre e indimenticato tenore napoletano. Lo speaker a forma di tromba non può non richiamare alla memoria l’imbuto di un grammofono, reinterpretato con un pizzico d’ironia grazie alle proporzioni e ai colori decisi - rosa, rosso, giallo, verde - che contrastano coi toni più sobri dell’armadietto in lacca o legno naturale. Il materiale scelto per la tromba è la ceramica, che com’è noto ha il merito di amplificare ottimamamente il suono. E poi c’è l’aspetto artigianale: Caruso, distribuito da Miniforms, è realizzato interamente a mano dagli artigiani di Meolo (Venezia),e proprio per questo motivo per averlo occorre ordinarlo, perché non è prodotto in serie.

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14.01.2016

In questi anni la digitalizzazione degli archivi è stato un tema centrale per tutte le istituzioni culturali: la necessità di allungare la vita delle immagini, dei suoni, dei documenti, dei libri ha imposto a biblioteche e musei un grande lavoro di “trasposizione” da un supporto all’altro. Di recente queste stesse istituzioni hanno cominciato ad approfittare della digitalizzazione dei propri archivi per metterli a disposizione di tutti, in modo che anche il pubblico possa usufruirne; lo ha fatto il Rijksmuseum di Amsterdam con la sua magnifica collezione di opere d’arte in alta risoluzione, lo hanno fatto l’Università della California con i cilindri di Edison e la Fondazione Lomax con i preziosi archivi audio dell’omonimo etnomusicologo americano, e più di recente l’ha fatto anche la New York Public Library, che ha messo a disposizione di tutti oltre 180.000 pezzi della sua collezione digitale fra foto, cartoline, mappe e altro, scaricabili in alta risoluzione e riutilizzabili senza restrizioni. Il motivo? Incoraggiarne il riutilizzo creativo, invitare gli utenti a immergersi i questo mare di dati, immagini e informazioni per realizzare qualcosa di nuovo. E se qualche utente l’ha già fatto con successo, la stessa NYPL ha creato degli esempi inventando tre “giochetti” tutt’altro che banali. Mansion Maniac permette di esplorare la planimetria catastale di alcuni dei più imponenti edifici d’inizio Novecento a New York City,  Fifth Avenue, Then and Now confronta scorci della Quinta Strada di oggi con identiche prospettive tratte da fotografie del 1911, e Navigating the Green Books consente di pianificare un viaggio secondo le indicazioni delle omonime guide, nate all’epoca della segregazione per indicare ai cittadini afroamericani gli hotel, i ristoranti, i bar e le stazioni di servizio in cui i neri erano ben accolti. Un lavoro davvero ben fatto e di grande ispirazione.

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11.01.2016

Elegantissime, fatte per durare e progettate per offrire un suono ricco e caldo. Come potremmo non amare le cuffie (e gli auricolari) di Master & Dynamic? Ideate e progettate a New York City, queste bellezze sono il compagno di viaggio ideale per esplorare la città, naturalmente accompagnate da una degna colonna sonora. Realizzate con materiali super robusti come pellami di prima qualità e acciaio inossidabile, le cuffie di Master & Dynamic sono state studiate per durare nel tempo senza perdere la precisione delle loro performance, grazie anche alla facilità con cui si possono sostituire le varie componennti, e promettono un paesaggio sonoro così ampio da riuscire a cogliere i più piccoli dettagli di qualsiasi genere musicale, purché la musica in questione sia stata incisa a dovere. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Jonathan Levine, fondatore e CEO dell'azienda, per scoprire qualcosa di più sulle idee che hanno dato vita al progetto. SJ: Come nasce l'idea dele cuffie Master & Dynamic e che cos'hanno di speciale?JL: Il mio figlio maggiore ha cominciato a produrre musica e a fare il DJ ad appena 13 anni, e a casa abbamo sempre avuto un piccolo studio. Qualche anno fa, stavamo visitando un museo quando mi sono imbattuto in un paio di cuffie degli anni '40 che avevano ampiamente superato la prova del tempo. Quelle cuffie sono state l'ispirazione per Master & Dynamic. Ho deciso di usare soltanto materiali d'eccellenza come cuoio fiore, alluminio fucinato, acciaio inossidabile e driver di alta qualità al neodimio per fare in modo che le nostre cuffie siano ottime nell'aspetto così come nella qualità del suono, caldo e ricco. Oltre che per la qualità del suono, abbiamo avuto il piacere di ricevere ottime recensioni anche in termini di comfort e design. SJ: Perché Master & Dynamic?JL: Siamo dell'idea che la maestria ("mastery") sia un'esplorazione infinita che ha bisogno di un approccio dinamico. Il nostro blog, The 10,000, è un omaggio a tutti gli sforzi che è necessario fare per raggiungere l'eccellenza in qualche cosa, che si tratti di 10.000 pennellate, 10.000 scale musicali o 10.000 righe di codice. Continuiamo a studiare, a imparare e a sforzarci di raggiungere risultati sempre miglioriSJ: New York sembra essere una parte cruciale dell'identità di M&D. Quali sono le caratteristiche della città che hanno ispirato il brand?JL: Il suono e la creatività sono la nostra ossessione - ciò che ci appassiona di più è l'idea di creare prodotti belli, ben realizzati e tecnologicamente sofisticati per menti creative. E poche città al mondo hanno una densità di creativi come New York, dove distinguersi diventa davvero difficile. L'energia della città c'ispira e ci spinge a perfezionare la nostra maestria, un impegno che coinvolge il nostro team quotidianamente. Pensiamo alle nostre cuffie come a concreti strumenti di riflessione, da indossare per aiutare la concentrazione, trovare ispirazione e lasciarsi trasportare dalla mente. E nel corso degli anni ci siamo resi conto che il numero crescente dei nostri estimatori la pensa allo stesso modo. SJ: Se le vostre cuffie potessero letteralmente catturare il suono della città, che musica trasmetterebbero? Puoi condurci in un breve viaggio nel paesaggio sonoro contemporaneo di New York City attarverso i luoghi più significativi dedicati alla musica?  JL: Siamo ispirati da molti brani e da diversi generi. Il nostro studio di registrazione interno ci permette addiritura di far parte del paesaggio sonoro della città, così come la nostra presenza in luoghi come la Billboard Lounge al Barclays Center e nelle radio satellitari del gruppo SiriusXM. Ma New York è così piena di luoghi storici dedicati alla musica che è difficile scegliere quelli più significativi.Certamente, il Barclays Center e il Madison Square Garden sono il top per i grandi eventi live. Luoghi classici come come il Radio City Music Hall e l'Apollo Theatre hanno altrettanto carattere, così come indirizzi più in voga come la Webster Hall, l'Irving Plaza e il Beacon Theatre, tutti perfettamente allineati con la nostra filosofia. E poi c'è la scena teatrale, che a New York è davvero eccezionale -  per completare il quadro è fondamentale concedersi almeno uno spettacolo a Broadway.

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05.01.2016

Prendete un artista di talento, una chiesa centenaria e un guppo di appassionati di skate, mescolate nel modo giusto e avrete uno dei più spettacolari progetti di riconversione che si siano visti negli ultimi anni. Tutto è cominciato nella città spagnola di Llanera, nelle Asturie, dove tre anni fa una chiesa sconsacrata è stata trasformata in uno skate park a dir poco unico grazie all'opera del collettivo  di appassionati Church Brigade. Dopo aver visitato l'edificio, l'artista spagnolo Okuda ha deciso di aggiungere il suo personalissimo tocco al progetto, e grazie a una riuscita campagna di crowdfunding e al contributo di Red Bull, tre anni dopo la già bella Iglesia Skate si è trasformata nel Kaos Temple, il suo più imponente progetto di sempre. Per chi non conosce le opere di Okuda, si tratta di pezzi molto riconoscibili realizzati in tuto il mondo, dal Sudafrica all'India fino alle Alpi Svizzere - per la maggior parte murales caratterizzati da colori forti e disegni geometrici o simboli - ispirati al surrealismo ma anche alla pop art e alle diverse culture con le quali l'artista entra in contatto nel corso dei suoi viaggi. In questo caso, il suo stile si adatta perfettamente agli archi, alle volte e alle vetrate della chiesa, dove campeggiano le sue inconfondibili fantasie, i suoi personaggi e i suoi simboli - come la "stella del caos", una stella dei venti isometrica alla quale l'intera opera deve il nome. Un lavoro davvero ben riuscito, che porta l'arte di Okuda un gradino più in su e, allo stesso tempo, conferisce allo skate pak un'atmosfera unica e a suo modo mistica. Davvero bellissimo e ricco d'ispirazione.

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17.12.2015

Come appare l’Italia nelle immagini scattate dai più grandi maestri della fotografia internazionale di sempre? La risposta ci viene dalla mostra Henri Cartier-Bresson e gli altri – I Grandi fotografi e l’Italia, in corso presso il  Palazzo della Ragione di Milano, i cui spazi sono da tempo dedicati all’arte della fotografia.   Il primo è il francese Henri Cartier-Bresson, maestro induscusso: al suo viaggio in Italia, durato oltre trent’anni, è affidato il compito di introdurre l’itinerario fotografico che, in compagnia di altri 35 autori, ci parla di una paese onirico e crudele, vanitoso e pieno di grazia. A seguire, più di 200 immagini scattate da nomi che vanno da List a Salgado, da Newton a McCurry, e ci regalano il racconto di un’Italia senza la quale la grande fotografia non sarebbe stata la stessa. “Affascinati dal suo paesaggio, dalla sua gente, dalla sua storia”, ha dichiarato l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno, “gli artisti in mostra ci rivelano, a noi che lo abitiamo, lo stupore che il nostro Paese suscita all’estero, in culture e sensibilità diverse dalla nostra, costringendoci a riflettere sul valore del nostro patrimonio naturale, artistico, storico e sociale”. Di grande impatto il reportage di Robert Capa al seguito delle truppe americane durante la Campagna d’Italia del 1943, elegante e insolita la rilettura del mondo della fede affrontata da David Seymour, unico il fascino esercitato da un’Italia minore su una giovanissima Cuchi White. L’Italia, così piccola eppure così molteplice è perfettamente rappresentata nelle fotografie di Sebastião Salgado che raccontano l’epopea degli ultimi pescatori di tonni in Sicilia con le loro facce belle tagliate dal sole. Così lontane dalla bellezza della Roma monumentale ed elegante immortalata da Helmut Newton, dalla Cinecittà visionaria di Gregory Crewdson e dalla bellezza aristocratica di Milano vista attraverso gli occhi di Irene Kung. Un Grand Tour, su e giù per il Bel Paese, a tratti documentario e crudo (come nelle fotografie di Paul Strand), a tratti patinato e da cartolina, come nelle immagini di Joel Meyerowitz che ritraggono le luci magiche della Toscana, a tratti ironico, come nell’irriverente ritratto della Costiera Amalfitana realizzato dall’inimitabile Martin Parr. Fino al 7 febbraio 2016Foto: Sebastião Salgado, Gli equipaggi, condotti dal rais, si radunano all’alba per dare inizio alla mattanza. Trapani, 1991 © Sebastião Salgado / Amazonas Images

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09.12.2015

Ascoltare una conferenza di Theodore Roosevelt del 1919 dalla sua viva voce, o scoprire il teatro vaudeville immergendosi in una registrazione originale: oggi è possibile grazie a un progetto avviato dall'Università della California. Oggetto dell'azione sono migliaia di cilindri di cera impressi con suoni e parole fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, frutto dell'invenzione di Thomas Edison (1877), che puntava a creare uno strumento capace di trascrivere i suoni e quindi permetterne la riproduzione, il fonografo. Il disco e il grammofono sarebbero stati inventati solo nel 1892, e sappiamo bene che il '900 ne decreterà la definitiva supremazia con la scomparsa dei fonografi concorrenti, ma esiste un patrimonio di testimonianze storiche che vale la pena di conservare perché siano riproducibili e ascoltabili. Il progetto di conversione digitale in corso ha permesso già di salvare oltre 10.000 cilindri, e sul sito dell'università è possibile ascoltare alcuni campioni, così come “adottare” un cilindro facendo una donazione di circa 60 dollari e finanziandone il restauro e il recupero, perché gli ascolti reiterati hanno danneggiato i cilindri rendendone sempre più difficile la riproduzione e l'ascolto. L'UCSB Cylinder Audio Archive rappresenta oggi un interessante esperimento di conservazione di testimonianze storiche assortite, dai discorsi dei presidenti americani a spettacoli di cultura popolare. L'archivio californiano potrebbe diventare anche un esempio di salvaguardia di informazioni incise su supporti resi obsoleti dalla tecnologia ma non per questo meno meritevoli di essere ricordati.

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07.12.2015

La Fifth Avenue è anche il Museum Mile di New York. Fra mete imprescindibili come il Guggenheim e il MET, si trovano musei solo in apparenza minori che vale la pena di scoprire per specchiarsi in un punto di vista diverso. Fra design, belle arti e storia ecco il Jewish Museum che, in uno splendido edificio neogotico dei primi '900, raccoglie oltre 30.000 pezzi, dall'archeologia all'arte contemporanea, con l'obiettivo di tracciare il disegno dell'evoluzione della storia e della cultura ebraica. Il Jewish Museum di New York si pone come un punto di riferimento per tutti coloro i quali, appartenendo alla cultura ebraica, sono desiderosi di vederla declinata nelle sue mille sfaccettature, ma anche per appassionati e curiosi, che qui possono confrontarsi con una prospettiva insolita, trasversale a epoche e luoghi. Nato nel 1904 da un primo lascito effettuato alla Jewish Theological Seminary Library, il museo ha progressivamente ingrandito la sua proposta di oggetti d’arte laica e religiosa e reperti preziosi di vita quotidiana. Nel 1947 è entrato nell'attuale sede che ospita, oltre alle migliaia di pezzi della permanente, una serie di mostre temporanee di fotografia e arte contemporanea, facendo convergere suggestioni da tutto il mondo in questo luogo fuori dal tempo a due passi da Central Park. Alcuni esempi? The Power of Pictures (nella foto) è la mostra che, fino al 7 febbraio 2016, ripercorre la fotografia e la cinematografia russa d'avanguardia dal 1917 agli anni '30, da Alexander Rodchenko a Max Penson. Accanto, Unorthodox un dialogo fra opere che esplora l'ortodossia e il ruolo dirompente dell'arte come elemento di discussione e critica di ogni status quo. I ritratti di Elizabeth Taylor e Marylin Monroe realizzati da Andy Warhol spiccano nella mostra Becoming Jewish: Warhol's Liz and Marylin sul tema della conversione e dei suoi riflessi (anche) sulla costruzione dell'immagine pubblica.

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24.11.2015

Nel 1926, nella zona sud di Chicago, fu costruito un imponente edificio neoclassico per ospitare la sede di una banca. Per la sua posizione e il suo pregio architettonico, il palazzo divenne in poco tempo un vivace luogo di scambi e uno degli elementi distintivi del quartiere. Negli anni '80 la banca fu chiusa e l'edificio abbandonato e ormai dichiarato prossimo alla demolizione fino a quando non è stato rilevato da un artista locale per ben un dollaro. Ce ne sono voluti poi oltre 3 milioni per ristrutturarlo interamente e restituirlo al quartiere, ma per Theaster Gates Jr. non è un'impresa nuova. È sua infatti l'idea di fondare la Rebuild Foundation, associazione no-profit che ha deciso di dedicarsi alla rinascita degli edifici abbandonati nella zona sud di Chicago. L'idea è che gli edifici che hanno avuto una storia per la città siano parte dell'identità del quartiere e possano dare un sapore diverso e specifico a qualunque iniziativa, installazione o opera d'arte ospitino. La Stony Island Arts Bank oggi è stata restituita al pubblico, ospita una biblioteca e ampi spazi dove si tengono mostre e iniziative culturali, tutte accessibili gratuitamente e tutte dedicate in primis alla valorizzazione dei talenti del territorio.  Sono già quattro gli spazi recuperati in questo modo nella zona di Greater Grand Crossing: oltre alla Stony Island Arts Bank ci sono la Listening House (sede di archivi e aule in collaborazione con scuole e università), la Black Cinema House (dedicata al cinema africano) e la Dorchester Art + Housing (che offre alloggi ad artisti locali), trasformati da spina nel fianco del panorama urbano a meta privilegiata per gli appassionati di tutte le arti. Del resto se Theaster Gates Jr, artista nato e cresciuto a Chicago, è stato riconosciuto dal Wall Street Journal come Innovator of The Year 2012 un motivo ci sarà.

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18.11.2015

Immagini antiche di volti, abiti e corpi contemporanei. È un vero e proprio viaggio nel tempo, a tratti spiazzante, quello proposto da Carlo Furgeri Gilbert, fotografo anglo-italiano di stanza a Milano che ha recuperato l’antica tecnica fotografica del collodio umido. Una sorta di operazione archeologica, nata per riscoprire due valori fondamentali diluiti fino a scomparire nell'epoca del digitale: il tempo - quello dei processi chimici da vegliare con cura e quello della ricerca e della messa a punto - e l'imperfezione, quella del soggetto, che non può essere corretta perché il collodio non ammette post-produzione ma che, accolta e conservata, rivela l'unicità autentica di ciò che viene ritratto. Nata nel 1851, questa tecnica consiste infatti nel dar vita a un “ferrotipo”, cioè un'immagine prodotta  in esemplare unico su una lastra di alluminio, capace di conservare la storia di ciò che ritrae e di chi l'ha lavorata. Il processo esige una ritualità precisa per venire alla luce, e l’immagine emerge poco a poco dell'esito parzialmente imprevedibile delle reazioni chimiche. Ecco perché, secondo Furgeri Gilbert, un’immagine al collodio contiene tutti i caratteri di una vera esperienza, ed è in grado di trasmetterla generando un'emozione autentica. Dal 20 novembre al 31 dicembre, la mostra Alchemical Beauty arricchirà lo spazio dell'atelier Altrove nel cuore di Venezia, dando voce a un mix ipnotico di eleganza e sensualità per invitarci alla riscoperta di una tecnica fotografica che ci restituisce il meglio del passato, e alla quale Furgeri Gilbert riesce a donare una straordinaria contemporaneità. Foto: © Carlo Furgeri Gilbert

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10.11.2015

Una casa della cultura immensa, distribuita su oltre trentamila metri quadrati: è Dokk1, la nuova Biblioteca di Aarhus, in Danimarca, nonché la biblioteca pubblica più grande dei Paesi Scandinavi. Eppure, non sono le enormi dimensioni a rendere unica Dokk1, ma il suo animo green. Il progetto architettonico firmato da Schmidt Hammer Lassen Architects riflette infatti pienamente lo spirito dei paesi del nord Europa: moderno, ibrido, ecologico. Dal punto di vista del risparmio energetico, risponde in pieno ai requisiti della Danish 2015 energy classification, formata com’è da ben 3.000 metri quadrati di pannelli solari posizionati direttamente sul tetto. Gli interni sono estremamente luminosi grazie alla scelta architettonica delle pareti in vetro, e l’intera struttura è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Dokk1 fa parte del progetto Urban Mediaspace, che sta trasformando le banchine del porto di Aarhus in una sorta di centro civico con diversi tipi di servizi ai cittadini: oltre alla biblioteca, un centro di assistenza ai cittadini, un parcheggio e nuovi spazi pubblici per il porto. Alla vista la biblioteca si presenta come un edificio di forma poligonale quasi completamente in vetro che stabilisce un collegamento visivo fra l’interno e l’esterno - una scelta simbolica che riflette lo scambio di conoscenze e opportunità al quale ogni biblioteca pubblica dovrebbe fare da sfondo. La struttura si sviluppa su tre livelli: un grande podio con scalinate, un edificio vetrato e l’ultimo piano poligonale, che contiene gli uffici. La facciata è realizzata in lamiera stirata; la città e il porto si riflettono in essa, rompendosi e trasformandosi. All’interno, la biblioteca presenta spazi molto ariosi e aperti che stabiliscono connessioni fra le varie funzioni dell’edificio e invitano il visitatore a esplorare e vivere a pieno questo luogo di cultura.

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09.11.2015

Gli appassionati di arredamento vintage a Milano hanno un nuovo indirizzo da esplorare. Si chiama 100FA e si trova all’interno di uno dei magici cortili di Viale Col di Lana 8, a due passi dalla Darsena e dal centro storico della città. L’impressione è quella di ritrovarsi in un tempo impreciso ma passato, dominato da un piacevole caos creativo fra sedie impilate, cassettoni, lampade d’antàn, valigie stravissute, vecchie bilance rosse e sgabelli ottocenteschi da dentista. Gli oggetti in vendita, che arrivano tutti rigorosamente da Francia e Inghilterra, vanno dai mobili da mestiere a quelli industriali provenienti da fabbriche dismesse, dall’arredamento per la casa e dai mobili bureau fino a pezzi provenzali trovati in antiche dimore di campagna e raffinati arredi da giardino. Tutto è rigorosamente autentico, tranne il disordine: quello è pura apparenza, perché nasconde un filo conduttore ben preciso, frutto di una ricerca mirata e di accostamenti mai banali. E c’è anche un laboratorio per il restauro conservativo degli oggetti e degli arredi, a disposizione anche di chi è in cerca di soluzioni personalizzate da realizzare con l’utilizzo di materiali vintage.

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06.11.2015

31 Ottobre 1975: i Queen pubblicavano Bohemian Rhapsody. In pochi casi una singola canzone aveva richiesto un tempo di produzione così lungo e mai un costo così alto. Il gruppo inglese e, in particolare, il suo leader Freddie Mercury avevano scelto di osare e di puntare il massimo impegno su un pezzo totalmente anticonvenzionale, scritto al di fuori di ogni regola della metrica pop rock e frutto di un mix apparentemente incontrollato di generi: una intro melodica, una strofa a ballata, un'incursione nel fraseggio operistico e quindi una virata hard rock fino alla coda finale che chiude il cerchio e si ricongiunge con le sonorità iniziali. La dichiarazione d'intenti è, del resto, già nel titolo: rapsodia riporta infatti a composizioni musicali senza schema, all'accompagnamento sonoro della narrazione di un fatto o di una storia, rifacendosi alla tradizione della Grecia antica, dove il termine fu coniato per indicare un componimento epico narrato con la musica. Nonostante tutti questi apparenti ostacoli, il successo fu immediato, sia al momento dell'uscita (sebbene le radio fossero in principio riluttanti a passare un brano della durata di oltre sei minuti) sia nel 1991, quando il pezzo venne rieditato diventando il terzo singolo più venduto della storia in UK. Oggi, a distanza, di 40 anni Bohemian Rhapsody resta un punto di riferimento per tutte le generazioni che l'hanno ascoltata, ritorna in colonne sonore e jingle pubblicitari, subisce citazioni e riprese in film di ogni genere e si candida a diventare un pezzo incrollabile della cultura pop del '900, intesa nel senso più alto del termine. Per celebrare il quarantennale, è stato da poco pubblicato online un documentario del 2002 che racconta la genesi del pezzo con interviste a Brian May e Roger Taylor, rispettivamente chitarrista e batterista del quartetto.

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05.11.2015

Scegliere un libro è un piacere da assaporare lentamente, girando fra gli scaffali, dandosi il tempo di lasciarsi sedurre da una copertina, da un titolo o dalla prima frase sulla quale cade l'occhio aprendo una pagina a caso. Parigi, così languida e intellettuale, è lo scenario perfetto per concedersi una lunga sosta in libreria, magari scegliendone una che mescoli il fascino d'antan degli scaffali pieni ai profumi di café e bistrot. Lungo la Senna, di fronte all’isola su cui sorge Notre-Dame, la leggendaria libreria inglese Shakespeare & Co ha appena aperto il suo café literaire, dove, all'atmosfera satura di legno e storia delle stanze dove Hemingway leggeva e scriveva si aggiunge uno spazio dove immergersi fra le pagine sorseggiando centrifugati bio e caffè fumanti. A tre minuti a piedi da St.Michel si trova invece la storica libreria e bistro La Fourmi Aillée: all'interno di un edificio antico già protetto dalle Belle Arti, un camino accoglie i visitatori fra scaffali alti di libri e piccoli tavoli perfetti per una cena romantica. Il menù accoglie tutti ricordando che secoli prima gli studenti studiavano su balle di fieno e per questo la via si chiama Rue de La Fouarre, strada del foraggio. Non meno d'atmosfera è Used Book, con i suoi 10.000 volumi d'occasione fra i quali perdersi. Dal nome al menù, le ascendenze inglesi sono dichiarate e, fra le specialità parigine di ogni bistrot, spuntano a qualsiasi ora scrambled eggs e scones. Viaggiando fra pagine e cibi si arriva al Manga Café, zona Sorbona, sede parigina dell'omonima insegna che conta oltre 3.000 aperture in tutto il mondo ma che qui vanta anche la più grande collezione di manga del paese e un menù capace di sostenere gli appassionati abituati a perdere la cognizione del tempo alla ricerca dell'ultima uscita. Se oltre a buon cibo e ottime letture si cercano concerti, incontri e attività l'indirizzo giusto è la Librairie des Orgues, zona La Villette, con il suo calendario fitto di idee e generi, da consultare per scegliere il momento perfetto per raggiungere questa interessante zona della Parigi nord-orientale.

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04.11.2015

Il quartiere emergente della Istanbul asiatica si chiama Yeldeğirmeni, cioè “mulini a vento”, perché fino agli inizi del '900 erano loro, i mulini a vento, i padroni incontrastati del paesaggio. Poi Istanbul ha iniziato la sua corsa verso l'Europa e una nuova modernità e ha invitato maestranze europeee a costruire imponenti edifici pubblici, come la stazione ferroviaria di Haydarpasa che accoglie chi varca il Bosforo con il suo profilo e i suoi colori decisamente occidentali. A quegli stessi europei chiamati a costruire la stazione si devono le prime case in muratura della Istanbul orientale, che si trovano proprio qui e che hanno a poco a poco sostituito le tradizionali case in legno. Yeldeğirmeni continua oggi la sua tradizione di avanguardia, lasciando plasmare il proprio profilo dai nuovi segni del tempo. Dal 2012, ad esempio, si svolge ogni anno fra queste strade Mural Istanbul, festival dedicato alla street art, che ha trasformato il quartiere in una galleria d'arte a cielo aperto. Qui l'avanguardia urbanistica si mescola all'avanguardia culturale, con numerosi spazi dedicati alla condivisione di conoscenze ed esperienze, come il centro culturale Yeldeğirmeni Sanat, ospitato all'interno della ex chiesa di Notre Dame du Rosaire costruita nel 1895. Non passa inosservata la frequenza di insegne dedicate a Don Chisciotte e Sancho Panza, magari scelte pensando all'obiettivo comune di chi sceglie questa zona per vivere e lavorare: mantenere un baluardo di multiculturalismo semplice e quotidiano. Come sempre, anche la proposta di cibo segue l'anima del quartiere e affianca ai café su strada, perfetti per osservare lo street style autenticamente originale degli autoctoni, anche locali vegani come il Mahatma, una rarità nella metropoli e un luogo piacevole dalla buona cucina che dimostra ancora una volta la capacità di questa metropoli di  condensare e interpretare ogni stimolo. Foto: Mural Istanbul

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03.11.2015

Il progetto pilota è partito a inizio anno e ha coinvolto “solo” gli studenti delle scuole di New York, Boston e Dallas. L'idea era quella di trovare un modo per far divertire i ragazzi e, contemporaneamente, migliorare la loro salute e fare in modo che potessero aiutare anche bambini decisamente meno fortunati a causa di fame e povertà. Impossibile? Non se si parte dall'idea che ogni bambino nasconda un super eroe pronto all'azione. Per attivarlo è nato Kid Power Band, un braccialetto che contiene una app in grado di indicare ai bambini una serie di sfide da affrontare e azioni da compiere, otenendo così punti che, a quantità fisse, vengono trasmessi al quartier generale e fanno scattare una donazione in cibo e medicinali per un bambino in difficoltà a migliaia di chilometri di distanza. I bambini americani sono invitati a giocare, a socializzare, a fare movimento e attività fisica così da migliorare la propria salute, nonché a imparare le nozioni base legate alla sana alimentazione e al giusto stile di vita per crescere al meglio e una nuova consapevolezza del proprio ruolo nell'aiutare chi soffre la fame e vede a rischio ogni giorno la propria vita. A marzo 2015, i 12.000 bambini delle tre città pilota che hanno partecipato sono riusciti a ottenere, giocando e facendo sport, pacchetti di cibo e aiuti per ben 1.259 bambini.Il progetto, nato e sviluppato sotto l'egida dell'Unicef, arriva dal 29 novembre 2015 nei department store americani Target, dove sarà possibile per tutti i bambini acquistare il braccialetto. Target si impegnerà quindi a portare l'azione nuovamente anche nelle scuole, perché educazione all'aiuto e alla salute diventino un pensiero quotidiano e un modo divertente e utile per scoprirsi super eroi.

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29.10.2015

Per l'immaginario collettivo, la California del secondo dopoguerra resta il luogo dove davvero qualsiasi utopia poteva diventare realtà. Al di là dei luoghi comuni, la California offriva effettivamente lo spazio per sperimentare e rischiare con una leggerezza inedita per gli Stati Uniti, plasmati dalla corsa al posto al sole fra i grattacieli della East Coast. Frank Gehry, classe 1929, arriva a Los Angeles dal Canada nel 1947, si laurea in architettura e, dopo essersi fatto le ossa in studi importanti negli Usa e in Europa, apre nel 1962 il suo ufficio a Santa Monica. Da qui usciranno gli schizzi e i modelli degli edifici che lo eleggeranno icona del decostruttivismo in architettura e che diventeranno punti di riferimento per i territori che li ospitano. Dalla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles (1989) alla recente Fondazione Louis Vuitton di Parigi, terminata nel 2014, Gehry ha scelto di forzare i limiti dell'occhio e della statica, scomponendo gli edifici perché rinunciassero alla tradizionale simmetria classica e si trasformassero in somme di forme geometriche dai profili imprevedibili. Le linee curve diventano ipnotiche protagoniste di edifici sinuosi che suggeriscono una leggerezza impensabile. La relazione con il paesaggio e il contesto, fondamentale nel lavoro di Gehry, lasciano che ogni progetto assorba le linee di ciò che lo circonda, rendendolo per forza di cose unico. Gli schizzi e i modelli che hanno tracciato il lavoro di Frank Gehry sono ora raccolti e esposti fino al marzo 2016 al Los Angeles County Museum of Art. Il percorso della mostra segue le dicotomie che hanno dato e danno forma al lavoro del grande architetto: decomposizione e segmentazione, flusso e continuità, unità e singolarità, conflitto e tensione – per citarne alcune – tutte analizzate con l'obiettivo di definire una nuova estetica urbanistica, dove si mescolano tecnologia e relazione con il paesaggio umano e naturale di ogni luogo. Foto: Fredrik Nilsen

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26.10.2015

The Territories è un sito web dal design raffinato e dell'obiettivo curioso: presentare l'Australia, la grandezza dei suoi territori e la profondità della sua storia, ma anche provare a descrivere un Paese non partendo dalla sua geografia, bensì da un mix volutamente multiforme di stimoli e punti di vista. Se l'uomo produce arte per spiegare ciò che vede e sente rispetto a un luogo, allora perché non pensare che l'insieme di queste letture storiche e artistiche della realtà contribuiscano a creare l'identità di un luogo proprio come le montagne e i fiumi che lo attraversano? Del resto, questi stessi luoghi naturali sono i soggetti ritratti e descritti dalla pittura, dalla fotografia e dalla musica. Il web è il luogo perfetto per raccogliere tutto questo, perché è un contenitore multimediale, visibile e aperto ai contributi di tutti. Così, per chi vuole conoscere il continente australiano, 'The Territories' è un modo per osservarlo con gli occhi di chi ci è nato e ne ha già selezionato i caratteri eccezionali. Per chi cerca modi nuovi di spiegare la natura di un Paese, è un esempio mirabile, un mix di dati e astrazioni, poesia e fatti, una macchina che si muove nel tempo e nello spazio regalando istantanee da un continente. I progetto è frutto della collaborazione fra la rivista  Australian Geographic e il Museum of Old and New ArtFoto: Micca Delaney

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21.10.2015

La scommessa di Everblock è che ci sia un designer in ciascuno di noi. L'idea è che non ci si accontenti di creare il proprio habitat scegliendo semplicemente dove posizionare oggetti creati da altri, ma si abbia voglia di costruire da zero l'arredo della propria casa o di cambiare faccia alle stanze aggiungendo o togliendo una parete, costruendo o trasformando gli elementi già presenti, perché no. Il progetto parte da New York alla conquista di un mondo di adulti rimasti un po' bambini o semplicemente portatori sani di un pizzico di nostalgia per i giochi dell'infanzia. I protagonisti della scommessa sono blocchi rettangolari in plastica, leggera e resistente, componibili e compatibili fra loro, realizzati in 12 colori e in diverse dimensioni da scegliere e abbinare per fare qualsiasi cosa: dalla base di una scrivania a una parete, da un tavolo a una poltrona. La chiave sta nel desiderio di sperimentazione, nella possibilità di cambiare idea, nel lusso di concedersi tentativi ed errori da fare in leggerezza: in sintesi, nell'eterno desiderio di giocare. Del resto, la tendenza è chiara: in un mondo adulto iperflessibile, tanto vale gustare anche il lato positivo cambiando pelle in continuazione, anche alla propria casa. I blocchi in plastica di Everblock ricordano i Lego e questa somiglianza è un irresistibile detonatore: qualsiasi combinazione può essere sempre modificata, se si vuole cambiare faccia a una stanza o se semplicemente si vuole provare una combinazione nuova, per giocare come bambini ma con i gusti definiti di un adulto.

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20.10.2015

L'essenziale è invisibile agli occhi, dicevano. Sono invisibili anche certe fondamentali trasformazioni che l'azione umana e le sostanze chimiche di uso industriale e quotidiano compiono intorno a noi, nei terreni, nei parchi, negli spazi aperti che punteggiano e circondano ogni città. Allo stesso tempo, è proprio la vista il senso che più colpisce e induce all'azione, il meno facile da eludere. Brandon Seidler, fotografo del New Jersey classe 1991, ha combinato questi due elementi e li ha sintetizzati in Impure Photography, progetto fotografico nato per caso e cresciuto grazie al crowdfunding attirando curiosità e riflessioni da tutto il mondo. L'idea è semplice: fotografare luoghi inquinati da sostanze chimiche invisibili e utilizzare quelle stesse sostanze nella fase di sviluppo delle immagini. La distorsione che l'agente inquinante produce sull'immagine stessa rende immediatamente riconoscibile l'intervento della sostanza sui terreni e sull'ecosistema dell'area fotografata. La bellezza dei colori e degli effetti che questa distorsione genera produce un profondo senso di fascinazione, da un lato, e disorientamento, dall'altro, simulando la stessa lotta, profondamente umana, fra la bellezza della trasformazione e del progresso e la consapevolezza dei rischi legati all'innescare reazioni a catena potenzialmente fuori controllo. Nel lavoro di Brandon Seidler la vertigine delle domande si ferma alla superficie dell'immagine, senza giudizi e senza prese di posizione, semplicemente con la forza di ciò che lo sguardo non può più ignorare. Tutte le foto sono state scattate in analogico con una Nikon F100 su pellicola Fujifilm Superia X-tra.

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19.10.2015

Dal 22 al 25 ottobre Parigi ospita due appuntamenti speciali dedicati all'arte contemporanea: Art Elysées, sulla Avenue des Champs Elysées, e la FIAC, la Fiera Internazionale dell’Arte Contemporanea al Grand Palais. In totale, a Parigi convergeranno opere e curatori di oltre 250 gallerie da tutto il mondo, trasformandola nella città ideale per chi voglia fare il punto sullo stato dell'arte contemporanea, da insider o da semplice appassionato. Un'occasione unica per approfondire questo mondo, ma anche per vedere la città cambiare volto, seguendo un trend che è ormai consolidato. Sta succedendo spesso, e per fortuna, che un appuntamento prima riservato a una schiera di fortunati addetti ai lavori debordi dai suoi luoghi tradizionali e cominci a invadere la città, riproducendosi in formato ridotto in ogni spazio pubblico e privato disponibile. Il Salone del Mobile di Milano è ormai inscindibile dalle centinaia di eventi del Fuori Salone che occupano tutta la città, così come avviene per il London Design Festival ma ormai anche, in queste stesse città, in occasione delle Fashion Week, i cui spettacoli sotto forma di passerelle erano riserva di caccia di pochi eletti e oggi si allargano a macchia d'olio nelle strade, fra streaming e fashion blogger.  Così Fiac propone Hors le Murs: una carrellata di esposizioni, performance, appuntamenti e veri e propri eventi che dal Grand Palais, sede centrale della manifestazione, si irradiano in tutta la città. Da Place Vendôme, tradizionale sede di numerose gallerie di prestigio, fino ai giardini delle Tuileries, ogni angolo sarà occupato da installazioni e opere che, dai più celebri Marina Abramovic a Olafur Eliasson fino alle piccole realtà sperimentali, aggiungeranno un'ottima ragione per approfittare della bellezza della città della luce in versione autunnale. Foto: Marc Domage

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12.10.2015

Si chiama Cirkelbroen il ponte circolare fresco di inaugurazione immaginato dall’artista Olafur Eliasson, che ha portato a Copenhagen un nuovo concetto di architettura urbana. Per prima cosa perché si tratta di un ponte circolare, la cui forma insolita è un richiamo alla bellezza e non alla semplice funzionalità. “Il Cirkelbroen crea nuovi spazi sul lungomare della città, avvicina al mare e incoraggia chi lo attraversa a rallentare il passo e prendere un momento di pausa”, afferma Eliasson. “Spero che diventi un nuovo spazio urbano, un punto di riferimento per ritrovarsi in città. Nella mia arte lavoro elementi “transitori” quali il vento, la nebbia o i flussi d’acqua. È stato per me meraviglioso poter creare una struttura come il Cirkelbroen, che incarna questo senso di transitorietà: da un lato la stabilità e la lunga vita del ponte, dall’altro il passaggio continuo dell’acqua che crea la calda l’atmosfera del waterfront.” Il Cirkelbroen comprende cinque piattaforme circolari di diverse dimensioni, ognuna con il suo “albero” al centro. La figura geometrica del cerchio vuole essere una sorta di contraltare alla classica forma lineare, che induce i passanti ad attraversare un ponte di fretta senza soffermarsi a notarne la presenza. In questo caso, invece, pedoni e ciclisti sono costretti a rallentare, e il risultato è che il Cirkelbroen non è un mero collegamento fra le due aree urbane che congiunge, ma un vero e proprio spazio da vivere.

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01.10.2015

Se siete appassionati di TV la fine dell'estate per voi significa una sola cosa: nuove serie televisive. Infatti, all'arrivo dell'autunno i network americani, i canali via cavo e i nuovi provider streaming lanciano i loro programmi più importanti. Anche quest'anno è così, perciò abbiamo pensato di aiutarvi a scegliere il meglio della stagione in arrivo. Marvel's Jessica Jones (Netflix)Dopo il successo di Daredevil, Netflix ci riprova con una serie targata Marvel: Jessica Jones racconta la storia di una ex supereroina che ora lavora come investigatore privato a New York. Lo show promette di essere crudo quasi come Daredevil e, proprio come la serie con l'eroe cieco, ha nel suo cast anche una star nel ruolo del cattivo -  l'ex Doctor Who David Tennant. Ash vs. Evil Dead (Starz)Sono passati solo due anni dal reboot de La Casa (The Evil Dead in lingua originale). Adesso la vecchia gang (Sam Raimi incluso) è tornata con una serie tv che riprende la storia dell'originale Ash (alias Bruce Campbell), lo spregevole e improbabile eroe della saga. Sono trascorsi trentanni dalla sua ultima avventura – ma è ancora un outsider egoista e pieno di sé con niente da perdere... e naturalmente si ritroverà a dover salvare il mondo ancora una volta. The Man in the High Castle (Amazon)Amazon ha lanciato The Man in the High Castle nell'ultima stagione di pilot programmata a gennaio – e lo show ispirato al celebre ed omonimo romanzo di Philip Dick è diventato il pilot di Amazon più guardato di sempre. Ecco quindi che ne è stata fatta una intera serie: scritto da Frank Spotnitz (ex sceneggiatore di X-Files), racconta la storia di un universo parallelo dove l'Asse ha vinto la seconda guerra mondiale e tedeschi e giapponesi si sono spartiti gli Stati Uniti. The Expanse (Syfy)The Expanse promette di essere lo show più importante di Syfy dai tempi di Battlestar Galactica. Basata sulla saga di Jamas A. Corey dallo stesso nome, è ambientato duecento anni nel futuro, quando l'umanità ha ormai colonizzato il Sistema Solare. La trama si svolge attraverso una investigazione per un omicidio, una cospirazione, ed una guerra fredda interplanetaria. The Grinder (Fox)Protagonista Rob Lowe (West Wing, Parks and Recreation), The Grinder tratta di Dean Sanderson, un famoso avvocato televisivo che decide di tornare nella città dove è nato dopo la cancellazione del suo popolarissimo show. Con estremo disappunto del fratello (che è un vero avvocato) decide presto di entrare a far parte dello studio legale di famiglia.

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29.09.2015

Inaugurare un museo nel 2015 significa prima di tutto decidere cosa sia un museo nel 2015 e cosa ne permetta l'evoluzione e la sopravvivenza. Nell'anno di Expo a Milano è successo anche questo: è nato Mudec, il Museo delle Culture, concretizzando un progetto partito negli anni '90 che voleva destinare le aree industriali ex Ansaldo di via Tortona a finalità di promozione culturale. Oggi quell'idea è realtà e il taglio scelto è tutt'altro che scontato. Partendo dalla necessità di trovare una casa agli oltre 7.000 reperti etnografici, cioè collegati allo studio dei popoli e delle culture, patrimonio del Comune di Milano, questo maestoso tempio urbano dell'archeologia industriale, simbolo del '900, ha scelto di raccontare la cultura contemporanea come un intreccio di culture che si compenetrano e si modificano reciprocamente a un ritmo sempre più veloce. Il Museo delle Culture è il luogo dove questo incontro si materializza rendendo comprensibile la forza dello scambio interculturale sia a livello ideale, sia nella pratica quotidiana dove pop e arte si mescolano continuamente e dove l'esotico diventa sempre più vicino. Mudec ospita lo scambio e vuole promuoverlo con i suoi spazi per conferenze e la grande biblioteca, aperti a istituzioni pubbliche e private. Il risultato è un mix curioso di stimoli che ci mettono di fronte la complessità degli ingredienti di cui siamo fatti e l'impossibilità contemporanea di trovare qualcosa che non sia cultura, cioè non contribuisca, per somiglianza o differenza, a identificarci e costruirci. Ne avremo la prova dal 28 ottobre quando prenderà il via il secondo ciclo di mostre, che affiancherà l'esibizione dedicata a Gauguin e intitolata Racconti dal Paradiso alla mostra dedicata a Barbie-The Icon, l'apoteosi della pop culture al femminile.

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24.09.2015

Riusciremo, un giorno, a scoprire tutto di Roma? Non esiste città al mondo così densa di storia, così pregna di meraviglia. Anche oggi, in mezzo a tutte le contraddizioni e travolta da un’ingiusta corruzione che fa il giro dei quotidiani mondiali, Roma vibra di bellezza nascosta. Così, se si siete già inchinati di fronte alla bellezza della Roma imperiale, se la Roma Barocca vi ha rubato il cuore e quella dei Papi vi ha riempito di magnificenza, c’è un nuovo itinerario, intimo, silenzioso, che vi porta nelle case della Roma d’autore, artisti e scrittori che hanno cambiato il corso delle cose, da Moravia a Goethe, da Pirandello a De Chirico. Casa Museo Luigi PirandelloIn quella che fu l'ultima dimora romana abitata dallo scrittore siciliano, dal 1962 ha sede l'Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro italiano contemporaneo. L’appartamento comprende un ampio soggiorno-studio, una camera da letto e una terrazza, con gli arredi originali risalenti al 1933, anno in cui lo scrittore vi si trasferì al suo rientro in Italia, dopo gli anni trascorsi a Berlino e a Parigi.La biblioteca comprende circa 2.000 volumi appartenuti a Pirandello, mentre lo studio conserva la piccola macchina da scrivere portatile divenuta un inseparabile strumento di lavoro e numerosi i manoscritti relativi a poesie, romanzi e drammi. Casa Museo Alberto MoraviaNel quartiere Della Vittoria, l’appartamento di Alberto Moravia si trova all’ultimo piano di un palazzo anni ’30 affacciato sul Tevere. Nei diversi ambienti dell’appartamento, visitatori e studiosi possono ammirare le opere d’arte e gli oggetti della collezione in mostra sulle pareti delle stanze e dei corridoi: dipinti e opere su carta donati negli anni allo scrittore dai molti amici artisti, oltre a maschere e altri oggetti raccolti da Moravia stesso nei tanti viaggi in Oriente e in Africa. A emergere è soprattutto lo stretto rapporto dello scrittore con il mondo dell’arte e gli artisti che, fin dagli anni Trenta, ebbe modo di frequentare, da Mario Schifano a Dacia Maraini, da Renato Guttuso a Toti Scialoja sino a Pier Paolo Pasolini e Bernardo Bertolucci. Casa Museo di Giorgio de ChiricoLa casa di Giorgio de Chirico, dove l’artista trascorse gli ultimi trent’anni della sua vita, occupa i tre piani superiori del seicentesco Palazzetto dei Borgognoni al civico 31 di Piazza di Spagna. Giunto a Roma nel 1944 dopo un lungo girovagare tra diverse città Europee e un soggiorno importante a New York, de Chirico vi si stabilì nel 1948, all’età di sessant’anni. Oggi casa de Chirico è accessibile al pubblico e offre un’occasione unica per avvicinarsi al mondo privato e quotidiano dell’artista e al suo originale immaginario artistico, in un sorprendente e suggestivo intreccio tra arte e vita. Keats-Shelley HouseA poca distanza dalla sontuosa dimora di De Chirico, proprio accanto alla Scalinata di Piazza di Spagna, si trova l’ultima dimora di John Keats, dove il poeta morì per le conseguenze della tubercolosi nel 1821, a soli venticinque anni. Aperta al pubblico nel 1909, questa casa museo contiene una ricca collezione di quadri, sculture, manoscritti, oggetti e prime edizioni delle opere di Keats, Shelley e Lord Byron, ovvero i più importanti esponenti della seconda generazione romantica inglese. La casa possiede una ricca biblioteca specializzata in letteratura romantica, che conta attualmente più di ottomila volumi. Casa di GoetheNelle stanze dove Johann Wolfgang von Goethe soggiornò durante il suo Grand Tour dal 1786 al 1788 insieme ad altri artisti tedeschi, è stato inaugurato nel 1997 l'unico museo tedesco all'estero, la Casa di Goethe.La casa-museo conserva al suo interno una mostra permanente con testi in tedesco, italiano e inglese che raccontano il viaggio in Italia del poeta e il suo soggiorno romano e numerose mostre contemporanee, dedicate a temi italo-tedeschi e alla tradizione del viaggio in Italia fino ai nostri giorni. La grande biblioteca specializzata conserva numerose prime edizioni delle opere di Goethe.

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17.09.2015

Nel 1996 David Foster Wallace era al culmine della sua carriera di scrittore: aveva appena pubblicato Infine Jest, il suo secondo romanzo (lungo più di mille pagine), mentre da molti critici veniva acclamato come la voce della sua generazione. Quando si presentò alla sua porta il suo giovane collega David Lipsky per passare con lui cinque giorni del tour promozionale del suo libro, una strana relazione scattò: i due scrittori iniziarono una discussione che spaziava dalla letteratura, all'emergente internet, ad Alanis Morisette, e fino ai pericoli dell'intrattenimento insiti nell'America delle multinazionali. Più tardi, nel 2010, quei cinque giorni divennero un libro, ed ora un film – The End of the Tour. Il film ha creato molte discussioni attorno a sé, fin dall'inizio - soprattutto quando uscì la notizia che ad interpretare Wallace sarebbe stato l'attore comico (e scrittore) Jason Segel, noto soprattutto per il ruolo di Marshall nella sit-com How I met your mother. Le reazioni su internet spaziavano in uno spettro che andava dall'incredulità fino al rifiuto più totale. Ma dopo la prima proiezione della pellicola al Sundance Festival qualcosa ha iniziato a cambiare: l'interpretazione di Segel viene ora elogiata quasi unanimemente, e The End of the Tour sta diventando un piccolo fenomeno indipendente grazie alle molte recensioni positive – tanto che il sito wallaciano semi-ufficiale Howling Fantods ha difficoltà a seguire tutti gli update. Sarebbe però inutile negare che molti tra quelli che andranno a vedere il film lo faranno a causa della fama postuma di Wallace, e a causa della sua triste scomparsa. Lo stesso Lipsky ha asserito che “Il suicidio è un finale potente[...]. Porta con sè come una forza magnetica: Alla fine tutti i ricordi e tutte le impressioni vengono trascinati in quella direzione”. Inoltre, difficilmente un film può cogliere l'intensità e la potenza della prosa di Wallace (l'accecante bellezza del solo e famoso primo paragrafo dell'incompiuto Il Re Pallido parla per sè). Ma The End of the Tour se la cava più che egregiamente nel suo lavoro, cioè nel raccontare la strana storia di due scrittori che ingaggiano una lunga battaglia verbale durante la loro breve avventura on the road. E contemporaneamente riesce a essere un film sia intelligente, sia divertente.

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15.09.2015

1987: lo scrittore americano Frank White definisce 'the overview effect' il cambio di prospettiva radicale rispetto a se stessi e al mondo che gli astronauti vivono nel momento in cui vedono la Terra dallo spazio. Secondo White, la meraviglia nasce dal capire l'interdipendenza di ogni elemento che compone la vita terrestre. Per vivere questa vertigine estetica non è però indispensabile essere astronauti: basta visitare dailyoverview.com e lasciarsi avvolgere dalle spettacolari immagini di angoli di Terra fotografati dall'alto, dal punto più alto possibile. Daily Overview è un progetto che prende l'idea di White e la cala nel quotidiano attraverso la fotografia. Osservando la gallery, l'impressione immediata è quella di una superficie, la Terra, ricoperta di linee e colori come una tela. Solo in un secondo momento si capisce il senso di quei disegni, l'obiettivo per il quale sono stati tracciati (un aeroporto, una coltivazione intensiva, la pianta di una città) e il fatto che siano prodotti il più delle volte dall'uomo. Le immagini che alimentano il sito sono fornite da professionisti e volontari che partecipano all'idea di tenere vivo l'overview effect e si sfidano sul sito in un vero e proprio quiz per testare se si riescono a riconoscere i panorami fotografati, concentrandosi per distinguere profili familiari e decodificabili nell'intrico di linee e colori trasfigurati dalla distanza. Dal deserto dell'Arizona al Golden Gate, dall'intrico di vie e case di Guadalajara – la città più popolosa del Messico – al disegno formato dai camion in sosta prima di passare lo Stretto della Manica a Calais, ogni immagine celebra la bellezza della Terra e, spesso, dell'azione umana. Per tutte le foto: Daily Overview | Satellite images (c) 2015, Digital Globe, Inc

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09.09.2015

La parola profumo nasce dall'espressione latina pro fumo, “attraverso il fumo”, ed è collegata alle antiche cerimonie e assemblee accompagnate dalla bruciatura di incensi o legni capaci di evocare dimensioni altre e divine. Nei secoli, l'uso del profumo ha assunto valenze sempre diverse, strizzando l'occhio alle pratiche alchemiche nel Medioevo e avvicinandosi sempre di più al racconto di un milieu culturale e sociale dal Rinascimento in poi. Il terzo millennio accompagna il profumo in una dimensione sempre più onirica e artistica, cioè capace di interpretare il presente trasformandolo. In questo filone si inserisce Laboratorio Olfattivo, un'officina di profumeria artistica nata per raccontare storie e dipingere paesaggi attraverso una grammatica di profumi che si combinano in modo sempre diverso per costruire frammenti di discorsi pieni di memorie e suggestioni. Il mare, la primavera, la casa, la pelle: grazie all’abilità e al talento dei creativi che collaborano con Laboratorio Olfattivo, l'esperienza si traduce in fragranza, e sperimenta un linguaggio nuovo fatto di sensi. L'eau del parfum è la forma scelta per questi profumi dedicati alla persona e agli ambienti che oggi sono conosciuti in oltre 30 paesi al mondo, completata da un packaging essenziale e minimalista. Ogni singolo prodotto è confezionato manualmente all'interno del laboratorio con un processo meticoloso, del tutto analogo al processo di creazione delle fragranze da parte dei 'nasi'. Il carattere di ogni profumo si trasforma così in immagine, evocando un'esperienza di bellezza che diventa quotidiana.

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08.09.2015

L'Olimpo era il confine invalicabile per gli umani, il luogo del divino e della possibilità assoluta. Emma Dante, regista siciliana, in occasione del 68° ciclo di spettacoli classici del Teatro Olimpico di Vicenza, invita un’eccezionale rosa di artisti internazionali a superare le barriere del tempo e raggiungere l'Olimpo del teatro classico greco scuotendone le fondamenta. Dante, direttrice artistica della rassegna, vuole far arrivare al pubblico i semi di una lettura nuova del teatro, origine di quei Fiori dell'Olimpo, che danno il titolo all'edizione 2015. Lo spazio del Teatro Olimpico di Vicenza si propone come luogo ideale per far incontrare passato e presente: realizzato fra il 1580 e il 1585, è l'opera ultima di Andrea Palladio, l'architetto che ha plasmato la città berica, e oggi il più antico teatro stabile coperto dell'epoca moderna. L’Olimpico accompagna quindi fuori dal tempo un suggestivo cartellone di titoli e personalità. Per citarne alcuni, si va dalla catalana Angelica Liddell, che porta per la prima volta in Italia la sue letture della Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, ai laboratori teatrali curati dalla stessa Emma Dante, al nuovo allestimento delle Eumenidi curato da Vincenzo Perrotta: il filo conduttore è il corpo, la dimensione materica e profana del pensiero nella quale la sacralità assume forme nuove. Il testo di Valeria Parrella fa quindi da sfondo a Euridice e Orfeo, raccontando, con l'aiuto delle voci e dei volti di Isabella Ragonese e Michele Riondino, il labirinto di amore, morte, volere divino e desiderio umano che il mito da millenni porta con sé.La conclusione del ciclo è affidata ad Alessandro Baricco, che sceglie di riportare alla parola e alla memoria Palamede, eroe condannato dagli dei e da Ulisse all'oblio, ricordando la potenza creatrice del racconto teatrale e dell'arte che danno forma al presente anche ridisegnando il passato, coltivando così i semi del possibile, i fiori dell'Olimpo. Foto di Pino Ninfa

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07.09.2015

Ghibli è il nome dato dai soldati italiani durante la seconda guerra mondiale al vento caldo del nord Africa, e il nome di un loro aereo da ricognizione. Ma nel 1985 è diventato anche il nome dello studio che ha segnato l'evoluzione del film d'animazione e l'immaginario di più di una generazione, attivo ancora oggi e sede di un museo dedicato alle sue creazioni, meta di veri e propri pellegrinaggi a opera di turisti e appassionati da tutto il mondo. Disegnatore, regista e co-fondatore, Hayao Miyazaki, classe 1941, fece omaggio così a due sue passioni: gli aeroplani e il vento, soggetti ricorrenti nei suoi mondi fantastici e simbolo entrambi della possibilità di osservare le cose da un altro punto di vista scoprendone nuovi magici volti, in continua trasformazione nel tempo come nello spazio. Accanto a lui Isao Takahata, regista e mentore di Miyazaki nonché produttore, con ritmi, personalità e approccio perfettamente complementari. Lo Studio Ghibli apre i battenti portando l'eredità di successo e aspettative di serie animate come Heidi e lungometraggi animati come Lupin III – Il Castello di Cagliostro e Nausicaa nella Valle del Vento, realizzati dai fondatori nelle precedenti esperienza professionali.  Laputa – Castello nel Cielo del 1986 è il primo film animato firmato Ghibli: questo, come tutti i successivi, nasce da tavole illustrate a mano dai collaboratori dello studio, impegnati in una minuziosa ricerca tecnica per rendere nel modo più esatto proporzioni e movimento da un lato e per creare i più immaginifici personaggi dall'altro. Nelle produzioni dello Studio Ghibli, infatti, situazioni quotidiane e reali si mescolano senza soluzione di continuità a spiriti dalle forme fantastiche, personaggi di passaggio fra l'umano e il naturale che spesso si rivelano fondamentali chiavi di volta nello scorrere della storia.  Il Mio Vicino Totoro (1988) e La Principessa Mononoke, fra gli altri, aprono la strada al più grande successo dello studio: La Città Incantanta, vincitore dell'Orso d'Oro al festival del cinema di Berlino nel 2001. Seguiranno Il Castello Errante di Howl e l'ultimo, Si Alza il Vento, del 2013, alla cui lavorazione è dedicato il documentario Il Regno dei Sogni e della Follia, che svela con discrezione i pensieri e la vita di Hayao Miyazaki, e in particolare la forza dirompente del suo sguardo capace di celebrare la varietà della vita e di trasformare in personaggi il tempo e le emozioni, creando un mondo di sogni che non hanno bisogno di diventare realtà per essere veri e che continua a rapire gli sguardi di ogni età.

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03.09.2015

Viene da Hong Kong e si chiama Bullet from a shooting star la struttura metallica di 35 metri conficcata nel terreno sulla collina di Greenwich; è solo uno dei landmark che segnaleranno l'avvio della dodicesima edizione del London Design Festival, celebrazione del design e della creatività made in UK ma soprattutto punto d’incontro di creativi e oggetti pensati su ogni continente, nella migliore tradizione della città più multiculturale del mondo. London Design Festival si propone come spazio di ricerca per addetti ai lavori negli spazi istituzionali della fiera di Olimpya, nell'elegante edificio datato 1886, a Syon Park con Decorex International, dedicato alla fascia luxury, o a Chelsea Harbour, ad esempio, con il programma di incontri 'Conversation in Design' dedicato alle nuove avanguardie. La novità di questa edizione è nella sempre più importante dimensione di festival diffuso, che coinvolge quest'anno ben 7 distretti cittadini, ciascuno con un apposito programma e un taglio preciso. Si tratta delle zone più vitali e creative della città, che organizzano laboratori, incontri, mostre e eventi a qualsiasi ora e raccontano la propria storia e l'identità attraverso oggetti, arredi e manifattura. Bankside (Southwark, Waterloo, Borough) lancia 'Colourful Crossings', una serie di installazioni di luci e fotografia digitale che illuminano gli attraversamenti stradali coinvolgendo tutti i pedoni, mentre al Borough Market – il più antico mercato alimentare d'Inghilterra - si tengono laboratori di lettering e calligrafia, mentre partono i Bankside Ghostsign Walking Tour alla ricerca delle tracce di design e comunicazione d'autore per le strade del quartiere.  Islington, Shoreditch e Queens Park amplificano per l'occasione la loro natura di quartieri d'avanguardia, dove professioni sempre più liquide si mescolano agli spazi e ai tempi della vita quotidiana: negozi, piccole showroom e café ospitano incontri, installazioni e showcase, gli studi di architettura aprono tutte le porte raccontando ciascuno la propria specializzazione: ceramiche, tessuti per l'arredo, tavoli allungabili, biciclette, per citare solo alcuni esempi del ricco programma che i siti di ogni singolo distretto snocciolano. Proseguendo nell'esplorazione della Londra del design, Chelsea tiene fede alla sua fama dedicandosi all'interior design e organizzando conferenze, laboratori e mostre a tema mentre la zona di Clerkenwell, storicamente legata all'artigianato, propone al Craft Central la mostra 'Material Consequences' dedicata alla lavorazione della materia prima, e, al Goldsmith's Centre, 'A sense of Jewellery', che racconta i percorsi dell'arte orafa made in Uk.  Brompton è il più internazionale dei distretti, dove Italia, Austria, Svezia, Norvegia e perfino Mongolia trovano eco delle proprie tradizioni negli oggetti di design sviluppati da designer emergenti mescolati ai più grandi nomi del settore, in quel gioco di contrasti e stimoli che strada dopo strada disegnano il profilo della Londra del design. Foto: Ruth Ward

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02.09.2015

I Castelli di Strassoldo, in provincia di Udine, sono bellissimo un esempio di borgo medievale rimasto intatto in quasi mille anni di storia e presentano tutti gli elementi di un piccolo centro abitato autosufficiente e destinato a presidiare la via di collegamento con la Carinzia, di importanza fondamentale per l'allora Patriarcato di Aquileia. Grazie all'impegno della famiglia dei conti di Strassoldo, che costruirono il castello e che tutt'ora vivono all'interno, oggi sono perfettamente conservate le mura esterne, i ponti di accesso, il mastio centrale, gli antichi alloggi della servitù e dei contadini, la torre difensiva. Come tutti gli insediamenti antichi, anche i Castelli di Strassoldo, quello di sopra e quello di sotto, sorgono alla confluenza di fiumi e ruscelli, così che cascate, mulini ad acqua ancora in attività e ponti di legno completano il paesaggio e aggiungono un tocco di colore e vivacità all'insieme. Osservando le varie costruzioni dei castelli è possibile riconoscere i segni e le trasformazioni portate dai secoli di attività: nel '700 buona parte del piccolo paese all'interno delle mura fu ricostruito per rimediare ai danni subiti per gli attacchi militari e dal tempo, oltre che per adeguarlo al gusto dell'epoca che trasformò nei decenni lo stile del mastio centrale da austero edificio difensivo a elegante villa in stile veneto. Gli interni sono altrettanto ben conservati, con arredi e affreschi riconducibili alle diverse epoche che hanno visto passare per i Castelli generazioni di nobili e militari. Due volte l'anno, i Castelli di Strassoldo aprono le loro porte: in primavera e in autunno, per un fine settimana, è possibile accedere a tutti gli edifici e ai giardini, immergendosi in un'atmosfera che fonde bellezza e storia. Per l’occasione, giardini e sale ospitano una mostra mercato di artigianato di alta qualità, in rappresentanza delle eccellenze del Triveneto: dai mastri artigiani del legno e dei tessuti, ai vivaisti con fiori e piante, alle specialità alimentari della zona, con un occhio particolare per i dolci. La prossima edizione della manifestazione, intitolata “Frutti, acque e castelli”, è in programma per sabato 24 e domenica 25 ottobre.

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31.08.2015

Ispettore Callaghan: il caso "Scorpio" è tuo!! (1971) / Dirty Harry Se volete ripercorrere le orme del serial killer Scorpio, sappiate che l'Holiday Inn utilizzato per l'omicidio in piscina -  al 750 di Kearny Street – è stato chiuso, ma solo per essere riaperto nel 2006 come Hilton. Non cercate però di salire fin sul tetto: su 28 piani, con l'ascensore si può purtroppo arrivare solo fino al ventisettesimo. Sempre sulle tracce di Scorpio, proseguite verso la splendida Saints Peter and Paul Church, proprio di fronte al Washington Square Park (dove il killer nel film cerca di colpire un cittadino tranquillamente seduto su una panchina proprio di fronte alla chiesa). Blue Jasmine (2013)Il film del 2013 di Woody Allen vi darà la possibilità di scoprire una San Francisco enogastronomica. Ecco quindi il Ramp sul Terry A Francois Boulevard – dove pare servano delle ottime ostriche. Oppure, se preferite il cibo italiano, correta da Gaspare’s Pizza House & Italian Restaurant. Anche se in entrambi Jasmine, più che mangiare, beve vodka... The Game (1997)Se invece siete appena arrivati in città e non sapete dove alloggiare, The Game è il film che fa per voi: il protagonista Nicholas Van Orton non bada a spese, e  - se ve li potete permettere - gli hotel che frequenta sono tra i migliori del mondo: il Ritz-Carlton di Stockton Street e lo storico Palace Hotel a New Montgomery Street, nel distretto finanziario di San Francisco. La signora di Shanghai (1948)Per i veri cinephile, il classico di Orson Welles La signora di Shanghai è l’ispirazione giusta per scoprire quanto è cambiata la città dagli anni '40 del secolo scorso a oggi. A cominciare magari dallo Steinhart Aquarium dove Welles e Rita Hayworth passeggiano all’inizio del film: modernizzato, ma ancora attivo, lo stupendo acquario californiano è ancora in attività.Così come è sempre lì Portsmouth Square a Chinatown: soltanto il centro della piazza è cambiato (ha un enorme garage e diversi monumenti). Al contrario, il parco dei divertimenti in cui si ritrova Welles sul finale, il Whitney's Playland at the Beach, è stato abbattuto nel 1972. Ma c’è di buono che la vecchia giostra dei cavalli è stata salvata e trasferita agli Yerba Buena GardensLa donna che visse due volte (1958)Un altro classico del cinema – Vertigo di Hitchcock – è un buon pretesto per riscoprire numerose bellezze di San Francisco – in particolare due: la Mission Dolores Church and Cemetery  - usata nel film come location per la tomba di Carlotta, nonché una delle più antiche strutture tutt’ora visitabili in California -  e il Palace of Fine Arts – la cui laguna è una delle immagini più mozzafiato della città.

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27.08.2015

In Giappone, nella prefettura agricola di Niigata, c'è una casa costruita secondo i criteri degli antichi luoghi di meditazione, dove le tradizionali pareti in carta di riso lasciano filtrare all'esterno ipnotici giochi di luce con la stessa grazia con cui accolgono il variare della luce del sole nel passare delle ore del giorno. Si tratta della House of Light, una delle oltre 160 opere d'arte chiamate a rivitalizzare una provincia agricola spopolata dalla fuga dei giovani verso la città e che anima la Triennale d'Arte Echigo-Tsumari Art Field (fino al 13 settembre), estesa su un'area di 760 chilometri quadrati già visitata da oltre mezzo milione di appassionati. The House of Light è un'idea di James Turrell, artista statunitense classe 1943 da sempre impegnato nello studio della luce e della sua relazione con lo sguardo.Si tratta di un'opera d'arte visitabile durante il giorno come qualsiasi museo per scoprire le installazioni visive che la punteggiano, ma è anche e soprattutto il luogo di un'esperienza più ampia, di coinvolgimento e scambio profondo. C’è infatti la possibilità di trascorrere tutta la giornata presso la House of Light e pernottare occupando uno dei futon disponibili, condividendo con gli ospiti il mutare della luce a ogni ora del giorno dentro e fuori la casa e le variazioni dei colori del paesaggio circostante, in un gioco di continui piccoli cambiamenti che legano ogni elemento e ogni momento in una continuità assoluta di luci e ombre. Mescolando la propria tecnica artistica con i criteri antichi dell'architettura giapponese, James Turrell ha scelto di mettere in relazione il proprio uso della luce con la modalità tradizionale con cui la struttura delle case giapponesi trattava il passaggio dalla notte al giorno, dalla luce alle ombre. A ogni ora, la casa da una parte e le installazioni luminose di Turrell dall'altra dialogano con la luce naturale rendendo lo sguardo degli ospiti partecipe del succedere del tempo e delle stagioni.

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26.08.2015

Londra, interno giorno: due manager e un architetto più o meno trentenni hanno in mente un progetto. Siamo nel 2010, l'e-commerce sta prendendo sempre più piede e l'idea di design vira progressivamente verso il quotidiano: la bellezza nella funzionalità è una richiesta costante. Da questo mix di atmosfere e personalità nasce Made.com, una piattaforma on-line che mette in contatto designer e appassionati con l'obiettivo di offrire oggetti per la casa e arredi di qualità ad un prezzo accessibile, con il valore aggiunto di sostenibilità e qualità garantite. La novità sta nella filiera cortissima: i designer, selezionati fra i talenti emergenti di tutta Europa, propongono sul sito i propri oggetti di arredamento che vengono prodotti su richiesta nel momento in cui viene effettuata on line la scelta. I tempi di consegna sono quindi legati ai tempi di produzione e, se è vero che questo può scoraggiare i più impazienti, è in realtà un piccolo scotto da pagare a  fronte del piacere di circondarsi di oggetti esclusivi da scegliere fra un'offerta che si rinnova di continuo. Per chi fosse impaziente di toccare con mano il proprio acquisto (o di fugare ogni dubbio prima di procedere), made.com ha pensato a Unboxed, una sorta di social network dove i clienti di Made.com sono invitati a raccontare con immagini l'uso che hanno fatto dell'oggetto acquistato e dove è possibile scoprire, inserendo il proprio codice postale, chi ha acquistato lo stesso oggetto che si vorrebbe comprare nella propria zona. Made.com crea così una comunità di appassionati che raccontano il loro modo di vivere il design. Con questo approccio semplice e essenziale alla bellezza e al design i quattro fondatori, dal loro quartier generale di Soho, nel cuore di Londra, sono approdati in oltre sei paesi (Regno Unito. Francia, Italia, Olanda, Belgio e Germania), diffondendo un'idea di qualità accessibile e creativa a un pubblico sempre più vasto.

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25.08.2015

Hanno segnato l’adolescenza di molti noi, ci hanno fatto sognare di frequentare la West Beverly High School, amare New York e Los Angeles, desiderare di condividere l’appartamento con amici spassosi come Monica, Rachel, Joey e Chandler e provocato qualche notte in bianco per la paura. Stiamo parlando, ovviamente, delle serie televisive cult degli anni Novanta e Duemila, da Beverly Hills 90210 a Twin Peaks, da Friends a Sex and The City. Chi non ha desiderato, almeno una volta, di poter vivere nelle case dove si svolgevano quelle storie a episodi? Mangiare nella cucina di Monica di Friends, per esempio, o curiosare nel guardaroba di Carrie Bradshaw. Dimore entrate nelle nostre vite quotidiane, lontane migliaia di chilometri dalle nostre vere case eppure così familiari che ci hanno rubato il cuore. Tanto che, per i più accaniti fan delle serie televisive, è praticamente impossibile immaginare un viaggio nelle città che li ospitano senza organizzare una visita poterle vederle dal vivo. Ma è sempre possibile? Quali di queste case esistono e quante, sognando un po’, si possono perfino affittare? In alcuni casi, come per esempio per quanto riguarda i due grandi appartamenti “gemelli” di Friends, quello di Monica e Rachel e quello di Joey e Chandler nel cuore di Manhattan, i fan potrebbero avere una cocente delusione: lo spazioso living dei ragazzi con le mitiche poltrone reclinabili, la cucina super attrezzata delle ragazze e il comodo divano sempre ingombro di amici non esistono. O meglio, sono un set cinematografico ospitato negli studi della Warner Bros. a Burbank, in California. Altro che atmosfera newyorkese e infinite serate trascorse al bar dietro l’angolo, il Central Perk (del quale l’anno scorso è stata aperta una sorta di riproduzione temporanea l’anno scorso in occasione del ventennale della serie). Il palazzo utilizzato per le riprese esterne, però, esiste davvero e si trova nel Greenwich Village. Sempre nel Greenwich Village, al 66 di Perry Street, si trova la facciata del palazzo utilizzato per le riprese esterne di Sex and the City, quello che ospiterebbe l’appartamento di Carrie Bradshaw, sebbene l’indirizzo ufficiale della giornalista più stilosa della storia televisiva sia 245 E. 73rd Street, nell’Upper East Side. E che dire della cabina armadio, ricolma di Manolo Blahnik e vestiti di tulle, e del piacevole disordine femminile della camera da letto con le riviste patinate e l’inseparabile Mac alla finestra? Un altro set, ahimè. Cambio di scena e si vola a Pasadena, in California, dove si trova in realtà la bella villa della famiglia Walsh di Beverly Hills 90210: siamo in uno dei migliori quartieri della città a nordest di Los Angeles, e a decine di chilometri da quella che era l’ambientazione della serie TV. Per quella casa, che esiste davvero, negli anni ’90 i Walsh avrebbero dovuto pagare tra 1,25 e 1,5 milioni di dollari. Oggi lo stesso immobile ha un valore di circa 5,5 milioni di dollari. Tutt’altra atmosfera, decisamente più inquietante, per quanto riguarda un'altra dimora in vendita: la casa di Laura Palmer della serie Twin Peaks. La bella villa, che risale agli anni Trenta e si trova in realtà al 708 della 33esima strada a Everett, nello stato di Washington, è sul mercato per 549.950 dollari, circa 400.000 euro, ma sembra che gli acquirenti scarseggino. Tutta colpa di David Lynch, che ci ha terrorizzati per anni con i misteri, le follie e gli indizi dell'omicidio più seguito della storia delle fiction.

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06.08.2015

Può essere trasportata comodamente in un portabagagli ma, una volta aperta, Travelbox svela un piccolo mondo. Anzi, di più, una casa in miniatura per chi ama viaggiare on the road: sopra la testa un soffitto di stelle, sotto i piedi erba soffice e profumata. Creata dal designer austriaco Stefan Juust, al modico costo di 132 sterline (circa 185 euro), Travelbox si apre per offrire al proprio interno un letto con materasso in piume e cuscini, tavolo e sedie, spazi dove conservare oggetti personali (vestiti, libri e alimenti) che fungono anche da parete divisoria e persino una bicicletta per spostarsi facilmente da un posto all'altro durante il viaggio. Resistente all'usura dei viaggi internazionali Travelbox ha la scocca in acciaio e la struttura in legno massiccio e può essere spedita ovunque. Anche perché quando è chiusa le sue dimensioni sono sorprendentemente ridotte: pesa 60 kg, è lunga solo 2,09 metri, alta 125 centimetri e larga 39. A dire il vero la scatola magica di Stefan Juust può rivelarsi molto utile non solo per i viaggiatori dai gusti raffinati ma, forse ancora di più, per assicurarsi uno spazio per dormire e riporre le proprie cose nel caso in cui si stia per periodi più o meno brevi a casa di amici e per risolvere una volta per tutte l’annoso problema dei mobili durante un trasloco. Anche perché i pezzi di arredo contenuti nella Travelbox austriaca sono curatissimi nel design: linee moderne e semplici, che ben si adattano a quasi tutte le dimore.

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05.08.2015

Che cos’è un nuraghe? Cosa sono le Tombe dei Giganti? Dedicare una giornata di vacanza in Sardegna alla scoperta di questi tesori della preistoria è un'esperienza indimenticabile capace di regalare nuova profondità alla conoscenza di quest'isola da 570 milioni di anni presidia il cuore del Mediterraneo. Basta percorrere i 50 chilometri che separano Macomer (NU) da Cabras (OR), nella Sardegna centro-occidentale, per incontrare quattro siti archeologici capaci di comporre il quadro di della civiltà nuragica che ha popolato l'isola fra il 1600 e il 730 a.C., prima di trasformarsi per sempre grazie all'incontro con le culture puniche e fenicie che avrebbero, a ragione, scelto questa costa come punto nevralgico dei propri commerci. Si parte dalle colline di Macomer, dove si trova l'area archeologica di Tamuli risalente alla media Età del Bronzo (1700 a.C.) e caratterizzata da tre imponenti Tombe dei Giganti, monumenti funerari a pianta rettangolare composti da monoliti di grandi dimensioni conficcati nella terra, fulcro di un insediamento abitato di cui si scorge ancora il profilo. Scendendo verso sud lungo la statale 131, asse viario principale dell'isola, si entra nella provincia di Oristano. La prima tappa è il nuraghe Losa, a Abbasanta, una fortezza composta da blocchi di pietra sovrapposti con una cupola a anelli concentrici dall'inconfondibile forma a cono, con una camera circolare al centro. A Paulilatino si trova il Pozzo Sacro di Santa Cristina, un tempio a pozzo in basalto locale che s’immerge nel terreno creando una cella sotterranea ogivale a cui si accede tramite una profonda scala. Luogo di culto edificato in piena Età del Ferro (1000 a.C.), il pozzo di Santa Cristina è circondato da un villaggio-santuario. Proseguendo verso sud, s’incontra l'antico villaggio di pescatori di Cabras, che custodisce nel suo Museo Civico i Giganti di Mont'e Prama, statue di grandi dimensioni raffiguranti uomini guerrieri e risalenti al periodo compreso fra il X° e l'VIII° secolo a.C. Il viaggio approda infine al mare e alla città di Tharros, nella penisola del Sinis, sullo stretto promontorio che si affaccia al culmine del golfo di Oristano. La suggestione dei colori e del paesaggio si somma all'imponenza di un insediamento attivo già in età nuragica e arrivato fino all'età fenicia, quando diede asilo e riparo ai mercanti orientali che fecero di questo lembo di terra una delle più importanti città cartaginesi del Mediterraneo.

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30.07.2015

Che aspetto potrebbero avere i primi scatti dell’uomo sul pianeta rosso? Il fotografo parigino Julien Mauve ha provato a immaginarlo con una sorprendente collezione fotografica dal titolo Greetings from Mars, dando sfogo alla sua fascinazione per il viaggio e la scoperta di mondi inesplorati. “Mi sono sempre chiesto come sarebbe scoprire un mondo completamente diverso, senza vita, pieno di paesaggi selvaggi e di fotografarlo per la prima volta, come se fossi Ansel Adams. Così sono arrivato fino a questo progetto: un progetto di esplorazione dello spazio e di scoperta, certo, ma anche dell’uomo, delle sue reazioni di fronte all’ignoto, al lontano e all’incosueto”. Fotografie fantastiche e dal sapore ultraterreno, gli scatti di Mauve svelano come potrebbe essere potenzialmente il nostro futuro di “colonizzatori dello spazio”. E si tratta di un futuro tutto sommato possibile, viso che la Nasa sta lavorando per rendere Marte un pianeta vivibile per gli umani. Per le realizzare le sue fotografie, Mauve ha cercato dei luoghi che assomigliassero al pianeta rosso e li ha utilizzati come sfondi per le sue fotografie. Numerose immagini mostrano un astronauta che scatta dei selfie, o in posa come un qualunque turista sulla Terra.

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16.07.2015

Ci sono oggetti che fanno parte della quotidianità da generazioni - confezioni, tubetti, strumenti dall’aspetto familiare, prodotti divenuti icone dell’italianità senza che nemmeno ce ne accorgessimo. Sono prodotti come la coccoina, quella colla dall’odore inconfondibile che a tutti noi ricorda l’infanzia, o l’acqua di rose Roberts con il suo flaconcino blu e le scritte Liberty, che usavano magari le nostre mamme o le nostre nonne, o ancora la brillantina Linetti e il tamarindo Erba. Qualcuno ha avuto la geniale idea di raccogliere queste piccole madeleine capaci di sprigionare infiniti ricordi in una sorta di catalogo online; si tratta di Anna Lagorio, giornalista, e Alex Carnevali, fotografo, i creatori di Fattobene, una piattaforma per la ricerca e la promozione di oggetti italiani ormai “storici”, noti e meno noti, dando vita a una mappatura a 360 gradi del patrimonio industriale e artigianale su tutto il territorio nazionale. “Qualche anno fa”, raccontano, “durante un viaggio in Calabria e Basilicata, abbiamo iniziato a raccogliere piccoli oggetti quotidiani. All'inizio era una specie di gioco, ma il risultato è stato stupefacente: abbiamo ascoltato storie straordinarie, ci siamo inerpicati sulle montagne per conoscere da vicino tessitrici di tappeti, abbiamo visitato distretti industriali e conosciuto tradizioni antiche. In seguito, ci siamo accorti che molti di questi oggetti sono praticamente sconosciuti al di fuori dei confini regionali”. E lo strumento scelto per farli conoscere a tutti è la narrazione: ecco allora che diero ogni immagine c’è la storia di quella confezione così familiare, e si scoprono aneddoti curiosi, spedizioni in luoghi remoti, guerre di brevetti, intuizioni coraggiose. L’idea è quella di salvare dall’oblio e  dall’estinzione oggetti che, in alcuni casi, hanno attraversato indenni due guerre mondiali, facendolo soprattutto all'estero, dove c'è un grande desiderio di un’Italia autentica e fresca, soprattutto in occasione di Expo.  Ogni oggetto è accompagnato dalla propria storia e da riferimenti bibliografici: “Così, chi arriva in Italia è avvertito: qui, anche un giro in un supermercato può trasformarsi in un'esperienza museale. Basta sapere dove guardare”. A questo scopo, Fattobene aprirà a breve anche il suo store online.

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15.07.2015

Cercate un’alternativa contemporanea al municipio, alla cattedrale gotica o a un’antica chiesetta romanica di campagna dove scambiare i voti matrimoniali, ma ma altrettanto bella e affascinante? Forse a Shanghai potrebbe esserci il posto per voi. È la Rainbow Chapel, una struttura circolare composta da pannelli di vetro traslucidi di 65 colori diversi e inondata da una luce surreale, circondata da un canale e da un parco. Si trova all’interno del G+ PARK, il parco tematico dedicato alla lavorazione del vetro che ospita anche  il bellissimo Museo del Vetro di Shanghai, dedicato a questo prezioso materiale, alle tecniche di lavorazione, al suo linguaggio specifico ma anche ai possibili usi presenti e futuri nell’arte, nell’artigianato e nell’urbanistica. La cappella è stata progettata dallo studio Coordination Asia con l’idea di costruire uno spazio dalla dimensione artistica elevata per arricchire la città e chi la vive, sperimentando allo stesso tempo sul materiale. La Rainbow Chapel sta già contribuendo notevolmente al successo del museo stesso, attirando nel parco giovani coppie creative in cerca di un luogo originale che possa fare da degno sfondo a un giorno così speciale.

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14.07.2015

A chi non è mai capitato di pensare qualcosa come “ma è già domenica?”. Il passare rapidissimo delle settimane, dei mesi, delle stagioni è la dimostrazione più chiara del fatto che il presente ci sfugge fra le dita, spesso senza che nemmeno riusciamo a goderci l’istante, come se la vita fosse qualcosa di troppo straordinario per riuscire a viverla a pieno. È una sensazione familare, universale, come quella di rendersi conto soltanto a posteriori, ripensandoci, di quanto un momento sia stato bello o importante. A condividerla è anche Scott Thrift, un giovane artista americano che ha deciso di provare a “rallentare” il tempo inventando un nuovo modo di misurarlo, una nuova prospettiva. E lo ha fatto progettando e costruendo un orologio annuale significativamente chiamato The Present, le cui lancette impiegano un intero anno per completare il giro. Il cambiamento delle stagioni è rappresentato da lievi sfumature di colore, dal bianco candido del solstizio d’inverno al verde puro della primavera, dal giallo pieno dell’estate al rosso intenso dell’equinozio d’autunno. La semplicità meditativa di questo sistema cromatico, l’accorgersi un giorno che la lancetta si è spostata, nell’idea originale dell’artista ha il potere di modificare sottilmente ma in modo significativo il nostro modo di concepire il presente. Come? Anche solo stimolando conversazioni sul tempo, o magari spingendoci a ristabilire le proporzioni e ad accorgerci che la vita ha un ritmo più lento di quello dei nostri impegni e dei nostri appuntamenti segnati sulle rigide caselle di un’agenda o di un calendario. The Present è stato prodotto in versione limitata negli Stati Uniti. Quest’anno ne sono stati realizzati 1.000 pezzi, in vendita esclusivamente presso il Moma Design Store, anche online.

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22.06.2015

La ricetta per un domani più sano e sostenibile? Secondo la Repubblica di Corea, il segreto sta in un recupero della tradizione - con il suo radicato buon senso testato da millenni di civiltà - proiettato verso il futuro.Al padiglione della Corea di Expo Milano, uno dei primi che s’incontrano accedendo al sito, tutto è infatti ispirato alle affascinanti radici di una cultura antica, e in particolare agli aspetti legati all’arte, alll’artigianato e, naturalmente, all’alimentazione.A cominciare dalla forma stessa del padiglione, costruito seguendo il tema architettonico del "Moon Jar", un tradizionale vaso di ceramica che ricorda la forma della luna piena. Nel passato, l’arte della ceramica in Corea si è evoluta in un percorso che ha portato da semplici ciotole utilizzate per zuppe e piatti tradizionali fino a meravigliosi celadon e porcellane.Ma il moon jar è anche il classico contenitore in cui si fanno fermentare i cibi, e richiama un altro tema portante Padiglione coreano, quello dedicato appunto alla fermentazione, una pratica alimentare che è da sempre alla base della cucina coreana, e che consente, oltre alla lunghissima conservazione dei cibi, anche la scomposizione della materia organica originaria, dando luogo a un processo di sintesi e creazione di nuovi sapori ed elementi nutritivi.Seguendo nell’ordine proposto il percorso espositivo, la prima sala che s’incontra è quella dedicata alle nefaste conseguenze delle abitudini alimentari dell’uomo moderno - obesità, malattie, il progressivo esaurimento delle risorse alimentari e il costante aumento di cibi preconfezionati – il tutto rappresentato sotto forma di opere visive e immagini efficaci.La soluzione proposta arriva fortunatamente nella tappa immediatamente successiva, quella dedicata all’Hansik, l’antica tradizione gastronomica caratterizzata da un saggio equilibrio dettato dalla considerazione delle stagioni, dei colori dei cibi e degli ingredienti (rappresentato dalla performance visiva delle “braccia meccaniche” che girano a 360 gradi).Una tradizionale tavola imbandita, o hansangcharim, comprende il bap (riso cotto) e i banchan (contorni), propone innumerevoli combinazioni e garantisce ottimi sapori e nutrimento.Alla fermentazione, o “scienza del tempo”- poiché richiede almeno un mese ma può anche protrarsi oltre - è dedicata un’installazione che proietta virtualmente questo antico processo su una grande giara. Alla conservazione dei cibi è dedicata infine l’ultima sala, composta da una distesa di onggi (ceramiche tradizionali) sulle quali sono proiettate tutte le specialità della tradizione Hansik.A concludere il percorso, riscendendo al pian terreno, è il ristorante Hansik, affiancato da una bottega di prodotti culturali e artgianali. Da Hansik si possono finalmente assaggiare i piatti tradizionali a base d’ingredienti freschi e di stagione, offerti in un menù speciale basato sui concetti di salute, armonia e guarigione, e presentati in un’inedita versione “fusion”, in forma di roll o avvolti da una piadina.

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17.06.2015

Mentre molti di noi abbandonano progressivamente la macchina fotografica, anche quella digitale, per fermare i ricordi attraverso lo schermo di uno smartphone, a Los Angeles si celebra la fotografia analogica in uno dei suoi aspetti più tecnici eppure più potenzialmente creativi: la sensibilità alla luce e i processi chimici attraverso i quali l’immagine s’imprime sulla carta fotografica.La mostra, ospitata negli spazi del Getty Museum, si chiama Light, Paper, Process: Reinventing Photography e ripercorre le origini della fotografia in termini di sperimentazione soto il profilo di questi aspetti tecnici per introdurre il lavoro di sette artisti che, nell’era della fotografia digitale, continuano a sperimentare su carta e luce per esplorare nuove potenzialità espressive.E di vera sperimentazione si tratta, perché Matthew Brandt, Marco Breuer, John Chiara, Chris McCaw, Lisa Oppenheim, Alison Rossiter e James Wellin danno alla fotografia un senso molto più ampio del semplice catturare la realtà: John Chiara costruisce macchine fotografiche customizzate con lenti speciali in grado d’imprimere le immagini direttamente su carta fotografica senza utilizzare il rullino; Alison Rossiter resuscita carta fotografica d’antiquariato alla gelatina d’argento immergendola in prodotti per lo sviluppo nella camera oscura, ottenendo immagini a volte simili a paesaggi; Marco Brewer crea opere astratte sottoponendo carta fotosensibile non fotografica a processi abrasivi, bruciature e graffi tramite prodotti per lo sviluppo; Lisa Oppenheim sviluppa a contatto negativi ingranditi servendosi della luce del sole, della luna o di una fiamma.Un approccio a dir poco originale, che rovescia le teorie in base alle quali la fotografia analogica sarebbe al tramonto, e lo fa mostrando opere decisamente contemporanee e fuori dagli schemi, che non sembrano avere nulla a che fare con la fotografia e invece nascono proprio dalle sue tecniche più basilari e primoridali.Che sia questa, estrema, sperimentale, astratta, la nuova frontiera della fotogtafia analogica?Fino al 6 settembre. Foto principale: Rainbow Lake, WY A20, negativo, 2012; stampa, 2013, Matthew Brandt, stampa cromogenica immersa nelle acque del Rainbow Lake. Proprietà: J. Paul Getty Museum, acquistata con i fondi del Photographs Council. © Matthew Brandt 

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15.06.2015

Vivere la città in modo sostenibile, a passo d’uomo, riappropriandosi creativamente dei suoi spazi: è questa l’idea alla base di Slow Town Milano, un sito che raccoglie spunti ed esperienze slow per abbandonare l’ormai obsoleta idea della frenetica  “Milano da bere”, scegliendo invece di “degustare” la città attraverso percorsi alternativi.Dietro questa bella idea c’è Sonia Guidazzi, autrice ed esperta di contenuti multimediali. Abbiamo parlato con lei per saperne di più.SJ: Come nasce l'idea di "Slow Town" e quali sono le caratteristiche che una città dovrebbe idealmente avere per definirsi tale?SG: Slow Town nasce per proporre uno stile di vita a basso impatto ambientale e per dimostrare, al di là della retorica, che esiste la possibilità di procedere verso uno sviluppo sostenibile senza dover per forza rinunciare a qualcosa. Il successo che abbiamo inseguito affannandoci nelle ultime decadi non solo non ha portato alla felicità promessa, ma ha compromesso gravemente la salute del pianeta: è il momento di osare qualche percorso differente. Non è difficile: visitare una mostra, fare la spesa al mercato agricolo o leggere un libro sono nel loro piccolo attività che comportano un basso spreco di risorse e un alto tasso di soddisfazione. Una Slow Town è semplicemente un aggregato di persone che si muove evitando lo spreco, ponderando le scelte e prediligendo la qualità alla quantità.SJ: Credi sia davvero possibile pensare che Milano, così frenetica e inquinata, possa trasformarsi in una slowtown o comunque essere vissuta in modo slow?SG: Milano è già una Slow Town. C’è voglia di una qualità della vita migliore tradotta in proposte concrete e facilmente raggiungibili, e non è un caso che di recente nascano con tanta frequenza iniziative virtuose come ristoranti a km 0, orti e giardini pensili, concerti nei chiostri… I musei hanno toccato punte di affluenza mai viste, ma i milanesi hanno anche riscoperto luoghi storici come i Navigli e le Porte Vinciane, recentemente restaurate nella Conca, hanno riominciato a usare la bicicletta e a vivere i luoghi verdi e all’aperto.SJ: Puoi citarci qualche esempio si esperienza slow imperdibile da fare a Milano?SG: Partirei dalla storia e dai luoghi simbolo della nostra città: un tramonto sulle guglie del Duomo, una passegiata sulle passerelle appena riaperte che percorrono i tetti della Galleria Vittorio Emanuele II, un aperitivo sulla Terrazza della Triennale, una passeggiata lungo la nuova Darsena, un po’ di jogging al parco Sempione e un concerto in Santa Maria delle Grazie. Potrei proseguire con un film nel cortile di Palazzo Reale, una visita al nuovo allestimento della Pietà Rondadini, una mostra al GAM o un giro in bicicletta tra le viuzze della Milano romana. E sono tutte attività a costo quasi zero.SJ: I temi di Slow Town sono decisamente in linea con quelli di Expo 2015; la città a tuo avviso è già cambiata da maggio? Che cosa dovrebbe lasciarci in eredità Expo?SG: I temi di Slow Town sono in linea con quelli di Expo perché è un progetto che precede, attraversa e sopravviverà all’Esposizione Universale, trattenendo dall’evento un patrimonio di conoscenze utili per il nostro futuro. La città è senz’altro cambiata, nel senso che è stata tirata a lucido, ha ritrovato i suoi luoghi del cuore ed è ricca come non mai di eventi imperdibili; la mia impressione è che Milano abbia improvvisamente ritrovato la sua anima e la sua voglia di fare, qualità sopita che però la caratterizza da sempre. Quando il Financial Times ha parlato di “nuovo Rinascimento” non ha sbagliato - anche se Milano, in realtà, si è sempre distinta per la capacità di fare progresso e ragionare al di fuori dei binari canonici. Non credo che si potrà più tornare indietro: in termini di messaggi ed energie, Expo è un evento che coinvolge tutta la città. La speranza è che si riesca a sfruttare questa nobile onda anomala per riuscire a cambiare definitivamente rotta, per il bene di tutti. Saper fare e ingegno non ci sono mai mancati forse potremmo cogliere l’occasione per dimostrare ancora una volta di essere un paese molto creativo, soprattutto in caso di emergenza.Foto di Sonia Guidazzi

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04.06.2015

Quando un regista come Wes Anderson, creatore di magnifici mondi verosimili ma immaginari, decide di curare gli interni di un luogo fisico e reale, l’ispirazione non può che essere cinematografica.Ed è proprio ispirato a due classici del cinema neorealista italiano – Miracolo a Milano e Rocco e i suoi fratelli - il nuovo e decisamente insolito Bar Luce della Fondazione Prada, a Milano, che riproduce l’atmosfera di un caffè anni Cinquanta filtrata attraverso l’immaginazione di Anderson.Entrare qui è un po’ come vedere uno dei celebri modellini di cartone di Anderson animarsi e ritrovarcisi in mezzo, e l’effetto può essere spiazzante: i soffitti, complice l’edificio, una ex-distilleria che ospita l’intero complesso della Fondazione, sono alti e arcuati e ricordano una versione in miniatura di quelli della Galleria Vittorio Emanuele, uno dei simboli di Milano, poi ci sono vecchi flipper, pavimenti di graniglia, tavoli e sedie in formica, pannelli di legno impialacciato, tutto nei colori tipici di quegli anni, dalle sfumature del verde a quelle del marrone.La collaborazione fra Wes Anderson e Prada non è una novità: il regista ha già lavorato ad alcuni spot e al divertente cortometraggio Castello Cavalcanti, che ripropone le stesse atmostere anni Cinquanta di Luce.A proposito di Luce lo stesso Anderson ha dichiarato che “potrebbe essere il set ideale di un film, o ancora meglio per scrivere un film”, ma soprattutto “è il bar dove vorrei passare i miei pomeriggi nella vita reale”.E a quanto pare molti la pensano come lui, dal momento che il locale è perennemente affollato fin dal giorno della sua inaugurazione, nel maggio scorso. Bar Luce è aperto tutti i giorni dalle 9 del mattino alle 10 di sera. Vi si accede dalla Fondazione oppure direttamente dalla strada, in via Orobia.Foto: Attilio Maranzano/ Courtesy Fondazione Prada

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06.05.2015

Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. 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Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. 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Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)Un’impagabile sguardo negli affascinanti anni che precedettero il successo planetario di Bob Dylan, ma anche il regalo perfetto per i cultori della sua musica e della storia del rock in generale.Linkshttp://www.amazon.com/Bob-Dylan-1961-1964-Chris-Murray/sim/0847845036/2 Nel 1961, quando si trasferì a New York, Bob Dylan non era che uno sconosciuto cantante folk ventenne arrivato dal Minnesota. Il New York Times gli aveva pubblicato una buona recensione e aveva appena firmato con la Columbia Records per il suo primo album, ma la maggior parte del paese ancora non sapeva chi fosse, né conosceva la sua voce graffiante e le sue liriche pungenti.Viveva in un minuscolo appartamento nel Greenwich Village, e fra un’esibizione e l’altra nei club del quartiere passava il suo tempo a scrivere, a esercitarsi e a uscire con la sua ragazza di allora, Suze Rotolo (la stessa che compare sulla celeberrima copertina di The Freewheelin’mentre cammina stretta al suo braccio in una giornata d’inverno, nella foto scattata dal fotografo della casa discografica Don Hunstein).Ted Russell era un fotografo freelance in cerca d’ispirazione, e quando sentì parlare di questo artista emetgente pensò che forse era arrivata l’occasione giusta. Ma forse non immaginava che si sarebbe ritrovato a fotografare la quotidianità di una delle icone musicali più amate di tutti i tempi.Quelle fotografie incredibilmente autentiche e spontanee, la maggior parte delle quali non è mai stata pubblicata prima, sono state raccolte di recente nel libro Bob Dylan: NYC 1961-1964, accompagnate dalle parole di Chris Murray, scrittore e fondatore della Govinda Gallery, che rappresenta alcuni dei piùà importati fotografi e artisti legati al mondo del rock a livello internazionale, e dalla prefazione del cantautore folk scozzese Donovan (l’autore di Mellow Yellow, per intenderci)

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28.04.2015

Hanno partecipato in 177 mila da 171 paesi, inviando i loro scatti al Sony World Photography Awards, il contest fotografico più famoso del mondo, rivolto a professionisti e amatori. Fotografi di ogni età, background e livello d'esperienza, invitati a partecipare a un concorso dove l'immaginazione è l'ingrediente principale, insieme alle emozioni, alla tensione, allo studio dei soggetti e alla capacità di fermare l’attimo. A conquistare i primo posto fra gli italiani nell’edizione 2015 del Sony World Photography Awards è stato il pratese Andrea Rossato, che ha convinto con la sua Industrial Geometries, un’immagine incentrata sulle geometrie del taglio e sul potere della luce. Scattata a Martignacco, in provincia di Udine, la foto è stata premiata nel corso della cerimonia ufficiale. tenutasi a Londra il 23 aprile, e sarà esposta fino al 10 maggio alla Somerset House. Secondo italiano classificato è Pierumberto Pampanin, seguito da Mirko Boni. Fra le altre, d’incredibile suggestione l’immagine del vietnamita Pham Van Ty, che come in un quadro rinascimentale ci consegna la magia del lavoro di due tessitrici, e quello dello spagnolo José Luis Vilar Jordan, con la sua bicicletta che sfreccia tra bianche e immacolate impalcature. E se la tedesca Uwe Hennig è riuscita a rendere poetica persino una zanzara, fermata nell’attimo in cui sembra danzare sull’acqua, è invece una ballerina in carne, ossa e infinita grazia quella resa immortale dalla fotografia di Courtney Colantonio Ray, migliore candidata statunitense. Il britannico Byron Dilkes ci porta per metà (la sua macchina rimane a pelo d’acqua) in un mondo sottomarino da sogno, mentre l’australiano Karl Grenet, giustamente premiato con una mezione speciale, ci strappa un sorriso con la sua insolita emeroteca Indian style, dove il giornale si legge in posizioni non convenzionali. Parole: C.L.G.Nella foto: le tessitrici di Pham Van Ty

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27.04.2015

In Italia se ne parla, nel bene e nel male, da diversi anni, ma ormai siamo davvero agli sgoccioli: EXPO Milano 2015 sta per cominciare e, al netto delle polemiche ormai quotidiane (le ultime in ordine di tempo sono quella sulle spese per il Padiglione Italia e quella sui posti di lavoro rifiutati), è tempo di vedere con i nostri occhi di che cosa si tratta e quanta gente arriverà. Lavori finiti o non finiti (l’avanzamento si può seguire con video postati periodicamente grazie al progetto Belvedere in Città), il 1° maggio le porte di Expo si apriranno e allora potremo dare una valutazione in prima persona.Nel frattempo, abbiamo cercato di capire come funziona e come visitarla al meglio. Il temaOrmai lo sappiamo, l’Expo di Milano sarà tutta dedicata al tema del cibo e dell’alimentazione. Ma “Nutrire il pianeta – Energia per la vita” rispecchia, almeno sulla carta, un punto di vista molto specifico sull’argomento: quello che considera la necessità impellente di nutrire tutti i popoli, e di farlo in modo sano e nel rispetto del pianeta. Un tema non da poco, che certamente richiederà molta coerenza sia da parte di Expo nella gestione (sostenibile) dell’evento, sia da parte degli ospiti e delle aziende che si occuperanno di nutrire i visitatori. Già, perché a Expo non ci limiteremo a scoprire la tradizione agroalimentare dei paesi partecipanti, ma anche ad assaggiarla. Ogni padiglione avrà un ristorante, e per l’Italia ci saranno anche molti altri punti di ristorazione d’eccellenza - ma di questo ci occuperemo più avanti. I clusterI misteriosi cluster di cui tanto si sente parlare non sono altro che dei padiglioni collettivi creati a partire da un tema o da un alimento particolare, nei quali ciascun paese avrà il suo spazio espositivo. Ci sono il cluster del riso, quello del caffè, quello del cacao e cioccolato, e ancora quelli dedicati a frutta e legumi, spezie, cereali e tuberi. Infine, tre cluster tematici dedicati al Mediterraneo, al mare e alle isole e alle zone aride, dove protagonisti saranno sempre i prodotti alimentari e le cucine. Le aree tematicheRealizzate per rendere il tema ell’Expo più tangibile, anche attraverso l’interazione, le Aree Tematiche si trovano in corrispondenza dei vari ingressi e in alcune zone particolari del villaggio Expo. Alcune sono dedicate a famiglie e bambini, come il Children Park, con giochi, installazioni e zone per riposarsi.Il Biodiversity Park è un’area di 8.500 metri quadri ed è l’Area Tematica di Expo Milano 2015 dedicata alla biodiversità e alle eccellenze alimentari italiane, che comprende un grande parco, un teatro e due Padiglioni, quello del biologico e quello dedicato alla Mostra delle Biodiversità.Il Padiglione Zero è una vera e propria introduzione all’Expo che racconta la storia dell’uomo sulla Terra attraverso il suo rapporto con la natura e il cibo, Arts & Foods esplora il rapporto fra cibo e arte chiaando in causa quadri, film, oggetti e copertine di film e di libri, e infine il Future Food District, dove s’immagina come il cibo sarà prodotto, distribuito, preparato e consumato grazie alle nuove tecnologie. Padiglioni & CoCurati dai paesi partecipanti, i Padiglioni nazionali sono enormi vetrine in cui ciascuno di essi può esporre ed esprimere il meglio della propria cultura agroalimentare, e far conoscere la propria cucina grazie al ristorante interno.Sono costruiti secondo principi prestabiliti di sostenibilità, risparmio energetico e facilità nello smontaggio.Leggermente diverso il discorso per il Padiglione Italia, una struttura composita che comprende Palazzo Italia, l’unico che non verrà smantellato e resterà a disposizione della città anche dopo Expo, da una piazza che si sviluppa attorno a un bacino d’acqua (Lake Arena) e da quattro sotto-padiglioni distribuiti lungo il Cardo, una delle due arterie principali dell’Expo village.Fra le altre strutture degne di nota c’è il Padiglione dela Società Civile, ospitato all’interno di una ex-cascina ristrutturata (anche questa rimarrà in eredità alla cittadinanza Milanese); la sua particolarità è quella di essere interamente dedicato a quelle organizzzazioni nazionali e internazionali nate appunto in seno alla società civile che hanno contribuito alla risoluzione dei grandi problemi dell’umanità, e in particolare di quello che è protagonista di Expo, “sfamare il mondo” in modo sostenibile ed equo.

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26.04.2015

Il 3 Marzo del 1995 i personaggi della serie di fantascienza Sliders (trasmessa da FOX) stavano viaggiando - come ogni settimana – verso una Terra alternativa.Appena giunti a destinazione, le somiglianze con il loro mondo erano tali da far loro pensare che ce lavessero fatta, che fossero finalmente tornati a casa. Ma al primo stand di hot dog rimasero esterrefatti da quello che avevano davanti: in TV cera un messaggio del Presidente Clinton. Hillary Clinton.Sicuramente, quella non era la loro Terra. Correva l’anno 1995, e lo stupore dei personaggi di Sliders (ben visibile nel video) rende lidea di quanto sia cambiato il mondo, e con esso la politica americana. Oggi, la prospettiva di Hillary Clinton Presidente sembra più che probabile. E basta accendere la TV per accorgersi che i suoi “cloni” si sono moltiplicati. Nelle serie TV a sfondo politico, i tenaci personaggi femminili che somigliano alla ex First Lady non sono pochi: ci sono la Madam Secretary di Tea Leoni (già il titolo tradisce lispirazione), la First Lady – e aspirante Presidente – Bellamy Young di Scandals, e prima di loro cera il presidente americano interpretato da Cherry Jones in 24. Come se non bastasse, un blog del Washington Post è arrivato persino alla conclusione che “ogni show televisivo parla – e ha sempre parlato – di Hillary Clinton”, aggiungendo alla lista di cui sopra anche programmi come Commander in Chief, Parks and Recreation, Borgen (che però è danese) e persino Top Chef e I Soprano. E adesso che la campagna elettorale è iniziata sul serio, è molto probabile che Hillary e i suoi doppi fittizi continueranno a moltiplicarsi. Parole: M.S.Nella foto: la finta Hillary Clinton del Saturday Night Live, interpretata da Kate McKinnon, a confronto con quella vera

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19.04.2015

Si chiama Montage of Heck l’ultimo documentario su Kurt Cobain, compianto cantante e leader dei Nirvana, diretto da Brett Morgen e prodotto con lausilio e lapprovazione della famiglia (inclusa la vedova Courtney Love e la figlia Frances Bean). Il film di Morgen arriva dopo una serie di altre opere che si sono cimentate nel tentativo di fare luce sul tragico suicidio: famoso è il “complottista” Kurt & Courtney, che cerca di gettare unombra inquietante sul rapporto tra moglie e marito, meno il modesto About a son di A. J. Schnack. Ma Montage of Heck, grazie alla cooperazione di familiari e amici, e soprattutto grazie alla grande mole di documenti video e audio, aspira a essere il film definitivo sul leader dei Nirvana. Il documentario – che percorre lesistenza del cantante di Aberdeen, WA, dalla nascita fino alla morte – dà particolare risalto agli anni della formazione: ci sono i filmini familiari che lo ritraggono in presenza di parenti e amici durante la sua infanzia, ci sono i disegni su cui lo stesso Cobain si cimentava nel periodo della scuola, e ci sono le interviste con i suoi genitori. Al centro dellinterpretazione di Morgen è sicuramente la convinzione che nell’infanzia del cantante/chitarrista (e nel suo rapporto infelice con la famiglia) si trovi almeno una possibile spiegazione dello squilibrio che portò Cobain ad uccidersi il 5 Aprile 1994. Di particolare interesse per i fan sono i materiali inediti audio e video: demo, alcune canzoni mai sentite fino a oggi, e filmati di concerti dei Nirvana. Non mancano certo difetti e lacune, testimonianze e dati assenti che avrebbero potuto chiarire più di un fatto sulla vita di Cobain. In particolare, si fa sentire lassenza del batterista della band (e ora leader dei Foo Fighters) Dave Grohl, così come - nota anche Variety – sarebbe stato utile approfondire il tema dei cronici dolori allo stomaco di cui soffriva il musicista americano, sicuramente “una causa del suo abuso di droghe e della sua depressione”. Letture consigliate:Charles H. Cross, Heavier than HeavenKurt Cobain, Journals Parole: M.S.

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14.04.2015

Ci siamo, anche quest’anno settimana più amata e allo stesso tempo temuta da tutti i milanesi, quella del Salone del Mobile, è cominciata. E mentre la popolazione della città raddoppia e tutti sembrano improvvisamente saper apprezzare un mobile di bella fattura, mentre le strade dei “Design District” si riempiono di hipster e di architetti svedesi, mentre ogni esercente del cento sembra pronto a offrire cocktail sull’onda del Fuorisalone, a noi viene sempre un po’ di malinconia. Perché se da un lato è vero che la Design Week è uno dei pochi momenti in cui la città davvero si risveglia moltiplicando le occasioni d’incontro e accendendo il desiderio di stare fuori per le strade approfittando della bella stagione, dall’altro quasi si stenta a riconoscere quella Milano un po’ burbera e schiva che i suoi abitanti hanno imparato ad amare, e che i turisti del design d’autore non conosceranno mai. Così scatta la nostalgia, e per placarla non resta che rifugiarsi là dove l’allegro frastuono trova pace e il tintinnio dei bicchieri non arriva, per consolarsi con l’arte, la storia, la natura e il buon cibo. 1. Alle origini del designTiepolo, Canaletto, Caravaggio, Modigliani, Braque. Se dopo aver visto l’ennesima poltrona di design nel Brera Design District dovesse venirvi voglia di un po’ di tranquillità e di bellezza, passeggiate per la Pinacoteca di Brera e vi troverete faccia a faccia con il meraviglioso Cristo morto del Mantegna. Ma non ditelo troppo in giro, potrebbe diventare l’evento gratuito più gettonato del Fuorisalone. 2. Trompe l’oeilNascosta in un angolo della caotica via Torino, la chiesetta di San Satiro è decisamente quello che potremmo definire un gioiello di design, progettata nientemeno che da Donato Bramante. Minuscola ma incredibilmente ariosa, cela un magnifico esempio di finta fuga prospettica profonda 97 centimetri studiata per sostituire l’abside, che non fu possibile realizzare per mancanza di spazio. 3. Calma solenneSembra incredibile, ma vista dall’alto Milano è tutta verde. Se da terra non si vede è perché i giardini sono gelosamente nascosti nelle chiese e nei palazzi. La Basilica di San Simpliciano, a due passi da Corso Garibaldi, cela un magnifico chiostro adornato di rose. Per vederlo occorre chiamare la Facoltà di Teologia e prendere appuntamento, ma ne vale la pena. 4. La campagna in cittàSe avete voglia di respirare ossigeno ma il Parco Sempione è più affollato di Piazza Duomo, sappiate che basta uscire dalla cerchia dei bastioni per trovare spazi verdi degni di Central Park. Verso ovest ci sono i laghi del Parco delle Cave e i prati del Bosco in Città, verso est il Parco Lambro con le sue collinette ombreggiate. 5. Fuori portaPerché rispolverare la tradizione della gita fuori porta proprio durante il Salone? Perché probabilmente i ristoranti in città saranno già tutti prenotati, e allora quale migliore occasione per assaggiare una bella cotoletta alla milanese lungo il Naviglio Grande? A due passi dalle colorate cascine di Gaggiano c’è L’Antica Trattoria del Gallo, un’istituzione fin dal 1870.

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08.04.2015

Grandi notizie per i fani di X-Files: a oltre dieci anni dalla fine dellultima stagione, Chris Carter, lideatore della serie, e i protagonisti David Duchovny e Gillian Anderson hanno annunciato limminente produzione di sei nuovi episodi, durante lestate del 2015. Chris Carter ha aggiunto che cercherà di far tornare, oltre ai protagonisti Mulder e Scully, anche i personaggi degli agenti Doggett e Reyes. I sei episodi – ha anticipato ancora lo scrittore e produttore – proporranno delle storie auto-conclusive, ma risolveranno anche alcune questioni aperte dalla mitologia di X-Files, in particolare sulla fine di William, il figlio di Mulder e Scully. Nellattesa, vi proponiamo una breve selezione di episodi che puntano lobbiettivo della narrazione sui personaggi della serie. X-Files 1x04: ConduitLagente speciale Fox (detto “spettrale”) Mulder è ossessionato dal paranormale. Nel quarto episodio della prima stagione, apprendiamo perché abbia scelto di essere la pecora nera dellFBI e di occuparsi dei casi irrisolti che coinvolgono fenomeni inspiegati. X-Files 1x13: Beyond The SeaMulder e Scully devono parlare con Arthur Boggs, un sedicente psichico condannato a morte che dice di avere informazioni riguardanti un serial killer in attività. Scully, ancora scossa dalla recente morte del padre, sembra voler credere a Boggs, nonostante lo scetticismo iniziale di Mulder. X-Files 2x13: IrresistibleUn episodio perfetto per comprendere la partnership Mulder/Scully. I due agenti sono alla ricerca di un killer feticista e profanatore di cadaveri. Nel finale, si assiste al primo segno visibile di affetto tra i due. X-Files 3x21: AvatarLazione è interamente incentrara sul vice-direttore Skinner: il capo e responsabile di Mulder e Scully è accusato di omicidio. Nonostante i due agenti cerchino in tutti i modi di aiutarlo a scagionarsi, lui sembra rassegnato a essere essere giudicato colpevole. X-Files 8x17: EmpedoclesGli anni sono passati, Mulder ha abbandonato gli X-Files e Scully è incinta (di William). A occuparsi dei casi ora sono gli agenti Doggett e Reyes (poco amati dai fan della serie). Questo episodio funge da buona introduzione ai due nuovi arrivati. X-Files 9x16Mulder è in fuga e non vuole essere rintracciato nemmeno da Scully, nonostante sia il padre biologico del piccolo William. Quando appare un uomo interamente sfigurato, intento a rubare alcuni x-file, lagente Doggett sospetta che – dietro le cicatrici – si possa celare proprio Mulder. La visita di questuomo convincerà Scully che non è solo il suo ex partner ad essere in pericolo, ma anche loro figlio. Parole: M.S.

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06.04.2015

C’è un posto a Las Vegas dove riposano le vecchie insegne scintillanti che per molti anni hanno illuminato la notte della città nel deserto lungo il suo celebre Boulevard. È un luogo affascinante, una sorta di cimitero postmoderno che traspira decadenza e allo stesso tempo celebra un mito, concentrandone la storia sotto forma di luci al neon. Stiamo parlando del Neon Museum, aperto nel 2012 al numero 770 di Las Vegas Boulevard North, all’incrocio con Freemont Street, per mettere in salvo e restaurare alcune gloriose insegne dismesse donate da privati o da aziende, alcune delle quali sono tornate a splendere fra quelle più nuove. La struttura comprende una grande area all’aperto scherzosamente rinominata “The Boneyard (“il cimitero), dove si può camminare in mezzo a oltre 150 vecchie insegne e scattare foto decisamente insolite. Ogni singola insegna racconta una storia – la storia di chi l’ha creata, di ciò che l’ha ispirata, ma anche la storia di Las vegas e quella dell’evoluzione della tecnologia e del design dagli anni Trenta a oggi. E poi c’è il visitor center ospitato all’interno dell’ex-motel La Concha, con la sua architettura inconfondibilmente retrofuturistica datata 1961, dove sono esposte altre insegne interessanti e, come nella migliore tradizione locale, si celebrano matrimoni lampo. Foto: The Neon Museum Las Vegas

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01.04.2015

Ci sono tessuti sui quali si legge la storia. Una storia antica fatta di campi di cotone, di tessiture e tinture realizzate a mano, di rammendi e di toppe. Un universo affascinante e ricco di bellezza che, strano a dirsi, svela se stesso in un loft del quartiere di Greenpoint, a Brooklyn, grazie alla cultura e alla passione di un curatore d’arte orientale e collezionista, Stephen Szczepanek. Nel corso dei suoi numerosi viaggi di lavoro in India e Giappone, Stephen si è appassionato ai tessuti d’epoca orientali, e nel 2001 li ha portati nella Grande Mela per trasformarli nel fulcro della sua attuale professione, quella di proprietario di Sri Textiles, una galleria specializzata in tessuti d’epoca giapponesi e indiani. Sri, la parola che per gli Hindu indica il concetto di prosperità, non è un nome scelto a caso: la collezione, dedicata a collezionisti di tessuti d’epoca ma anche a cultori e appassionati in cerca d’ispirazione, comprende una preziosa e ricca varietà di rari tessuti originali boro – i classici tessuti giapponesi da kimono in cotone bianchi e blu, spesso ricondotti alla tradizione rurale sebbene originariamente, nel Settecento, fossero indossati dai nobili di città, proprio per via della loro esclusività. Tessute e tinte a mano, queste stoffe realizzate con i cotoni coltivati in Giappone fin dal Cinquecento sono state costantemente selezionate da Stephen in base alla loro rarità e bellezza, ma anche alle tecniche di lavorazione, che hanno nomi esotici come kasuri, katazome, tsutsugaki, sashiko, sakiori, shibori e asa. La collezione di tessuti antichi e contemporanei dell’India rispecchia una tradizione altrettanto venerabile, a tratti sorprendente per fantasie e colori. Sri riceve su appuntamento, ma alcuni tessuti della collezione si possono acquistare anche online direttamente dal sito.

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23.03.2015

A più di dieci anni dal loro ultimo album, ad Aprile uscirà The Magic Whip dei Blur. Abbiamo scelto una manciata di irrinunciabili, piccoli, acquerelli pop per raccontare la loro storia. Dal primo disco (era il 1991) ad oggi. Du bist sehr schon But we havent been introducedPrima del Britpop cera quel mix di musica da ballo e rock chiamata baggy: Girls & Boys, con il suo intro synth-pop ed il suo refrain ossessivo (fino alla dipendenza), ne è un ottimo esempio. Per il remix si scomoderanno anche i semidei del pop britannico anni 80, i Pet Shop Boys. Hes reading Balzac, knocking back prozacCountry house è la canzone della “Battle of Britpop”: lo stesso giorno (14 Agosto 1995) escono i singoli delle due band rivali, Country house dei Blur e Roll with it degli Oasis. Ma Country House segna soprattutto un momento di straordinaria forma della band, quando il successo di pubblico va di pari passo con lispirazione delle melodie e dei testi dissacranti di Damon Albarn. When I feel heavy metalAlbarn, Coxon, James e Rowntree abbandonano le certezze musicali del passato ed i riferimenti agli anni 60. Song 2, con il suo slancio grunge-pop, è quasi una liberazione. Nonché, nel 1997, la canzone da pogo definitiva. Tender is the touch of someone that you love too much13 è lalbum “strano” e difficile dei Blur. Si intrecciano le influenze più disparate – tra elettronica, indie ed hip-hop – ma la direzione sembra quasi persa. Pesa forse anche la fine della lunga relazione tra Albarn e Justin Frischmann delle Elastica. Lopener Tender è un improbabile - ma riuscito - mix di gospel e pop. Wheres the love song? To set us freeI Blur riescono nel miracoloso intento di sciogliersi e lasciare ai fan un album intriso di bellezza e grazia. Miracolo che non riusciva dai tempi degli Smiths. E Out of Time è lì a dimostrarlo. Im getting sad alone, dancing with myselfGo Out è il singolo che annuncia lalbum del ritorno, più di dieci anni dopo lultima raccolta di inediti. Sghembo e spiazzante, fa sperare per il meglio. Parole: M.S.Foto: Dominic Lipinski/PA Wire/Press Association Images

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18.03.2015

Fra le immagini più iconiche degli anni Sessanta c’è senza dubbio In Bed for Peace, una fotografia che ritrae John Lennon e Yoko Ono nella loro stanza dell’Hotel Hilton di Amsterdam, intenti a mettere in atto un’insolita protesta contro la guerra in Vietnam. Quella fotografia fu scattata nel 1969 da Cor Jaring, un fotografo olandese che proprio in quegli anni era salito alla ribalta per aver immortalato il movimento anarchico non violento Provo. Ma Jaring non era sempre stato famoso. La sua carriera era cominciata negli anni Cinquanta al porto di Amsterdam, come operaio. Proprio lì aveva cominciato a scattare immagini del lavoro al porto, della sua sterile e progressiva meccanizzazione, dei quartieri degradati che frequentava, dei suoi amici e compagni di lavoro. Ma la cosa che fino a oggi era sconoscita ai più è che Cor Jaring non si è limitato a fotografare la sua Amsterdam, spingendosi fino all’Estremo Oriente per ritrarre strade, personaggi e desolazioni di una città come Tokyo. A scoprirlo è stato uno dei suoi più grandi estimatori, il fotografo Sander Troelstra, classe 1976, che di Jaring è stato anche grande amico, facendo ricerca nel suo archivio. È nata così la mostra in corso in questi giorni al museo dela fotografia Huis Marseille di Amsterdam, che oltre ad alcune delle immagini più celebri di Cor Jaring, quelle degli anni Sessanta, raccoglie lavori mai visti come quelli scattati in Giappone, e studi di nudo tratti dal suo archvio personale, corredati da lettere e altri materiali forniti dalla famiglia e dagli amici. A conclusione del percorso ci sono i toccanti ritratti scatatti al fotografo da Sander Troelstra, che documentano gli ultimi anni della sua vita. Fino al 28 giugno 

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16.03.2015

La celeberrima immagine di copertina di Abbey Road, undicesimo album dei Beatles pubblicato nel 1969, è da sempre oggetto di illazioni e leggende. Scattata in fretta e furia intorno alle 11.30 del mattino dell’8 agosto 1969 davanti agli studi della EMI in Abbey Road, a Londra, la copertina è ispirata a uno schizzo di Paul McCartney. E la storia finirebbe qui, se non fosse che, come accade da sempre intorno a qualsiasi cosa riguardi la storica band inglese, ogni suo più banale dettaglio è stato sviscerato e interpretato, a partire dai piedi scalzi dello stesso McCartney. Ma quella di cui vogliamo parlare in questo caso è un’interpretazione assolutamente ludica, al pari delle foto che fan e turisti immancabilmente si fanno scattare mentre attraversano quelle ormai mitiche strisce pedonali. L’idea viene da Bito, uno studio taiwanese di motion design composto da un giovane team di designer, artisti, animatori, fotografi e registi dalla creatività decisamente insolita. Si chiama Bitoy, e come il nome stesso suggerisce, è una versione giocattolo dei Beatles in edizione limitata da tenere sulla scrivania come soprammobile, o come antistress nei momenti di tensione. Acconciature e abbigliamento dei Fab Four sono fedelmente ispirati quelli immortalati sulla copertina di Abbey Road, piedi scalzi di Paul compresi, e gli appositi piedistalli consentono di riprodurre l’intera scena, con tanto d’istruzioni su come posizionare gambe, braccia e teste ruotabili. Il gadget perfetto per fan dotati di senso dell’umorismo e legerezza.

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15.03.2015

Due cuori, due paia di piedi pronti a percorrere molta strada e due zaini pieni di entusiasmo e voglia di scoprire. Stefano Battain e Daniela Biocca, veneto lui e marchigiana lei, poco più di sessant’anni in due, sono decisamente una coppia atipica. Dopo aver lavorato per anni nella cooperazione in Africa (si sono conosciuti proprio in Tanzania) ed essere tornati in Italia per sposarsi, hanno deciso d’intraprendere insieme una nuova, ambiziosa avventura: Alterrative, un viaggio lungo 266 giorni che li porterà in 22 paesi e 5 continenti per scoprire i movinenti e le organizzazioni internazionali impegnati nelle difesa del diritto alla terra e dei diritti delle donne. SJ: Che cosa spinge due giovani sposi a rinunciare alla casa e al classico viaggio di nozze per intraprendere un itinerario di studio ed esplorazione così complesso?SB: Il progetto nasce dalle nostre esperienze professionali e da spunti personali, letture e curiosità che vogliamo approfondire. Dopo gli anni trascorsi in Africa a contatto con la società civile locale abbiamo cominciato a interrogarci sul nostro lavoro, sulle relazioni con le persone, sui motivi che la prima volta ci avevano spinti a partire. Lo scorso anno, abbiamo realizzato di aver bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare tutto quello che stavamo vivendo. Una pausa per lasciare spazio allo sconvolgimento che l’Africa aveva portato nelle nostre vite.Abbiamo pensato di mettere nella lista nozze quello che per noi era più importante in quel momento: chilometri di viaggio per un giro intorno al mondo che ci permettesse di conoscere e capire le diverse realtà che ci circondano. SJ: Puoi quantificare le percentuali di solidarietà, interesse accademico, senso dellavventura, vocazione nomadica e incoscienza che danno forma alle vostre motivazioni?SB: La percentuale più bassa va sicuramente all’incoscienza, perché siamo abituati a viaggiare e ci stiamo preparando al meglio. Tutte le altre componenti sono presenti in percentuale diversa e in base al posto scelto: alcuni paesi sono stati scelti per interesse accademico, altri perché ci attiravano dal punto di vista dell’avventura. La vocazione nomadica e l’interesse accademico sono stati fondamentali nello sviluppo delle nostre idee, ma non siamo né nomadi né accademici, facciamo questo viaggio provando a non avere addosso alcuna etichetta.  SJ: Quanto tempo vi è servito per organizzare tutto?SB: L’idea ci è venuta ad agosto. A settembre, dopo il matrimonio, abbiamo iniziato a organizzarci ma fino ai primi di febbraio ci siamo occupati del progetto solo nei ritagli di tempo che il lavoro umanitario in Sud Sudan ci permetteva.Prima abbiamo prima realizzato un concept del progetto, poi abbiamo chiesto commenti e feedback esterni per poterlo migliorare e contattato organizzazioni non governative dei paesi che intendiamo visitare affinché potessero metterci in contatto con le organizzazioni dei movimenti sociali con i quali collaborano.Quanto agli itinerari, abbiamo un’idea di massima dei paesi che vogliamo visitare, più dettagliata per i primi 5-6 paesi.  SJ: La vostra ricerca è supportata da unistituzione accademica o è del tutto indipendente? Cosa pensate di farne una volta completata?SB: Dal punto di vista materiale, la ricerca è indipendente, ma abbiamo alcuni contatti a livello universitario che ci stanno già supportando con informazioni e consigli. Una volta competata la ricerca, l’idea sarebbe di pubblicarla e di condividerla con le organizzazioni visitate e con tutti coloro che sono interessati a scoprire di più sul mondo dei movimenti sociali contadini e femministi. Ci piacerebbe organizzare anche una mostra fotografica e un breve documentario. SJ: Vi siete appoggiati a una campagna di crowdfunding, a sponsor o avete semplicemente attinto alle vostre risorse e ai regali di nozze?SB: Finora il nostro budget si basa solo sui regali di nozze e sui nostri risparmi, ma per chi volesse supportarci economicamente abbiamo creato una pagina su Indiegogo dove si può donare in supporto al progetto ALTERRATIVE.Abbiamo anche il nostro primo sponsor: il brand italiano EastcoastSJ: Che cosa porterete nello zaino per stare via 266 giorni?SB: La voglia di destrutturarci, disimparare e reimparare rimanendo aperti a tutte le nuove idee e stili di vita con cui verremo a contatto, 2 spazzolini da denti e 6 paia di mutande. SJ: Che ruolo avranno i social media e la rete nella vostra impresa?SB: Ne stiamo facendo uso, abbiamo creato profili su Facebook, Twitter, Linkedin e Instagram, per comunicare in maniera frequente e tempestiva con chi ci vorrà seguire. SJ: Avete pensato anche al lato sostenibile del vostro viaggio in termini di mezzi di trasporto e impatto ambientale? Come?SB: Sia per rispettare l’ambiente, sia per risparmiare, adotteremo sempre i mezzi di trasporto a minor impatto ambientale: autobus e treni pubblici, car sharing e, per quanto possible, i nostri piedi. Terremo conto di tutti i voli che prenderemo e, una volta tornati, contribuiremo ad un programma di riduzione dell’ anidride carbonica attraverso il sito CarbonfootprintIntervista a cura di F.S.Foto: Mirko Mezzacasa

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02.03.2015

C’è una nuova casa della cultura a Barcellona, il Museu del Disseny, aperto qualche mese fa per raccogliere in un unico spazio e in un progetto comune le collezioni di quattro diverse istituzioni: il museo delle arti figurative, quello della ceramica, quello delle arti grafiche e quello del tessile e dell’abbigliamento. Oltre 70.000 oggetti che celebrano un elemento comune: l’oggetto e tutto ciò che esso ha rappresenta e significato per la vita quotidiana delluomo, dall’epoca pre-industriale fino a quella digitale, dalla concezione alla produzione. L’esposizione si articola in quattro collezioni permanenti più una mostra temponaea, che cambierà in base alla programmazione, alle quali si affianca un fitto calendario di conferenze, laboratori, servizi educativi, pubblicazioni, corsi e altre attività. Il Disseny Hub building, sede del nuovo spazio museale, si trova in Plaça de les Glòries Catalanes, a poche centinaia di metri dalla famosa torre Agbar, ed è stato progettato dall’equipe di architetti MBM Arquitectes. La forma ricorda quella di un parallelepipedo scomposto in più sezioni che sorge al di sopra di un nuovo spazio pubblico articolato in percorsi e strutture allaperto connessi gli uni agli altri e sviluppati su più livelli: aree verdi, aree pavimentate e piani gradonati che connettono il percorso con uno specchio d’acqua. L’edificio vero e proprio è composto da due parti: una semi-sotterranea, e un’altra che sale fino a un’altezza di 14,5 m sopra il livello della piazza, con due ingressi ai lati opposti su altezze differenti e piani collegati da un sistema di scale, scale mobili e ascensori, grazie ai quali è possibile salire i quattro piani più alti dove si trovano le quattro sale dedicate alle mostre temporanee, un grande spazio per gli eventi e lauditorium, il cui volume sporge sulla strada sottostante. Il cuore del museo è distribuito fra i due piani inferiori e il mezzanino, che comprendono la principale sala di esposizione, il centro di documentazione e le sale di ricerca, il bar-ristorante e il negozio.L’intera struttura è stata concepita in termini di sostenibilità e autosufficienza energetica.

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24.02.2015

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un’intervista ad Alessandro Dalai a proposito del ruolo dell’editore e di come sta cambiano all’epoca degli e-book. In quell’occasione gli abbiamo ache chiesto di parlarci della sua Milano e delle sfide che la città si prepara ad affrontare alla vigilia di Expo 2015. SJ: Milano è la sua città, una città che lei ha dichiarato di amare profondamente. Come la descriverebbe a chi non la conosce affatto? C’è una mappa sentimentale della città che le piacerebbe condividere con noi? AD: Milano è una città che amo/odio profondamente, perché ha perso nel tempo il suo carattere di cenacolo creativo di unione di simili legati dalle stesse passioni: per tutti l’immagine della Brera degli anni ‘60/’70, con la fisicità del rapporto con gli artisti, gli scrittori, gli attori, ma anche la bellezza del periodo della “rivoluzione” studentesca degli anni ’70, fondamentale nella creazione di una generazione di nuove persone, nuovi rapporti, nuovi media.Ora la città è cambiata profondamente, a mio avviso in meglio, rendendo completamente diversa la sua skyline e promuovendo l’intera modificazione di quartieri come l’Isola, la zona di Porta Garibaldi ma anche l’Ortica, dove a volte ti capita di passare e di renderti conto che la consuetudine delle abitudini si sottrae al cambiamento che i tempi rapidamente portano alla città.Mi piace molto la zona dove abito e lavoro, cioè quel triangolo che va dal Carrobbio a Corso Genova a Sant’Ambrogio: una zona ancora a dimensione umana, con l’inevitabile comparsa di un melting pot etinico meno forte che in altre città europee, ma certamente ormai radicato e crescente.È scomparsa Brera, dedicata ormai alla moda che, nella sua inevitabilità sottrae spazi, negozi e luoghi per far largo alle aperture di shop che hanno una vita giornaliera molto breve, il tempo dell’apertura.Penso che i Navigli e la zona sud della città che parte dalla Darsena e costeggia lo sviluppo dei Navigli stessi sia la zona più affascinante della città, mentre il centro è purtroppo desertificato e non riesce a sostituire il periodo del giorno in cui si concentra no lavoro ed apertura degli spazi con un’impressionante rarefazione serale, persino delle persone che si incontrano per strada.Questa mi sembra la mancanza più grossa di Milano rispetto ad altre città italiane (penso a Roma) ed europee che hanno due momenti di vita: quello del lavoro e quello del dopo-lavoro che riempiono i centri delle città.A Milano sembra che ci si debba chiudere in casa dopo una giornata lavorativa che evidentemente tra tempo di trasporto “commuting” e tempi lavorativi lascia poco spazio alla voglia di vivere fuori.Trovo che i salotti borghesi della città siano rifugio degli “happy few” rispetto alla voglia di mischiarsi tra la gente che solo il periodo estivo e qualche momento particolare come il Salone del Mobile ed il Fuorisalone permettono alla città. SJ: Proprio a Milano è dedicato un suo recente progetto collaterale, quello del magazine Milano Arte Moda. Può raccontarci com’è nata l’idea e di che cosa si tratta?AD: Il magazine Milano Arte Moda nasce proprio dall’esigenza di raccontare non solo Milano, ma un tratto più nazionale ed internazionale degli avvenimenti che dovrebbero caratterizzare una città aperta e un’iniziativa nota nel tempo, e che con il marchio EXPO in città coglie la possibilità di coprire in 6 lingue tutte le iniziative che si svilupperanno a Milano e fuori dall’EXPO per tutti gli eventi culturali che si riusciranno a realizzare.L’ambizione è sempre quella di proseguire con le lingue e con il racconto anche dopo il periodo di EXPO e di rappresentare quella Milano che sta nascendo e che vogliamo raccontare ai milioni di persone che dalla città passeranno durante il periodo dell’Esposizione Universale; è evidentemente una delle ultime opportunità da non perdere per rilanciare una città più creativa, più giovane, più cosmopolita.Intervista a cura di F.S.Foto: Yorick39

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22.02.2015

Che piaccia oppure no, il nuovo progetto di ristrutturazione del quartiete di Les Les Halles, a Parigi, non può lasciare indifferenti. Dopo mesi di lavori e con molto ancora da terminare e sistemare, unenorme ed eterea struttura di vetro e metallo comincia finalmente a emergere dal cuore dellarea commerciale nel cuore di Parigi, primo arrondissement, sulla riva destra della Senna. Si tratta della Canopée, una copertura dai riflessi dorati che sembra atterrata come una mastodontica nave spaziale a coprire il grande centro commerciale interrato di Les Halles nonché la più grande stazione ferroviaria sotterranea del mondo, che ospita fra le altre cose una piscina di 50 metri, una media library e una multisala. E nonostante la trasformazione in corso, i negozi e gli altri servizi - quasi tutti e quasi sempre - continuano a funzionare regolarmente.  Leffetto è quello di un rinnovamento iper-contemporaneo, forse meno dirompente del vicino Centre Pompidou, ma più adatto a convivere con la confinante chiesa di Saint Eustache – risalente allanno 1532 – e ledificio neoclassico della Borsa, costruito nel 1889. La zona di Les Halles è stata per secoli il principale mercato alimentare di Parigi, sfondo del celbre romanzo Il ventre di Parigi di Emile Zola, che descrive la vita dei commercianti di verdure, dei macellai e dei pescivendoli dai quali si riforniva lalta borghesia della città.  Il mercato fu inaugurato nel 1137 e lì restò, nonostante il cambiare delle leggi e le oscillazioni nella densità demografica, fino agli anni Settanta, quando il mercato centrale fu spostato a La Vilette, nella zona est di Parigi (in particolare quello della carne), e a Rungis, a sud della città. La monumentale struttura in vetro e metallo del mercato coperto costruita da Victor Baltard fra il 1852 e il 1870 fu demolita, e al suo posto trovò spazio un grande giardino. Più tardi, sul sito del vecchio mercato, sorse anche il famoso Forum Les Halles. Nonostante i grandi nomi che contribuirono al suo progetto, il Forum si trasformò ben presto in unaccozzaglia di stili diversi e poco conciliabili, e questo fatto, insieme al riversarsi costante di grandi folle dalle periferie a bordo dei treni della metropolitana, contribuì a rendere la zona sempre meno allettante e raccomandabile, con il fiorire di fast food e birrerie che sgomitavano per farsi spazio fra i sex shop di rue Saint Denis - una delle più vecchie strade di Parigi, dove il mestiere più antico è ancora in gran voga.  Solo in anni più recenti, qualche boutique di moda o negozio di alimentari di buon livello ha cominciato ad affacciarsi fra Les Halles e place des Victoires e, verso nord, dalle parti di rue Montorgeuil. I nuovi lavori di ristrutturazione e la Canopée hanno dunque lo scopo di rivalorizzare larea, senza per questo dover necessariamente rinunciare alle grandi catene di abbigliamento o ai fast food. Il centro commerciale interrato verrà aperto allaria e alla luce, mentre un nuovo grande parco regalerà ossigeno e spazio ai bambini. I lavori dovrebbero concludersi entro il 2016. Parole: M.M.

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18.02.2015

Dietro ogni libro che abbiamo amato c’è il lavoro di molte persone: l’autore, naturalmente, ma anche l’editor, il traduttore e - a monte - l’editore, scopritore di talenti per eccellenza e cultore del bello scrivere. Ancora oggi, all’epoca degli ebook e della cosidetta “vanity press” digitale che consente a chiunque di pubblicare il proprio romanzo autonomamente, a costi più che abbordabili e senza alcun intermediario, la figura dell’editore resta avvolta da un alone romantico. Ma quanto c’è di vero in tutto questo? Quanto conta ancora la figura dell’editore e come è cambiata? L’abbiamo chiesto a un editore dalla formazione tradizionale ma decisamente proiettato verso il futuro, Alessandro Dalai, classe 1947, fondatore di Baldini Castoldi Dalai (oggi Baldini & Castoldi, rifondata nel 2013 dal figlio Michele) con un passato in Mondadori ed Einaudi, “scopritore” di casi editoriali di enorme successo come Susanna Tamaro e Giorgio Faletti. E abbiamo cercato di carpire qualcosa in più anche sulla vita quotidiana di un grande editore. SJ: Dottor Dalai, oggi è difficile immaginare quale sia il ruolo di un editore. Quanto è vera l’immagine romantica dello scopritore di talenti e come si concilia con la necessità di trovare strategie vincenti in un mercato sempre più complesso? AD: Il ruolo dell’editore come scopritore di talenti è sicuramente invariato, anche se il marketing assume un’importanza maggiore. Naturalmente con un mercato molto più piccolo, con librerie molto più selettive, con nuovi strumenti/device a disposizione per l’autopubblicazione che rendono facilmente superabile l’intermediazione culturale dell’editore, l’interpretazione del mercato e del singolo testo diventano ancora più difficili ma fondamentali.Quanto alla necessità di restare a galla in un mercato complesso e in evoluzione, credo che l’ottica dell’agire sul piano internazionale sia l’opportunità per allargare il mercato sia per la lingua (fondamentalmente l’inglese), sia per gli ebook che permettono a tutti gli editori del mondo di promuovere o quantomeno di lanciare i propri libri. SJ: Com’è invece la vita di un editore? C’è spazio per l’ozio creativo e la riflessione? AD: La vita dell’editore è costituita da una continua riflessione, operatività ideativa a 360° in continuo sviluppo e una scontata predisposizione al trial and error. Per rallentare bisogna cambiare luogo, paesaggio, visione, perché altrimenti si continua a riflettere sempre sugli stessi concetti; solo la lettura ti dà un orrizzonte diverso, uno spazio e un tempo per fortuna in cambiamento. SJ: L’obiettivo di questo magazine è promuovere uno stile di vita slow, che consiste nell’applicare principi come l’etica, la sostenibilità, il rispetto per il lavoro, per l’ambiente e per la dignità umana a tutte le nostre scelte, comprese quelle dacquisto. Che cosa ne pensa? Crede che sia estendibile anche al suo lavoro? AD: Credo che la vita dell’editore sia per definizione “slow”, seppur contrassegnata da una serie di decisioni “fast”. Si tratta del tipico “one man job”: l’editore assume l’inevitabile ruolo di decision maker finale di tutte le fattispecie della pubblicazione di un libro.Il libro, in quanto prodotto, è certamente slow e quindi creare prodotti slow in modo fast risulta non uno stimolo, ma una divertente schizofrenia. L’ambiente del nostro lavoro rimane comunque slow, anche se il web c’impone di diventare veloci.L’approccio ai comportamenti di acquisto risulta invece secondario rispetto a una vita che è quasi una missione, essendo caratterizzata più dal piacere dei rapporti interpersonali che non dalla necessità di esibire il possesso di oggetti. Intervista a cura di F.S.

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16.02.2015

Due fiumi, il Rodano e il Saona, che confluiscono. Una città, Lione. E un edificio che sembra atterrato da una galassia proiettata verso il futuro. Stiamo parlando del Musée des Confluences, un nuovo museo che ha visto da poco la luce dopo molti anni di progetti. La sua particolarità sta nel fatto di essere un museo interdisciplinare, che unisce etnologia, antropologia, scienze naturali, geografia e tecnologia per raccontare l’avventura dell’uomo e delle altre specie viventi sul pianeta. Il nome è decisamente simbolico: non è un caso che si trovi proprio all’estremità della penisola che vede confluire i due fiumi, così come differenti saperi confluiscono per dar forma al percorso espositivo che comprende oltre due milioni di oggetti fra cui meteoriti, tigri siberiane, ricostruzioni dell’uomo di Neanderthal, srmature di samurai e persino lo scheletro di un Camarasaurus vissuto 155 milioni di anni fa. Quanto al monumentale edificio di vetro e metallo che lo ospita, il progetto è opera dello studio viennese Coophimmelblau, e s’ispira anch’esso al concetto di confluenza. In questo caso, a confluire sono una struttura a nuvola, che fluttua su pilastri e contiene un susseguirsi di scatole nere prive di luce naturale pensate per esaltare al massimo gli oggetti esposti, e una di cristallo, luminosissima, che si proietta verso la città pronta ad accogliere i visitatori. Parole: F.S.

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08.02.2015

Gli occhi curiosi e la mente aperta di un bambino sono forse le doti ideali per poter comprendere un’opera d’arte. Ma occorre trovare il modo giusto per raccontarla - il linguaggio giusto, familiare, semplice e diretto. Ci hanno provato in tanti, eppure l’esperimento di Art Stories ci sembra uno dei più riusciti, forse perché unisce una grande abilità nel raccontare a quello che è ormai un mezzo ben noto alle generazioni di “nativi digitali”: l’applicazione per tablet e smartphone. Art Stories è una giovane start-up milanese che già l’anno scorso ha pubblicato una app dedicata al Castello Sforzesco e pensata per bambini dai 5 ai 10 anni – un gioco, ma anche uno strumento didattico originale e coinvolgente, in grado di far scoprire la storia dell’edificio attraverso animazioni, giochi, storie e illustrazioni originali. Quest’anno è la volta del Duomo di Milano, raccontato nientemeno che dai doccioni della cattedrale, personaggi buffi e sapienti che svelano ai più piccoli episodi e fatti legati a uno dei più imponenti edifici sacri del mondo: le statue, le guglie, le vetrate, i 600 anni di lavoro impiegati per la costruzione, e ancora le parole pronunciate da Napoleone di fronte alla cattedrale milanese prima di essere incoronato. Art Stories Duomo è disponibile su Apple Store al prezzo di lancio di 0,99€ per un periodo limitato (successivamente a 2,99€).

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04.02.2015

C’è la Roma da cartolina che tutto il mondo ci invidia: quella del Colosseo, delle file chilometriche di fronte ai Musei Vaticani, delle sfide architettoniche tra Bernini e Borromini. E poi c’è la Roma ancora da scoprire: bella, insolita e sconosciuta - spesso agli stessi romani.Ecco cinque luoghi romani fuori dai soliti itinerari che v’insegneranno ad apprezzarla in modo nuovo. Necropoli di Porto, FiumicinoQuando la bellezza abbonda, può capitare di dimenticarne qualche non trascurabile pezzetto. Come nel caso di questo insediamento funerario splendidamente conservato, che racchiude oltre 200 sepolture a forma di casetta risalenti al periodo fra la fine del I secolo d.C e il IV secolo d.C.Qui, sono stati sepolti commercianti, piccoli imprenditori e liberti che lavoravano nel porto marittimo di Roma, quello che oggi è Fiumicino - uno straordinario spaccato della vita quotidiana della Roma imperiale. L’accesso, gratuito, è possibile soltanto due volte al mese. MUCRIIl Museo Criminologico di Roma, meglio noto come MUCRI, si cela inaspettatamente nella romantica via del Gonfalone. Costruito nel 1930 in ricordo delle antiche e temutissime carceri che nei tempi antichi i pontefici avevano fatto costruire in queste zone, è un istruttivo resoconto degli aspetti più cruenti della giustizia vintage, dai vari strumenti di tortura alle gogne, dalla cosiddetta “vergine di Norimberga” fino agli scudisci, alle fruste e ai diversi ferriutilizzati per torturare e uccidere i condannati. Quartiere CoppedèNel cuore di Roma, tra la Salaria e la Nomentana, si trova un insolito complesso di 26 palazzine e 17 villini che è tutto un fiorire di architetture Liberty, decorazioni Art Decò, richiami all’arte greca, reminiscenze gotiche e opulenze barocche. Conosciuto come “quartiere Coppedè” è stato realizzato tra il 1913 e il 1926 dall’eclettico architetto Gino Coppedè, da cui prende il nome, ed è particolarmente amato dai registi; Dario Argento vi ambientò due dei suoi film più riusciti: Inferno e L’uccello dalle piume di cristallo. Catacombe di PriscillaNel tratto della Via Salaria che costeggia il parco di Villa Ada, al civico 430, si trova uno dei più antichi cimiteri sotterranei di Roma: 13 chilometri di gallerie che conservano sepolture risalenti alla prima metà del II secolo d.C., dove riposano alcuni dei martiri più importanti degli albori del cristianesimo a Roma. Grazie alle molte iscrizioni presenti è stato possibile risalire alla fondatrice: Priscilla, una nobile matrona romana vissuta in quell’epoca. VigamusUn museo decisamente all’avanguardia nella storica via Sabotino, tutto dedicato alla storia del videogioco e alla sua evoluzione fatta di personaggi memorabili e storie avvincenti.L’intento è quelo fare cultura e di rendere il videogioco accessibile a tutti, con una particolare attenzione a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo. Imperdibile per ogni geek che si rispetti. Parole: C.L.G.Foto: Repubblica.it

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03.02.2015

Washington, Capitol Hill e la Casa Bianca sono diventati alcuni tra gli scenari preferiti di molte serie tv made in USA. Ma chi influenza chi? Tutto inizia nel 1999 con i lunghi “walk and talk” tra i corridoi della Casa Bianca in West Wing: Martin Sheen è il presidente degli Stati Uniti, e a servirlo cè un gruppo di giovani e loquaci idealisti. Ma lo scenario cambia presto volto, con larrivo di serie che gettano uno sguardo più cinico sui luoghi del potere: Kevin Spacey, in House of Cards, è un politico spietato e immorale (e non perde spesso loccasione di ricordarcelo), mentre il gruppo d’investigatori e spin doctor di Scandal si ritrovano spesso al servizio di doppiogiochisti in meschini giochi di potere che fanno sembrare Washington una sorta di Gomorra sul Potomac. Solo la nuova Madam Secretary di Tea Leoni è (finalmente) un personaggio positivo. Ma nonostante lo scenario perlopiù a tinte fosche, i politici di qua dello schermo televisivo non fanno mistero di apprezzare queste serie. Ed è qui che inizia il corto-circuito tra finzione e realtà: perché lattuale (e vera) amministrazione USA si è ispirata proprio a West Wing per il “Big Block of Cheese Day”, un’iniziativa che ha virtualmente “aperto” gli uffici della Casa Bianca al pubblico, rispondendo alle domande degli americani attraverso i social media. Ma la classe politica di Wahington non si limita a essere al centro della narrazione di drama, dato che è anche protagonista (e derisa) di comedy e telefilm satirici come Alpha House, Veep, e Parks and Recreation. Ed è proprio in questultimo show della NBC che fiction e realtà si sovrappongono ancora: ultimamente, infatti, politici di primo piano come il vicepresidente Biden ed il senatore McCain sono apparsi addiritturacome guest star. E guardando la clip in cui Leslie Knope (interpretata da Amy Poehler) incontra lattuale vicepresidente, viene quasi da chiedersi chi sia più credibile.

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27.01.2015

Quando un luogo mantiene le promesse, non serve molto per rendersene conto. E questo vale senz’altro nel caso di aA Design Museum, a Seoul – uno spazio ibrido tutto dedicato al design che è in parte museo, in parte showroom e in parte café. Tanti piani per altrettante destinazioni d’uso, con stili differenti, per un luogo dove incontrare il design fra passato e presente, per poi concedersi un caffè circondati dalla bellezza. aADesign Museum è una sorta di museo contemporaneo e destrutturato, che ospita collezioni multiformi: il secondo piano seminterrato ha un aspetto industrial come le opere che vi sono esposte; il secondo piano seminterrato, chiamato aA Life, è uno showroom destinato alla vendita di libri d’architettura e pezzi di design. Al primo piano dell’edificio si trova il Café aA, dove l’esperienza espositiva continua in modo diverso: le sedie sulle quali ci si siede, i tavolini sui quali si appoggiano piatti e bicchieri sono pezzi unici, creazioni dei più importanti maestri del design internazionale, con una storia da raccontare. Il secondo piano è dedicato alle produzioni “scandinave” mentre il terzo, intitolato “Bauhaus”, propone pezzi vintage e articoli contemporanei. L’idea di fondo è quella di proporre mobili di design difficilmente reperibili altrove in Corea, valorizzandone peculiarità e autori. Le collezioni cambiano di continuo e propongono spesso alcuni dei nomi più interessanti del panorama creativo internazionale.

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25.01.2015

Chi non ha mai immaginato, almeno un volta, di ricominciare daccapo, di rivoluzionare la propria vita per darsi un’altra possibiità? A immaginarlo siamo in tanti - poi c’è chi lo fa sul serio, nonostante gli ostacoli, nonostante la crisi, con quell’indispensabile dose di positività, fiducia e incoscienza. Roberto d’Incau è uno che non soltanto ha cambiato radicalmente la propria vita a 40 anni per inseguire le sue passioni, ma che ha fatto del cambiamento virtuoso e rigenerante il centro della propria vita anche professionale, scrivendo due libri sul tema (Il lato bimbo, con Laura D’Onofrio, e Quasi quasi mi licenzio), diventando un vero e proprio “guru del cambiamento” e aiutando le persone a superare la propria "comfort zone" per tirar fuori il meglio di sé dal punto di vista professionale e personale. SJ: Da ciò che scrive traspare un ottimismo davvero raro in Italia, di questi tempi. Questo suo atteggiamento deriva da unesperienza personale? Può raccontarci come ha reinventato innanzitutto se stesso?RD: L’ottimismo sta nel carattere, va detto, ma un po’ può essere coltivato: ho deciso di scrivere un libro sul “lato bimbo”, proprio perché, per una serie di ragioni, in parte legate al contesto e in parte no, mi è sembrato che uno dei temi fondamentali, nelle persone che seguo come coach e come headhunter, fosse la perdita dell’entusiasmo a tutti i livelli.La crisi ha colpito tutti, in Europa nessun paese ne è stato escluso, ma noi Italiani siamo risultati, in un recente sondaggio, tra i più pessimisti in assoluto, e questo paralizza, toglie la voglia di fare.Per quanto mi riguarda, ho avuto la fortuna di fare carriera presto, a 34 anni ero già general manager; poi però, verso i 40 anni, grazie anche a un incontro fortunato, una persona che non c’è più e che è stato il mio “maestro”, uno dei primi headhunter italiani, ho capito che la mia strada non era l’azienda, ma la consulenza, e mi ci sono buttato, con entusiasmo e un po’ di sana incoscienza.Ho scritto Quasi quasi mi licenzio proprio perché l’ho fatto in prima persona: ho reinventato la mia vita professionale e personale senza troppa paura, e sono felice di averlo fatto.La società di cui sono partner fondatore, Lang&Partners, è nata sei anni fa, in un momento di grande crisi: anche qui, un po’di sana incoscienza e il piacere della scommessa ci hanno aiutati. SJ: Comè la vita di un "cacciatore di teste" e coach di fama internazionale? Cè spazio per lozio, la meditazione, per fare un giro in bicicletta o per prendere un caffè con gli amici?RD: Lavoro tanto, questo sì, ma ho un segreto: mi circondo di collaboratori di cui mi fido molto e che, pur essendo diversi da me come è giusto che sia, sono in piena sintonia con il mio carattere e con la mia visione del business.Mi piace lavorare in un clima sereno e potermi fidare al 100% delle persone con cui lavoro: una nuova collaboratrice mi ha detto recentemente che da noi si lavora con serenità - è un grande complimento, ed è vero.Sono una persona semplice, chi mi conosce bene lo sa, non rimuncerei mai ai momenti passati con i miei amici, a una nuotata (quando posso), o a un week end in una città che m’interessa.Il lavoro e la vita privata vanno a braccetto, se non c’è equilibrio le cose non possono funzionare bene, di questo sono totalmente convinto. SJ: Le sue scelte in termini di carriera sono state dettate dalla passione, e questa è una conquista tuttaltro che scontata. Quali sono le cose in grado di entusiasmarla?RD: “Inseguire la passione” sembra una frase fatta, ma non lo è affatto. Per fortuna non c’è solo la motivazione estrinseca, quella fatta di potere, riconoscimenti e denaro; seguo molto la motivazione intrinseca, il piacere di un lavoro fatto bene, la cura della relazione col cliente o di chi viene da me per lavoro, la condivisione di un progetto ben riuscito.Mi entusiasma poter fare le cose che mi piacciono, avere curiosità sul mondo, guardare avanti: sono un cinquantenne, ma mi guardo molto poco indietro, mi sembra sempre di dovere e poter fare cose ancora più belle, nel prossimo futuro.In assoluto, la cosa che mi entusiasma di più è proprio vedere quello che fanno i giovaniSJ: In questi giorni si fa un gran parlare di come il New York Times, complice lExpo, abbia inserito Milano fra le 52 destinazioni da visitare assolutamente nel 2015. È d’accordo? Che cosa c’è di così bello a MilanoRD: Vi racconterò un aneddoto: qualche mese fa venne a trovarmi una cara amica romana che non amava Milano, e che prima di venire qui per il week end mi disse: “Vengo solo per te, Roberto, perché Milano è così brutta che l’idea di passarci tutto un week end non mi entusiasma proprio”.Arrivò un venerdi pomeriggio e, la domenica sera, non voleva più andarsene; le piaceva troppo l’energia di Milano, le strade, i negozi, un locale come il Plastic, dove andammo a ballare con gli amici.Ognuno può scoprire la sua Milano, se ha gli occhi per guardarla davvero senza pregiudizi. È una città che mi ha dato tanto, e che continua a darmi molto: viaggio molto per lavoro, ma ci torno e ci vivo sempre volentieri.Fra i miei posti preferiti ci sono via del Carmine, a Brera, dove il tempo sembra quasi essersi fermato, e piazza Mirabello, un angolo di Parigi a Milano. Intervista a cura di F.S.

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14.01.2015

Complici il freddo e la pioggia di questi giorni invernali, a Parigi i turisti tendono  a rifugiarsi in massa nei musei. Ma per raggiungere il calduccio confortevole delle sale, il prezzo da pagare è sostare in fila allaperto per molto tempo - basta vedere le folle che si accalcano davanti al Louvre o alla Gare dOrsay, sede del celebre Museo degli Impressionisti. Eppure ci sono tanti altri musei da visitare, piccoli e grandi gioielli ricchi di sorprese ma sconosciuti ai più - alcuni sono statali, altri gestiti dal comune. E a dimostrazione del fatto che i Parigini autentici potete trovarli qui, cè anche un pass annuale dal costo di 40 euro che consente di visitarli tutti. Dallarte antica dei paesi del mondo a quella francese classica, dalla storia della moda e del costume fino a quella della città, la scelta è davvero immensa ed è molto probabile che troverete qualcosa che fa al caso vostro, con il vantaggio di non dover fare a gomitate per vedere un dipinto. Ecco qualche idea per cominciare. Musée du quai BranlyAperto nel 2006, questo museo molto particolare è specializzato nelle arti e nelle culture indigene dellAfrica, dellAsia, dellOceania e delle Americhe.37, Quai Branly Musée Jacquemart AndréQuella che fu la sontuosa villa ottocentesca del ricco Edouard André e di sua moglie, lartista Nélie Jacquemart, ospita oggi la loro collezione privata. Prima di accedere al primo piano per vedere le opere, si possono visitare le elegantissime stanze al piano terra. Ci sono una collezione permanente e un programma di mostre temporanee - ancora per pochi giorni potete visitare quella sul Perugino.158, Boulevard Haussmann  Musée Marmottan MonetUnaltra villa trasformata in museo, questa volta nellesclusivo 16° arrondissement, non lontano dal Bois de Boulogne. La collezione è concentrata sulle opere del celebre pittore impressionista Claude Monet.2, Rue Louis Boilly Muséé de la Vie RomantiqueOspitato nella dimora del pittore romantico Ary Scheffer, il museo si trova in una zona soprannominata Nuova Atene, perché qui vivevano molti artisti e pensatori. Nel suo salotto, Scheffer riceveva spesso amici e colleghi a dir poco eminenti, fra i quali Delacroix, Rossini, Sand, Chopin, Gounod, Turguenev e Dickens.Le sale conservano inoltre molti oggetti appartenuti alla scrittrice George Sand.6, Rue Chaptal  Muséé CarnavaletVolete saperne di più su Parigi? In questo museo ospitato allinterno di un ex-albergo del Marais cè una collezione permanente tutta dedicata alla storia della città, e si organizzano mostre tematihe sullo stesso argomento.16, rue des Francs-Bourgeois  Palais GallieraSebbene in questi mesi sia chiuso per ristrutturazione, a marzo il museo della moda e del costume di Parigi riaprirà in grande stile con una mostra dedicata alla maison Jeanne Lanvin, la più antica casa di moda francese ancora attiva.10, Avenue Pierre 1er de Serbie Parole: M.M.Foto: Musée Carnavalet

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23.12.2014

Tutto contribuisce alla creazione di un’opera d’arte, persino un uovo rotto male durante la preparazione di una frittata. Così almeno la pensa Zeren Badar, artista newyorchese di origine turca, un lavoro nel mondo della moda e una passione ribelle per arte e fotografia che lo porta in giro per la Grande Mela a scovare il bello là dove si nasconde, anche quando è bizzarro e multiforme. E proprio da un piccolo incidente domestico nascono le operedi Accident Series, una serie di fotografie che hanno portato alla ribalta, anche in Italia, il nome del giovane artista. Per prima cosa, Badar si è procurato un certo numero di quelle stampe a buon mercato dei grandi maestri della storia dell’arte che si trovano un po’ ovunque: Leonardo Da Vinci, Vincent Van Gogh, Tiziano, per intenderci. Poi, seguendo il principio di Jasper Johns, uno dei maggiori esponenti del neo-dadaismo, li ha messi in relazione con qualcosa di esterno: Take an object. Do something to it. Do something else to it (“prendi un oggetto, fanne qualcosa, fanne qualcosa di diverso”). Ma come fare per ottenere qualcosa di nuovo e insolito da un quadro celeberrimo? Ad esempio combinare un pasticcio in cucina – così, se un uovo si rompe per sbaglio su una stampa di Duchamp, nasce una nuova opera. Se lo si colloca in contesti inusuali e persino un po’ dissacranti come quelli di una cucina, anche un quadro arcinoto può diventare insolitamente trasgressivo e moderno. La Gioconda di Leonardo da Vinci ci vede doppio e la bottiglia di vodka vuota al suo fianco ci fa venire qualche dubbio sul perché. L’autoritratto di Van Gogh spunta con lo sguardo smarrito da una cornice di fette di agrumi, mentre un gentiluomo in gorgiera mostra spavaldo un rosso d’uovo al posto dell’occhio. Tra sardine, pomodori e cupcake, vien voglia di fare uno spuntino o di correre a visitare il primo museo aperto. Parole: C.L.G.Immagine: © Zeren Basar 

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21.12.2014

Anche quest'anno, milioni di persone si raduneranno davanti al computer per godersi lo spirito del Natale guardando vecchi film, clip imbarazzanti e assurde canzoni natalizie. Ma nei meandri di Youtube si annidano anche alcuni dei più improbabili video natalizi di tutti i tempi. Ecco i nostri preferiti. Il Natale 2.0Iniziamo con un po' di storia: che cos'è il Natale? Un'agenzia web portoghese ha pensato bene di ricapitolare l’intera storia della Natività in versione digitale, con il contributo di tutti i giganti dei nuovi media: Facebook, Twitter, YouTube, Google, Wikipedia, Google Maps, GMail, Foursquare e Amazon. Pubblicità da brividiE se, per sbaglio, al re dell'horror John Carpenter dovessero commissionare uno spot natalizio? La stessa domanda devono essersela posti anche a The Poke, dove hanno rimontato una celebre pubblicità di John Lewis in modo… spaventoso. Natale sull’EnterprisePer tutti i fan di Star Trek - The Next Generation che hanno sempre sentito il bisogno di più episodi a tema natalizio della celebre serie tv sci-fi ambientata nel XXIV secolo, il video editor James Covenant ha pensato bene di supplire alla mancanza con una clip in cui il Capitano Picard ed il resto dell'equipaggio cantano Let is snowNonsense natalizioChi non si è chiesto – almeno una volta nella vita – che cos’hanno in comune il Natale, Arnold Schwarzenegger e Mike Tyson? Alla ABC - correva l’anno 1989 - si sono stranamente sentiti in obbligo di rispondere alla domanda. La risposta è stata affidata a un surreale special TV dal titolo A Very Special Christmas Party. Speciale Guerre StellariMa il Natale non è mai avaro di momenti televisivi imbarazzanti, tanto che persino uno dei franchise cinematografici di maggiore successo di tutti i tempi è riuscito a incappare in un flop: trasmesso soltanto una volta, nel 1979, e mai messo in commercio per l'home video, lo Star Wars Holiday Special è ormai diventato un trash cult su youtube. Parole: M.S.Foto: Wookieepedia

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08.12.2014

È un periodo decisamente interessante per gli appassionati di musica e televisione: se da un lato il teen-show Glee chiuderà i battenti a giugno, dallaltro nei prossimi mesi vedranno la luce due nuove serie "musicali" di grande peso - Empire della FOX, sullhip-hop, ma soprattutto il drama (ancora senza titolo) prodotto da Martin Scorsese e Mick Jagger per HBO incentrato sulla scena musicale americana degli anni ’70. Scorsese e Jagger sono – idealmente – la coppia più adatta per gestire una serie sulla musica: il primo non solo è un grande fan dei Rolling Stones, ma è anche riuscito, con i suoi film, a creare alcune delle migliori interazioni tra musica e immagini nella storia del cinema, servendosi spesso proprio di brani degli Stones. Il secondo è, ovviamente, un grande sopravvissuto, uno dei più grandi testimoni diretti della storia del rock. Senza contare che i due hanno già dato prova di lavorare bene insieme in Shine a light, il film-concerto dei Rolling Stones uscito al cinema nel 2008, diretto proprio da Scorsese. Scritto dallo showrunner Terence Winter (già responsabile di Boardwalk Empire), il nuovo show HBO si concentra sulla vita di Richie Finestra (Bobby Carnevale, anche lui proveniente dal gruppo di lavoro di Boardwalk Empire), un produttore musicale e scopritore di talenti che attraversa la storia della musica degli anni ’70, dalla disco al punk. Nel cast sono presenti anche il figlio di Jagger, James, il comico Andy “Dice” Clay (visto recentemente in Blue Jasmin di Woody Allen), e Ray Romano (Parenthood). Scorsese non si limita a produrre la serie con il frontman degli Stones, ma ne ha anche diretto lepisodio pilotaParole: M.S.

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19.11.2014

C’è qualcosa di eroico nell’idea di attraversare comodamente interi continenti volando in prima classe, raggiungere un’isola deserta sperduta in mezzo all’Oceano e poi restarci per quasi un mese in totale solitudine, dormendo dove capita, mangiando quello che offre la natura, approfittando di tutto ciò che la marea porta a riva – tozzi di pane e resti di verdure compresi. Ma forse, ciò che appare eroico a chi già quotidianamente deve metaforicamente procacciarsi il sostentamento è semplicemente salvifico per un milionario inglese di 64 anni che possiede barche da sogno e può permettersi di dormire negli alberghi più lussuosi del mondo. Questa però non è la storia di un ricco annoiato che si spoglia dei suoi beni per cercare il senso della vita; è semplicemente a storia di un uomo, Ian Argus Stuart, che ama l’avventura nella sua forma più estrema, quella che ti porta a lottare per la sopravvivenza. Come spiega lui stesso, ricchezza e povertà non c’entrano nulla con questa scelta, “non occorre essere ricchi o poveri, occorre desiderarlo”. Desiderare che cosa? Ad esempio di restare per 21 giorni su un’isola vulcanica completamente disabitata in mezzo al Pacifico come sta facendo proprio in questi giorni – con l’aggravante di non saper nuotare - armato soltanto di wi-fi, un machete, ami e lenza, qualche bottiglia d’acqua e poco altro. Come se non bastasse, Ian ha anche tutta l’intenzione di raggiungere la cima del vulcano – un po’ per vedere com’è il cratere, un po’, forse, per avere più campo e connettersi con la Borsa di Londra e comprare azioni. A consentirgli di fare tutto questo è Docastaway, un’agenzia spagnola specializzata nell’offerta di soggiorni di una settimana o più su un’isola deserta a scelta fra quelle accuratamente selezionate in Indonesia, Filippine e Centramerica. Noi, dal canto nostro, non possiamo che augurargli buona fortuna!

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11.11.2014

Negli anni Sessanta, Joan Jonas era una delle giovani esponenti dellavanguardia newyorchese. Oggi, a quarantanni di distanza, questartista vitale e prolifica continua a girare il mondo cone le sue performance e le sue opere di video arte. E con successo, dal momento che la sua prossima installazione sarà in mostra nel 2015 alla Biennale di Venezia, in rappresentanza degli Stati Uniti. Se doveste trovarvi a passare per Milano, però, potrete conoscerne lintera opera nel contesto di uno spazio davvero unico, lHangarBicocca di Pirelli, un ex hangar trasformato in spazio espositivo. La retrospettiva sintitola Light Time Tales ed è una raccolta di film, video e installazioni la cui influenza sulla perfomance art internazionale è stata fondamentale per molti decenni. Attraverso questi mezzi espressivi eterogenei, Jonas affronta temi ambiziosi come lo spazio, lidentità e il corpo. Tre sono le opere principali: Waltz, che mette in discussione il ruolo dellartista e il suo corpo; Mirage, una ricombinazione di alcuni studi dellartista risalenti agli esordi; e Reanimation, ispirata alla letteratura islandese. Cè poi Volcano Saga, uninstallazione multimediale con la partecipazione dellattrice Tilda Swinton. Basata anchessa sulla letteratura islandese, racconta la leggenda nota come Laxdaela Saga, nella quale una donna chiede a un indovino dinterpretare i suoi sogni. Nonostante questo lavoro risalga al 1985, Jonas, che concepisce la sua opera come un corpus in continua evoluzione, lha più volte rivisto nel corso degli anni. Lintera retrospettiva è stata preparata dallartista stessa, che per la prima volta ha avuto loccasione di riunire tutte le sue opere in un solo spazio. “Muovendosi attraverso lesposizione le opere assumono un carattere tridimensionale - un po come se fossero sculture", ha spiegato Jonas. Light Time Tales resterà in mostra fino al 1° febbraio 2015. Parole: G.C.Foto: Hangar Bicocca

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09.11.2014

Frank Gehry è senza alcun dubbio uno dei maestri indiscussi dell’architettura contemporanea. Famoso per i suoi edifici monumentali simbolo della corrente decostruttivista – primo fra tutti l’inconfondibile Museo Guggenheim di Bilbao - ha imposto una visione originale e innovativa del rapporto fra architettura e spazio urbano. Era dunque tempo che l’Europa dedicasse una retrospettiva al grande architetto canadese – a farsi avanti è stata Parigi, e in particolare il Centre Pompidou di Parigi, dove ha da poco inaugurato una mostra dal carattere onirico che attraversa tutte le fasi della sua produzione, dal 1960 fino a oggi. Due i temi fondamentali: l’urbanistica e lo sviluppo di nuovi sistemi di progettazione digitale e di fabbricazione, raccontati attraverso disegni, modelli e documenti relativi a sessanta grandi progetti tra i quali il Vitra Design Museum in Germania (1989), la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles (2003) e la Torre Beekman a New York (2011), per arrivare, in ordine di tempo, alla Fondazione Louis Vuitton per l’Arte Contemporanea, recentemente inaugurata a Parigi. Dopo gli esordi nei primi anni Sessanta a Los Angeles, Gehry entrò in contatto con alcune personalità della scena artistica californiana, come Ed Ruscha, Richard Serra, Claes Oldenburg e Ron Davis. Ma fu il suo incontro con l’opera di Robert Rauschenberg e Jasper Johns ad aprire la strada a una profonda trasformazione del suo lavoro di architetto, perfettamente incarnato dalla sua casa di Santa Monica. Tutta la straordinaria carriera di Frank Gehry è stata accompagnata da un riflessione, mai interrotta, sul significato espressivo dell’architettura, che lo ha spinto costantemente a rompere le barriere della tradizione per esplorare nuove forme e materiali inediti. Negli anni Novanta, con il progetto del Museo Guggenheim di Bilbao, Frank Gehry raggiunse la popolarità internazionale: quell’architettura rivoluzonaria, capace di rompere ogni legame con la tradizione precedente, fu addirittura in grado di risollevare il destino di un’intera città. Parole: C.L.G.Foto: Centre Pompidou

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04.11.2014

Risaie verdissime, coltivate con meticolosa perfezione, ordinate come piccoli eserciti vegetali in assetto da combattimento. Quando si pensa al Giappone e ai suoi paesaggi, non si può prescindere dall’immaginare gli immensi campi dove si coltiva uno degli ingredienti imprescindibili della cucina giapponese e asiatica in genere, il riso. A rompere e la monotonia dei campi coltivati a risaie, affascinanti ma uguali a se stessi per chilometri e chilometri, ci pensa l’arte. Succede nel piccolo villaggio di Inakadate, nella prefettura di Aomori - appena ottomila anime ma una gran quantità di risaie – dove l’ufficio del turismo locale ha pensato bene di trasformare labbondante produzione di riso in unattrazione turistica, dando vita a veri e propri mosaici nei campi di riso. "LArte delle Risaie", o "Rice Paddy Art", nasce nei primi anni 90 grazie a Koichi Hanada, un impiegato del municipio che, al fine di uscire da quel periodo di difficoltà che stava attraversando il paese e l’intera regione, pensò di utilizzare la prima risorsa locale, lagricoltura, per far fronte a tutti i problemi. Dopo qualche anno il progetto si è trasformato in un vero e proprio caso di arte collettiva: sono oggi ben 15.000 i metri quadrati di risaie artistiche, tavolozze naturali dove raccontare, con immagini e colori rigorosamente naturali, storie di Samurai e di eroi nipponici (e non solo). Paesaggi, geishe, guerrieri, ma anche la Monna Lisa, Marilyn Monroe e persino Napoleone Bonaparte. Il tutto solo grazie a varietà di riso dai colori diverse che permettono ai singolari artisti di sbizzarrirsi. Ogni anno, durante il mese di aprile, gli abitanti di fanno una riunione per decidere cosa piantare per lanno; poi, prima di seminare, realizzano i disegni sul computer per capire dove e come piantare il riso.

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03.11.2014

Un edificio di oltre 4.000 metri quadrati progettato da Frank Gehry e costruito su una lingua di terraallimboccatura del Canale di Panama posta sullOceano Pacifico Amador, con i suoi tetti di metallo multicolore che spiccano su uno sfondo di grattacieli. Il nuovissimo Biomuseo di Panama è certamente un luogo unico nel suo genere, nato per raccontare l’affascinante storia di come l’istmo di Panama sia sorto dalle acque unendo due continenti, separando in due un vasto oceano e modificando per sempre la biodiversità del pianeta. Destinato a trasformarsi in una destinazione turistica di primo piano, il Biomuseo vuole però essere innanzitutto una risorsa culturale ed educativa per i panamensi, ai quali offre un grande atrio pubblico, uno spazio dedicato alle mostre temporaneee, un negozio, un café e svariate esposizioni all’aperto ambientate nel parco botanico. Quanto alla collezione permanente Panama: Bridge of Life (“ponte della vita”) ed è una combinazione di arte e scienza che invita i visitatori a scoprire di più su un fenomeno sorprendente come l’enersione dell’istmo attravero otto gallerie ideate dall’architetto canadese Bruce Mau. Il Biodiversity Park, che circonda il museo, è un po’ l’estensione vivente dell’architettura dell’edificio e delle sue gallerie: qui, infatti, il racconto naturale cominciato all’interno prosegue grazie a una selezione di piante endemiche e originarie di questi luoghi, che fungono anche da ombra e da rifugio. Il parco è ancora in via di “costruzione”, ma secondo il progetto ogni singola pianta sarà scelta sia per la sua bellezza naturale, sia per la sua adattabiità all’ambiente e per le storie che racconta, che si tratti della biodiversità di Panama o del suo cibo, della sua edilizia o dei suoi fiori e frutti.

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28.10.2014

Li chiamano "nasi" e sono coloro che creano le fragranze. Si tratta di persone dotate di un olfatto speciale, capaci di comporre profumate sinfonie padroneggiando il linguaggio degli odori e anche un po quello della memoria e del cuore - se è vero che, come ha scritto Süskind, "chi domina gli odori domina il cuore degli uomini". La genesi di un profumo è qualcosa di davero affascinante, così come lo sono questi "alchimisti" in grado di crearlo dal nulla. Per capirci qualcosa di più abbiamo fatto una chiacchierata con Paola Bottai, giovane creatrice di fragranze romana specializzata in profumazioni maschiliSJ: Paola, come nasce questa tua passione per gli odori?PB: Credo sia nata insieme a me. Non ricordo esattamente la prima "folgorazione", ma è come se fossimo cresciute insieme io e la mia passione/ossessione per gli odori.Quando sentivo qualcosa che mi colpiva, stavo o molto bene o molto male. Ricordo però di aver capito presto che avevano una grossa influenza sul mio umore. SJ: Come si diventa un "naso"? Basta il talento o serve un percorso professionale specifico? PB: Il termine "naso" si usa ormai da anni per definire la nostra professione, anche se il termine più corretto sarebbe parfumeur. La differenza è la stessa che passa tra definirsi un cuoco oppure uno chef. Saranno gli anni in "cucina" e lesperienza che decreteranno se sarò un "naso", per ora mi definirei un buon parfumeur!Credo che talento e passione siano alla base di ogni mestiere, quindi anche in questo caso sono necessarie. Poi serve un duro percorso professionale; il mio è stato alla scuola di Profumeria di Grasse, un impegno che va affrontato con serietà e dedizione. Io provvenivo da studi di marketing e comunicazione, quindi da tuttaltro settore.A Grasse, patria del profumo, si ha la possibilità di stare a contatto con le materie prime, di studiarle e catalogarle sia con i loro nomi naturali o scientifici, sia a modo proprio con ricordi, frasi, nomi. Per aver la palette olfattiva sempre in mente.Molto importante è anche dedicare quotidianamente almeno unora a studiare, sentendo materie prime o profumi composti e facendone continue descrizioni. SJ: Di recente hai collaborato con la barberia Bullfrog di Milano per realizzare Agnostico, un balsamo specifico per la barba. Come mai hai scelto di occuparti di fragranze maschili?PB:Una volta tornata dalla Francia ho collaborato per anni con Mens Heritage, azienda che tratta articoli da grooming maschile. Ho viaggiato molto con loro e sono venuta a contatto con prodotti e barbershop di tutto il mondo. Alla fine, anche quella è diventata una passione, che ho cercato di sviluppare studiando i prodotti e cercandone di nuovi per poi unure tutte le informazioni di mercato e creare il mio.Credo che al momento il mondo delle fragranze al maschile sia più stimolante - cè ancora molto da dire per convincere un uomo a cambiare quello che è stato il suo odore (o profumo) magari per anni. La trovo una sfida stimolante. SJ: A che cosa ti sei ispirata per creare Agnostico?PB: Sono partita da due idee: la prima è stata quella di trovare un odore originale ma allo stesso tempo vintage. Volevo che desse lidea delle vecchie barberie, senza cadere però nei profumi dei dopobarba commerciali. E poi ho pensato allodore che mi sarebbe piaciuto sentire sul mio uomo, magari in moto o mentre guardiamo un film sul divano.Infine, ho lavorato con originalità sugli elementi tipici dei profumi maschili - il tabacco, il bay rum, il vetiver e il patchouli. Così ho fatto di Agnostico un prodotto per la barba dalla personalità forte - la sua fragranza si sente, ma non interferisce troppo con il profumo abituale di chi lo usa.  SJ: In generale, qual è il processo mentale e pratico che porta alla creazione di una fragranza? E quanto centrano la memoria e il ricordo con lispirazione?PB:Spesso il processo parte da un bel piano di marketing, quanto di meno creativo ci possa essere! Personalmente, lavorando nella nicchia, ho fatto la scelta di occuparmi di progetti dove la creatività e la libertà sono alla base anche del marketing. Ovviamente, lo studio del target di riferimento è essenziale. Sono solita studiare le persone, gli odori e tutto ciò che riguarda i luoghi dove poi verrano vendute le fragranze che creo.Gli odori, a mio avviso, sono pura memoria, ma non bisogna fare troppo affidamento su questo: un conto è ciò che un odore ricorda a noi, grazie al nostro vissuto, un conto è ciò che può ricordare a unaltra persona. Ne tengo certamente conto, in fase creativa, ma non può essere la strada principale da percorrere. SJ: Immagino che per un "naso" il mondo sia molto più odoroso rispetto a quanto può esserlo per la maggior parte di noi. Quanto influenza la tua vita questo "superpotere"?PB: Tantissimo! Con gli anni ho dovuto imparare a convivere con questa ipersensibilità olfattiva, prima cambiavo umore, a volte svenivo a contatto con un odore che non mi piaceva, poi ho capito come gestire reazioni ed emozioni. A volte mi rendo conto, magari camminando, che dopo essere stata colpita da un odore mi assento. O per pensare ai ricordi, appunto, oppure perché può nascerne una nuova idea. Giro sempre con un blocco dove segno idee e suggestioni su ciò che sento. SJ: Quali sono i profumi e gli odori ai quali sei più affezionata e perché?PB: Due su tutti: Arpége di Lanvin e Eau Sauvage di Christian Dior, i profumi della mia mamma e del mio papà.Ma ce ne sono davvero tanti. Anche per motivi professionali, adoro le colonie fresche, che mi accompagnano a inizio giornata dandomi freschezza. Potrei parlarne per ore....Fra le note olfattive adoro il vetiver, il sandalo, losmanto, gli agrumi e alcune materie sintetiche moderne.

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15.10.2014

Sapete che cos’è un cliffhanger? È quell’espediente narrativo per cui, alla fine di ogni stagione, le vostre serie preferite restano sospese proprio in coincidenza di un colpo di scena o di una svolta nella trama, in modo da tenervi sulle spine fino all’inizio della successiva. Ecco perché ogni anno, fra settembre e ottobre, gli appassionati delle serie TV cominciano a trepidare nell’attesa di ritrovare i propri show di riferimento, e magari di riuscire a fare spazio nel computer per almeno una manciata di serie nuove. Noi abbiamo già cominciato. A to Z (NBC)La storia: Andrew lavora per un un sito di appuntamenti online, mentre Zelda è un avvocato. La serie narra lintera storia della loro relazione (che, fra tutti gli appuntamenti, durerà otto mesi, tre settimane, cinque giorni, e unora).Provatela se: non riuscite a riconciliarvi con lidea di non vedere più Ben Feldman/Michael Ginsberg in Mad Men.Punti forti: data la somiglianza tra i due show, forse guardando A to Z riuscirete a togliervi di dosso la delusione del finale di How I Met Your Mother.  The Affair (Showtime)La storia: Noah ed Helen sembrano felicemente sposati, hanno quattro figli, ma quando vanno in vacanza Noah incontra Alison, cameriera di un diner della zona (e a sua volta impegnata in una relazione), con la quale inizierà a vedersi. Lintreccio tra queste due coppie – scopriremo presto - finirà in modo tragico.Provatela se: avete amato così tanto The Wire da aver provato a vedere ogni cosa che Dominic West ha fatto da allora.Punti forti: la narrazione con diversi punti di vista (à la Rashomon).  Forever (ABC)La storia: il dottor Henry Morgan non è il solito dipendente della morgue di New York. Infatti, Henry è immortale. Non perché non possa morire, ma perché ogni volta che muore rinasce. Lunico a sapere la verità è il suo amico Abe, ma la sua vita si complica ulteriormente quando incontra una giovane detective della polizia di New York e uno “stalker” che sembra conoscere il suo segreto.:Provatela se: i detective li preferite arguti e con un accento britannico.Punti forti: lo charme di Ioan Gruffudd (Mr. Fantastic in I Fantastici Quattro) e del fedele amico Judd Hirsch è un ottimo deterrente contro la premessa abbastanza assurda della storia (un uomo impossibilitato a morire da 200 anni che fa il detective part-time a New York). Una valida alternativa a tutti i CSI del mondo.  Selfie (ABC)La storia: Eliza si considera una“instafamous” ma scopre presto – e a sue spese - che la sua ossessione per i social media non le ha dato nessun amico reale. Per questo convince un suo collega mago del marketing, Henry, a fare un “rebranding” della sua personalità. Henry dovrà insegnarle cioè tutti gli accorgimenti e le capacità relazionali che non ha sviluppato passando buona parte della sua vita soltanto con amici virtuali.Provatela se: non riuscite a sopportare gli amici con gli occhi incollati allo smartphone.Punti forti: lidea di una My Fair Lady moderna che vuole “migliorare” come essere umano – stranamente - non è affatto male come sembra.  Gracepoint (Fox)La storia: nella piccola cittadina di Gracepoint viene trovato ucciso Danny, un ragazzino di soli dodici anni. La poliziotta locale Ellie Miller e il detective capo Emmett Carver saranno presto costretti a dubitare degli amici, dei conoscenti e persino dei genitori del piccolo Danny.Provatela se: David Tennant è stato il vostro Doctor Who preferito.Punti forti: la detection pianificata attentamente (con un cliffhanger per ogni episodio). Parole: M.S.Foto: The Affair 

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06.10.2014

Sguardi smarriti, occhi pieni di speranza, volti giovani e al contempo antichi per via di quel bianco e nero che solo le vecchie foto sanno restituire. Sono gli immigrati appena giunti a Ellis Island, New York City; molti di loro sono malati, provati dal lungo viaggio o sottopeso. Qualcuno è nato qui, nell’ospedale sull’isola, qualcuno ci morirà e i più fortunati verranno rimessi in sesto prima di cominciare la loro nuova vita in America. Sono occhi, sguardi e volti di oltre un secolo fa, stampati in dimensione reale e appiccicati alle pareti delle stanze dell’Ellis Island Immigrant Hospital, abbandonato dal 1954 e riaperto da poco per ospitare un’installazione semplice, geniale e toccante. L’idea è di JR, l’artista francese che “possiede la più grande galleria del mondo”, perché i suoi lavori li attacca ai muri di tutto il mondo, dai palazzi delle banlieue parigine a quelli del Medioriente dilaniato dalle guerre, dai ponti interrotti dell’Africa alle favelas brasiliane. È un’arte pervasiva, la sua, che prende la verità e la sbatte in faccia al mondo, che fotografa volti e sentimenti reali e li ingigantisce, invitando tutti a fare lo stesso. Nel caso specifico, JR ha preso le vecchie fotografie dei pazienti e dei lavoratori dell’ospedale, le ha ingrandite fino a ottenere corpi e volti in dimensioni reali e le ha sovrapposte alle stanze ormai abbandonate, alcune ancora perfette e altre più simili a splendidi rovine industriali. L’effetto è quello di trovarsi in un luogo presente in compagnia del passato, in una sorta di spettrale viaggio nel tempo. E come accade sempre con le installazioni di JR, l’empatia è immediata e l’emozione di quei volti, meravigliosamente ricontestualizzati, torna ad abitare le stanze. Esiste forse un modo migliore per capire e comprendere la storia? Dopo due anni di lavoro, le visite, organizzate dall’associazione no profit Save Ellis Island, si sono aperte proprio da qualche giorno, per piccoli gruppi di massimo 10 persone. Ma dall’anno prossimo visitare l’ospedale dovrebbe essere più semplice. Quanto all’installazione, resterà dov’è “finché deciderà di restarci” - muffe, umidità e ruggini permettendo.

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29.09.2014

Ci sono musicisti che sopravvivono alla propria musica, che invecchiano e – album dopo album – si sforzano di sembrare ancora innovativi o rilevanti. Leonard Cohen non è tra questi: forse perché è un poeta prestato alla musica, o forse perché è – come dice lui - “un pigro bastardo che vive in giacca e cravatta”. La sua carriera può essere divisa in tre fasi. La prima è quella dei successi incisi tra gli anni Sessanta e i Settanta, in cui il trovatore mette in musica i suoi versi armato di una chitarra acustica o poco più.Nella seconda, tra gli Ottanta e i Novanta, i toni e le atmosfere si fanno – se più possibile - più scuri (nonostante gli arrangiamenti Eighties). E infine la terza fase, quella dellinaspettato ritorno (dal 2001 fino a oggi), caratterizzata da suoni acustici e sintetici (ma rigorosamente fuori moda) che si mescolano organicamente a una voce che ci parla da immense profondità, forse la voce stessa di Dio (o del Diavolo)Popular Problems, il tredicesimo album del musicista di Montreal, ma soprattutto il quarto dal suo ritorno, inizia con un magnifico trittico: lincalzante Slow, lintimidatoria Almost like blues, e la ballata Samson in New Orleans (che sembra uscire dalla penna di Tom Waits). Meno a fuoco sembra il gruppo centrale composto da A street, Did I ever love you, e Nevermind. Il dolce incedere country di My oh my ed il gospel laico di Born in chains rimettono però in carreggiata il disco prima della conclusione. Conclusione lasciata a una You got me singing che, già dal solo attacco (una chitarra acustica e un violino), si fa riconoscere come puro Leonard Cohen dannata: un dolce commiato che fa venir voglia di riascoltare tutto da capo.

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22.09.2014

Di solito non ci occupiamo di grandi mostre, ma questa volta è diverso - questa volta si tratta di Marc Chagall, il pittore che ha saputo creare immagini permeate di leggerezza, stupore e meraviglia nonostante una vita costellata di tragedie storiche e personali. È Palazzo Reale, a Milano, a dedicargli la più grande retrospettiva degli ultimi 50 anni, con oltre 220 opere provenienti provenienti dai maggiori musei del mondo fra i quali il MoMa, il Metropolitan Museum di New York, la National Gallery di Washington, il Museo Nazionale Russo di S. Pietroburgo e il Centre Pompidou - oltre a 50 collezioni pubbliche e private che hanno generosamente collaborato. Appena inaugurata, l’esposizione copre l’intera carriera dell’artista, dal primo quadro, dipinto in Russia nel 1908, fino alle ultime, monumentali opere degli anni ’80. Un viaggio attraverso il Novecento e le sue vicende, ma anche attraverso i continenti del perenne esilio di Chagall (Russia, Europa e Stati Uniti) e le influenze che danno forma alla sua arte – la cultura ebraica, quella russa e quella occidentale. Lobiettivo? Svelare i due misteri che avvolgono le opere di questo artista unico e le rendono così meravigliosamente affascinanti: la loro coerenza stilistica, che le caratterizza dall’inizio alla fine nonostante Chagall abbia attraversato tutte le avanguardie del Novecento, e l’origine della poesia e della profonda umanità che ne scaturiscono, nonostante le vicende storiche sullo sfondo. Se questa imperdibile indagine sul linguaggio pittorico riuscirà almeno in parte a svelare qualcosa di nuovo su un artista indimenticabile , giudicatelo da voi. Fino al 1° febbraio 2015. Nellimmagine: Sopra la città, 1914-1918

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03.09.2014

Inutile negarlo, abbiamo un debole per i vecchi tunnel ferroviari di Londra. Ritrovarsi in profondità, sotto quelle volte di vecchi mattoni che rendono l’atmosfera gotica è un’esperienza al contempo spaventosa e affascinante. In questo caso, i tunnel sono quelli sotto la stazione di Waterloo, occupati fino a un anno fa da The Old Vic Tunnels, uno spazio di quasi 3.000 metri quadrati dedicati all’arte che ha ospitato evebti importanti come la première del film di Banksy, Exit through the Gift Shop. Conclusasi la felice stagione artistica dell’Old Vic Tunnels, oggi quello spazio incredibile è stato trasformato nel primo skate park al chiuso (e sotterraneo) di Londra, targato Vans. The House of Vans London è uno dei quattro skate park che il marchio di calzature sportive ha aperto nel mondo – gli altri si trovano a New York, Berlino e Mexico City – per promuovere la cultura dello skateboarding ma anche l’arte e la musica. Nel caso di Londra, la precedente vocazione di questi spazi non è dunque stata tradita: oltre a rampe e piste di cemento, ci sono aree riservate ai concerti, una galleria d’arte, quattro botteghe di artisti a canone gratuito, un café, un cinema e diversi bar. E per far sì che le attività svolte negli ex-tunnel diventino parte integrante della vita di quartiere, la gestione degli spazi è stata affidata a due associazioni non-profit locali.

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02.09.2014

C’era una volta il frasario, quel pratico libretto tascabile zeppo di frasi utili (da “come si arriva alla stazione” a “ti amo”) da imparare al volo per cavarsela visitando un paese di lingua straniera. Un oggetto decisamente retrò, in tempi di Global English, dal momento che ormai basta masticare un minimo d’inglese per essere capiti più o meno in tutto il mondo, e certamente nelle destinazioni più turistiche. Eppure la Penguin, gloriosa casa editrice inglese, continua a pubblicare i suoi frasari e addirittura ha rinnovato le copertine con una grafica dall’impronta squisitamente British - e retrò almeno quanto il concetto stesso di frasario. Così, sulla cover del frasario francese troverete un pattern di piccole Tour Eiffel, croissant, biciclette e bottiglie di champagne, su quello tedesco maggioloni e porte di Brandeburgo, su quello italiano torri di Pisa, gondole e pomodori e su quello spagnolo chitarre, ventagli e ballerine di flamenco. Quanto ai contenuti, sono stati anch’essi rinnovati e arricchiti, e ci sono anche una piccola grammatica, una guida alla pronuncia e un mini-vocabolario.

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19.08.2014

Gli italiani e il gioco del calcio: una storia d’amore che affonda le radici nella storia del paese, e che sempre di più sembra farsi nostalgica e rivolta verso il suo passato, come tutte le storie d’amore che durano da tempo. Calcio Retrò, a Milano, è un chiaro sintomo di questa struggente nostalgia – un luogo permeato di romanticismo, dove dimenticare per qualche ora le disavventure del calcio-business spulciando fra accurate riproduzioni delle maglie che hanno scritto pagine indelebili nell’olimpo del calcio mondiale contemporaneo. Nato da un’idea di Paolo Grechi, ex calciatore dilettante, grande appassionato dello sport nazionale e "sarto sportivo", Calcio Retrò è un luogo sospeso nel tempo in una Milano di vecchie fabbriche dismesse, quella della Bovisa, che per certi aspetti sembra essere rimasta ferma agli anni Sessanta. I ricordi emergono copiosi di fronte alla maglia del Grande Torino di Capitan Mazzola, o a quella del Milan campione d’Europa nel 1963. Ogni maglia ha una storia da raccontare e lascia spazio al desiderio d’indossare nomi e numeri gloriosi, tagliati e cuciti a mano su richiesta. Tutte le maglie sono riprodotte con dovizia di particolari, studiando tessuti originali, stemmi e colori. E poi ci sono le giacchette indossate dalle nazionali più importanti, al momento dell’inno prima della partita, e persino i palloni di un tempo, quelli di cuoio fatti a mano, che richiamano alla mente la mitica rovesciata di Pelè nel film Fuga per la Vittoria.

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18.08.2014

Avete presente l’immagine da cartolina dell’isolotto tidale di Mont Saint-Michel, che per qualche giorno all’anno sembra sorgere sulle acque quando l’alta marea sommerge la strada? Bene, imprimetevelo bene nella mente, perché da oggi quel paesaggio non sarà più lo stesso. Dopo tre anni di lavori è appena stato inaugurato un nuovo ponte che collega l’occasionale isola alla terraferma, destinato a sostituire la vecchia strada, la quale verrà definitivamente demolita (insieme ai parcheggi ai piedi del monte) entro l’autunno. L’obiettivo? Restituire a Mont Saint-Michel la sua natura insulare e proteggerlo dall’insabbiamento causato dall’accumularsi dei detriti – questo sì che avrebbe cambiato il paesaggio per sempre, collegando definitivamente il promontorio insulare alla terraferma - rispettando l’ecosistema di questo storico sito nonché Patrimonio dell’Umanità secondo l’Unesco. Progettato dall’architetto austriaco Dietmar Feichtinger, il ponte, lungo 760 metri e sostenuto da 134 pilastri, scorre a filo d’acqua fondendosi con il paesaggio “come una lama galleggiante", disegnando una line curva che segue la baia e offrendo nuove prospettive sulla rocca. Una volta terminato, l’anno prossimo, il progetto includerà una paserella pedonale trasparente e una zona percorribile dalle navette e dai calesse. Il parcheggio più vicino sarà quello “remoto”, a tre chilometri di distanza, e così finalmente il Mont Saint-Michel bisognerà conquistarselo rinunciando alla sedentarietà. Chissà che questo intervento, oltre a salvaguardare l’isola e l’estuario del Couesnon, non riesca anche a rendere questo luogo magico un po’ meno simile a un parco a tema.

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03.08.2014

Avete mai sentito parlare di binge-watching? È qualcosa che probabilmente vi sarà già capitato di fare in un periodo di vacanza o di malattia: guardare intere serie televisive dalla prima all’ultima puntata, dalla prima all’ultima stagione. Che caratteristiche deve avere una serie per reggere una maratona lunga un fine settimana o anche di più? Innanzitutto, dev’essere una delle vostre preferite - non importa che sia vecchia oppure recente, purché sia semplice procurarvela per intero. Episodi brevi e numerosi, come quelli di una classica sit-com, sono perfetti se prevedete frequenti interruzioni, mentre se potete concedervi casa vuota, aria condizionata, snack e bibite a profusione, è il momento giusto per mettervi in pari con le serie più corpose fatte di lunghi episodi e trame complesse. Se proprio non sapete da dove cominciare, ecco qualche idea che potrebbe tornarvi utile. House of Cards(durata episodio: 55 minuti; numero episodi: 26; stagioni: 2)Una dura e spietata lezione sulle dinamiche della politica americana, magistralmente interpretata da Kevin Spacey nel ruolo del politico senza scrupoli Frank Underwood - un antieroe del quale non potrete evitare d’innamorarvi - e da Robin Wright nei panni della sua degna e glaciale consorte. Orange is the new black(durata episodio: 51 minuti; numero episodi: 26; stagioni: 2)Scene da un carcere federale femminile. Piper Chapman conduce una vita tranquilla e perfettamente inquadrata nella upper-middle-class newyorchese quando finisce in carcere per un reato commesso dieci anni prima, accusata da una sua ex-amante implicata in un traffico internazionale di droga. Tratta da una storia vera.  Sherlock(durata episodio: 90 minuti; numero episodi: 9: stagioni: 3)Se credete che la letteratura vittoriana e CSI siano quanto di più distante possa esistere, ricredetevi. Questo bellissimo adattamento contemporaneo delle storie di Sherlock Holmes riesce a conciliare tecnologia, mistero e atmosfere gotiche sullo sfondo della Londra di oggi. Una goduria per gli occhi e per l’intelletto. Bates Motel (durata episodio: 47 minuti; numero episodi: 20: stagioni: 2)L’idea è di quelle geniali: costruire un prequel seriale del celebre film Psycho, approfondendo l’adolescenza di Norman Bates, il suo rapporto con la madre e le vicende che l’hanno portato a trasformarsi in uno spietato assassino. L’ambientazione, contemporanea seppur disseminata di riferimenti all’estetica anni Cinquanta e Sessanta, spiazza un po’, ma la suspense di stampo hitchcockiano non manca di certo. Wilfred(durata episodio: 22 minuti; numero episodi: 49; stagioni: 4)Forse la serie più folle e meno politically correct della storia, Wilfred racconta l’allucinogena amicizia fra un giovane uomo e il cane della sua vicina di casa, che egli vede però come un uomo vestito con un costume da cane. A voi immaginarne i risvolti assurdi. Raising Hope(durata episodio: 22 minuti; numero episodi: 88: stagioni: 4)Uno sprovveduto ventiquattrenne si ritrova a essere padre single dopo una sveltina con una serial killer, giustiziata di lì a poco. A crescere la piccola Hope lo aiuterà la sua sgangherata famiglia, composta dai genitori meno che quarantenni e dalla bisnonna affetta da demenza senile. Dopo My name is Earl, un altro capolavoro di surrealismo white trash firmato da Greg Garcia. Nella foto: Bates Motel

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30.07.2014

A Hékura, un’isola al largo delle coste occidentali del Giappone, negli anni Cinquanta non era difficile incontrare le affascinanti pescatrici di awabi, un particolare mollusco che costituiva la principale fonte di reddito principale dellintera comunità. Con i loro corpi giovani e forti, vestite solo di un succinto kuroneko, l’indumento tradizionale degli Ama, queste donne si immergevano nelle acque dell’Oceano fino a venti metri di profondità, in apnea, “armate” solo di una lama ricurva utilizzata per staccare il mollusco e portarlo in superficie per posarlo in un cesto galleggiante. Sono proprio loro, queste sirene giapponesi, le protagioniste della bella mostra che il MAO di Torino dedica a Fosco Maraini, etnologo, documentarista, intellettuale e orientalista di fama, a dieci anni dalle scomparsa. L’incanto delle Donne del Mare è un reportage fotografico realizzato da Maraini nel 1954, quando trascorse ben due mesi sulle isole di Hèkura e Mikurìa per documentare la vita degli Ama, un gruppo etnico di pescatori dai tratti culturali originali, seguendoli giorno dopo giorno nelle loro attività tipiche, tra le quali la più affascinante era senza dubbio la pesca dellawabi. Maraini rimase colpito dall’inconsapevole sensualità di queste donne pescatrici, il cui mondo sospeso giunge a noi attraverso gli scatti del grande orientalista, immagini che potrebbero appartenere a epoche lontanissime e che a meno settant’anni di distanza già ci parlano di un mondo che non esiste più, o quasi. Oggi, infatti, sono rimaste pochissime donne, ormai anziane, che praticano questa pesca, ma con attrezzature diverse e moderne. Fino al 21 settembre.

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29.07.2014

Ricordate l’ultima scena del film 8 ½   di Federico Fellini, quella in cui tutti i personaggi del film (e della vita del protagonista) ricompaiono in un girotondo circense? Sembra dovere molto a queste immagini il più recente lavoro di Alex Prager, giovane fotografa d’arte e regista americana, di Los Angeles, California. Alex si è imposta per le sue immagini ispirate all’universo cinematografico, realizzate su set, iper-reali e dense di riferimenti. Non fa differenza Face in the Crowd, una serie di enormi stampe esposte di recente a New York che riproducono scene di folla ambientate sullo sfondo di aeroporti, stazioni, spiagge, cinea, sale d’aspetto e altri luoghi pubblici. L’accurata messa in scena mescola abiti di diverse epoche, creando un’atmosfera familiare e allo stesso tempo irreale, e i punti di vista insoliti da cui sono immortalate le scene - ad esempio a volo d’uccello – sembrano focalizzarsi su alcuni visi in particolare, cercando di coglierne le storie e i mondi privati e interiori attraverso le espressioni del viso. Espressioni che apparentemente non sono rivolte ad accadimenti esterni, ma a pensieri solitari ed emozioni intime. Un modo davvero originale per parlare, attraverso l’arte della fotografia, di un’esperienza che appartiene, più che mai in quest’epoca tecnologicamente super-connessa, a chiunque si trovi a confrontarsi con la folla, sospeso fra l’indifferenza, l’osservazione esterna e il coinvolgimento. Individuare un “viso nella folla” è ciò che può connetterci con chi ci passa accanto, ciò che può rendere quell’impersonale moltitudine meno spaventosa e più umana, seppure inevitabilmente separata da noi. Ancora più interessante è il film che Alex ha girato contemporaneamente alla realizzazione degli scatti, che vede alternarsi sequenze in cui una bellissima e molto espressiva Elizabeth Banks (dalla celebre serie TV 30 Rock) osserva e poi si mescola con la folla e altre in cui alcuni dei personaggi di passaggio rivelano le proprie personalissime storie. Geniale e toccante.

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15.07.2014

Ti dicono che ti commuoverai osservando tuo figlio per la prima volta, che lo vedrai come il neonato più bello del mondo, che lo amerai all’istante, e alla follia. Ti dicono. Ma qual è la realtà effettiva dell’essere padri? A raccontarla con ironia, delicatezza e intelligenza è il fotografo inglese Philip Toledano,  che nel suo libro dal significativo titolo The Reluctant Father affida a parole e immagini di rara bellezza la sua esperienza di neopadre quarantenne. Tutto comincia con una neonata di nome Loulou che gli appare incredibilmente enorme, e con una strana sensazione di estraneità. E poi l’inevitabile domanda: “Com’è essere padre”? “Non questo granché, a dire il vero”. E i volti corrugati degli interlocutori. Notti insonni, pannolini, incomunicabilità, tua moglie che ti sostituisce con questo strano alieno. E tanto senso d’inutilità, perché per lei esiste solo la mamma. I pianti, rabbiosi e disperati quanto misteriosi, la voglia di lanciarla fuori dalla finestra, la paura di essere troppo vecchio quando lei avrà vent’anni, di vederla diventare dark, emo - o qualunque altra improbabile sottocultura giovanile ci sarà quando lei avrà vent’anni. Ma poi, poi qualcosa cambia, perché Loulou comuncia a parlare, a sorridere intenzionalmente, e allora papà Philip comincia a capirla, a trasformarsi da osservatore esterno a partecipante, da fotografo a papà. E sì, anche a mostrare a tutti pateticamente le foto di Loulou che conserva gelosamente nel telefonino.Finalmente una storia sincera, schietta, divertente e a tratti commovente sulla paternità. Imperdibile.

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30.06.2014

È opera dell’architetto cileno Smiljan Radic, il nuovo padiglione temporaneo della Serpentine Gallery appena inaugurato a Londra nei Kensington Gardens durante il London Festival of Architecture 2014, che rimarrà aperto fino al 19 ottobre. È ormai una tradizione quella che, ogni anno, chiama a Londra alcune delle firme più importanti e visionarie dell’architettura contemporanea (unica richiesta: che non abbiano mai lavorato prima in Gran Bretagna) per la progettazione del celebre Pavilion. Quest’anno, il padiglione si presenta come una massiccia forma cilidrica, resa quasi marziale dal rivestimento traslucido: l’intento è quello di ricordare una grossa conchiglia, sorretta da pietre mastodontiche. Così lo descrive Smiljan Radic, "Esternamente il visitatore vedrà un guscio fragile sospeso su grandi pietre di cava. Questo guscio, bianco, traslucido e in fibra di vetro, ospiterà un interno organizzato intorno a un patio vuoto, da dove la natura apparirà più bassa, dando la sensazione che lintero volume sia fluttuante. Di notte, grazie alla semi-trasparenza del guscio, la luce ambra attirerà lattenzione dei passanti come le lampade attirano le falene". Distribuito su una superficie di 350 metri quadrati, l’opera si trasformerà per quattro mesi in uno spazio multifunzionale perfetto per ospitare le "Serpentine’s Park Nights", otto eventi che coinvolgono arte, poesia, musica, cinema, letteratura e teoria, con tre opere commissionate agli artisti emergenti Lina Lapelyte, Hannah Perry e Heather Phillipson.

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22.06.2014

Che cosa rende un tavola unica ed elegante? Una pietanza ben presentata, una semplice tovaglia di fiandra ben stirata, un centrotavola semplice e originale. Ma la parte del leone, a dirla tutta, la fanno i piatti. C’è chi con noncuranza e praticità usa sempre gli stessi, e chi invece ha una vera propria ossessione (magari collezionistica) per i piatti più strani, disegnati con estro e inventiva, realizzati con materiali insoliti, grafici, iconici, ecosostenibili, robusti oppure fragili, colorati oppure monocromatici a seconda dell’uso. Inutile dire in quale categoria ricadiamo; meglio far parlare questa piccola selezione di spunti e ispirazioni. Fiskamin (Olof Bäckström per Fiskar, 1961)130 pezzi tutti in melamina, in 10 colori, disegnati e concepiti quando la TV trasmetteva in bianco e nero, in un’epoca in cui la plastica era ancora considerata all’avanguardia. Quest’anno, mentre l’azienda finlandese Fiskar festeggia i suoi 365 anni di attività, ci accorgiamo di quanto siano ancora belli questi coloratissimi pezzi dal design minimalista e funzionalista, al punto che vorremmo averne una riedizione da portare in tavola. Tac – Big Cities (Kilo + Big per Rosenthal, 2014)Questa bellissima rivisitazione dei piatti TAC di Walter Gropius, di concezione Bauhaus (1960), aggiunge a un design già essenziale e geometrico i profili di alcune grandi città fra cui Copenhagen, Londra, Berlino, Parigi e New York, tracciati in blu su porcellana bianca. Riuscite già a immaginare anche voi che cosa servirci dentro? Seams (Benjamin Hubert per Bitossi Ceramiche, 2014)Ecco quello che si definisce un centrotavola convincente: d’ispirazione chiaramente industriale, questi contenitori dalle forme classiche svelano dettagli legati alla loro stessa produzione, in particolare le cuciture grezze lasciate in vista. Colori primari in abbinamento e finiture opache li rendono particolarmente irresistibili all’occhio contemporaneo. Graft (Qiyun Deng, 2013)Perché innamorarsi del progetto di diploma di un giovane product designer cinese? Perché unisce tecnologia, sostenibilità, fantasia e la giusta dose d’ironia. Queste posate e suppellettili biodegradabili in bioplastica realizzate con la stampante 3D conservano nella forma, nel colore e nella texture il ricordo dei vegetali dai cui derivano, in un virtuoso processo di upcycling. Un gambo di sedano non può forse essere un buon manico di forchetta? E una foglia di carciofo non è un perfetto incavo di cucchiaio? Foodscapes (Michela Milani, 2013)Mettere in tavola piatti usa e getta? Si potrebbe anche fare, se se ne producessero come questi. Foodscapes è un progetto che immagina la ricostruzione tecnica della materia alimentare di scarto, libera da additivi, conservanti, coloranti, addensanti, correttori e agenti artificiali. Questi piatti- guscio creati con scarti alimentari hanno la forma di un seme e, una volta utilizzati, possono essere sciolti in acqua e usati per concimare il terreno. Nella foto: TAC Big Cities

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17.06.2014

Può un libro salvarci la vita? Probabilmente no, ma di certo questo cofanetto di piccoli manuali di sopravvivenza può aggiungerle un tocco di speranza, di bellezza e di colore. Se come noi tendete a snobbare i manuali di autoaiuto, forse potete cominciare a ricredervi sul tema sfogliando uno di questi volumetti pubblicati dalla School of Life di Londra, un’associazione che mira a sviluppare l’intelligenza emotiva attraverso la filosofia, la letteratura, la psicologia e le arti visive – insomma  attraverso la cultura che è a disposizione di noi tutti - diretta nientemeno che da Alain de Botton. Ok, lo ammettiamo: ci hanno colpito perché sono bellissimi. Però, approfondendo la questione, ci siamo accorti che a volte giudicare un libro dalla copertina può essere la scelta giusta. I testi del confanetto trattano dei temi più disparati – dal rapporto con la natura all’invecchiamento, dalla solitudine alle avversità, dall’attività fisica alla salute emotiva – e lo fanno attraverso le idee degli scienziati, dei filosofi, degli artisti raccolte da alcuni dei massimi esperti del settore a partire da una semplice domanda: how to? Come affrontare ciascuna di queste situazioni? Fra gli autori ci sono giornalisti, professori, sociologi e scrittori. Se masticate l’inglese, siete appassionati di grafica e lettori appassionati, questo cofanetto è per voi.

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01.06.2014

Il Museum of London è sempre ricco d’iniziative interessanti. Questa volta, l’occasione per farci un salto è una mostra fotografica dal sapore nostalgico come sanno essere soltanto le vecchie foto in bianco e nero di Londra, quelle scattate per le le strade della città, nelle stazioni, nei mercati, nei parchi. Sono proprio queste immagini, riflesso di un’epoca, le protagoniste della mostra a ingresso gratuito dedicata a Bob Collins (1924-2002), fotografo freelance che per mezzo secolo ha ritratto la sua città, prima a livello amatoriale e poi professionalmente. Delle 265 immagini donate al museo dalla famiglia di Collins, scattate fra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta, la curatrice Anna Sparham ha selezionato quelle accomunate dal soggetto: la folla, ritratta con un’insolita capacità d’individuare un singolo soggetto fra gli altri, isolando espressioni e cogliendo momenti densi di umanitàCinquanta fotografie e centinaia di personaggi immortalati nei luoghi più iconici della città e sullo sfondo di eventi storici  – dallo Speaker’s Corner di Hyde Park ai campi di Wimbledon, dalle manifestazioni contro la guerra in Vietnam al matrimonio di Carlo e Diana. E per chi non può vederle dal vivo o desidera acquistare qualche stampa, sullo store online del museo c’è una bella e ampia selezione dei lavori di Bob Collins.  Nella foto: un bambino in attesa di partire dalla stazione di Waterloo, circa 1960

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18.05.2014

Il Teatro dellOpera di Roma sarà nei prossimi giorni in tour in Giappone. Il Teatro romano è una delle eccellenze dellItalia ed uno dei teatri più rinomati al mondo. Nella sua lunga storia ha ospitato grandi musicisti, cantanti e direttori, tra i quali  nomi come Mstislav Rostropovich, Maria Callas, Herbert von Karajan, e Thomas Schippers, e sta per affrontare un tour in Giappone. Lorchestra romana presenterà al pubbico nipponico due dei drammi verdiani più importanti – Nabucco e Simon Boccanegra – sotto la direzione di Riccardo Muti e con un cast di cantanti prestigiosi. Tra questi ci sono Francesco Meli e Luca Salsi, due dei più grandi talenti del mondo operistico italiano. Francesco Meli è una giovane tenore belcantista che – tra i suoi diversi ruoli – ha vestito i panni del Duca in Rigoletto, del Conte dAlmaviva nel Barbiere di Siviglia e di Alfredo ne La Traviata in teatri come il Metropolitan, la Royal Opera House e lArena di Verona. Al Tokyo Bunka Kaikan interpreterà il giovane amante Gabriele Adorno in Simon Boccanegra. Questa è una delle più belle arie del Boccanegra, “Cielo di stelle orbato”, cantata da Meli. Luca Salsi, baritono, è da anni uno dei cantanti preferiti di Riccardo Muti: non solo ha cantato I Due Foscari ed Ernani sotto la direzione del Maestro italiano, ma Muti lha fatto anche debuttare come Macbeth nellomonimo dramma di Verdi con la Chicago Symphony Orchesra nel 2013. A Tokyo si esibirà nella parte di Nabucco. Ecco un esempio del canto di Salsi in questa stessa opera. Inoltre, il pubblico giapponese avrà anche la fortuna di ascoltare uno dei più famosi soprani italiani, Barbara Frittoli: la Frittoli ha condiviso il palcoscenico con stelle dellopera del calibro di Placido Domingo, Jonas Kaufmann e Anna Netrebko (ma non solo), e darà un recital – con brani di repertorio francese e italiano – alla Tokyo Opera City Concert Hall.

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13.05.2014

Il nuovo film di David Cronenberg, Maps to the Stars -la storia di una famiglia disfunzionale hollywoodiana - sarà in concorso al Festival di Cannes 2014. Sono trascorsi quasi vent’anni da La Mosca, il più grande successo di Cronenberg al botteghino, e molto è cambiato da allora. Il regista canadese non è più il cineasta che garantiva, con pellicole come Rabid e Scanners, sequenze splatter e orribili mostri; i suoi personaggi, negli anni, hanno gradualmente guadagnato il centro della scena, mentre i mostri si sono fatti sempre più umani (come i malavitosi in A History of Violence e La Promessa dellAssassino) o risiedono ormai soltanto nella psiche dei protagonisti (come in Spider). Il nuovo Maps to the Stars continua comunque linvestigazione delle mostruosità umane tipica di Cronenberg, spostando lattenzione sullupper-class americana, come era stato con il precedente Cosmopolis. Ma se Cosmopolis era cupo e surreale, Maps to the Stars, con il suo ritratto fuori dagli schemi dello star system hollywoodiano, promette di essere tanto crudele quanto sarcastico: al centro della vicenda, una famiglia composta da uno psicoterapeuta televisivo, una figlia piromane, un figlio enfant prodige del cinema con problemi di droga e una madre che fa da manager a questultimo. Nel film non mancano scene esplicite (come quella in limousine tra Robert Pattison e Julianne Moore), rapporti pseudo-incestuosi e fantasmi di attrici morte. La prémière è attesa per il 19 maggio a Cannes.

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23.04.2014

Così ha risposto Akash Goel per spiegare il significato della gigantesca foto di 27 metri per 18 disposta su un campo nel nord del Pakistan e raffigurante una bambina di 9 anni. Quella anonima bambina nel 2009 è rimasta orfana a causa del bombardamento di un drone americano. “Not a Bug Splat” è una installazione darte progettata da un collettivo di artisti ed attivisti americani e pakistani (di cui fa parte anche Goel), e che comprende persino il francese JR, premiato nel 2010 con il Ted Prize grazie al suo progetto Inside Out. La motivazione dellinstallazione sta nel nome stesso: il Bug Splat (“insetto schiacciato”) è un software usato dal Pentagono per determinare i danni collaterali nei bombardamenti, ma anche - secondo Goel - il termine “con cui gli operatori dei droni Predator si riferiscono per indicare le persone uccise” negli attacchi. Di qui il doppio fine delliniziativa: simbolico – per ricordare allopinione pubblica che dietro ai numeri degli uccisi in questa lunga guerra al terrorismo ci sono volti e persone vere – ma anche pragmatico – per sensibilizzare i piloti dei droni, per ricordare loro che ogni volta che premono un tasto possono porre fine ad una vita innocente. Nella guerra hi-tech che il governo americano combatte contro Al-Quaeda, nel solo Pakistan dal 2004 ad oggi sarebbero stati uccisi 330 bambini a causa degli attacchi effettuati dai droni (secondo una stima di Amnesty International). Inoltre, la de-umanizzazione attuata grazie agli attacchi a distanza non rende i militari che manovrano questi bombardieri meno soggetti a ripercussioni psicologiche: uno studio della Difesa ha infatti rivelato che possono incorrere in problemi mentali come “depressione, ansia e stress post-traumatico” tanto quanto i piloti degli aerei convenzionali che hanno combattuto in Iraq ed in Afghanistan.

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21.04.2014

Il 28 Aprile uscirà Everyday robots, il primo album solista di Damon Albarn: a tre anni di distanza dallultimo disco a nome Gorillaz e a più di dieci dal fatidico addio dei Blur, Think Tank. Come sempre, alla vigilia delluscita di un album importante i siti ed i magazine di news  si sbizzariscono a scovare scoop e presunti gossip (magari rilanciati da twitter). Con Everyday Robots il copione si ripete: da James Blunt che accusa Albarn di nascondere le sue origini upper class (sul popolare microblog è aperta la discussione: http://t.co/gJgwrzd9Uj), alle dichiarazioni dellex frontman dei Blur su come leroina abbia stimolato la sua creatività in passato, fino alle ventilate possibilità non solo di un nuovo disco dei Gorillaz e dei Blur, ma persino di una collaborazione tra Albarn e lex rivale Noel Gallagher… Ma poi, in mezzo allo svagato chiacchiericcio delle Rete, si possono trovare anche i primi video postati su youtube contenenti quattro nuove canzoni tratte da Everyday Robots. Una di queste, Heavy Seas Of Love, è già di per sè già un piccolo evento, trattandosi infatti della prima canzone pop con una partecipazione vocale di Brian Eno da molti anni a questa parte: probabilmente la cosa più orecchiabile che il musicista/produttore britannico abbia fatto dai tempi della storica By this river. Gli altri tre clip contribuiscono a dipingere un ritratto preciso di tutte le esperienze musicali dellex Blur: si possono rintracciare le influenze world dei suoi album incisi con musicisti africani (Mali Music e Kinshasa One Two) in Mr. Tembo, la passione per campionamenti e melodie catchy tipiche dei Gorillaz nella title-track, mentre Lonely Press Play sembra voler vestire con abiti più moderni e cool le pagine più malinconiche  degli ultimi Blur. Ovvio il contributo – ormai scontato - del fedele iPad di Albarn, anche se non per registrarci lintero album questa volta (come era stato per The Fall dei Gorillaz), ma solo per girare il video di Lonely Press Play.

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15.04.2014

Dopo 6 stagioni sorprendenti, una delle più innovative serie televisive degli ultimi anni è arrivata al capolinea. La settima stagione di Mad Men, che ha debuttato domenica scorsa sulla rete americana AMC, svelerà probabilmente il destino del protagonista Don Draper; nell’attesa di poter vedere gli episodi, facciamo un breve recap di cosa è successo fino ad oggi a Madison Avenue. Nella prima stagione facciamo la conoscenza di Don Draper, un giovane, rampante pubblicitario degli anni 60 con un passato misterioso. Ma Don è soprattutto un coacervo di forza e di debolezze, sempre stretto tra vitalismo e nichilismo. Come la sequenza in cui afferma la sua visione della vita: “Luniverso è indifferente”. Nella seconda stagione, mentre alcuni personaggi acquistano sempre più rilievo, in primo piano assistiamo agli affari (turbolenti) della Cooper & Sterling e del matrimonio tra Don e Betty, sempre più misero. Nella terza stagione la narrazione di Mad Men comincia a farsi psichedelica - come il periodo che dipinge: la metà degli anni 60. Memorabile la celebre sequenza – ai limiti del gore – del tagliaerba, in cui un personaggio appena inserito nello storyline viene, letteralmente, falciato da una segretaria. Nella quarta stagione Don Draper è sempre più allo sbando. Dopo aver divorziato da Betty sembra volersi annullare tra alcool e sesso, per poi decidere di darsi una possibilità: taglia il suo consumo di alcolici e, sorprendendo tutti, sposa una ragazza appena conosciuta, Megan. Tra i nuovi abissi della vita di Don in questa stagione: la presentazione di una campagna pubblicitaria da ubriaco. Nella quinta e sesta stagione Don si allontana sempre di più dal proprio lavoro: quello che una volta lo rendeva unico, speciale - la sua straordinaria capacità di adattarsi e mentire - ora sembra pesargli sempre di più. Con Megan cerca di non ripetere gli stessi errori del primo matrimonio, ma le vecchie abitudini (linfedeltà e il vizio della bottiglia) riemergono. Nellultimo episodio lo vediamo concedersi, per la prima volta, un momento di verità e debolezza di fronte ai figli, quando li porta a vedere la vecchia catapecchia in cui aveva vissuto uninfanzia fino ad ora tenuta nascosta anche ai più cari. La settima stagione, che sarà strategicamente divisa un due sotto-stagioni di 7 episodi ciascuna, ha debuttato con il freno tirato. Nessun cambiamento sorprendente, nessun salto temporale inaspettato. Ma siamo propensi a credere che Matthew Weiner saprà dare a questa straordinaria creazione un finale degno dei suoi tanti estimatori.

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13.04.2014

Prendete un edificio storico a New York City e fotografate proprio lì davanti una modella in abito depoca - lepoca in cui quelledificio è stato costruito, sintende - e il risultato sarà un seducente saggio fotografico sulla storia della moda e dellarchitettura nella Grande Mela. Ma lequazione funziona soltanto se siete un grande fotografo di street style come Bill Cunningham, uno dei personaggi a cui Manhattan è più affezionata, uno che da cinquantanni - da prima che The Sartorialist e i suoi emuli fossero un pensiero nella mente dei loro genitori - percorre le strade della città per immortalare lo stile genuino e personale di chi le frequenta. Era il 1968 quando Bill, oggi un arzillo ottantacinquenne, si avventurò in un progetto della durata di otto anni per documentare le ricchezze architettoniche e la storia della moda di New York. embarked on an eight-year project to document the architectural riches and fashion history of New York City. Spulciando nei mercati, nelle fiere e nei negozietti dellusato di tutta la città, e facendo sopralluoghi in bicicletta per individuare le location più adatte agli scatti, diede vita a Facades, affiancando ai siti storici modelle — e in particolare a sua musa e collega Editta Sherman— in abiti depoca. Qualche anno più tardi, regalò 88 di quelle immagini alla New-York Historical Society, che proprio in questi mesi ha deciso di metterle in mostra. Oltre che per la bellezza delle immagini, lesposizione è particolarmente interessante per la sua "doppia" prospettiva storica - quella di un passato distante, legato alla storia degli edifici, e quella di un passato più recente, gli anni Sessanta, nel quale si colloca la realizzazione del progetto. Ma ciò che ci colpisce maggiormente è il divertimento, unito allamore per la moda e per larchitettura, che sembra trasparire da queste fotografie, come se Bill ed Editta le avessero scattate per pura passione e divertimento. Through June 15, The New-York Historical Society

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10.04.2014

Il Sudafrica è un paese in cui ricchezza e povertà convivono, ma di rado riescono a incontrarsi. Cè desiderio di aiutare, da parte delle persone, ma i più non sanno come concretizzare questa nobile intenzione, e per chi vive in strada chiedere lelemosina è unesperienza oltremodo degradante. Ecco perché Max Pazak e Kayli Vee Levitan dellagenzia pubblicitaria M&C Saatchi Abel di Cape Town, in collaborazione con il dormitorio The Safe Haven Night Shelter, hanno creato The Street Store, il primo temporary store senza una sede (e dunque senza un affitto da pagare) dove si regalano abiti e scare ai più bisognosi. Lidea è semplice quanto geniale, come lo sono tutte le idee più rivoluzionarie. The Street Store è un luogo dove donare è sicuro e ricevere semplice e piacevole; è un negozio pop-up fatto soltanto di poster dove chi lo desidera può appendere le sue donazioni, permettendo così ai senzatetto di spulciare fra i capi come in un vero negozio, di scegliere ciò di cui hanno realmente bisogno ma anche ciò che incontra i loro gusti. Non si tratta soltanto di offrire un aiuto, ma anche di regalare a queste persone unesperienza gratificante e dignitosa. Dopo aver aperto il primo negozio, i fondatori sono andati a caccia di donazioni sui social media, e in breve tempo la voce si è sparsa non soltanto in rete, ma anche sui media tradizionali come radio e televisione, generando pubblicità gratuita per un valore di diverse migliaia di dollari, con la conseguenza che ben 3.500 persone hanno potuto fare "acquisti" negli Street Shop di Città del Capo. Ma la povertà, purtroppo, è forse il più internazionale dei problemi, e così per estendere il progetto oltre i confini del Sudafrica Pazak e Levitan hanno atto in modo che fosse assolutamente open-source; in altre parole, chiunque può registrarsi sul sito, scaricare la grafica dei poster e aprire il suo negozio; fino ad oggi, circa 121 persone hanno fatto richiesta. Insieme ai poster, il sito offre anche alcune dritte su come procedere nel modo migliore, ad esempio collaborando con unorganizzazione locale che si occupi di senzatetto, richiedendo i necessari permessi per loccupazione del suolo pubblico e, non da ultimo, condividendo lesperienza attraverso le immagini. Ci auguriamo davvero che il mondo si riempia al più presto di questi temporary shop decisamente fuori dagli schemi.

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09.04.2014

La vita scorre a velocità molto diverse. In fondo allOceano, molti chilomentri al di sotto della superficie, un evento semplice come la divisione cellulare può impiegare interi millenni per compiersi. Ai nostri occhi, una simile forma di vita è sostanzialmente indistinguibile dalla pietra; daltro canto, per le creature che abitano quelluniverso, le nostre vite non durano che la frazione di un secondo. La percezione gioca un ruolo fodamentale, in tutto questo: le piante e i coralli ci appaiono immobili perché la loro velocità non è minimamente paragonabile alla nostra; eppure, se solo potessimo ossservare le loro vite in sincronia con le nostre possibilità percettive, ci renderemmo conto che piante, funghi, spugne, coralli, plankton e microorganismi sono assolutamente dinamici - crescono, si riproducono, si diffondono, si muovono verso le fonti di energia e si allontanano dalle condizioni sfavorevoli. Queste considerazioni tuttaltro che banali hanno spinto Daniel Stoupin, dottorando in biologia marina presso luniversità del Queensland e fotografo/videografo naturalista, a cercare un modo per mostrare al mondo la lenta vita di questi importanti organismi viventi che, seppure inosservati, svolgono un ruolo fondamentale nella biosfera, rendendo possibile la vita sulla Terra. E il modo Daniel  lha individuato nel time lapse, una tecnica fotografica che consente di mostrare un processo naturalmente lento a una velocità enormemente accelerata. Il risultato è un breve e affascinante video che ci svela un mondo del tutto nuovo, un mondo percorso da movimenti quasi ipnotici capaci di spettacolarizzare la vita dei coralli e dunque di renderli più comprensibili e vicini al nostro modo di vedere le cose. Lintento di questo giovane fotografo è decisamente nobile: risvegliare linteresse nei confronti della minaccia che limpatto negativo delluomo rappresenta per la vita marina. Già, perché proprio come fatichiamo a comprendere la lentezza  del mondo subacqueo, così stentiamo a renderci conto di quanto cambiamenti apparentemente minimi nei paramentri ambientali possano in realtà rivelarsi catastrofici per la sopravvivenza di spugne e coralli. Quello di cui sembriamo scordarci, però, è che - attraverso una lunga catena di connessioni -  il deteriorarsi delle barriere coralline finirà per rappresentare una catastrofe anche per noi. Perché in fin dei conti siamo sensibili al nostro habitat esattamente come le magnifiche e colorate creature immortalate nelle immagini di Daniel Stoupin.

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08.04.2014

Design. È senza dubbio questa la parola più pronunciata in questi giorni a Milano, che come ogni anno vede la sua popolazione aumentare esponenzialmente in occasione de Salone del Mobile e dell’ormai altrettanto amato e atteso Fuorisalone. Design, però, non significa soltanto oggetti, mobili e concetti astratti; il design è anche stile, abbigliamento, storia del costume. L’hanno intuito gli organizzatori della Milano Vintage Week, il primo evento alternativo e complementare al Salone che finalmente si concentra su questa particolare declinazione del design – quella degli abiti e degli arredi d’annata. L’agenda prevede, oltre agli espositori che proporranno i loro pezzi vintage a collezionisti e appassionati, anche una serie di incontri, mostre ed eventi dedicati allo stile, al bon ton e persino alla cucina. L’idea è infatti quella di riscoprire, accanto ad alcuni classici del fashion design, un vero e proprio sistema di valori senza tempo, capace di sopravvivere agli anni e alle mode passeggere. Come un capo intramontabile per bellezza e qualità, come la radicata cultura italiana del ricevere e dell’ospitalità, come il sublime e casalingo pranzo della domenica. Dal 9 al 13 aprile in via Piranesi 4, dalle11.00 alle 21.00

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01.04.2014

Cento ritratti di americani vissuti nellOttocento, realizzati in unepoca in cu fare una foto era un processo lungo, lento e meticoloso - lepoca deil boom del dagherrotip0, fra il 1840 e il 1850. Era il 1839 quando il pittore e sperimentatore Louis J. M. Daguerre svelò i segreti del primo e rivoluzionario metodo fotografico applicato, capace di cogliere "limmagine perfetta e lidentità" di una persona. E ben presto anche gli americani fecero proprio quel sistema, sperimentarono e riuscirono a migliorarlo, trasformando larte del ritratto fotografico in unattività diffusa e remunerativa. Comincia così la storia raccontata dalla mostra Daguerres American Legacy:  Photographic Portraits (1840 -1900) che sarà inaugurata al MIT Museum di Cambridge, in Massachusetts, il prossimo 18 aprile. Ed è una storia affascinante raccontata per immagini, quelle della collezione di William B. Becker, appassionato di fotografia primitiva e direttore dellAmerican Museum of Photography, un museo online che rappresenta una vera e propria risorsa per chi desidera andare alle radici di questarte. La mostra, che ha come obiettivo principale quello di far emergere la creatività e linventiva dei primi autori americani di dagherrotipi, comprende anche lunico ritratto conosciuto proveniente dal primo studio fotografico della storia, oltre a una selezione di rare immagini che ritraggono gli americani al lavoro, impegnati in occupazioni ormai estinte come lo strillone, lebanista o il telegrafista. Nellepoca di Instagram e della fotografia istantanea da smartphone, guardare queste immagini così vive, intense e affascinanti ha un effetto a dir poco spiazzante. E viene quasi da chiedersi se, nel caso specifico della fotografia, levoluzione tecnologica non sia in fondo che un vano tentativo di riprodurre ciò che era già perfetto allorigine.

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26.03.2014

Avete presente quelle enormi facce colorate dal profilo un po’ inquietante che campeggiano su ciò che resta del muro di Berlino lungo il tratto di strada noto come East End Gallery? A immaginarle e disegnarle fu un ragazzo francese, Thierry Noir, che da Lione si era trasferito a Berlino nel 1982, attratto come tanti artisti – David Bowie, Iggy Pop e Nick Cave, tanto per fare qualche nome – dal clima difficile ma creativo e affascinante della città divisa. Il caso volle che Tierry finisse in uno squat affacciato sul muro, e così, a partire dal 1984, cominciò a dipingere sistematicamente sezioni del muro, chilometro dopo chilometro, utilizzando vernici e colori che recuperava dai cantieri edili della zona. I suoi disegni erano vividi, colorati, tanto che qualcuno lo accusò di essere stato incaricato dal governo di “abbellire” il muro; ma l’idea di Thierry era, al contrario, quella di reagire alla tristezza e allo squallore di quel simbolo dell’oppressione di un popolo. E lo faceva con impegno, dipingendo cinque giorni a settimana e mantenendosi con piccole opere su cartoncino che vendeva ai ristoranti della zona. Perché vi stiamo raccontando questa storia? Perché a Londra, e più precisamente a Shoreditch, presso la Howard Griffin Gallery, si aprirà il 3 di aprile la prima retrospettiva su Thierry Noir, con alcuni dei suoi lavori originali esposti sulla copia di una sezione del muro, insieme a opere più recenti, fotografie, filmati e interviste. Negli anni, infatti, le opere di Thierry acquisirono popolarità, comparvero sulla copertina di un album degli U2, in un film di Wim Wenders e infine, dopo la caduta del muro, intere sezioni di muro da lui dipinte finirono nelle collezioni d’arte pubbliche e private di mezzo mondo. Anche la tempistica della mostra non è casuale: quest’anno, la Germania festeggia il venticinquesimo anniversario della caduta del muro. Fino al 5 maggio.

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23.03.2014

Un perditempo, un esploratore, un fine osservatore e conoscitore della strada. Che cos’è, esattamente, un flâneur? Affascinante figura letteraria e a suo modo mitologica, il flâneur compare nelle poesie di Baudelaire e nelle pagine di Walter Benjamin, ed è proprio a quest’ultimo che si è ispirata Ellen Keith, talentuosa visual e Interaction designer californiana, per realizzare The Guidebook to Getting Lost, una piccola e graficamente impeccabile guida tascabile che insegna come perdersi nella propria città. Nel suo libro autobiografico Infanzia berlinese intorno al Millenovecento, Benjamin esplora il concetto di flâneur descrivendolo proprio coe colui che vaga senza una destinazione precisa. Uno spunto interessante per concepire gli spazi urbani in modo diverso, per tentare di lanciarsi in una sorta di "safari" nella città, incuranti dei nomi delle vie e di qualsivoglia indicazione stradale. Ma Helen ha fatto di più, ha fondato una vera e propria Flaneur Society che accoglie chiunque abbia una naturale propensione a esplorare le crepe più nascoste della città, quei luoghi insoliti che, molto spesso, si trovano inosservati proprio sotto il nostro naso. Un invito a vivere la giungla urbana con lentezza e ponderazione, a perdersi per accogliere l’inatteso.

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18.03.2014

Se non è la casa più piccola del mondo, certo ci va molto vicino. Perché le misure della Window House, in Giappone, lasciano davvero sbalorditi. In piccolo, si intende.Che le tiny house stessero diventando una nuova soluzione dell’abitare in un periodo di crisi e di attenzione ai temi green ce ne eravamo accorti. Ma gli architetti dello studio nipponico Yasutaka Yoshimura con la Window House si sono davvero superati. Graziosa e luminosissima (anche perché le finestre occupano praticamente l’intera superficie della casa), Window House si trova lungo la costa nipponica, precisamente a Kanagawa, nella baia di Enoshima, dalla quale si scorge la sommità del Monte Fuji. Costruita su una striscia di terra fra il mare e la strada, è sorretta da quattro pilastri di cemento che la proteggono dalle alte maree. Si entra attraverso una scala a blocchi, che introduce immediatamente alla sala da pranzo con cucina. Tutti gli interni, di un bianco accecante, sono dislocati su tre piani, collegati da scale e soppalchi. La casa è sostanzialmente un parallelepipedo di 3 x 8 metri, il 60% della cui superficie è calpestabile, e ha tutto ciò che serve per stare bene senza troppi fronzoli, finestra sul mare compresa. Gli architetti, progettandola, hanno pensato anche a non privare le abitazioni che sorgono dietro la Window House della loro vista sul mare. “Sembrava difficile riuscire a evitare di bloccare la vista al resto del quartiere. Così ho progettato una grande apertura della stessa dimensione di quella sul lato mare sul lato strada, in modo che lo sguardo possa passare attraverso l’edificio, in assenza dell’inquilino” ha detto Yoshimura. Ecco così che le due grandi vetrate affacciano una sul mare e una sulla strada, creando la sensazione di trovarsi all’aperto pur stando in casa.

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11.03.2014

Un villaggio costiero del Sudafrica, telai ottocenteschi, un artigiano che colleziona antichi volumi sulla tessitura e un vecchio edificio di mattoni rossi. C’è tutto quello che serve per affascinare nella storia e nell’attività di Mungo, un’azienda che ha la rara possibilità di curare i suoi prodotti – lenzuola, biancheria per la casa e per la persona - dall’idea creativa fino alla vendita. Fondata nel 1998 dal mastro tessitore Stuart Holding, Mungo ha il suo quartier generale a Plettenberg Bay, dove Stuart crea i suoi tessuti, realizza prototipi sui telai ottocenteschi, li testa personalmente e infine avvia la produzione nel piccolo tessificio di sua proprietà, servendosi di materie prime rigorosamente etiche. Il risultato è bellezza pura, associata a durevolezza e qualità tattile – tutti criteri che guidano la produzione. Dai grembiuli da cucina alle tovaglie, dalle lenzuola agli asciugamani e ai teli da mare, tutto ha un aspetto che si distacca miracolosamente dai prodotti di massa. Ma dove si possono comprare i prodotti Mungo? Da Mungo Retail, il negozio ospitato nello storico edificio di mattoni dell’Old Nick Village, oppure online.

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04.03.2014

Per la maggior parte di noi sono oggetti banali. Forbici che ci servono per tagliare una stoffa, biscotti integrali che addentiamo distrattamente, acini d’uva da mangiare a fine pasto o noci da condividere durante le feste di Natale. Per lui, invece, sono piccoli, indispensabili tasselli di un quadro più ampio. Sono frammenti d’arte, armonici e inaspettatamente pregni di bellezza. Perché l’arte di Victor Nunes scorge la magia là dove noi, spesso ciechi, vediamo solo “cose”. Piccole cose di poco conto, che ognuno di noi tiene in casa. E pensare che basterebbe aprire un cassetto, o curiosare dentro il frigorifero, per scoprire che l’arte si nasconde ovunque il nostro sguardo sappia cogliere una scintilla di magia. È forse questo il messaggio più sorprendente, nella sua assoluta semplicità, dell’artista portoghese che oggi vive a San Paolo in Brasile, ha 65 anni ma conserva in splendida forma il suo sguardo bambino sul mondo. L’espressione artistica di Nunes, in gergo, si definisce pareidolia, ovvero quellistinto inconscio che ci spinge a vedere oggetti e volti noti laddove in teoria dovrebbero esserci solo forme casuali. Protagoniste delle sue opere d’arte sono proprio queste forme casuali racchiuse in oggetti di uso quotidiano che, inserite allinterno delle illustrazioni davvero uniche scaturite dalla penna di Victor, danno vita a mondi fantastici, bizzarri e spesso permeati d’ironia. Così, un paio di forbici si trasforma in una bicicletta, mentre un pezzo di lattuga si presta perfettamente a dare la forma a un opulento abito da sera. I fondi di caffè rimasti nella tazza sono gli occhi buffi di un altrettanto buffo personaggio, e un pop-corn assomiglia a un piccolo elefante. Un’arte del quotidiano che c’invita a guardarci attorno e a leggere il mondo con la mente aperta e gli occhi creativi di un bambino.

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02.03.2014

Nel corso della sua turbolenta e travagliata storia, Londra ha cambiato spesso volto. E se cè un posto dove chiunque può farsi unidea di come doveva apparire la città nelle diverse epoche, quello è senzaltro il Museum of London, unistituzione filantropica fondata da una serie di organizzazioni e soggetti privati, fra i quai la City of London - soprattutto da quando sono state inaugurate le nuove sale dedicate alla città moderna, dove è esposta una straordinaria collezione di fotografie storiche che documentano la quotidianità e gli eventi cruciali degli ultimi due secoli. Qualche anno fa, il museo ha lanciato per auto-promuoversi una geniale app che offre agli utenti una prospettiva unica sulla città, aprendo una sorta di finestra sul tempo per accostare immagini della nuova e della vecchia Londra. Per intraprendere questo affascinnate viaggio nel tempo basta inquadrare uno dei tanti siti presenti sulla mappa con la fotocamera del proprio smartphone, o utilizzare il GPS per localizzare limmagine disponibile più vicina; a quel punto, StreetMuseum farà apparire in parziale sovrapposizione alla scena di vita contemporanea unimmagine storica di quelo stesso luogo così comera cento o più anni prima. Volendo, si può anche approfondire aprendo la scheda relativa a quella particolare immagine, per avere qualche informazione in più sulla storia della città e di quel luogo in particolare. Recentemente aggiornata, la app (rigorosamente gratuita) è stata arricchita con oltre nuove 100 immagini appartenenti alla collezione del museo, scattate fra il 1863 e il 2003. Buon viaggio!

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18.02.2014

È capitato a tutti di sentirsi un po’ a disagio dopo aver passato la mattinata a leggero o lavorare in un bar con lo stesso caffè ordinato ore prima. E se invece del caffè si potesse pagare il tempo trascorso al tavolo? Le cose sarebbero molto più chiare e meno complicate, e l’atmosfera sicuramente più rilassata. Si può leggere anche in questa chiave il successo di Ziferblat, la catena russa di spazi aperti a tutti dove ogni cose - cibo, bevande rigorosamente non alcoliche, elettricità e internet - è gratuita, ma in compenso si paga il tempo trascorso sul posto – per la precisione, un rublo al minuto (e 3 pence al minuto nella sede Londinese di Shoreditch). Ma Ziferblat, fondato a Mosca da Ivan Meetin, è molto di più di un caffè “a tempo”: si tratta in realtà di uno spazio dedicato alla socialità, alla cultura e anche al lavoro. Lo si può interpretare come un salotto condiviso in cui incontrare persone, bere e mangiare qualcosa e scambiare due parole, come una location per iniziative culturali e anche come un co-working. Chiunque lo frequenti, diventa in qualche modo proprietario di una piccola parte dello spazio, e s’impegna a rispettare gli altri frequentatori, a contribuire al buon funzionamento del tutto, a proporre iniziative e miglioramenti. In altre parole, entra a far parte di una ‘comunità’ – una parola importante in un’epoca nella quale tutto, comprese le migliori occasioni di lavoro e di conoscenza, si basano sul networking e su reti di contatti reali e virtuali. Non per nulla il suo fondatore definisce Ziferblat “un social network nella vita reale”. A oggi, questo franchising atipico conta una decina di sedi indipendenti ma unite dal concetto di base, di cui una sola fuori dalla Russia, a Londra. Ma è prevedibile che il suo concept informale, meno rigido e strutturato dei tradizionali co-working, possa attecchire anche nel resto d’Europa e del mondo.

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17.02.2014

Lidea dimparare il cinese vi alletta ma vi appare come unimpresa impossibile? In effetti, la lingua cinese è da sempre considerata una delle più difficili al mondo, soprattutto per via della quantità e della complessità dei suoi caratteri. In realtà, però, basterebbe riuscire a impararme qualche centinaio per sviluppare una comprensione basilare della lingua, e magari, perché no, per riuscire a leggere un po di letteratura e approfondire la cultura cinese. Parte proprio da questidea Chineasy, un interessante progetto educativo e sociale che ha appena vinto il prestigioso premio di design “Life-Enhancer of the year” conferito dalla rivista Wallpaper. Lidea di base è quella di premettere a tutti dimparare facilmente il cinese associando i caratteri a delle semplici immagini, disegnate dal talentuoso grafico e illustratore israeliano Noma Bar. Idealmente, grazie a questa comprensione basilare della lingua, gli occidentali - e soprattutto coloro che sono interessati a comprendere meglio uno dei paesi più influenti del mondo - potranno capire e apprezzare meglio la cultura cinese. Il metodo di apprendimento si basa sul principio delle costruzioni  - imparando a riconoscere una serie di "mattoncini", gradualmente si cominciano a costruire parole e frasi, riuscendo così a decifrarne centinaia senza troppo sforzo e superando finalmente quella sorta di "muraglia" che la lingua rappresenta per chiunque voglia stabilire una comunicazione efficace e profonda fra la cultura occidentale e quella cinese. Un sistema tutto sommato molto semplice, che ha trasformato rapidamente Chneasy nel metodo di apprendimento della lingua cinese più popolare sui social network Chineasy nasce dalla mente di ShaoLan, imprenditrice dallanimo artistico nata a Taiwan ma trapiantata a Londra, con un curruculum davvero impressionante: autrice di diversi best-seller in tema di software, co-fondatrice della principale realtà taiwanese legata al web negli anni Novanta, negli ultimi anni ha finanziato e  lanciato diverse start-up nel settore dellIT e fa parte dei comitati consultivi e di amministrazione di diverse organizzazioni no profit inglesi. Se siete curiosi di tentare il metodo, potete farlo sul sito di Chineasy oppure prenotare una copia del libro in uscita a breve.

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03.02.2014

Avreste mai pensato di potervi fare un maglione con una lana prodotta nel cuore di Londra? Strano a dirsi, oggi è possibile. Ma cominciamo dall’inizio: c’è un posto in città il cui nome sembra evocare una storia affascinante: è l’Isola dei Cani, nell’East End – in realtà una penisola circondata per tre lati dal Tamigi. Ex palude bonificata per ben due volte, poi zona popolare e infine sede prescelta per il prestigisoso complesso del Canary Wharf, probabilmente deve il suo insolito nome a Enrico VIII, che qui teneva i suoi cani da caccia. Ma la Isle of the Dogs è particolarmente cara ai Londinesi anche per via di un grande spazio verde che ha occupato il cuore della penisola: è la Mudchute Park and Farm, un’area di quai 13 ettari aperta al pubblico con una vista fantastica sulla città. Mudchute è a tutti gli effetti una urban farm, una delle più grandi in Europa, dove si allevano animali e si preserva la vegetazione spontanea. Ed è proprio qui che si allevano le pecore da cui nasce la lana made in London, naturalmente prodotta in quantità limitata, lavorata e cardata dalla Natural Fibre Company in Cornovaglia e venduta online a chiuque desideri testarne l’alta qualità per i suoi esperimenti di knitting. Esiste forse qualcosa di più insolito e ricercato di una lana metropolitana?

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02.02.2014

Quante cose di noi potrebbero svelarci i nostri vecchi orsacchiotti, se solo avessero il dono della parola. Testimoni silenziosi di un’età perduta, protagonisti di avventure vere e sognate, unico conforto nelle notti popolate di paure indefinibili… Le loro pellicce consumate, gli occhi cadenti e i nasi malconci hanno tante storie da raccontare, storie intime e spesso taciute o abbandonate anch’esse al logorio del tempo. Ma per una volta qualcuno ha deciso di raccontarle, per parole e per immagini: è un fotografo di nome Max Nixon, che li ha raccolti e, in un certo senso, “schedati”, con tanto di foto, età, misure e biografia. Il risultato è un libro dal titolo Much Loved in grado di commuovere anche il più arido degli ex-bambini, denso d’immagini dove questi piccoli animali imbottiti, per quanto miseri, malconci e malandati, prendono vita e dignità, osservandoci dalle pagine con un’aria al contempo accusatoria e malinconica. Le storie raccontano di passaggi dai padri ai figli e ai nipoti, di notti trascorse fianco a fianco e di viaggi attorno al mondo intrapresi insieme. E sono tutte alquanto curiose - da quella di Bobo, l’orsetto di pezza bianco e azzurro spedito a Max dal suo proprietario dopo aver sentito del suo progetto fotografico alla radio, a quella di Teddy Moore, l’orsacchiotto di 43 anni con il muso consumato dai baci. Nella foto: Teddy, età 77 anni, altezza 19 pollici, proprietà di Ken Nixon e Calum Nixon

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28.01.2014

Mare e cielo, la costa che simmerge lentamente nelle acque, un orizzonte infinito che sfuma nella notte stellata. Le immagini di Alessandro Puccinelli, fotografo innamorato delloceano, sono pittoriche e dense di poesia e di significato. Nella bellissima serie A Van in the Sea, lelemento naturale fa da contorno a un protagonista motorizzato, un piccolo camper che da qualche anno percorre le coste del sud del Portogallo accompagnandolo nelle sue avventure fotografiche. Proprio così, perché nel 2011 Piccinelli ha acquistato un camper, un vecchio ma ben costruito Hymer 1983, e da allora passa la metà del suo tempo a bordo di questa piccola casa su quattro ruote per portare a termine i suoi progetti personali. "Tutti i miei lavori fotografici di ricerca personale hanno come soggetto loceano", spiega Alessandro, "e in questo modo posso passare una buona parte dellanno a stretto contatto con il soggetto dei miei lavori. Sono momenti in cui mi dimentico del passato e del futuro, momenti in cui ha valore solo il presente, lattimo vissuto". Ma A Van in the Sea racconta anche di una fuga parziale dalla città, per inseguire uno stile di vita più scarno e autentico alla ricerca di una solitudine che è, in realtà, pieno contatto con se stessi e con la natura. Ed è proprio alla natura che queste immagini semplici eppure potenti lasciano la scena, immortalando la notte, le costellazioni e i riflessi argentei dellacqua. Al cospetto di tanta maestosità, minuscolo come luomo di fronte alla volta celeste, cè il piccolo Hymer con i finestrini illuminati, occhi spalancati sulla notte stellata.

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22.01.2014

Made In Italy: un marchio di significato, da sempre sinonimo di qualità dei materiali e della fattura. Perché, allora, non appropriarsi del concetto, creando altrove un brand dalle connotazioni analoghe? È quello che, negli ultimi tempi, sta facendo un forte movimento in Gran Bretagna, allo scopo di riportare in auge realtà di produzione locali che rischiano altrimenti di scomparire nel nulla, fagocitate dalla macchina del fast fashion. E se Made In Britain non fa pensare immediatamente a quello stile innato e senza tempo che la moda italiana vanta, quando si tratta di tessitura la qualità è fuori discussione. D’altronde, la storia ci insegna che la rivoluzione industriale è scoppiata proprio nel nord dell’Inghilterra, grazie allautomatizzazione (fra le altre cose) dei telai. La lana delle British Islands è pregiatissima. E i tessuti che ne derivano, dal tartan al tweed, sono veri classici. Perdere tutto questo sarebbe impensabile per qualcuno come Daniel Harris, il giovane e visionario fondatore della London Cloth Company, il primo (e finora unico) micro-mill con sede a Londra. È ovvio che Daniel lavora per passione: basti sentirlo raccontare la sua storia per capire quanti ostacoli affronta quotidianamente per produrre pochi metri di tessuto alla settimana. Perché, tanto per iniziare, li produce su telai vintage, che raccoglie pezzo per pezzo in giro per tutta la Gran Bretagna, salvandoli spesso dall’arrugginimento nel fienile di isolate fattorie, accumulando negli anni un piccolo arsenale di macchinari e pezzi di ricambio tutti decisamente fuori catalogo. E poi, perché lavora solo con lane locali – spesso difficili da reperire in quantità e qualità costanti, e sempre a prezzi proibitivi. Eppure, il risultato è un catalogo di tessuti classici ma decisamente senza tempo. Seppure entrare nella sala dei telai sia come fare un passo indietro nella storia (incluso lo stile personale di Daniel, che veste come un personaggio di Downton Abbey), sono piccole realtà come London Cloth the stanno dando speranza al futuro del Made In Britain. Il Made In Italy non ne ha paura: al contrario, ci piace pensare che anche nel resto d’Europa c’è chi lavora per una nuova rivoluzione - la rivoluzione Slow.

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21.01.2014

Promuovere i benefici portati alla società da scienza e tecnologia, promuovendo la diffusione di queste ultime e offrendo così all’intera comunità la possibilità di partecipare in prima persona allo sviluppo scientifico del proprio Paese. È questo, in poche parole, l’ambizioso obiettivo della Fundación Parque Científico de Murcia, in Spagna, un progetto ambizioso frutto della collaborazione fra imprese, università e scienziati. A rendere realtà un’idea tanto nobile è oggi il nuovo parco tecnologico spagnolo voluto dal governo regionale della Murcia, progettato dallo studio spagnolo Retes Arquitectos. Fisicamente, l’edificio si compone di tre blocchi tutti giocati sulle trasparenze e le simmetrie, che si snodano intorno a un cortile aperto su un pendio ombreggiato da pini e affacciato sulla valle. Una struttura che ha anche un significato simbolico molto evidente. Da un lato c’è la scelta di linee geometriche e ripetitive, che trasmettono un’idea di razionalità ordinata e di rigore scientifico. Dall’altro, quella di una forma che accoglie (il cortile) e si apre all’esterno diventando tutt’uno con un paesaggio che rispetta e riconosce, che allude all’intento di diffondere e condividere il sapere. Il progetto è poi stato concepito per limitare al minimo l’invasività, preservando la vegetazione preesistente e recuperando edifici dismessi. A vederlo di giorno, il parco scientifico si presenta come un contenitore leggero, ricoperto di lastre brillanti. Ma di notte la Fundación Parque Científico de Murcia acquista fascino svelando la sua anima trasparente. All’interno sono stati piantati glicini e viti rampicanti che chiudono il patio e presto si trasformeranno in un’immensa parete vegetale.

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22.12.2013

Natale in famiglia, poi libero sfogo alle brevi fughe culturali verso le capitali del mondo. Questo mese, dunque, la nostra agenda è tutta dedicata a chi volesse visitare qualcosa d’interessante durante le vacanze. Per gli amanti dell’arte contemporanea, imperdibile la mostra dedicata a Paul Klee presso la Tate Modern di Londra. L’arte di Klee, artista del Modernismo, sarà un punto di partenza per gli artisti che verranno dopo di lui e che apriranno la strada all’Astrattismo. La mostra si snoda in un percorso cronologico nel quale sono raccolte le maggiori opere dell’artista ma anche disegni e acquerelli, sempre all’insegna dei suoi colori preferiti: il blu, il rosso, il giallo. L’attenzione però è focalizzata sul periodo in cui Klee insegnò alla Bauhaus, prendendo una ferma posizione contro il regime nazista che gli costò l’esilio in Svizzera. Per chi fosse interessato ad approfondire l’arte delle Avanguardie del ’900, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, fresco di rinnovamento, per l’inverno ha deciso di dedicare una mostra a Kazimir Malevich, esponente dell’Avanguardia russa ma anche teorico e promotore dell’arte contemporanea. L’arte olandese e il suo periodo d’oro (17° secolo) sono protagoniste della mostra ospitata presso il palazzo della Frick Collection di New York, che propone una selezione di dipinti provenienti dal Mauritshuis di Amsterdam: Rembrandt, Hals e soprattutto Vermeer. Un’intera sala è dedicata alla visione della Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, senz’altro uno dei dipinti più belli nella storia dell’arte. Decisamente più particolare la mostra al Museo di San Marco di Firenze (solo fino al 6 gennaio) dedicata a Mattia Corvino, re di Ungheria per molti anni nella seconda metà del ’400, amante dell’arte italiana rinascimentale della quale amava circondarsi. Allestita in occasione dell’anno ungherese in Italia, l’esposizione è ospitata presso il Museo di San Marco a Firenze presso la chiesa domenicana, il cui ordine ha contribuito coi suoi scritti e la sua vasta biblioteca alla diffusione della cultura Umanistica. Un’ottima occasione per approfondire quelle che sono le nostre radici europee, per mai dimenticare quanto l’Italia sia stata sempre un modello d’ispirazione.

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18.12.2013

Divano, telecomando, plaid, tazza di the e avanzi di panettone. Sotto sotto, è a questo che tutti aspiriamo man mano che si avvicinano le vacanze di Natale. Certo, il divano potrà essere di design, il plaid di lana mohair, il the di Ceylon e il panettone artigianale, ma c’è una cosa senza cui il Natale non è Natale: la filmografia che immancabilmente accompagna il relax post-prandiale delle feste, e che ogni tanto, quando l’industria cinematografica azzecca il film giusto, si arricchisce di un nuovo titolo. Noi l’abbiamo già preparata. 1. La vita è meravigliosaIl film di Natale per eccellenza fin dal 1946, anno in cui Frank Capra girò il suo più celebre lungometraggio con James Stewart nella parte di George Bailey, un uomo onesto ma senza ambizioni che riscoprirà il valore della propria esistenza grazie all’intervento di un angelo senza ali. Impossibile non essere incappati nemmeno una volta in un suo passaggio televisivo, e ancora più difficile non aver versato una lacrima sul finale. 2. Miracolo nella 34esima stradaVagamente sdolcinato nella versione originale del 1947 (diretta da George Seaton) e più asciutto in quella del 1994 (diretta da Les Mayfield), è una favola metropolitana che ha per sfondo i grandi magazzini Macy’s di New York. Una curiosità: nella versione del ’94 Kris Kringle/Babbo Natale è interpretato da Richard Attemborough, a sua volta regista di film celebri come Ghandi e A Chorus Line. 3. Una poltrona per dueÈ una delle poche certezze della vita: anche quest’anno, la televisione riproporrà l’intramontabile parabola di John Landis sulll’inversione di ruoli fra l’agente di cambio e lo straccione, che hanno i volti rispettivamente di Dan Aykroyd ed Eddie Murphy. L’ambientazione natalizia ne ha fatto da oltre trent’anni un classico delle feste; chissà come sarebbe stato se al posto di Murphy ci fosse stato John Belushi, originariamente scritturato e purtroppo morto prima dell’inizio dellee riprese. 4. Festa in casa MuppetDelle tante versioni cinematografiche del capolavoro di Charles Dickens Un canto di Natale - l’ultima risale al 2009 ed è stata girata in CGI da Robert Zemeckis e prodotta dalla Disney – quella a cui restiamo più affezionati è questa del 1992, in cui Michael Caine, nel ruolo dell’avaro Scrooge, recita in compagnia di Kermit, Gonzo, Miss Piggy e altri fra i più amati personaggi del Muppet Show. A renderlo ancora più nostalgico è la dedica all’inventore dei Muppet, Jim Henson, morto solo due anni prima. 5. Arma LetaleL’inizio sulle note di Jingle Bell Rock e la scena finale della famiglia attorno all’albero di Natale sono credenziali sufficienti a rendere il film d’azione di Richard Donner del 1987, primo episodio dell’omonima saga, un classico del Natale. Nonostante i proiettili, nella doppia redenzione dei due poliziotti dagli stili di vita opposti, i buoni sentimenti abbondano. 6. Babbo bastardoRiecco Babbi Natale e centri commerciali, ma stavolta non si tratta di un remake di Miracolo sulla 43sima strada. Nella commedia di Terry Zwigoff (2003), un eccezionale Billy Bob Thornton interpreta un ladro cinico e sboccato che si traveste da Babbo Natale per mettere a segno i suoi colpi con l’aiuto di un complice affetto da nanismo. Tuttavia, nemmeno qui si scampa alla redenzione, che avverrà per tramite di un bambino obeso, ingenuo e vittima di bullismo... 7. Nightmare Before ChristmasÈ il film della Vigilia, da guardare rigorosamente al buio dopo la mezzanotte. Capolavoro gotico in stop motion girato da Henry Selick e prodotto da Tim Burton nel 1993, di quest’ultimo ha ben più che un’impronta – Jack Skeleton è un tipico personaggio Burtoniano, uno “strambo” che afferma la propria diversità riuscendo con leggiadria nell’impresa impossibile di portare il Natale nel Paese di Halloween. 8. Il GrinchIl mostro verde e peloso nato dalla penna del Dr. Seuss è il personaggio anti-Natale per eccellenza, eroe di chi dello spirito natalizio proprio non vuole sentirne parlare. Nella sua versione cinematografica diretta da Ron Howard (correva l’anno 2000) è interpretato da un volenteroso Jim Carrey che accettò di sottoporsi a sessioni di trucco quotidiane della durata di due ore. 9. Fuga dal NataleNon c’è scampo dal Natale, nemmeno per i coniugi Krank, protagonisti del romanzo di John Grisham da cui è tratto questo film commedia del 2001 con Jamie Lee Curtis e Tim Allen. Fra sketch demenziali e situazioni paradossali, si racconta come imbastire un autentico Natale americano in sole 12 ore rinunciando a una vacanza ai Caraibi. 10. Love ActuallyIl più recente fra i film di Natale a cui proprio non sappiamo rinunciare ha ormai compiuto dieci anni, ma questa commedia romantica squisitamente British che riunisce i più celebri attori del Regno Unito in un racconto corale fra umorismo e buoni sentimenti sembra non invecchiare mai. Dieci storie, tutte a loro modo d’amore, per tutte le età della vita, e un cast stellare: Hugh Grant, Colin Firth, Emma Thompson, Liam Neeson, Keira Knightley e Rowan Atkinson, solo per citare i più noti.

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16.12.2013

Una piccola galleria ma anche una libreria indipendente e punto di riferimento per la comunità artistica e per la microeditoria locale, che sostiene promuove con mostre ed eventi.  È davvero rincuorante, di questi tempi, scoprire luoghi come questo, che ancora credono e investono nelle realtà indipendenti opponendosi caparbiamente alla standardizzazione della cultura e dell’arte. Siamo a New York, Alphabet City, ed Ed. Varie (termine anglosassone che significativamente indica le stampe originali di un’edizione limitata) è un luogo davvero unico per atmosfera e concezione. Fondata nel 2010 da Karen Schaupeter, ha l’obiettivo coraggioso d’invitare gli artisti a rischiare, a osare, a portare avanti qualcosa di veramente diverso. È un ritrovo per artisti emergenti, ma è molto interessante da visitare anche per chi è appassionato di arte e di editoria indipendente o semplicemente interessato a scoprire che cosa bolle in pentola in una delle città più creative del pianeta terra.

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01.12.2013

Racchiudere in un oggetto ornamentale le atmosfere del proprio paese, la storia della propria famiglia e le suggestioni raccolte attraverso le proprie esperienze professionali e di vita. È quello, che con impegno, dedizione e talento, fa una ragazza di nome Alia Mouzannar, nata in Libano e formatasi fra il Medioriente e l’Europa. Alia appartiene a una famiglia molto speciale, una famiglia di artigiani gioiellieri la cui reputazione affonda le radici nel Settecento ed è stata protagonista della trasformazione del souk di Beirut in un punto di riferimento per la gioielleria di qualità in tutto il Medioriente. Quel souk è ormai stato demolito (durante la lunga guerra civile), ma il nome dei Mouzannar ancora brilla grazie ai suoi gioielli dal fascino atemporale. E Alia è stata l’ultima a unirsi all’attività di famiglia, portando con sé un occhio ancor più contemporaneo e un bagaglio di esperienze e conoscenze nel campo dell’architettura, il suo primo amore. Non è un caso, dunque, che i gioielli disegnati da Alia Mouzannar abbiano proporzioni e armonie così precise, oltre a rivelare ispitazioni più etniche e poetiche. Grazie alle sue creazioni, Alia ha già vinto diversi premi; quello che ci piace del suo lavoro è il mondo complesso che sembra emergere da ogni pezzo e che lo rende inevitabilmente originale. Decisamente da tenere d’occhio.

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27.11.2013

Londra è da sempre una città ad altissimo spirito creativo. Famosa per i movimenti underground, in realtà gode anche di istituzioni che sanno cogliere il suo spirito avant-garde e proporlo al grande pubblico. I numerosi grandi musei aggiornano regolarmente il calendario con mostre dal taglio originale, e un tema sempre in prima fila è quello della moda: dal V&A alla Tate e al Barbican, i grandi designer e i movimenti di stile trovano regolare rappresentazione. Questa stagione, le due mostre più importanti sono al Design Museum con Hello My Name Is Paul Smith, e alla Somerset House con Isabella Blow: Fashion Galore!. Entrambe celebrano personaggi iconici della moda inglese, che hanno fortemente influenzato il panorama internazionale dello stile: Paul Smith, che ha reinventato la menswear, e Isabella Blow, promotrice di talenti come Alexander McQueen e Philip Treacy. Ma il punto cruciale in entrambi i casi è che non si tratta di retrospettive, quanto piuttosto di carrellate degli scorci salienti delle vite dei due, di ciò che ha forgiato la loro creatività. La rappresentazione di ambienti e abitudini del loro quotidiano permette al visitatore di capire come siano i dettagli, le esperienze e le circostanze a formare il carattere di chi saprà poi lasciare un’impronta creativa così forte. Il tutto è descritto all’interno di installazioni originalissime, e attraverso numerosi pezzi di archivio che sarebbe altrimenti difficile vedere. Due occasioni da non perdere – c’è tempo fino ai primi di marzo. Un altro grande museo, il V&A, propone Club to Catwalk: London Fashion in the 80s (nella foto), fino al 19 gennaio. Al Museum Of London, Made In London: Jewellery Now è una mostra di gioielleria contemporanea curata da Agata Belcen, Fashion Editor di AnOther Magazine – aperta fino al 27 aprile 2014. Infine, la piccola ma interessantissima William Morris Gallery celebra un altro grande nome della moda britannica, Giles Deacon, ma solo fino al 15 dicembre.  Image credit:  Peter Macdiarmid/Getty for Somerset House.

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26.11.2013

Sembra quasi inconcepibile eppure nel mondo esistono ancora uomini e donne che vivono come se gli ultimi millenni della terra non fossero mai trascorsi. È una realtà spiazzante quanto quella dell’infinità dell’universo, quasi inebriante - come se per qualcuno tutto potesse ricominciare daccapo, magari in modo differente, o semplicemente restare così per sempre, sospeso nel tempo. Sono 29 tribù, 15 milioni di persone sparse in tutto il mondo, dal Sudamerica alla Siberia, dall’Africa al Nepal e all’Indonesia. E noi abbiamo la tecnologia necesaria per far sì che tutto questo non venga dimenticato. Basta una macchina fotografica, ed è proprio con il suo obiettivo – e una grande delicatezza e saggezza nei rapporti umani -  che il fotogtrafo inglese Jimmy Nelson ha immortalato le ultime tribù del mondo, andando a cercarle e costruendo con i loro componenti un rapporto di fiducia. Fra montagne, ghiacci, giungle e fiumi, dal 2009 Jimmy si è immerso nella loro vita, ha mangiato il loro cibo, si è messo sulla stessa lunghezza d’onda per capirne a fondo le abitudini, i rituali, i legami familiari, sottraendoli alla minaccia di un mondo in corsa che rischia di annullarli per sempre. Il risultato è un lavoro incredibile per significato ed eleganza: si chiama Before They Pass Away ed è una raccolta di 500 ritratti in formato 4x5 dai quali traspare tutta la purezza di un’umanità felicemente sopravvissuta alla modernità, un documento etnografico insostituibile con una valenza estetica quasi atemporale. Per questo siamo abbastanza certi che resisterà alla prova del tempo.

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24.11.2013

Era il 20 luglio del 1965 quando Bob Dylan pubblicò il suo singolo di maggior successo, Like a Rolling Stone, un brano particolarmente lungo, provocatorio e dalle sonorità folk rock che riuscì a restare nelle classifiche americane per ben tre mesi. Tuttavia, non fu mai realizzato un video per la canzone, e solo quest’anno, in occasione del suo cinquantesimo anniversario, Dylan ha deciso di realizzarlo, e di farlo in grande, con il supporto di Interlude, digital media company specializzata nella realizzazione di video interattivi. Ed è proprio un video interattivo dalla tecnologia decisamente avanguardistica a celebrare Like a Rolling Stone: in poche parole, l’utente può fare zapping fra 16 canali televisivi e altrettanti programmi ispirati a veri (e riconoscibilissimi) tv show americani, su ciascuno dei quali gli attori e  conduttori stanno pronunciando in sincrono le parole della canzone. Il risultato è che ciascun utente finirà per costruire il proprio video, unico e pressoché irripetibile, affidando le parole della canzone a una sequenza individuale di personaggi con effetti talvolta spiazzanti, comici o inquietanti nell’accostamento più o meno casuale fra il testo e chi lo pronuncia e il genere d’immagini che passano sullo schermo. Ancora una volta, all’età di 72 anni, Dylan riesce, stavolta grazie alla tecnologia, a dire qualcosa di nuovo e ad essere sempre, inevitabilmente all’avanguardia. Imperdibile.

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20.11.2013

Trasformare la piccola isola giapponese di Inujima, oasi di vita nipponica tradizionale, in un parco naturale disseminato di arte e architettura. È lo scopo principale di Inujima Art House Project, un progetto ambizioso e geniale avviato nel 2010 e affidato allo studio architettonico Sanaa, che è riuscito in una manciata di anni a portare i riflettori mondiali sull’isola di Inujima, fino a poco tempo prima sconosciuta ai più. Ultimo arrivato del progetto è il padiglione “a-art house”, firmato dall’architetto giapponese Kazuyo Sejima, destinato a ospitare il lavoro di numerosi artisti. Lo spazio espositivo è delimitato da una sorta di recinto trasparente, un cerchio in materiale acrilico che circonda il padiglione coinvolgendolo in un dialogo con il mondo esterno. Tutto intorno, infatti, spuntano i tetti spioventi delle tipiche case giapponesi, mentre uomini e donne in abiti tradizionali fanno commissioni in bicicletta entrando e uscendo con disinvoltura dagli spazi espositivi. La scultura architettonica di Kazuyo Sejima permette lingresso in un punto, un solo visitatore alla volta, allinterno dell’anello trasparente decorato con motivi floreali. Si accede così all’area espositiva vera e propria (quasi tutta all’aperto), uno spazio leggero e impalpabile che si fonde armoniosamente con gli aspetti più prettamente architettonici. Due sgabelli dargento offrono la possibilità di soffermarsi a contemplare l’opera, muovendo lo sguardo fra l’artificio artistico e la bellezza della natura, in fondo la vera protagonista del progetto.

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18.11.2013

Morrissey meglio di Keith Richards. Almeno quando si tratta di vendere la propria autobiografia. Quasi 35000 copie dell’autobiografia dell’ex cantante degli Smiths sono state vendute nel Regno Unito solo nella prima settimana. Un record, per la biografia di un musicista. Persino meglio dell’esordio editoriale del chitarrista degli Stones con Life, nel 2010. D’altro canto, com’era possibile che un uomo che ha scritto versi come “Theres more to life than books you know, but not much more” (“Nella vita c’è di più dei libri, ma non molto”, da Handsome Devil) non scrivesse prima o poi un libro di successo? Tanto più che Steven Patrick Morrissey (in arte semplicemente Morrissey o  - per i veri fan - Moz)  è non solo una rockstar, ma anche uno dei più arguti scrittori di testi di sempre. Nonché una delle persone più “quotabili” della storia della musica. Un esempio? Riguardo alla sua ambigua sessualità, di recente ha detto: “Sfortunatamente non sono omosessuale. Tecnicamente, sono umanosessuale. Sono attirato dagli esseri umani. Ma ovviamente… non da molti.” Per chi volesse comunque saperne di più sulla sessualità di Morrissey (la sua prima relazione seria, con un uomo, a 35 anni), o su quello che lo disturba di Michael Stipe (non si lava di denti prima di un concerto), o sui suoi problemi con la Thatcher (fu interrogato dallo Special Branch della polizia britannica a causa del testo della sua Margaret on the guillotine), questo libro riserva non poche sorprese. La prima di queste è, addirittura, l’edizione - nientemeno che Penguin. Come Graham Greene, come James Joyce. Un onore non da poco. E come l’idolo di Morrissey, Oscar Wilde, con il quale il nostro condivide un amore per aforismi e stoccate di penna (solitamente testimoniato dalle sue interviste e dai suoi testi). Stoccate divertenti e caustiche che, ça va sans dire, abbondano anche nella sua autobiografia: “Suona il campanello e appare Vanessa Redgrave. ‘Marcie’, comincia, e poi parte con le ingiustizie sociali in Namibia e su come dobbiamo tutti metterci a costruire una zattera entro il pomeriggio. Possibilmente fatta di cocco.”

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17.11.2013

C’è un’immagine indissolubilmente legata alle località balneari inglesi, quella di una struttura dai contorni barocchi, solitamemte in legno e ferro, che si protende verso il mare. È il pleasure pier, un’invenzione Vittoriana che, all’epoca del suo massimo splendore, consentiva ai nuovi turisti balneari, giunti in massa presso le località della costa inglese grazie allo sviluppo delle ferrovie, di godersi la vista del mare anche nelle ore di bassa marea. Sul pier si concentravano tutte le attività ludiche tipicamente balneari – bancarelle, souvenir, intrattenimenti, persino teatro. Un’immagine decisamente retrò, insomma, ma anche affascinante. Oggi, soltanto i pier più famosi sopravvivono – 58 in tutto. Molti furono demoliti durante la seconda guerra mondiale per ovvie ragioni, di altri non resta che lo spettro spoglio e avvolto dalla foschia, ricordo evanescente di una delle epoche più amate della storia inglese. Perché vi stiamo accontando questa storia? Perché c’è un fotografo inglese, Simon Roberts, che ai pier ha dedicato un progetto molto interessante dal titolo Pierdom, in mostra in questi giorni alla Robert Morat Galerie di Amburgo. Grazie alle molte vacanze con i suoi genitori sulla costa, Roberts deve aver avuto quei pier davanti agli occhi per tutta l’infanzia – forse sarà proprio questa familiarità che gli ha ispirato visioni così nitide e, allo stesso tempo, così poetiche. Le sue immagini di grandi dimensioni ritraggono il soggetto in relazione con il paesaggio circostante, visto non soltanto dalla spiaggia, ma da un punto lontano o dalla cima di una collina, facendone emergere il rapporto con il paesaggio e con la contemporaneità.E sui vecchi moli del divertimento scorrono anche le stagioni – la pioggia, la neve, la nebbia - sottraendoli a quell’estate eterna nella quale siamo abituati a vederli ritratti in cartolina. Una fotografia decisamente pittorica che è documentazione, arte, ma che riesce anche a far riflettere: quelli che a prima vista appaiono come scorci pittoreschi svelano gradualmente un che di inquietante, una serie di domande sospese sul rapporto fra uomo e natura e fra nuove e vecchie architetture umane. Se proprio non potete vedervi la mostra, date almeno un’occhiata alla gallery sul sito.

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12.11.2013

Una casa in riva al porto in un piccolo villaggio giapponese, abitato perlopiù da anziani, e un celebre artista e graphic designer, Tadanori Yokoo, famoso in tutto il mondo per le sue stampe e i sui poster. Che cosa c’entrano l’una con l’altro? La risposta si trova in un’inedita casa-museo, la Teshima Yokoo House, voluta proprio dall’ultrasettantenne artista giapponese, che l’ha realizzata con l’aiuto di Yuko Nagayama, architetto classe 1975, con l’obiettivo di integrare le proprie opere con l’ambiente che le contiene, piuttosto che limitarsi ad esporle, creando allo stesso tempo uno spazio che la popolazione locale potesse utilizzare, contribuendo anche alla sua realizzazione. È nato così un museo del tutto particolare, la cui ristrutturazione prende spunto proprio dalle opere più celebri di Tadanori, i collage; il risultato è una serie di ambienti e di spazi dinamici che sfruttano i colori, le superfici riflettenti e la luce per creare un’esperienza spaziale dinamica. Un po’ come immergersi in una serie di collage interconnessi, come “entrare” dentro l’opera e la mente dell’artista per condividere la sua filosofia e la sua visione della vita (e della morte). Davvero spiazzante e coinvolgente, insomma. Consigliatissimo a chi è curioso di approfondire la cultura giapponese addentrandosi nei pensieri e nelle visioni di uno dei suoi massimi esponenti.

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05.11.2013

Si chiamano scuole Omega, come l’ultima lettera dell’alfabeto greco, ma il loro successo non ha nulla del fanalino di coda, perché rappresenta un esempio di eccellenza africana in termini di innovazione, cultura e tecnologia. Siamo in Ghana, e il modello Omega nasce qualche anno fa da un’idea di Ken e Lisa Donkoh, ghanesi, e James Tooley, un professore inglese esperto in educazione. L’obiettivo è chiaro fin da subito: fornire istruzione di qualità anche ai bambini e alle bambine provenienti da famiglie vulnerabili e senza i mezzi economici necessari a garantire ai loro figli un’educazione valida. La soluzione è tanto semplice quanto innovativa: per andare incontro alle famiglie, alle tasse annuali si sostituisce il pagamento giornaliero basato sull’effetiva presenza in aula dellallievo, testimoniata dal database della scuola. In questa tassa giornaliera sono inclusi una mini-assicurazione che permette ai bambini di portare e termine gli studi anche in caso di morte dei genitore, un pasto caldo e sostanzioso ogni giorno e, infine, un programma di trattamento dai vermi intestinali che spesso affliggono i bambini in Ghana, danneggiando la loro capacità di assorbire le sostanze nutrititve e quindi rallentandone lo sviluppo e l’apprendimento. Inoltre, c’è un bonus di 15 giorni all’anno gratuiti, per coprire quei giorni in cui la famiglia non possa davvero permettersi la tassa. I risultati sono ottimi sia in termini di qualità dell’istruzione, sia in termini di numero di bambini e bambine iscritti, quasi tutti provenienti dagli strati più poveri della società ghanese. Per assicurare bassi costi e alta qualità, i curricula scolastici sono elaborati da insegnanti di altissimo livello ma trasforati in lezioni quotidiane da neolaureati appositamente formati, che accettano salari piu bassi di un insegnate con esperienza. Infine, ogni scuola Omega è dotata di libri, cancelleria e autobus a disposizione degli studenti, nonché di un moderno laboratorio informatico alimentato da pannelli solari. Inutile dire che il modello ha attratto investimenti ed è in continua espansione, grazie anche alla sua semplicità e sostenibilità economica. Una recente valutazione esterna e indipendente condotta dal Ministero dell’Educazione ghanese ha rivelato che gli studenti delle scuole Omega sono preparati quanto se non di più rispetto a quelli di altre costosissime scuole private - e decisamente molto più  preparati rispetto agli studenti della precaria scuola pubblica ghanese.

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04.11.2013

Questo mese abbiamo deciso di occuparci soltanto di fotografia, con un viaggio virtuale tra le mostre più interessanti del panorama internazionale. Cominciamo con la Photographers’ Gallery di Londra, che ospita una curiosa esposizione intitolata Home Truths sulla vita quotidiana delle madri, spesso ritratte in attimi che potrebbero creare imbarazzo perché molto intimi. Tuttavia, come suggerisce il titolo, queste immagini rappresentano autentiche verità di vita, a differenza di quelle artefatte o ritoccate che compaiono sui social network, dove tutto appare avvolto da una patina di bellezza e serenità. È dedicata all’aspetto umanistico della fotografia anche la mostra che si terrà fino al 6 gennaio al Museo Nazionale Alinari per la Fotografia di Firenze. Dedicata all’artista lituano Izis Bidermanas, che con i suoi tagli di luce e contrasti conferisce un tocco poetico ai soggetti rappresentati, Izis, il poeta della fotografia raccoglie circa 120 immagini. Izis, ebreo trasferitosi a Parigi, visse in prima persona i problemi legati alla seconda guerra mondiale e si specializzò nella realizzazione dei ritratti, soprattutto di chi combatteva contro il regime fascista addentrandosi nell’aspetto più intimo e profondo dei suoi soggetti. L’International Center of Photography di New York ospita un’altra mostra che si concentra molto sull’uomo e sulle sue condizioni di vita. Lewis Hine è l’artista a cui è dedicata l’esposizione, non solo fotografo ma anche sociologo capace di unire questi due aspetti fondamentali della sua vita. I suoi soggetti preferiti erano i minori o gli operai in un periodo, quello intorno alla prima guerra mondiale, in cui non era semplice sopravvivere. Il percorso espositivo mette in evidenza le tappe fondamentali della sua carriera. Non meno interessante è la mostra fotografica curata dal National Geographic che si tiene a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni: in questo caso, si racconta l’intero viaggio compiuto dai fotografi della rivista nel raccontare il mondo e le specie spesso minacciate dal rischio di estinzione. 125 straordinarie fotografie che ripercorrono La grande avventura del National Geographic, senza dimenticare una piccola sezione interamente dedicata all’Italia. Segnaliamo infine anche la bella mostra intitolata Spirito del Giappone. Fotografie di Suzanne Held al Museo di Arte Orientale di Torino, una vera e propria immersione nel mondo orientale grazie a fotografie di grande formato dedicate ai temi principali della tradizione giapponese.

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03.11.2013

Che cosa c’è di più elegante, atemporale e resistente del legno? Devono aver pensato questo i geniali designer dello studio israeliano Tesler + Mendelovitch quando hanno creato Wearable Wood, una serie di clutch dalle lineee scolpite realizzate in legno grazie a una speciale lavorazione  e a un design che le rende morbide  e flessibili come borsette in pelle, ma allo stesso tempo molto più robuste e originali. Da sempre impegnato nel trattamento di materiali insoliti, il design team di Tesler + Mendelovitch ha deciso di cimentarsi con il legno proprio per la sua eleganza atemporale; il primo passo è stato quello di creare una superficie geometrica a diamante da applicare a elementi d’arredo grazie a un mix di tecniche artigianali e tecnologie all’avanguardia. Dopodiché, il progetto si è evoluto verso la trasformazione del legno in un materiale “indossabile”, un tessuto innovativo che è servito per la produzione in serie limitata di questi accessori decisamente slow per estetica e lavorazione - il legno è impiegato per la loro realizzazione è rigorosamente artigianale è attentamente selezionato pezzo per pezzo.

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29.10.2013

La storia di Lou Reed, quella di un ragazzino ebreo di Long Island che diventa uno dei più arguti e letterati rocker di sempre, è fatta della stessa materia di cui sono fatta leggende del rock. Nato da una tranquilla famiglia della classe media, i suoi genitori restarono così scandalizzati di fronte al suo "atteggiamento" bisessuale che il giovane Lewis (era questo il suo vero nome) finì in ospedale, dove subì un trattamento di elettroshock. Alcuni anni più tardi, Andy Warhol s’imbatté in lui mentre suonava con la sua band – i Velvet Underground. Warhol non ci poteva credere: la loro musica era altissima e sembrava non avere alcuna possibilità commerciale. Le canzoni duravano più di 10 minuti, e non era da tutti sopportare i loro pezzi da due accordi distorti per tutto quel tempo. Per non dire dei testi di Reed: parlavano di droghe e perversioni, senza tanti giri di parole. Warhol fece loro subito da produttore e manager. Naturalmente quel primo album (il cosiddetto "album banana" del 1967) non vendette molto ma, per dirla con le parole di Brian Eno, “tutti quelli che lo comprarono formarono una band". Quando la band si sciolse, alla fine degli anni Sessanta, la carriera di Reed non era certo al massimo: conosciuto più che altro per la sua nomea di tossico e per il suo pessimo carattere (leggendarie le liti con il giornalista musicale Lester Bangs), non aveva ancora scritto una sola hit. Ma aveva un fan molto speciale, l’astro nascente del rok britannico, David Bowie. La produzione firmata da Bowie di Walk on the wild side gli salvò letteralmente la carriera. Ma i suoi problemi non erano finiti: per tutti gli anni Settanta continuò a essere visto come uno strambo e un tossicomane, e intanto finiva regolarmente sulle copertine dei giornali con un travestito, oppure con una svastica disegnata tra i capelli. Eppure, la musica sua musica continuava a essere ottima, e in quegli stessi anni scrisse forse alcuni fra gli album migliori della sua discografia: Berlin nel 1973 e Coney Island Baby nel 1975. A Reed ci vollero altri 10 anni per tornare pulito, sobrio e con un nuovo capolavoro: lalbum del 1989, New York, è un puro, classico Lou Reed, pieno di storie di disperazione urbane raccontate da una penna arguta e sorniona. Tristemente, la passeggiata terrestre di Reed sul "wild side" si è interrotta prematuramente il 27 ottobre scorso, a causa di complicazioni dovute a un trapianto di fegato.

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09.10.2013

Quest’anno, la stagione delle grandi mostre autunnali si prospetta particolarmente interessante. La traiettoria ideale va da da Los Angeles a Tokyo e da Roma a Parigi. Cominciamo con un evento consigliatissimo agli appassionati di cultura giapponese: Roppongi Crossing, una sorta di Triennale d’arte contemporanea giapponese che si svolge a Tokyo e cerca di mettere in risalto figure di giovani artisti nipponici. I temi trattati sono soprattutto quelli relativi alle conseguenze del sisma avvenuto nel 2011, che è ancora uno degli argomenti principali affrontati dagli artisti giapponesi (fino al 13 gennaio 2014). Per chi volesse immergersi nella cultura rinascimentale e capire le ragioni della sua nascita, il Louvre, in collaborazione con l’Italia, ha inaugurato una mostra intitolata Le printemps de la Renaissance, che si concentra sulla scultura e sulle arti a Firenze fra il 1400 e il 1600. Oltre alla scultura, elemento chiave per il Rinascimento, sono esposte altre opere come dipinti, disegni e manoscritti (fino al 6 gennaio 2014). Un salto indietro nel tempo è ciò che vi aspetta nella magnifica cornice delle Scuderie del Quirinale, a Roma, che per quest’inverno dedicherà una mostra alla figura dell’Imperatore Augusto. L’esposizione si preannuncia magnifica e punta a far rivivere le tappe salienti della vita di questa figura fondamentale che,  durante i suoi 40 anni di regno, riformò completamente la struttura politica di Roma, fece costruire palazzi e abbellire la capitale, riordinò il sistema monetario e favorì la rinascita economica dell’Impero (fino al 9 febbraio 2014). Infine, una mostra dedicata agli amamti della fotografia: Abelardo Morell: The Universe Next Door, al Getty Museum di Los Angeles, una retrospettiva sul fotografo americano noto per i suoi esperimenti con la camera oscura, ricreata in stanze d’albergo e camere d’ogni genere dalle quali realizzava originali impressioni del panorama visibile dalla finestra (fino al 5 gennaio 2014). Nella foto: unimmagine di Abelardo Morrel

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01.10.2013

La residenza di un architetto neoclassico, preservata dal tempo e lasciata esattamente così com’era all’epoca della sua morte, nel 1837, compresa l’incredibile collezione di antichità e opere d’arte. Siamo a Londra, a pochi passi dallo storico quartiere di Bloomsbury, e l’idea a suo modo geniale di dar vita a questa casa museo è del suo stesso proprietario, Sir John Soane, figlio di un muratore e architetto di successo, il quale pochi anni prima di morire decise di registrare ufficialmente la propria dimora (progettata da lui stesso) come museo. Camminare per i corridoi e per le stanze del Sir John Soanes Museum è senza dubbio un’esperienza unica – una sorta di tuffo in un passato sospeso e affascinante. Ma oltre alla cornice, un autentico gioiello, sono interessanti anche le collezioni, che comprendono molte importanti opere d’arte e antichità, fra cui un Canaletto, un sarcofago di alabastro, decine di migliaia di disegni e modelli architettonici, volumi antichi, mobili e arti decorative. E poi ci sono le mostre temporanee, che spaziano dall’arte all’architettura.

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30.09.2013

Ci sono tante storie, tante ispirazioni negli oggetti disegnati e realizzati da Karen Chekerdjian, la più amata designer di Beirut. Visitare il suo negozio, che ha aperto tre anni fa nell’area ancora parzialmente industriale del porto, uno dei quartieri emergenti in città, è come fare un viaggio nella complessa personalità di questa creatrice di oggetti, ma anche nel suo universo di riferimento. Di origini armeno-libanesi, Karen ha studiato, vissuto e lavorato a Milano, per poi ritornare in patria dove ha aperto il suo studio, disegnando oggetti di ogni genere e affrontando diverse sfide in termini di materiali e produzione. Se i suoi studi l’avevano portata a concentrarsi sull’idea che sta dietro un oggetto, le difficoltà oggettive incontrate in Libano per realizzare i suoi concept l’hanno spinta a trovare soluzioni creative per la fase produttiva, utilizzando materiali “semplici” e manodopera locale. Così, Karen ha sviluppato uno stile ancor più personale, uno stile che si potrebbe definire “artigianato industriale”, dove l’estetica contemporanea e avanguardistica della sua formazione si sposa a un sapore squisitamente ruvido e mediorientale. E la natura ibrida degli oggetti si riflette anche sull’idea che sta dietro al negozio, realizzato all’interno di un ex-deposito ristrutturato con moderazione, dove accanto a ciò che Karen realizza ci sono le cose che ama – oggetti vari realizzati da altri designer (mobili, libri, stoffe e molto altro) ma anche cibi, principalmente biologici, artigianali e di origine italiana, in virtù di un palato sofisticato che si è formato negli anni di studi a Milano.

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22.09.2013

Chi non ha mai desiderato di viaggiare nel tempo per vedere il passato della terra con i propri occhi? Il Muse – il nuovo Museo delle Scienze di Trento – ha l’ambizione di realizzare in qualche modo questo sogno. E lo fa in una cornice già di per sé spettacolare, dietro la quale c’è la firma del più celebre architetto italiano, Renzo Piano. Situato in una zona dismessa –  con il chiaro obiettivo di riqualificarla - il nuovo museo è un gioiello realizzato secondo i principi della ecosostenibilità. Tutto è stato realizzato con materiali locali, così da evitare l’inquinamento dovuto al trasporto, mentre alcuni elementi, come il bambù della pavimentazione, sono stati utilizzati perché si rigenerano più velocemente in natura rispetto ad altri. Dotato di pannelli fotovoltaici ma anche di cisterne per l’acqua piovana, il Muse sarà in grado di procurarsi autonomamente l’energia necessaria per il suo funzionamento. L’edificio si presenta come una struttura avveniristica ma ben inserita nel paesaggio: la copertura è stata realizzata con una serie di pannelli che richiamano l’andamento dei versanti delle montagne circostanti, mentre la struttura gioca sui volumi e sull’alternanza dei pieni e dei vuoti per incanalare gradevolmente luce e ombre. Il percorso espositivo si snoda su 5 livelli, di cui uno interrato; a ciascun piano, la ricostruzione degli ambienti cerca di costruire un’esperienza sensoriale completa, immergendo il visitatore ora fra i ghiacci, ora nei paesaggi alpini o fra le rocce delle Dolomiti. Ma la vera macchina del tempo si trova al primo piano, dove si può rivivere da vicino la storia dell’uomo preistorico alpino. Al piano terra c’è l’area dedicata ai bambini, che mira a farli avvicinare e incuriosire alla scienza attraverso esperienze coinvolgenti, mentre il piano interrato è tutto dedicato alla nascita della vita sulla terra, non solo con l’esposizione di fossili, ma anche con la galleria del DNA, dove viene spiegata la sua unicità ed importanza. Sempre al piano interrato si possono visitare la Rain forest e i grandi acquari tropicali. Foto: Alessandro Gadotti, © Muse

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16.09.2013

Cosa c’è di più classico, elegante e perfetto di un bow-tie di buona fattura? Che lo si chiami cravattino, farfallino o papillon, la certezza è una sola: non può mancare nel guardaroba di un uomo, un po’ come l’irrinunciabile little black dress nel guardaroba femminile. Sebbene si tratti di un accessorio che può spaventare - dal momento che è legato all’immagine “cerimoniosa” del frac e dello smoking - la storia della moda recente ci ha insegnato che reinterpretarlo è spesso una mosssa vincente. Così ha fatto anche Federico Batelli, designer trentacinquenne che ha voluto ripensare il classico cravattino uomo conferendogli un’anima più cruda e vissuta. È nata così Untitled, la prima collezione di bow tie in denim, con tessuti lavati e “stonati ” - Vintage Wash, Stone Wash, Bleaching... Pur traendo ispirazione dall’universo casual, i cravattini Untitled mantengono l’eleganza intramontabile di un classico, eleganza che deriva anche da un’attenzione al dettaglio e da una cura strettamente riconducibili a una produzione di tipo artigianale - sono cuciti a mano e 100% Made in Italy. Ma Federico ha voluto spingersi anche più avanti, presentando alla Biennale di Venezia un progetto decisamente inedito: un papillon in cemento dal peso inferiore a quello di una pallina da golf. La realizzazione di Konkrete Bow Tie ha visto la consulenza tecnica dell’Architetto Kuno Mayr, che ha contribuito alla sperimentazione e alla realizzazione del prototipo, ed è stata possibile grazie a Effix Design, una malta a elevate prestazioni meccaniche ed estetiche studiata appositamente da Italcementi per la creazione di piccoli oggetti di design leggeri e raffinati. Una chiave di lettura originale che avvicina moda e architettura in un’inaspettata liaison. Untitled è un progetto esclusivo che sarà distribuito in Italia, Germania, Olanda e Spagna.

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15.09.2013

John Hinde era un personaggio davvero singolare. Ex-impresario del circo sposato con una trapezista, pronipote del fondatore della Clark, la celebre azienda produttrice di scarpe, ma soprattutto fotografo da cartolina. Proprio così: classse 1916, nato nel Somerset, fin dagli anni Quaranta Hinde si specializzò nella fotografia a colori, passione che riprese a fine anni Cinquanta per fondare il John Hinde Studio, diventando in breve tempo il più celebre produttore di cartoline del mondo. Fra i luoghi immortalati dalle sue leggendarie cartoline, stampate nell’epoca d’oro in milioni e milioni di copie, ci sono l’Irlanda e l’Inghilterra, naturalmente, ma anche l’Africa, le Canarie e la Malesia. In anni recenti, il lavoro di Hinde è stato rivalutato anche sotto il profilo artistico: persino il grande fotografo Martin Parr ha lodato i suoi colori saturi, spingendosi a definire le sue immagini “fra le più forti dell’Inghilterra degli anni Sessanta e Settanta”. Il segreto di quei colori stava nella tecnica di sviluppo – non in quella inglese, però, bensì in quella italiana: Hinde spediva i negativi fino in Italia, dove le sue immagini diventavano più vive e interessanti grazie a tecniche allavanguardia e a un abile fotoritocco. Proprio in questi giorni, la Photographer’s Gallery di Londra dedica a John Hinde una mostra dal sapore decisamente nostalgico e retrò, che presenta la serie originale delle sue cartoline realizzate fra gli anni Sessanta e Settanta nelle più celebri località di villeggiatura inglesi accanto alle ristampe inedite fruto di un lungo lavoro di restauro. Fino al 6 di ottobre.

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11.09.2013

È possibile dare un seguito a uno dei romanzi più famosi e amati del mondo? Il giovane Holden di Salinger non è stato soltanto uno dei romanzi di maggior successo di tutti i tempi, ma soprattutto il libro che ha dato voce all’insoddisfazione giovanile, in anticipo di almeno dieci anni sugli eventi della Storia (i movimenti giovanili divennero il motore della rivoluzione sociale solo negli anni ’60). Eppure, secondo i suoi biografi David Shields e Shane Salerno, non solo un sequel esiste, ma potrebbe anche essere pubblicato a breve. Shields e Salerno lavorano da alcuni anni a una nuova biografia sul celebre autore americano uscita negli USA in questi giorni assieme a un documentario diretto dallo stesso Salerno. La biografia, dal semplice titolo Salinger, promette di svelare molti dei misteri dell’uomo che smise di pubblicare nel 1965 e visse tutti i suoi restanti anni (fino alla morte, sopraggiunta nel 2010 all’età di 91 anni) come un recluso, senza dare più notizie di sé al mondo. Tra le rivelazioni presenti in Salinger che sono già trapelate sulla stampa americana, la più importante è sicuramente quella secondo cui il romanziere avrebbe lasciato istruzioni per pubblicare cinque nuovi libri secondo uno scadenziario preciso (dal 2015 al 2020). Tra questi vi sarebbero The last and best of the Peter Pans, una storia sulla famiglia Caulfield (la famiglia di Holden) che dovrebbe essere inclusa con altre in una raccolta, un’altra raccolta di racconti sulla famiglia Glass (già apparsa nei suoi libri), un romanzo basato sulla sua relazione con la prima moglie, una novella ispirata alle esperienze vissute da Salinger durante la seconda guerra mondiale e, infine,  una sorta di manuale sulla religione/filosofia Vedanta. Il lavoro di Shields e Salerno non mancherà di far sorgere molte domande al confine tra biografismo e gossip, ma difficilmente riuscirà spiegare il motivo della reclusione volontaria dello scrittore sebbene le ipotesi non manchino. Perché Salinger ha deliberatamente preferito la verità letteraria a quella umana?

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10.09.2013

C’è spesso una lunga fila, la sera, al numero 80 di Quai de Jemmapes, lungo le rive della Senna. Il motivo è la presenza di uno dei locali più amati dai giovani parigini, il Comptoir général. Si tratta di un luogo davvero speciale – c’è un bar, è vero, ma ci sono anche un negozio di abiti usati, uno di dischi, una biblioteca, un giardino interno e soprattutto un museo a dir poco unico – quello dedicato alla “cultura del ghetto”. Cosa s’intende per cultura del ghetto? Il risultato della creatività che si esprime nei luoghi più poveri o emarginati del mondo, e soprattutto in Africa, un paese che con la Francia ha molti legami. Fondato da due etichette musicali indipendenti, Petit Musée de la Françafrique (Piccolo museo della Franciafrica) è dedicato alle ex-colonie francesi in Africa e alla loro produzione culturale - che il Comptoir s’impegna a proteggere, sostenere e promuovere attraverso la produzione e la proiezione di film, la relizzazione di mostre, attrazioni a tema, eventi, seminari - ma anche alla situazione post-coloniale di questi paesi. Il singolare percorso espositivo compende i ritratti dei presidenti, cimeli vari, ritagli di giornale, una collezione di magliette elettorali e così via. Dietro gli spazi che ospitano il Comptoir général c’è una realtà altrettanto interessante, C-Développement, un’organizzazione che supporta iniziative socialmente rilevanti fornendo ai gruppi che s’impegnano a realizzare i locali e il budget per trasformarle in realtà. Durante la settimana, gli spazi del Comptoir vengono affittati ad aziende, ONG e altre organizzazioni impegnate nel campo dell’ambientalismo, della solidarietà, dell’innovazione sciale e della diversità culturale. Durante il fine settimana, invece, l’intero centro culturale è attivo, compresi il museo, il bar, il cinema e il ristorante. Tutti i profitti vengono reinvestiti in nuovi progetti artistici sostenibili. Due sabati al mese c’è persino iun mercatino dei contadini con i prodotti provenienti dalla zona di Saint-Remy-Les-Chevreuses, alle porte della città.

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09.09.2013

Alla vigilia di un probabile attacco alla Siria fortemente voluto dall’amministrazione Obama e scatenato dall’utilizzo di armi chimiche (utilizzo certo, solo probabile o non ancora accertato – a seconda dei punti di vista delle parti in campo) da parte del Regime di Assad, il mondo riscopre le armi chimiche: seppure bandite negli anni ’20 dal Protocollo di Ginevra, queste armi in realtà non sono mai state davvero messe da parte, nemmeno in tempi recenti. Fu la Prima Guerra Mondiale la prima vera guerra chimica: quei 90.000 morti cui si aggiunsero più di 1 milione di feriti causarono una tale ondata di orrore che già nel 1925, a Ginevra, furono poste le prime firme per il bando alle armi chimiche. Tale protocollo (da allora siglato da più di 100 nazioni) condanna l’uso di armi asfissianti o velenose in forma liquida, gassosa, materiale o in forma di congegno. La forza del Protocollo di Ginevra sembrò tenere per quasi tutti i combattimenti della Seconda Guerra Mondiale (con l’unica eccezione del gas utilizzato dalle truppe di Mussolini in Etiopia), ma dal secondo dopoguerra a oggi i casi di Nazioni che hanno fatto ricorso a strumenti biochimici come armi di offesa sono purtroppo numerosi. Tra questi: l’Egitto contro lo Yemen negli anni ’60 (iprite), gli USA contro il Vietnam del Nord nei ’70 (il defogliante tossico Agent Orange), e negli anni ’80 l’Iraq contro l’Iran di Khomeini prima (gas nervino e iprite) e contro i kurdi iracheni dopo (gas halabja). Ben poco ha fatto la comunità internazionale per rafforzare il potere deterrente del Protocollo di Ginevra: a parte le sanzioni contro il regime di Saddam Hussein negli anni ’90 e zero –eccessivamente tardive e ormai a scenario politico mutato– l’Onu infatti non è mai intervenuta con forza in nessuno di questi casi di diritto internazionale violato. Anche nella vicenda siriana – di fronte alle incertezze sulle prove – l’Onu sembra non voler prendere posizione. La Storia, alla fine, giudicherà come e se si sarebbe dovuto intervenire, ma già oggi le cronache di un esodo di circa 2 milioni di persone (un decimo della popolazione) che fuggono dalla Siria danno il senso di una comunità internazionale inadatta a difendere i più deboli.

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02.09.2013

Sebbene se ne parli poco, il continente africano è un vero e proprio laboratorio d’innovazione continua. Se, da un lato, le questioni da affrontare sono molte e radicate, dall’altro lo stimolo allo sviluppo d’idee, soluzioni e iniziative è costante, e spesso tecnologie pressoché inutilizzate nei paesi sviluppati trovano qui applicazioni inedite e vincenti. È il caso del trasferimento di denaro attraverso la rete telefonica, una tecnologia strettamente connessa al concetto di mobilità. L’Africa è in continuo movimento – si muovono le persone, ma si muove anche e soprattutto il denaro. In Tanzania, dove la diffusione dei telefoni cellulari è elevatissima, nel giro di pochi anni sono proliferati i cartelli colorati che in ogni villaggio, quartiere e cittá segnalano la possibilità d’inviare e ricevere denaro in tempo reale e a costo zero. Per questo tipo di servizio le compagnie telefoniche usano nomi diversi, ma sono tutti sinonimi dello stesso fenomeno dilagante: il trasferimento di denaro in tempo reale attraverso la rete telefonica - e grazie alla tecnologia telefonica. Le somme possono variare da pochi euro fino a centinaia di euro, e il motivo per inviarli può essere semplice, come pagare il taxi, o più importante, come spedire i soldi per pagare le tasse al figlio che studia a mille chilometri di distanza, il tutto in breve tempo e da un qualsiasi punto di invio-ricezione di denaro. All’altro capo del paese, dopo pochi secondi, il destinatario potrà ritirare il contante. Poiché in Tanzania le banche sono costose e spesso inefficienti, per molta gente delle aree rurali è molto più semplice recarsi in uno dei punti di invio-ricezione, che sono centinaia di migliaia, aperti dalla mattina presto fino alla sera, esenti dalle file che spesso s’incontrano allo sportello e molto più amichevoli per il cliente. Spesso di tratta di un semplice negozio, una stanza disadorna con un cellulare e una cassettina per i soldi, dove si è accolti da un addetto vestito come gli stessi clienti, magari in ciabatte e maglietta. Ma il successo del trasferimento di contanti via rete telefonica in Tanzania è legato anche alla struttura delle famiglie africane - famiglie allargate ed estremamente mobili per motivi di studio e di lavoro. In un ambiente difficile e imprevedibile come quello africano, questa diffusa mobilità che coinvolge i legami familiari rende ancora più importante avere accesso continuo a informazioni e denaro contante, un accesso reso possibile attraverso il cellulare e i servizi di “denaro-mobile”.L’Africa è in movimento, e ha il cellulare in mano.

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28.08.2013

Bisogna guardarla dall’alto per capire quanto ancora ci sia da scoprire a Venezia. Perché la città d’acqua, la meraviglia lagunare di calli e palazzi, ha un’anima più verde di quanto si possa immaginare. Nella città più singolare del mondo, il giardino è sempre stato sinonimo di spazio privato. Era l’altra stanza, quella all’aperto - un vero lusso in un luogo dove l’acqua tutto invade e trasforma. All’inizio furono spazi verdi legati all’autosufficienza - orti, carciofaie, giardini dove si coltivavano erbe officinali. Poi, nel Settecento, divennero salotti all’aperto, con tappeti di fiori e ghiaia, qualche albero e vasi di agrumi profumati. Fino a trasformarsi, nell’Ottocento, in romantiche miniature di boschi di tiglio, magnolie e ulivi. Ancora oggi, visitare i giardini superstiti è particolarmente affascinante: è un mondo misterioso, dove si percepisce tutta la fatica di curare queste piccole meraviglie strappate all’acqua. Per farlo, basta rivolgersi al Wigwam Club Giardini Storici Venezia. Gli orti di VeneziaGli orti di Venezia, quelli che da sempre alimentano il mercato di Rialto e i fruttivendoli della città, si trovano sull’isola di Sant’Erasmo. Vi si coltivano le “castraure” (i frutti apicali della pianta di carciofo raccolti prima del tempo) e il carciofo violetto di S. Erasmo, famosi in tutta Italia. Già nel XVI secolo l’isola era ricca di vigneti che nei secoli successivi sono stati trascurati, e che oggi sono si cerca con fatica di riportare a nuova vita. Il risultato è un vino bianco fermo nato dal recupero di “cultivar” di antichi vitigni italiani. Il labirinto della Fondazione CiniLa Fondazione Giorgio Cini è un centro darte e di cultura che organizza eventi, concerti e convegni. Si organizzano anche visite guidate alla scoperta dei mirabili chiostri cinquecenteschi della Fondazione ma, soprattutto, del Labirinto Borges, inaugurato nel 2011, fedele ricostruzione del giardino-labirinto che Randoll Coate progettò in onore di Jorge Luis Borges negli anni Ottanta. I Giardini dell’ArsenaleBatte un cuore verde nel bel mezzo dei grandi spazi della Biennale di Venezia. L’area sud-est dell’Arsenale conserva al suo interno lo splendido Giardino delle Vergini, un’area verde di 14.000 metri quadrati protetta dalle alte mura dell’Arsenale. È un luogo di grande ispirazione per gli artisti e architetti che partecipano alle esposizioni, e che qui hanno creato suggestive installazioni paesaggistiche. Giardini di Palazzo Soranzo CappelloSono noti a pochi, ma i giardini seicenteschi di Palazzo Soranzo Cappello, nell’edificio gotico ora sede della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Veneto Orientale, nel Sestriere Santa Croce, sono tra i più belli di Venezia. Al loro interno è stata costruita un’elegante loggia neoclassica che impreziosisce l’ambiente. Un piccolo Eden raccolto che ispirò persino Henry James e Gabriele D’Annunzio. Orto del RedentoreSul retro del Convento del Redentore c’è un giardino antico gestito dai frati cappuccini, che si estende dal canale della Giudecca fino alla laguna retrostante. Un luogo austero, occupato in larga parte da un orto dove si passeggia tra kiwi, viti, rose ed erbe officinali. Ci sono anche un uliveto e un giardino ombroso di alberi a larghe fronde.

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26.08.2013

 60 finalisti provenienti da 73 paesi, selezionati tra oltre un migliaio di partecipanti iniziali per un premio di 100.000 euro. Index – Design to Improve Life è la più grande competizione internazionale di design che promuove un’innovazione ad alto impatto sociale, mettendo al centro la salute umana e il rispetto per l’ambiente. Compito dei designer è presentare un progetto unico e originale utile per i paradossi che il futuro ci chiama a risolvere; le principali categorie di concorso sono cinque -  Body, Home, Work, Play e Community. Per facilitare la realizzazione dei progetti, quest’anno le idee più promettenti avranno la possibilità di confrontarsi con un gruppo di social investor e business angel alla ricerca di prodotti profittevoli e capaci di cambiare il mondo. La creatività dei designer si esprime in idee semplici, come Fresh Paper, un foglio di carta artigianale prodotto con un mix di erbe e spezie indiane dalle proprietà antibatteriche per mantenere intatta la freschezza del cibo anche in assenza di elettricità. Altre idee invece sono più complesse e costose, come le opere architettoniche di quartiere +Pool e Rabalder Parken. +Pool si prefigge di cambiare il rapporto con l’acqua della comunità di Manhattan, creando un raffinato sistema di depurazione e, allo stesso tempo, un nuovo spazio d’incontro sociale per le persone – una piscina nel bel mezzo del fiume Hudson. Rabaldeparken (nella foto) è il primo tentativo al mondo di combinare una necessità pubblica (un sistema di drenaggio delle acque) con un’area di utilità sociale per combattere l’obesità infantile e favorire l’aggregazione giovanile. Lo skate park, costruito vicino a Roskilde (Danimarca) si estende per 2.200 m2 ed è già stato inaugurato, ricevendo la nomination per il Sustainable Concrete 2013 Award. Sul sito di Index sono elencati tutti i progetti in gara; il 29 agosto si terrà la cerimonia di premiazione a Copenhagen, alla presenza della famiglia reale e delle telecamere della CNN.

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21.08.2013

Miles Aldridge, il fotografo di moda considerato l’erede di Richard Avedon, è il re dell’estate londinese grazie a due mostre che, contemporaneamente e fino alla fine di settembre, gli rendono omaggio. Short Breath è il titolo della retrospettiva del maestro londinese dedicata alla sensualità ospitata alla Galleria Brancolini Grimaldi. Al centro delle grandi stampe, donne ultra glamour e altrettanto inquietanti, che abbinano ad outfit perfetti da far invidia alle più accanite fashion victim sguardi vuoti e immobili, fissati su un “oltre”. Ammesso che un oltre esista, perché bellezza e ricchezza, in questi scatti non riescono (o forse non vogliono) liberarsi da una patina di nevrosi. Nevrosi di stile, potremmo dire, ma pur sempre nevrosi. A guardare le opere di Miles Aldridge, così belle e perfette, con colori nitidi e al limite del fluorescente, si avverte un’immediata sensazione di disagio, come se ci fosse un elemento stonato. Le donne di Aldridge, che sembrano appena scese dalle passerelle, con i lori rossetti gloss e i tacchi a stiletto, sono racchiuse in un universo parallelo e immobile. Eccitanti e spiazzanti nello stesso tempo. Perché dietro il lavoro apparentemente superficiale di un fashion photographer, se pur di alto lignaggio come Miles Aldridge, si nasconde una critica, per nulla velata, alla società contemporanea e alle sue nevrosi. L’altra mostra londinese dedicata a questo "pittore della modernità", come Aldridge viene spesso definito, s’intitola I Only Want You to Love Me ed è ospitata alla Somerset House. Qui, con il marchio stilistico delle grandi dimensioni, si possono ammirare immagini che ripercorrono tutta la carriera del fotografo. Un bel viaggio in questa bellezza iconica e malata di solitudine, riproposta con uno stile visionario che ricorda Fellini (o David Lynch, soprattutto negli scatti più recenti), e che lascia una strana sensazione di imbarazzo. Le immagini di entrambe le esposizioni sono raccolte in un volume dal titolo I Only Want You to Love Me edito da Rizzoli International e stampato in sole 200 copie numerate e autografate, disponibile presso le due gallerie londinesi.

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06.08.2013

È il più grande festival europeo di musica tradizionale, e ogni anno richiama in Puglia migliaia di spettatori da tutto il mondo. Si dice che la rinascita culturale pugliese – e in particolare quella del Salento - sia nata proprio da qui, dalla Notte della Taranta, una festa di concerti itineranti nelle più belle piazze salentine. Negli anni, sul suo palcoscenico si sono succeduti alcuni dei nomi più importanti della musica internazionale, confermando la vocazione del festival all’incontro fra generi e culture diverse: Daniele Sepe, Piero Milesi, Joe Zawinul, Vittorio Cosma, Stewart Copeland, Ambrogio Sparagna (con cui è nata l’Orchestra Popolare La Notte della Taranta), Mauro Pagani e Ludovico Einaudi. L’anno scorso, Goran Bregovic ha regalato alla Notte della Taranta uno dei momenti più intensi e della sua storia. Per l’edizione 2013, che si svolgerà dal 6 al 21 agosto e culminerà il 24 agosto nella Notte della Taranta - il grande concerto di Melpignano che dà il nome all’intero festival - il testimone di guida musicale passa a Giovanni Sollima, musicista palermitano di formazione classica e virtuoso del violoncello. Ad affiancarlo, in un’inedita commistione di stili e ritmi, ci saranno Miguel Angel Berna, Niccolò Fabi, Max Gazzé e Roby Lakatos - tutti artisti che hanno deciso di cimentarsi e di giocare con la tradizione musicale salentina. Cuore del programma, le quindici tappe di concerti agostani dellOrchestra popolare della Notte della Taranta, composta da circa trenta musicisti di pizzica e musica popolare di tutto il Salento; quest’anno si parte da Taranto, un gesto fortemente simbolico che esprime la volontà di non lasciare sola la più sofferente delle città pugliesi.

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04.08.2013

L’artista folk italo americano Marino Auriti aveva un progetto: costruire un palazzo universale in cui si sarebbe dovuta ospitare tutta la conoscenza umana. Proprio da quel progetto prende spunto l’edizione 2013 della Biennale d’Arte di Venezia, intitolata appunto Il Palazzo Enciclopedico per volere del curatore Massimiliano Gioni. Da qui si parte infatti per capire come gli artisti contemporanei abbiano tentato di conoscere e scoprire a modo loro il mondo. C’è chi, come Roger Caillois, ha indagato la natura, sezionando ad esempio le pietre per scoprire che cosa si nascondesse al loro interno. O chi, come Shinro Ohtake, ha collezionato tutto ciò che gli capitava per formare dei veri e propri album che non sono dei semplici ricordi, ma l’insieme degli scarti della cultura visiva. Una singolare ricerca è quella compiuta da Oliver Croy e Oliver Elser dei quali è esposta una serie di 387 modelli di edifici costruiti da un semplice impiegato e da loro riscoperti presso un antiquario, che sono un vero e proprio inventario di tutti gli stili architettonici provinciali, nel minimo dettaglio. E sui dettagli si sofferma anche la fotografia di Nikolay Bakhrev, artista russo che ha fotografato la gente comune in spiaggia, l’unico luogo nella Russia sovietica dove si poteva mettere in mostra il proprio corpo, cosa altrimenti vietata dal regime. La zona dei Giardini dell’Arsenale, dove si possono visitare i padiglioni delle diverse nazioni, è sicuramente la più eterogenea. Fra tutti spicca innanzitutto quello del Canada, Music for Silence, in cui s’indagano i concetti di silenzio e solitudine nell’immensità dell’universo attraverso l’immagine di una ragazza solitaria o la proiezione di una donna che comunica nel linguaggio dei segni. Il Brasile, con il suo allestimento intitolato Dentro/fora esplora il sapere universale dei libri qui esposti in vere e proprie sculture realizzate incastrando le pagine le une con le altre. Ma il padiglione certamente più curioso è quello della Russia: dal piano superiore, accessibile a tutti, cade una pioggia di monete dorate che precipita verso il piano inferiore, dove solo le donne posso accedere e (riparate da un ombrello!) sentirsi una vera e propria Danae che riceve la pioggia dorata da Zeus. Il padiglione Italia, situato nella zona dell’Arsenale, è intitolato vice versa ed è un viaggio ideale nell’arte italiana di oggi ma anche un’esplorazione delle complessità del nostro paese. Il padiglione si divide in sette ambienti, ognuno identificato da un binomio di artisti che dialogono su una coppia di argomenti come corpo/storia o veduta/luogo. “In questo rapporto dialettico”, spiega il curatore Bartolomeo Pietromarchi, “l’arte italiana trova la sua ragion d’essere e produce un’arte dove il paesaggio diventa palcoscenico, l’opera teatro, l’immaginario popolare storia personale”. Arsenale e Giardini dell’Arsenale, Venezia, fino al 24/11/2013

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23.07.2013

C’è un teatro a Venezia che sembra essere risorto dalle sue ceneri. No, non stiamo parlando della Fenice, ma di un piccolo teatro al Lido, a San Nicolò, sorto all’interno del complesso dell’ex Ospedale al Mare. Costruito alla fine dell’Ottocento in pieno stile Liberty, il Teatro Marinoni deve il suo nome al famoso docente e studioso di diritto internazionale che diede un contributo d’eccezione alla riedificazione del tessuto sociale, lavorativo ed economico di Venezia tra la fine del XIX secolo i primi venti anni del XX. Piccolo gioiello architettonico, il Marinoni conserva l’originale soffitto impreziosito da un meraviglioso affresco circolare raffigurante Nettuno attorniato da putti. Fin qui nulla di strano. Ma è la storia di questo teatro, nato speciale, ad averci colpito. Perché il Marinoni era compreso all’interno del Centro Medico Educatorio Rachitici Regina Margherita, specializzato in talassoterapia e bagni di sole per bambini affetti da tubercolosi: uno straordinario esempio di arte-terapia ante litteram, in grado di promuovere il connubio tra sanità e dimensione teatrale. Dal 1975, però, l’attività del teatro cessò e l’edificio venne abbandonato. Per molto tempo fu oggetto di furti e atti vandalici, così come l’ex Ospedale, anch’esso dismesso nel 2006. Ma i soldi per la ristrutturazione e la rimessa in opera non si trovavano, e così, nel 2011, si costituì un comitato spontaneo di cittadini, intellettuali, donne e uomini di cultura. Il teatro venne “pacificamente occupato”, ripulito, ristrutturato e rimesso in sicurezza, coccolato e nuovamente amato e ritornò a riempirsi di voci e di emozioni. Non che da questo momento in poi sia stata semplice la strada per il Teatro Marinoni, tutt’altro. Fino ad oggi il Comitato Marinoni Bene Comune, spesso supportato da nomi di primo piano del mondo del teatro che si sono spesi in prima persona per evitarne la chiusura come Ottavia Piccolo, Moni Ovadia e Mauro Martone, ha organizzato festival d’arte e teatro, cineforum, workshop aperti alla cittadinanza. In linea con i motivi che ispirarono la vita di Mario Marinoni, anche il teatro non vuole perdere la sua vocazione a essere un luogo di ricreazione e cultura aperta e condivisa. La storia del teatro Marinoni è il racconto di un piccolo gruppo di persone che lotta per mantenere viva la cultura in un Paese che, sempre più, dimentica  di valorizzare il suo immenso patrimonio culturale. Un patrimonio fatto di grandi opere e monumenti di bellezza incommensurabile, ma anche di piccole realtà come il Teatro Marinoni.

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22.07.2013

Viaggiare come nellOttocento, a velocità necessariamente limitata, a diretto contatto con la natura, senza orpelli e con il desiderio autentico di scoprire. In altre parole, spogliarsi della definiziona di turisti e scoprirsi viaggiatori. Si può fare, volendo. Ed è proprio quello che propone Explore. Dream. Ride. Naturalmente, si tratta di un tour operator piuttosto fuori dagli schemi, perché organizza vacanze in tutto il mondo in sella a un cavallo. Viaggi un po retrò, su strade sterrate, guadando torrenti, scollinando dossi e galoppando su spiagge deserte. Non occorre essere dei cavallerizzi provetti; sebbene sia necesaria una certa dimestichezza, ci sono tipologie di vacanza per tutti i livelli, dai viaggi a cavallo itineranti (ogni giorno si percorre una tappa diversa pernottando in luoghi tipici), ai più impegnativi safari a cavallo, fino a una vera e propria esperienza di vita da ranch, fra rodei e transumanze di bestiame. Particolarmente affascinanti i percorsi a cavallo attraverso la Spagna - un paese che, per la sua conformazione fisica, la bellezza e la varietà dei paesaggi ben si presta a questo tipo di vacanza. Ci sono il tour equestre di otto giorni alla scoperta dei villaggi bianchi dellAndalusia, fra i monti della Sierra Nevada e le vallate tranquille delle Alpujarras; quello dell’entroterra catalano fra vigneti e borghi medievali; e poi quello costiero, che offre lemozione di cavalcare sulle spiagge dorate fino alle insenature selvagge di Capo Creus, dove sembra che i Pirenei si tuffino nel mar Mediterraneo. Ma l’itinerario più incredibile è riservato ai più esperti: è quello tra le montagne del versante meridionale del Parco Naturale della Sierra Nevada, che arriva fino ai 3.478 di altitudine del Mulhacén, la vetta più alta della Penisola Iberica.

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17.07.2013

Nell’immensità di Pechino è difficile trovare luoghi per il relax, l’arte e la buona tavola. Il distretto di Chaoyang (pochi chilometri a est della Città Proibita) offre alcuni spazi multifunzionali da non perdere se ci si trova nella capitale.  Green-T–House è nato 15 anni fa come casa da tè. Senza allontanarsi dallo stile tradizionale cinese, la struttura di 15.000 metri quadrati oggi offre un centro di massaggi ayurvedici, una sala ristorante di fusion nouvelle cuisine, sale da bagno, una concert house e una galleria sede di mostre periodiche. Green-T-House ospita esperienze multisensoriali come le performance di food design accompagnate da performance teatrali e di danza. La fondatrice, JinR, è una donna creativa e fuori dal comune, artista e musicista lei stessa, baluardo dello slancio culturale della Nuova Cina. Un altro centro artistico polifunzionale è 798 Space. Anche qui, lo spazio non manca, con 1.000 metri quadri di esposizione a cui si aggiungono i 300 dedicati al caffè e all’area relax.  Ricavato da una ex-fabbrica di architettura tedesca, è il più importante centro artistico della zona. Ogni anno organizza il Beijin 798 Art Festival, punto di riferimento internazionale per la visual art contemporanea, oltre a ospitare sfilate di moda, conferenze letterarie ed eventi di vario genere.  Infine, arte – ma questa volta solo in cucina - da Wagas, al terzo piano del vicino Sanlitun Village.  Il concept di Wagas abbina la semplicità del fast food alla cura del ristorante d’autore per l’attenta selezione degli ingredienti. Si dice che sia l’unico posto nell’intera Cina dove si può gustare un buon panino, infatti utilizza solo pane fresco fatto in casa. Wagas serve qualcosa di diverso dai classici noodle e dal pollo al limone, ma se siete affezionati alla cucina locale ogni ristorante è buono. L’importante è ricordarsi di scaricare prima l’app Waigo per essere sicuri di capire cosa c’è scritto nel menu.

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08.07.2013

Duro e senza compromessi, uno dei dischi più attesi dell’anno, il lavoro della più grande star dell’hip hop. Stiamo parlando dell’ultimo album di Kanye West, Yeezus, uscito lo scorso 18 giugno. Tre anni dopo il celebrato e massimalista My beautiful dark twisted fantasy, il nuovo Yeezus è un lavoro che, ancora una volta, dimostra la voglia del rapper americano di rinnovarsi continuamente: tra le molte recensioni uscite nelle poche ore passate dal leak su internet ad oggi, c’è persino chi azzarda paragoni con album che hanno cambiato la storia della musica pop come Sgt. Pepper dei Beatles, There’s a Riot Going On di Sly & the family Stone, e Ok Computer dei Radiohead. Indipendentemente dalla credibilità di tali paragoni, Yeezus è, oggettivamente, zeppo di musica nata per scompaginare un’intera scena musicale (se non la musica pop in generale, perlomeno l’hip hop), un disco che vive di un’attitudine più vicina a cose come Never mind the bollocks dei Sex Pistols. Perché, pur non essendo forse l’album più ambizioso e complesso di West (lo era piuttosto il suo predecessore), è certamente il più provocatorio e aspro.Basta dare un’occhiata al video della performance di Black Skinhead al Saturday Night Live per rendersene conto: lontano da molto rap che flirta con soul e r’n’b, la canzone è un attacco sonoro durissimo, con un West che urla e si aggrappa al microfono come un novello Johnny Rotten. Certo, non è facile mettere d’accordo l’irruenza quasi punk (che gli faceva dire, alcuni anni fa, in un’altra canzone “They say I was the abomination of Obama’s nation”) di questo Kanye West con l’altro West, il businessman sposato con Kim Kardashan; eppure, Yeezus resta un album potente, lucido e senza compromessi. Una rarità nel mercato musicale di massa.

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30.06.2013

Come anticipato qualche giorno fa, ecco qualche dettaglio in più sullo Start Up Festival di Vicenza, in programma per il 5 e 6 luglio prossimi presso alcune location deccezione in città: la Basilica Palladiana (nella foto), la Corte dei Bissari e Piazza delle Erbe. Noi ci saremo, e se vorrete potrete seguire il festival attraverso i nostri live tweet allindirizzo twitter.com/#!/slowear_incotex sabato 6 dalle ore 19.00 circa.Intanto, abbiamo scelto per voi gli appuntamenti più interessanti. Democratizzazione culturale: limiti e potenzialità dellumano nellera digitaleUna conferenza di Paolo Pagani (docente di Filosofia presso lUniversità Ca Foscari di Venezia) che indaga sul bisogno incesssante delluomo di esprimersi grazie ai molti mezzi che lera digitale gli mette a disposizione. Nuovo progresso o trionfo della mediocrità?Venerdì 5 luglio, ore 14.00-16.00 Nuove risonanze tecnologiche: come le innovazioni tecnologiche hanno cambiato il modo di fare musica e il concetto stesso di suonoDavide Tiso, docente di Sound Design presso lAccademia delle Belle Arti di Venezia, racconta come la digitalizzazione del suono abbia reso la produzioe musicale ubiqua e incessante, valutandone benefici e svantaggi.Venerdì 5 luglio, ore 16.00-18.00 Interpretazione dellimmagine nel digitaleUn seminario su prenotazione dedicato a chi desidera imparare a ottimizzare le proprie immagini fotografiche dal punto di vista estetico e comunicativoSabato 6 luglio, ore 11.00-13.00 3D video mapping projection by Drawlight.NetDrawlight.Net è uno studio specializzato in immersive media e tecnologie per la comunicazione innovativa. In occasione di Start Up, creerà una erformance visiva monumentale inedita dedicata alla Basilica Palladiana: una spettacolare proiezione mappata 3D.Sabato 6 luglio, dalle 18.00 in poiSegnaliamo inoltre le mostre fotografiche (Ezio Dagostino) e di arte contemporanea(Serena Vestrucci, Nico Angiuli) e i DJ set serali che coinvolgeranno DJ allavanguardia da tutto il mondo.

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23.06.2013

A duecento anni dalla nascita di Richard Wagner, come abbiamo già fatto con Verdi, ecco una serie di titoli per ripercorrerne l’opera e scoprire le versioni più interesssanti di alcuni capolavori dell’Opera ottocentesca. Tristan und IsoldeSenza dubbio una delle opere-chiave di tutto l’Ottocento; vi si ritrova tutto il sublime romantico, e ancora oggi il suo preludio rimane uno dei pezzi musicali più usati (talvolta quasi abusati) dal cinema. Basti pensare a Melancholia di Lars Von Trier, nel quale il preludio è praticamente l’unica colonna sonora presente. Questa edizione storica d’inizio anni ’50 diretta da Furtwängler è una pietra miliare per direzione e bellezza delle voci. Die Meistersinger von NürnbergUn unicum nel repertorio wagneriano: la sola opera a non essere un dramma. Solitamente apprezzata anche da chi non è cultore del maestro di Lipsia, può ora essere ascoltata anche in una splendida registrazione diretta da Janowski, ma soprattutto cantata da uno dei migliori bassi-baritoni dei nostri tempi, Albert Dohmen. Ring des NibelungenImpossibile, affrontando Wagner, evitare il confronto con il lavoro che più l’ha impegnato, la composizione operistica più ambiziosa di tutti i tempi. Anche in questo caso, il consiglio è di scegliere un’edizione classica, quella con Solti sul podio registrata a cavallo tra anni ’50 e ’60, preferendo, tra i quattro “capitoli” dell’Anello, i prime due, Das Rheingold e Die Walküre. Il primo per il suo carattere necessariamente introduttivo e per il suo magnifico preludio; il secondo per le sue numerose pagine di grande impatto. ParsifalConcludiamo questo breve excursus con il capolavoro d’addio di Wagner, il dramma che chiude il cerchio di tutti i suoi anni di lavoro, l’opera della redenzione, se non addirittura della pacificazione (dopo tanto clamore, spesso quasi guerresco). Premiata come disco dell’anno da Gramophone nel 1981, l’edizione diretta da Karajan è sempre un punto di riferimento per la brillantezza dell’orchestra del maestro austriaco.

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16.06.2013

Scaffali polverosi, volumi ingialliti, bibliotecari scorbutici. Sebbene la tecnologia incalzi, questa resta la prima idea di biblioteca che ci viene alla mente. In realtà, nel mondo esistono biblioteche tutt’altro che poverose, ma enormi, digitalizzate e consultabili senza nemmeno bisogno di un intermediario. E per chi, nell’era di Internet, in fondo si sente ancora un topo da biblioteca, alcune di queste andrebbero senz’altro visitate, almeno una volta nella vita. La biblioteca più grande del mondo è quella del Congresso degli Stati Uniti, a Washington, e custodisce oltre 28 milioni di libri catalogati, inclusi manoscritti e volumi rari. Uno dei testi di maggior pregio è sicuramente la Bibbia di Gutenberg, ma nella LOC si può trovare anche la più ricca bibliografia di storia dell’America Settentrionale, e molto altro materiale - anche non cartaceo. Istituita nel 1800, la biblioteca si trova in uno dei più bei palazzi del Rinascimento Statunitense, quello intitolato a Thomas Jefferson, Presidente che offrì la sua personale biblioteca come fondo iniziale dopo l’incendio che aveva distrutto il nucleo originario. Decisamente enorme è anche la British Library, a Londra. Anch’essa custodisce una quantità infinita di libri e manoscritti, tra cui i più emozionanti sono la Magna Charta e il Libro delle Ore, interamente miniato da Jean Fouquet e risalente alla metà del ’400. Fondata nel 1973, la British Library espone gratuitamente alcuni dei suoi pezzi migliori, ed è aperta a tutti, esperti e non, su rilascio di un pass (per motivi di sicurezza). Grazie al progetto Digital Library, alcuni dei testi più importanti della biblioteca sono consultabili via web. Ma Londra ospita anche un’altra interessantissima biblioteca, quella dell’istituto Warburg. Fondata da Aby Warburg, famoso storico dell’arte morto nel 1929, la biblioteca custodisce circa 350.000 testi la cui particolarità è quella di essere esposti sugli scaffali - accessibili a tutti - non secondo una catalogazione per autori, titoli o generi, ma secondo la regola del “buon vicinato” cioè accostamenti di testi basati su legami concettuali e contenutistici. In questo modo, testi di varie discipline sono collocati insieme e si completano a ogni livello di conoscenza. In Germania, la Biblioteca Nazionale Tedesca di Francoforte si prefigge l’obiettivo di riunire e catalogare tutta la documentazione sulla storia della Germania a partire dal 1913. Fondata dopo la riunificazione del paese, è la biblioteca più importante del centro Europa. Tedesca è anche la Società Max Planck, responsabile di molti progetti in ogni campo di ricerca e dalla quale dipendono molte biblioteche specializzate e molto fornite che hanno sede anche in Italia, come la Biblioteca Hertziana di Roma e il Kunsthistorisches Institut di Firenze, entrambe dedite alla raccolta di materiale di storia dell’arte. Anche il mondo orientale ha la sua mega biblioteca, la seconda più grande del mondo dopo la LOC. È la Biblioteca Nazionale Cinese, con sede a Pechino, che custodisce circa 23 milioni di libri incentrati soprattutto sulla storia locale e, per questo, fonte importante per gli studi sul mondo orientale. Fondata nel 1909, fu una delle prime biblioteche aperte in Cina e tra i suoi documenti più preziosi si possono trovare rari documenti delle dinastie cinesi ma anche pubblicazioni di vario genere in tutte le lingue del mondo.

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12.06.2013

La scelta di ingaggiare il prestigioso Studio Massimiliano e Doriana Fuksas per realizzare la nuova sede degli Archivi Nazionali di Francia dimostra innanzitutto una cosa: quanto sia importante, per la storia francese, il luogo che custodisce i documenti originari di una nazione che per prima ha combattuto per affermare per l’uguaglianza, la libertà e la fraternità fra gli uomini.Situato a Pierrefitte sur Seine-Saint Denis, nella banlieue a nord di Parigi, l’appena inaugurato complesso degli Archivi Nazionali francesi vuole essere, anche simbolicamente, una nuova porta urbana di consapevolezza nazionale. La struttura, dall’architettura iper-contemporanea, custodisce documenti fondamentali per la storia della civiltà – dai papiri merovingi ai processi dei templari, fino alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e alle tappe della storia francese con il diario di Luigi XVI e il testamento di Napoleone – ed è davvero imponente: 320 chilometri lineari di scaffali per raccontare la storia della Francia e il suo rapporto con il mondo. Il progetto di Massimiliano e Doriana Fuksas ha per protagonisti due corpi principali che dialogano tra loro utilizzando il registro del contrasto: l’uno si sviluppa orizzontalmente, l’altro tende fortemente verso l’alto. Uno è tutto leggerezza, sospensione, trasparenza; l’altro è materico e volutamente ancorato alla terra. Due corpi diversi ma uniti per sempre, come il futuro impalpabile che nulla sarebbe senza la storia. Il primo edificio, che sembra protendersi verso la città, ha una struttura in volumi a sbalzo simili a satelliti, che ospitano uffici, la sala conferenze e la sala espositiva. Qui, a farla da padroni sono il vetro, la luce, la trasparenza leggera delle facciate che si specchiano nelle superfici dacqua “marchio di fabbrica” dei progetti firmati Fuksas. Ledificio che ospita gli Archivi, invece, comprende ben 220 magazzini su 10 livelli e appare come un imponente monolite di alluminio votato a custodire una mole documentaria di atti, dichiarazioni e pensieri che hanno fatto la storia dell’uomo. Finalmente, memoria e ricerca (alla quale è dedicata una sorprendente sala di lettura destinata a far dimenticare per sempre il ricordo dei polverosi archivi storici di vecchia data) trovano la collocazione che si meritano.

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11.06.2013

Quest’anno si celebrano due anniversari importantissimi per la musica: il duecentesimo anniversario della nascita di Giuseppe Verdi e di Richard Wagner. Per l’occasione, abbiamo deciso di stilare una discografia essenziale, quasi un vademecum, per conoscere questi due grandi Maestri.Cominciamo con Verdi. RigolettoÈ uno dei più grandi successi verdiani e una delle sue opere di maggiore impatto melodico (basti pensare alla celebre aria “La donna è mobile”). Esecuzione imperdibile, per le personalità coinvolte, quella con Pavarotti, Milnes e la SutherlandLa traviataÈ forse l’opera verdiana più popolare, per la sua bellezza quasi opulenta ma, soprattutto, perché contiene alcune delle pagine più impegnative ed importanti del belcanto italiano. Proprio per questo, l’edizione che consigliamo è un disco live con la Callas: nonostante la qualità sonora non ottimale, questa registrazione rimane un documento eccezionale del talento vocale della Divina nella dimensione più consona a lei: la recita in scena. Un ballo in mascheraForse meno nota di altre opere verdiane, è decisamente sottovalutata. Ma questo cast da sogno (Callas, Di Stefano, Gobbi, Barbieri) dovrebbe bastare da solo a farla riscoprire. OtelloEcco uno dei conclamati capolavori dell’opera italiana: nata dal suo lungo amore per Shakespeare, la penultima opera di Verdi (ormai ultrasettantenne) ci regala alcune delle pagine più accorate e liriche del teatro musicale italiano: basterebbe il solo duetto del primo atto tra Otello e Desdemona (“Già nella notte densa”) a convincere qualsiasi scettico della capacità straordinaria dell’Opera di commuovere. La coppia Domingo-Scotto è qui una combinazione perfetta di drammaticità e lirismo. Messa da requiemUn discorso a parte va fatto invece  quella che rimane una delle più eseguite ed amate composizioni verdiane: si tratta infatti di uno dei pochi lavori composti dal Maestrio al di fuori dell’ambito del melodramma. Scritto in memoria di Alessandro Manzoni, il padre del romanzo italiano, il “Requiem” è una combinazione perfetta di canto sacro e profano che, ancora oggi, risuona originalissimo e fuori dal tempo. Soprattutto in questa edizione storica diretta da De Sabata, baciata dall’esecuzione di un Di Stefano quasi febbrile nella sua intensità.

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10.06.2013

Come tutte le grandi capitali, Tokyo ha davvero tanto da offrire in termini di musei, e non soltanto per quanto riguarda le arti visive. Scegliere non è stato facile, ma questa è la nostra selezione per chi dovesse ritrovarsi in città con un po’ di tempo a disposizione e il desiderio di scoprire qualcosa in più di questa affascinante metropoli. Il meglio della fotografia orientaleUna delle tappe immancabili è sicuramente il Metropolitan Museum of Photography. Istituito negli anni ’90, è stato uno dei primi musei giapponesi interamente dedicati alla fotografia e la sua biblioteca è una fonte preziosa di monografie e libri dedicati a questo argomento. La collezione permanente ospita i lavori dei più importanti fotografi contemporanei del mondo orientale.Met Museum of photography La sede delle mostre più importantiÈ il Metropolitan Art Museum, aperto nel lontano 1926. Il Met di Tokyo è uno dei luoghi più visitati al mondo, che punta a offrire anche in Oriente mostre con nomi di richiamo quali Leonardo da Vinci e altri, facendo leva sul fascino che da sempre l’arte rinascimentale italiana esercita in questi luoghi. Proprio in questo periodo è allestita una mostra sul grande maestro fiorentino e la sua cerchia, nella quale sono stati esposti alcuni famosi dipinti così come il Codex Atlanticus, la più ampia raccolta di scritti e disegni di Leonardo conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano.Met Art museum Arte occidentaleLa figura di Leonardo da Vinci ha sempre affascinato il Giappone. Già nel 2007, una mostra intitolata La mente di Leonardo aveva attirato moltissimi visitatori. L’esposizione si tenne al National Museum of Western Art, situato nella stessa zona del Metropolitan, un museo dedito all’arte occidentale e che spesso propone mostre di grande richiamo sull’arte rinascimentale italiana.National Museum of Western Art La storia della cittàSe volete conoscere le origini della città di Tokyo, non potete fare altro che visitare l’Edo – Tokyo Museum, il museo tutto dedicato alla storia di Tokyo durante il periodo Edo, caratterizzato da prosperità e crescita, iniziato al principio del ’600 e durato per 2 secoli. Si chiama Edo – Tokyo Open Air Architectural Museum la sua estensione dedicata all’architettura storica giapponese: nel meraviglioso parco sono state ricostruite, secondo i canoni di costruzione tradizionali, le costruzioni storiche andate distrutte per varie ragioni nel corso dei secoli. Un’ottima occasione per ripercorrere i momenti di gloria di un impero importante come quello del Giappone.Edo – Tokyo Museum La cultura del theUltima tappa ma non per questo meno importante, è il Nezu Museum intitolato a uno degli industriali più importanti del Giappone nella cui abitazione è esposta la sua collezione personale, legata inscindibilmente al the. La collezione è formata da numerosi oggetti quali disegni, ceramiche, sculture, tessuti e molto altro disposti nel meraviglioso giardino e le varie “case del the” (chashitsu). Dopo aver visitato questo luogo non potrete fare a meno di bere la nobile bevanda secondo la cerimonia tradizionale giapponese. Per la salvaguardia delle vostre ginocchia, ricordatevi di fare quella breve…Nezu

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04.06.2013

Ai tempi di Internet, "start up" è sinonimo di iniziativa, novità, sperimentazione. Ed è proprio sulla sperimentazione, in particolare su quella giovanile, che si concentra lo Start Up Festival di Vicenza, un festival innovativo e piuttosto inedito nel panorama internazionale, in programma per il 5 e 6 luglio prossimi. Protagoniste saranno larte contemporanea, la fotografia, la musica (con particolare attenzione alle sue modificazioni nel passaggio dallanalogico al digitale) e la 3D mapping projection, una particolare tipologia dintrattenimento che mescola musica, cinema e performance ridisegnando gli elementi di unarchitettura con illusioni ottiche. Molto interessanti anche le location, i cui spazi storici e decisamente monumentali ospiteranno le esibizioni, le performance e i workshop: la Basilica Palladiana, la Corte dei Bissari e Piazza delle Erbe. Con questa scelta si è voluto creare un legame significativo con il cuore pulsante della città, disegnando allo stesso tempo un ponte fra passato e contemporaneità. Per tutte queste ragioni, abbiamo deciso di seguire lo Start Up Festival da molto vicino. A breve qualche anticipazione in più sul programma e sugli ospiti. Stay tuned!

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21.05.2013

Quando amore per la letteratura e passione per la scienza s’incontrano, non può che nascere qualcosa di innovativo. Tanto più se questo avviene al quartiere generale della NASA, a Washington. L’agenzia aerospaziale americana ha infatti inaugurato un nuovo progetto che si chiama Going to Mars, un contest letterario partito il primo maggio nel quale i partecipanti da tutto il mondo sono chiamati a scrivere un haiku, un componimento poetico di origine giapponese di soli tre versi. La giuria popolare sceglierà i migliori elaborati a partire da giugno, e i tre vincitori saranno inseriti in un DVD che verrà letteralmente spedito in orbita a bordo di MAVEN -  Mars Atmosphere and Volatile Evolution – il satellite destinato a raccogliere dati nell’atmosfera di Marte. L’idea non nasce da un’inaspettata vena poetica dell’agenzia spaziale, ma dall’intenzione di creare maggior curiosità fra le giovani generazioni intorno a Marte, oggetto di esplorazioni, studi e prossimo traguardo del programma aerospaziale americano nei due decenni a venire. Dunque, se la contemplazione della volta celeste v’ispira versi romantici, non potete perdere l’occasione di spedire il vostro nome fra le stelle a imperitura memoria. Attenzione però a seguire alla lettera le indicazioni riportate sul sito di Going to Mars: il testo dovrà essere scritto in lingua inglese e presentare la struttura tipica di un haiku - tre versi per diciassette sillabe complessive. La prima e l’ultima riga – rigorosamente originali, pena l’esclusione – dovranno essere composte di cinque sillabe, la seconda di sette.Creatività sì, ma con rigore scientifico.

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14.05.2013

Life and death in Pompeii and HerculaneumNell’estate del 79 d.C. una spaventosa eruzione del Vesuvio distrusse le cittadine di Pompei ed Ercolano, nella baia di Napoli. Da allora, tutto è rimasto intatto, persino i corpi delle persone, letteralmente sepolte sotto strati di lava e cenere cementificata nel tempo. La mostra si preannuncia magnifica: la Sovrintendenza ai beni archeologici di Napoli ha concesso numerosi prestiti al museo londinese per permettere anche a chi non vive in Italia di godere di queste meraviglie. L’augurio di tutti è che un sito come questo, visitato da milioni di turisti durante l’anno e nonostante l’incuria di alcuni amministratori, venga valorizzato sempre più grazie anche all’interesse mondiale che esso ha.Londra, British Museum, fino al 29 settembre  Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti: la collezione NetterJonas Netter, collezionista francese e amante del folle clima creato dagli artisti che operavano a Montparnasse nei primi anni del ’900, apprezzava soprattutto il genio di Amedeo Modigliani, del quale possedeva molte opere, ma collezionava anche le nature morte di Hayden e le opere dai colori forti di Derain. A circa 70 anni dalla sua morte, gli eredi hanno deciso di mostrare i gioielli della sua collezione, fra i quali Le grandi bagnanti di Derain (1908) ma, soprattutto, Bambina in abito azzurro di Modì (1918), che Netter custodiva in camera da letto ed esposta per la prima volta in Italia.Milano, Palazzo Reale, fino all’8 settembre  Chagall, between war and peaceRusso di religione ebraica, Chagall ha vissuto per quasi 100 anni e di cose ne ha viste. Nel 1915, dopo un periodo passato a Parigi vicino alla comunità artistica di Montparnasse, torna in Russia ma viene sorpreso dallo scoppio della I Guerra Mondiale, della quale racconta la crudeltà degli eventi. Sarà così anche per la II Guerra Mondiale, nonostante la osservi da lontano, durante il suo esilio negli Stati Uniti. Nel dopoguerra torna in Francia, lasciandosi le brutte esperienze alle spalle: si dedica allo studio dei monumenti parigini e alla sperimentazione di nuove tecniche. La mostra, che si concentra solo sulla figura di Chagall, ci mostra però la condizione umana delle persone che hanno attraversato quei terribili momenti, in un alternarsi di guerra e pace nel corso di tutto il ’900.Parigi, Musée du Luxemburg, fino al 21 luglio Samurai! Armor from the Ann and Gabriel Barbier -Muller CollectionLa figura del Samurai, appartenente alla casta giapponese dei guerrieri, rimase in azione fino al tardo XIX secolo, quando l’esercito venne trasformato in ordinario. 140 opere provenienti da una collezione privata raccontano non solo la spettacolarità delle armature e degli apparati per le battaglie e per le cerimonie di questi combattenti, ma anche il loro ruolo sociale. La mostra inaugura la nuova galleria di arte giapponese del Boston Museum of Fine Arts, che raccoglie opere orientali dall’antichità fino ai giorni nostri. Una curiosità: una delle poche armature complete esposte al pubblico proviene da un museo civico di Forlì!  Boston, Museum of Fine Arts, fino al 4 agosto

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13.05.2013

Nonostante la grave crisi che sta attraversando il settore, torna anche quest’anno il Salone Internazionale del Libro. Lappuntamento è, come da tradizione, al Lingotto Fiere di Torino dal 16 al 20 maggio e il palinsesto di eventi e relatori deccezione promette scintille per quella che resta la principale manifestazione italiana dedicata all’editoria, alla lettura e alla cultura.Per non perdere la bussola tra i tanti appuntamenti in programma, ecco una selezione del meglio che si vedrà sotto la Mole Antonelliana. Lincontro con Serena DandiniTema delicato e scottante, quello legato alla violenza sulle donne, del quale si parlerà e si leggerà con Serena Dandini autrice del recente volume Ferite a morte (Rizzoli), accompagnata da alcune delle voci femminili più autorevoli del panorama nostrano come Daria Bignardi, Lella Costa, Concita De Gregorio e Chiara Gamberane. Il 18 maggio presso l’Auditorium. L’incontro con Beppe SevergniniDa non perdere l’incontro con Beppe Severgnini previsto per domenica 19 maggio. L’occasione è la presentazione dell’ultima fatica del giornalista, Italiani di domani (Rizzoli), nel quale lautore propone le otto chiavi per affrontare al meglio il futuro tutte allinsegna della lettera «t»: talento, tenacia, tempismo, tolleranza, totem, tenerezza, terra, testa. Philippe Daverio e il designI libri possono fornire il pretesto per parlare anche di design. Ecco perché non si può mancare alla lectio magistralis di Philippe Daverio, fascinoso narratore di esperienze artistiche il quale si soffermerà sui protagonisti della stagione che ha affermato il design italiano in tutto il mondo. Sabato 18 maggio. Largo ai piccoli selvaggiAnche quest’anno, il programma del Bookstock Village per i ragazzi fino ai 14 anni è curato da Eros Miari. Filo conduttore, i cinquant’anni di un libro culto che ha cambiato il modo di fare, pensare, illustrare i libri per linfanzia: Nel paese dei mostri selvaggi, scritto e illustrato da Maurice Sendak. Uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1963 con il titolo di Where the Wild Things Are, non ha perso la potenza del suo messaggio in grado di mettere a confronto la lettura dei più piccoli con i grandi temi della natura umana.

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12.05.2013

Per l’Olanda, il 2013 è iniziato all’insegna del rinnovamento. Forte dei numerosi investimenti in campo culturale (è il settimo paese per investimenti nella cultura in Europa, al contrario dell’Italia, tristemente fanalino di coda…), fra il 2012 e il 2013 ha visto la riapertura di due dei più importanti musei statali: lo Stedelijk Museum e il Rijksmuseum. A poca distanza l’uno dall’altro (ed entrambi vicini al Van Gogh Museum, anch’esso interessato da un restauro iniziato da breve), sono stati oggetto di un importante intervento di ristrutturazione che ha portato, soprattutto nel caso dello Stedelijk, a un vero e proprio cambiamento architettonico, seguito a una lunga chiusura. La rivalutazione dell’edificio, che ha visto cambiamenti strutturali importanti, può lasciare perplessi a prima vista: la struttura, progettata da Mels Crouwel, non si presenta più come un “normale” palazzo, ma somiglia piuttosto a una vasca da bagno, come prontamente l’hanno rinominata gli stessi abitanti di Amsterdam. Eppure, essa s’inserisce in modo funzionale nell’edificio ottocentesco. Ma è l’allestimento interno a sorprendere maggiormente: fin dall’ingresso, il visitatore viene accolto da opere di artisti importanti come Andre e Appel, e il percorso prosegue in modo cronologico, con le opere posizionate nelle sale in modo strategico per attirare l’attenzione e la curiosità del visitatore. Anche la riapertura del Rijksmuseum si è fatta attendere. Avvenuta nell’aprile scorso, l’inaugurazione è stata grandiosa e non ha disatteso le aspettative, sapientemente create da un lungo count down sui social network. Anche il Rijksmuseum è rimasto chiuso per circa una decina d’anni e il restauro ha riguardato soprattutto l’allestimento interno del palazzo ottocentesco. Il museo custodisce una ricca collezione di opere fiamminghe e, ovviamente, il pezzo di spicco è la Ronda di notte di Rembrandt, per la quale è da sempre predisposta una sala apposita. La riapertura è stata organizzata in grande stile: la banda ha accompagnato la Regina Beatrice che una grande chiave ha simbolicamente aperto i battenti del museo mentre una lunga coda aspettava di entrare nelle nuove sale.

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21.04.2013

Linee pulite, colori chiari e materiali naturali. In altre parole, design nordico. È quello diGloster, marchio danese, e delle sue collezioni di arredi per l’esterno, tutte in teak, un legno resistente e adatto a ogni tipo di intemperie. Poi ci sono l’acciaio inossidabile, l’alluminio e i tessuti lavorati e combinati tra loro per dare vita a sedute, tavoli, chaise longue e divanetti nati per restare all’aria aperta tutto l’anno. Dansk, dei designer Povl Eskildsen & Phillip Behrens, è un tris di arredi- Lounge Chair, Coffee Table e Side Table – dalle linee morbide che ricordano vagamente quelle degli anni ’60, ma decisamente tecnologici per la scelta dei materiali e del colore - rigorosamente bianco. È tutta giocata sugli intrecci, invece, la collezione Source, disegnata da Mathias Hoffmann. L’avvolgente struttura del divano componibile, arricchita da morbidi cuscini grandi e piccoli, è in metallo bianco, un vero invito alla siesta.

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11.04.2013

Chi non ha mai usato una matita Faber-Castell? Questo storico marchio internazionale è una specie di cult per chiunque si sia mai cimentato nel disegno per diletto o per professione. In occasione del Fuori Salone, appuntamento annuale all’insegna della creatività e delle idee innovative, Faber-Castell è parte dellevento organizzato da Fucinazero e Martinelli Luce. Un evento tutto da vivere, ospitato nel pieno centro storico di Milano (in via Manzoni 43, fino al 13 aprile dalle 11,00 alle 22,00 e domenica 14 aprile fino alle 18,00). Segno(D)segno è il nome scelto per questa “visual experience”, un’installazione unica e trasversale focalizzata sul concetto di “segno” come potere, una forza determinata dalla qualità della mano e dall’idea che lo genera -  soprattutto in un’occasione come il Fuori Salone, dove si definiscono i nuovi segni da cui prenderanno forma gli scenari più attuali della nostra vita quotidiana. E quale strumento, se non la matita, è quello più adatto a esprimere la propria creatività? Uno strumento così semplice eppure capace di esprimere interi mondi.L’allestimento è organizzato in “cloud” che diventano contenitori di prodotti e di storie - un segno che ha un disegno da raccontare. Scopo finale, la definizione di un linguaggio comune dove il singolo segno si somma ad altri segni, così come avviene in ogni ambiente. Oltre a Faber-Castell Italia, i partner del progetto sono Albed, Sampietro 1927, Ferri Mobili 1957, Boutiqueonclick, Natura Bissé, Andy Maid, Whitest, ICE-KEY, LEO NARDI. In occasione della kermesse milanese, Faber-Castell lancia anche la collezione Grip Sparkle, una nuova linea di matite in grafite con grip scintillanti su un fusto dai toni pastello - giallo mimosa, azzurro e glicine, un vero assaggio di primavera. Ma per i veri appassionati, la regina di tutte le matite Faber Castell è la Matita Perfetta, platinum-plated, in argento o in alluminio, che racchiude nelle dimensioni di una matita temperino, gommino e la miglior matita possibile. Per i più tecnici: la mina è di durezza B e il fusto, verniciato con vernice ecologica a base d’acqua, ha la classica forma ergonomica triangolare.

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10.04.2013

Se pensate che la Svizzera non sia solo neve, cioccolato e le guance rosse di Heidi, allora Swiss Corner è il locale che fa per voi. Devono aver avuto la stessa idea anche alla Camera di Commercio Svizzera quando hanno promosso questo spazio nel cuore di Milano, con l’intento di trasmettere finalmente un’altra immagine del nostro vicino d’Oltralpe e regalare un’esperienza inedita di “swissness”. Niente chalet e orologi a cucù, quindi, ma uno spazio multifunzionale decisamente di design per collegare due culture, risultato del progetto dello studio Bearth & Deplazes e dell’architetto Valentin Bearth, direttore dell’Accademia di Architettura di Mendrisio.Trecento metri quadrati nei quali la Camera di Commercio ha voluto portare la Svizzera reale, quella fatta di eccellenze in termini d’industria, finanza, turismo, agricoltura e cultura.  Fin dalle ampie vetrate che si affacciano sulla strada, si gode una panoramica affascinante su paesaggi e personaggi della Svizzera. All’interno, il focus è sulle grandi pareti luminose che cambiano colore e tema durante la giornata per accompagnare la colazione e il pranzo con scorci luminosi di natura e città svizzere, e l’aperitivo e la cena con i toni più soffusi di alcuni grandi volti della cultura elvetica. Albert Einstein in primis - tedesco di nascita ma con cittadinanza Svizzera - e il genio assoluto di Le Corbusier, il padre dellarchitettura moderna. Anche l’arredo del locale ci parla di modernità, con vere e proprie icone del design come i tavoli anni ’50 firmati Eero Saarinen